sabato 14 dicembre 2013

Omelia di don Carlo Venturin 5^ di Avvento – 15/12/2013

Michea  5, 1 Ml 3, 1-7     da Betlemme colui che deve venire
Salmo 146                           “Vieni, Signore, a salvarci”
Gal 3, 23-28                        Grazie al Figlio, siamo figli di Dio
Gv 1, 6-8. 15-18                                Dio è svelato dal Figlio

                       
Perché da soli, se si può condividere?
Dio! Se lo vedessi, se lo sentissi! Dov’è questo Dio?” (Manzoni)


L’ultimo versetto indica il messaggio divino di questa quinta tappa dell’Avvento. Molti si sono chiesti e si interrogano sul mistero di Dio, almeno in alcuni momenti della propria vita. Giovanni svela il mistero per interposta persona: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio Unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è Lui che lo ha rivelato”. L’Evangelista afferma l’esistenza di Dio, ma è come se fosse immerso in una nube intensa e abbia bisogno di qualcuno per diradare la fosca caligine; ora quel Qualcuno viene, si rende visibile in forma umana e dà il Volto, la fisionomia al Dio arcano: “Chi vede me vede il Padre”.

La liturgia odierna è come una risonanza magnetica, ci immerge in realtà sconosciute e non visibili a occhio nudo, svela (toglie il velo) il non visibile, ne sottolinea i tratti, anche le caratteristiche, rende evidente il non evidente. La prima lettura indica il luogo dello “Svelatore”: Betlemme, le origini: sono dall’antichità, l’araldo: annuncia e prepara il terreno, pur nella devianza dell’umanità, il nascituro: non sarà il giustiziere, ma “purificherà”, perché “l’oro e l’argento tornino al primitivo splendore”, infine l’appello: “Tornate e io tornerò a voi”, vi ridono l’antico nitore. Il Salmo riferisce l’attività del Veniente, “Mandato da Dio”: è fedele, rende giustizia-salvezza, sfama i poveri, ridona la vista, rialza chi è caduto, sostiene l’orfano e la vedova, è Vittorioso: “Il Signore regna per sempre”, a ogni generazione, così nella nostra, nonostante tanti signori si autoproclamino salvatori del mondo. Il Veniente        (inaudito!) ci rende figli del Dio Altissimo, “rivestiti” con l’abito del Figlio, nessuno escluso: “Non c’è né greco, né giudeo; non c’è né schiavo, né libero; non c’è né maschio, né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Paolo).

Dopo aver “guardato all’insù”, il Vangelo chiede di abbassare lo sguardo, il girarsi attorno, scorgere ciò che sembra nascosto, puntare la lente di ingrandimento, essere il microscopio nel mondo che ci circonda, aprire le orecchie per sentire echi appena percepibili, quasi sussurrati: “Voce di uno che grida nel deserto”. Lo sguardo deve essere rivolto a “un uomo mandato da Dio”, al Battista, colui che ha l’indice puntato: “Ecco l’Agnello di Dio”, la sua segnaletica è precisa: “rende testimonianza alla Luce”, “dalla Luce vengono la grazia e la verità”, ci svela la Luce, il Figlio Unigenito, che è unito al Padre.

Il brano del Vangelo è tratto dal misterioso, quasi enigmatico inizio del Vangelo di Giovanni. La liturgia stralcia la parte “terrena”, a Natale verrà proclamato nella sua integrità. E’ importante la figura storica del Battista nel tempo e nello spazio precisi; egli indica, testimonia, insegna a quanti gli sono vicini, non si ritrae dal suo compito, coraggiosamente si espone, andando controcorrente, rischiando la vita, non devia dalla missione ricevuta. L’importanza della sua testimonianza emerge dalla sua vocazione: “Perché tutti credessero per mezzo di lui”. La sua missione di precursore permane oltre il tempo, per il lettore di ogni tempo. La conclusione dell’Evangelista riporta l’attenzione su Dio, da cui l’autore era partito: vedere Dio, l’aspirazione più profonda situata nel cuore umano. Gesù lo ha rivelato, letteralmente egli lo ha “spiegato in dettaglio”; solo Gesù spiega e racconta, come per i discepoli sulla strada per Emmaus, il Padre; è l’unico che è “esegesi di Dio”, cioè lo svela, perché è in contatto intimo con Lui: ciò che dice è quanto ha visto e udito.
Il Battista è testimone e annuncia senza mezzi termini, rischia e dona la vita, con coerenza, senza tentennamenti anche di fronte al potere, indica la Luce vera, il Salvatore. Egli è la “risonanza magnetica”; chi è davanti a lui, nascosto tra la folla, è il Salvatore, il Dio svelato, che sta tra la sua gente, tra quanti affannosamente sono umili cercatori dell’essenziale, poveri e diseredati, senza identità e scherniti, seviziati, umiliati: servo tra i servi. “Sono colui che serve”.

Giovanni è il messaggero- testimone di Gesù fino al sacrificio supremo, così il Figlio è il testimone-rivelatore del Padre; i lettori-ascoltatori del Vangelo sono testimoni-annunciatori della “bella Notizia” nel vasto campo, che è il mondo. Ho letto in settimana un episodio dalla vita del Card. Bergoglio, nel 2009, a Buenos Aires: uno dei preti mandati dall’Arcivescovo nelle “villas miserias” della capitale, Padre “Pepe” Josè Maria di Paola, subì pesanti minacce, perché si stava adoperando per ricuperare i tanti ragazzi vittime della droga. Il futuro Papa disse pubblicamente che i suoi preti non avevano attaccato nessuno e che era stato lui, invece, a parlare contro i narcotrafficanti. A Padre Pepe, che gli era andato a raccontare della minaccia ricevuta, aveva risposto: “Preferisco che ammazzino me, piuttosto che uno di voi”.



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