martedì 24 gennaio 2012

"Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione"


Cari fratelli e sorelle,

all’avvicinarsi della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, desidero condividere con voi alcune riflessioni su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante, e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato.

Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami. Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni.

Gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte. Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte; anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte. Il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti. Nel complesso e variegato mondo della comunicazione emerge, comunque, l’attenzione di molti verso le domande ultime dell’esistenza umana: chi sono? che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare? E’ importante accogliere le persone che formulano questi interrogativi, aprendo la possibilità di un dialogo profondo, fatto di parola, di confronto, ma anche di invito alla riflessione e al silenzio, che, a volte, può essere più eloquente di una risposta affrettata e permette a chi si interroga di scendere nel più profondo di se stesso e aprirsi a quel cammino di risposta che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo.

Questo incessante flusso di domande manifesta, in fondo, l’inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza. L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui “quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011).

Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità. Non c’è da stupirsi se, nelle diverse tradizioni religiose, la solitudine e il silenzio siano spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose. Il Dio della rivelazione biblica parla anche senza parole: “Come mostra la croce di Cristo, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio. Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. (…) Il silenzio di Dio prolunga le sue precedenti parole. In questi momenti oscuri Egli parla nel mistero del suo silenzio” (Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 30 settembre 2010, 21). Nel silenzio della Croce parla l’eloquenza dell’amore di Dio vissuto sino al dono supremo. Dopo la morte di Cristo, la terra rimane in silenzio e nel Sabato Santo, quando “il Re dorme e il Dio fatto carne sveglia coloro che dormono da secoli” (cfr Ufficio delle Letture del Sabato Santo), risuona la voce di Dio piena di amore per l’umanità.

Se Dio parla all’uomo anche nel silenzio, pure l’uomo scopre nel silenzio la possibilità di parlare con Dio e di Dio. “Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice” (Omelia, S. Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 ottobre 2006). Nel parlare della grandezza di Dio, il nostro linguaggio risulta sempre inadeguato e si apre così lo spazio della contemplazione silenziosa. Da questa contemplazione nasce in tutta la sua forza interiore l’urgenza della missione, la necessità imperiosa di “comunicare ciò che abbiamo visto e udito”, affinché tutti siano in comunione con Dio (cfr 1 Gv 1,3). La contemplazione silenziosa ci fa immergere nella sorgente dell’Amore, che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo, il suo Messaggio di vita, il suo dono di amore totale che salva.

Nella contemplazione silenziosa emerge poi, ancora più forte, quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità. Come ricorda il Concilio Vaticano II, la Rivelazione divina si realizza con “eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto” (Dei Verbum, 2). E questo disegno di salvezza culmina nella persona di Gesù di Nazaret, mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione. Egli ci ha fatto conoscere il vero Volto di Dio Padre e con la sua Croce e Risurrezione ci ha fatti passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla libertà dei figli di Dio. La domanda fondamentale sul senso dell’uomo trova nel Mistero di Cristo la risposta capace di dare pace all’inquietudine del cuore umano. E’ da questo Mistero che nasce la missione della Chiesa, ed è questo Mistero che spinge i cristiani a farsi annunciatori di speranza e di salvezza, testimoni di quell’amore che promuove la dignità dell’uomo e che costruisce giustizia e pace.

Parola e silenzio. Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo. A Maria, il cui silenzio “ascolta e fa fiorire la Parola” (Preghiera per l’Agorà dei Giovani a Loreto, 1-2 settembre 2007), affido tutta l’opera di evangelizzazione che la Chiesa compie tramite i mezzi di comunicazione sociale.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2012, Festa di san Francesco di Sales

BENEDICTUS PP. XVI

Il Volto Santo, quando Gesù ci guarda

Penso alla tristezza di molti uomini soli nella loro presunta laicità. Mi duole il pensiero che nella loro vita Cristo sia una follia, un’idea, una scomoda eredità del passato, l’oppio dei popoli. Vorrei che potessero comprendere cosa significa vivere sotto la maestà di quello sguardo, cosa significa operare dentro la benedicente certezza della Sua Presenza.

Sì, Cristo ci guarda. Come ha guardato Pietro in quel giorno terribile del tradimento. Come ha guardato Giuda. Come ha guardato il giovane ricco nel giorno del suo slancio generoso, come ha guardato Zaccheo, mentre era sul sicomoro. Come ha guardato sua Madre, lungo la via dolorosa. Sì, lui ci guarda e forse ci guarda ancora più profondamente di come possa aver guardato allora. Oggi ci guarda attraverso il velo della morte e la luce straordinaria della risurrezione.

È l’esperienza unica che si fa vedendo per la prima volta il Volto di Manoppello. È lui. E ci guarda. Nella Sindone di Torino e nelle immagini elaborate al computer sul telo sindonico che lo rendono in qualche modo vivo, Cristo rimane come all’esterno. È lui, ma è avvolto ancora nel sonno della morte. Il lenzuolo, si sa (a dispetto di molti), pulsa nella storia come testimonianza viva della risurrezione di Cristo, ma l’immagine che ci rende è quella di un uomo avvolto nella maestà della morte. Trovarsi di fronte al velo di Manoppello è uno shock. Gli occhi sono vivi. E ti guardano. Le labbra sono dischiuse e ti sorridono.

Il Volto di Manoppello: un finissimo telo di bisso marino che reca impressa l’istantanea di Colui che, vivo, vede il Padre. Ha visto il Padre e oggi guarda a noi con quello stesso sguardo.
Chi l’avrebbe detto che quelle parole, dette un giorno ai suoi amici, dovevano raggiungerci così da vicino! Che dovevano risultare per noi così vere, più vere e vive di quanto non lo fossero per quei suoi discepoli: «chi vede me vede il Padre». Cristo ha voluto lasciarci il primo sguardo al Padre, dopo l’avventura dell’Incarnazione.

Così descrive l’evento, Antonio Teseo uno studioso della reliquia abruzzese:
«All'alba del terzo giorno dalla morte di Gesù, un violento terremoto mosse la grossa pietra e nel sepolcro allora entrò la luce del Padre; proprio in quell'istante, la luce di Cristo filtrò i presunti teli sepolcrali (NdR: il telo di bisso marino e il telo sindonico) con i suoi raggi dritti e paralleli e lasciò impresso su di essi le figure riguardanti i segni della Resurrezione: il Volto di Gesù Risorto, i cui occhi avevano guardato il Padre, era stato illuminato dai raggi provenienti da destra così come vediamo nel Volto Santo di Manoppello».

Nel momento della resurrezione di Cristo, dunque, traspariva dal velo una definizione del Santo
Volto in carne ed ossa prima che il corpo si smaterializzasse: questa si era andata ad impressionare sul lino della Sacra Sindone di Torino…

Sovrapporre il bisso di Manoppello col telo Sindonico è un’operazione affascinante. Le parti combaciano. La serenità dell’uomo della Sindone si carica della vivacità e dello sguardo acuto dell’uomo di Manoppello. Ed è lo stesso uomo. Esaminando il volto al Computer si scopre che effettivamente gli occhi del Cristo sono vivi e rivolti verso una fonte luminosa. Infatti la guancia destra più esposta a questa luce è effettivamente più illuminata dell’altra. Questo spiega anche il motivo per cui le tracce di sangue delle ferite, che compaiono sul Volto Santo, sono asciutte e pertanto poco evidenti (A. Teseo).

Il santo volto di Manoppello emerge dal buio del suo percorso storico nel 1506 allorché uno sconosciuto consegna il prezioso telo di bisso marino al fisico Donat’Antonio Leonelli. Da qui comincia il legame profondo di questa reliquia con la cittadina abruzzese. Eppure numerose testimonianze nella storia dell’arte lasciano supporre che il volto fosse già noto e rappresentasse in qualche modo un archetipo, un canone a cui rifarsi. Fra le tante, la più suggestiva per somiglianza è certamente l’opera di Antonello da Messina dal titolo: Salvator mundi. La tavola, dipinta a olio, è datata 1465-1475; forse una delle sue prime opere firmate e datate.

Antonello non ha avuto tentennamenti nel dipingere il volto del Cristo frontale, con i lineamenti leggermente mongolici e gli occhi penetranti dall’iride luminosa. Ha tentennato invece dipingendo la mano. La mano benedicente (ancora si nota la velatura della prima posizione), pare voler bucare lo spazio e raggiungerci, viene verso di noi. Pare che Antonello abbia voluto dire: Lui è qui, ti benedice e ti guarda, anzi ti tocca.

Sovrapporre a questo volto il volto di Manoppello è impressionante. Cristo davvero ci guarda. Ci ha lasciato accanto al suo Corpo e al suo Sangue, anche quello che l’Eucaristia non ci può dare, il suo sguardo. La luce piena di Cielo di questo sguardo. Il cielo del Padre che si è aperto al Cristo che, morto, ora vive per sempre.

Cristo ti guarda, anzi ti tocca e non per un falso d’autore, ma per quel desiderio d’infinito che resta insopprimibile nell’uomo. Certe mode laiciste e razionaliste sono come la tempesta sul mare. Fanno gran rumore, ma il mare sta. Supera i secoli e i tempi. Il mare rimane nella sua calma abissale dei fondali marini. Questa calma abissale e profonda sale anche dallo sguardo di Cristo, che mentre guarda noi, vede il Padre.

di Gloria Riva 24-01-2012

lunedì 23 gennaio 2012

Carrón: una Speranza più forte della crisi

È appena tornato dagli Stati Uniti, dove ha incontrato le comunità di Cl nate oltreoceano in questi anni, segno di un carisma che continua a fiorire e che ha messo radici in 80 Paesi. In questi giorni sta preparando la lezione introduttiva della Scuola di comunità del 2012, lo strumento di educazione alla fede inventato da don Giussani per verificare quanto la fede c’entra con la vita di tutti i giorni. Il lancio pubblico della Scuola di comunità è previsto per mercoledì, con una videoconferenza da Milano che verrà seguita da cinquantamila persone collegate da decine di città italiane. Incontrando don Julián Carrón, che guida Comunione e Liberazione dalla morte del fondatore nel 2005, si resta colpiti dal suo sguardo sereno e certo, dalla determinazione con cui scandisce le parole. Come se, più che comunicare idee, testimoniasse la profondità delle radici su cui è piantata la sua vita. Una certezza e una positività che lasciano il segno, in una stagione all’insegna dell’instabilità e del dubbio.

Cosa rende possibile uno sguardo positivo sulla realtà che non sia ingenuamente ottimista e, ultimamente, senza fondamento?
La crisi che stiamo vivendo non è meramente economica, ma affonda le sue radici nell’umano. È una sfida radicale alla concezione della vita che ciascuno di noi ha. È qui dove si vede se uno ha qualcosa che davanti alla crisi «tiene» e gli consente di non essere smarrito, scettico o rassegnato. Conservo nel cuore una frase di Giussani che è di un’attualità impressionante: «Mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto». In Germania, Benedetto XVI è andato al fondo della questione: «L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui? Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo ’perde’ sempre di più la vita». Io faccio spesso l’esempio del termosifone: quando lo spegni per un po’ non ti accorgi di nulla, ma dopo un po’ il freddo prende il sopravvento. Davanti alla crisi noi siamo soli col nostro freddo, ci riteniamo autosufficienti, oppure abbiamo qualche risorsa di caldo che ci consente di affrontarla e di non restare smarriti?

Lei cita spesso la frase di Péguy: «Per sperare occorre avere ricevuto una grande grazia». Chi non ha fede in Dio non può sperare?
Sperare appartiene alla natura stessa dell’uomo, è una «mossa» originaria e incancellabile. Lo riconosce anche Pavese: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Tutti veniamo al mondo con un’apertura totale di fronte al reale, come è evidente nella curiosità dei bambini, ma strada facendo questo atteggiamento si corrompe, tanto che è quasi impossibile trovare adulti che non siano almeno un po’ permeati dallo scetticismo. Perché questa mossa originaria possa tenere nel tempo, perché non ceda di fronte alle fatiche dell’esistenza, occorre avere ricevuto una grande grazia, quella che i cristiani hanno appena celebrato nel Natale.

C’è qualcuno che testimonia con più forza questa posizione umana?
La figura più esemplare che abbiamo davanti è quella di Benedetto XVI. È difficile trovare un’altra personalità che abbia una lucidità di giudizio sulla situazione attuale e che allo stesso tempo, senza ritirarsi in uno spiritualismo estraneo al reale, continua a sfidare tutti mostrando come la fede può dare un contributo decisivo per affrontare le sfide che abbiamo davanti. Abbiamo la fortuna di avere tra noi un gigante.

Ma il Papa è un gigante isolato?
Come tutti i giganti ha bisogno di figli. La questione è se noi ci lasciamo interpellare e illuminare dalla sua testimonianza, e così possiamo partecipare della genialità del gigante. Nella misura in cui il popolo cristiano si muove nel solco della sua testimonianza, il mondo vedrà fiorire persone capaci di partecipare alla costruzione del bene comune a partire dalla certezza che Cristo salva l’uomo.

Come è possibile condividere uno sguardo carico di speranza con tutti, anche con chi non professa alcuna fede religiosa?
Non abbiamo lezioni da impartire a nessuno, ma un tesoro ricevuto da testimoniare a tutti. Siamo stati scelti nella nostra piccolezza per portare ovunque lo sguardo con cui Gesù guarda gli uomini. Nella misura in cui siamo investiti da questo sguardo, possiamo renderlo presente a chiunque e fare un pezzo di strada insieme per rendere più umana la convivenza. Lo dimostra, ad esempio, la ricchezza di umanità che ha accompagnato le decine di incontri promossi dalle comunità di Cl a partire dal documento «La crisi, sfida per un cambiamento», con la partecipazione di personalità di diversa estrazione culturale.

Cosa chiedere alla politica e a chi ci governa perché con la loro azione alimentino una prospettiva di positività?
Alla politica non possiamo chiedere quello che non può dare. Da essa non ci aspettiamo la salvezza, ma che crei le condizioni per stimolare e favorire le iniziative di chi costruisce per il bene comune, di chi crea lavoro, risorse, ricchezza e ambiti in cui la società possa crescere.

Lei incontra tanti giovani, in Italia e nel mondo: come li vede?
La questione è che ci siano adulti disponibili a prenderne sul serio il bisogno con una proposta che li interroga e li sfida. Quando incontrano testimoni credibili, quando si riaccende il motore del desiderio, emergono personalità che lasciano a bocca aperta. In fondo è un problema educativo: quando trova un alveo, la loro energia vitale prorompe.

Benedetto XVI ha indetto l’Anno della fede, come a indicare la necessità di tornare alle radici del cristianesimo. È un contrattacco rispetto a una secolarizzazione sempre più pervasiva e insieme una presa d’atto di quanto i cristiani stanno smarrendo le loro radici?
Il cristianesimo continua a comunicarsi se per ogni generazione riaccade un nuovo inizio. È come in una famiglia: il fatto che i genitori siano credenti non è di per sé una garanzia che anche i figli lo diventino; deve scattare la mossa della libertà, un’adesione ragionevole alla fede. Il Papa avverte l’urgenza di riproporre il contenuto essenziale della fede perché sono prevalse concezioni che la riducono a discorso, dottrina, etica o sentimento. Ma queste riduzioni non reggono di fronte alle sfide della modernità, che ci costringe a riscoprire la natura del cristianesimo. Anche oggi è dunque necessario un nuovo inizio, per testimoniare come la ragione e la libertà trovano nella fede il loro compimento, rendendo evidente che il cristianesimo è qualcosa di umanamente conveniente. In questo senso l’Anno della fede è rivolto prima di tutto ai cristiani, ma, nella misura in cui noi vivremo un «nuovo inizio», può giovare a tutti, secondo il metodo scelto da Gesù: dare la grazia ad alcuni perché attraverso di loro possa arrivare a tutti coloro che sono disponibili ad accoglierla.

Tra pochi giorni ricomincia la Scuola di comunità, lo strumento di educazione alla fede proposto a tutti da Comunione e liberazione. Qual è il tema del 2012?
Nel libro «All’origine della pretesa cristiana», il testo di quest’anno, c’è una straordinaria sintonia con le motivazioni dell’Anno della fede. In quelle pagine Giussani mostra la ragionevolezza della fede attraverso lo sguardo di coloro che hanno partecipato a quel primo tentativo di «verifica» che fu la convivenza di Gesù coi discepoli. Nell’incontro che fin dall’inizio li affascinò per la sua eccezionalità, si mise in moto il desiderio di condividere con Lui tutta la vita. Cristo continua a proporsi oggi attraverso la Chiesa, incontrando tutta la nostra umanità. In un’epoca di smarrimento e confusione come questa, è motivo di gratitudine avere ricevuto la grazia della fede, che è davvero l’unica ragione per sperare. L’unica che ha la consistenza sufficiente per fare respirare l’uomo in qualsiasi circostanza.

CHI È
Julián Carrón presiede la Fraternità di Cl dal 2005, dopo la morte di don Giussani, che lo aveva voluto a Milano per condividere con lui la conduzione del Movimento. Nato nel 1950 a Navaconcejo (Cáceres, Spagna), a 10 anni entra nel Seminario di Madrid, nel 1975 viene ordinato sacerdote e l’anno successivo si laurea in Teologia, con specializzazione in Sacra Scrittura, presso l’Università Pontificia Comillas. Nel 1984 consegue il dottorato in Teologia. Da sette anni insegna Introduzione alla Teologia, presso l’Università Cattolica di Milano, nella stessa cattedra in cui insegnava Giussani. Nel 2008 è nominato da Benedetto XVI Consultore del Pontificio Consiglio per i Laici e nel 2011 del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.
Giorgio Paolucci - avvenire

venerdì 20 gennaio 2012

Contro l'etica dell'utile


Pochi giorni fa mi è capitato un fatto che mi ha molto interrogato. Vengo contattato dalla mamma di un mio allievo, preoccupata per l’impassibilità del ragazzo davanti ad una grave insufficienza in Latino, materia per lui ostica, di scarso valore nella vita di tutti i giorni, per la quale non si intravede lo scopo di studio. Vedo la donna concentrata sul cinismo del figlio verso la materia scolastica. Allora le espongo la mia preoccupazione che non riguarda il voto in sé. Il ragazzo pochi giorni prima, commentando la gita scolastica in una bella città, mi aveva stupito in quanto giudicava l’esperienza inutile.

L’etica dell’utile ha ormai coinvolto tutti gli ambienti e tutti gli atteggiamenti creando uno scetticismo di fondo, un’incapacità a vivere bene e pienamente le esperienze. La madre, sola nel grande compito dell’educazione dei figli, non aveva mai pensato e prestato attenzione a questo fatto. Nel contempo, ora si sentiva in colpa e responsabile, perché lei spesso a cena aveva parlato della vita in maniera disillusa.

Ritengo quest’episodio molto significativo. In primis ci dice che spesso noi genitori siamo interessati più all’andamento scolastico dei nostri figli che alla loro vita e al loro vero bene. Riduciamo le nostre domande alla fatidica richiesta: «Come è andata la scuola?». Il ragazzo non può che trincerarsi dietro una risposta monosillabica che chiude ogni comunicazione. Se a mia figlia, che ha sei anni, io chiedo se abbia imparato qualcosa di interessante e di bello, lei è più propensa a parlare. A tavola, a cena, ognuno di noi racconta che cosa sia capitato di interessante durante la giornata. Mi sembra un modo per spalancarsi di fronte all’avventura della vita alla ricerca di ciò che ci capita e che renda bella e interessante la vita stessa.

In secondo luogo, constato che la disillusione e il cinismo abitano normalmente negli ambienti di noi adulti. La giovinezza è un atteggiamento dell’animo, che si protende con stupore e con meraviglia verso la realtà e la vita. Mia nonna, che ha novantasei anni, è sempre interessata a quanto accade. Può accadere ai giovani di essere più vecchi nello spirito rispetto agli anziani. Quando questo accade, la responsabilità è, però, spesso di genitori, di maestri e di educatori che coprono con la tristezza e la disillusione sulla vita l’entusiasmo e le domande tipiche della gioventù.

In terzo luogo, come diceva Teilhard de Chardin, la cosa più grave che possa accadere all’umanità (e, quindi, a me come uomo) non è la pestilenza, non è la malattia, ma la perdita del gusto di vivere. L’etica dell’utilitarismo ha seriamente intaccato la capacità dell’uomo di vivere con intensità la realtà. Il mio io non si muove più con meraviglia nel «gran mare dell’essere», come Dante chiama la realtà, ma usa gli affetti, l’amore, l’amicizia, la conoscenza, i rapporti umani per un tornaconto che abbiamo in mente. La realtà, le cose e le persone non valgono più in quanto tali, ma per i miei progetti.

L’etica dell’utilitarismo è un’altra sfaccettatura dell’ideologia imperante nell’epoca contemporanea. Così, non si conoscono più davvero le cose e le persone, ma le si sfruttano. Non può rimanere, al fondo, che tristezza. All’etica dell’utile «economico» si dovrebbe sostituire l’etica del conveniente e corrispondente a livello umano. Dovremmo chiederci: che cosa davvero mi corrisponde, che cosa può rendermi lieto, che cosa è buono per il mio destino? Giova ricordare un passo dei Promessi sposi, tratto dal capitolo XXXVIII ove Manzoni ci descrive come emblematica della situazione esistenziale dell’uomo l’immagine dell’infermo, mai soddisfatto del proprio letto e sempre alla ricerca di cambiare situazione, perché la propria è sempre insoddisfacente. Una volta che il malato ha trovato un altro letto, scopre, però, che questo è ancora più scomodo e che, forse, si stava meglio prima. Ecco perché converrebbe, ci dice il Manzoni, forse pensare a far bene, più che a star bene e forse si starebbe meglio. Questa per Manzoni è la vera convenienza e corrispondenza al cuore dell’uomo: l’amore.

Detto questo e per ritornare al punto di partenza del nostro discorso non ritengo questo il luogo di difendere il Latino. Forse, in un altro momento risponderò con ampiezza alla grandissima utilità di questa disciplina classica. Nel bellissimo film «The millionaire» un ragazzo di strada riesce a rispondere a tutte le domande poste nel concorso perché ognuna di esse riguardava un aspetto della vita che lui aveva vissuto con intensità.

Affrontare con entusiasmo e con serietà tutta la realtà che abbiamo di fronte è la posizione più umana e più intelligente, che ci permette di capire meglio noi stessi e la realtà in cui la sfida della vita ci fa inoltrare.
di Giovanni Fighera - http://www.labussolaquotidiana.it

Quando la Chiesa non può tacere.Sulla vicenda della rappresentazione teatrale “Sul concetto di volto del Figlio di Dio”, in programma a Milano



Intervengo sulla base delle notizie lette e ascoltate in questo periodo. Notizie che sono a volte confuse e contraddittorie sui dettagli, ma chiare quanto alla sostanza, provengono da fonti diverse e certamente perciò non sono ideologicamente condizionate.

Mi pare che innanzitutto ci sia da dire che questo è un episodio miserevole dal punto di vista della espressione, non dico artistica, ma dell’espressione umana. Ed è certamente la conferma di quello che ho già detto immediatamente dopo gli scontri di Roma del 15 ottobre scorso, in ordine alla distruzione della statua della Madonna: il filo conduttore, che unisce espressioni che apparentemente sembrano divergere moltissimo, è l’anticristianesimo.

Ormai l’ideologia dominante è quella anticristiana, quella che tende all’abolizione sistematica della presenza e dell’annunzio cristiano, sentito come una anomalia che mette in crisi questa omologazione universale operata dalla mentalità laicista, consumista, istintivista.

Quindi da questo punto di vista il giudizio non può che essere inappellabilmente negativo: è un’espressione meschina di una volontà di eliminare la tradizione cristiana, in questo caso colpendo il contenuto fondamentale della fede. Colpendo l’immagine e la figura di Gesù Cristo nei confronti del quale nella scritta finale – credo che apparirà ancora malgrado tutte le modificazioni a cui in qualche modo sono stati costretti – apparirà il rifiuto di essere figli di Dio. E quindi si manifesta la volontà di sostituire alla figliolanza divina la proclamazione della propria autonomia e autosufficienza, che è stato il delirio della modernità.

C’è poi il problema della reazione. Su questo io mi devo avventurare con molta circospezione perché non intendo prestare il fianco a nessuna critica nei confronti di altre Chiese o di altri confratelli. Sono stato molto lieto nell’apprendere che - in situazione analoga - la Chiesa francese e in particolare il capo della Conferenza episcopale francese, il cardinale di Parigi, ha proposto un gesto rigorosamente penitenziale in ordine a questa blasfemia implicando la struttura fondamentale della Chiesa.

Io mi chiedo questo, e su questa domanda mi fermo: una Chiesa particolare - o una connessione di Chiese particolari che aderiscono alle Conferenze episcopali nazionali - che non reagisca in termini assolutamente essenziali e pubblici a questo attacco violento alla tradizione cattolica, io mi chiedo: se non interviene su questo punto, su che cosa interviene?

Che cosa mette più in crisi la possibilità di una comunicazione obiettiva della fede di questa serie di iniziative tese a screditare, a criminalizzare, a corrompere la nostra tradizione? Certo che se le Chiese cosiddette ufficiali – ma il termine mi è assolutamente ostico perché la Chiesa è una sola, non è né quella ufficiale né quella carismatica, la Chiesa è il mistero del popolo di Dio nato dal mistero di Cristo morto e risorto e dall’effusione dello Spirito, quindi c’è una Chiesa sola –; se la Chiesa non reagisce adeguatamente in modo certamente non rancoroso, non livido, assumendo in senso uguale e contrario l’atteggiamento demenziale di questi parauomini di cultura; se non reagisce la Chiesa, allora necessariamente possono intervenire in maniera protagonistica gente o gruppi che nella Chiesa non hanno a cuore soltanto la difesa della Chiesa ma hanno a cuore l’espressione legittima delle loro convinzioni.

Allora poi non si dica che la protesta è dei tradizionalisti; la protesta è dei tradizionalisti perché la Chiesa come tale non prende una posizione, che a me sembrerebbe assolutamente necessaria.

Nella mia diocesi non è previsto lo spettacolo, fortunatamente. Questo è il vantaggio delle piccole comunità diocesane, ai margini del grande impero massmediatico. Ma nel caso che nella diocesi di MIlano questo spettacolo si verificasse effettivamente, io devo considerare che sono ancora immanente alla Chiesa di Milano e vi sarò finché campo. Sono capo, sono padre della Chiesa di San Marino-Montefeltro, ma sono figlio della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo, nella quale ho ricevuto il battesimo e tutti i sacramenti fino all’ordinazione episcopale. Non potrò quindi non considerare una presa di posizione discreta, misurata, che dica il dissenso di un vescovo di origine ambrosiana nei confronti di quello che accade nell’ambito della società milanese.
di Mons.Luigi Negri vescovo di San Marino-Montefeltro

mercoledì 18 gennaio 2012

sabato 14 gennaio 2012

L'ora che vale una vita

“Andarono e videro dove dimorava e quel giorno rimasero con lui;
erano circa le quattro del pomeriggio”
Giovanni 1,39



E’ come ricordare il primo incontro con la donna amata. O il giorno e l’ora della nascita del figlio. Un avvenimento che cambia la vita. Per Giovanni e Andrea è stata un’ora impensata, straordinaria, impossibile da dimenticare. Cosa è accaduto? Gesù è appena uscito allo scoperto. In mezzo a tanta gente anche lui è andato al fiume, e Giovanni Battista, dalla riva, l’ha subito scorto e segnalato.

Leggendo la cronaca di quell’avvenimento registrata nei Vangeli abbiamo quasi l’impressione che il suo grido sia risuonato ai quattro venti, risvegliando il mondo. In realtà ci hanno badato solo Giovanni e Andrea, due giovani pescatori che s’erano presi una vacanza dal lavoro, attratti come tanti altri dal nuovo profeta del fiume.

Così è cominciata l’avventura della loro vita, e così è cominciata la storia che ha coinvolto tante altre persone nei secoli, fino a toccare anche noi. Un lieve passaggio, il fruscio dei passi sul greto del fiume, un batticuore, un’incertezza dei due che gli camminano dietro: “E adesso, lo chiamiamo?”. E’ Gesù stesso a voltarsi: “Che cosa cercate?”. Cercano quello che da secoli, da sempre, gli uomini stanno cercando. Cercano il suo volto, il suo cuore, la sua mano forte. Cercano una casa, la sua casa, dove abitare con lui. Cercano la strada, la sua strada, da percorrere insieme con lui.

Adesso lui è davanti a loro, li invita a casa sua, ed essi stanno con lui tutto quel giorno. Il giorno seguente Andrea lo dice subito al fratello Pietro, insieme lo dicono agli amici; tornano da lui nei giorni seguenti, gli vanno dietro senza indugio quando, mentre sono in mare con la piccola cooperativa di pesca, Gesù li chiama a stare con lui sempre, diventando pescatori in un mare più grande. Quella al fiume Giordano è un’ora decisiva, l’ora della vita, l’ora del mondo.
don Angelo Busetto14-01-2012 -http://www.labussolaquotidiana.it

venerdì 13 gennaio 2012

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón Milano, 11 gennaio 2012


Testo di riferimento: Il senso religioso, capitolo XIV, Rizzoli, Milano 2010, pp. 185-195.
• Parsifal (Canzone dell’ideale)
• Mandulinata a Napule
Gloria
Buon anno a tutti! E che cosa c’è di meglio per incominciare l’anno che questo capitolo de Il senso religioso! Perché non c’è un altro capitolo così vertiginoso, possiamo dire, cioè che esprime così bene lo «struggimento» (è la parola che usa don Giussani) della ragione di poter conoscere l’incognito. Lo stesso struggimento che abbiamo appena percepito in questo canto napoletano, la tensione a «entrare nel mistero che sottende l’apparenza». Questo è quello che sentivano Ulisse e i
compagni. Ma questa posizione è una pazzia per la “saggezza” della mentalità comune. E allora ciascuno di noi si trova davanti a questa lotta tra l’umano (cioè il senso religioso) e il disumano(cioè la posizione positivista). Ed è la lotta che ciascuno di noi vive in ogni momento nel suo rapporto con la realtà: vivere le colonne d’Ercole come un confine o come un invito. Questo è il dramma della vita.


Quando ho letto questo capitolo ho provato un’enorme sproporzione. Mi dicevo: la natura del mio umano è quella di andare oltre, ma sarà proprio vero? Continuavo a rileggerlo, ma questa domanda continuava a rimanermi dentro, e alla fine l’avevo un po’ chiusa dicendomi che secondo me io non sono fatta così. Poi sono partita per le vacanze, è venuta a trovarmi una mia amica affrontando il viaggio con la neve, ed era tutta contenta; la sera è andata a letto e mi ha mandato un messaggio bellissimo che diceva: «Ma chi è che mi vuole così bene per essere accolta così?». E
io le ho risposto: «E io ti invidio», spiegandole poi, il giorno dopo, perché. Era andata oltre, come dice questo capitolo. Poi ho incontrato una signora che mi dà una mano a fare le pulizie; mi raccontava di essere stata a Venezia con la figlia (che non aveva mai visto il mare), e quest’ultima è scoppiata a piangere dicendo: «Ma che bello questo mare; ma che cos’è che è così immenso?». E allora è stato un altro contraccolpo, perché mi sono detta: anche in lei (che non è cristiana) l’umano è andato oltre, quindi è vera questa cosa che il don Gius ci ha detto, che il nostro umano è fatto per andare oltre. Allora mi sono accorta che c’è qualcosa che blocca il mio umano ad andare oltre. Ho vissuto quindici giorni in vacanza in cui mi sono resa conto che, se fossi andata oltre, non sarebbero stati un lamento o solo una fatica. Voglio capire se c’è qualcosa che blocca questa mia natura dell’umano.
C’è qualcosa che blocca. Infatti, anche se uno a volte non si sente di andare oltre – e lo giustifica dicendo: «Non sono fatto così» –, la realtà rilancia la questione mettendogli davanti delle persone che con una semplicità disarmante documentano e testimoniano che non è così, che non si può chiudere la partita così in fretta. E si apre la domanda: perché in noi sentiamo questo blocco? La nostra amica non sta dicendo qualcosa di cui non abbiamo esperienza: quello che lei ha il coraggio
di dire davanti a tutti è quello che noi, a volte, non abbiamo il coraggio di confessare neanche a noi stessi! Allora che cosa ci blocca, pur avendo a disposizione un capitolo così, una proposta così, noi tutti quanti che abbiamo incontrato Cristo? È questo il dramma; non stiamo parlando solo degli uomini prima di Cristo, stiamo parlando di noi che sperimentiamo questo dramma. Per questo è giustissima la domanda che ci fa lei, perché ci mette davanti a una questione che dobbiamo affrontare, perché è il nostro dramma. Non pensiamo di essere immuni dal positivismo solo perché lo sappiamo definire! Non basta per liberarsene. Infatti, come vediamo, poi ci sorprendiamo nella realtà di esserci immersi fino al collo in questo positivismo, per cui la realtà, invece di un invito, è semplicemente un confine che ci blocca. Lasciamo aperta la questione.
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Questo capitolo de Il senso religioso è forse il mio capitolo preferito; mi ha sempre affascinato, anche esteticamente, forse anche per il riferimento iniziale all’Ulisse di Dante che mi ha sempre colpito. In questo tempo in cui tu ce lo hai dato come compito, io l’ho riletto tante volte, e mi ha fatto impressione il fatto che ero d’accordo, anche entusiasticamente, ma non vedevo “spostamenti” in me, e mi ero anche un po’ preoccupata per questo. Poi l’altro ieri, partecipando a una riunione con te, a un certo punto ti ho posto un problema su una situazione su cui avevo un certo giudizio, e tu mi hai detto – rispetto al fatto che io ero intervenuta dicendo: «Mi sembra che questo sia giusto, mi sembra che questo sia sbagliato» –: «No, guarda, devi andare da quella persona e porle questa domanda: “Ma di che cosa è esigenza questo vostro problema?”». Io sono rimasta molto colpita da questa tua osservazione, perché ho sentito questo quattordicesimo capitolo non più come un discorso, ma come un movimento rispetto al vivere, tanto che poi il giorno dopo l’ho riletto sull’onda dello spostamento di posizione che aveva posto la tua
osservazione, e ho cominciato a entrarci. Mi è sembrato di capire questo: che il mio Mediterraneo è continuare a definire che «questo è giusto e questo è sbagliato» (in fondo, mi muovo sempre così),mentre è una presenza che ti fa risentire che tu sei Ulisse. E non varchi le colonne d’Ercole del Mediterraneo solo perché parli dell’Oceano, ma perché l’Oceano presente ti fa risentire la totalità
della tua esigenza. L’osservazione che tu mi hai suggerito di porre a quella persona è un’osservazione che io ho sentito posta a me: era Cristo presente che mi faceva risentire, come ci hai detto nell’articolo su L’Osservatore Romano a Natale, l’ampiezza dell’esigenza che ho (e che io riduco sempre). E così d’improvviso quel capitolo non descriveva più quello che io dovrei essere, ma quello che sono. Mi ha fatto impressione che ieri pomeriggio, parlando con un amico a cui
voglio molto bene e a cui ho detto tante volte quello che è giusto fare, mi sono ritrovata a dirgli: «Ma di che cosa è esigenza questo tuo muoverti?», immediatamente riusando, senza quasi accorgermene, la stessa frase che tu avevi detto a me lunedì, sentendo in me e in lui questo struggimento che detta ogni nostra mossa, sia quelle giuste sia quelle sbagliate. Oppure mi ha fatto
impressione che questa mattina a scuola – sto trattando il nazismo – ho fatto una lezione sui giovani tedeschi della “Rosa Bianca”, sfidando i miei alunni a partire da questa esigenza di totalità; non avevo pensato di farla perché avevo già giudicato che questi non avrebbero capito, e sono rimasta invece colpitissima dal fatto che siccome tu mi avevi reso di nuovo “Ulisse”, io li guardavo da Ulisse.

Qual è il nostro positivismo? Che noi cerchiamo di chiudere la partita, definendo quello che è giusto e quello che non lo è. Non è questa la posizione esistenziale che mette la vertigine nella vita, perché la legge antropologica, dice questo capitolo, è rimanere sospeso a una volontà che non conosco. E questo, scrive don Giussani a pagina 189, è l’unico atteggiamento ragionevole, razionale: «La vera legge morale [quella che esprime al meglio che cosa siamo] sarebbe quella di essere sospesi al cenno di questo ignoto “signore”, attenti ai segni di una volontà che ci apparirebbe attraverso la pura, immediata circostanza. Ripeto [insiste!]: l’uomo, la vita razionale dell’uomo dovrebbe essere sospesa all’istante, sospesa in ogni istante a questo segno apparentemente così volubile, così casuale che sono le circostanze attraverso le quali l’ignoto “signore” mi trascina, mi provoca al suo disegno». Ma noi pensiamo che questo “signore” sia matto! Pensiamo che noi siamo la misura di quello che questo “signore”, se fosse intelligente come noi, dovrebbe fare! E, siccome continuamente ci provoca a qualcosa che noi non capiamo, che ci porta oltre, oltre, oltre in una modalità che a noi sembra assolutamente irragionevole, noi pensiamo che questo essere sospesi così sia la pazzia più grande che si possa dare. Invece Giussani prosegue: «Dir “sì” a ogni istante [...] semplicemente aderendo alla pressione delle occasioni. È una posizione vertiginosa», questa è la vera natura dell’uomo religioso. Ma chi può vivere così? Forse per qualche momento, ma poi decadiamo. Mi scrive una persona raccontandomi come sta vivendo una certa circostanza:

«Parto da un fatto successo il primo di settembre di quest’anno. Una cara amica prossima al matrimonio, di una intelligenza e una sensibilità rare, è stata colpita da una emorragia cerebrale. Ha lottato tra la vita e la morte per circa due mesi. Questo fatto mi ha travolto per l’amicizia con lei e la sua famiglia, ma anche per professione essendo io dottore. Sono passata attraverso varie fasi. Prima ho
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cercato di eludere l’urgenza delle domande che l’imponenza di questo fatto suscitava, occupandomi degli aspetti medici e organizzativi: ho messo a disposizione la casa, ho tenuto le fila delle questioni mediche eccetera. Andavo in rianimazione facendo fatica a reggere il suo sguardo vuoto o quello pieno di domande dei suoi familiari, e scappavo con la scusa di andare a vedere le lastre o altri esami; insomma, evitavo l’urto dedicandomi ad attività “socialmente utili”. Ma non ho retto molto
perché le cose precipitavano e la domanda di senso che questo fatto misterioso suscitava non riusciva più a essere soffocata dalla “distrazione” dell’attività di medico. E allora è iniziato un dialogo acceso con il Mistero, un dialogo senza tregua. Ho accettato, o forse sono stata costretta a lasciarmi ferire. La percezione della vibrazione dell’essere è diventata il tessuto della mia giornata come mai lo è stato prima. Ho anche sperimentato che la vita, vissuta come percezione continua e
viva del Mistero, si riaccende. Mi sono appassionata di più al valore del mio lavoro, al destino dei miei figli, di mio marito, degli amici; le cose bruciavano di più, è vero, ma così è tutto più intenso.
Però – inizio con i però – ho sperimentato che questo non basta. La persistenza in questa posizione vertiginosa, che peraltro è quasi impossibile mantenere a lungo, alla fine mi portava a un sentimento di ribellione contro questo essere senza nome e senza volto. Ho iniziato a sentire il bisogno urgente di qualcosa che mi dicesse: “Donna non piangere!”, e fosse tenero e convincente nel dirmelo; ho iniziato a sentire il bisogno di qualcuno che mi proponesse una strada concreta, senza nulla togliere alla percezione del Mistero, ma che al tempo stesso mi facesse assaporare la bellezza del Suo essersi piegato sulle nostre vite. Nel momento in cui lo desideravo, forse prima, è accaduto [ha avuto alcune persone che l’hanno accompagnata in questa situazione]. Se non ci fosse stato qualcuno che si è piegato su di me dicendomi: “Donna non piangere”, io sinceramente della
percezione vivissima di un Mistero senza volto non me ne sarei fatta alcunché. Questi fatti non mi hanno tolto il senso del Mistero, che di fronte alla mia amica martoriata nel corpo e nella mente rimane più vivido che mai. Quando sono venuta alla Giornata d’inizio anno, in cui per due ore consecutive hai parlato della vibrazione dell’essere, ho sentito il tuo richiamo come monco di significato, mi sembrava ultimamente triste e senza respiro. Davanti alla vita così drammatica ho
pensato: ma perché Carrón continua a parlare solo di questo rapporto del singolo con il Mistero e non ci introduce, se non tangenzialmente, all’ipotesi di risposta? Che senso ha questo metodo? Sembra che il vertice di tutto sia scoprire il rapporto con Uno senza volto che fa la realtà. Ma questo non basta a me, come non basta ai miei pazienti e agli amici che soffrono, saremmo solo disperati; se questo Dio senza volto che fa tutte le cose non fosse venuto in terra facendosi compagno e
trapassando il dolore, come quello della mia amica o come il mio, la realtà non avrebbe senso e non potrebbe in qualche modo essere positiva. So che sto esagerando e che il 26 gennaio non hai detto questo, ma sinceramente mi sembra che l’insistenza su questi aspetti abbia prestato il fianco a certe deviazioni irragionevoli come – si potrebbe dire così – se ci fosse una contrapposizione tra Cristo e la ragione. La realtà può essere molto bella, ma anche drammatica e dolorosa se non sono vinta dal
cinismo dilagante e riesco a conservare una posizione pura (cosa già di per sé assai difficile se si è da soli), al massimo arrivo a percepire l’esistenza di Qualcuno senza volto che fa questa realtà, ma poi cadrei mille volte non potendo sostenere questa vertigine, alla fine frustrata e disillusa come tutti. Allora continuare a creare questa contrapposizione tra la percezione del Mistero, l’inesorabile
positività del reale, e il bisogno innegabile della Rivelazione è assurdo. Eppure su questa dicotomia inutile la nostra comunità si sta spaccando. Mi sembra che ci sia proposto come modello un rapporto protestante con un Dio senza volto che alla fine prende i contorni di ciò che mi fa più comodo o, peggio, di una proiezione malata del mio pensiero».

Ciascuno può giudicare se questa è stata la proposta il 26 gennaio... Perché il 26 gennaio, se da qualcosa sono partito, è stato proprio dal contrario: dall’incontro cristiano, dal fatto di Cristo come esperienza reale. Giussani ha sempre detto che il nostro punto di partenza non è il naturale senso religioso, bensì l’annuncio cristiano; e l’annuncio cristiano si vede che è penetrato in un uomo dal fatto che ridesta le sue esigenze originali. Il punto di partenza è stato questo, e tutta l’evoluzione della lezione è stata questa. Nel quarto punto, che è quello che mi interessa adesso per collegarlo al capitolo di oggi, dicevamo: «Solo un cristianesimo che conserva la sua natura originale, i suoi tratti inconfondibili di presenza
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storica contemporanea – la contemporaneità di Cristo –, può essere all’altezza del reale bisogno dell’uomo, ed è perciò in grado di salvare il senso religioso», cioè la possibilità di entrare in ogni circostanza pur vertiginosa che sia. E avevamo aggiunto: «“Cristo me trae tutto, tanto è bello!” [...].
È questa bellezza, come splendore del vero, l’unica cosa in grado di ridestare il desiderio dell’uomo e di muovere così potentemente l’affezione da rendere possibile in continuazione l’apertura della sua ragione alla realtà che ha davanti [...]. La contemporaneità di Cristo consente così alla ragione tutta la sua apertura, permettendole di raggiungere un’intelligenza della realtà prima sconosciuta:
ogni cosa, ogni circostanza, anche la più banale, è esaltata, diventa segno, “parla”, è interessante da vivere. L’uomo così ridestato e sostenuto dalla presenza di Cristo può vivere finalmente da uomo religioso [tanto è vero che avevamo intitolato questo ultimo passaggio: «Cristo salva il senso religioso»: perciò continuare a contrapporre le due cose è contro quello che ho detto!], sostenere la
vertigine della vita, circostanza dopo circostanza [qualsiasi circostanza]». E più avanti dicevo: «La contemporaneità di Cristo si rivela così indispensabile per vivere appieno il senso religioso, cioè per avere l’atteggiamento giusto davanti al reale», per vivere questa vertigine che nemmeno dopo l’Incarnazione ci viene risparmiata, come descrive la lettera che vi ho appena letto. Senza il
riconoscimento della contemporaneità di Cristo quel che viene meno è questo slancio del senso religioso. Perché don Giussani insiste sull’uso della ragione? Perché il Papa insiste sull’uso della ragione? Anche loro sono protestanti? Mi sembra troppo! In realtà, qui ritorna quel che ci ha detto con sincerità l’amica del primo intervento di stasera: uno può stare davanti al reale dopo Cristo senza che si ridesti la drammaticità davanti al reale. Don Giussani lo spiegava così in una
conferenza del 1985: «Noi cristiani nel clima moderno siamo stati staccati non dalle formule cristiane, direttamente, non dai riti cristiani, direttamente, non dalle leggi del decalogo cristiano, direttamente. Siamo stati staccati dal fondamento umano, dal senso religioso. Abbiamo una fede che non è più religiosità. Abbiamo una fede che non risponde più come dovrebbe al sentimento religioso; abbiamo una fede cioè non consapevole, una fede non più intelligente di sé».
Quando dice questo, don Giussani sta parlando di qualcosa che tutti possiamo riconoscere nella nostra vita, o no?
Dopo Cristo noi possiamo essere piatti, ché possiamo sapere le formule cristiane e non avere il senso del Mistero. È evidente che, senza che si ridesti in noi costantemente questo fondamento umano, la realtà non ci parla. Se siamo facilitati da un testimone, allora la realtà comincia a parlarci, come dice questa lettera:


«Al termine dell’ultima Scuola di comunità, nel tornare a casa e salutando
mia moglie le ho detto che dopo quello che avevo sentito da te e provato come contraccolpo dentro,nessuna circostanza poteva più abbattermi. La chiarezza era totale. Ero convintissimo che non poteva esserci circostanza dove uno non poteva riconoscere la presenza di Uno che non mi lascerà mai. Dopo appena cinque giorni al lavoro si è aperta una vertenza sindacale che non si sa a quanti licenziamenti porterà. Io, pur essendo da anni rappresentante sindacale, e avendo già vissuto
purtroppo queste vicende, in questa occasione mi sono completamente paralizzato. Lo stesso periodo natalizio l’ho vissuto con un vuoto indescrivibile. Mia moglie giustamente, proprio alla vigilia di Capodanno, mi inchioda e dice: “Ma che ti sta succedendo? Tu non eri quello che fino a pochi giorni addietro dicevi che non c’era circostanza che ti poteva mai più abbattere?”. Non sono riuscito a replicare. A partire dalla vicenda del lavoro, sentivo un vuoto dentro che non riuscivo a
colmare con i discorsi, con la forza di volontà o pensando alla mia famiglia, neppure a mio nipote o anche alla responsabilità che ho all’interno del movimento. Per la prima volta penso di non aver fatto il passo indietro archiviando il tutto; sono andato avanti fino in fondo partendo proprio da quel vuoto immenso, da quella mancanza; non dovevo spostarmi. Ed è lì, dalla mancanza che nessuno poteva colmare, che ho ricominciato ad avvertire il Suo abbraccio, fino ad affrontare anche la
vertenza sindacale con insperata letizia. Non so se mi sbaglio, in questo cerco una tua correzione, ma senza il percorso sulla ragione che da tempo ci stai facendo fare, alla fine senza troppo clamore avrei accantonato tutta la vicenda senza colpo ferire. Invece, proprio approfondendo senza censurare nulla quel solco che poco a poco stava diventando un abisso e che mi faceva stare molto male, sono ritornato a respirare, risentendo su di me la tenerezza di Dio: non si scandalizza della
mia debolezza, va oltre, e meno male».


Se noi, davanti alle circostanze che non ci vengono
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risparmiate dopo l’incontro fatto, non possiamo affrontare la realtà così, pian piano Cristo non si dimostra così vincitore da generare una creatura nuova, cioè un soggetto diverso che ci consenta di entrare nel reale. E alla fine vivere il contenuto di questo capitolo XIV è assolutamente impossibile.
Ma non lo possiamo vivere da soli, abbiamo bisogno costantemente di essere generati, occorre costantemente la contemporaneità di Cristo per poter entrare in qualsiasi circostanza con una tranquillità profonda e una capacità di letizia, che è quello che ci ha testimoniato Cristo stesso, ché Cristo non si è ritirato dal reale, ma è entrato nel reale non come dice questo altro amico (leggo e poi rispondo):

«Da diverse settimane vivo con una fatica grande. Sto per perdere il lavoro, non so
ancora se è questione di settimane o pochi mesi, ma è certo. Questo fatto inaspettato e ingiusto mi ha gettato nello sconforto e nel panico. In queste circostanze sono affondato. In questi mesi ho pregato, ho domandato, ho seguito. In questo istante, mentre decido di scriverti, sto domandando di riconoscerLo. In molti istanti della giornata mi sembra che Lui non risponda, non tanto perché il mio problema resta irrisolto, ma perché non riesco a stare dentro la circostanza sostenuto dalla Sua
presenza. È come se restasse una premessa [e una premessa non è in grado di sostenere: se il cristianesimo è premessa, se il cristianesimo è soltanto una dottrina, se il cristianesimo è soltanto un insieme di regole che già sappiamo, non basta per entrare nel reale] e non una presenza dentro la mia repulsione rispetto alla circostanza del lavoro. Ma senza di Lui io non sto in piedi, neanche
quando sono in compagnia degli amici o tra le braccia di mia moglie; niente basta davvero. Non so perché Lui permette tutto questo: restare senza lavoro, lo sconforto... Non ho risposte, per me è misterioso, ma vorrei poter dire in modo sincero che è per un mio bene [questo è il desiderio, ciò che uno desidera per sé], poterlo dire, poter aderire a questa circostanza, a questa modalità assolutamente banale attraverso la quale il Mistero mi sta convocando. Lo dico, ma in fondo spesso
non lo credo. Non riesco a ripetere le parole di padre Kolbe: “Non vi chiedo istruzioni per l’uso, vi chiedo di sostenere il mio cammino”. Stamani, dopo aver detto male le Lodi e fatto male la Scuola di comunità, ho detto: Signore, insegnami a pregare, perché “chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo”. Cristo c’è, ma la fatica è riconoscerLo e attaccarmi a Lui. È incredibile, ma senza che Lui sia la cosa più desiderata per me, resto fluttuante».


Questo è il nostro dramma, il dramma di ciascuno di noi. Ma che cosa ci ha testimoniato Cristo? Che cosa ha fatto davanti a noi l’uomo Cristo? È entrato nella circostanza senza ritirarsi, non fluttuante. Come? Da solo? No: per il legame assoluto e indistruttibile con il Padre, a cui Lui vuole introdurre anche noi! Gesù non si ferma all’apparenza, non litiga nell’orto degli Ulivi o con Pilato, o Erode, o il sinedrio: il Suo dialogo è con il Padre. Cristo è entrato nella storia, e da quel momento noi non siamo mai da soli.
Senza questa coscienza noi ci illuderemo di poter vivere da uomini religiosi, magari di essere anche insieme; ma la vera questione è questo dialogo a cui Cristo ci ha introdotto per essere figli nel Figlio, per attaccarci così potentemente a Lui da poter vivere qualsiasi circostanza come figli, senza introdurre un sospetto, un dubbio, sul nostro rapporto con il Padre. Allora, questo ci dice il percorso
che ci resta da fare affinché questa certezza nel rapporto con Cristo non faccia venir meno la ragione o l’affezione o la libertà, ma la renda veramente possibile. Questo è impossibile senza Cristo, ma Cristo non è riducibile al nostro dire: «Cristo», perché poi, davanti al reale, vediamo costantemente che non basta. Dunque, o Cristo – come ci siamo detti in tutti questi mesi – è qualcosa che sta accadendo ora nella comunità cristiana, e allora possiamo entrare in qualsiasi
circostanza, oppure è impossibile affrontare la realtà in maniera compiutamente umana. Cristo rende possibile vivere la vita con tutta la mia ragione, con tutto il mio umano; Egli è l’unico che è in grado di salvare il senso religioso, altrimenti basta che qualsiasi cosa ci scombini per andare in tilt.
E questa è la verifica che dobbiamo fare: Cristo è in grado di generare un soggetto così?
L’esperienza cristiana nella storia è in grado di generare un soggetto così, una creatura nuova?
Questa è la questione. È il lavoro che ci aspetta.

La prossima volta – che sarà mercoledì 25 gennaio alle ore 21.30 – faremo la presentazione del testo della nuova Scuola di comunità, che è il secondo volume del PerCorso, All’origine della pretesa cristiana, di don Giussani.6
La presentazione – occasione di un incontro pubblico di CL a cui potete invitare tutti – sarà, come l’anno scorso, in diretta video da Milano.
Fino a questo momento abbiamo fatto il nostro collegamento ogni 15 giorni, come testimonianza di un metodo nel fare la Scuola di comunità. Dopo la presentazione del 25 gennaio faremo un incontro di ripresa ogni mese circa per una verifica del lavoro fatto, in modo tale che ciascuno possa fare il paragone tra il proprio lavoro (con i gruppi con cui vi trovate di solito) e quello che accadrà alla fine di ogni mese, durante il collegamento. Questo intende favorire, come avevo detto fin dall’inizio, un lavoro di personalizzazione.
Al numero di Tracce di gennaio è allegato il libretto con il testo degli Esercizi del Clu.
Abbiamo voluto renderlo disponibile per tutti, come aiuto per una maggior consapevolezza di che cosa voglia dire che la realtà è positiva, perché questo tema ha suscitato parecchio dibattito. È un tentativo sintetico di rispondere a questa questione: come la realtà è positiva e come Cristo salva la ragione, la ridesta, ed è in grado di generare un soggetto capace di usare la ragione in modo diverso
davanti al reale.

Il Banco Farmaceutico organizza, Sabato 11 Febbraio 2012, la XI Giornata nazionale di raccolta del farmaco in circa 3.000 farmacie. Invitiamo tutti a far conoscere l’iniziativa e a partecipare a questo gesto semplice di carità, come volontari nelle farmacie. I farmaci raccolti permetteranno di aiutare 1.200 associazioni italiane che danno assistenza a 400.000 persone indigenti. Per informazioni e chiarimenti consultare il sito www.bancofarmaceutico.org

Veni Sancte Spiritus

DANZA LENTA

Questa poesia è stata scritta da una adolescente malata terminale di
cancro del dipartimento di pediatria del Sant'Orsola di Bologna




Hai mai guardato i bambini in un girotondo ?
O ascoltato il rumore della pioggia
quando cade a terra?
O seguito mai lo svolazzare
irregolare di una farfalla ?
O osservato il sole allo
svanire della notte?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce.
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Percorri ogni giorno in volo
Quando dici "Come stai?"
ascolti la risposta?
Quando la giornata è finita
ti stendi sul tuo letto
con centinaia di questioni successive
che ti passano per la testa ?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Hai mai detto a tuo figlio,
"lo faremo domani?"
senza notare nella fretta,
il suo dispiacere ?
Mai perso il contatto,
con una buona amicizia
che poi finita perché
tu non avevi mai avuto tempo
di chiamare e dire "Ciao" ?Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Quando corri cosi veloce
per giungere da qualche parte
ti perdi la metà del piacere di andarci.
Quando ti preoccupi e corri tutto
il giorno, come un regalo mai aperto . . .
gettato via.
La vita non è una corsa.
Prendila piano.
Ascolta la musica.@

A questa ragazzina rimangono pochi mesi di vita e come ultimo desiderio ha voluto mandare una lettera per dire a tutti
di vivere la propria vita pienamente, dal momento che lei non potrà farlo.

giovedì 12 gennaio 2012

Niente nichilismo, siamo uomini

Un weekend con don Julián Carrón per le comunità anglofone. Dialoghi e testimonianze tra adulti e più giovani. Nella scoperta che la realtà è positiva sempre. Anche davanti alla morte di tuo padre...


Londra, il Millennium Bridge

Sunningdale, cittadina ai confini di Londra e casa del tour europeo di golf, anche quest’anno ha ospitato il weekend di vacanza dei Paesi europei di lingua inglese (Irlanda, Lussemburgo, Malta, Olanda, Scandinavia e Regno Unito) al quale ha partecipato don Julián Carrón. Un incontro molto sentito fin dalla vigilia, tanto che la segreteria si è trovata a dover gestire, a sorpresa, una lista di attesa di 30 persone. Ci sono anche nuovi amici incontrati da un giorno e vecchie conoscenze come Robert, che si era allontanato dal movimento nel 1996 ed è tornato. Indizio di quanto fosse pertinente il titolo dato alla due giorni di convivenza: “L'inesorabile positività della realtà”.
I cuori hanno sussultato quando il venerdì sera don Carrón ha ripreso l’omelia di Benedetto XVI per l’Epifania: «Il cuore inquieto è il cuore che, in fin dei conti, non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama. Il nostro cuore è inquieto verso Dio e rimane tale [...]. Ma non soltanto noi esseri umani siamo inquieti in relazione a Dio. Il cuore di Dio è inquieto in relazione all’uomo. Dio attende noi. È in ricerca di noi. Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato. E questo è il vostro compito sulle orme degli Apostoli: lasciatevi colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto».
Nelle parole del Papa c’è già molto di quanto emerso nella prima assemblea di sabato. Immediata, infatti, è la testimonianza dell’inquietudine dell’uomo che da una parte desidera raggiungere Dio, dall’altra è cosciente della propria piccolezza. Il rischio è che, confrontati con il proprio limite, ci si blocchi. Ma se è così, chiede Amos, «qual è il punto di partenza?». Qualcuno prova a rispondere, poi Aldo rilancia: «Io in realtà avrei risposto: io sono Tu che mi fai». Don Carrón quasi sobbalza sulla sedia e interviene: «Qual è il rapporto tra il ricevere la vita e lo scandalo per il proprio limite? Lui mi ama più del mio scandalo. E questo è un avvenimento che sta accadendo ora. Quando sono pieno della mia vergogna, Lui mi sta facendo. Ora. Questo è un giudizio sul valore della mia vita. Lui mi sta facendo ora perché mi ama».
Di fronte all’abbraccio di Cristo, non si ha più bisogno di aspettare nulla. Come Imma, che ringrazia Dio proprio nel momento in cui si accorge di aver ferito il marito e il figlio per una reazione spropositata. Si inizia a perdonare se stessi, perché si è certi che c’è Uno che ci ama, uno che ci perdona: questa è l’esperienza della confessione. Oppure Peter (padre di 7 bambini) che, di fronte alla perdita prematura di un figlio tre mesi fa, racconta di questa esperienza dolorosa, certo, ma anche gioiosa. La scoperta, cioè, di un amore più vero e più intenso per gli altri figli e di un amore che Cristo mostra in semplici gesti di amici e conoscenti: «Le nostre vite sono state riempite di un desiderio immenso. Il bambino che Alison ha portato in grembo per sole 7 settimane ha fatto sì che le nostre profondità più intime sussultassero di gioia. Ci siamo scoperti commossi nella speranza della salvezza eterna del nostro figlio Raphael e di Charis e Zoe (persi all’inizio del matrimonio). Noi vediamo che la speranza è una virtù e Dio ci fa esprimere questa speranza in fatti reali».
Ma non è sufficiente vedere in altri questa esperienza di positività perché diventi nostra. Deve entrare nella nostra carne. Marco ha 18 anni, negli ultimi tre mesi ha perso un amico in un incidente, è stato lasciato dalla ragazza e non è stato accettato all’Università di Oxford. Domanda: «Come si fa ad avere la certezza che tutto è per te?». Carrón: «Tu puoi forse mettere la mano sul fuoco che non c’è una positività in tutto questo? Sei sicuro al cento per cento?». Marco: «No». Carrón: «Questa è la ragione: apertura. Sta a te allora decidere se vuoi lasciare la possibilità a questa positività di entrare o no. E l’aprirti è ragionevole perché tu nella vita hai già avuto esperienza di situazioni in cui la realtà si è rivelata più grande di quella che ti appariva».
Silvia, invece, racconta della morte di suo padre avvenuta quando lei era ancora piccola. Non era ancora riuscita a guardare davvero questo fatto. Tentava di dimenticare suo padre vivendo come se non fosse mai esistito. Ma durante gli ultimi mesi, grazie al lavoro della Scuola di comunità, le cose sono cambiate. «Mi sono resa conto che, in realtà, in questo modo lo uccidevo di nuovo, diventando orfana due volte. Invece ora posso guardarlo in faccia e dire che la realtà è positiva perché lui è esistito ed è ancora presente nella mia vita». Qualsiasi sia il volto della realtà, essa esiste. E se esiste, è creata da un Altro. Ma non è possibile combattere la battaglia contro il nichilismo – si è detto – senza un lavoro tenace sulla Scuola di comunità. Senza, cioè, essere disponibili ad un cammino. Solo avendo una tenerezza verso se stessi, si ha la ragione per fare il cammino proposto da don Giussani.
Il weekend si è concluso con una serata di canti e la presentazione del nuovo libro All’origine della pretesa cristiana, che hanno inaspettatamente (perché preparati indipendentemente) delineato la medesima proposta di cammino per il nuovo anno: la verifica del fatto di Cristo oggi è la stessa di duemila anni fa. Il segno che Cristo entra nella nostra esperienza è il compimento della nostra vita, il compimento di ragione, affezione e libertà. Ed il test di questo è veder crescere in noi l’affezione e familiarità alla persona di Cristo. Ciò che si è iniziato a riscoprire nel miracolo di questi giorni a Sunningdale.
di Gianluca Marcato - http://www.tracce.it

«Siate fedeli alla realtà»

Che cos'è il cristianesimo? Si apre così, a Dublino, la presentazione del libro di don Giussani "All'origine della pretesa cristiana". Un dibattito che non lascia cadere quella domanda. «Occorre tornare all'esperienza dei primi con Gesù»...

What is Christianity? Cosa è il cristianesimo? È il titolo della presentazione del libro All’origine della pretesa cristiana, a Dublino la sera del 5 Gennaio 2012 tra le mura di uno splendido edificio vittoriano del centro, sede del Royal College of Physicians. Un titolo profetico, a giudicare l’impatto che l’incontro ha avuto sulle tante persone presenti, tutte sorprese dalla novità di un cristianesimo riannunciato nella sua totalità e profondità. Proprio come John Waters, editorialista dell’Irish Times e moderatore per l’occasione, ha detto nella sua introduzione: «Pensiamo già di sapere cosa sia il cristianesimo, mentre don Giussani ci dice che per capirlo davvero bisogna tornare all’inizio, al cuore dell’esperienza di quelli che hanno incontrato Cristo per primi». Il primo intervento è stato affidato alla bellezza, attraverso la voce della soprano irlandese Regina Nathan che ha cantato Et incarnatus est, dalla messa in Do minore K427 di Mozart lasciando tutti stupiti e commossi di fronte all’annuncio dell’Incarnazione. A seguire, Anne O’Gara, presidente del Marino Institute of Education, l’istituto universitario per la formazione di insegnanti, ha raccontato dell’impatto del libro di don Giussani su di sé a partire dalla sua esperienza di educatrice. Nel primo punto del suo intervento ha rilevato come la società sia affetta da una sorta di deficit di attenzione, e di come rimanga chiusa alla possibilità di che vengano esplorate le domande ultime dell’uomo. Come dice T.S. Eliot: «Abbiamo l’esperienza, ma non abbiamo il significato». Tutto viene determinato nella società, secondo la O’Gara, a partire da criteri economici e questo ha un impatto enorme anche sull’educazione. L’educazione invece «è una sfida a combattere questa riduzione». Ha, poi, spiegato l’intento educativo del suo istituto, sempre teso a sviluppare la totalità della persona, incluso il senso religioso di cui don Giussani parla. Anzi, proprio il confronto con il testo di don Giussani, ha concluso, l’ha resa più consapevole di alcuni temi che meritano di esseri approfonditi con metodo: l’invito a impegnarsi con la realtà, l’educazione alla religiosità, la ricerca di Dio nella persona di Gesù e l’approfondimento di una fede «piena di domande». John Waters, riprendendo le parole della O’Gara, ha sottolineato come nessuno voglia più considerare la domanda vera e ultima sulla realtà: «È come se i nostri strumenti di conoscenza fossero stati manomessi, mentre l’invito di don Giussani con questo libro è quello di riappropriarci di questi strumenti e di essere fedeli alla realtà».

Don Julián Carrón ha concluso la serata con un intervento che ha ripercorso i punti principali del libro, rilanciando prima di tutto la domanda di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Don Carron ha proseguito mostrando perché e come l'uomo moderno può credere. Ha citato il Papa quando dice che la fede in Gesù Cristo può "avere successo" perché "corrisponde alla natura dell'uomo". Ma affinché l'uomo riconosca questa corrispondenza deve diventare cosciente di ciò che è perché, come Giussani dice nel libro «Senza la consapevolezza di ciò che sono, anche il nome di Gesù diventa un puro nome». Don Carrón ha delineato la natura del cristianesimo come avvenimento e ha sottolineato come la fede intesa così è «quanto di più lontano possibile da "credenza" estraniata dalla natura umana». Ha concluso mostrando come la nostra umanità fiorisce quando noi verifichiamo il cristianesimo come avvenimento presente nelle nostre vite. «Cosa vuol dire verificare che Cristo è entrato nelle nostre vite? Il compiersi dell'umanità, il centuplo in ragione, affezione, libertà», ha detto Carrón, aggiungendo che questo porta «un aumento della fede stessa, il riconoscimento amoroso della Sua presenza. Una familiarità, una facilità nel riconoscimento di Lui».

Il saluto e la riflessione finale, affidati ancora a John Waters, hanno fatto emergere quanto i contenuti della serata tocchino la parte più profonda, concreta ed essenziale di tutti noi, rilanciando a tutti la sfida ad accogliere le parole di Benedetto XVI pronunciate al Bundestag nel suo recente viaggio in Germania: abbattere questo bunker che ci siamo costruiti intorno a iniziare insieme a don Giussani il lavoro del conoscere ciò che è vero. La serata si è poi conclusa con la proposta di portare a Dublino la mostra del Meeting sui luoghi di Gesù, “Con gli occhi degli Apostoli”, in occasione del Congresso Eucaristico che si svolgerà a nella capitale a giugno. E, come per la costruzione delle cattedrali medievali, con l’invito rivolto a tutti di coinvolgersi, nei prossimi mesi, nella realizzazione di questa iniziativa.
di Raffaella Sorensen - http://www.tracce.it

S.E. Mons.Filippo Santoro: «Da don Giussani a Benedetto XVI ho sempre detto "sì"»

Lascia un Brasile in piena crescita per tornare in un’Italia che arranca. Per il nuovo vescovo di Taranto non c’è rinascita senza un’autentica speranza. «La presenza del Mistero ci spinge a cambiare il modo di vivere la famiglia e il lavoro». L'intervista rilasciata a Tempi.



È bastato un sì per partire alla volta del Brasile. È bastato un altro sì per tornare, destinazione Taranto. Due momenti decisivi per la vita di monsignor Filippo Santoro, uno tra i principali “costituenti” del movimento di Comunione e Liberazione in Puglia. Era il 1984 quando don Luigi Giussani gli propose di andare in Brasile per rispondere a una richiesta dell’arcivescovo di Rio de Janeiro. Ora, a 27 anni da quel primo sì, dopo essere diventato vescovo diocesano di Petrópolis, dopo essere stato animatore di pastorali dedicate ai cattolici in politica, all’educazione e all’insegnamento religioso, ha fatto il suo ritorno in Italia. E ancora una volta dopo avere accettato una proposta, quella di papa Benedetto XVI che lo ha nominato arcivescovo di Taranto. Un viaggio di ritorno che lo strappa da un paese che, come lui stesso ha riconosciuto, sta vivendo un «grande momento di crescita ecclesiale», e che a livello economico ha saputo superare la Gran Bretagna, issandosi al sesto posto del ranking mondiale. Un viaggio di ritorno che lo riporta in un’Italia mutata rispetto a quando è partito: la crisi economica e le nuove tasse imposte per rimettere i conti pubblici a posto pesano come macigni sulle tasche dei contribuenti, la disoccupazione non accenna a diminuire e trovare un impiego sicuro sembra cosa impossibile. Una situazione che non alimenta certo le speranze dei giovani che, oggi più che mai, vivono un momento di pieno smarrimento. In questo contesto, venerdì 5 gennaio, monsignor Santoro ha preso possesso canonico dell’arcidiocesi di Taranto.

Eccellenza, come mai il Papa ha scelto un vescovo che stava in Brasile per la diocesi di Taranto?
Partecipando alla conferenza episcopale di Santo Domingo nel 1992 e di Aparecida del 2007 ho capito che ero stato proiettato oltre che sul Brasile su tutta l’America Latina. Non solo, la mia partecipazione al Sinodo del 2008 ha dimostrato che l’orizzonte era aperto alla problematica della Chiesa in tutto il mondo. Poi ho sempre mantenuto un contatto molto familiare con l’Italia e la terra di Puglia. Un rapporto di amicizia conservato da sempre con la mia terra e con molti vescovi di questa regione. Questo orizzonte universalistico mi ha portato a sentirmi a casa in ogni parte del mondo.

Ma lei se l’aspettava la proposta che è arrivata dal Santo Padre?
L’esperienza che ho vissuto nella diocesi di Petrópolis è stata bellissima. Sinceramente non mi aspettavo questa chiamata, ero tranquillissimo. Il lavoro con le persone stava procedendo in modo straordinario, soprattutto negli ultimi sette anni. È stata una sorpresa, sicuramente gradita, ma mi è costato molto il distacco da Petrópolis.

Nella storia recente esiste qualche altro caso di vescovo italiano che dall’estero è tornato in Italia?
Per quanto ne so io mi sembra di no. Credo sia stata un’eccezione.

Dopo il primo “sì” a don Luigi Giussani che le proponeva di partire in missione, ora è arrivato quello a Benedetto XVI che, invece, le chiede di tornare. Perché ha sempre accettato?
Non avevo mai pensato di andarmene dall’Italia. La mia missione era tra gli studenti: insegnavo filosofia e religione nelle scuole pubbliche, e poi anche teologia. La proposta di don Giussani fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Quel “sì” è stato detto a una presenza che ogni volta che mi faceva una proposta lo faceva pensando alla mia crescita. Una maestà che in una forma semplice mi ha detto: «Andresti volentieri in Brasile?». È stata una sollecitazione discreta, ma allo stesso tempo forte e potente. Sentivo che in quell’invito “strano” era in ballo il “sì” al Signore, a un disegno più grande del mio e quindi non ci ho pensato un attimo. Come potevo non accettare una proposta di una persona che voleva il bene della Chiesa? Mi ha detto che era stato l’arcivescovo di Rio de Janeiro a chiedergli di mandare qualcuno e poi ha aggiunto: «Don Filippo, quando la Chiesa chiama noi dobbiamo rispondere perché la vita cresce non con i nostri programmi ma rispondendo alle circostanze». Allo stesso modo, oggi è la voce del successore di Pietro che mi ha raggiunto. Con la stessa potenza e con la stessa semplicità mi chiede di lasciare un lavoro ben avviato, soprattutto dopo le disastrose alluvioni del gennaio scorso: mi ero fatto voce delle persone che avevano perso tutto, per loro ho fatto da tramite con le autorità, tutte le parrocchie si sono subito mobilitate. Ma al Papa che chiama ho sentito il desiderio di dire “sì” perché il “sì” a Giussani ha aperto il mio orizzonte in modo straordinario. Il “sì” al Papa è il “sì” al Signore, avendo piena fiducia che nel momento in cui Lui ti chiama e ti chiede qualcosa ti fa una promessa ancora più grande.

Quando è partito per il Brasile l’Italia stava attraversando un periodo economicamente positivo, il Brasile no. Ora che torna la situazione è invertita. Cosa ricorda di quel periodo? Com’è stato possibile un tale cambiamento?

Quando sono arrivato in Brasile era il 1984, l’ultimo anno della dittatura militare. La situazione economica era davvero complicata e c’è voluto molto per risollevarsi. Gli anni Ottanta, a causa della crisi profondissima, sono stati considerati una decade perduta. Mi ricordo che don Giussani e il vescovo di Rio mi ripetevano sempre: «Noi dobbiamo essere un segno di speranza e solidarietà». La Chiesa non ha una sua analisi speciale sui fatti, né un progetto proprio, deve semplicemente porre in atto la solidarietà che nasce dall’incontro con il Signore, deve essere una fonte di speranza che supera l’interesse personale e propone un lavoro, una presenza nella società, nell’educazione, nella cultura, nella politica ma con questo punto di partenza: la bellezza dell’incontro con Cristo. In tutti questi anni, anche nelle dispute più dure avute sulla questione della Teologia della liberazione, la Chiesa non è mai stata una presenza reattiva, ma piuttosto un punto di partenza diverso che a me e ai miei amici si è rilevato come fattore di speranza e di sviluppo. In Italia, a Taranto, che cosa possiamo fare di fronte ai problemi della disoccupazione e della crisi economica e sociale? Partire da un punto di vista nuovo che è la presenza del Mistero in mezzo a noi, che ci abbraccia e ci spinge a cambiare il modo di pensare, agire, vivere la famiglia e il lavoro. È una novità che anche nella fatica si può vivere. Questa è la prospettiva che voglio proporre al mio popolo al mio ingresso in diocesi.

Nel saluto alla città dopo la sua nomina, lei ha detto che «il Brasile sta vivendo un grande momento di crescita ecclesiale». Qualche anno fa si avevano notizie di un paese dove invece era forte la crescita delle sette. Anche in questo il Brasile è cambiato?

Confermo tutto, e mi spiego. Le sette continuano ad aumentare, ma non nella misura con cui l’hanno fatto in passato. Quello che è cambiato è il nostro rinnovato impegno in una nuova e forte evangelizzazione. La V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida ha infatti posto l’accento sulla formazione dei discepoli e dei missionari. Proprio come ci ha sempre chiesto Giovanni Paolo II e continua a chiederci Benedetto XVI: tutto deve nascere a partire da Cristo. Senza mettere da parte l’attenzione ai poveri e ai drammi sociali, abbiamo riportato in primo piano l’importanza dell’annuncio del Signore. Siamo entrati nelle case, nella scuola, nel mondo della cultura: una missione permanente. L’attacco delle sette, che noi preferiamo chiamare nuove denominazioni religiose, esiste, ma sono diminuite di intensità. Quello che ci fa sperare è una rinascita della vitalità della Chiesa e del suo impeto missionario.

Da poco il Brasile è diventato la sesta potenza economica mondiale. Crede che i due fenomeni siano legati?
In una certa misura sono legati, ma non possiamo dire che uno produce l’altro. La crescita ecclesiale porta sicuramente a una visione positiva della realtà. La crescita della fede ha contribuito allo sviluppo di tutti i progetti.

Nei 27 anni in cui è stato in Brasile ha avuto molto a che fare con i giovani e con i politici di ogni partito. In Italia vuole continuare su questa strada?

In Brasile il cardinale di Rio de Janeiro, che è sempre passato per un grande difensore dell’ortodossia e del Papa, mi ha chiesto di occuparmi della presenza della Chiesa nell’azione politica, in modo particolare con i deputati cattolici. Così abbiamo avviato una pastorale dedicata ai cattolici in politica. Partecipavano 25 persone: assessori, deputati al Parlamento o alla Regione. E la cosa interessante è che venivano da partiti diversi. Seguivamo il compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, si faceva una lettura della parola di Dio e dopo si discuteva su vari temi: la violenza, la difesa della vita, la sperimentazione in vitro, la bioetica, l’insegnamento della religione nelle scuole. Abbiamo organizzato anche delle campagne contro soluzioni governative che avevano punti critici con la morale della Chiesa. Eravamo davvero uniti. È chiaro che c’erano momenti di tensione e solo la presenza della Chiesa è riuscita a mettere insieme persone con orientamenti politici differenti. Il mio obiettivo era quello di favorire la grande politica, quella che sta al servizio del bene comune. È stato sicuramente un esperimento positivo. Anche perché c’è un altro aspetto importante: noi critichiamo i nostri politici, ma non li formiamo. Quello è stato un vero e proprio momento di formazione politica, un appuntamento fisso ogni ultimo venerdì del mese. In Italia spero si possa ripetere questa esperienza, ma dipenderà dalle circostanze. A Taranto, dai primi contati che ho avuto, c’è grande disponibilità.

E per quanto riguarda i giovani?

Con i giovani la cosa più importante da fare è offrire loro una speranza per la vita. In Brasile ho fatto così. Ho cominciato in una scuola pubblica a pochi passi dalla famosa spiaggia di Copacabana. Cercavo di spiegare a quei giovani cosa può dare loro la Chiesa, alla loro vita di tutti i giorni, dall’innamorarsi allo studio e alla mancanza del lavoro. È nato tutto così, dando una speranza che deriva dall’incontro con il Signore che si è fatto nostro amico. Non possiedo risposte pratiche per tutti i problemi, posso solo farmi compagno dei giovani, affrontare con loro ogni circostanza, aiutarli ad avere un giudizio utile a stare di fronte agli effetti della crisi. Il punto è favorire un’esperienza con loro. Il giorno del mio ingresso in città sono arrivato via mare, proprio come fece san Cataldo, il patrono della città, e i giovani mi hanno accolto al porto, poi mi hanno accompagnato dal castello aragonese fino alla cattedrale dove ho incontrato i malati. Voglio valorizzare l’impeto dei giovani offrendo loro una speranza vera, quella che nasce dall’esperienza della nostra fede e accogliere chi soffre, perché l’offerta della vita è la cosa più grande che l’uomo può fare.

Vuole continuare a essere un vescovo compagno di tutti.

È difficile rimanere chiusi nel palazzo dopo 27 anni vissuti in Brasile. Lì la gente ti trascina, ti pone domande molto serie e allora uno è provocato a valorizzare la ricchezza della nostra fede e della successione apostolica, a diventare un sacerdote missionario, nel senso che sta insieme alla gente. È questo quello che ho imparato. Un esempio: prima di tornare in Italia una signora del popolo è venuta a cercarmi al palazzo dell’episcopio senza aver preso nessun appuntamento. Insisteva per vedermi e l’ho ricevuta. Mi chiedeva una benedizione speciale per suo figlio malato. Così le ho detto di tornare il pomeriggio con suo figlio. Ed è tornata, e con lei c’erano il figlio e sua moglie, la sorella e il fidanzato. Siamo andati nella cappella e ho pregato con loro. Io non ho guarito quel ragazzo dalla sua malattia, ma loro erano entusiasti perché gli avevo aperto le porte, li avevo accolti ed ero stato al loro fianco. Era gente semplice, sono venuti alla mia ultima Messa in cattedrale e mi hanno anche accompagnato all’aeroporto quando sono partito. È stato ancora più bello di quando ho ricevuto un’onorificenza dall’assemblea comunale di Petrópolis, o di quando ho incontrato il governatore di Rio. Ho capito ancora una volta quanto la nostra proposta cristiana è grande e bella perché accoglie le domande di tutti.

Spera di mantenere questo stile brasiliano qui in Italia?

Vede, l’ho assimilato talmente tanto che credo sarà naturale averlo anche qui. All’aeroporto di Rio i miei amici mi hanno salutato tra gioia e dolore perché ci separavamo. Persone grate di essere state accolte nei loro momenti più difficili o perché non si sono sentite condannate per quello che avevano fatto. C’erano anche dei ragazzi che al tempo del mio arrivo erano bambini di un asilo di Petrópolis. E per salutarmi mi hanno cantato una canzone. La cosa bella è che quando sono arrivato all’aeroporto di Bari ho trovato ad attendermi gli amici del movimento della Puglia, in particolare quelli di Taranto. E anche lì si erano portati una chitarra e hanno cantato lo stesso canto con cui i brasiliani, poche ore prima, mi avevano salutato: Sou feliz, Senhor, porque tu vais comigo:/ vamos lado a lado, es meu melhor amigo. Como vento veloz o tiempo da vida passa./ Quero ter sempre em mim o favor da tua graça (Sono felice, Signore, perché tu vieni con me:/ andiamo insieme, tu sei il mio migliore amico. Come vento veloce passa il tempo della vita./ Voglio sempre conservare in me il favore della tua grazia). Questo è lo stile brasiliano, uno stile sorretto da una ragione, da una gioia data dalla presenza.
Di Daniele Guarneri -http://www.tempi.it

mercoledì 11 gennaio 2012

Fabrizio de André - Anime salve - concerto '98 07

L'11 gennaio 1999 Fabrizio De Andrè suonava l'ultima canzone
Sono passati tredici anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, ma le sue canzoni ne conservano intatta la memoria. Fatta di musica e parole, poesia e semplicità, capolavori indimenticabili e perle sconosciute ai più. Ecco perché, da quell'11 gennaio 1999, Faber ci manca sempre di più


Difficile credere che siano passati tredici anni. Ad ascoltarla oggi, la musica italiana, sembra lontana secoli la morte di Fabrizio De Andrè, quella notte dell’11 gennaio 1999. Solo pochi mesi prima Faber era in giro per l’Italia con l’Anime salve tour. La sua timidezza sul palco è sempre la stessa dei primi anni, dovuta a quel difetto fisico – un occhio leggermente socchiuso – che gli causa un imbarazzo sedabile solo con una buona bottiglia di whisky. La malattia arrivò così, come uno schiaffo in faccia dato a mano aperta. In una calda giornata d’estate il cantautore genovese iniziava il conto alla rovescia per dire addio alla sua gente, alla sua musica, alla sua chitarra, a Cristiano e Luvi e all’amata Dori Ghezzi. Il suo ultimo saluto fu definito dall’amico Paolo Villaggio «l’unico funerale che avrei mai potuto invidiare»: c'erano migliaia di persone quel giorno a Genova, attorno alla salma che oscillava lentamente tra la folla commossa.

Sono passati già tredici anni dall’ultimo album, Anime salve, scritto a quattro mani con l’amico Ivano Fossati, testamento artistico di un uomo deciso ad elogiare la condizione umana della solitudine perché, come spiegherà: «Quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l'universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle». L'album è la tessera finale di un puzzle composto da 13 dischi, un puzzle complesso ma destinato a rimanere incompleto perché a Fabrizio De Andrè non è stato concesso il tempo di completarlo. Difficile citare alcuni capolavori senza temere di lasciarne indietro altri: Il testamento di Tito, Dolcenera, Bocca di rosa, La canzone dell'amor perduto, Don Raffaè, Il pescatore. Rimane ancora vivissima la sua memoria, alimentata dai continui omaggi di colleghi e amici, da una Fondazione che mantiene intatto il suo ricordo e le sue produzioni grazie a Dori Ghezzi, che combatte il dolore per l'assenza con un lavoro incommensurabile, dal teatro che attinge dalla sua produzione per creare affreschi di vita ispirati ai personaggi delle sue canzoni (come il recente All’ombra dell’ultimo sole, con un ottimo cast di giovani attori) e dai critici musicali, non sempre ammaliati dal lavoro di Faber ma che, per quanto si sforzino, non hanno ancora trovato il degno erede.
L’unico a cui De Andrè fu accostato è Bob Dylan, ma forse, come disse una volta l’amica Ferdanda Pivano: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano». E poco importa che a taluni piaccia sottolineare quanto poche siano le canzoni di cui Faber possa vantare l'esclusiva paternità: in fondo lui amava circondarsi di artisti e collaboratori fidati per tenere fede, insieme, alla sua seducente idea di musica: «La musica non è simbolica, la musica rappresenta se stessa. E’ un fenomeno protomentale, anticipa la ragione. Evoca, ma non simbolicamente». Quanto ci manchi maestro, e quanto ancora mancherai a tutte le generazioni che verranno.
Di Paola D'Antuono -tempi.it

Papa: nell’Eucaristia, Gesù si dona perché la nostra vita non vada perduta

Proseguendo nel ciclo di catechei su "come pregava Gesù", Benedetto XVI all’udienza generale parla dell’Ultima cena. I gesti e le parole di Gesù. Partecipando all'Eucaristia, “viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo”.

Partecipando all’Eucaristia “viviamo in modo straordinario il dono che Gesù ha fatto e fa per ognuno di noi, perche il male che incontriamo non abbia a vincere”, “perché la nostra vita non vada perduta, nonostante le nostre debolezza e infedeltà”. Proseguendo nelle riflessioni sulla preghiera di Gesù, Benedetto XVI oggi ha parlato alle ottomila persone presenti all’udienza generale, in Vaticano, del momento dell’istituzione dell’Eucaristia, durante l’Ultima cena.

Udienza generale segnata dalla festosa presenza di alcuni circhi, con alcuni acrobati che hanno eseguito dei numeri per il Papa.

Che nel suo discorso ha descritto l’Ultima cena come momento “particolarmente solenne” ed “emozionale, in cui Gesù si congeda dai suoi amici”. Marco racconta che fin dalla partenza verso Gerusalemme “aveva iniziato a dire loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto”, “venire ucciso e dopo tre giorni risorgere”.

In quel periodo, la vita del popolo di Israele “era segnata dall’avvicinarsi dalla Pasqua, ossia dalla memoria della liberazione del popolo”. L’Ultima cena si inserisce in questo contesto ma in un contesto totalmente nuovo: “Gesù guarda alla sua passione, morte e risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua cena, nella quale dona qualcosa di totalmente nuovo: se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua croce e la sua risurrezione”.

Il “nucleo” di questa cena “sono i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia”.

Nei racconti evangellici, ha evidenziato il Papa, Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: ‘prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro’, Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto di eulogia/benedizione: ‘prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro’”.

Le due diverse parole greche indicano le due direzioni intrinseche e complementari di questa preghiera. C’è “il ringraziamento e la lode” che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima cena si tratta del pane e del vino. “Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente. Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù.

Prima delle parole “vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell’offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso”.

Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi. “Con il dono del pane e del vino che offre nell'Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». Egli offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo”.

Guardando i gesti e le parole di Gesù, “vediamo chiaramente che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell'amore”.

Luca offre un altroelemento, che “permette di vedere la profondità commovente della preghiera di Gesù per i suoi in quella notte, l’attenzione per ciascuno. Partendo dalla preghiera di ringraziamento e di benedizione, Gesù giunge al dono eucaristico, al dono di Se stesso, e, mentre dona la realtà sacramentale decisiva, si rivolge a Pietro” e gli dice: “Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”. La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato. E la preghiera è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L'evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui”.

Partecipando all'Eucaristia, la conclusione del Papa, “viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo”. Chiediamo al Signore che, “la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli”.
Città del Vaticano (AsiaNews) –