sabato 10 settembre 2016

La coscienza del bisogno


09/09/2016 - Dall'udienza del 7 marzo 2015 con papa Francesco all'ultimo Meeting. Un percorso tra i passi e le scoperte della vita del movimento in un intervento del filosofo Costantino Esposito all'Assemblea internazionale responsabili di CL
Vi sono due premesse che vorrei fare all'inizio di questo percorso: ma non si tratta di presupposti già saputi, bensì di scoperte compiute nell'esperienza di molti tra noi e nella vita delle nostre comunità. La prima è che, a partire dall'udienza concessa da papa Francesco al movimento il 7 marzo 2015, si è avviato un nuovo percorso di conoscenza e di verifica della natura del carisma dato a don Giussani e consegnato a ciascuno di noi, attraverso la paternità e la guida di Carrón. Questo percorso è stato una sfida continua, spesso drammatica, postaci dalle circostanze che abbiamo dovuto attraversare, in cui la posta in gioco era più una "vocazione" che un'"applicazione". Non innanzi tutto: cosa dobbiamo fare? ma: a cosa ci chiama il Mistero oggi? come si delinea e come ci attrae la sua Presenza nel nostro presente?

Questo introduce la seconda premessa-scoperta, e cioè che la coscienza di ciò che rende davvero originale la presenza del nostro carisma nella Chiesa e nel mondo coincide con la coscienza del bisogno ultimo della nostra vita, di fronte a Chi lo suscita e lo abbraccia. Il segno verificabile della Presenza di Cristo – ci ha sempre richiamato don Giussani – è la sua corrispondenza al cuore dell'uomo. Perciò non potremmo capire il dramma, ma anche la bellezza del nostro tempo, senza percepirli – e patirli anche – come una questione "personale", che riguarda, tocca e perturba il nostro io.


Il “grande nulla"

Già da qualche anno papa Francesco ha pronunciato la parola più scomoda, ma forse la più adeguata, per capire cosa sta succedendo nel mondo, e quindi a cosa il Mistero ci chiama attraverso circostanzetragiche come gli attacchi del terrorismo di sedicente matrice islamista, con le inevitabili conseguenze a livello politico, sulla sicurezza e sulla pace sociale: «Una parola che (...) si ripete tanto – dice Francesco – è “insicurezza”. Ma la vera parola è “guerra”. Da tempo diciamo: “il mondo è in guerra a pezzi”. Questa è guerra. C’era quella del ’14, con i suoi metodi; poi quella del ’39-’45, un’altra grande guerra nel mondo; e adesso è questa. (...)Non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra, perché ha perso la pace». E aggiunge: «Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri».

Questa insistenza, così discussa polemicamente da parte di alcuni ambienti cattolici e anche laici ci spinge soprattutto a capire quale sia il contributo che un'esperienza religiosa vissuta può portare al dramma del nostro tempo. Cosa vuol dire che noi «vogliamo la pace», quella pace senza la quale il destino del mondo è solo guerra? Ciò di cui ha bisogno il mondo intero, nel conflitto delle sue potenze, è la stessa cosa di cui ha bisogno ogni singolo "io": riconoscere cos'è veramente in gioco nella vita. È per non aver riconosciuto la vera natura della sfida che siamo tutti così confusi e disorientati nell'affrontarla e nel risponderle. E la sfida si esprima in questa domanda: siamo destinati inevitabilmente al nulla, cioè alla violenza che si scatena quando manca un senso per cui vivere; oppure siamo chiamati a riconoscere e aderire ad un senso presente nella realtà?

In un articolo scritto da Carrón nel febbraio 2015, poco più di un mese dopo l'attacco terroristico alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi (cui altri purtroppo sarebbero seguiti in Europa, in Africa, in Medio Oriente e in Asia), si solleva la questione: «... occorre scoprire la vera natura della sfida che gli attentati di Parigi rappresentano. (...) Per questo il problema è anzitutto interno all'Europa e la partita più importante si gioca in casa nostra. La vera sfida è di natura culturale e il suo terreno è la vita quotidiana».

Ha scritto recentemente lo psicoanalista Massimo Recalcati, commentando gli atti di violenza cieca, insensata dei giovani o giovanissimi attentatori, spesso suicidi, come quello di Nizza o di Monaco o quelli (che avrebbero agito dopo pochi giorni) di Saint-Étienne-du-Rouvray: «Non è Dio l'interlocutore di questi atti – nemmeno il Dio folle che semina odio e incita alla morte degli infedeli – perché sono atti senza interlocutore. L'operazione tentata dallo Stato islamico consiste nel reclamarli a sé in un travestimento ideologico di tipo illusionistico. Al contrario, questa violenza è davvero senza meta, senza legge, senza senso (...). È violenza allucinata che trasforma la vita in morte, violenza puramente nichilistica se il nichilismo è quell'esperienza, non solo individuale ma collettiva, del venire meno di tutti i valori, dunque del valore della vita stessa. In questo senso questa violenza ci riguarda profondamente, ovvero riguarda il senso stesso della vita (...): l'ideologia non è la Causa ma solo una giustificazione a posteriori dello scatenamento della violenza come puro odio verso l'insensatezza della vita. Il fatto che i suoi protagonisti siano giovani o giovanissimi mette ancora una volta al centro il grande problema del rapporto tra le generazioni e quello dell'eredità. Non si diventa assassini perché Dio lo vuole, ma perché la vita, questa vita, la nostra vita, la vita che lasciamo ai nostri figli, è fatta di nulla, è senza valore, non vale niente».

Il riconoscimento di questa diffusa insensatezza nichilista apre però una domanda su questi "estranei" non meno che sui nostri cari. Rilancia Carrón: quando i migranti o i richiedenti asilo arrivano da noi «possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all'altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso? In tanti giovani che crescono nel cosiddetto mondo occidentale regna un grande nulla, un vuoto profondo, che costituisce l'origine di quella disperazione che finisce in violenza. Basti pensare a chi dall'Europa va a combattere nelle fila di formazioni terroristiche. O alla vita disperata e disorientata di tanti giovani delle nostre città. A questo vuoto corrosivo, a questo nulla dilagante bisogna rispondere». Da questo punto di vista (come abbiamo letto in un'intervista di pochi giorni fa) «le migrazioni e persino gli attentati possono rappresentare uno stimolo per riproporre la nostra originalità di cristiani».

Neanche noi cristiani, infatti, siamo fuori da questa sfida. Apparteniamo al nostro tempo e al fondo, nel modo di pensare che respiriamo dal contesto in cui viviamo, siamo poco o tanto "nichilisti" come tutti. Dicendo questo non voglio certo sottovalutare la novità dell'incontro che ci ha segnati, al contrario: voglio dire che nel presente noi possiamo capire tutta la portata di questo incontro proprio avendo coscienza che Cristo ci strappa continuamente dal nulla, attraendoci a sé.

Ora, a me sembra che il punto di novità guadagnato in questi mesi è che non basta "difendersi" da questo nichilismo, in nome di una concezione e di un'esperienza diversa delle cose, intese come un blocco di resistenza o un'oasi nel deserto. E questo per il semplice motivo che la sfida del deserto è entrata anche nella Chiesa, anche nel movimento, per cui la difesa di una tradizione e di un'esperienza diverse assume oggi non più la forma di una contrapposizione, ma la forma di una domanda radicale. Dalla dialettica alla domanda: «Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un'attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?».

Papa Francesco ha riproposto questa domanda, come unica risposta ragionevole al declino secondo alcuni irreversibile dell'umanesimo europeo, nel discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno il 6 maggio scorso. La cosa è tanto più interessante, se si ricorda che solo pochissimi anni fa era divampata una polemica molto aspra sulle "radici cristiane" dell'Europa, fatta di contrapposizioni dialettiche tra visioni alternative del mondo. Che cosa può significare che proprio la leadership tecno-laicista del Consiglio Europeo conferisca questo Premio al Papa? Ecco le parole di Francesco: «Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa»?

Il punto non è tanto rivendicare le nostre radici cristiane, ma che queste radici rinascano di nuovo oggi, sino a fiorire e a portare il frutto del libero convincimento delle persone. È molto significativo che portare nuova acqua a queste radici coincida con una testimonianza su ciò che è essenziale del cristianesimo (l'incontro con il Signore che semplicemente cambia la vita); e che questa testimonianza a sua volta consista nel piegarsi sulle feritedegli uomini del nostro tempo. Non per uno spirito di generosità, ma perché riconosciamo che queste sono le nostre stesse ferite, il bisogno acuto del pane e del senso del vivere: in una parola il bisogno di essere liberi e felici.

L'originalità non sta allora innanzitutto nella riproposizione della giusta e fondamentale dottrina, o nella nostra capacità di costruire e organizzare forme alternative di vita. L'originalità sta innanzitutto nel fatto che la nostra presenza si mostri capace – attraverso la semplice testimonianza nelle circostanze della vita di tutti – di risvegliare e abbracciare le domande costitutive del cuore delle persone.

Un esempio piccolo, ma grandioso, del risvegliarsi di queste domande come traccia del nostro rapporto con il Mistero, è stata la recente presentazione dell'edizione cinese de Il senso religioso. Leggo dal report di Tracce: «Nel tempio buddhista di Long-shan a Taipei (Taiwan), dopo la preghiera e i riti, se la dèa della misericordia ha accettato di ascoltarti, lo capisci dalla posizione di due legnetti rossi che hai gettato a terra. A quel punto le rivolgi la tua implorazione, peschi un numero da un cesto e vai ad aprire il cassettino corrispondente. Qui trovi un biglietto con la risposta alla tua domanda. Anche all’Università Cattolica FuJen trovi una cassettiera. All’ingresso di una mostra. Ma invece che risposte, sui bigliettini c’era scritto: “desiderio”, “solitudine”, “tristezza”, “vita”. Sono le parole che introducono la mostra su Il senso religioso».


Verità e libertà 

Questo è un punto decisivo per capire il contributo del nostro carisma di fronte alla grande sfida dell'umanità contemporanea: guardare il bisogno infinito del cuore, spesso nascosto o ridotto alla richiesta di beni e alla rivendicazioni di diritti, con lo stesso sguardo di Cristo, vibrante e appassionato per la verità dell'umano. Ma il punto davvero infuocato è che questa verità, per potersi manifestare, richiede la nostra libertà, cioè il riconoscimento della ragione e l'adesione dell'affettività.

In quest'ultimo anno siamo arrivati a riconoscere (non senza difficoltà e fatica per alcuni di noi) che l'opposizione tra la verità "oggettiva" e la libertà dei "soggetti", se può apparire facile o comoda per la dialettica, è irrealizzabile o inesistente nella vita reale. La verità non è qualcosa di "assoluto", stabilito una volta per tutte, ma è qualcosa che accade nell'esperienza e nella storia degli uomini. Noi spesso contrapponiamo questi due piani proprio perché non riusciamo più a pensarli costitutivamente insieme. Come è stato detto nell'Assemblea dei responsabili italiani del febbraio 2015: «È necessario che noi approfondiamo come la verità può essere in grado di attrarre la libertà e di compiere la ragione».

Tale posizione genera un nuovo sguardo di conoscenza rispetto alle situazioni e agli eventi che succedono nel mondo. Per riprendere la circostanza da cui siamo partiti, «oggi nessuno di noi coltiva il sogno di rispondere alla sfida dell'altro con l'imposizione di una verità, qualunque essa sia. Per noi l'Europa è uno spazio di libertà», che vuol dire uno «spazio per dirsi, ognuno o insieme, davanti a tutti. Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall'esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo. Come ha detto papa Francesco, "al principio del dialogo c'è l'incontro..."». La novità può nascere solo su «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro».

In questa prospettiva la proposta e la discussione pubblica del libro di Carrón su La bellezza disarmata ha costituito un'esemplificazione importante di cosa significhi portare un contributo certo (cioè non "relativista"), ma al tempo stesso aperto all'incontro e al dialogo (cioè non "fondamentalista") nello spazio della ricerca e della costruzione comune. La breccia che questa proposta ha aperto in molte intelligenze e in molti cuori ha fatto sì che noi stessi del movimento potessimo riguadagnare il senso della testimonianza cristiana come gesto di presenza pubblica.

Alla domanda di Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, su cosa significhi il titolo del libro, Carrón risponde: «La bellezza è lo splendore della verità, dice san Tommaso; perciò non ha bisogno di qualche aiuto esterno per comunicarsi; è sufficiente l'attrattiva che esercita, proprio per la sua bellezza. Mi è sembrato un titolo adeguato per un contributo che si rivolgesse alla ragione e alla libertà, senza forzare né l'una né l'altra. La stagione che stiamo vivendo ci costringe a riconoscere che l'unico modo per accedere alla verità è quello che passa attraverso la libertà».

Questa posizione non costituisce una prospettiva utopica (visto il male e la bruttezza di cui gli uomini sono capaci, come obiettano alcuni), ma al contrario costituisce un giudizio, e anzi il più realistico e operativo dei giudizi sulla situazione storica. Lo affermano, tra le altre, due voci molto diverse, ma che riconoscono lo stesso fenomeno. La prima è quella del Cardinale Jean-Louis Tauran, a cui, all'indomani dell'uccisione dell'anziano sacerdote vicino a Rouen, è stato chiesto quale possa essere la risposta adeguata a questo "abisso". «La risposta è sempre e comunque il dialogo, l'incontro. Per interrompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta l'unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato. In sostanza, a mio avviso, dialogare significa andare all'incontro con l'altro disarmati, con una concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati, che è l'atteggiamento di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità».

L'altra voce è quella del sociologo Zygmunt Bauman: «Il paradosso è che sia proprio colui che i cattolici riconoscono come il portavoce di Dio in terra a dirci che il destino di salvezza è nelle nostre mani. La strada è un dialogo volto a una migliore comprensione reciproca, in un'atmosfera di mutuo rispetto, in cui si sia disposti ad imparare gli uni dagli altri. Ascoltiamo troppo poco Francesco, ma la sua strategia, benché a lungo termine, è l'unica in grado di risolvere una situazione che somiglia sempre di più a un campo minato, saturo di esplosivi materiali e spirituali, salvaguardati dai governi per mantenere alta la tensione. Finché le relazioni umane non imboccheranno la via indicata da Francesco, è minima la speranza di bonificare un terreno che produrrà nuove esplosioni, anche se non sappiamo prevedere con esattezza le coordinate».
L'urgenza del dialogo è un passaggio cruciale per verificare in che modo la verità si rivela non per contrapposizione ma per attrazione della libertà. E qui è anche la chiave per capire l'insistenza con cui Francesco ci ha invitati ad essere una "Chiesa in uscita": solo nell'incontro con il bisogno degli uomini più feriti del nostro tempo, infatti, può esserci donato nuovamente lo sguardo del vero. Cito le sue stesse parole: «La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.?? “Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera», per poter «essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”».

In quest'ultimo anno ci sono state date diverse occasioni in cui comprendere ciò a cui il Papa ci ha richiamato e anche la "criticità" con cui lo ha fatto, e penso che questa verifica sia stata la migliore correzione rispetto a coloro che (fuori e dentro il movimento) si sono attardati a sottolineare una presunta non benevolenza del Papa verso di noi. Al contrario, «il Papa non ha avuto ritegno a richiamarci ad essere fedeli al carisma ricevuto», come faceva sempre lo stesso don Giussani con noi... Perciò «non possiamo che ringraziarlo di una simile paternità, che è arrivata fino a indicazioni precise di cui ogni membro di CL è chiamato a far tesoro, dall'autoreferenzialità al non confondere la fedeltà al carisma con la sua "pietrificazione", al non perdere la libertà».

Sul rapporto vivente tra verità e libertà c'è stato un cammino in cui – questo è davvero interessante – non si poteva più distinguere un fronte "interno" al movimento da uno "esterno", e le scoperte nate dagli incontri con gente non "nostra" ha contribuito in maniera determinante a capire il "nostro" carisma e la "nostra" storia.


Il vero atteggiamento critico

L'originalità della nostra presenza emerge dunque in uno sguardo e in un abbraccio al bisogno nostro e di tutti gli uomini. Tra i diversi casi esemplificativi di questo sguardo, emersi in quest'ultimo anno, vorrei riprenderne due, perché sono quelli che hanno provocato anche delle difficoltà e delle polemiche, che in ogni caso sono state utili a capire qual era la vera posta in gioco nella nostra proposta pubblica, e come questo fosse tutt'altro che scontato o automatico, ma piuttosto chiedesse una conversione dello sguardo e una sequela cordiale a chi guida il movimento oggi. I due casi cui mi riferisco sono interessanti proprio perché ci costringono a chiedere di nuovo: ma cosa ci corrisponde di più? o cosa ci corrisponde veramente?

Il primo caso è quello legato al Disegno di legge Cirinnà (il nome della parlamentare che l'ha proposta), poi trasformato con qualche modifica in legge sulle unioni civili, con l'esplicito intento di garantire il "nuovo diritto" del riconoscimento giuridico e della tutela sociale anche alle coppie di persone dello stesso sesso. Si tratta, com'è noto, di una legislazione già vigente in diversi altri Paesi del mondo, e che in Italia ha creato due fronti contrapposti (con relative manifestazioni di piazza): quello di coloro che vedono in questo riconoscimento legislativo un avanzamento delle libertà individuali in una società aperta ed emancipata, e quello di coloro che denunciano il pericolo di relativizzare una verità dell'ordine creaturale e naturale (addirittura resa sacramento dalla Chiesa), cioè la famiglia fondata sull'unione di una donna e di un uomo. Sembrerebbe dunque che anche la nostra presenza debba inserirsi in questo schema: e la sua collocazione dovrebbe essere – giustamente – quella della "difesa" dell'ordine naturale della famiglia, contro l'attacco del relativismo e della secolarizzazione.

Ma questa collocazione difensiva da dove nasce? Che sguardo introduce questo atteggiamento di fronte alle persone in carne ed ossa che stanno rivendicando quel diritto? Non sto dicendo affatto che bisogna relativizzare il valore dell'unione tra un uomo e una donna. Ma Cristo come avrebbe guardato quelle persone? E più ancora: il nostro sguardo è capace di cogliere il bisogno ultimo che appartiene al cuore di quelle persone esattamente come appartiene al nostro cuore? Cosa significa in questa situazione «attenderLo giorno e notte»?, cioè riconoscere la presenza del Mistero come il fattore essenziale di questacircostanza?

«Domandiamoci da dove traggono origine i cosiddetti nuovi diritti. Ciascuno di essi pesca, in ultima istanza, in esigenze profondamente umane: il bisogno di amare e di essere amati, il desiderio di essere padri e madri, la paura di soffrire e di morire, la ricerca della propria identità. Ecco il perché della loro attrattiva e del loro moltiplicarsi, con la segreta aspettativa che l’ordine giuridico possa risolvere il dramma del vivere e garantisca "per legge" una soddisfazione dei bisogni infiniti propri di ogni cuore. (...) Con tutto il rispetto dovuto al dibattito giuridico, qui mi preme sottolineare che a tema è sempre l’uomo e la sua realizzazione. Dietro ogni tentativo umano c’è un grido di compimento. Ma questo tentativo, per quanto sincero, è in grado di rispondere?».

Lo sguardo nuovo della fede e della misericordia non passa sopra il valore, ma per affermare il valore punta sull'inquietudine del cuore, sul desiderio di compimento che non potrà essere soddisfatto da nessuna legge. Ma anche da nessuna dottrina sulla natura umana. La via della legge (e dell'affermazione dottrinale) potrà anche portare ad un successo socio-politico, ma di per sé non rende ancora veramente liberi. C'è bisogno dell'incontro con un uomo libero per diventare liberi a nostra volta; e c'è bisogno di un'esperienza di libertà in atto per poter tornare a riconoscere e aderire ad un valore. Perché, ora più che mai, è quest'incontro che «l'uomo di oggi attende forse inconsapevolmente».

La reazione stupita e il sincero contraccolpo in tante persone, etero ed omosessuali, che ci si aspetterebbe lontanissime dalla nostra posizione, ci hanno fatto capire che avevamo intercettato qualcosa di non detto, di profondo e di condiviso nel bisogno più diffuso e anche più ridotto del nostro tempo: quello di voler essere sempre più liberi, pur non potendo mai soddisfare questa esigenza. Perché la libertà non può compiersi semplicemente facendo di sé quello che si vuole, ma volendo il rapporto con l'Altro che costituisce il proprio "sé".

Anche in questo caso, colpisce la «profonda consonanza tra papa Francesco e don Giussani», richiamata nella Lettera di Carrón alla Fraternità del 20 aprile di quest'anno, dopo l'udienza privata concessagli dal Papa il 14 aprile. In quella stessa lettera era ricordato un giudizio fulminante di don Giussani, come «aiuto per vivere il dovere supremo della testimonianza che papa Francesco e la Chiesa si aspettano dalla nostra Fraternità, cioè da ciascuno di noi»: «L'avvenimento di Cristo – scrive Giussani – è la vera sorgente dell'atteggiamento critico, in quanto esso non significa trovare i limiti delle cose, ma sorprenderne il valore. (…) È l’avvenimento di Cristo ciò che crea la cultura nuova e dà origine alla vera critica. La valorizzazione del poco o del tanto di bene che c’è in tutte le cose impegna a creare una nuova civiltà, ad amare una nuova costruzione: così nasce una cultura nuova, come nesso tra tutti i brandelli di bene che si trovano, nella tensione a farli valere e ad attuarli. Si sottolinea il positivo, pur nel suo limite, e si abbandona tutto il resto alla misericordia del Padre».

Questo giudizio lo si capisce in tutta la sua urgenza e pertinenza alla nostra situazione se si riflette sulla posizione opposta, che con una formula usata di recente dal Papa (ma ben nota e utilizzata anche da don Giussani) possiamo chiamare la «tentazione pelagiana», quella che ha «fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte», con «uno stile di controllo, di durezza, di normatività». Nota acutamente Francesco: «La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo».

Don Giussani ci ha sempre, instancabilmente richiamato a questa differenza radicale tra il seguire una nostra preoccupazione organizzativa o una nostra capacità culturale, magari basata anche sui valori portati da Cristo (ma che prima o poi si svela inincidente nella realtà, anche a livello culturale), e il seguire invece la presenza contemporanea e amorosa di Cristo stesso, così come ci raggiunge e ci provoca nella vita della Chiesa, seguendo la voce della «profezia» che risuona in una comunione guidata al destino.

L'altro caso che, più brevemente, vorrei citare in questo percorso di scoperta, correzione e conversione di uno sguardo e di una presenza originale è quello della politica. Che lo vogliamo o no il nome di CL è ancora per molti (e sicuramente nell'immaginario collettivo) legato a vicende o faccende politiche. Per il cammino di autocoscienza e di lenta "liberazione" da questa identificazione politica del movimento ha continuato a portare i suoi frutti quell'«Abbiamo ancora un lungo cammino davanti e siamo felici di poterlo percorrere» con cui si chiudeva l'ormai famosa lettera di Carrón al quotidiano la Repubblica del 1° maggio 2012. Il "perdono" chiesto in quella lettera per come nel corso della nostra storia il fascino della sequela del carisma avesse ceduto alla tentazione di una riuscita puramente umana, non era da intendersi come una "ritirata" religiosa nelle sacrestie, ma come la possibilità di riguadagnare uno sguardo originale su tutte le circostanze e le dimensioni della vita, anche della politica.

A quattro anni di distanza, un giornalista del Corriere, Dario Di Vico, ha chiesto un bilancio dell'aver puntato tutto sul nesso verità-libertà rispetto al nesso verità-egemonia, aggiungendo che così sarebbe stata «smantellata una straordinaria macchina politica qual era la CL degli anni d'oro». E Carrón risponde: «Il nostro obiettivo è contribuire al bene comune; non voglio perdere il valore della passione politica, ma ho ricordato che avevamo come motivazione qualcosa di più affascinante del raccogliere le briciole del potere». Il giornalista incalza: «In questo modo però vi siete disarmati?». «Sì – è la risposta –, abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Preferisco la testimonianza alla militanza. E del resto Dio ha bussato sommessamente alla porta dei nostri cuori, non ha fatto uso della sua potenza esteriore, ma ha suscitato amore».

In questa prospettiva, il grande lavoro sull'autocoscienza fatto nel movimento si è incontrato e si è intrecciato con il faticoso lavoro di riconquista del senso del bene comune ormai perso all'interno della società e della politica, non solo in Italia, ma in tutti i Paesi in cui siamo presenti.

È interessante per esempio che nel volantino di CL per le Elezioni amministrative italiane del maggio 2015, per affrontare il crollo della tensione ideale che ha portato ad un'irreversibile «crisi della politica» si parta da queste parole di papa Francesco: «Fare politica è davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell’ideale, tutti i giorni, con quell’ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore; ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi». Oggi, in un contesto sociale in cui sembra che le singole persone in definitiva non valgano niente rispetto alle strategie della politica e dell'economia, la comunità cristiana dà il suo contributo proprio riaffermando che «l'altro è un bene, e non un ostacolo da superare, per la pienezza del nostro io, tanto in politica quanto nei rapporti umani e sociali».

Il punto focale è una preoccupazione educativa: lo stesso interessarsi alla politica, che è quanto di più lontano ci potrebbe essere dalla gente oggi, dipende da qualcosa che è più grande della politica – e cioè il bene di tutti. Come dice un volantino di Comunión y Liberación spagnola in vista delle Elezioni generali del dicembre 2015: il problema dell'educazione pone una domanda precisa: «È possibile comprendere e accogliere tutto il mondo di domande, desideri ed esigenze che si agita nei nostri giovani e sta dietro le tante manifestazioni di malessere, senso di fallimento, incomunicabilità e violenza?» Si può sanare «la frattura tra desiderio e realtà?». Per giungere a dire che non è lo Stato di per sé che educa, ma che devono avere spazio e sostegno i soggetti che hanno una proposta di significato, in una reale libertà di educazione. E che un'amicizia tra il desiderio del cuore e la realtà quotidiana sia possibile, nonostante tutto gridi il contrario, lo si è visto nell'impressionante incontro con l'antropologo basco Mikel Azurmendi all'EncuentroMadrid di quest'anno, uno spirito laico in cui il pregiudizio dell'ideologia cede il posto alla disponibilità del pensiero e della riflessione a seguire ciò che accade in un incontro vivo con il popolo cristiano.

Dopo il referendum inglese che ha scelto per la Brexit, i nostri amici del Regno Unito hanno scritto che in entrambi i fronti ciò che era bloccato era proprio il rapporto costitutivo tra l'"io" e l'altro da me: per i partigiani del Leave il mio desiderio di sicurezza, stabilità e indipendenza «poteva essere meglio perseguito tagliando il collegamento con l’altro, il diverso, l’incontrollabile», mentre per i sostenitori del Remain l'altro era percepito solo «come qualcuno da tollerare in primo luogo per un profitto economico». In tal senso «nessuna delle due campagne percepiva l’alterità, quanti sono diversi da me, sostanzialmente come un bene, come un valore, proprio come una chiave del nostro desiderio». In realtà, come ha detto Rowan Williams al London Encounter, «l’idea che uno possa essere indipendente o autonomo è un mito: la realtà è interconnessa; tutti noi dipendiamo da altri». Di qui nasce la domanda: «Come possiamo vivere, in questo momento storico, il rapporto con gli altri esseri umani del mondo, diversi da noi, sia all’interno sia all’esterno dell’Unione Europea?».

Dall'altra parte dell'Oceano CL USA ha lanciato un volantino in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2016, partendo dal fatto che «nella terra delle opportunità, mentre quelli dotati di risorse prosperano, molti altri lottano per la sopravvivenza. Il nostro Paese si è fondato sul presupposto che il duro lavoro e l’iniziativa personale ci garantiscono la vita, la libertà, e la ricerca della felicità. Oggi quella promessa sembra sfuggirci». Il vecchio, grande American dream sembra aver perso la sua carica di positività e speranza e aver ceduto il posto a depressione e scetticismo. La libertà e la ricerca della felicità finiscono per identificarsi con una competitività che annulla l'io. Nella gente è venuto meno «il desiderio profondamente umano di essere attori responsabili, parte di qualcosa di grande, e di implicarci con la realtà sociale». In questa situazione la stessa presenza tradizionale della Chiesa, identificata con battaglie per i valori etici rischia di essere una posizione di "chiusura", concentrata sulla difesa di certi principi fondamentali (un caso per tutti, l'impegno massiccio pro life).

Il punto essenziale di svolta è riconoscere che «abbiamo bisogno di luoghi che ci mettano di fronte a chi siamo davvero e a ciò che desideriamo, che ci nutrano di speranza»In questa prospettiva riemerge il metodo del dialogo: esso «richiede che io proponga all’altro ciò per cui vivo e che contemporaneamente ascolti con curiosità e affetto la ricerca della verità dell’altro. (...) Questi rapporti faranno emergere inevitabilmente profonde caratteristiche comuni e profonde differenze. Tuttavia, senza il coraggio di considerare entrambi questi elementi, non saremo capaci di dire o costruire qualcosa di importante». Un esempio di questo è il percorso tentato negli ultimi anni dal New York Encounter, che partiva proprio dall'accettare la sfida culturale e antropologica in atto, per rilanciare il gusto e le ragioni di un'esperienza di libertà, e confrontarsi "in uscita" con il mondo laico. È come tornare a prendere sul serio la ricerca "americana" della felicità, passando dallo scetticismo alla gratitudine.

Scendendo in America Latina colpisce il volantino scritto dai nostri amici della Colombia, dopo la storica firma, il 23 giugno di quest'anno, del "cessate il fuoco" bilaterale e definitivo tra il Governo colombiano e i guerriglieri comunisti della Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia - Ejército del Pueblo) dopo 25 anni di conflitto: «Siamo uniti all'altro non per la sua improbabile coerenza morale, ma in quanto coscienti del fatto che condividiamo uno stesso bisogno: bisogno di compagnia, di una costruzione comune, di preoccuparci del bene degli altri, di amare ed essere amati, di essere abbracciati nel nostro errore, di dare un senso al dolore».

Ma tra i tantissimi fatti, incontri, scoperte non possiamo non ricordare la mostra sul Bicentenario dell'indipendenza dall'Impero spagnolo organizzata dai nostri amici argentini (per il Meeting 2012), e che poi ha innescato un vero e proprioinizio di riconciliazione tra alcuni dei "montoneros" che avevano partecipato alla lotta armata contro il regime militare di Videla (tra il 1976 e il 1983) e i repressori della dittatura. E questo solo a partire da un giudizio (che non è mai un bilancio storico astratto ma è uno sguardo che si gioca nel presente): resta sempre una sproporzione tra ciò per cui l'uomo lotta (la libertà della patria, la giustizia sociale ecc.) e il suo bisogno infinito, quel punto ultimo e infiammato da cui può ripartire una reale riconciliazione e fraternità, anche tra "nemici".

Senza l'incontro con Cristo a noi sarebbe quasi impossibile, non dico riconoscere questa esigenza ultima del cuore (perché questo è in qualche modo infallibile e inevitabile per ognuno), ma poi non affossarla, anzi seguirla come criterio di giudizio sulla vita e sulla storia. Come ci ha di recente raccontato la nostra amica Cleuza, abbracciando in una sintesi perfetta la parabola dalle origini cristiane del presidente Lula alla corruzione devastante in Brasile: «Io ora capisco con chiarezza, grazie al cammino che sto facendo, che il problema è stato questo: aver scambiato Cristo con i poveri. E poi i poveri con il potere. Da qui, la corruzione, quello che vediamo: la "fine" di tutti coloro che sono coinvolti in questo sistema. E di tutti i progetti sociali che non hanno avuto la preoccupazione di fare dell'uomo un protagonista, ma un dipendente».
Ecco il nostro contributo originale, come è richiamato in un altro volantino di Cl per le Elezioni amministrative italiane del maggio 2016, intitolato «La politica è un bene»): risvegliare quel «desiderio di un bene», come esigenza che «la convivenza sociale aiuti l'affermazione della persona».

Tornando a Milano, è stato molto significativo quello che si può chiamare un vero e proprio esperimento alla ricerca del bene comune nella recente occasione dell'elezione del Sindaco della città. La vera novità è un cambio di impostazione culturale (anche attraverso una serie di incontri sui temi più caldi della città, con la presenza dei protagonisti di entrambi gli schieramenti), a partire dalla scoperta che l'originalità della nostra presenza sta nel rapporto vissuto con l'origine. E questo rapporto può essere vissuto nel tempo e nelle circostanze solo attraverso un "giudizio", in cui la coscienza di ciò a cui apparteniamo, della nostra storia, si gioca come un punto di confronto con tutti, anche con coloro che la pensano in modo diverso da noi.

Si tratta di un luogo di incontro vero, non di facciata, come nei riti consueti del "teatro" della politica (spesso anche di CL). Scoprire dentro un'amicizia che si allarga il gusto del confronto e del paragone, dà a tutti la possibilità di scegliere liberamente e criticamente. È un passo che vince la tentazione di un mero schieramento sulla base di convenienze politiche, che poi si traduce nell'indicazione su "chi dobbiamo votare" o su "chi porta il movimento". Questo non vuol dire un relativistico "liberi tutti!", ma un intelligente "ciascuno libero di verificare le ragioni per affermare il bene di tutti".

L'obiettivo non può più essere la ricerca di un'egemonia, ma la domanda di questo bene per sé che ha sempre la forma dell'incontro con un altro. E non è un caso che per esempio i candidati sindaci, come pure alcuni giornalisti presenti, abbiano riconosciuto gli incontri organizzati dai nostri amici a Milano come tra quelli più oggettivamente interessanti dell'intero confronto elettorale. Questo interesse alla politica a partire e in vista di ciò che è più grande della politica, ha peraltro ha fatto sì che, a Milano come altrove, alcuni di noi, specie giovani, abbiano voluto rischiare in un impegno per il bene della città, anche in liste diverse. Un rischio assolutamente personale il cui obiettivo non è quello del voto unitario di CL, ma di verificare l'unità che viene prima e resta dopo le elezioni e la politica.

Cambia il contesto, ma si approfondisce lo stesso metodo nell'ideazione e nella realizzazione di una mostra come quella intitolata «L'incontro con l'altro: Genio della Repubblica 1946-2016» al Meeting di Rimini di quest'anno, sul 70° compleanno della Repubblica italiana. La cosa interessante è che questa mostra è nata dal rapporto con alcune personalità di grande rilievo nella nostra storia repubblicana (a partire da Luciano Violante), le quali hanno pensato e proposto un gesto di questo tipo grazie al fatto che c'era un luogo di amicizia e di dialogo con noi, senza che noi stessi fossimo necessariamente i promotori dell'iniziativa. Di fatti è da un po' di anni (soprattutto attraverso il Meeting di Rimini) che abbiamo capito che la cosa più interessante a livello pubblico non è appena "dire la nostra", ma costruire e proporre luoghi dove la gente possa paragonarsi. Potrebbe sembrare un di meno, e invece è il frutto più originale della presenza, chiamiamola così "profetica", del cristianesimo nel mondo.

Questo ha permesso che emergesse nettamente, come giudizio storico e di esperienza rispetto ad un panorama sociale e politico attraversato da scontri e delegittimazioni reciproche tra le varie parti, come un fiume carsico il valore della dignità di ogni persona, della libertà e della solidarietà, attorno ai quali si raccoglie unito il nostro Paese. Come ha detto nel suo discorso al Meeting il presidente Mattarella: «Occorre comprendere che ci si realizza davvero soltanto insieme agli altri e non da soli. È come se il principio "la libertà si ferma di fronte a quella degli altri" venisse assorbito e superato in un più avanzato principio: la libertà si realizza insieme a quella degli altri, si realizza in quella degli altri».

Ed è un contributo originale della nostra presenza la possibilità che si ridica pubblicamente ciò che ha costituito il «compromesso virtuoso» tra le diverse culture che hanno costruito la storia della Repubblica (la cattolica, la social-comunista e la liberale), e che oggi si fa così difficoltà a ritrovare. La consapevolezza che storicamente l'Italia la si è potuta costruire solo "insieme" e che solo insieme oggi può ritrovare una strada di protagonismo e di fioritura sociale è ciò che può aiutare la gente a superare la disaffezione alla politica e, ancor più, lo scetticismo indifferente al bene comune.


La misericordia

Il cammino fatto in questi ultimi mesi è stato provocato e accompagnato dall'invito lanciato da papa Francesco con l'Anno della misericordia. Siamo come di fronte a un'imponente verifica di quella vertiginosa posizione di don Giussani espressa nel famoso articolo del 2003 sul Corriere: «Qualsiasi evento capiti non troverebbe mai risposta adeguata, se non ci fosse Cristo: Lui segna l’ultima vittoria di Dio sulla realtà umana; qualsiasi cosa accada, è la "misericordia" che legge tutto ciò che è umano. La misericordia: Dio compie la vittoria sul male dentro la storia come positività, è questo che dà la ragione a ciò che accade».

In sintesi direi che questo è il passo che abbiamo riguadagnato: la misericordia è un giudizio, razionale e affettivo, sulla realtà e sulla storia. Non un semplice "al di là" rispetto alle brutture del vivere o all'opacità dell'esistenza, ma il riconoscimento di una Presenza che permette di affermare e valorizzare e amare ciò che sembrerebbe destinato solo al nulla e alla distruzione. «E il giudizio non è schierarsi, né stare fermi. Ma una presenza originale».

Questo giudizio non si esercita per ripetizione verbale o per analisi intellettuale, ma per esperienza. Si riconosce che è vero e pertinente quando lo si scopre in azione, lo si ricava per così dire dall'humus della vita. E nasce dal desiderio e dalla curiosità di vedere come la presenza di Cristo riesce davvero a "giustificarsi" davanti alle esigenze, ai dubbi e allo scetticismo dell'uomo contemporaneo. La misericordia è questa verifica in atto di come la Sua presenza cambia, muove, crea qualcosa di impossibile. Come – nella traiettoria che va da Cuba a Vilnius – una verifica impressionante dell'incontro tra Francesco e Kirill si è avuta nel riconoscere (non senza difficoltà e quasi incredulità tra i nostri stessi) l'unità quasi impossibile che il carisma sta creando tra gli ortodossi e i cattolici in Russia, in Ucraina e in Lituania.

Ma per concludere vorrei riprendere una testimonianza della nostra amica Rose Busingye in cui si vede che la scoperta di sé, che l'incontro con Cristo rende possibile, diventa alla lettera un principio critico di costruzione di un'umanità e di una società nuova. Il principio di una presenza originale:

«Mi ricordo una donna che è venuta dal nord, dall’Uganda, che era stata con i ribelli, è stata sfigurata, violentata e lei prima di arrivare al Meeting point era stata nel campo dove curavano il trauma, la cura psicologica, poi era scappata dal campo, è venuta da me e mi ha detto: “Guarda, tutti vengono da me per il problema che ho avuto, ognuno mi chiede: cosa ti hanno fatto? Le ferite che ho. Mi sento un cestino di cose, sono un cestino di problemi; ma chi è Russy? Io sono Russy. Tutti vengono da me perché sono diventata famosa per ciò che mi è capitato, ma chi sono io?” Io, mi ricordo, che le ho detto: “Tu sei un valore infinito, non sei ciò che ti è capitato, non sei l’orrore che ti è capitato. Tu hai un valore infinito”. E’ tornata a vivere quando le ho detto: “Tu vieni da Dio che ti ama e ti dà valore perché tu non sei quell’orrore che ti è successo. Tu sei più grande”. Anche a chi moriva dire: “Tu non sei la morte”. Io sono lì a gridare tutto il significato, persino della morte».

Questa scoperta commossa di sé come il luogo in cui abita il Mistero, fa arrivare sino alla radice di quei valori su cui tutta la nostra civiltà si è fondata e che oggi hanno perso la loro stessa evidenza, come il rispetto per l'irriducibilità di ogni singolo individuo dotato di ragione e di libertà, l'affermazione della dignità umana, l'uguaglianza e la condivisione del senso della vita. E fa ripartire, come tentativo intelligente, un nuovo assetto della convivenza per il bene di tutti. Come nel caso dell'esperienza della "Luigi Giussani High School" di Kampala:

«Siamo orgogliosi di questa scuola perché è stata voluta dalle donne. Loro hanno detto: “Abbiamo scoperto il nostro valore e la nostra dignità però i nostri figli vanno nelle altre scuole e non scoprono loro stessi. Vogliamo un luogo dove i nostri figli possono imparare matematica scoprendo il loro valore e la loro dignità. Io, se avessi potuto decidere di fare qualcosa, avrei costruito un ospedale e non una scuola ed ho detto loro: ”Io non posso farlo e poi non ho neanche i soldi”. Le donne hanno lavorato facendo le collane e grazie a questi soldi (hanno venduto 48.000 collane) abbiamo fatto la scuola. Abbiamo costruito il primo blocco dove il ragazzo impara le discipline scoprendo sé stesso. Adesso, in questa scuola secondaria ci sono 600 ragazzi. Abbiamo, poi, completato la scuola materna e quella elementare dove ci sono 450 bambini. In questa scuola vogliamo, proprio, educare come ci ha educato don Giussani. Tutti quelli che vengono a vedere questa scuola rimangono colpiti sia per la bellezza, sia per la preparazione dei ragazzi. Nel 2014 i nostri bambini hanno fatto un esame e sono stati i primi in tutta l’Uganda. Il metodo che usiamo è la scoperta di sé; quando scopri te stesso diventi anche intelligente. I nostri ragazzi, anche quelli meno intelligenti, nel tempo, sono diventati più intelligenti. Ogni ragazzo è proprio come un aereo che decolla».


Un sentimento della vita e un giudizio come questo è l'inizio della risposta al nostro bisogno e al bisogno del mondo intero. Ce lo ha ricordato nel suo messaggio al Meeting di quest'anno papa Francesco: i «tanti sconvolgimenti di cui spesso ci sentiamo testimoni impotenti sono, in realtà, un invito misterioso a trovare i fondamenti della comunione tra gli uomini per un nuovo inizio».

Clicca per scaricare il documento   La coscienza del bisogno - Costantino Esposito, AIR 2016
187,2 KB

Condividi con Twitter  Condividi con Facebook 
  • SCARICA IN PDFLa coscienza del bisogno - Costantino Esposito, AIR 2016

Credits / © Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo Via Porpora 127, 20131 Milano P.I. 02924080159 / © Fraternità di Comunione e Liberazione per i testi di Luigi Giussani e Julián Carrón / Note legali

giovedì 8 settembre 2016

Educarci al pensiero di Cristo, centro del cosmo e della storia, con cui siamo chiamati a verificare ogni nostra azione.





ARCIDIOCESI DI MILANO

Solennità della Natività della Beata Vergine Maria
Ct 6, 9d-10; Sir 24, 18-20; Sal 86; Rm 8,3-11; Mt 1,18-23

Inizio dell’Anno Pastorale

Rito di ammissione dei Candidati al Diaconato e al Presbiterato

Duomo di Milano, giovedì 8 settembre 2016
Ct 6, 9d-10; Sir 24, 18-20; Sal 86 (87); Rm 8, 3-11; Mt 1, 18-23

Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano


1. «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo… salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Vangelo, Mt 1,20-21).
Carissimi vescovi, presbiteri e diaconi, religiose e religiosi,
carissimi candidati al Diaconato e al Presbiterato,
carissime sorelle e fratelli in Cristo,
le parole che l’angelo rivolge in sogno a Giuseppe ci dicono che Dio è sempre all’opera tra i suoi. Anche oggi tra noi. Da questa certezza nasce il modo con cui vogliamo guardare, in questa ripresa di Anno pastorale, al travaglio del tempo presente definito da papa Francesco come «cambiamento d’epoca, più che epoca di cambiamento» (Firenze, 10 novembre 2015). Siamo chiamati a vivere con speranza affidabile questo frangente storico. Celebrare in Duomo la solennità di Maria Nascente, aumenta in noi la certezza che Gesù «salverà il suo popolo» (Vangelo, Mt 1,21).

2. Entrati negli ultimi mesi dell’Anno Giubilare della Misericordia, siamo già testimoni del bene grande che questa grazia speciale ha portato nella vita di tanti cristiani e non solo.
Gli eventi sociali, politici ed economici che hanno accompagnato l’Anno della Misericordia fanno emergere l’imprescindibile urgenza di educarsi alla mentalità (pensiero) e ai sentimenti di Cristo. Vogliamo crescere nella dimensione culturale della fede, intesa non librescamente ma a partire dall’esperienza, per proporre con gioia a tutte le donne e a tutti gli uomini della nostra società plurale che Cristo Risorto, Verità vivente e personale, non cessa di venire al nostro incontro.
Durante l’Anno pastorale che oggi riprende, vi chiedo di approfondire ulteriormente la Lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo consegnatavi lo scorso anno. Continuiamo a seguire l’itinerario di Pietro e degli apostoli alla sequela di Gesù. Lo Spirito del Risorto condurrà in tal modo la nostra Chiesa a conoscere sempre meglio il mistero di Cristo pensando «secondo Lui e pensando Lui attraverso tutte cose» (Massimo Confessore).
Come avevo promesso non vi invierò quest’anno un’altra Lettera pastorale, ma ho creduto utile offrirvi delle brevi indicazioni pratiche, ispirate all’educazione al pensiero di Cristo, in appoggio al calendario diocesano. Queste indicazioni sono già da oggi a vostra disposizione.

3. Mi preme richiamare la Visita pastorale che abbiamo voluto feriale. Essa individua un “tempo favorevole” per la “conversione missionaria”, per l’uscita verso le periferie esistenziali e geografiche. Avendo ormai visitato più della metà dei decanati della diocesi, desidero innanzitutto esprimervi la mia gratitudine. Sono rimasto edificato dalla notevole qualità della preparazione e dalla numerosa e consapevole presenza dei fedeli alle assemblee ecclesiali di apertura della Visita. Come ripeto spesso, esse non sono un semplice riunirsi di fedeli, ma un prolungamento della celebrazione eucaristica. Sant’Ignazio di Antiochia dice che i cristiani sono gli iuxta dominicam viventes.
Nella seconda parte della Visita pastorale, che è già ampiamente in atto, i vicari di zona, insieme ai decani e agli organismi di comunione, stanno già incontrando in modo più capillare diverse comunità di ogni decanato.
A partire da oggi, sotto la guida del Vicario Generale, si svolgerà il lavoro di verifica. Verificare sarà identificare il passo che ogni comunità è chiamata a compiere in questo specifico frangente storico. Individuando il bisogno più acuto di ogni zona, decanato, comunità pastorale, parrocchia o aggregazione di fedeli  si cercherà di affrontarlo personalmente e comunitariamente con energia. Una comunità, per esempio, potrà sentire il bisogno di rispondere in modo più adeguato al tema dei migranti che si affacciano sul suo territorio; un’altra sarà chiamata a far fronte all’emergenza educativa dei preadolescenti e dei giovani; una terza non potrà non assumere la necessità di valorizzare gli anziani (i nonni in particolare); una quarta cercherà strade per una Chiesa povera per i poveri…
Il senso (significato e direzione) della Visita pastorale si lascia illuminare dall’affermazione dell’Epistola: «… Lo Spirito di Dio abita in noi» (Epistola, Rm 8,9). Anche mediante la Visita pastorale lo Spirito datore di vita rinnoverà e renderà belle ed affascinanti le nostre realtà ecclesiali.

4. La solenne Eucaristia dell’8 settembre è tradizionalmente l’occasione in cui la Chiesa “ammette” i candidati al diaconato transeunte e al presbiterato e quelli che riceveranno il diaconato permanente. Ho avuto modo in quest’ultima settimana di incontrare sia gli uni che gli altri. Con l’ammissione la Chiesa ambrosiana toglie il velo della riservatezza alla loro scelta vocazionale. La rende pubblica. La Chiesa accoglie pubblicamente, anche quest’anno, la disponibilità di questi giovani. Il mio cuore è carico di gratitudine sia per i ventisei candidati al diaconato e al presbiterato, sia per i tre candidati al diaconato permanente, di cui due sono sposati. Ringrazio di cuore spose e figli dei diaconi permanenti per la magnanimità con cui stanno accogliendo la scelta dei loro cari.
Carissimi, questo impegno che ora assumerete vi domanda di invocare la crescita del vostro rapporto personale con Cristo, di imparare a darGli del Tu. È il tratto essenziale della preghiera cristiana che esige la vostra piena immanenza di comunione con Gesù, Maria, i Santi e tutti i fratelli, in particolare col presbiterio. Tutti abbiamo scoperto che il ministro ordinato dev’essere un uomo di buone relazioni. Questo è necessario ma non basta. Onestamente dobbiamo riconoscere che tra noi il contenuto della relazione di comunione ancora troppo di rado si radica esplicitamente nel dono che ci fa la Trinità in Gesù Cristo, attraverso il sacramento della Chiesa. In questa dimensione verticale sta la sua origine e la sua crescita. La comunione cristiana non può ridursi alla sua dimensione orizzontale. Vissuta nella sua pienezza la comunione genera in noi il solido convincimento che tutto ciò che ci è dato dal Dio provvidente, anche la prova, perfino l’umiliazione è per il nostro bene. Infatti il sì alla vocazione, qualsiasi cosa succeda, si fonda, come ebbe a dire il priore di Tibhirine al confratello terrorizzato davanti al martirio, su una vita già liberamente donata: «Tu hai già dato la tua vita entrando in questo monastero».
I nostri sono tempi in cui diventa sempre più chiaro che il martirio – quello del sangue, quello della pazienza, quello dell’umile lavoro quotidiano – è l’orizzonte dell’esistenza cristiana. L’Epistola ci dice con grande forza chi è l’artefice della nostra offerta, sempre allo stesso tempo personale e comunionale: «Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene» (Epistola, Rom 8,9b).

6. Ci aiuti in questo affascinante percorso l’intercessione di Maria Nascente. Ella è la Madre del bell’amore «Io sono la madre del bell’amore» (Lettura, Sir 24,18), di quell’amore che afferma l’altro come un bene, anche il nemico, perché ama senza nulla chiedere in cambio ed ama in ogni istante come se fosse l’ultimo istante. A Maria Nascente affidiamo quindi, pieni di fiducia, i candidati, le nostre persone, le nostre comunità e il cammino di questo Anno pastorale. Amen.

Quell'idea confusa di Dio che ci richiama a evangelizzare


Terremoto centro Italia (24 agosto '16)

La terribile prova del terremoto che il nostro popolo ha subìto recentemente mi trova profondamente solidale con tutti coloro che hanno sofferto, soffrono e soffriranno per i prossimi anni. Sono anche ammirato per il grande coraggio, la grande capacità di sopportazione delle persone e per la dedizione dimostrata dalle centinaia e centinaia di volontari che sono immediatamente intervenuti: è una testimonianza che è stata data in maniera corale. Il popolo italiano è veramente un popolo che ha un’ultima ragionevolezza di fondo e una benevolenza che gli impedisce di tradurre tutto in termini di ideologie e di reazione.
Ma proprio per questo occorre esplicitare alcune considerazioni che soprattutto per chi ha come me una responsabilità di educazione della comunità ecclesiale si impongono.
È evidente che c’è una differenza tra due parti del nostro popolo: ci sono coloro che – più avanti negli anni - conservano la consapevolezza di una tradizione cristiana che li fa stare nelle tragedie e fronteggiarle con un ultimo e fiducioso abbandono alla presenza di Dio, che è padre, che non mente e non compie ingiustizie. Ma è anche vero che una parte più consistente del popolo, vive la quotidianità senza riferimento alla presenza di Dio, che viene tirato fuori in questi momenti come il presunto o reale colpevole di tutto quello che accade.
Così si finisce per accettare che Dio sia messo in un tribunale, diventi un imputato di colpe che innanzitutto dimostrano una assoluta inconsapevolezza e una assoluta confusione nel concetto di Dio. Molti hanno gravissime responsabilità in questo senso. Dio è diventato un termine che viene diffuso senza una sufficiente consapevolezza della sua identità, della sua realtà e delle differenze che esistono tra le varie confessioni e professioni di fede in Dio.
Diversi vescovi e sacerdoti sono dovuti scendere in campo per difendere Dio dall’accusa di essere stato il responsabile del terremoto, ma tutto questo dimostra che è molto diffusa nel mondo una concezione di Dio che almeno a me cristiano, cattolico e vescovo risulta lontanissima dal Dio che io proclamo, padre del Nostro Signore Gesù Cristo, padre della misericordia. E secondo tale inaccettabile concezione Dio può essere chiamato a divenire responsabile di vicende nelle quali si gioca l’autonomia della realtà naturale, i suoi ritmi, le sue leggi; si giocano le difficoltà delle condizioni di vita di molti ambienti ma soprattutto si gioca la irresponsabilità di alcune realtà umane storiche e sociali, come comincia a risultare evidente per quel che riguarda la gestione irresponsabile e incosciente delle opere di ristrutturazione programmate quando era necessario programmarle.
Questo Dio che è lontano viene chiamato in causa secondo una impostazione irragionevole, prima che non cattolica. Si sono usate espressioni come “il silenzio di Dio”, che non hanno alcun contenuto di carattere ideale e pratico. 
Mi ha molto colpito questa confusione sul termine Dio; questo relativismo, come avrebbe detto Benedetto XVI. Questo Dio di cui ciascuno ha il suo. Colpisce un aspetto particolare della grande vicenda della presenza di Dio nel mondo e nella storia. Perché Dio, in Cristo, è una presenza nel mondo e nella storia, abita corporalmente fra di noi, come dicevano i padri della Chiesa. È presente come un evento guardando il quale, seguendo il quale, non mutano le circostanze della vita - nel senso che vengono forzosamente eliminati i condizionamenti e le contraddizioni - ma l’uomo che crede in Gesù Cristo è in grado di stare di fronte alla vita con un’ultima consistenza che gli impedisce la disperazione.
Il nostro popolo – sia cattolico che non – ha bisogno di un’opera generosa di evangelizzazione e di rievangelizzazione. In questo contesto, dove le vicende sembrano dilagare nella vita dell’uomo e spingerlo ad atteggiamenti inconsulti e reattivi, è necessario che la Chiesa proclami con forza e con chiarezza la novità della presenza di Dio in Gesù Cristo come grande evento che rende buona la vita e che fa vivere nella buona e nella cattiva sorte un legame che nessuna circostanza materiale storica e nessuna colpa morale potrà mai distruggere. Il dolore è stato forte e il dolore è forte, ma il dolore cristiano non è disperato.
Credo che questa opera di evangelizzazione debba indicare anche i tempi e i modi di una educazione cristiana del popolo. E consenta al popolo di non essere travolto dalle vicende, ma di vivere nelle vicende quotidiane della storia - personale sociale e storica – con un’ultima certezza, che non deriva dalla ragione, dalla scienza o dalla politica; con una pace che deriva dalla presenza di Cristo.
Noi uomini di Chiesa, guardando a questo momento e vivendo con forza la condivisione di queste fatiche e dolori come esemplarmente hanno fatto i vescovi delle zone terremotate, dobbiamo sentirci richiamati a rinnovare la nostra opera educativa, davanti a una cosa terribile che sconvolge la vita della persona e della società.
Il terremoto distrugge la quotidianità della vita e crea una situazione di artificiosa riduzione della libertà degli uomini e dei gruppi perché non possono più impostare l’esistenza secondo quella libertà che costituisce l’elemento fondamentale della vita sociale. Il terremoto è grave non per il momento in cui si produce, ma per quella situazione di precarietà, di incertezza, di insicurezza, di limitazione della libertà umana personale e sociale che è la vera tragedia. 
Credo che questa sia la cosa che dobbiamo capire: la Chiesa non può sottrarsi al compito di evangelizzazione e di educazione, altrimenti Dio sarà sempre più assente dalla vita quotidiana, diventerà sempre più un concetto su cui si dibatte in modo artificioso e forzoso, nei mezzi di comunicazione sociale. E su questo Dio di cui si discute o su cui si discute, non scalda il cuore. Mentre in Cristo Dio è venuto per scaldare il cuore dell’uomo, di ogni uomo, in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. 
Insomma noi siamo sfidati sulla evangelizzazione e sulla educazione di un popolo cristiano capace poi di interloquire efficacemente con tutti i nostri fratelli che vivono con noi nelle varie situazioni della vita, e dare perciò il nostro contributo originale e significativo a una società in cui le differenze di cultura, di identità, di professione, di fede, devono esprimere la ricchezza della vita umana. E non omologare forzosamente il popolo dentro una concezione materialista, edonista, tecno-scientifica che vive tutti i giorni senza Dio e lo chiama improvvisamente in causa in cose in cui Egli non c’entra assolutamente.
Mons.Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

martedì 30 agosto 2016

Terremoto. Mons. Pompili: “Dio non è il capro espiatorio”


Ad Amatrice, il vescovo di Rieti celebra i funerali di 29 vittime. E proclama: “Non ti abbandoneremo, uomo dell’Appennino”

Un funerale voluto dal popolo dopo tante polemiche. Per desiderio dei residenti e del sindaco, le esequie di una parte delle vittime del terremoto nell’Appennino centrale sono stati celebrati ad Amatrice e non a Rieti, come precedentemente stabilito dalla prefettura.
Sotto una pioggia che ha reso ancor più malinconico lo scenario, intorno alle sei di sera, presso la tensostruttura adibita per l’occasione, sono giunte le bare di 29 vittime. Solo una piccola parte, dunque, delle 291 totali.
Accanto all’altare, la statua di una Madonna rimasta indenne dalle scosse sismiche e posta in cima ad un mucchio di macerie: il simbolo della misericordia di Dio, più forte della stessa morte umana, anche la più crudele ed improvvisa.
Mentre il primo dei funerali, celebrato ad Ascoli sabato scorso, aveva coinvolto le vittime della provincia marchigiana, oggi è stata la volta della provincia più colpita, quella reatina. Molte delle famiglie hanno però preferito optare per le esequie private o di celebrarle nei paesi di origine.
A concelebrare con monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, i vescovi emeriti della diocesi sabina, e monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, giunto in rappresentanza di papa Francesco.
Presente alla cerimonia funebre anche un vescovo ortodosso, in ragione della presenza tra le vittime di immigrati moldavi e rumeni. Qua e là, dispersi tra la folla, i volti delle massime cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il presidente della Camera, Laura Boldrini, il presidente del Senato, Pietro Grasso.
Il grido di dolore di una donna irrompe allorché monsignor Pompili pronuncia il nome di sua figlia tredicenne, una dei minorenni deceduti nel sisma, assieme a due fratellini di tre anni e tre mesi, di cui spiccano le due piccole bare bianche. Tutti e 291 i morti di Amatrice e dintorni sono stati ricordati in ordine alfabetico dal vescovo, compresi quanti hanno già ricevuto le esequie e chi ancora le deve ricevere.
Al momento dell’omelia, monsignor Pompili ha menzionato la prima lettura, tratta dal libro delle Lamentazioni, che descrivendo la distruzione di Gerusalemme, che sembra quasi evocare “la devastazione di Amatrice e di Accumoli. Sembra di risentire i sopravvissuti: un rumore assordante, pietre che precipitano come pioggia, una marea asfissiante di polvere. Poi le urla. Quindi il buio”.
Pompili ha poi raccomandato non cercare in Dio un “capro espiatorio” ma, al contrario, di “guardare in quell’unica direzione come possibile salvezza”. Non è infatti il terremoto che uccide, ha detto il presule, ma “uccidono le opere dell’uomo”.
“I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti”. Senza i terremoti del passato, ha aggiunto, non sarebbe possibile ammirare l’ecosistema appenninico attuale, né vi sarebbero gli uomini che attualmente lo abitano, né altre forme di vita.
L’invito è quindi quello ad ascoltare Gesù che dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. Parole che sono “un balsamo sulle ferite fisiche, psicologiche e spirituali di tantissimi”, sebbene “non basteranno giorni, ci vorranno anni”.
La mitezza che Gesù stesso evoca è “una ‘forza’ distante sia dalla muscolare ingenuità di chi promette tutto all’istante, sia dall’inerzia rassegnata di chi già si volge altrove. La mitezza dice, invece, di un coinvolgimento tenero e tenace, di un abbraccio forte e discreto, di un impegno a breve, medio e lungo periodo”.
Lontana dalla “querelle politica” o dallo “sciacallaggio di varia natura”, la popolazione locale è chiamata a “far rivivere una bellezza di cui siamo custodi. Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta. Abitiamo una terra verde, terra di pastori. Dobbiamo inventarci una forma nuova di presenza che salvaguardi la forza amorevole e tenace del pastore”.
In conclusione il vescovo ha pronunciato in messaggio in forma poetica: “Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’. Non ti abbandoneremo uomo dell’Appennino: l’ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’alba ancor ti stupirai”.
A fine celebrazione hanno preso la parola i sindaci di Accumoli, Stefano Petrucci, e di Amatrice, Sergio Pirozzi, che hanno rincuorato i loro concittadini, incoraggiandoli a diventare parte attiva nella ricostruzione. “Dopo la morte c’è la resurrezione – ha detto Pirozzi, visibilmente emozionato – siamo pronti a fare la nostra parte. Nei momenti di emergenza, l’Italia è una grandissima nazione”. Il commovente abbraccio tra il sindaco e il vescovo ha segnato la fine della cerimonia.

Baroncini, le confessioni di un vecchio leader di CL



La lunga vita sacerdotale? «È vedere realizzata la promessa di Dio». Don Giussani? «Per me ha significato scoprire che Gesù Cristo è la salvezza per tutti gli uomini, scoprire l’orgoglio di essere cristiani». Comunione e Liberazione? «Non ha ancora realizzato la genialità di Giussani». A parlare così è don Fabio Baroncini, che del movimento fondato dal servo di Dio don Luigi Giussani non è soltanto uno della prima ora, ma è stato parte del ristretto gruppo di amici che per 40 anni ha condiviso con Giussani la responsabilità del movimento. 
Lo incontro in un caldo pomeriggio di fine luglio nella canonica della sua parrocchia di San Martino a Niguarda, un paesino inglobato nella città di Milano, a due passi dal famoso Ospedale Maggiore Ca’ Granda. A 74 anni, e dopo 30 anni da parroco in questa chiesa, tra pochi giorni lascerà questa casa parrocchiale perché si è dovuto dimettere per motivi di salute e si trasferirà in un nuovo appartamento. Incontrandolo oggi, in questo uomo alto e magro, reso curvo e fragile dalla malattia, che cammina con difficoltà e parla con un filo di voce, apparentemente è difficile riconoscere quel prete “montanaro” che con agilità fuori dal comune guidava i suoi ragazzi su tutte le montagne delle Alpi – anche in escursioni notturne – per fare apprezzare il gusto della bellezza del Creato. Eppure, proprio in questa fragilità risalta ancora di più un’energia che non viene dall’uomo, quello spirito indomito e quella urgenza di rendere presente a tutti il fatto cristiano che ancora oggi, a dispetto della debolezza fisica, lo vede girare instancabilmente per tante famiglie, gruppi, comunità di giovani e vecchi di Cl, per rendere presente il carisma di don Giussani. Don Fabio Baroncini ha appena celebrato i 50 anni di sacerdozio: venti anni passati da coadiutore a Varese, dove è stato l’anima di una delle comunità più numerose e vivaci di Cl e che per l’occasione gli ha dedicato una grande festa, e poi trenta da parroco a Milano.
Don Baroncini, come sintetizzerebbe questi 50 anni di vita sacerdotale?Sono la testimonianza della fedeltà di Dio al compito che ci dà, alla vocazione cui ci chiama. Arrivato a 50 anni della mia ordinazione sacerdotale vedo oggi che il Signore è stato fedele. All’inizio ho dovuto rischiare sulla speranza, cioè sulla certezza che il futuro mi avrebbe restituito quello che io desideravo, quando tutto apparentemente sembrava dire il contrario. Oggi, dopo 50 anni di vita sacerdotale, dico che questa fedeltà di Dio l’ho verificata.
Come si concretizza questa fedeltà? In cosa consiste questa promessa realizzata?Consiste nel fatto che la mia vita così com’è, con le sue banalità quotidiane, può essere un’offerta a Dio attraverso la quale tanta gente, mi pare di poter dire, abbia creduto in Gesù Cristo. 
In 50 anni di sacerdozio sono sicuramente tanti i fatti e le suggestioni che varrebbe la pena fossero raccontati. Ma quale aspetto in particolare l’ha colpita?Mi ha sempre colpito la stima di cui sono stato circondato come prete, da tanta brava gente. Ricordo che quando sono diventato parroco qui a Niguarda, andai a parlare con monsignor Ferrari, che era vicario generale di Milano. E lui mi disse: “Guarda, a Niguarda troverai tanta brava gente, che ti darà quello che potrà. E infatti a Niguarda la cosa che mi ha stupito in questi tempi recenti è di quanto la gente voglia bene ai suoi preti. 
Come ha riconosciuto la sua vocazione?Non lo so. Voglio dire che riflettendo sulla decisione di andare a prete ho fatto l’analogia e il paragone con la decisione di sposarsi. Ho sempre detto ai miei interlocutori: non sapreste dirmi neanche voi perché avete scelto quella persona da sposare. Potete solo dirmi che sapevate che era lei che volevate sposare. Così io non so perché né cosa voleva dire essere prete, io so che volevo diventare prete. E questa strana convinzione mi ha accompagnato fin da piccolino, dai tempi delle mie vacanze estive con mia nonna in Valtellina, dove pregavo perché si realizzasse quello che Dio voleva da me.
Eppure non è entrato in un seminario minore, come molti a quel tempo.No, sono entrato in seminario a 19 anni, dopo il diploma di ragioneria.
Come ha inciso la sua famiglia nella vocazione?Da mio padre ho preso la serietà dell’esistenza come criterio del vivere. Da mia madre la fedeltà alla parola data, cioè: se uno si impegna in una cosa deve portarla fino in fondo.
Fin da piccolo lei sentiva questo desiderio di diventare prete, ma nell’adolescenza, prima di entrare in seminario, ci sono stati incontri che l’hanno confermata e aiutata in questa convinzione?Sono assolutamente debitore alla misericordia di Dio di avermi fatto incontrare don Luigi Giussani.
Quanti anni aveva?14 anni, sessanta anni fa.
Che cosa ha significato don Giussani per la sua vita?Ha significato la possibilità di scoprire che Gesù Cristo è la salvezza per gli uomini (Efesini, capitolo 1). E che io avrei potuto assumermi le mie responsabilità di uomo facendo il cristiano, servendo Gesù Cristo. Cioè Cristo centro della storia dell’umanità. Ho imparato che le condizioni storiche mi erano date come modo di realizzazione di questo compito, di questa vocazione: «Ricapitolare tutte le cose in Cristo, quelle del cielo e quelle della terra, principati e potestà, perché qui non c’è più né greco né giudeo, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma siamo uno solo in Cristo».
Con il servo di Dio don Giussani lei ha vissuto tantissimi anni fianco a fianco, ha condiviso la responsabilità nel movimento. Cosa ricorda maggiormente di questa compagnia con don Giussani?L’orgoglio di essere cristiani. La profonda verità umana dell’essere cristiani. Quello che mi ha sempre colpito è questo. Quando ero piccolino, mi sembravano più umanamente vivaci quelli non cristiani, per così dire quelli non fedeli alle pratiche. A differenza di questo, stando con Giussani ho scoperto che si poteva essere umanamente pieni e realizzati proprio nell’essere cristiani, nel seguire Cristo.
A Varese lei ha passato vent’anni e attorno è nata una grande comunità. Cosa di questi anni ricorda in modo particolare?La verifica, il vedere documentato che Cristo messo al centro dell’esperienza umana rende più umano il vivere. 
A Varese lei è stato coadiutore, a Milano parroco. Insomma, lei è stato sempre in parrocchia, sembra quasi un paradosso se si considerano le tante critiche che hanno accompagnato Cl e i suoi – più o meno presunti - rapporti conflittuali con le parrocchie.Invece ho imparato da don Giussani che il movimento da lui fondato era un movimento ecclesiale, non era avulso dalla vita della Chiesa, ma era per la realtà della Chiesa. Facendo il prete ho potuto scoprire che questo era vero. Sono una delle poche persone che conosco soddisfatte di essere prete.
Nella storia di Cl, in questi 60 anni, si è passati attraverso tante fasi storiche, molto diverse fra loro, sia nella società sia nella Chiesa. Cosa permane del carisma?Questo sono ancora curioso di scoprirlo oggi. Aspetto la fine della mia vita per capirlo di più. Ma mi sembra che sia l’annuncio cristiano preso nella sua integralità. Questa mi sembra sia stata la genialità vera di don Giussani: scommettere tutto sull’annuncio cristiano come fatto, come evento.
In questa fase della vita lei deve affrontare una nuova prova, una malattia che curiosamente la accomuna ancora una volta a don Giussani…Preferirei non parlarne, perché siamo agli inizi e non capisco ancora cosa voglia dire. Ma c’è un episodio della vita di don Giussani che mi è ritornato prepotente alla memoria in questi giorni. Nel 1972 con don Giussani condividevo la responsabilità degli universitari degli atenei milanesi: Giussani seguiva la Cattolica e la Statale, io gli altri atenei. Una volta ero arrabbiato con gli universitari, sono andato da Giussani e gli ho detto: “Gius, fai una delle tue lezioni sulla decisione”. “Perché mi dici così?”, mi risponde lui. «Perché gli universitari sono sul pero, non si decidono mai a prendere sul serio la storia che hanno sottomano». E lui mi disse: “Vedi Fabio, nel 1941-42 io ero in seminario, c’era la guerra, e ho preso la tubercolosi, mi hanno mandato a casa. Per sei mesi sono vissuto chiuso nella stanzetta di casa mia, non avevo più la forza di decidere niente, potevo soltanto offrire la mia impotenza, cosa che ho fatto per sei mesi. Vedevo mia mamma entrare dalla porta nella stanza, la vedevo piccolina così, distante da me, con in mano la ciotola del brodo, che era l’unica medicina che c’era al tempo della guerra”. Fine. Io ricordo lucidamente che mi sono detto: “Bene, non vuole fare la lezione sulla decisione; il movimento è suo, s’arrangi”. Poi qualche mese dopo ritornando sulla questione mi sono sorpreso a stupirmi di come il Signore da un uomo impotente abbia tirato fuori un movimento di decisionisti. In altre parole, Dio fa quello che vuole.
Vede, ogni prete all’inizio del cammino sacerdotale sceglie una frase. La mia è tratta da Efesini 1, 6: In laudem gloriae gratiae eius (a lode della gloria della sua grazia). Dio ha fatto tutto questo a lode della sua gloria. È questo che dobbiamo gridare a tutti. 
Ha citato l’Università. Da allora lei continua tutt’oggi a seguire le comunità di universitari. Riesce a fare un confronto tra i giovani degli anni ’70-'80 e quelli di oggi? Cosa è cambiato?Penso sia Il fattore ideologico. Allora si era vissuto il ’68, e questo voleva dire un entusiasmo, una progettualità, un’apertura, uno sguardo positivo sul futuro, una lotta per questo. Oggi mi sembra che tutto questo si stia riducendo a un sentimento.
Che la fase storica sia molto diversa non c’è dubbio, ma oggi si sente molto questa retorica sui tempi che sono cambiati, per giustificare un cambiamento nel modo di comunicare la fede alle persone. Invece stupisce come le cose dette, scritte da don Giussani e da voi ripetute nel tempo rimangano sempre attuali.Questo stupisce anche me. È proprio vero. Piuttosto, l’unica cosa a cui si deve stare veramente attenti è a non perdere noi l’entusiasmo della proposta che facciamo.
Il cardinale Giacomo Biffi diceva che noi dobbiamo preoccuparci di credere, non di essere credibili.È sempre stato acuto Biffi, guardava bene aldilà delle apparenze. Questa esigenza di essere credibili ha travolto la vita della Chiesa. Anche se la cosa è giusta in sé e per sé, non bisogna farla diventare il dio del metodo cristiano. Altrimenti Dio Padre sarebbe ridotto a portatore dei valori umani.
In chi la conosce, una delle cose che ha sempre colpito è la capacità di presentare autori della letteratura anche molto diversi fra loro - da Dostojevski a Eliot, da Milosz a Peguy, da Dante a Manzoni – in un modo affascinante, facendo sentire questi autori come nostri contemporanei. E la cosa stupisce ancora di più perché lei ha una formazione scolastica tecnica, non umanistica. Qual è il segreto di questo fascino?È l’educazione ricevuta da don Giussani. Bastava seguire il metodo che Giussani dettava. È lui che ha sempre voluto che si affrontassero questi autori, facendo il paragone tra la nostra vita e la loro proposta. 
All’inizio degli anni ’90 don Giussani chiese che la rivista del movimento, Litterae Communionis, dedicasse una serie di articoli ai paesi islamici. Eravamo ben lontani dagli anni della rinascita islamica, del fondamentalismo e degli attentati terroristici. Eppure don Giussani suggeriva che quello sarebbe stato il tema del futuro. Cosa vedeva lui nell’islam?Questa è la forza profetica di don Giussani, che è sempre stata rilevante. Glielo ha riconosciuto perfino Bertinotti. L’islam aveva una presa popolare formidabile, entrava dentro in merito ai problemi umani determinando l’atteggiamento della gente. Comunque la sua idea era: chissà che Dio non voglia che l’islam si converta attraverso questa ultima prova a cui è sottoposta la Chiesa. Certo, non aveva alcun sentimento d’inferiorità. 
Se lei oggi dovesse scrivere il suo testamento spirituale, rivolgersi a tutti quelli che l’hanno seguita, ai suoi amici: cosa le preme di più comunicare?Paradossalmente direi la stessa cosa che disse un famoso giudice milanese dimettendosi: resistere, resistere, occorre resistere. Era anche l’insegnamento di mio padre che era un vecchio socialista, come struttura di pensiero non politicamente. Diceva: l’uomo vero è quello che lavora, quello che si impegna, mica come i preti che non fanno niente tutto il giorno (sorride). E questo era mio padre che era un grand’uomo.
Resistere. Cosa vuol dire?Essere fedeli alla storia così come il Signore ce l’ha rivelata, come ce l’ha fatta vivere. Se uno viveva ai tempi di sant’Agostino, l’esperienza cristiana era nel riconoscimento della genialità di Agostino. Oggi viviamo tempi in cui il riconoscimento della genialità di Giussani aspetta ancora di essere realizzato, ed è contraddetto proprio all’interno del movimento. In sé questa resistenza non ha alcun accento di caparbietà. È solo la scoperta che Dio si serve di tutta la storia per manifestarsi. Noi non dobbiamo essere fedeli alle nostre idee ma a ciò che ci è accaduto. 
Riccardo Cascioli