domenica 26 dicembre 2010

Papa: la luce del Natale porti ovunque nel mondo la pace


"Verbum caro factum est" - "Il Verbo si fece carne" (Gv 1,14).
Cari fratelli e sorelle, che mi ascoltate da Roma e dal mondo intero, con gioia vi annuncio il messaggio del Natale: Dio si è fatto uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi. Dio non è lontano: è vicino, anzi, è l’"Emmanuele", Dio-con-noi. Non è uno sconosciuto: ha un volto, quello di Gesù.

E’ un messaggio sempre nuovo, sempre sorprendente, perché oltrepassa ogni nostra più audace speranza. Soprattutto perché non è solo un annuncio: è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto, udito, toccato nella Persona di Gesù di Nazareth! Stando con Lui, osservando i suoi atti e ascoltando le sue parole, hanno riconosciuto in Gesù il Messia; e vedendolo risorto, dopo che era stato crocifisso, hanno avuto la certezza che Lui, vero uomo, era al tempo stesso vero Dio, il Figlio unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità (cfr Gv 1,14).
"Il Verbo si fece carne". Di fronte a questa rivelazione, riemerge ancora una volta in noi la domanda: come è possibile? Il Verbo e la carne sono realtà tra loro opposte; come può la Parola eterna e onnipotente diventare un uomo fragile e mortale? Non c’è che una risposta: l’Amore. Chi ama vuole condividere con l’amato, vuole essere unito a lui, e la Sacra Scrittura ci presenta proprio la grande storia dell’amore di Dio per il suo popolo, culminata in Gesù Cristo.

In realtà, Dio non cambia: Egli è fedele a Se stesso. Colui che ha creato il mondo è lo stesso che ha chiamato Abramo e che ha rivelato il proprio Nome a Mosè: Io sono colui che sono … il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe … Dio misericordioso e pietoso, ricco di amore e di fedeltà (cfr Es 3,14-15; 34,6). Dio non muta, Egli è Amore da sempre e per sempre. E’ in Se stesso Comunione, Unità nella Trinità, ed ogni sua opera e parola mira alla comunione. L’incarnazione è il culmine della creazione. Quando nel grembo di Maria, per la volontà del Padre e l’azione dello Spirito Santo, si formò Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il creato raggiunse il suo vertice. Il principio ordinatore dell’universo, il Logos, incominciava ad esistere nel mondo, in un tempo e in uno spazio.
"Il Verbo si fece carne". La luce di questa verità si manifesta a chi la accoglie con fede, perché è un mistero d’amore. Solo quanti si aprono all’amore sono avvolti dalla luce del Natale. Così fu nella notte di Betlemme, e così è anche oggi. L’incarnazione del Figlio di Dio è un avvenimento che è accaduto nella storia, ma nello stesso tempo la oltrepassa. Nella notte del mondo si accende una luce nuova, che si lascia vedere dagli occhi semplici della fede, dal cuore mite e umile di chi attende il Salvatore. Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il "sì" del nostro cuore.

E che cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena.

"Il Verbo si fece carne". L’annuncio del Natale è luce anche per i popoli, per il cammino collettivo dell’umanità. L’"Emmanuele", Dio-con-noi, è venuto come Re di giustizia e di pace. Il suo Regno – lo sappiamo – non è di questo mondo, eppure è più importante di tutti i regni di questo mondo. E’ come il lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo: la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia. Credere nel Dio che ha voluto condividere la nostra storia è un costante incoraggiamento ad impegnarsi in essa, anche in mezzo alle sue contraddizioni. E’ motivo di speranza per tutti coloro la cui dignità è offesa e violata, perché Colui che è nato a Betlemme è venuto a liberare l’uomo dalla radice di ogni schiavitù.

La luce del Natale risplenda nuovamente in quella Terra dove Gesù è nato e ispiri Israeliani e Palestinesi nel ricercare una convivenza giusta e pacifica. L’annuncio consolante della venuta dell’Emmanuele lenisca il dolore e consoli nelle prove le care comunità cristiane in Iraq e in tutto il Medio Oriente, donando loro conforto e speranza per il futuro ed animando i Responsabili delle Nazioni ad una fattiva solidarietà verso di esse. Ciò avvenga anche in favore di coloro che ad Haiti soffrono ancora per le conseguenze del devastante terremoto e della recente epidemia di colera. Così pure non vengano dimenticati coloro che in Colombia ed in Venezuela, ma anche in Guatemala e in Costa Rica, hanno subito le recenti calamità naturali.

La nascita del Salvatore apra prospettive di pace duratura e di autentico progresso alle popolazioni della Somalia, del Darfur e della Costa d’Avorio; promuova la stabilità politica e sociale del Madagascar; porti sicurezza e rispetto dei diritti umani in Afghanistan e in Pakistan; incoraggi il dialogo fra Nicaragua e Costa Rica; favorisca la riconciliazione nella Penisola Coreana.

La celebrazione della nascita del Redentore rafforzi lo spirito di fede, di pazienza e di coraggio nei fedeli della Chiesa nella Cina continentale, affinché non si perdano d’animo per le limitazioni alla loro libertà di religione e di coscienza e, perseverando nella fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, mantengano viva la fiamma della speranza. L’amore del "Dio con noi" doni perseveranza a tutte le comunità cristiane che soffrono discriminazione e persecuzione, ed ispiri i leader politici e religiosi ad impegnarsi per il pieno rispetto della libertà religiosa di tutti. Cari fratelli e sorelle, "il Verbo si fece carne", è venuto ad abitare in mezzo a noi, è l’Emmanuele, il Dio che si è fatto a noi vicino. Contempliamo insieme questo grande mistero di amore, lasciamoci illuminare il cuore dalla luce che brilla nella grotta di Betlemme! Buon Natale a tutti!

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Santo Natale di Gesù – 25/12/2010“andare a Betlemme per ritrovare se stessi”


E’ esperienza quotidiana brancolare nel buio, non sapere la direzione, non riuscire a usare il “satellitare”. Così anche Maria e Giuseppe per cercare un riparo, così i pastori, così i Magi che scrutano e interrogano, come il viandante raccontato da Trilussa (1871-1950). Il protagonista, persosi di notte in un bosco, racconta: «quella vecchietta cieca, che incontrai la notte che me spersi in mezzo ar bosco, me disse: se la strada nu’ la sai te ciaccompagno io che la conosco. Se ciai la forza de venimme appresso, de tanto in tanto te darò una voce, fin là in fondo, dove c’è un cipresso …
Io risposi: sarà … ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede …
La cieca allora me pijò la mano e sospirò: cammina! Era la fede”.

A Giuseppe e a Maria capitò la stessa situazione. Tra dubbi e interrogativi giunsero a fidarsi dell’Angelo, di Dio. Si misero in viaggio. Giuseppe decise che il Sogno era realtà. Maria disse il suo “sì”. La strada era impervia, sconosciuta. L’imposizione dell’autorità era tassativa: andate nel paese d’origine. A Betlemme essi trovano il Bambino. La battaglia tra realtà e fede inclinò su quest’ultima.
Ritrovarono se stessi, capirono la missione, sperimentarono l’identità e la vocazione del Bambino/Salvatore del mondo. Nel Bambino a Betlemme compresero se stessi. Altri a Betlemme scoprirono il Bambino attraverso una visione, un bagliore, una musica, la Parola: trovano il Bambino. Altri si mossero dal lontano Oriente in cerca di senso, di orientamento, assetati di verità, stanchi di cercare a vuoto: vedono il segno. A Betlemme trovano le motivazioni del vivere. Ritornano per una strada nuova: la vita ora ha senso compiuto.
Altri ancora, avvolti da certezze del potere, ritengono di essere onnipotenti (Erode e il Palazzo, i sapienti e i cortigiani, i sacerdoti e i conoscitori di tutto). Rimangono nel Palazzo, forti delle loro certezze. Anzi, chi viene a turbarle va ucciso, perché intralcia il potere, l’assolutismo, la prepotenza, genera l’insubordinazione, sconvolge la vita.

Chi va a Betlemme liberamente, pur con tutti i dubbi, con tutte le crisi, tra insidie e insicurezze, scopre in che direzione incamminarsi, le decisioni da prendere, lo scopo dell’esistenza: dal Bambino. Attraverso i vari “segni” lasciarsi coinvolgere.

Andare a Betlemme significa anche vivere tradizioni, usi e costumi: musiche, canzoni, presepi. Dentro di essi, che possono essere come il sogno di Giuseppe, l’annuncio a Maria, l’apparizione di angeli ai pastori, la stella dei Magi, scoprire il significato e che cosa comporta la scoperta e il messaggio. Nessuno resta indifferente alla nascita di un bambino; essa richiama attenzione, tenerezza, sentimenti di bontà, possibilità di costruire la nuova umanità.

I testi delle letture sono segni/sogni: la presenza di Dio nella storia umana, la possibilità vera, concreta di vivere la dignità umana nostra e quella altrui.
Don Primo Mazzolari ha scoperto a Betlemme il Bambino, ne vive il messaggio affermando: “il mio Natale: dar da mangiare senza affamare nessuno, vestire senza denudare nessuno, far vivere senza uccidere nessuno …”.

Nella grotta è possibile intuire il percorso di ciascuno e come Chiesa.
a) L’umiltà, virtù dimenticata e disprezzata. Il segno offerto non è un miracolo emozionante; è un Bambino che si propone, e non si impone alla libertà umana
b) Da qui lo stupore. La nascita di Gesù non è una favola, ma la risposta di Dio al dramma dell’umanità. Dramma iniziato da Adamo ed Eva in poi, sempre minaccioso, nonostante la presenza del Bambino
c) E’ una forza prorompente. La nascita e confutazione della morte, la rivendicazione di dignità; la novità contiene in radice la capacità di essere costruttori e non demolitori.
Tra gli auguri scomodi, l’Arcivescovo Tonino Bello indicava la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e la capacità di inventare una carica di donazione e di preghiera, di silenzio e di coraggio. I frutti di tutto ciò: pace e speranza
d) E’ la vita nuova. La nostra storia quotidiana diventa luogo di rinascita. Se l’umanamente impossibile è avvenuto (Dio si fa uomo), allora ciascuno può e deve dire: Io oggi rinasco, ricomincio, perché l’incontro con il Bambino mi rigenera. Grazie al Bambino di Betlemme vi è la nuova rinascita dell’umanità con il mio contributo. Per cerchi concentrici irradio il nuovo, il bello, l’amabile, il giusto, il vero, il lodevole.

E’ la sfida che lanciò ai cristiani Nietzsche: “canti migliori dovrebbero cantarmi perché io impari a credere al loro redentore; più redenti dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli. Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all’autorità di questo libro; le vostre opere, le vostre azioni dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia, perché voi stessi dovreste continuamente costituire la Bibbia nuova e viva”.


don Carlo
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mercoledì 22 dicembre 2010

Nel mistero dell’incarnazione l’uomo e la storia - Il prodigio che tutti aspettiamo

di Julián Carrón
«Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile» (Luce del mondo, p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada − ritirarsi dal mondo o essere contro − non sono capaci, in fondo, di suscitare interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto… Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha lasciato indifferente nessuno.
Oggi ci troviamo tutti di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti, che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado, aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno, perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo, come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore.Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’ se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano: «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano. L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le sue esigenze fondamentali.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo, come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. […] La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più intima profondità dell’uomo» (Luce del mondo, p. 240).
Alcuni anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo, coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.
Di recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo – cosa che non avevano mai fatto prima – grazie ad amici che lo vivevano con intensità e pienezza.
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.
Nella sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un testimone, Gaudì, che con la Sagrada Familia «è stato capace di creare […] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla chiamata del Papa. Io no.

© L'Osservatore Romano

È L’INCONTRO CHE CAMBIA

Una cosa è chiara. La nostra voglia di incontrarci è più forte della vo­stra voglia di scontro. Nonostante le manifestazioni, gli atti vandalici, le vio­lenze (e le minacce, come quella te­menda della bomba dimostrativa tro­vata ieri sulla metro di Roma), nono­stante le accensioni violente del di­battito, da parte di studenti, intellet­tuali (?) e politici; insomma, nono­stante l’Italia sia fatta apparire come pervasa da una voglia aspra di scon­tro, noi sappiamo una cosa che non troverete scritta su tanti giornali e su­gli striscioni: è più forte la voglia di in­contro.

Ci avvertiva Pavese: la bellezza supre­ma degli uomini si vede nei loro in­contri. In quelli tra padri e figli, tra com­pagni, tra colleghi, tra amici. Tra inna­morati. Tra gente di cultura e di idee diverse. Noi lo sappiamo. Segreta­mente lo sappiamo. E soffertamente. Perché troppi media sembrano sobil­lare la voglia di scontro. E troppi poli­tici e troppi intellettuali. Mentre noi sappiamo (e tutti sanno, in fondo) che solo dagli incontri nasce qualcosa di buono ed emerge la vera forza rivolu­zionaria, quella che cambia le cose.
DAVIDE RONDONI

Copyright (c) Avvenire


Negli scontri si acuisce solo il senso dell’avversario. Lo si dipinge come il male. E da scontro così nasce solo al­tro scontro. E odio. Mai costruzione. Mai riforma. L’Italia invece è un Paese di incontri. La stessa identità di italia­ni fu scelta da popoli che decisero di in­contrarsi, cessando una logica di solo scontro. E la nostra storia ha trovato momenti di reale progresso solo quan­do gente diversa ha deciso di incon­trarsi.

Fu così per la Costituente. Ed era gen­te che veniva da esperienze opposte. Che era passata dalla logica dello scon­tro alla scommessa dell’incontro. Si di­ce che questi giovani (i manifestanti occasionali, non quelli di professione) stanno indicando un disagio. Se il di­sagio genera solo scontro, sarà disagio sterile. Un disagio che genera vuoto, il peggio che può accadere. Ma anche il disagio può essere un motivo di in­contro. Perché il malessere – va detto a questi giovani – non è un lasciapas­sare per lo scontro o la violenza. E il lo­ro è anche il nostro disagio. Su questo occorre incontrarsi.

Ma quanti adulti sono disposti a in­contrarsi veramente con questi ragaz­zi? A condividere tempo, energie, ri­sorse? A giocare responsabilità e rischio di costruzione e non solo slogan? Si di­ce, con uno slogan appunto, che sono ragazzi (una parte non maggioritaria, va detto anche questo) che manifesta­no e scelgono lo scontro perché non sentono sicurezze sul futuro. Ma il fu­turo non è un problema solo dei gio­vani. È un problema dei padri, come dei figli. In modo diverso, ma con u­guale intensità. Il futuro per un padre si chiama problema della eredità. Co­sa lascio? Cosa ho costruito?

Drammatico come le domande di un giovane circa il suo futuro. Su questo occorre incontrarsi. E non solo nelle aule del Parlamento, dove la prassi de­gli incontri diviene regola democrati­ca, che o si accetta o ci si pone solo in sterile logica di scontro. Si tratta di in­contrarsi anche in tutti i luoghi della vita quotidiana. Tra padri e figli, tra pa­dri e padri, tra amici, tra colleghi, tra compagni. Noi sappiamo e lo diciamo forte: la nostra voglia di incontri è più forte della vostra voglia di scontro. Più forte di voi manifestanti o politici o giornalisti o intellettuali che cercate un triste entusiasmo nel soffiare sullo scontro.

Tra il fumo e i titoloni e in mezzo a se­gni inquietanti noi vediamo che l’Ita­lia ha forte voglia di incontri: impreve­dibili, faticosi, anche, ma segnati da desiderio di costruzione. Gli incontri che fanno la bellezza dell’Italia e del­l’esser uomini. Tutti, ragazzi e no, de­vono decidere se stare dalla parte del­la bellezza o della sterilità.

domenica 19 dicembre 2010

N A T A L E 2 0 1 0





Il Natale arriva, come un evento strano, mescolato quasi e quasi taroccato in questo mareggiare di eventi. Dio, nel creare la regia del suo Evento, ha fatto scelte strane. Che nessun promoter di oggi approverebbe. Che nessun organizzatore di eventi culturali farebbe sue. Ha scelto di puntare sulla libertà. Non ha fatto indagini di mercato, per stimolare bisogni o vanità. Ha puntato sul bisogno che sta in fondo a tutti i bisogni: che la vita abbia un senso, un sapore. E non ha offerto prodotti miracolosi o libretti di istruzioni. L'Evento è Lui stesso. Un'offerta di amicizia. Quel che i nostri eventi non offrono mai. Lasciandoci un po' più storditi e un po' più soli. Il Natale invece è l'Evento del Dio che non vuole lasciarci soli e meno storditi.
Viene il Natale per assicurare la gioia all’uomo: l’uomo raggiungerà la felicità, che è lo scopo della vita. La sicurezza della gioia! La certezza di questo è necessaria per vivere, e la certezza c’è quando si è in compagnia (se uno non ha la compagnia, è perché non la chiede. Se la chiede, viene data). Cristo è la suprema compagnia che Dio fa all’uomo. “ -L Giussani-

Queste parole regalateci dal Gius ci ridicono ciò che il nostro cuore cerca e desidera.
Un Buon e Santo Natale a tutti.

venerdì 17 dicembre 2010

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón Milano, 15 dicembre 2010

Testo di riferimento: L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 394-415.
• La Traccia
• Give Me Jesus
Continuiamo il nostro lavoro sul testo: perché il sacrificio diventa interessante?
Mio figlio, che frequenta il liceo classico, in questo mese è stato coinvolto nelle elezioni studentesche, e già mi aveva sorpreso all’inizio la sua decisione impetuosa di presentarsi alle elezioni perché come temperamento è uno che tendenzialmente non si mette in prima linea. Quindi questo è un sacrificio che gli era chiesto. La mattina in cui presenta la lista decidono con tutta la comunità di fare un gesto bello, di preparare una colazione per tutta la scuola, ma nel bel
mezzo della festa viene srotolato dietro ai ragazzi uno striscione preparato da quelli del collettivo in cui si legge: «Il popolo ha fame, Cl risponde: tenetevi
voi le vostre brioches». Subito inizia un clima di lamentela, di attacco, dicendo che loro erano dei corruttori, che con le brioches… Mio figlio torna a casa, mi racconta questo fatto e sostanzialmente lo vedo sereno, e io mi incuriosisco
perché sarebbe un insuccesso. Secondo giorno: devono affrontare le assemblee con tutto il liceo, due assemblee di quattro ore ciascuna, e anche lì mi stupisce che nell’affrontare tutta la scolaresca erano stati sostenuti dalla frase che avevano letto alla mattina alle Lodi: «Pensate attentamente a Colui che ha sopportato una così grande ostilità dei peccatori perché non vi stanchiate perdendovi d’animo». Ecco, quando lui mi ha citato questa frase e che non si è perso d’animo (perché non è che l’assemblea sia andata bene, tutti gli andavano contro), mi sono accorta che il sacrificio l’ho sempre interpretato come lo scotto che devo pagare per poi ottenere qualcosa. Invece mi sembrava che nell’esperienza mio figlio non attendesse che qualcosa dovesse accadere, ma che lui era già pieno lì, nell’affrontare questa avventura. Tant’è vero che non è stato eletto, e la mattina seguente alla sconfitta va a scuola e i suoi compagni lo sfidano di nuovo dicendo: «Ma adesso che cosa ti rimane di tutto il tuo da fare?». «Innanzitutto è stato eletto un mio compagno, quindi aiuterò lui; e poi farò quello che c’è da fare». E anche qui con sorpresa mi son detta: sembrerebbe una sconfitta, ma lui è contento.
L’ultima cosa che racconto è questa. Da quindici giorni alla sera vedo che legge il libro Comunione e Liberazione le origini (1954-1968). Allora gli dico: «Ma perché stai leggendo questo libro?», e lui mi risponde: «Perché, mamma, io ne sto sentendo tante di obiezioni, ho bisogno di capire la storia in cui sono». Questo fatto mi ha messo allo scoperto, perché io faccio esattamente il contrario: fino adesso mi è andata bene, ho fatto i sacrifici e mi sono quasi illusa che i risultati ottenuti dipendano da Gesù che riconosce che ho fatto tanti sacrifici e che sono brava. E quando capitano degli insuccessi? Tante volte io sto un po’ con l’amaro in bocca oppure mi arrabbio con chi non mi riconosce. Questo fatto di mio figlio, che anche nell’insuccesso vuole scoprire l’origine della sua storia, è il contrario di quel che succede a me, che quando sono messa in discussione, metto in discussione l’esperienza in cui sono, come dire: «Ma sarà vero?».


Questo è un esempio di come il lottare contro la menzogna, il non rimanere alla superficie delle cose, fa diventare interessante quello che si fa. Fino a coinvolgersi nel reale in una modalità che stupisce perfino la propria mamma e i propri amici. Tuo figlio vede, può toccare con mano fino a che punto il vivere la realtà senza soccombere alla menzogna fa diventare la realtà diversa,
interessante per la propria crescita; tanto è vero che da questa esperienza viene fuori più se stesso e può riprendere la vita con un plus di umanità, di esperienza umana e perciò di consapevolezza, tanto è vero che vuole capire di più le origini della storia.

Ho visto Manuela Camagni fare sacrificio durante tutta la sua vita. Quando
sono tornato a Cesena dopo l’università a Bologna, Manuela seguiva un gruppo un
po’ scalcagnato – diciamo – di
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giovani lavoratori, gente che aveva fatto la terza media, un po’ contadini, un gruppo molto strano e, con passione, in qualche modo ci ha tirato su. In questo gruppo io ho trovato anche moglie, e Manuela è stata la mia testimone di nozze. Ed è stata testimone per me di tante altre cose. Lei lavorava in una scuola statale e ha lasciato un posto fisso per fare la segretaria della scuola gestita da amici del movimento. Poi lei aveva dato la disponibilità ad andare in missione perché nel suo
cuore amava il Brasile, però è stata mandata a Tunisi e con grande passione, proprio con letizia, ha imparato il francese ed è andata a fare la segretaria di una clinica, proprio una cosa completamente diversa. Poi sappiamo tutti a cosa è stata chiamata dal Papa. Volevo leggere una lettera che Manuela ha mandato a noi del Banco di Solidarietà di Cesena: «Cari amici, mi dispiace tanto di non poter essere con voi nell’occasione dell’inaugurazione del Banco di Solidarietà intitolato alla Flora [sua sorella]. Così ho pensato di partecipare con queste poche righe e,
soprattutto, con la preghiera per ciascuno di voi. Questo commovente evento mi ha fatto venire in mente una frase di Santa Teresina di Gesù Bambino che dice: “Quando sono caritatevole è Gesù che agisce in me”. Pensando alla Flora e alla sua disponibilità all’opera del Banco di tutti questi anni riscontravo verissimo questo pensiero di Santa Teresina, perché se tutto dipendesse solo da noi prima o poi ci stancheremmo, mentre lei non si è mai stancata, neanche nei momenti più
difficili o più dolorosi della sua vita. Il Banco era sempre presente nel suo cuore e nella sua mente, anche quando concretamente non poteva fare più niente [ha avuto una grave malattia per anni].
Nel tempo ho visto incrementarsi nella Flora un’apertura e una disponibilità che non era dovuta solo al fatto di preparare un pacco per una persona bisognosa, ma era tendenzialmente il desiderio di condividerne la vita e quindi un rapporto di amicizia, un legame che andava oltre il pacco di viveri e che metteva in campo tante sue personali risorse. Da dove veniva questo se non dall’apertura a Gesù che agiva in lei? Questa apertura all’agire di Gesù, misteriosa ma reale, l’ho vista anche nel modo con cui ha affrontato la sofferenza, prima per la sua malattia, in seguito per
la morte di Sergio [suo marito] e alla fine per la sua stessa morte. E penso che l’esperienza del Banco non sia stata estranea a questa sua posizione umana. Così auguro a ciascuno di voi, particolarmente a chi vive direttamente l’esperienza del Banco di Solidarietà, di poter agire con la coscienza di Santa Teresina cioè di riconoscere nel nostro operare Gesù che agisce in noi e anche con la testimonianza che la Flora, discretamente ma concretamente, ci ha consegnato». La mia
prima reazione a questo è un ringraziare perché c’è un movimento e perché, per grazia, io ci sono.
Prima della domanda che ti volevo fare voglio citare anche quest’altra sua brevissima lettera:«Tutto ciò che accade è davvero la realtà del Mistero che si affaccia e ci persuade sempre più a stare nella Sua compagnia attraverso la quale possiamo comprendere il grande disegno del nostro destino e del destino del mondo. Non ci sono al mondo ragioni più adeguate per vivere, e questo apre una nuova prospettiva a ciò che già sto vivendo, approfondendo tutto, anzi, sprofondando ancor più l’umano dentro il divino. Perché è questo il destino nostro: sprofondare la nostra umanità in questa divinità. E capisco che questo sprofondare è appartenere, consegnarmi al nostro carisma attraverso la nostra vocazione; in questo modo la mia umanità è portata dentro l’umanità di Cristo stesso». Chi c’era al funerale ha percepito una grande unità della Chiesa quando un suo figlio obbediente si sacrifica fino alla fine. Eravamo tutti molto tristi, grati però di questa persona che il Signore ci ha donato, non eravamo disperati. E allora ecco la mia domanda: alla fine della cerimonia ti siamo venuti a salutare, e io volevo capire perché tu avevi un sorriso così radioso.


Per la stessa ragione per cui il giorno prima di morire, come ho detto nell’omelia, lei era radiosa. E chi la faceva radiosa? Sarebbe inspiegabile quella sua radiosità, se non per quello che hai detto adesso. Quel fiorire della persona fino alla radiosità, questo è così evidente, così palese che non è a
portata di mano dell’uomo, noi abbiamo toccato con mano la Sua vittoria vedendola in lei. Io che avevo visto questa radiosità in lei quando andavo a trovarla, ero assolutamente certo che Colui che l’aveva fatta radiosa era Colui che vinceva anche nella morte.
Per questo è stato facile fare l’omelia perché se viviamo – dice San Paolo –
viviamo per il Signore e se moriamo moriamo per il Signore; nella vita e nella
morte siamo del Signore. Per noi queste possono essere parole, possono
essere frasi; ma quando tu hai visto vincere Cristo in una persona, nel suo
fiorire, tu hai visto all’opera una
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Presenza così potente da essere impossibile all’uomo, e questo ti fa guardare la morte con questa Presenza negli occhi. E non te lo puoi togliere da dosso neanche guardando la bara. Per questo potevo guardare la bara anche io radioso, perché Lui vinceva nella vita e nella morte.


Da quando la Scuola di comunità richiama al valore del sacrificio, mi alzo tutte le mattine dicendomi perché vale la pena e facendo memoria di Cristo. Questo, paradossalemente, mi sono accorta che mi fa fare più fatica che non alzarmi e fare tutto senza pensare; mi costringe, mi fa sentire il mio bisogno in maniera prepotente, un bisogno che spesso non vorrei sentire perché è scomodo per me e per chi mi sta vicino. Dopo un po’ di tempo ho capito finalmente il perché ci è
più facile stringere moralisticamente i denti. Fare sacrifici senza pensarci è paradossalmente meno pesante che accettare di fare la fatica per Cristo, perché accettare di farlo per Cristo significa abbandonarmi a Lui. È qui il punto: la paura di abbandonarsi al disegno di un Altro, perché accettare che la vita è Sua significa smascherare l’illusione di avere le redini in mano. Capisco quindi che la mia resistenza al sacrificio è una debolezza di fede, come se non credessi che
abbandonandomi e lasciando che la vita sia condotta da Lui sia meglio di quando decido da me e delle mie immagini (che poi sono quelle stereotipate dettate dal mondo). L’ho capito di più leggendo questo pezzo del Gius: «La libertà si trova proprio nel gioco della fatica e della mortificazione. Abbiamo paura della fatica. Tutto il mondo è così, quanto più noi abbiamo paura di questa fatica, di questa mortificazione, tanto più siamo perentori e doveristici nel chiedere agli altri
di osservare le nostre parole. L’alternativa a questo impeto della libertà o fatica della mortificazione è l’imposizione doveristica a noi stessi e agli altri, uno sforzo artificioso per superare la paura». Ti chiedo una mano per capire come superare questa paura e resistenza, che non sia in uno sforzo artificioso e moralista, ma in un abbandono.


Tu dici alla fine che desideri superare questa paura e resistenza non con lo sforzo artificioso e moralistico. Che cosa vuol dire questo? Che noi prima riduciamo quello che siamo, e allora l’unica cosa che ci resta è lo sforzo doveristico. Ma è evidente che uno resiste, che ha paura di questo! La questione è che tu e io siamo molto di più di quello a cui noi ci riduciamo; e se uno capisce che il problema non è quello a cui noi ci riduciamo, ma questo desiderio sconfinato che ci troviamo
addosso, questa sproporzione, la questione diventa come sia possibile vivere
senza il riconoscimento della presenza di Cristo. Se uno capisce che senza di
Lui tutto diventa veramente pesante, allora incomincia a intravedere che la vera soluzione a questa nostra tentazione di autonomia è l’abbandonarsi, che l’abbandonarci è quello che più ci conviene: non occorre uno sforzo moralistico,
ma lasciarci abbracciare da un Altro. E questo non è un problema di sforzo, ma
di libertà, perché per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare (che invece servirebbe per non so che razza di sforzo): occorre semplicemente cedere. La questione vera è capire che questo ci conviene,
che questo non soltanto non è un sacrificio, che questo è la verità di me
più di quello che io riesco a fare.


Ho un figlio nato da una relazione extraconiugale passata. L’amore che mi ha dimostrato mia moglie per tutto il tempo in cui sono stato fuori di casa mi ha fatto tornare da lei, colpito dalla fede incondizionata verso Gesù che l’ha sostenuta. Nonostante questo non vorrei separarmi da mio figlio; di fronte alla richiesta di un sacrificio, non ce la faccio neanche con l’aiuto degli amici.
E perché no? Che cosa ti fa scoprire questo?
Che non ce la faccio.
Neanche insieme agli amici. Perché qui arriviamo al punto vero della compagnia.
Come se io mi rendessi conto che mi è chiesto un martirio.

Il problema non è che ti si chieda il martirio, il problema è essere capaci di fare un sacrificio. E allora da dove viene l’energia per farlo? È qui, amici, dove tocchiamo con mano la nostra incapacità, quello che dice la Scuola di comunità quando parla di tristezza e di domanda, ché neanche tu sei in grado di fare quello che vorresti fare. E questo introduce il grido.
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Leggiamo insieme pagina 414: «Dopo pochi mesi di vita di GS, è venuto da me quel padre che aveva la figlia al Virgilio, un signore distintissimo, e sulla porta ha cominciato a singhiozzare dicendo: “Padre, mi aiuti, mi salvi lei mia figlia, perché non ne posso più; quando mia figlia mi stringe la mano – sua figlia aveva diciassette anni e stava morendo di cancro – e mi dice: ‘Papà, perché non mi guarisci?’, a me scoppia il cuore, perché non solo non so rispondere, ma non vorrei
più esistere”. E io gli devo rispondere: “Il Signore sa perché succede questo, ed è per un bene suo e di sua figlia, perché questo corrisponde al disegno di Dio”. Così gli impongo di accettare, affermare la presenza di un Altro più importante, più decisivo che l’amore a sua figlia, che il desiderio di salvarla, che la sua vita stessa». Se tu dici di voler bene a tuo figlio, qual è il problema? Se voler
bene non è soltanto un sentimentalismo, ma è affermare l’altro per sempre, tu questo non lo puoi fare con le tue forze. E per questo l’unica possibilità che hai è affermare il disegno di un Altro che te lo renderà per sempre tuo. Ti sembrano parole adesso – lo capisco benissimo –, ma non perché siano astratte, bensì perché è astratto il nostro pensiero sulla realtà: tu riduci il tuo amore al figlio
soltanto a un sentimento, e il sentimento non riesce a tenere in vita tuo figlio per sempre. Perciò se lo vuoi amare, se dici di amarlo, devi accettare, riconoscere un Altro, perché tu non puoi mantenere un istante la vita del figlio, figurati per sempre... E questo introduce un fattore nella vita senza il quale non regge niente, rispetto a te, a tua moglie, e a tutto quello a cui vuoi bene. Allora che cosa è
astratto rispetto alla concretezza del vivere? Siamo noi astratti, ché viviamo nella menzogna! Ecco, il sacrificio è lottare contro questa menzogna. Essere amici vuol dire condurci alla soglia dell’eterno per uscire dalla menzogna. Voler bene a un altro è percorrere questa strada. Senza di questo tu non ce la fai, è una bugia che tu vuoi bene perché voler bene a un altro non è, come tante volte pensiamo, il tornaconto immediato di questo voler bene, perché questo è soltanto un
tentativo di possesso. Per questo il sacrificio è il punto di confluenza di tante cose. Rileggiamolo a pagina 393, perché ci introduce veramente al nocciolo della vicenda: «Il sacrificio non è sospendere la volontà di qualche cosa, ma arrestare la volontà che non è secondo la natura della cosa. Per questo tutti i rapporti prematrimoniali sono sbagliati, tutti; e impongono strade storte che non si raddrizzano mai più; e affermano un egoismo come ultimo criterio – “quel che pare e piace” come ultimo criterio del rapporto – che non si redime mai più». Non mi interessa adesso lo specifico dei rapporti prematrimoniali, mi interessano i rapporti veri. La questione è se voler bene a un altro ha la densità del voler bene a un altro, volerlo per sempre, volere la felicità dell’altro. E questo dimmi tu se lo puoi fare da te. Tu devi aprirti a un Altro che adesso può chiederti un sacrificio. L’esempio che mi sembra più sconvolgente, più sintetico di questo, è quando avete nelle vostre mani un neonato; se tu potessi vedere tuo figlio,
questo dramma si moltiplicherebbe all’infinito perché quando tu sei davanti a
questo bambino – e tanto gli vuoi bene quanto sei consapevole che non sei in
grado di portare la pienezza di quello che tu intuisci sarà il desiderio di felicità – o tu ti apri a un Altro o tu a quel bambino, anche se lo accarezzi
in tutti i modi, non vuoi bene!

È questo su cui io non riesco a starci. È come se mi si togliesse la possibilità di questo abbraccio…

Tu puoi farlo. Il problema non è tanto che lo puoi abbracciare, il problema è che la ferita di quello che stiamo dicendo, non soltanto non si guarisce abbracciando, ma così rimane molto più moltiplicata. La questione è se tu, io e chiunque, quando diciamo di voler bene a un altro, siamo disponibili a questo o no. Questa è la questione. Tutto il resto sono distrazioni dalla sfida vera. Poi,
in questo caso particolare, tu ti puoi fermare su questo e usarlo per non fare l’altro passo. Sono tutte distrazioni; la vera questione è se tu vuoi bene a quel bambino, anche se è arrivato al mondo in questa situazione; dimmi: che cosa è vivere questo rapporto nella menzogna e che cosa è viverlo nella verità? Per viverlo nella verità tu devi affermare un Altro. Senza questo, del tuo voler bene al
bambino io non so che farmene, perché non è vero.


Parlando della Scuola di comunità sul sacrificio con un po’ di ragazzi e un po’ di adulti, mi ha colpito una cosa: che mai si parla di quelle pagine in cui don Giussani dice che uno può offrire il proprio sacrificio che può essere utile a una donna in Giappone eccetera. Quando io provocavo la questione, se erano adulti di una certa età, archiviavano il problema con tranquillità: «Sappiamo il
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catechismo, c’è la comunione dei santi». Invece i giovani si ribellavano, mi dicevano magari: «Questa cosa qui non si capisce, per carità, sarà pure così, se don Giussani dice che è così, è così».
Ora, in questi mesi son capitati il funerale di Manuela e altri funerali a cui ho partecipato, e mi ha colpito moltissimo una cosa: il dolore che vien fuori quando muore qualcuno di caro svela che l’idea che abbiamo di noi come degli esseri indipendenti che hanno un rapporto estrinseco non è vera! In realtà siamo uno dentro all’altro, cioè le persone a cui voglio bene, a cui sono legato per la storia nella mia vita, sono dentro di me, e la morte vuol dire strappare qualcosa di me, tanto che
io non posso nemmeno dire io senza quei rapporti lì. Dicevo questo per dire che astrattamente le cose non si capiscono; questo capitolo sul sacrificio astrattamente non si capisce, o rimane catechismo oppure non si capisce e si accetta a occhi chiusi. Ma se uno guarda all’esperienza…
Noi nel movimento possiamo fare l’esperienza di cosa voglia dire essere una cosa sola; invece se rimaniamo sull’astratto, non si capisce nulla.

Grazie.

Il don Gius qua dice: «Il sacrificio è andare contro la menzogna. Andare contro la menzogna, fare la cosa in modo vero, leale, sincero, giusto: questo è il sacrificio». Io mi sono accorta che la menzogna vive innanzitutto in me. Qualche giorno fa è successo questo fatto. C’era un nostro paziente cinese che non
parlava italiano, non una parola di italiano, e la nostra interfaccia con lui,
sia nostra che dei medici, era la figlia che parlava italiano. Un giorno lei lo viene a trovare in ospedale e sta male, sviene, crisi convulsiva in stanza
eccetera; io e il mio collega assistiamo questa ragazza e la portiamo subito
in Pronto Soccorso. Il padre assiste alla scena terrorizzato, si spaventa e
tutti noi cerchiamo di spiegargli ma a gesti, quindi con risultato zero.
Allora a me viene in mente che era qua in Italia un’amica che sa il cinese,
la chiamo e le dico: «Senti, guarda questa situazione», passo il telefono a
questo signore e loro due si parlano per un po’. Dopodiché lui torna nella sua stanza, prima di andare via vado lì e lo saluto. Il giorno dopo, il mio
caposala viene da me, serissimo, e mi dice: «Ti devo parlare, ti devo
chiedere una cosa. Tu mi devi spiegare che cosa te ne frega di un cinese».
A me questa domanda ha fatto girare il sangue nelle vene, primo perché non
sapevo rispondere, secondo perché gli ho detto: «Guarda, per me l’episodio di
ieri si era già concluso con ieri, io sono tornata a casa tranquilla, niente
di che, la tua domanda mi lascia spiazzata e soprattutto al momento non ti so rispondere, però capisco che la tua domanda è per me l’unica possibilità di non perdere quello che ho vissuto ieri».
Il sacrificio mio in quel fatto è stato rispondere a quella domanda fino ad
andare al fondo della mossa mia nei confronti di quest’uomo, perché io mi rendo conto che al 99,9% io mi muovo per una naturalezza, per un’istintività, e
quando invece mi trovo di fronte a qualcosa che entra nella mia vita fino a
togliere tutta la scorza,tutta la buccia, fino ad arrivare al significato,
capisco che questo è un sacrificio perché mi porta completamente fuori di me,
però facendomi scoprire chi sono io, tanto che in questi giorni questa domanda
è il motore del mio andare al lavoro, perché a me interessa rispondere a questa
domanda che è tutta aperta perché mi rendo conto che la risposta non è conclusa
per sempre, ma che il tenere aperta questa domanda è l’unica possibilità per me
di far entrare nella mia vita qualcosa che non sono io e che mi fa essere me
stessa (cioè che mi fa scoprire qualcosa in più di me). Io ho bisogno di andare
al fondo delle cose, di dire la verità delle cose, tanto che quell’episodio è
diventato parte di me
.

Questo mi sembra importante coglierlo, perché uno che ti fa una domanda così a bruciapelo fa venir fuori tutta la – come dicevi tu – naturalezza, e smaschera la menzogna con cui viviamo, ci fa capire che senza questo sacrificio noi rimaniamo sempre alla superficie delle cose, cioè nella menzogna.
Per questo se non capiamo che senza il sacrificio perdiamo il meglio, chi ce lo fa fare? Perché dire che rimaniamo nella naturalezza, cioè alla superficie, cioè nella menzogna, vuol dire che non arriviamo fino al vero, fino a ciò in cui noi possiamo trovare vera corrispondenza. E per questo io mi domando: ma quante persone nei rapporti che avete o che vediamo in giro vivono veramente secondo la verità del rapporto? E quando dico “verità” non voglio dire altro che tutta l’intensità,
tutta la capacità di pienezza, tutta la possibilità di riempire l’io che altrimenti non ci sogniamo. La
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maggioranza delle volte noi viviamo il reale alla superficie. E per questo non
ci stupiamo, le cose non ci parlano, le situazioni non sono interessanti, la maggioranza delle cose sono senza interesse – non so quale altra parola usare –, senza attrattiva. Perché? Perché non ce l’hanno o perché noi rimaniamo sempre
alla superficie per paura del sacrificio? Senza capire il nesso del sacrificio
con la pienezza (e perciò con la possibilità sempre in agguato di rimanere nell’apparenza e nella menzogna, per il peccato originale e per l’incapacità
che abbiamo di vivere secondo la verità) ci perdiamo il meglio; e quando per
grazia siamo riscattati da questo e portati a entrare nell’intimità delle cose
o dei rapporti, vediamo che c’era molto di più di quello che soltanto intuivamo. Senza questo noi veniamo fuori dalla Scuola di comunità senza cambiare una
virgola di quello che pensiamo del sacrificio; andiamo a casa pensando che in
fondo è una fregatura, lo scotto da pagare, non la possibilità di incominciare veramente ad amare, cioè ad affermare l’altro per quello che è, ad affermare la verità di quello che c’è. Perché è questo che incrementa la vita e i rapporti e
li porta a una intensità che la maggioranza degli umani non sa neanche che
esiste. Senza questo incremento la vita perde sempre più di interesse, perché
quanto meno entriamo in merito alle cose tanto meno vediamo la vittoria di
Cristo che porta questa intensità stupefacente. Questo non diventa nostro –
come dicevano gli ultimi due interventi – facendo una spiegazione; quel che
dico è il tentativo di dare uno spunto per incoraggiarci a fare esperienza,
perché soltanto quando facciamo esperienza possiamo veramente convincerci che
ci conviene. Se aver letto questo capitolo non è stata l’occasione di
un’esperienza di questo, da questo capitolo veniamo fuori come prima. Io mi
domando: alla fine del percorso che abbiamo fatto in questo mese che cosa è cambiato, che cosa abbiamo guadagnato come esperienza di novità rispetto al sacrificio? Perché se non cambia niente, se non andiamo via con un incremento dell’esperienza, perciò del vivere, noi voltiamo la pagina e ritorniamo come
al solito. Così non vale la pena fare la Scuola di comunità e il sacrificio,
perché semplicemente leggiamo e facciamo commenti sopra. E questo, dal punto di vista del metodo, è fondamentale capirlo, perché queste questioni, come ci
dice sempre don Giussani, si capisconosoltanto nell’esperienza, e siccome sono
cose che istintivamente non capiamo – perché sono ripugnanti, non è che una
cosa ripugnante all’improvviso appare attraente –, soltanto se uno, non
fermandosi, ha potuto godere della verità, allora diventa libero. Questa è la possibilità che c’è per ciascuno di noi. Per esemplificare cosa vuol dire
questo abbandono, vi leggo una mail che mi è arrivata da una universitaria
appena tornata dagli Esercizi del Clu: «L’unica cosa che mi viene da dirti è: “Ma chi sei Tu, o Cristo, che quando accadi come il fatto più desiderabile
desti tutto il subbuglio nel cuore di ridesiderarTi con più ardore, con più
forza e con più potenza?” [quando diciamo Gesù non stiamo parlando di una
regola o di una istruzione per l’uso, stiamo parlando di questo].
Sono venuta agli Esercizi perché volevo conoscerLo di più, Lui che mi sta
investendo come un’onda e si sta facendo conoscere sempre di più da me. Sono tornata, sono più irrequieta di prima; Lui non basta mai perché quando accade ridesta davvero con potenza imparagonabile ancora di più il desiderio della Sua presenza. Non mi è mai successo con niente; ripeto, niente mai nella mia vita
è riuscito ad abbracciarmi e allo stesso tempo a farmi desiderare di più com’è
Cristo, come dicevi tu: Zaccheo, la Samaritana, la peccatrice, Giovanni e
Andrea erano lì, ciascuno con il proprio bisogno, quando si sono lasciati abbracciare da Cristo la vita ha iniziato a ribollire. In questi giorni agli Esercizi mi hanno davvero travolto i Suoi tratti, e io alla sera andavo a
dormire piena della Sua bellezza e splendore, come Giovanni e Andrea, il cuore ardeva e arde alla Sua presenza. Lo attendo dal primo secondo in cui apro gli
occhi, ho bisogno della Sua tenerezza, del Suo preferirmi e delle Sue meraviglie.
E ancora più impressionante è che davvero in tutto questo movimento del cuore
sono lieta. “Ecco, ti ho disegnato sul palmo delle Mie mani”: non è un’attesa disperata e una irrequietudine fine a se stessa, ma è la sete di Cristo
perché Lui è il fatto più corrispondente che ha incontrato il mio cuore ora,
adesso, in questo istante che ti scrivo. Non è normale una corrispondenza così; neanche il più bell’uomo mi ha mai destato così prepotentemente il desiderio.
Ciò che mi ha colpito degli Esercizi è quando tu hai detto: “Voleva riempirci
la vita con un dono, per questo ci ha fatto con questa sproporzione strutturale
che Lui voleva riempire con qualcosa di infinito come un regalo. Per questo ci
ha dato questa apertura, perché noi potessimo facilmente
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accoglierLo”. Non ho mai voluto bene al mio cuore come in questi giorni, in
questi mesi, perché se prima sentendo il cuore che urlava così di Lui mi
sembrava una cosa ripugnante, da cancellare perché non mi faceva mai stare tranquilla, ora mi accorgo che guardo con tenerezza a questo mio grido perché
un rapporto con Lui presente è il fatto più corrispondente che ho mai
incontrato, e mi impressiona accorgermi che la Sua forza sta cambiando il
mio cuore. Per questo faccio ciò che devo, amo la realtà che ho, lo studio,
i miei amici, la mia famiglia, la mia vita intera perché è la possibilità per
me di accorgermi di come Lui mi preferisce, perché la Sua presenza mi riempie
di silenzio».

Questa è l’intensità di cui può godere una persona di ventidue anni soltanto
per aver fatto il sacrificio più grande: riconoscere una Presenza.
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 12 gennaio alle ore 21,30. Continuiamo il lavoro fino all’ultimo capitolo sulla Verginità, cioè fino alla
fine del libro.Come avete visto, abbiamo pubblicato un Volantino come aiuto a
non rimanere nella superficie, nella menzogna; per aiutarci ad andare al fondo
della confusione in cui ci troviamo. Tutti vediamo la situazione di confusione
in cui viviamo, in cui vive il nostro Paese adesso, e davanti a questa
confusione ciascuno di noi che è qua, e che mi state ascoltando, ha un’idea
di come uscirne. Il movimento sfida ciascuna di queste interpretazioni, dicendo l’origine di questa confusione è l’appiattimento del desiderio che, dice don Giussani, è l’origine dello smarrimento dei giovani e del cinismo degli adulti.
Per questo la questione è come si ridesta il desiderio. Che cosa fa ridestare
la vita? Ciascuno può vedere nei tentativi che fa che cosa riesce a ridestare
e come solo il sacrificio più grande, che è accettare un Altro, può essere
veramente un contributo per noi e per gli altri.
Questo vale prima di tutto per noi, come abbiamo visto, perché è soltanto se
noi vediamo la pertinenza del giudizio che viene proposto, possiamo usarlo e diffonderlo. Vedremo che cosa significa per noi nel modo in cui lo usiamo: se
serve per l’esperienza che ciascuno fa, potrà essere così deciso da offrirlo
agli altri come un aiuto a vivere la situazione di confusione che riguarda tutti.
Il 26 gennaio 2011, cominceremo Il senso religioso di don Giussani, con una mia presentazione del libro, come introduzione al lavoro che faremo l’anno prossimo.
Come già ho avuto modo di accennare alla Giornata d’Inizio Anno, faremo una rilettura de Il senso religioso dall’interno della fede, cioè come verifica della fede. Tante volte abbiamo letto il percorso che ci preparava a riconoscere Cristo. Rileggerlo all’interno della fede vuol dire che come noi viviamo il senso
religioso sarà il test del percorso che abbiamo fatto su Si può vivere così?,
sulla fede. Perché, come ci ha detto sempre don Giussani, e come noi abbiamo
vissuto per esperienza, l’incontro ha la capacità di ridestare l’io, cioè di ridestare tutto l’umano, tutto il senso religioso, perciò di ridestare il
desiderio, la ragione, la libertà, tutta la capacità dell’umano. Allora noi
potremo verificare in che modo la fede per noi è qualcosa di reale, la presenza
di Cristo è qualcosa di contemporaneo, nel modo con cui viviamo, come usiamo la ragione, la libertà, l’affezione, tutto, il rapporto con il reale, la realtà
come segno, tutto. Per questo abbiamo scelto di utilizzare una serata già
prevista nel calendario dei collegamenti per la Scuola di comunità, ma con
questa modalità di presentazione fatta da me. Può essere anche un’occasione per
un gesto pubblico a cui poter invitare tutti. Lo dico in anticipo perché, pur
avendo già gli spazi dei collegamenti attuali, abbiate localmente la possibilità
e il tempo di verificare se è opportuno trovare, per questa occasione, un luogo
più adeguato (ovviamente, solo se ce ne fosse bisogno). Le persone che
desiderassero partecipare ai prossimi Esercizi della Fraternità e non fossero
ancora iscritti alla Fraternità, devono farlo entro il prossimo 20 gennaio 2011.
A questi esercizi partecipano infatti solo gli iscritti alla Fraternità.Come ho avuto occasione di ricordare agli Esercizi lo scorso anno: la Fraternità è una!
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È un’amicizia grande che sente come suo compito quello di richiamare all’altro la Presenza di Cristo, la memoria di Cristo presente. Come abbiamo visto, quando la vita urge se non siamo insieme per questo, non basta. Quindi l’iscrizione alla Fraternità è l’adesione a questa amicizia che ha come scopo vivere la memoria di Cristo.
Non è anzitutto un problema del gruppetto. Partecipare a questo gesto è un modo decisivo di partecipare alla Fraternità.
Siccome negli ultimi tempi ho sentito parlare di tante iniziative per
raccogliere soldi per questo o per quest’altro, ci tengo a richiamare al
Fondo Comune della Fraternità, che è l’origine educativa di tutto.
Perché diamo questo avviso adesso? Mi viene da fare il paragone con quello
che avevamo detto sul Papa: andiamo a Roma perché abbiamo bisogno noi del
Papa; lo stesso vale per il fondo comune: abbiamo bisogno noi del Fondo
Comune per essere educati alla carità. Così come l’idea di andare dal Papa è
rimasta come una icona per la storia, vorrei che capissimo tutti che noi
abbiamo bisogno del fondo comune come gesto di carità.
Questo non è in contrapposizione con il sostengo che, poi, diamo a persone
che conosciamo. Ma (e sottolineo questo) se nel dare non siamo noi educati
al fondo comune, se il fare un gesto di carità non è per una responsabilità
più grande con il fondo comune - che è il gesto che ci educa a questo -,
prima o poi la radice della nostra carità si seccherà perché le manca
l’origine da cui sorge tutto, che non è altro che il carisma. Per questo
anche chi raccoglie soldi per persone e opere dovrebbe avere questa
preoccupazione, che sia per un’educazione al fondo comune.
Perché tanti di voi siete così generosi? Per questa educazione
al fondo comune. Perché sono nati tantissimi gesti di carità?
Per la caritativa. Per questa educazione. Se si dimentica l’origine, faremo
la fine di tutti.
Senza questo tutto finisce.
Agli ultimi Esercizi della Fraternità avevo fatto un approfondimento sul
fondo comune. Che novità ha introdotto, che domande ci ha aperto, che
iniziale cambiamento o ripensamento ha operato in noi? Per chi non
l’avesse in mente, vi invito a rileggerlo sul libretto (alle pagine 64 e 65).
Preghiamo.
Veni Sancte Spiritus
Buon Natale a tutti!

giovedì 16 dicembre 2010

LIBERTÀ RELIGIOSA, VIA PER LA PACE -MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI PER LA CELEBRAZIONE DELLA 44° GIORNATA MONDIALE DELLA PACE (1° GENNAIO 2011)


LIBERTÀ RELIGIOSA, VIA PER LA PACE

1. All’inizio di un Nuovo Anno il mio augurio vuole giungere a tutti e a ciascuno; è un augurio di serenità e di prosperità, ma è soprattutto un augurio di pace. Anche l’anno che chiude le porte è stato segnato, purtroppo, dalla persecuzione, dalla discriminazione, da terribili atti di violenza e di intolleranza religiosa.

Il mio pensiero si rivolge in particolare alla cara terra dell'Iraq, che nel suo cammino verso l’auspicata stabilità e riconciliazione continua ad essere scenario di violenze e attentati. Vengono alla memoria le recenti sofferenze della comunità cristiana, e, in modo speciale, il vile attacco contro la Cattedrale siro-cattolica "Nostra Signora del Perpetuo Soccorso" a Baghdad, dove, il 31 ottobre scorso, sono stati uccisi due sacerdoti e più di cinquanta fedeli, mentre erano riuniti per la celebrazione della Santa Messa. Ad esso hanno fatto seguito, nei giorni successivi, altri attacchi, anche a case private, suscitando paura nella comunità cristiana ed il desiderio, da parte di molti dei suoi membri, di emigrare alla ricerca di migliori condizioni di vita. A loro manifesto la mia vicinanza e quella di tutta la Chiesa, sentimento che ha visto una concreta espressione nella recente Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Da tale Assise è giunto un incoraggiamento alle comunità cattoliche in Iraq e in tutto il Medio Oriente a vivere la comunione e a continuare ad offrire una coraggiosa testimonianza di fede in quelle terre.

Ringrazio vivamente i Governi che si adoperano per alleviare le sofferenze di questi fratelli in umanità e invito i Cattolici a pregare per i loro fratelli nella fede che soffrono violenze e intolleranze e ad essere solidali con loro. In tale contesto, ho sentito particolarmente viva l’opportunità di condividere con tutti voi alcune riflessioni sulla libertà religiosa, via per la pace. Infatti, risulta doloroso constatare che in alcune regioni del mondo non è possibile professare ed esprimere liberamente la propria religione, se non a rischio della vita e della libertà personale. In altre regioni vi sono forme più silenziose e sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i simboli religiosi. I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Tanti subiscono quotidianamente offese e vivono spesso nella paura a causa della loro ricerca della verità, della loro fede in Gesù Cristo e del loro sincero appello perché sia riconosciuta la libertà religiosa. Tutto ciò non può essere accettato, perché costituisce un’offesa a Dio e alla dignità umana; inoltre, è una minaccia alla sicurezza e alla pace e impedisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale.1

Nella libertà religiosa, infatti, trova espressione la specificità della persona umana, che per essa può ordinare la propria vita personale e sociale a Dio, alla cui luce si comprendono pienamente l’identità, il senso e il fine della persona. Negare o limitare in maniera arbitraria tale libertà significa coltivare una visione riduttiva della persona umana; oscurare il ruolo pubblico della religione significa generare una società ingiusta, poiché non proporzionata alla vera natura della persona umana; ciò significa rendere impossibile l’affermazione di una pace autentica e duratura di tutta la famiglia umana.

Esorto, dunque, gli uomini e le donne di buona volontà a rinnovare l’impegno per la costruzione di un mondo dove tutti siano liberi di professare la propria religione o la propria fede, e di vivere il proprio amore per Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (cfr Mt 22,37). Questo è il sentimento che ispira e guida il Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale della Pace, dedicato al tema: Libertà religiosa, via per la pace.

Sacro diritto alla vita e ad una vita spirituale

2. Il diritto alla libertà religiosa è radicato nella stessa dignità della persona umana,2 la cui natura trascendente non deve essere ignorata o trascurata. Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,27). Per questo ogni persona è titolare del sacro diritto ad una vita integra anche dal punto di vista spirituale. Senza il riconoscimento del proprio essere spirituale, senza l’apertura al trascendente, la persona umana si ripiega su se stessa, non riesce a trovare risposte agli interrogativi del suo cuore circa il senso della vita e a conquistare valori e principi etici duraturi, e non riesce nemmeno a sperimentare un’autentica libertà e a sviluppare una società giusta.3

La Sacra Scrittura, in sintonia con la nostra stessa esperienza, rivela il valore profondo della dignità umana: "Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi" (Sal 8, 4-7).

Dinanzi alla sublime realtà della natura umana, possiamo sperimentare lo stesso stupore espresso dal salmista. Essa si manifesta come apertura al Mistero, come capacità di interrogarsi a fondo su se stessi e sull’origine dell’universo, come intima risonanza dell’Amore supremo di Dio, principio e fine di tutte le cose, di ogni persona e dei popoli.4 La dignità trascendente della persona è un valore essenziale della sapienza giudaico-cristiana, ma, grazie alla ragione, può essere riconosciuta da tutti. Questa dignità, intesa come capacità di trascendere la propria materialità e di ricercare la verità, va riconosciuta come un bene universale, indispensabile per la costruzione di una società orientata alla realizzazione e alla pienezza dell’uomo. Il rispetto di elementi essenziali della dignità dell’uomo, quali il diritto alla vita e il diritto alla libertà religiosa, è una condizione della legittimità morale di ogni norma sociale e giuridica.

Libertà religiosa e rispetto reciproco

3. La libertà religiosa è all’origine della libertà morale. In effetti, l’apertura alla verità e al bene, l’apertura a Dio, radicata nella natura umana, conferisce piena dignità a ciascun uomo ed è garante del pieno rispetto reciproco tra le persone. Pertanto, la libertà religiosa va intesa non solo come immunità dalla coercizione, ma prima ancora come capacità di ordinare le proprie scelte secondo la verità.

Esiste un legame inscindibile tra libertà e rispetto; infatti, "nell’esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali, in virtù della legge morale, sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui, quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune".5

Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro. Una volontà che si crede radicalmente incapace di ricercare la verità e il bene non ha ragioni oggettive né motivi per agire, se non quelli imposti dai suoi interessi momentanei e contingenti, non ha una "identità" da custodire e costruire attraverso scelte veramente libere e consapevoli. Non può dunque reclamare il rispetto da parte di altre "volontà", anch’esse sganciate dal proprio essere più profondo, che quindi possono far valere altre "ragioni" o addirittura nessuna "ragione". L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani. Si comprende quindi la necessità di riconoscere una duplice dimensione nell’unità della persona umana: quella religiosa e quella sociale. Al riguardo, è inconcepibile che i credenti "debbano sopprimere una parte di se stessi - la loro fede - per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti".6

La famiglia, scuola di libertà e di pace

4. Se la libertà religiosa è via per la pace, l’educazione religiosa è strada privilegiata per abilitare le nuove generazioni a riconoscere nell’altro il proprio fratello e la propria sorella, con i quali camminare insieme e collaborare perché tutti si sentano membra vive di una stessa famiglia umana, dalla quale nessuno deve essere escluso.

La famiglia fondata sul matrimonio, espressione di unione intima e di complementarietà tra un uomo e una donna, si inserisce in questo contesto come la prima scuola di formazione e di crescita sociale, culturale, morale e spirituale dei figli, che dovrebbero sempre trovare nel padre e nella madre i primi testimoni di una vita orientata alla ricerca della verità e all’amore di Dio. Gli stessi genitori dovrebbero essere sempre liberi di trasmettere senza costrizioni e con responsabilità il proprio patrimonio di fede, di valori e di cultura ai figli. La famiglia, prima cellula della società umana, rimane l’ambito primario di formazione per relazioni armoniose a tutti i livelli di convivenza umana, nazionale e internazionale. Questa è la strada da percorrere sapientemente per la costruzione di un tessuto sociale solido e solidale, per preparare i giovani ad assumere le proprie responsabilità nella vita, in una società libera, in uno spirito di comprensione e di pace.

Un patrimonio comune

5. Si potrebbe dire che, tra i diritti e le libertà fondamentali radicati nella dignità della persona, la libertà religiosa gode di uno statuto speciale. Quando la libertà religiosa è riconosciuta, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice, e si rafforzano l’ethos e le istituzioni dei popoli. Viceversa, quando la libertà religiosa è negata, quando si tenta di impedire di professare la propria religione o la propria fede e di vivere conformemente ad esse, si offende la dignità umana e, insieme, si minacciano la giustizia e la pace, le quali si fondano su quel retto ordine sociale costruito alla luce del Sommo Vero e Sommo Bene.

La libertà religiosa è, in questo senso, anche un’acquisizione di civiltà politica e giuridica. Essa è un bene essenziale: ogni persona deve poter esercitare liberamente il diritto di professare e di manifestare, individualmente o comunitariamente, la propria religione o la propria fede, sia in pubblico che in privato, nell’insegnamento, nelle pratiche, nelle pubblicazioni, nel culto e nell’osservanza dei riti. Non dovrebbe incontrare ostacoli se volesse, eventualmente, aderire ad un’altra religione o non professarne alcuna. In questo ambito, l’ordinamento internazionale risulta emblematico ed è un riferimento essenziale per gli Stati, in quanto non consente alcuna deroga alla libertà religiosa, salvo la legittima esigenza dell’ordine pubblico informato a giustizia.7 L’ordinamento internazionale riconosce così ai diritti di natura religiosa lo stesso status del diritto alla vita e alla libertà personale, a riprova della loro appartenenza al nucleo essenziale dei diritti dell’uomo, a quei diritti universali e naturali che la legge umana non può mai negare.

La libertà religiosa non è patrimonio esclusivo dei credenti, ma dell’intera famiglia dei popoli della terra. È elemento imprescindibile di uno Stato di diritto; non la si può negare senza intaccare nel contempo tutti i diritti e le libertà fondamentali, essendone sintesi e vertice. Essa è "la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti umani".8 Mentre favorisce l’esercizio delle facoltà più specificamente umane, crea le premesse necessarie per la realizzazione di uno sviluppo integrale, che riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione.9

La dimensione pubblica della religione

6. La libertà religiosa, come ogni libertà, pur muovendo dalla sfera personale, si realizza nella relazione con gli altri. Una libertà senza relazione non è libertà compiuta. Anche la libertà religiosa non si esaurisce nella sola dimensione individuale, ma si attua nella propria comunità e nella società, coerentemente con l’essere relazionale della persona e con la natura pubblica della religione.

La relazionalità è una componente decisiva della libertà religiosa, che spinge le comunità dei credenti a praticare la solidarietà per il bene comune. In questa dimensione comunitaria ciascuna persona resta unica e irripetibile e, al tempo stesso, si completa e si realizza pienamente.

E’ innegabile il contributo che le comunità religiose apportano alla società. Sono numerose le istituzioni caritative e culturali che attestano il ruolo costruttivo dei credenti per la vita sociale. Più importante ancora è il contributo etico della religione nell’ambito politico. Esso non dovrebbe essere marginalizzato o vietato, ma compreso come valido apporto alla promozione del bene comune. In questa prospettiva bisogna menzionare la dimensione religiosa della cultura, tessuta attraverso i secoli grazie ai contributi sociali e soprattutto etici della religione. Tale dimensione non costituisce in nessun modo una discriminazione di coloro che non ne condividono la credenza, ma rafforza, piuttosto, la coesione sociale, l’integrazione e la solidarietà.

Libertà religiosa, forza di libertà e di civiltà: i pericoli della sua strumentalizzazione

7. La strumentalizzazione della libertà religiosa per mascherare interessi occulti, come ad esempio il sovvertimento dell’ordine costituito, l’accaparramento di risorse o il mantenimento del potere da parte di un gruppo, può provocare danni ingentissimi alle società. Il fanatismo, il fondamentalismo, le pratiche contrarie alla dignità umana, non possono essere mai giustificati e lo possono essere ancora di meno se compiuti in nome della religione. La professione di una religione non può essere strumentalizzata, né imposta con la forza. Bisogna, allora, che gli Stati e le varie comunità umane non dimentichino mai che la libertà religiosa è condizione per la ricerca della verità e la verità non si impone con la violenza ma con "la forza della verità stessa".10 In questo senso, la religione è una forza positiva e propulsiva per la costruzione della società civile e politica.

Come negare il contributo delle grandi religioni del mondo allo sviluppo della civiltà? La sincera ricerca di Dio ha portato ad un maggiore rispetto della dignità dell’uomo. Le comunità cristiane, con il loro patrimonio di valori e principi, hanno fortemente contribuito alla presa di coscienza delle persone e dei popoli circa la propria identità e dignità, nonché alla conquista di istituzioni democratiche e all’affermazione dei diritti dell’uomo e dei suoi corrispettivi doveri.

Anche oggi i cristiani, in una società sempre più globalizzata, sono chiamati, non solo con un responsabile impegno civile, economico e politico, ma anche con la testimonianza della propria carità e fede, ad offrire un contributo prezioso al faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo umano integrale e per il retto ordinamento delle realtà umane. L’esclusione della religione dalla vita pubblica sottrae a questa uno spazio vitale che apre alla trascendenza. Senza quest’esperienza primaria risulta arduo orientare le società verso principi etici universali e diventa difficile stabilire ordinamenti nazionali e internazionali in cui i diritti e le libertà fondamentali possano essere pienamente riconosciuti e realizzati, come si propongono gli obiettivi - purtroppo ancora disattesi o contraddetti - della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948.

Una questione di giustizia e di civiltà: il fondamentalismo e l’ostilità contro i credenti
pregiudicano la laicità positiva degli Stati

8. La stessa determinazione con la quale sono condannate tutte le forme di fanatismo e di fondamentalismo religioso, deve animare anche l’opposizione a tutte le forme di ostilità contro la religione, che limitano il ruolo pubblico dei credenti nella vita civile e politica.

Non si può dimenticare che il fondamentalismo religioso e il laicismo sono forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità. Entrambe, infatti, assolutizzano una visione riduttiva e parziale della persona umana, favorendo, nel primo caso, forme di integralismo religioso e, nel secondo, di razionalismo. La società che vuole imporre o, al contrario, negare la religione con la violenza, è ingiusta nei confronti della persona e di Dio, ma anche di se stessa. Dio chiama a sé l’umanità con un disegno di amore che, mentre coinvolge tutta la persona nella sua dimensione naturale e spirituale, richiede di corrispondervi in termini di libertà e di responsabilità, con tutto il cuore e con tutto il proprio essere, individuale e comunitario. Anche la società, dunque, in quanto espressione della persona e dell’insieme delle sue dimensioni costitutive, deve vivere ed organizzarsi in modo da favorirne l’apertura alla trascendenza. Proprio per questo, le leggi e le istituzioni di una società non possono essere configurate ignorando la dimensione religiosa dei cittadini o in modo da prescinderne del tutto. Esse devono commisurarsi - attraverso l’opera democratica di cittadini coscienti della propria alta vocazione - all’essere della persona, per poterlo assecondare nella sua dimensione religiosa. Non essendo questa una creazione dello Stato, non può esserne manipolata, dovendo piuttosto riceverne riconoscimento e rispetto.

L’ordinamento giuridico a tutti i livelli, nazionale e internazionale, quando consente o tollera il fanatismo religioso o antireligioso, viene meno alla sua stessa missione, che consiste nel tutelare e nel promuovere la giustizia e il diritto di ciascuno. Tali realtà non possono essere poste in balia dell’arbitrio del legislatore o della maggioranza, perché, come insegnava già Cicerone, la giustizia consiste in qualcosa di più di un mero atto produttivo della legge e della sua applicazione. Essa implica il riconoscere a ciascuno la sua dignità,11 la quale, senza libertà religiosa, garantita e vissuta nella sua essenza, risulta mutilata e offesa, esposta al rischio di cadere nel predominio degli idoli, di beni relativi trasformati in assoluti. Tutto ciò espone la società al rischio di totalitarismi politici e ideologici, che enfatizzano il potere pubblico, mentre sono mortificate o coartate, quasi fossero concorrenziali, le libertà di coscienza, di pensiero e di religione.

Dialogo tra istituzioni civili e religiose

9. Il patrimonio di principi e di valori espressi da una religiosità autentica è una ricchezza per i popoli e i loro ethos. Esso parla direttamente alla coscienza e alla ragione degli uomini e delle donne, rammenta l’imperativo della conversione morale, motiva a coltivare la pratica delle virtù e ad avvicinarsi l’un l’altro con amore, nel segno della fraternità, come membri della grande famiglia umana.12

Nel rispetto della laicità positiva delle istituzioni statali, la dimensione pubblica della religione deve essere sempre riconosciuta. A tal fine è fondamentale un sano dialogo tra le istituzioni civili e quelle religiose per lo sviluppo integrale della persona umana e dell'armonia della società.

Vivere nell’amore e nella verità

10. Nel mondo globalizzato, caratterizzato da società sempre più multi-etniche e multi-confessionali, le grandi religioni possono costituire un importante fattore di unità e di pace per la famiglia umana. Sulla base delle proprie convinzioni religiose e della ricerca razionale del bene comune, i loro seguaci sono chiamati a vivere con responsabilità il proprio impegno in un contesto di libertà religiosa. Nelle svariate culture religiose, mentre dev’essere rigettato tutto quello che è contro la dignità dell’uomo e della donna, occorre invece fare tesoro di ciò che risulta positivo per la convivenza civile.

Lo spazio pubblico, che la comunità internazionale rende disponibile per le religioni e per la loro proposta di "vita buona", favorisce l’emergere di una misura condivisibile di verità e di bene, come anche un consenso morale, fondamentali per una convivenza giusta e pacifica. I leader delle grandi religioni, per il loro ruolo, la loro influenza e la loro autorità nelle proprie comunità, sono i primi ad essere chiamati al rispetto reciproco e al dialogo.

I cristiani, da parte loro, sono sollecitati dalla stessa fede in Dio, Padre del Signore Gesù Cristo, a vivere come fratelli che si incontrano nella Chiesa e collaborano all’edificazione di un mondo dove le persone e i popoli "non agiranno più iniquamente né saccheggeranno […], perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare" (Is 11, 9).

Dialogo come ricerca in comune

11. Per la Chiesa il dialogo tra i seguaci di diverse religioni costituisce uno strumento importante per collaborare con tutte le comunità religiose al bene comune. La Chiesa stessa nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle varie religioni. "Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini".13

Quella indicata non è la strada del relativismo, o del sincretismo religioso. La Chiesa, infatti, "annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose".14 Ciò non esclude tuttavia il dialogo e la ricerca comune della verità in diversi ambiti vitali, poiché, come recita un’espressione usata spesso da san Tommaso d’Aquino, "ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo".15

Nel 2011 ricorre il 25° anniversario della Giornata mondiale di preghiera per la pace, convocata ad Assisi nel 1986 dal Venerabile Giovanni Paolo II. In quell’occasione i leader delle grandi religioni del mondo hanno testimoniato come la religione sia un fattore di unione e di pace, e non di divisione e di conflitto. Il ricordo di quell’esperienza è un motivo di speranza per un futuro in cui tutti i credenti si sentano e si rendano autenticamente operatori di giustizia e di pace.

Verità morale nella politica e nella diplomazia

12. La politica e la diplomazia dovrebbero guardare al patrimonio morale e spirituale offerto dalle grandi religioni del mondo per riconoscere e affermare verità, principi e valori universali che non possono essere negati senza negare con essi la dignità della persona umana. Ma che cosa significa, in termini pratici, promuovere la verità morale nel mondo della politica e della diplomazia? Vuol dire agire in maniera responsabile sulla base della conoscenza oggettiva e integrale dei fatti; vuol dire destrutturare ideologie politiche che finiscono per soppiantare la verità e la dignità umana e intendono promuovere pseudo-valori con il pretesto della pace, dello sviluppo e dei diritti umani; vuol dire favorire un impegno costante per fondare la legge positiva sui principi della legge naturale.16 Tutto ciò è necessario e coerente con il rispetto della dignità e del valore della persona umana, sancito dai Popoli della terra nella Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 1945, che presenta valori e principi morali universali di riferimento per le norme, le istituzioni, i sistemi di convivenza a livello nazionale e internazionale.

Oltre l’odio e il pregiudizio

13. Nonostante gli insegnamenti della storia e l’impegno degli Stati, delle Organizzazioni internazionali a livello mondiale e locale, delle Organizzazioni non governative e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà che ogni giorno si spendono per la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, nel mondo ancora oggi si registrano persecuzioni, discriminazioni, atti di violenza e di intolleranza basati sulla religione. In particolare, in Asia e in Africa le principali vittime sono i membri delle minoranze religiose, ai quali viene impedito di professare liberamente la propria religione o di cambiarla, attraverso l’intimidazione e la violazione dei diritti, delle libertà fondamentali e dei beni essenziali, giungendo fino alla privazione della libertà personale o della stessa vita.

Vi sono poi - come ho già affermato - forme più sofisticate di ostilità contro la religione, che nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini. Esse fomentano spesso l’odio e il pregiudizio e non sono coerenti con una visione serena ed equilibrata del pluralismo e della laicità delle istituzioni, senza contare che le nuove generazioni rischiano di non entrare in contatto con il prezioso patrimonio spirituale dei loro Paesi.

La difesa della religione passa attraverso la difesa dei diritti e delle libertà delle comunità religiose. I leader delle grandi religioni del mondo e i responsabili delle Nazioni rinnovino, allora, l’impegno per la promozione e la tutela della libertà religiosa, in particolare per la difesa delle minoranze religiose, le quali non costituiscono una minaccia contro l’identità della maggioranza, ma sono al contrario un’opportunità per il dialogo e per il reciproco arricchimento culturale. La loro difesa rappresenta la maniera ideale per consolidare lo spirito di benevolenza, di apertura e di reciprocità con cui tutelare i diritti e le libertà fondamentali in tutte le aree e le regioni del mondo.

Libertà religiosa nel mondo

14. Mi rivolgo, infine, alle comunità cristiane che soffrono persecuzioni, discriminazioni, atti di violenza e intolleranza, in particolare in Asia, in Africa, nel Medio Oriente e specialmente nella Terra Santa, luogo prescelto e benedetto da Dio. Mentre rinnovo ad esse il mio affetto paterno e assicuro la mia preghiera, chiedo a tutti i responsabili di agire prontamente per porre fine ad ogni sopruso contro i cristiani, che abitano in quelle regioni. Possano i discepoli di Cristo, dinanzi alle presenti avversità, non perdersi d’animo, perché la testimonianza del Vangelo è e sarà sempre segno di contraddizione.

Meditiamo nel nostro cuore le parole del Signore Gesù: "Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati […]. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati [...]. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5,4-12). Rinnoviamo allora "l’impegno da noi assunto all’indulgenza e al perdono, che invochiamo nel Pater noster da Dio, per aver noi stessi posta la condizione e la misura della desiderata misericordia. Infatti, preghiamo così: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12)".17 La violenza non si supera con la violenza. Il nostro grido di dolore sia sempre accompagnato dalla fede, dalla speranza e dalla testimonianza dell’amore di Dio. Esprimo anche il mio auspicio affinché in Occidente, specie in Europa, cessino l’ostilità e i pregiudizi contro i cristiani per il fatto che essi intendono orientare la propria vita in modo coerente ai valori e ai principi espressi nel Vangelo. L’Europa, piuttosto, sappia riconciliarsi con le proprie radici cristiane, che sono fondamentali per comprendere il ruolo che ha avuto, che ha e che intende avere nella storia; saprà, così, sperimentare giustizia, concordia e pace, coltivando un sincero dialogo con tutti i popoli.

Libertà religiosa, via per la pace

15. Il mondo ha bisogno di Dio. Ha bisogno di valori etici e spirituali, universali e condivisi, e la religione può offrire un contributo prezioso nella loro ricerca, per la costruzione di un ordine sociale giusto e pacifico, a livello nazionale e internazionale.

La pace è un dono di Dio e al tempo stesso un progetto da realizzare, mai totalmente compiuto. Una società riconciliata con Dio è più vicina alla pace, che non è semplice assenza di guerra, non è mero frutto del predominio militare o economico, né tantomeno di astuzie ingannatrici o di abili manipolazioni. La pace invece è risultato di un processo di purificazione ed elevazione culturale, morale e spirituale di ogni persona e popolo, nel quale la dignità umana è pienamente rispettata. Invito tutti coloro che desiderano farsi operatori di pace, e soprattutto i giovani, a mettersi in ascolto della propria voce interiore, per trovare in Dio il riferimento stabile per la conquista di un’autentica libertà, la forza inesauribile per orientare il mondo con uno spirito nuovo, capace di non ripetere gli errori del passato. Come insegna il Servo di Dio Paolo VI, alla cui saggezza e lungimiranza si deve l’istituzione della Giornata Mondiale della Pace: "Occorre innanzi tutto dare alla Pace altre armi, che non quelle destinate ad uccidere e a sterminare l'umanità. Occorrono sopra tutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale; quelle, per prime, dell’osservanza dei patti".18 La libertà religiosa è un’autentica arma della pace, con una missione storica e profetica. Essa infatti valorizza e mette a frutto le più profonde qualità e potenzialità della persona umana, capaci di cambiare e rendere migliore il mondo. Essa consente di nutrire la speranza verso un futuro di giustizia e di pace, anche dinanzi alle gravi ingiustizie e alle miserie materiali e morali. Che tutti gli uomini e le società ad ogni livello ed in ogni angolo della Terra possano presto sperimentare la libertà religiosa, via per la pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2010

BENEDICTUS PP XVI

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 15 dicembre 2010

Per guarire il desiderio, andiamo a "caccia" di persone felici


INT. Alessandro D'Avenia


Ho conosciuto persone nobili che hanno perduto la loro speranza più elevata. E da allora calunniano tutte le speranze elevate». Comincia citando Nietzsche l’intervista del sussidiario con lo scrittore Alessandro D’Avenia a proposito dell'ultimo volantino di Cl. No, non è il desiderio ad essere in crisi, dice D’Avenia, ma il nostro senso per il bene capace di suscitarlo. Un senso che si è smarrito nell’indistinto dei tanti vizi che riempiono la nostra pancia. La sfida? «Trovare la bellezza nascosta nel quotidiano, trasformando in versi la prosa dell’ordinario», dice l’autore di Bianca come il latte, rossa come il sangue. «Occorre andare a caccia di persone felici».



Secondo lei è vero che c’è un «calo del desiderio», come dice il Censis il quale si spinge fino a parlare di declino della nostra soggettività morale e profonda, di una «nirvanizzazione» dei nostri bisogni e desideri?


«Niente di nuovo sotto il sole. “Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali. Una vogliuzza per il giorno e una per la notte: salva restando la salute. ‘Noi abbiamo inventato la felicità’ - dicono e strizzano l’occhio. Io ho conosciuto persone nobili che hanno perduto la loro speranza più elevata. E da allora calunniano tutte le speranze elevate. Da allora vivono sfrontatamente di brevi piaceri e non riescono più a porsi neppure mete effimere. Perciò hanno spezzato le ali al loro spirito: che ora striscia per terra e contamina ciò che rode...”. Queste parole appartengono a Nietzsche, che aveva intuito con un secolo di anticipo la chiusura della mente e del cuore borghesi e la sostituzione della felicità con il piacere e del bene con il benessere. Il desiderio è tensione verso il bene. Non è calato il desiderio, ma è calata la presenza visibile e l’appetibilità del bene. Basti pensare ad un tema come quello del Paradiso. Nessuno vuole andare in Paradiso, neanche i cristiani: sembra un posto noioso».



Sta dicendo che il problema oggi non è l’esaurimento del desiderio, ma l’esaurimento del bene come qualcosa di desiderabile e quindi da realizzare...

«…anche se a fatica. Il piacere soddisfatto sempre e comunque atrofizza il desiderio. Al bambino che chiede il secondo gelato il papà fa bene a resistere, presentando come desiderabile una realtà diversa, fatta di attesa e quindi di scoperta. Il bambino sempre soddisfatto diventa un tiranno obeso. Di contro, il bambino il cui desiderio non è sempre soddisfatto, entra nella realtà, va alla ricerca del nuovo, gioca, scopre, crea. Questo vale anche per gli adulti: se il desiderio è sempre soddisfatto non c’è ricerca, non c’è creatività.



Si scatena così una lettura pessimistica del reale, come luogo incapace di soddisfare tutti i desideri, e delle persone, come mezzo o ostacolo per la soddisfazione di quei desideri. Le dipendenze, di qualunque tipo siano, sono frutto di un desiderio immediatamente e infantilmente soddisfatto, che non sa più uscire dal circolo autoreferenziale e confrontarsi con la realtà, come l’ubriaco de Il Piccolo Principe, che alla domanda: “Perché bevi?”, risponde “Perché ho vergogna”. “Di cosa hai vergogna?” - rincara il bambino. “Di bere” - risponde l’ubriaco».



Lei oltre che scrittore è uomo di scuola. Qual è secondo lei la cifra più emblematica del “cuore” dei giovani in questi anni? Che cosa desiderano?

«Il cuore dei giovani è lo stesso di sempre, siamo noi adulti ad essere diventati spesso incapaci di mostrare il bene, la verità, la bellezza. Se una facoltà non viene utilizzata si rattrappisce, sparisce. Oggi è lo spirito ad essere nascosto, rattrappito, addormentato. Basta però andare a prendere i ragazzi in questo pozzo profondo di insoddisfazione, perché il desiderio riscopra se stesso e si metta in viaggio. Baudelaire, altro grande profeta della condizione moderna, all’inizio del suo poema dice che il grande vizio della natura umana è la noia, che tutto divora. I suoi Fiori del male sono il resoconto della ricerca dell’antidoto alla noia del piacere soddisfatto, che ha momenti di esaltazione e di prostrazione, con quella bipolarità tipica dell’adolescente. La soluzione è nascosta nell’ultima parola dell’ultima poesia, intitolata Il viaggio. Questa parola è “nuovo”. La ricerca del nuovo è ciò che vince la noia e rimette in moto il desiderio. I ragazzi hanno un disperato bisogno di uscire dalla noia di una libertà che gira a vuoto, perché è ridotta a banale “non invadere” lo spazio altrui. Il nuovo è percepito come ciò è più recente, cioè in realtà ciò che è meno vecchio. Questo però non è il vero nuovo che disseta il cuore e vince il nemico della noia della routine quotidiana. Il nuovo si trova solo in ciò che sa dare sempre più di sé stesso ad ogni incontro, ciò che ha profondità. Dante è sempre nuovo, Shakespeare è nuovo, un panorama, un amico, un amore sono nuovi. Dio è il nuovo per eccellenza. Chesterton diceva che Dio è giovane, siamo noi ad essere vecchi. Sarà per questo che il Figlio dell’uomo nell’Apocalisse promette la grande soluzione: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”».



Don Luigi Giussani ha sempre definito il “cuore” in senso biblico, come unità di ragione - intesa in senso ampio, non ridotta secondo il paradigma razionalistico - e di affezione. È questa la scaturigine del desiderio umano. È una chiave di lettura che trova confermata?


«Ne sono convinto. Sto incontrando centinaia di ragazzi, insegnanti, genitori grazie al mio romanzo. Mi scrivono altrettanti. Cosa accomuna tutte le domande e le lettere delle persone che incontro? La sete di senso. Il cuore è inaridito. La testa è smarrita. Cuori freddi. Teste calde. Occorre ri-armonizzare testa e cuore, rendendo i cuori “pensanti” o le teste “accorate”. Dante più si avvicina al centro dell’Inferno più trova lande di ghiaccio e dannati dagli occhi ghiacciati: il ghiaccio di cuori freddi, la solitudine che si richiude su sé stessa. Un ghiaccio del cuore che si cerca di sciogliere surriscaldandolo con artifici virtuali o alcolici, “stupefacendosi” invece di stupirsi. Diventiamo così incapaci di sperimentare il calore buono della vita quotidiana, capace di estasi appaganti in una pagina, in un volto, in un panorama, in una sfida, in un amore. Ma siamo capaci di queste estasi? Le possono testimoniare?».



«Il desiderio - ha scritto Luigi Giussani, citato nel volantino - può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze». Cosa manca allora al desiderio oggi e qual è la crisi che lo investe?

«Ho già risposto prima. Aggiungerei che manca bellezza. Se la verità è amore che si manifesta, la bellezza è amore che si realizza. Quando Dante entra in Paradiso, sente e vede cose che provocano questa reazione: “La novità del suono e ‘l grande lume / di lor cagion m’accesero un disio / mai non sentito di cotanto acume”. Sperimenta un desiderio mai provato prima di allora, causato da cosa? La novità della bellezza percepita. Senza bellezza spariscono il bene e la verità. Il bene perde desiderabilità e la verità non ha più forza persuasiva. Già lo diceva Leopardi: “Ma con l’esperienza, (il giovane) trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ecc. A poco a poco si abitua a stimare quei piccoli pregi che prima disprezzava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell’ottimo o del buono, e a lasciar l’abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso”. La sfida è trovare la bellezza nascosta nel quotidiano, trasformando in versi la prosa dell’ordinario».



«Chi o che cosa può ridestare il desiderio?» Lei cosa risponde?

«Testimoni della felicità. Oltre alla bellezza, questo è l’argomento che lascia ammutolito chiunque. Una vita felice dal primo all’ultimo momento è una vita che vale la pena di essere vissuta. Andare a caccia delle persone felici e chiedere loro ragione della loro felicità. Solo questo risveglierà il desiderio di una vita più grande e piena. Una volta una studentessa dopo una lezione sulla poesia mi disse che avrei fatto meglio a leggere meno poesia e a guardare di più il “Grande Fratello”. Credevo di avere fallito: mi sbagliavo. Quella ragazza in realtà mi stava chiedendo di non provocare più la sua libertà, di non portare in classe la differenza tra il bello e il brutto. Mi chiedeva di tornare nel mondo piccolo e brutto della tv e di smetterla di complicarle la vita comoda che aveva scelto. Il relativismo è la cultura dell’indifferenza (non c’è differenza tra le cose) e genera indifferenti, capaci di consolarsi solo con forti e continue emozioni. Solo chi sa, vuole e ha il coraggio di testimoniare ciò che fa la differenza tra il vero e il falso, tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, provoca la libertà a scegliere. La libertà ha bisogno oggi di essere chiamata all’appello, non con la sterile proposta di regole, ma con la promessa di avventura che è la vita di ciascuno a partire dalla pienezza della propria. Solo chi ha una vocazione può provocarne altre. Ogni uomo è creato per essere l’inizio di qualcosa di unico: solo chi sa che la sua vita è un progetto sognato dall’eternità, può vincere il pessimismo e il disfattismo dilaganti».



Nel volantino si dice che la grande alternativa oggi è tra ideologia ed esperienza. Che cosa vuol dire questo per lei, e in generale per un educatore?

«L’unica ideologia che domina oggi è quella del luogo comune, prodotto per lo più dai media. L’esperienza è il valico aperto verso la pienezza, perché è un linguaggio che tutti comprendono. Per esperienza non intendo il banale “fare esperienze”, al plurale, come garanzia di crescita, ma “fare esperienza” come capacità di andare in profondità, non rassegnarsi a risposte preconfezionate, a soluzioni di comodo. Oggi facciamo esperienze di ogni tipo, in orizzontale, ma ci manca la verticalità e quindi la profondità. Si può fare esperienza solo se lo spirito è desto e non si rassegna alle superfici, ma va oltre, le spezza, alla ricerca della vita piena, grande, bella. Quella vita che ci redime e che si manifesta in alcuni momenti privilegiati e segnati dalla beatitudine. Per fare questo però occorre tornare ad usare i cinque sensi. Stare nella realtà con i cinque sensi. Solo chi usa i sensi, sviluppa lo spirito. Solo chi usa i sensi coglie il senso della vita. Senso vuol dire: sostanza e direzione. Solo chi vede, ascolta, tocca, annusa, assaggia trova il senso profondo, perché scopre che ogni fibra del nostro corpo è fatta per il bene, il vero, il bello. Gli educatori sono chiamati ad incoraggiare l’uso dei sensi, per poi guidare verso la ricerca del senso ultimo delle cose. Dante si ritrova nella selva oscura, senza sapere come, colpito da un sonno che non sa bene come lo abbia colto. Virgilio lo aiuta a ritrovare sé stesso attraverso l’esperienza della verticalità totale: dalla selva oscura all’Amore che muove il sole e le altre stelle».

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