giovedì 12 novembre 2009

UNA PRESENZA IRRIDUCIBILE - A proposito della sentenza della Corte europea sui crocifissi



La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.
Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.
Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.
Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.
I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere - ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.
Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Novembre 2009
Comunione e Liberazione

mercoledì 11 novembre 2009

"Se ciò che ho visto è Dio allora ci posso credere anch'io".



Carissimi amici,

l'altro giorno dicevo ad alcuni amici in Brasile, nel nostro consueto incontro con gli Zerbini, Julian, etc. che l'unica "cosa prevista nella mia vita è l'imprevisto" e questo mi rende come le sentinelle d'Assisi della canzone.

L'origine della drammaticità che, per pura grazia, caratterizza la mia vita consiste proprio in questo durante le 24 ore del giorno che "l'unica cosa prevista è l'imprevisto" che da sempre è il modo con cui mi tiene sveglio. E il luogo dove questo accade ad ogni istante è la realtà. È lei a indicarmi il cammino instante per instante e lascio a voi immaginare come lei mi "organizza" il tempo o come mette la mia libertà in condizione di dire sempre sì.

L'altro giorno a un amico che aveva dei dubbi su Gesù gli dicevo che il problema non era Gesù, ma le riserve che lui aveva sulla realtà. Quando san Paolo dice che la realtà è il corpo di Cristo chiarisce questo problema in modo particolare. Non dice "il corpo di Cristo è la realtà" perchè se fosse così io sarei vittima delle mie immagini di Cristo con tutte le conseguenze che ognuno di noi vede in sè stesso. Mentre se la realtà è il corpo di Cristo, è impossibile ridurre Cristo a una mia immagine perchè la realtà (res latino) è un dato preciso ineludibile. Se parto da Cristo quando la sveglia suona la spengo, se parto da ciò che la sveglia mi richiama sì o sì per saltare fuori dal letto devo gridare "io sono Tu che mi fai".

Nella clinica in ogni ambientec'è una bellissima foto con la frase "la realtà è il corpo di Cristo" e poi ci sono tante piccole foto abbracciate da un grande albero pieno di fiori. Le piccole foto sono di una donna che pulisce il pavimento, di un uomo che chiude la porta accompagnandola e non sbattendola, un water del bagno, una scarpa, un altare con il prete che celebra la messa e un letto ben ordinato.

Uno ci sbatte il naso e, sì o sì, deve decidere: o stare davanti alla realtà con la coscienza che tutto ciò è dentro il Mistero che lo fa o scappare nelle immagini che ha di Cristo che gli permettono di fregarsi di tutto con le conseguenze che possiamo immaginare.

Per questo è stato commovente quando l'agnostico ebreo, Rubin, il giornalista più famoso e intelligente del Paraguay, è venuto a visitare la clinica facendo un ora di servizio televisivo in diretta, alla fine ha detto:

"Se ciò che ho visto è Dio allora ci posso credere anch'io".

Amici, Celeste,la bambina portata qui per essere sepolta non è più nella clinica, è nella casita di Betlemme assieme ai miei bambini. È felice e capricciosa. Guardatela: è proprio Lazzaro, l'amico di Gesù, resuscitato. Dieci dei miei bambini, alcuni vittima di violenze sessuali, hanno fatto la prima confessione. Erano felici.

Più di qualcuno piangeva pensando alla misericordia, all'amore di Gesù.

Con affetto,

Padre Aldo
mailto:padretrento@rieder.net.py

lunedì 9 novembre 2009

Il Sussidiario.net: GIORNALI/ Perché dà così fastidio una Compagnia di opere e di fede? | Pagina 1

Il Sussidiario.net: GIORNALI/ Perché dà così fastidio una Compagnia di opere e di fede? | Pagina 1

Gente che non sta al guinzaglio



In un periodo in cui dominano gossip e scandali, sembra particolarmente arduo anche veder descritta con realismo la vita delle realtà sociali e il loro rapporto con il mondo pubblico. L’Italia è purtroppo ancora vittima dei famigerati cinquant’anni successivi alla sua raggiunta unità, in cui l’ideologia massonica e laicista ha cercato di stravolgere una tradizione italiana dove vigeva una mentalità “sussidiaria” capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e operosa della gente e dei corpi sociali.
Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.
Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.
Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.
Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».
Nell’ottica statalista sopra citata, qualunque forma di organizzazione sociale, qualunque movimento, qualunque realtà organizzata deve essere vista con sospetto. Dovrebbero esistere solo l’individuo e lo Stato, e il rapporto tra i due dovrebbe essere mediato solo da qualche padrone del vapore mediatico e da qualche intellettuale illuminato che, come demiurghi tra la terra e il cielo, indicano ai cittadini, ridotti a burattini, quali sono i comportamenti virtuosi da tenere.

Allo stesso modo è vista come una minaccia l’iniziativa di qualche lungimirante e purtroppo ancora isolata amministrazione che, per evitare che i servizi siano erogati da un welfare state inefficiente, inefficace e costoso, e ispirandosi a interventi tipici della sinistra europea di tipo blairista, cerca di rendere le persone e le realtà sociali protagoniste del welfare; e in quest’ottica, attraverso sistemi di voucher, fa sì che i cittadini scelgano gli erogatori di servizi più capaci di rispondere ai loro bisogni tra quelli accreditati in base alla loro qualità.
Questo sistema, che attua una reale democrazia, evidentemente ridà potere reale ai cittadini e impedisce altresì che i politici di turno possano favorire in modo clientelare alcune realtà a loro più vicine, al di là della loro qualità. Dovrebbe essere, questo, un sistema che trova il plauso di intellettuali, politici e operatori dei media che amano davvero il bene comune.

Invece, contro il parere favorevole del popolo (vedi enorme consenso al cinque per mille: nel 2007 lo hanno devoluto 15.618.714 italiani) c’è chi, ideologico o disonesto, considera troppo pericoloso che esista gente che non sta al guinzaglio e per questo, senza alcuna correttezza e verifica reale dei fatti, diffonde notizie scandalistiche
Giorgio Vittadini - Il Sussiddiario.net

giovedì 5 novembre 2009

CROCIFISSO L'illusione del nulla



05/11/2009

Un crocifisso in aula.La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è talmente assurda e irragionevole da sembrare surreale.
Sulla sua assurdità sono intervenuti in molti, usando una gamma di argomenti che vanno dall’antico e solenne «non possiamo non dirci cristiani» di Benedetto Croce al puro «buon senso vittima del diritto» evocato dal leader del maggiore partito della sinistra italiana.
In quel crocifisso c’è la nostra storia e la nostra cultura. Basterebbe questo a rendere contraddittoria l’idea di tirarlo via a forza dalle aule dove si tramandano storia e cultura.
E la contraddizione arriva al paradosso, se si pensa che è proprio da quella tradizione cristiana che è nata l’idea stessa di “laico”. Prima di Cristo, la laicità non esisteva. Cesare e Dio erano la stessa cosa. E fuori dal cristianesimo, in grandissima parte, continuano ad esserlo, con tutte le storture e le violenze che questo porta nella storia.
Contraddittorio, quindi. Ma anche irragionevole. Perché il crocifisso non è "solo" cultura. È segno del Mistero. Ha a che fare con il senso della vita e con il dramma del dolore. Offre a tutti un'ipotesi che va oltre il nulla in cui tutto andrebbe a finire. Estirparlo dalle aule scolastiche, eliminare questa dimensione e questa ipotesi vuol dire – questo sì – soffocare l’idea stessa di educazione. A meno che non si pensi all'educazione come a qualcosa che non c'entra con il nostro cuore, con le sue esigenze ed evidenze, con il desiderio di infinito che rende uomo un uomo. A meno che non si riduca ai minimi termini la sua ragione.
Per questo il crocifisso è un fatto che riguarda tutti. È un segno religioso, chiaro. Ma di una fede che abbraccia, non esclude. Che si offre alla libertà dell’uomo e la sollecita. Di ogni uomo, qualsiasi tradizione abbia.
«Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino», scriveva vent’anni fa un'autrice di padre ebreo e cultura di sinistra come Natalia Ginzburg, in un articolo sull’Unità che varrebbe la pena di rileggere per intero, e magari spedire a Strasburgo.
Perché c’è un altro dato che colpisce di questa vicenda. La sentenza arriva nello stesso giorno in cui, di fatto, nasce la nuova Unione europea, con l’ultima firma sotto il Trattato di Lisbona. Coincidenza, certo: la Corte non è emanazione diretta dell'Unione. Ma coincidenza infelice. Su queste basi, l'Europa non può fare molta strada.
C’è qualcosa di insano – e non da oggi – in questa tensione della cultura occidentale a recidere le sue radici, a tagliare i ponti con ciò che l'ha generata e ne sostiene, tuttora, il tessuto sociale e civile. È l’utopia di poter vivere i valori che fondano la nostra società – la libertà, l'uguaglianza, la democrazia, la stessa educazione – svuotandoli dalla loro origine viva e reale, da ciò che li ha generati: il cristianesimo. Anzi, Cristo.
Questo, in fondo, è il nichilismo. Al posto di Dio, il nulla. Pensare che su questo nulla si possano costruire dei rapporti umani, una società, un’intera civiltà, è un'illusione. E non c'è illusione di cui la realtà, prima o poi, non presenti il conto.

OLTRE LA POVERTA'



Tracce N.10, Ottobre 2009
EDITORIALE
Al di là del cerchio
C'è un avvenimento imponente che da qualche anno segna il mese di novembre. In Italia ma, ormai, non solo, visto che un po’ alla volta sta diventando globale, con ricadute in Europa e Sudamerica. È la Colletta, la giornata organizzata dal Banco Alimentare (quest’anno cade il 28) per raccogliere da chi fa la spesa cibo da donare ai poveri. È il momento culminante di un lavoro che dura tutto l’anno, visto che il Banco assiste costantemente ottomila enti e associazioni (primi fra tutti, i Banchi di Solidarietà). Nel 2008 ha mobilitato più di centomila volontari, stavolta è probabile che si vada oltre. Un gesto di popolo, insomma. Che però, per paradosso, si porta dentro un rischio. Non è tanto - o non solo - l’abitudine, la possibilità di dare per scontato che accada una cosa del genere (ormai è l’edizione numero dodici). È qualcosa d’altro, di più sottile. Qualcosa che, stranamente, si annida nella semplicità stessa del gesto.
In fondo, la Colletta è come un cerchio che, una volta tanto, si chiude a perfezione. C’è chi fatica ad arrivare a fine mese e spesso non ha i soldi per mangiare. C’è chi raccoglie sul mercato cibo che altrimenti andrebbe buttato (il Banco Alimentare, appunto). E c’è chi lo fa avere ai poveri (i Banchi di Solidarietà e le altre associazioni). Una grande idea, un’applicazione intelligente e una macchina organizzativa che funziona. Bellissimo.
Eppure, da fuori, ci si potrebbe fermare lì, al bel gesto. Grande. Commovente. Capace di approdare sui giornali. Ma destinato a svanire qualche giorno dopo, nella mente di chi non è implicato direttamente nel Banco, nei Banchi o nel ruolo di chi quei pacchi li riceve.

E invece no. In quel sabato di fine novembre - e in ciò che porta a galla - c’è molto di più. C’è tutto. Perché basta grattare via la patina degli stereotipi sulla crisi e i “nuovi poveri” per trovare quello che un recente rapporto della Fondazione Sussidiarietà afferma con numeri e cifre e che lo stesso Benedetto XVI ha fissato in un passo della Caritas in veritate: «Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese quelle materiali, nascono dall’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà di amare». Si è poveri perché soli. Tante volte, prima di essere una questione di disoccupazione, di soldi, persino di fame, la povertà è solitudine. Bisogno di un rapporto, quindi, altro che sussidi. Conta quanto il cibo. Anzi, più del cibo. Perché non è un rapporto qualsiasi che manca, al povero come a tutti: è “il” rapporto, il legame con il significato. Con ciò che dà senso e dignità a tutto. Con il Mistero. Non a caso, quella pagina del Papa prosegue così: «Le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio, da un’originaria tragica chiusura in se medesimo dell’uomo, che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero, uno “straniero” in un universo costituitosi per caso. L’uomo è alienato quando è solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a credere in un Fondamento».
Il cuore della Colletta, e del lavoro che si porta appresso tutto l’anno, è proprio questo. All’origine di quel cerchio semplice e perfetto, tracciato dal Banco, dai Banchi e da molte altre opere - ma si potrebbe dire, da ogni forma di vera carità -, c’è qualcosa che sta oltre. Un fattore che pesa molto di più del pacco di viveri portati a chi ha bisogno. C’è «il Fondamento», per usare l’espressione del Papa: Cristo. E arrivare fin lì, a riconoscerLo, è ciò che inizia a scardinare davvero la solitudine. Di chi riceve, ma anche di chi dà.
Lo testimoniano molte delle storie che troverete raccontate in questo Tracce. Ma è una possibilità per tutti. Magari a cominciare da quel sabato di fine mese, in cui si può entrare al supermercato per “fare del bene” e si può uscirne - o legarsi - avendo fatto un passo in più nella conoscenza della realtà. Di sé. E di ciò che serve a tutti per vivere.

mercoledì 28 ottobre 2009

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón /

Milano, 21 ottobre 2009

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Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón
Milano, 21 ottobre 2009
Testo di riferimento: J. Carrón, «Esperienza: lo strumento per un cammino umano», Assemblea
Internazionale Responsabili di Comunione e Liberazione, La Thuile, agosto 2009, suppl. a Tracce,
n. 8, settembre 2009, pp. 8-21.
• Canto “Le stoppie aride”
• Canto “Il mio volto”
Per far fruttare al meglio il tempo di questo gesto vi chiedo di fare interventi brevi, sintetici. Tante volte, moltiplicando i dettagli, non si capisce che cosa esattamente vogliamo dire; inoltre vi invito a non finire il vostro intervento senza un giudizio: per aiutarci tutti a stare sull’esperienza. Anche don Giussani, in Qui e ora, a un certo momento dice che è meglio se gli interventi li portiamo scritti,
perché aiuta tutti a una sobrietà e chiarezza nell’intervenire (cosa che poche persone sanno fare a braccio). Questo è un sacrificio che dobbiamo fare per aiutarci.

Ho accompagnato don Giorgio Pontiggia in questi ultimi giorni; da sabato mattina fino a lunedì quando è morto era senza conoscenza, peggio che nello stato di Eluana perché non reagiva neanche al dolore. Faccio il paragone con Eluana, perché quando è venuto fuori il tuo giudizio su quel caso ero d’accordo con te, addirittura ero ideologicamente d’accordo perché mi davano fastidio certi atteggiamenti pro-life; e pensavo di aver fatto esperienza. Ma quando mi sono visto davanti don Giorgio in quello stato, la tentazione forte era di pensare che fosse finito, che non fosse
più una persona. Ho detto: «Speriamo che muoia in fretta, perché non c’è più». Quindi mi sono accorto che il mio giudizio era quello del papà di Eluana! Ma questa volta, a differenza che con Eluana, questo è uno dei più grandi amici della mia vita e quindi non ho potuto fermarmi a quel giudizio, ho dovuto fare tutto il percorso fino all’esperienza elementare e chiedermi se questo era veramente un essere finito o non era il mio amico don Giorgio. E lì ho fatto veramente l’esperienza
di percepire che l’uomo è mistero che vive, qualunque sia il suo stato: proprio ciò che hai detto in quel volantino. Ora, il giudizio che do è: io non avevo fatto esperienza, avendo pensato di averla fatta. Tu ci avevi detto: «Il volantino nasce dal mio disagio». Ma io nel tuo disagio non mi ero immedesimato. Allora il giudizio che do è che spesso noi pensiamo di fare esperienza, ma non la facciamo. E non siamo neanche onesti nel dirlo.


Tante volte c’è una distanza tra quello in cui ci imbattiamo e noi. Perché l’esperienza – dice don Giussani – è così decisiva? Perché la realtà si fa trasparente nell’esperienza, perciò se noi teniamo quella distanza, in fondo non si svela la realtà davanti ai nostri occhi, e perciò possiamo dire delle cose pur giuste, ma non capiamo il giudizio ultimo, il valore del giudizio ultimo. Tanti hanno
sentito quel volantino, in fondo, come non necessario, perché hanno immaginato di poter stare davanti a quel fatto senza aver bisogno di quella Presenza. Se uno non entra nell’esperienza, pensa di capire, ma riduce. Per questo all’Assemblea Internazionale Responsabili dicevo che «non ci basta sapere che cosa è il matrimonio perché stia in piedi, non ci basta sapere che cosa è il lavoro perché
non diventi una tomba». Se uno vive l’esperienza si rende conto che questo non gli basta. E noi tante volte usiamo la parola esperienza, ma in fondo non è esperienza.


Anch’io volevo tentare un giudizio con il tuo aiuto. Di fronte alla salma di don Giorgio alla camera ardente, ieri è emerso in tutta la sua potenza il problema della vita. Stando di fronte a un morto, a maggior ragione se gli vuoi bene, l’evidenza è: è impossibile che sia don Giorgio, non è solo questo don Giorgio. Allora sono andata a rileggere che cosa dice il Gius sulla morte. Quando un uomo si osserva – dice nel quarto capitolo de Il senso religioso –, coglie in sé una duplice realtà, la realtà
materiale (che lui definisce come «misurabile e divisibile») e quella realtà che non è il corpo. E
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sulla morte poi fa proprio un corollario e dice: «Il fenomeno morte – così come emerge all’esperienza – è spesso associato nella Bibbia a un’espressione di grande efficacia: corruzione.
[...] Se però in me c’è una realtà che non è divisibile, misurabile o essenzialmente mutabile, a essa l’idea di morte, così come l’esperienza me la mostra, non è applicabile». Ed effettivamente è vero, perché davanti al don Giorgio ho capito perfettamente che è così. «Occorre avere il coraggio di non temere questa logica. La realtà intera dell’io come appare dall’esperienza non è riconducibile
nteramente al fenomeno della corruzione; l’io non esaurisce la sua consistenza in ciò che di lui si vede e constata morire. C’è nell’io qualcosa di non-mortale, di immortale! Parlo di coraggio, perché è rilevabile nell’uomo una debolezza grande per cui gli occorrerà un sostegno che lo conforti nella paura endemica che lo colpisce, in quanto l’immagine totale della sua vita è tentata di giocarsi nel suo aspetto visibile e materialmente sperimentabile». Che è il giudizio umano con
cui oggi è iniziata la liturgia: di fronte alla morte dice che non c’è rimedio. Allora, in un momento di prova quella cosa che tu dici agli Esercizi della Fraternità sul fiore della speranza è, credo, la posizione che bisogna avere presente: resurrectio Domini spes nostra è il punto di sintesi del
percorso che un uomo fa, che un cristiano fa, che noi facciamo, che la nostra esperienza e che il Gius ci ha portato a fare nella vita, anche di fronte alla morte. La cosa interessante è il passaggio che fai tu dopo.


Qual è il passaggio che io faccio?

«È soltanto perché Cristo è risorto, perché c’è, che adesso possiamo guardare in faccia la grande domanda». Questo è il punto.

Io vorrei fare il paragone tra quello che hai detto e quello che mi scrive uno, nei contributi che sono arrivati per stasera: «Tu hai detto che l’esperienza non è reagire alla realtà, ma giudicarla, che il metodo che ci insegna il movimento è dunque una tensione a giudicare tutto; ma il tentativo di giudicare ogni cosa che accadeva è stato come uno sforzo che si è rivelato nel tempo una cosa
strana, una fatica. Come facciamo dunque a educarci a un metodo senza che questo diventi uno sforzo volontaristico?». Io domando davanti a quello che hai raccontato tu: fare questo lavoro è stato uno sforzo volontaristico? È stato qualcosa di appiccicato? È stato qualcosa di estraneo alla tua esperienza? O ti veniva dall’intimo? Non è stato uno sforzo, ma una liberazione arrivare fin lì!
Dobbiamo smetterla di dire delle cose che non corrispondono all’esperienza, perché l’esperienza èquello che hai raccontato: che uno, davanti a un amico morto, non può evitare di andare a trovare una risposta, altrimenti vuol dire che se ne infischia di quel che succede all’amico; e se ne infischia di sé e della domanda di senso che ha. Se l’esperienza non è questo, a me dell’esperienza non interessa nulla. Ma se l’esperienza è questo, fa parte del percorso umano che desta in me un fatto
come quello che abbiamo vissuto oggi: uno non si può fermare, fino a giudicare se quella salma è tutto o non è tutto. La fatica è non giudicare; il problema è come uno riesce a stare con tutto il suo umano davanti a una cosa così senza giudicarla. Tanto è vero che quando la gente è disperata perché non riesce a stare davanti alla morte fa molta più fatica. Ma noi non ci rendiamo conto di cosa ci è capitato nella vita. La fatica è il contrario: dover stare davanti a una cosa così senza possederne il senso, che è quel che ti fa vedere tutta la contraddizione, tutto lo scontro con l’esigenza umana di significato che hai. Questa è la fatica, non quello che noi chiamiamo fatica.


Di recente sono avvenuti fatti molto drammatici, di fronte ai quali sono rimasta sbalordita per quello che si è mosso: la certezza e il cambiamento dei miei amici più coinvolti, le domande nate in persone non del movimento e il dialogo che ne è seguito. Mi sono dovuta chiedere: «Ma chi sei Tu che stai facendo tutto questo?». E questa domanda è giunta fino all’ultima implicazione: «Ma chi sei Tu che stai facendo me adesso?». E così ho sorpreso come un’evidenza quello che tu ci dicevi e
che io avevo sentito invece come una cosa lontana dalla vita quotidiana. E questo ha
immediatamente cambiato il mio modo di comportarmi con le persone. Però – e qui c’è la riduzione – mi sono accorta che nel lavoro ero bloccata esattamente come prima. Quindi ho detto: «Ma se non cambia anche qui, allora quella che tu hai chiamato esperienza non è un’esperienza». Mi sono accorta che avevo un’immagine del mio cambiamento come se avessi dovuto far qualcosa di
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diverso, oppure essere più intelligente nel lavoro; e invece quello che è successo è un’altra cosa, cioè che io sono come stata smascherata perché quel che ho visto (quella possibilità di un’umanità più grande, più ricca) mi ha costretto a rendermi conto che sono fatta per qualcosa di più grande.

Tu da tutto questo che cosa hai imparato? Il giudizio!
Il giudizio è che mi sono accorta che pur avendo fatto un’esperienza – perché quell’implicazione che per me è stata un’evidenza è un’esperienza –, il giorno dopo stavo già riducendo tutto a un’immagine di quello che questo avrebbe dovuto cambiare.

Racconto anch’io di don Giorgio, perché a me è capitato questo: l’ho seguito nell’agonia, anche dopo il decesso sono stato molto davanti a lui. Ed è capitato questo: a un certo punto, non avevo più niente da dire, mi sono addirittura stufato – come tu dici alla Giornata d’inizio anno – di stargli di fronte, e ho provato un dolore pazzesco: «Questo è mio padre, non ho più niente da dire?». Mi
sono accorto che in realtà in quel momento lì io lo stavo tradendo, stavo tradendo quello che lui è stato per me per tutta la vita, perché lui mi ha sempre rimandato a Cristo. In quel momento io ero di fronte a don Giorgio dimenticando Chi fa don Giorgio e Chi fa me in questo momento. Non ero di fronte a Cristo e quindi non lo stavo seguendo.

E tu da cosa lo sapevi? Da che cosa sapevi che tu stavi tradendo? L’hai detto!
Perché mi stufavo, perché non mi bastava.
Non è che non abbiamo riscontri nell’esperienza: era stufo! Abbiamo riscontri nell’esperienza quando smettiamo di fare delle astrazioni e parliamo dell’esperienza; sorgono tutti i segni che ci aiutano a fare la strada, perché non è che se io, a un certo momento, mi stacco dal reale e vado alla mia immagine, non succede niente: mi stufo, mi stufo! Dobbiamo essere leali così con l’esperienza,
perché poi ci arrabbiamo con non so che cosa, ma lì le spie incominciano ad accendersi. Uno si può arrabbiare, un altro può essere grato perché è l’indicazione della strada da fare.


Posso dire che cosa ho imparato? Lì ho capito cosa vuol dire che noi confondiamo l’intenzione di seguire con il seguire realmente. Mi sembra di capire che la differenza sta tutta nel fatto che l’intenzione di seguire è che io seguo una mia immagine, il seguire realmente è che seguo una presenza che è lì.

E tu come capisci la differenza? Stufandoti. Non è che tu adesso devi fare un’analisi (creando addirittura un altro problema aggiunto), no, è che tu, appena sbagli, hai un segno dello sbaglio.
Questo è un aiuto per vivere o è una difficoltà, un altro ostacolo?

È un aiuto.
Tu parli del giudizio come contraccolpo dell’essere. Volevo raccontare un fatto per vedere se ho capito. Sabato scorso mi ha raggiunta in classe la notizia che era morto il nonno di una mia alunna – che tra l’altro gli fa da padre, quindi è un rapporto molto particolare – ed è stato un dramma, come si può immaginare. Subito i ragazzi mi hanno chiesto: «Prof, dov’è il positivo di cui lei ci parla, dove sta la speranza di cui lei ci parla?». E non mi mancavano ragioni o testimonianze
(perché è vero, ci sono tante testimonianze e tante ragioni che uno può dare di fronte a questi fatti), ma poi a un certo punto una mia alunna mi ha chiesto: «Alla fine delle lezioni ci vediamo per pregare?». E alla fine delle lezioni si sono riuniti trentacinque ragazzi, non quelli soliti che vengono con me, anche ragazzi dichiaratamente atei o dichiaratamente ostili alla proposta.

E perché secondo te?

Quando li ho visti tutti là ho detto: «Dov’è il positivo?». Questi ragazzi erano mossi – sono stati fatti e quindi prima della mancanza c’è una presenza – perché qualcuno li ha voluti e perché tutto il loro dolore e tutta la loro confusione, tutto il mio dolore e tutta la mia confusione, non hanno tolto quella Presenza. Il segno di questo, cioè il contraccolpo dell’essere, è stato che io sono uscita
dalla scuola contenta.

Ma immagina dei ragazzi che non c’entrano niente con la fede, i quali davanti a una cosa così pregano, cioè che subito vedono l’implicazione ultima del Mistero in quello che vivono.
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Aggiungono qualcosa di appiccicato? O è qualcosa che sorge dall’esperienza che fanno il mettersi davanti a qualcosa di più grande?


È sorto dall’esperienza.

Questi hanno fatto uno sforzo volontaristico? Facciamo costantemente il paragone con quello che sorprendiamo negli altri: vediamo un modo di vivere, anche da quelli da cui non ce lo aspetteremmo, che arriva fin lì, fino all’implicazione ultima. Grazie.

Mi è capitata questa cosa. A fine luglio faccio un test di gravidanza e il risultato era positivo, e abbiamo festeggiato, a me non è mai capitato di essere così contenta.
Ma il tuo giudizio è stato uno sforzo volontaristico?
No. Ho letto il test.
Vedete? Per il tuo desiderio il test è stato un peso o una liberazione?
Una liberazione.
Uno sforzo?
Nessuno sforzo.
Questo si chiama giudicare o no?
Assolutamente sì. Poi dopo passano i giorni e capisco che non va proprio come pensavo io; devo essere sincerissima, la preoccupazione e l’ansia si sono fatte avanti, eccome. L’ecografia segnala enormi problemi e il medico mi convoca in ospedale, dove trovo tre estranee. Gelo totale. Però anche nel gelo capivo che la circostanza mi era data: a un certo punto, hai come il desiderio di usarla, che diventi tua l’esperienza, quindi che tu ci penetri nel profondo. A me ha colpito perché dall’estraneità che c’era all’inizio lì dentro è come sgorgata piano piano la familiarità di tratti che andavano ben oltre quelle tre persone lì; per cui, quando sono uscita, non ho potuto – veramente, lo dico proprio nella drammaticità di quel momento lì – non dire questo: «A me corrisponde molto di più, perché è una presenza inesorabile che è dentro nel rapporto con mio figlio». Il rapporto con
mio figlio non può essere il prodotto degli antecedenti biologici che mi spiegano: «È meglio, la natura ha già interrotto quello che…». No, è questa presenza inesorabile che determina in ultimo il rapporto con mio figlio e mi fa dire: «Questo mi corrisponde e quando sono a casa da sola Tu sei come me».

È successo un fatto: mia figlia la sera del suo onomastico si è arrabbiata perché mi ero attardata in una faccenda familiare un po’ complicata, ed è andata a letto piangendo. Io, scossa, sono partita per recuperare la situazione e sono stata con lei cinque minuti in silenzio. Mentre ero lì, però, è emersa da dentro di me un’esigenza molto più profonda del recuperare una situazione: desideravo
essere totalmente presente a me e a lei come se lì si giocasse tutta la vita, che non può essere solo un susseguirsi di provocazioni a cui rispondere e basta. Questo ha reso il mio abbraccio più pieno e corrispondente a me e a lei. Tutto ciò mi ha mosso ad approfondire quello che tu con insistenza ci stai dicendo, e ho riletto più volte la Giornata d’inizio anno con il desiderio di scorgere nelle parole il loro contenuto. È impressionante che mi soffermavo su tanti passaggi che prima non
avevo colto. Di questo fatto mi colpisce la dinamica: entrando in un particolare, ti accorgi di una crepa nel cuore che ti spinge ad andare più al fondo, ma questa crepa nasce e si alimenta da un fatto eccezionale, come la scorsa Scuola di comunità, da cui sono uscita totalmente ribaltata (perché ho percepito una cosa immensamente più grande rispetto a ciò che potevo aver capito, e questo è segno inconfondibile del Mistero). Non sono tornata a casa come prima, ma arricchita dal desiderio di scoprire di che cosa si trattava, verificandolo nei giorni successivi. Mi sono accorta di essere cambiata, per due ragioni. Primo: tempo fa un fatto così o passava inosservato oppure veniva registrato da me, ma rimaneva come sospeso, perché lo giudicavo una particolare sensibilità o un momento di espansività sentimentale; adesso quel fatto accaduto è stato l’emergere del cuore, e quindi il cammino esaltante alla riscoperta dell’io. Il secondo motivo per cui mi sono
accorta di un cambiamento è stato che comincio a scorgere di più il Mistero e la Sua compagnia attraverso quella crepa del cuore che Lui provoca e approfondisce attraverso fatti eccezionali come
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l’essere qui alla Scuola di comunità. Desidero anch’io sinceramente rimettermi a imparare ciò che penso di aver già capito e che quindi ho già chiuso, perché del già saputo non me ne faccio niente per vivere.
«Un cammino esaltante che mi fa scorgere sempre di più il Mistero».
Il mese scorso hanno ricoverato mio figlio in ospedale per fare degli accertamenti relativi alla sua malattia. Sono entrata in ospedale e ho guardato a quella settimana che avevo davanti come un’occasione perché potessi verificare la mia fede, con il desiderio di vedere come in quei giorni il Mistero mi sarebbe venuto incontro e con il desiderio di fare esperienza del mio rapporto con Lui.
Ho pregato ogni giorno la Madonna e don Giussani, e sono stata davanti a quello che succedeva con tutta me stessa, con il mio dolore, con tutti i miei desideri e le mie domande senza perdermi nulla e chiedendo a Cristo di farmi vedere che Lui vince su tutto. E inaspettatamente è stato per me possibile guardare e amare tutto: mio figlio che faceva gli esami, la carne sofferente dei bambini
che stavano con noi e il dolore delle loro madri. È successo quasi un paradosso: ho fatto tanta fatica, la diagnosi che ci è stata fatta è stata peggiore di quello che ci aspettassimo, ho visto ogni giorno il dolore innocente, eppure ho vissuto una pienezza e una felicità inimmaginabili e questo perché ho chiesto in modo radicale il rapporto con Cristo, in ogni cosa che facevo. Mi sono accorta
che più della faccia di mio figlio e delle persone che amo, più della loro e della mia salute io desidero Cristo e che solo nel rapporto con Lui è possibile tutta quella soddisfazione affettiva che cerco; e per me ammettere questo è sempre un atto di grande coraggio. Posso dire di aver fatto esperienza perché sono ancora più certa che solo Cristo riempie il cuore, nient’altro, nessun affetto umano e nessuna salute, e che tutto può essere amato solo se è segno di Lui. Tornata a casa, è
cambiato tutto, la realtà era trasfigurata: è cambiato il rapporto con mio marito, con l’altro mio figlio e con chi incontravo.
Grazie.
Ti racconto un fatto e do un giudizio che credo c’entri con la vicenda dell’esperienza. Il fatto è questo: sabato abbiamo organizzato – io e alcuni amici – una serata a cui avevamo invitato don Vergani e i suoi amici preti spagnoli a venire a fare una chiacchierata con noi. Alle sette e mezza mi chiama e mi dice: «Don Giorgio si è aggravato ulteriormente, non riesco a venire». Io ho avuto
un po’ un contraccolpo, perché c’era tutta l’attesa ovvia di questo incontro. Forse per l’insoddisfazione, non mi è bastato fermarmi lì, e immediatamente è stato il riconoscere la modalitàcon cui il Mistero in quel momento stava entrando. Che Dio stesse prendendo in quelle ore lì uno di noi per me era l’evidenza della sua Presenza. Perciò mi è sembrato che la maniera più adeguata, per me, di stare davanti al Mistero...
...Cioè alla malattia e all’agonia di don Giorgio...
...fosse dire una preghiera: «Diciamo un Rosario insieme». Mi ha colpito – e qui è anche un giudizio che ti chiedo – perché da sabato a oggi ho avuto due riscontri completamente diversi e mi ha impressionato: i nostri dicevano in gran maggioranza che la serata era andata male, e gli “invitati” (tra cui persone con tanti pregiudizi verso il movimento) erano contentissimi. Mi è venuta in mente la tua battuta che con gli stessi ingredienti si fan due minestre diverse... Il giudizio
che do è duplice: decisivo non è quello che succede ma quanto io sono leale con ciò che desidero; e non bisogna lasciare che l’immagine – anche giusta – che ho prevalga su ciò che accade.

Vedete? La stessa identica realtà vissuta in due modi assolutamente diversi. I nostri, avendo un’immagine di come sarebbe dovuta essere la serata, hanno perso il reale; gli altri, siccome non avevano nessuna immagine perché era la prima volta che andavano, sono rimasti colpiti. Forse ci conviene imparare quello che pensiamo di sapere...

Oggi accompagnando don Giorgio durante il corteo mi venivano ondate di commozione con le immagini di lui in tutti questi anni. Questa cosa mi colpiva perché mi confermava quello che avevi detto alla Giornata d’inizio anno: che il giudizio è veramente una cosa bella e appassionante,
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perché ha a che fare con la commozione. È la possibilità di dire grazie a Gesù. Noi spesso, ho l’impressione, confondiamo l’affezione con il sentimentalismo. Questo ci nega la possibilità di fare un’esperienza.

Perché? Qual è la differenza secondo te tra l’affezione e il sentimentalismo?

L’affezione è un’esperienza che ti fa tornare indietro come il samaritano a dire grazie a Gesù. Non ci può essere giudizio senza questa esperienza; se non vibriamo fino in fondo, non possiamo dare un giudizio. Il sentimentalismo, invece, è un’impressione personale che non si scontra con un fatto, con qualcosa che ti è accaduto che ti commuove profondamente.

L’affezione che cosa è? L’affezione in un uomo non può essere mai staccata, proprio per l’unità dell’io, dalla ragione. Il sentimentalismo è la riduzione al mero sentimento. Cosa diceva don Giussani del giudizio? È l’amore. Che cos’è l’amore? Un giudizio che trascina con sé tutta l’affezione, che non ha niente a che vedere con il sentimentalismo (che è soltanto la riduzione a riverbero sentimentale ed emotivo di qualcosa). Ma per ridurre l’affezione a sentimentalismo occorre lasciar fuori la ragione. Ragione e affezione sono due aspetti dello stesso contraccolpo, ma
se noi li stacchiamo, allora rimaniamo soltanto nel puro riverbero sentimentale, e ci perdiamo il meglio, perché senza giudizio non può esserci vera affezione. Il problema è – come dicevamo prima – che davanti alla morte di un amico uno non può evitare che sia tutta l’affezione a chiedere un giudizio: finisce tutto nel niente? Non puoi staccare l’affezione dal giudizio, quanto più gli vuoi bene, quanto più sei attaccato, tanto meno puoi fare a meno (scusate la ridondanza) di questa ragione.

Tu, a un certo punto, dici verso la fine della Giornata d’inizio anno che il nocciolo della questione è Gesù, cioè che bisogna passare oltre l’insieme delle facce a cui siamo affezionati per capire che la questione è Gesù. Questa è una domanda proprio aperta per me, perché io tendo molto a bloccarmi sulle persone a cui voglio bene. È vera questa cosa ed è verissima se siamo leali con i nostri amici. Cioè: se uno ci ha giocato tutta la sua affezione, se quegli amici sono davvero tutto
ciò per cui daresti la vita, allora ci sto che il nocciolo della questione è Gesù, altrimenti è un puro nome anche questo.

No. Tu devi partire, al di là di tutto, da questo fatto: il nostro essere qui adesso lo puoi spiegare soltanto a partire dalle facce che vedi qui? Perché il problema è che noi diamo per scontato tutto, ma tutto! Se incominci a dare per scontato tutto... Dimmi se trovi una ragione – una ragione, una! –
per dare spiegazione della nostra presenza qui oggi, se non è quella. Per aiutarti a capire: tu perché sei qui? Tu pensa a che percorso hai dovuto fare, che cosa ti è dovuto succedere nella vita per essere qui questa sera. Adesso incomincia a guardare ciascuno che è qui cercando di immedesimarti con la storia che lo ha portato a esser qui. Allora, se ti fermi solo a queste facce, tu dai ragione di quello
che stiamo vivendo? No, non lo fai, come non daresti ragione della presenza tua. Tanto è vero che hai dovuto parlare di colui che ti ha introdotto alla fede. Allora, se noi non facciamo questo – ci avverte don Giussani –, queste facce nel tempo scompariranno e noi ci ritroveremo stufi. Riesco a spiegarmi? Perché ciascuno di noi è qui questa sera? Noi non lo capiamo, noi lo appiccichiamo.
Diciamo: «Gesù», e quasi nessuno ha fatto o fa di solito questo percorso. Fra di noi siamo amici, ma se ciascuno pensa alla propria storia per dare ragione adeguata della sua presenza, allora non ci arrestiamo all’apparenza.


Io volevo dire di un cambiamento che mi sono accorta che è successo quest’anno in me, soprattutto a scuola. Mentre prima mi arrabbiavo con gli altri colleghi («Ma come fa a non capire!»), adesso, dopo che sono stata un po’ su queste pagine – soprattutto quel passo de Il rischio educativo:
«Infatti lo stesso gesto con cui Dio si rende presente all’uomo nell’avvenimento cristiano esalta anche la capacità conoscitiva della coscienza, adegua l’acume dello sguardo umano alla realtà eccezionale cui lo provoca. Si dice grazie della fede» –, mi sono resa conto che tutto quello che mi è stato dato è un dono; e dunque io non posso pretendere che gli altri ci arrivino. Non solo, ma se non mi piego a quello che l’altro può capire e non metto a disposizione tutta la ricchezza che ho
ricevuto...
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L’unica forma per aiutare gli altri è renderti conto tu. Perché se tu ti rendi conto, li potrai trattare in un altro modo, e allora sorgerà in essi la domanda sul perché li tratti così. Noi diamo al prossimo la teoria invece di fargli fare l’esperienza! Dimenticati un attimo di lui, fai tu il percorso: che cosa è
capitato a te, in che modo è cambiato il modo di guardarlo? Perché allora se si sente guardato così – come anche tu sei stata guardata così, e questo è quello che ti ha fatto affascinare a Cristo –, anche lui incomincerà a fare questo. È un’esperienza, prima che una spiegazione. Il cristianesimo è un avvenimento che o accade adesso o lo sostituiamo con una spiegazione
.

Stavo andando dai miei, e mia mamma mi ha spedito un messaggio intanto che ero in macchina: «Guarda che il don Giorgio è in coma». Non lo avevo più incontrato da dieci anni, e ci eravamo lasciati un po’ male, arrabbiati. Allora io prima sono andato dai miei, ho mollato quello che dovevo mollare, poi ho iniziato a cercarlo per gli ospedali di Milano, ma non l’ho trovato. Poi sono arrivato qua, e c’era un ragazzo che io non conoscevo; gli ho chiesto: «Ma tu sai se don Giorgio è
qui?». E lui: «Sì, sali». Allora sono salito ed è venuta l’infermiera che mi ha detto: «Stai tranquillo, perché anche la settimana scorsa mi ha parlato di te». Allora io sento presente don Giorgio adesso perché mi vede, ahimè, mi vede bene e poi lui con me è sempre stato...
Un padre.
In questi giorni mi son sentito ricreato, perché ho sperimentato quello che dice il don Gius nel capitolo de Il senso religioso citato prima: «Non mutevoli si riscontrano dunque idea, giudizio, decisione».

Uno che percorre tutti gli ospedali di Milano cercando un uomo che sta morendo e con cui è arrabbiato: che cosa vuol dire questo? Che fa tutto questo per arrivare a un giudizio. Infatti tu ti sei tranquillizzato quando l’infermiera ti ha detto il giudizio. Quello che ti ha mosso non è stato qualcosa di appiccicato, ma un’urgenza: io non posso fare a meno di questo. Vero o no? Questa è la questione, altro che qualcosa di faticoso. Don Giussani ci dice che il giudizio non è una fatica, ma
una liberazione. Dobbiamo fare i conti con questo, perché se noi diciamo: «Che fatica!», e lui dice: «Che liberazione!», beh, qualche domanda dovremmo cominciare a porcela, almeno per curiosità... Ma non voglio finire senza leggere una lettera e rispondere. «Caro don Carrón, riesco finalmente a scriverti perché ho trovato la modalità di esprimere quello che da settimane con difficoltà sentivo,
intuitivo. Sono un ragazzo di venticinque anni totalmente innamorato del movimento e di Cristo.
Un innamorato immaturo che il tempo e la grazia faranno fecondare secondo il disegno di Dio, un innamorato fragile che tentenna di fronte alla durezza della realtà, di fronte allo scandalo del limite del male. Proprio per questo sento la necessità che Cristo si riveli quotidianamente, che risolva la mia vita, le mie paure, che superi il mio limite, che risponda alla mia domanda. Domanda che alle volte diventa disperante, è proprio un’urgenza; e con questa fragilità e questa domanda provo a
seguire, a obbedire al movimento e ai segni che Dio mi indica. Ma negli ultimi tempi sentivo la stanchezza del lavoro. Questo famoso giudicare, l’esperienza, la corrispondenza eccetera...
Continuavo a chiedermi: ma perché insiste così tanto su questo punto? Ma perché continua a bacchettarci? Fino alla noia, fino a rendere quasi noioso quel che è l’avventura più entusiasmante, il cristianesimo. E mi dicevo: va bene giudicare, va bene fare esperienza, ma il cristianesimo è un avvenimento, è un fatto eccezionale, bisogna che accada; noi giudichiamo, lavoriamo, ma manca ome lo stupore. Dove è finito l’entusiasmo? La letizia, la bellezza? Dov’è finito il fervore di un
cammino? A me sembra quasi che ci siamo arenati su un punto di cui non riusciamo neanche più a capire il perché. Giussani scrive: “Noi diciamo quel che dovrebbe essere o quello che non va e non si parte dall’affermazione che Cristo ha vinto”. Allora ti chiedo: perché continuo a sentire la fatica, quasi la noia di quel che diciamo? Perché, nonostante l’impegno, la domanda e il giudizio non percepisco Cristo come una presenza quotidiana? Perché più che in cammino sento di essere fermo
in una fase di stallo? Sinteticamente: spesso manca la baldanza del cristianesimo che la figura di Enzo Piccinini ha destato nella mia vita, i nostri incontri appaiono come un discorso, una dialettica piuttosto che la comunicazione di un avvenimento presente; ha il sapore del tentativo nostalgico di
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ricordare, così diverso dal far memoria. Ti prego di aiutarmi a capire perché il tuo sguardo così lieto, lo sguardo di Rose, Vicky, don Eugenio e altri, ancora smentisce o almeno contraddice tutto quello che ho scritto». Non è poco cominciare a rendersi conto di questo. Mi sembra che questa lettera esprima molto bene qual è la difficoltà in cui ci troviamo, perché è come se a ogni passo che facciamo ci dimenticassimo tutto il resto. Ma noi per arrivare a questo «lavoro noioso» di cui scrive il nostro amico, da dove siamo partiti? Siamo partiti da questo lavoro o siamo partiti dall’avvenimento e dallo stupore di una Presenza che la fede riconosce? L’inizio della fede qual è stato se non questa Presenza assolutamente affascinante? E che cosa abbiamo fatto per due anni?
Parlare di questa Presenza, parlare dei testimoni, parlare dei tratti inconfondibili di quella Presenza,dei fatti assolutamente eccezionali. E quale problema è emerso in seguito? Che, dopo poco, tutto questo svaniva. Vi ricordate il passaggio degli Esercizi della Fraternità? Come mai dopo tutta la valanga di testimoni, un istante dopo, tutto svanisce? Ricordate? Non siamo arrivati qua dimenticando quello, siamo partiti da lì e siamo arrivati a constatare come, spesso, tutto questo, un
istante dopo, svanisce. E allora, agli Esercizi della Fraternità che cosa abbiamo detto? Manca l’umano. Se non ci mancano i testimoni, non ci mancano i fatti eccezionali, non ci manca il tratto inconfondibile: se non manca Lui, chi manca in un incontro? Noi, il nostro umano. E per questo don Giussani ha insistito: «Manca l’umano». Manca tutta l’implicazione dell’esperienza fino al giudizio.
Abbiamo proposto agli Esercizi della Fraternità che cosa era l’esperienza e da lì, dal lavoro fatto su questo, è venuta fuori la riduzione che noi facciamo dell’esperienza, e siamo arrivati a questo punto.
Si capisce il percorso? Non è che siamo arrivati qui dimenticando il fascino dell’avvenimento
cristiano: stiamo cercando di non perderlo per la strada un istante dopo! Non confondiamoci. Quando uno mi dice che la vita diventa noiosa è perché lui questo fascino l’ha smarrito già da tempo; perché invece in altri – come il nostro amico dice alla fine della sua lettera – non è andato perso per strada. Quando non si perde per strada? Quando non manca l’umano. E questa è la genialità a cui ci ha introdotto don Giussani: io so che l’avvenimento presente è presente, perché è
in grado di ridestare tutto il mio umano. E come vedete, nell’esperienza che ci siamo raccontati oggi, non è emersa non so che tipo di fatica noiosa. Davanti – per esempio – alla morte di don Giorgio non abbiamo potuto fermarci (come invece facciamo spesso) prima di essere arrivati sin lì, sino all’implicazione ultima dell’esperienza, al Suo volto. Perché uno possa percorrere tutti gli ospedali di Milano, occorre un io, occorre sentire un’urgenza; senza di ciò, noi non è che perdiamo l’urgenza, perdiamo Lui. Per questo ci aiutiamo, non per complicarci la vita, ma per non perdere per strada il meglio di quello che noi diciamo che ci capita. Noi usiamo le parole svuotate del contenuto, svuotate; siamo dei nominalisti, questo fa parte del nostro nichilismo, pensiamo che dicendo la parola “giudizio” ci sia il giudizio, che dicendo la parola “impegno” ci sia l’impegno. Abbiamo invece constatato che non è così. E per questo la difficoltà più grande – abbiamo detto alla Giornata d’inizio anno – sta nel capire di che cosa stiamo parlando, nel capire qual è il problema. Di questa difficoltà abbiamo tantissimi segni; o continuiamo a fare questa strada o, come abbiamo visto, tutti i testimoni e tutta la valanga di fatti eccezionali un istante dopo svaniscono. Ma Lui c’è. E so che c’è, se mi cambia: è, se opera. Io so che giudico perché viene trascinata tutta l’affezione. Come avete potuto constatare, sul sito web del movimento gli appunti di questa Scuola di comunità vengono regolarmente pubblicati (quindi mettetevi tranquilli: non avete bisogno di mandare i vostri
un istante dopo a quante più persone potete, perché è meglio per tutti se ci risparmiamo di far girare
cose brutte e dubbie!). Abbiamo deciso di farlo noi in un modo adeguato: sbobiniamo, facciamo la correzione e li mettiamo a disposizione di tutti entro l’inizio della settimana successiva, in modo tale da offrire un supporto veramente degno e unitario.
• Gloria