giovedì 28 aprile 2011

Un popolo riconoscente




28/04/2011 - Comunicato Stampa. Almeno 40mila aderenti a Comunione e Liberazione alla beatificazione di Giovanni Paolo II. «Se qualcuno ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II, questi siamo proprio noi» (don Julián Carrón)
Saranno almeno 40.000 gli aderenti a Comunione e Liberazione presenti a Roma, domenica 1° maggio, per la beatificazione di Giovanni Paolo II.
Per l’occasione i tradizionali Esercizi spirituali della Fraternità di CL, che erano stati programmati a Rimini dal 29 aprile al 1° maggio, termineranno anticipatamente la sera del 30 aprile, così che i 25.000 partecipanti e i liceali, gli universitari e gli adulti non presenti a Rimini - possano recarsi nella notte in pellegrinaggio a Roma, «per unirci al Papa e alla Chiesa - ha detto don Carrón - nel ringraziamento a Dio che ci ha dato un testimone così autentico di Cristo. Vogliamo stringerci attorno a Benedetto XVI, che nella sua lungimiranza ha deciso di indicare a tutto il mondo il beato Giovanni Paolo II come esempio di che cosa può fare Cristo di un uomo che si lascia afferrare da Lui», e per testimoniare che «se qualcuno ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II, questi siamo proprio noi».
Per partecipare più consapevolmente alla Beatificazione, dal sito di Tracce (www.tracce.it) sono stampabili (in formato pdf) due strumenti: il Libretto ufficiale della cerimonia, che permetterà di seguire l’evento, e il libretto «Cristo, centro del cosmo e della storia», antologia del magistero di Giovanni Paolo II (che è anche allegato all’ultimo numero del mensile).

In una lettera inviata a tutto il movimento, don Carrón ha scritto:
«Noi ci uniamo alla gioia di tutta la Chiesa nel ringraziare Dio per il bene che è stata la sua persona, con la sua testimonianza e la sua passione missionaria. Chi di noi non ha ricevuto tanto dalla sua vita? Quanti hanno ritrovato la gioia di essere cristiani, vedendo la sua passione per Cristo, il tipo d’umanità che scaturiva dalla sua fede, il suo entusiasmo contagioso! In lui abbiamo subito riconosciuto un uomo - con un temperamento e un accento investiti dalla fede - nei cui discorsi e gesti si documentava il metodo scelto da Dio per comunicarsi: un incontro umano che rende affascinante e persuasiva la fede.
«Tutti noi siamo ben consapevoli dell’importanza del suo pontificato per la vita della Chiesa e dell’umanità. In un momento particolarmente difficile ha riproposto davanti a tutti, con un’audacia che può avere solo Dio come origine, che cosa significhi essere cristiano oggi, offrendo a tutti le ragioni della fede e promuovendo instancabilmente i germi di rinnovamento della compagine ecclesiale posti in essere dal Concilio Vaticano II, senza cedere a nessuna delle interpretazioni parziali che volevano ridurne la portata in un senso o in un altro. Il suo contributo alla pace nel mondo e alla convivenza fra gli uomini mostra quanto sia decisiva per il bene comune una fede integralmente vissuta in tutte le sue dimensioni.
«Sappiamo quanto, fin dall’inizio del pontificato, fosse stretto il legame di Giovanni Paolo II con don Giussani e CL, fondato su una consonanza dello sguardo di fede a tutta la realtà, nella passione per Cristo “centro del cosmo e della storia” (Redemptor hominis). Egli ci ha offerto un insegnamento prezioso per comprendere e approfondire il nostro carisma nelle diverse e molteplici occasioni in cui ha parlato a tutti i movimenti, da lui indicati quali “primavera dello Spirito” in quanto nella Chiesa la dimensione carismatica è “coessenziale” a quella istituzionale. Si è rivolto anche direttamente a noi più volte, fino alle commoventi lettere indirizzate a don Giussani negli ultimi anni della loro vita, accomunata anche dalla prova della malattia.
«Nel discorso per il trentennale del movimento, nel 1984, ci ha detto: “Gesù, il Cristo, colui in cui tutto è fatto e consiste, è quindi il principio interpretativo dell’uomo e della sua storia. Affermare umilmente, ma altrettanto tenacemente, Cristo principio e motivo ispiratore del vivere e dell’operare, della coscienza e dell’azione, significa aderire a lui, per rendere presente adeguatamente la sua vittoria sul mondo. Operare perché il contenuto della fede diventi intelligenza e pedagogia della vita è il compito quotidiano del credente, che va realizzato in ogni situazione e ambiente in cui si è chiamati a vivere. E in questo sta la ricchezza della vostra partecipazione alla vita ecclesiale: un metodo di educazione alla fede perché incida nella vita dell’uomo e della storia. […] L’esperienza cristiana così compresa e vissuta genera una presenza che pone in ogni circostanza umana la Chiesa come luogo dove l’evento di Cristo […] vive come orizzonte pieno di verità per l’uomo. Noi crediamo in Cristo, morto e risorto, in Cristo presente qui ed ora, che solo può cambiare e cambia, trasfigurandoli, l’uomo e il mondo” (Roma, 29 settembre 1984). Sono parole di una attualità impressionante!.
«Con una paternità sorprendente e unica Giovanni Paolo II ha abbracciato la nostra giovane storia riconoscendo canonicamente la Fraternità di Comunione e Liberazione, i Memores Domini, la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, le Suore di Carità dell’Assunzione, come frutti diversi sgorgati dal carisma di don Giussani per il bene di tutta la Chiesa. Il Papa stesso ci ha fatto capire la portata di tale gesto: “Quando un movimento è riconosciuto dalla Chiesa, esso diventa uno strumento privilegiato per una personale e sempre nuova adesione al mistero di Cristo” (Castelgandolfo, 12 settembre 1985).
«Perciò, se qualcuno ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di Giovanni Paolo II, questi siamo proprio noi. E non possiamo trovare un modo più adeguato di mostrare questa nostra riconoscenza che continuare a seguire il suo autorevole richiamo: “Non permettete mai che nella vostra partecipazione alberghi il tarlo dell’abitudine, della “routine”, della vecchiaia! Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo Signore!” (Castelgandolfo, 12 settembre 1985)».

Ufficio stampa di Cl
Milano, 28 aprile 2011

Wojtyla beato, una sfida all’uomo



La beatificazione di Giovanni Paolo II - ampiamente favorita dal suo più stretto collaboratore, amico e successore Benedetto XVI - è la beatificazione di un grande uomo e di un grande cristiano, nella sintesi più mirabile di questi due fattori. Essere un grande uomo senza essere cristiano sarebbe una tensione inesaudita. Un cristianesimo senza umanità, infatti, è l’ideologia religiosa che più di una volta, nella storia della Chiesa, ha preteso di sostituirsi alla radicale semplicità e forza dell'esperienza della fede.
Giovanni Paolo è stato un grande uomo figlio di un grande popolo. La sua grandezza è stata la profondità con cui ha percepito la grande domanda di senso - di verità, di bellezza, di bene, di giustizia -, l'ansia del cuore umano di cui ha parlato per tutta la sua vita don Luigi Giussani. Wojtyla ha percepito queste grandi domande all'interno di una eccezionale tradizione di cultura e di civiltà come quella della Polonia cristiana, di cui è stato un figlio devoto e appassionato innanzitutto nell’arte, culmine originale di ogni forma di cultura e civiltà. Karol Wojtyla è stato poeta, artista e attore. Un fatto che non può essere separato dal suo diventare cristiano, sacerdote, vescovo e Papa, perché Giovanni Paolo II ha avuto sempre chiaro che solo nell'incontro con la presenza di Cristo morto e risorto e misteriosamente presente nella Sua Chiesa, l'umanità trova il suo compimento e la fede la sua concretezza storica ed esistenziale.
La sua vicenda di uomo e di cristiano ne fa il testimone inesausto dell'umanità che cerca Dio e di Dio che cerca e trova l'uomo, perché l'uomo possa diventare autenticamente se stesso. Perché è Cristo a rivelare tutta l'umanità sull'uomo: questa grande certezza il Papa ha declinato nei suoi 27 anni di insonne magistero, ma soprattutto nella testimonianza di una vita spesa di fronte al mondo senza mai farsi condizionare o frenare da nessuna considerazione di tipo naturale, scientifico o socio-politico.
Sin dai primi giorni del Suo pontificato, Giovanni Paolo II ha servito il rapporto tra Dio e l’uomo come dialogo fra Cristo, presente nel mistero della Chiesa, e il cuore umano. Che non può accontentarsi mai delle proprie misure, dei propri progetti e delle proprie ideologie; che - anzi - vive la tentazione permanente di eliminare Cristo e la Chiesa dall'orizzonte della sua coscienza e della storia, al prezzo di una sostanziale inconsistenza della sua identità e della perdita della sua libertà.

Il Beato Karol Wojtyla - grazie alla costanza della grande tradizione cristiana che da duemila anni urge la vita e la coscienza degli uomini nei punti anche drammatici o tragici della sua storia - è certamente un grande testimone del cattolicesimo del Terzo Millennio, un cattolicesimo che ha saputo liberarsi da tanti orpelli del passato, un cattolicesimo che proprio per il magistero del Papa Giovanni Paolo II è riuscito a liberarsi da riproposizioni di carattere sentimentale o moralistico che aggrediscono ancora oggi il cuore vivo della Chiesa.
Il cristiano oggi deve saper ritrovare la radicale semplicità della fede come esperienza di vita nuova, da vivere appassionatamente nelle circostanze di ogni giorno e verificando che la fede vale più della vita, perché solo la fede rende ragionevole e bella l'esistenza. Ma soprattutto, facendo esperienza di questa vita nuova, la Chiesa deve continuare l’opera sempre nuova di evangelizzazione che rende possibile l'incontro tra Cristo e il cuore, e con esso l'esperienza di una conversione totale. «Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo», diceva Gaio Mario Vittorino.
In questo senso la beatificazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II è la più grande sfida a tutti gli uomini di buona volontà.
Luigi Negri giovedì 28 aprile 2011

mercoledì 27 aprile 2011

"EMERGENZA UOMO ", la risposta è un fatto. Come non diventare né "anoressici dell'umano" né cortigiani della storia.


Un commento a don Giussani






di J. Carròn .

L’imperatore si rivolse ai cristiani dicendo: “ Strani uomini …ditemi voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi: che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”.(Solov’ev, il racconto dell’Anticristo). Sentirci rivolgere questa domanda ci scuote ora come la prima volta che tanti di noi l’hanno ascoltata pronunciare da don Giussani. Anzi,ancora di più, nella misura in cui è cresciuta in noi la consapevolezza della sua portata. Essa ci mette a nudo davanti a noi stessi.E’ forsel’unica domanda a metterci veramente a nudo. Probabilmente perché ognuno sa che davanti a essa non può barare. Ed è inutile fingere: non si può nascondere dietro le solite cose che ci servono da alibi per non guardarla in faccia.
Mentre ci mette alle strette-sfidando al nostra ambiguità,perturbando la nostra tranquillità,i nostri compromessi- come la risposta dello starets Giovanni e rispose con dolcezza:”Grande sovrano! Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità”. Non i valori, non l’etica, non le opere, ma Cristo stesso.
Le conseguenze sulla personalità del potere devastante che ci circonda si vedono chiaramente.
Don Giussani ne segnala soprattutto due.
La prima è una difficoltà a comprendere per colpa di una ragione fragile”. Non dico che siamo stati impostori o mendaci, che abbiamo dato via il Volantone senza che vi aderissimo; vi abbiamo aderito, ma non l’abbiamo compreso, non ci ha provocati, non l’abbiamo capito. Una ragione fragile! C’è l’avessero chiesto , avremo detto:”Si, ioci credo, anch’io dico così !”, ma astrattamente. Una ragione fragile”.
La seconda conseguenza è “la divisione fra riconoscimento e affettività, fra il riconoscimento e l’essere attaccati al riconoscimento. L’io resta diviso fra il riconoscimento che resta astratto e l’affettività che fluttua. Come all’inizio dell’umanesimo, all’inizio dell’evo moderno: Petrarca ammetteva tutto il dottrinale cristiano, eccome, lo sentiva anche meglio di noi, ma la sua sensibilità o affettività fluttuava autonoma, ed era diviso. per questo dice:” Chi mi darà l’ali di colomba sì che m’inalzi, elevimi da terra , e sia unificato?”
Don Giussani insiste osservando che c’è una “divisione fra l’oggetto del desiderio e il reale che ho di fronte, perché “ ciò che polarizza la mia affettività è il reale che ho di fronte, cioè l’apparenza, così che il rapporto con il reale, il gesto che è il rapporto con il reale, non testimonia Cristo, cioè non veicola come suo significato Cristo ( gesto, da gerere, vuol dire “ portare il significato”. Questo ci fa sperimentare sulla nostra pelle fino a che punto definire “ Emergenza l’uomo” la situazione drammatica in cui si trovava, e si trova, l’io di ciascuno, non è per niente esagerato.Don Giussani ne è talmente certo che la descrive come una sorte di “anoressia dell’umano”. In questa situazione, come la risposta dello starets Giovanni può diventare mia, nostra? Soltanto se c’è una presenza nella storia in grado di inquietare, provocare la presenza devastante del potere. Dice ,infatti , don Giussani: “ La presenza della mentalità comune prodotta dal potere è devastante in noi la personalità e la ricchezza della proposta cristiana. E’ come barbarie che si pone contro, che s’avventa contro la realtà nuova che il cristianesimo è .
E’ devastante il contenuto, la sostanza, la struttura stessa del fatto cristiano”.Questa è la sfida storica che il cristianesimo ha davanti a sé. Dall’esito di questa lotta dipende la nostra fortuna: La persona e il cristianesimo, da questo punto di vista, rischiano la stessa sorte. La carità di don Giussani nei nostri confronti arriva fino al punto di metterci in guardia da un pericolo: Andrea Emo, lanciato da la Repubblica come uno dei più grandi pensatori
noti della nostra epoca, dice in un suo pensiero: “ La Chiesa è stata per secoli la protagonista della storia, poi ha assunto la parte non meno gloriosa di antagonista della storia; Oggi è soltanto la cortigiana della storia” . E ci indica anche la strada per non finire così: “ Noi non vogliamo una Chiesa così ! ma per non volerla, dobbiamo noi essere protagonisti, perché la Chiesa è fatta di noi. Il rapporto con ciò che non appartiene al deserto è l’unico termine costitutivo di un personalità che sia protagonista e non cortigiana di ciò che la circonda. Allora occorre un lavoro, mettersi al lavoro, per essere protagonisti di una storia” . Questo lavoro – l’unico veramente degnodi un uomo che non voglia diventare “cortigiano della storia” –è la strada che don Giussani ci ha consegnato, avendola percorsa prima di noi, per poter sfidare il mondo – che è dentro e fuori di noi – con la forza di ciò che abbiamo di più caro. E per fare la verifica che la fede è un flusso continuo di novità che rende la vita più piena, più grande e più felice. Così, possiamo finalmente dire come nostra la frase dello starete Giovanni.

martedì 26 aprile 2011

La forza di Gesù (la vita, la morte, quei 7 mila ragazzi e Caterina)





Tutti nel mondo, in questi mesi, vedono tumulti, catastrofi e caos. Analisti e media brancolano nel buio. Tutto dà segno di disfacimento. Un invisibile tsunami ci sta travolgendo.
Eppure io conosco i segni di una primavera nascosta. Ma bisogna volgere lo sguardo altrove. Bisogna accorgersi di qualcosa che sta accadendo nel silenzio, lontano dai riflettori.
Come quando stava crollando l’impero romano e sembrava vi fossero solo le rovine e le orde barbariche e i lupi che infestavano ogni luogo: invece qualcuno silenziosamente stava piantando il seme di una nuova civiltà e della città di Dio.
Dunque non guardate dove guardano tutti i media, cioè verso le rovine, perché la novità e la speranza non vengono dalla politica, dall’economia, dagli stati, dagli intellettuali, dagli eserciti o dalle sedicenti rivoluzioni.
La novità vera sembra fragile e silenziosa come le gemme che spuntano a rinnovare la vita di un bosco.
Dice Péguy che quando vedi una gemma ti sembra una cosa tanto piccola e fragile che sembra insignificante confrontata alla grande foresta.
Eppure senza quella gemma tutta quella foresta secca non sarebbe che legna da ardere, non sarebbe che un cimitero. Non avrebbe alcuna speranza.
E dunque oggi voglio raccontarvi come spunta una gemma nella foresta morta. Una gemma che sfida lo tsunami del tempo, del dolore e della morte.
Un fatto strano
Immaginate 7 mila giovani fra i 19 e i 15 anni. E pensateli a Rimini, sulla riva del mare. Di sicuro vi viene in mente un gran baccano.
Invece questa immensa folla di giovani sulla sponda dell’infinito era in un silenzio assoluto e commosso, che lasciava sentire la brezza e il rumore delle onde.
E’ accaduto venerdì scorso, venerdì santo, dalle ore 13 alle 18. Settemila giovani dietro a una croce. Anzi dietro al “più bello fra i figli dell’uomo”, dietro all’Inimmaginabile, dietro all’unico uomo veramente affascinante della storia.
L’unico re, umile e veramente potente. L’unico amico fedele, l’unico che ha pietà di noi uomini.
Non crediate che si tratti di extraterrestri. Sono i nostri figli. Frequentano licei e istituti tecnici. Sono normalissimi ragazzi italiani dell’anno di grazia 2011.
Volti normali, abbigliamento tipico della loro generazione, chi col piercing, chi con la coda di cavallo, chi col bordo delle mutande che spunta sotto i jeans.
Non sono ragazzi che non fanno peccati, anzi sono qui proprio perché – come tutti gli altri – li fanno: sono venuti per questo, perché sentono il bisogno dell’abbraccio di un Padre buono, che perdona, di un Amico grande, che non tradisce mai e che medica le loro ferite.
Non sono qui perché non s’innamorano: ma, al contrario, sono qui proprio perché s’innamorano e vogliono capire chi e cosa mai potrà colmare questa loro sete d’amore che è più grande del mare, più immensa, più misteriosa e profonda dei suoi fondali.
Il loro raduno – organizzato da Gioventù studentesca (CL) – era cominciato il giovedì santo, alla fiera di Rimini, proprio con le immagini dello tsunami in Giappone avvolte da una musica che struggeva il cuore.
Don Eugenio Nembrini ha suggellato quelle immagini con una domanda che mette ognuno con le spalle al muro: “che cosa sta in piedi nella vita?”.
Tutto infatti è spazzato via dal tempo e dalla morte. Tutto. Anche il potere più formidabile è ridotto in polvere e non resta nulla.
E così sembra che non valga la pena vivere o pare che si possa vivere solo cinicamente.
Ma invece don Julian Carron ha esortato questi settemila giovani a non rassegnarsi: “sentire urgere dentro di sé le esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentirle vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere” e “prenderle sul serio è ‘la’ decisione più grande della vita”.
E’ l’avventura degli audaci: “per gente viva, libera, capace di volersi veramente bene. Per gente che vuol vivere all’altezza dell’ideale a cui il cuore spinge senza sosta”.
Ma cosa può restare in piedi e resistere alla distruzione del tempo, del dolore, del male e della morte?
Il motto degli antichi monaci certosini diceva: “Stat Crux dum volvitur orbis”. Che vuol dire: solo l’uomo della Croce rimane invincibile, mentre tutto nel mondo passa e tutto crolla.
Resta solo il potere dell’Amore, di “Colui che ha preso sulle sue spalle la croce di ognuno di noi, Colui che ha portato tutte le croci del mondo”, come ha detto don Eugenio.
“Lascieretelo voi?”
L’immensa via crucis dei giovani sfilava in silenzio dietro la croce fra gli alberi del parco Marecchia a Rimini, verso il ponte di Tiberio, fra le note sublimi dello “Stabat mater” di Pergolesi, poi dell’antico canto polifonico “O cor soave/ cor del mio Signore…”.
Un passante, in bicicletta, si è fermato sbalordito e ha chiesto: “ma chi siete? Cosa state facendo?”.
Un ragazzo del “servizio d’ordine” gli ha risposto: “siamo studenti, è venerdì santo: stiamo facendo la Via crucis”. Quell’uomo, commosso, si è messo in ginocchio e ha mormorato: “Dio sia benedetto!”.
Intanto quella fiumana di giovinezza si era fermata a una nuova stazione. Per il lungo cammino qualcuno in fondo si distrae e parlotta.
Ma quando viene letto il vangelo della crocifissione e alla fine don Eugenio dice: “Cristo ha dato la vita per noi e muore per noi”, tutti tacciono di colpo e come un’onda silenziosa si inginocchiano commossi.
Proprio tutti i settemila giovani: sono stati cinque minuti infiniti di silenzio che hanno abbracciato il loro cuore e il mondo, tutti i destini e tutto il tempo, da Adamo al Giudizio universale.
Poi il coro, un meraviglioso coro di ragazzi, ha intonato una laude cinquecentesca a quattro voci che lacera l’anima: “Cristo al morir tendea”.
L’intreccio fantastico delle voci ripete le parole che secondo l’autore Maria ha rivolto agli amici di Gesù: “Or, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,/ Lascieretelo voi per altro amore?”.
Prosegue così: “ben sa, ben sa che fuggirete/ di gran timore e al fin vi nascondrete/ Ed ei pur come Agnel che tace e muore/ svenerassi per voi d’immenso amore”.
Quel canto si conclude con questa strofa: “Dunque diletti miei/ se a dura croce, in man d’iniqui e rei/ dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core/ Lascieretelo voi per altro amore?”.
E’ un canto a cui sono personalmente affezionato anche perché è uno dei prediletti della mia Caterina.
Caterina è cresciuta in questa stupenda compagnia che fa ardere i cuori dei giovani per la Bellezza e la Verità. E’ stata educata da gesti così.
Una mano potente
E quando uno tsunami violentissimo ha investito la sua giovane vita e tutti pensavano e dicevano che ormai non c’era più niente da fare, che Caterina non c’era più, una mano potente l’ha afferrata, quella del Re umile che tante volte lei aveva cantato, e la sua mano benedetta e invincibile l’ha fatta riemergere dall’oceano oscuro del coma. Anzitutto attraverso la voce e i volti di chi l’ama perdutamente.
Ora Caterina sta nuotando verso riva: è una traversata defatigante e durissima, ma una grande catena umana la sostiene: quella compagnia che è il volto e la carezza del Nazareno nel mondo.
Dalla sua faticosa croce Caterina partecipa alla salvezza del mondo. “La Bellezza salverà il mondo”, annunciava Dostoevskij, e lei è parte di questa Bellezza.
Diversi di quei ragazzi presenti a Rimini nei mesi scorsi mi avevano scritto, colpiti e commossi dalla storia di Caterina e dal suo sorriso, dal suo canto, dai suoi amici e dall’amore del suo ragazzo che è più forte della morte e dello tsunami.
Per molti di loro Caterina è diventata una sorta di eroina, ben più ammirabile dei miti e dei mitomani imposti dai media, dalla politica, dai giornali.
Ma la forza di Caterina è la stessa che ha portato loro lì a Rimini, che fa fiorire la primavera, che dà senso alla vita, che ha ispirato a Michelangelo la Pietà, che commuove i cuori e muove le galassie. La forza di Colui che ha vinto il mondo e ha vinto la morte.
Antonio Socci

REGINA COELI


Regina coeli, laetare,
alleluia:

Quia quem meruisti portare, alleluia,

Resurrexit, sicut dixit, alleluia.

Ora pro nobis Deum, alleluia.

Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia.

Quia surrexit Dominus vere, alleluia.

Oremus
Deus, qui per resurrectionem Filii tui, Domini nostri Iesu Christi, mundum laetificare dignatus es: praesta, quaesumus, ut per eius Genitricem Virginem Mariam, perpetuae capiamus gaudia vitae. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.

Sicut erat in principio et nunc et semper et in secula seculorum amen
Gloria...
Gloria...

Réquiem aetérnam dona eis Dómine:

et lux perpétua lúceat eis.

Requiéscant in pace.

Amen

TRADUZIONE IN SPAGNOLO:
REGINA COELI (REINA DEL CIELO)
Reina del cielo alégrate; aleluya.
Porque el Señor a quien has merecido llevar; aleluya.
Ha resucitado según su palabra; aleluya.
Ruega al Señor por nosotros; aleluya.
Gózate y alégrate, Virgen María;
aleluya.
Porque verdaderamente ha resucitado el Señor; aleluya.
Oremos
Oh Dios, que por la resurrección de tu Hijo, nuestro Señor Jesucristo, has llenado el mundo de alegría, concédenos, por intercesión de su Madre, la Virgen María, llegar a alcanzar los gozos eterno.
Por nuestro Señor Jesucristo.
Amén.




Italiano
Regina dei cieli, rallegrati,alleluia.
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia.
Rallegrati, Vergine Maria, alleluia.
Il Signore è veramente risorto, alleluia.
Preghiamo.
O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine, concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
Gloria...
Gloria...
Gloria...
L'Eterno riposo...

USA VERSION
Queen of heaven, rejoice, alleluia.
The Son whom you merited to bear, alleluia,
has risen as he said,alleluia.
Rejoice and be glad, O Virgin Mary, alleluia!
For the Lord has truly risen,
alleluia.

lunedì 25 aprile 2011

La tv dei filosofi "impretiti" e il Papa che non sfugge alle domande



Il cortese invito di Otto e mezzo - trasmissione de La 7 condotta da Lilli Gruber per discutere con la filosofa De Monticelli delle sue idee sulla questione morale - e quello della trasmissione "A sua immagine" per contribuire alla trasmissione che ha visto il Papa rispondere alle domande di 7 telespettatori da tutto il mondo, mi sono arrivati in contemporanea.
Le trasmissione sono state girate nello stesso giorno, la seconda in diretta la prima registrata. Ma la differenza era soprattutto nel fatto che mentre il Papa non sfuggiva la realtà anche drammatica di domande poste da una bambina giapponese, una madre di figlio in stato vegetativo e altro, ho avuto l'impressione che l'unica forza dei nuovi filosofi moralisti - che pur criticando spesso superficialmente la Chiesa parlano e a volte si atteggiano come preti e vescovi, insomma si sono "impretiti"- sia nello sfuggire pur in nome di principi che ritengono giusti la drammatica complessità del reale. Principi come la "autodeterminazione", come la "giustizia morale in politica", come la centralità delle "regole", etc, per quanto cristallini nella mente di chi li concepisce, risultano poi opachi e sfuggenti quando non contradditori se applicati alla realtà, al vivere comune, alla complessità delle situazioni.
Un errore di astrazione, come già prevedeva il rimosso (da loro) Pasolini, che li rende infine distanti dalla gente - esclusi i partecipanti allo stesso rito, peggio di una confessione religiosa - e persino stizziti con gli italiani che non li seguono. Il Papa invece con stima delle domande anche scomode che la gente può porgli intorno ai misteri della fede e della vita cristiana non si è sottratto. Ha risposto, e molti hanno reimparato cose elementari della fede, altri hanno scoperto la ragionevolezza, altri ancora avranno nuove domande o perplessità. E' stato realista. E' stato servo dei servi, cioè indicato un viaggio nel reale e non nella sua mente.
dr

una puntata particolare del programma di Raiuno A sua immagine. In occasione del Venerdì Santo, infatti, papa Benedetto XVI ha risposto in televisione alle domande rivoltegli da ogni parte del mondo. All’inizio dovevano essere solo tre, ma visto il grande afflusso delle stesse giunte nel corso delle ultime settimane, si è deciso di farle diventare sette. Il Papa non ha parlato in diretta. L’intervista è stata infatti registrata in Vaticano lo scorso 15 aprile.
In particolare, Benedetto XVI ha risposto a una bambina giapponese, che chiedeva le ragioni della sofferenza causata dallo tsunami nel suo Paese e ha poi espresso tutta la vicinanza della Chiesa a un gruppo di giovani di Baghdad, capitale di un Iraq in cui i cristiani sono vittime di persecuzioni. Ha anche parlato di pace a una donna musulmana che gli ha scritto dalla Costa d’Avorio, martoriata dalla guerra civile. Il Santo Padre ha poi parlato della Resurrezione di Cristo, della sua azione redentrice nei confronti dell’umanità. Ha anche risposto a chi gli ha chiesto se l’anima fosse ancora presente in una persona in stato vegetativo. E non ha perso l’occasione per ricordare che non si può essere cristiani secondo un’idea personale, ma occorre seguire la Chiesa.

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2011-04-22&ch=1&v=60772&vd=2011-04-22&vc=1

MESSAGGIO PASQUALE DEL SANTO PADRE E BENEDIZIONE "URBI ET ORBI", 24.04.2011


"In resurrectione tua, Christe, caeli et terra laetentur – Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la terra" (Lit. Hor.).

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero!

Il mattino di Pasqua ci ha riportato l’annuncio antico e sempre nuovo: Cristo è risorto! L’eco di questo avvenimento, partita da Gerusalemme venti secoli fa, continua a risuonare nella Chiesa, che porta viva nel cuore la fede vibrante di Maria, la Madre di Gesù, la fede di Maddalena e delle altre donne, che per prime videro il sepolcro vuoto, la fede di Pietro e degli altri Apostoli.

Fino ad oggi – anche nella nostra era di comunicazioni ultratecnologiche – la fede dei cristiani si basa su quell’annuncio, sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei fratelli che hanno visto prima il masso rovesciato e la tomba vuota, poi i misteriosi messaggeri i quali attestavano che Gesù, il Crocifisso, era risorto; quindi Lui stesso, il Maestro e Signore, vivo e tangibile, apparso a Maria di Magdala, ai due discepoli di Emmaus, infine a tutti gli undici, riuniti nel Cenacolo (cfr Mc 16,9-14).

La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un’impronta indelebile. La luce che abbagliò le guardie poste a vigilare il sepolcro di Gesù ha attraversato il tempo e lo spazio. E’ una luce diversa, divina, che ha squarciato le tenebre della morte e ha portato nel mondo lo splendore di Dio, lo splendore della Verità e del Bene.

Come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così l’irradiazione che promana dalla Risurrezione di Cristo dà forza e significato ad ogni speranza umana, ad ogni attesa, desiderio, progetto. Per questo il cosmo intero oggi gioisce, coinvolto nella primavera dell’umanità, che si fa interprete del muto inno di lode del creato. L’alleluia pasquale, che risuona nella Chiesa pellegrina nel mondo, esprime l’esultanza silenziosa dell’universo, e soprattutto l’anelito di ogni anima umana sinceramente aperta a Dio, anzi, riconoscente per la sua infinita bontà, bellezza e verità.

"Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la terra". A questo invito alla lode, che si leva oggi dal cuore della Chiesa, i "cieli" rispondono pienamente: le schiere degli angeli, dei santi e dei beati si uniscono unanimi alla nostra esultanza. In Cielo tutto è pace e letizia. Ma non è così, purtroppo, sulla terra! Qui, in questo nostro mondo, l’alleluia pasquale contrasta ancora con i lamenti e le grida che provengono da tante situazioni dolorose: miseria, fame, malattie, guerre, violenze. Eppure, proprio per questo Cristo è morto ed è risorto! E’ morto anche a causa dei nostri peccati di oggi, ed è risorto anche per la redenzione della nostra storia di oggi. Perciò, questo mio messaggio vuole raggiungere tutti e, come annuncio profetico, soprattutto i popoli e le comunità che stanno soffrendo un’ora di passione, perché Cristo Risorto apra loro la via della libertà, della giustizia e della pace.

Possa gioire la Terra che, per prima, è stata inondata dalla luce del Risorto. Il fulgore di Cristo raggiunga anche i Popoli del Medio Oriente, affinché la luce della pace e della dignità umana vinca le tenebre della divisione, dell’odio e delle violenze. In Libia la diplomazia ed il dialogo prendano il posto delle armi e si favorisca, nell’attuale situazione conflittuale, l’accesso dei soccorsi umanitari a quanti soffrono le conseguenze dello scontro. Nei Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tutti i cittadini - ed in particolare i giovani - si adoperino per promuovere il bene comune e per costruire società, dove la povertà sia sconfitta ed ogni scelta politica risulti ispirata dal rispetto per la persona umana. Ai tanti profughi e ai rifugiati, che provengono da vari Paesi africani e sono stati costretti a lasciare gli affetti più cari arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore all’accoglienza, affinché in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti fratelli; a quanti si prodigano in generosi sforzi e offrono esemplari testimonianze in questa direzione giunga il nostro conforto e apprezzamento.

Possa ricomporsi la civile convivenza tra le popolazioni della Costa d’Avorio, dove è urgente intraprendere un cammino di riconciliazione e di perdono per curare le profonde ferite provocate dalle recenti violenze. Possano trovare consolazione e speranza la terra del Giappone, mentre affronta le drammatiche conseguenze del recente terremoto, e i Paesi che nei mesi scorsi sono stati provati da calamità naturali che hanno seminato dolore e angoscia.

Gioiscano i cieli e la terra per la testimonianza di quanti soffrono contraddizioni, o addirittura persecuzioni per la propria fede nel Signore Gesù. L’annuncio della sua vittoriosa risurrezione infonda in loro coraggio e fiducia.

Cari fratelli e sorelle! Cristo risorto cammina davanti a noi verso i nuovi cieli e la terra nuova (cfr Ap 21,1), in cui finalmente vivremo tutti come un’unica famiglia, figli dello stesso Padre. Lui è con noi fino alla fine dei tempi. Camminiamo dietro a Lui, in questo mondo ferito, cantando l’alleluia. Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è risorto, è vivo e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al Cielo.

Buona Pasqua a tutti!

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 23 aprile 2011

Una cosa dell’altro mondo che si realizza in questo mondo«Gesù? L’ho conosciuto guardando la tv in Albania»


Miranda, stasera battezzata dal Papa in San Pietro





Sabato notte coronerà un sogno che colti­va da vent’anni. Due terzi della sua vita. Un sogno cominciato… davanti alla tele­visione. «Era una domenica del 1991, avevo 12 anni, come al solito stavo guardando RaiUno. Come molti albanesi, ero affascinata dal vostro Paese e avevo imparato l’italiano guardando le trasmissioni e leggendo i sottotitoli dei film. Quel giorno trasmettevano la Messa di Giovanni Pao­lo II da piazza San Pietro, ricordo una musica dolcissima, i raggi di sole che entravano dalla fi­nestra della cucina, poi il volto di Gesù, proba­bilmente l’inquadratura di un ritratto di un au­tore famoso. Un’immagine indimenticabile: Ge­sù era bellissimo e il Papa parlava di Dio che si è fatto uomo per amore di tutti gli uomini. Dio, Gesù e amore: quelle tre parole e quel volto mi hanno conquistata». Miranda racconta l’episo­dio come se accadesse oggi, ne parla come un avvenimento contemporaneo che le scorre da­vanti agli occhi. Gli occhi brillano, la voce s’in­crina per la commozione quando descrive la ri­voluzione che Cristo ha portato nella sua vita.
Nata nel 1981 a Tropoja, un paese sulle monta­gne albanesi, Miranda Mulgeci è una delle sei persone (le altre provengono da Svizzera, Rus­sia, Perù, Singapore e Cina) che stasera riceve­ranno il Battesimo da Benedetto XVI durante la Messa della Risurrezione nella Basilica di San Pietro a Roma. È vigilia di grande commozio­ne, per il lungo percorso che arriva a compi­mento e per l’eccezionalità dell’evento. Cre- sciuta in una famiglia di tradizione musulma­na, abituata a considerare la religione come ob­bedienza a una serie di regole, era stata prima incuriosita e poi affascinata dalla vita di quel­l’uomo letta sulle pagine di una Bibbia che si e­ra trovata quasi per caso tra le mani e di cui a­veva mandato a memoria intere pagine. Ma quel fascino non si era mai concretizzato in un’esperienza. Poi, terminati gli studi di filosofia all’univer­sità di Tirana, trova lavoro nel­l’organizzazione non governa­tiva albanese Shis, che gestisce progetti di sviluppo in gemel­laggio con l’italiana Avsi. Negli uffici di Tirana, un giorno del 2006 arriva Alberto Piatti, re­sponsabile di Avsi, che dopo a­vere ascoltato la sua storia le regala Il senso religioso di don Giussani e la invita alla scuola di comunità, la catechesi inventata dal fondatore di Comunio­ne e Liberazione. «Leggendo quel libro ho sco­perto il cristianesimo come un avvenimento presente, qualcosa che parla alla mia umanità e risponde alle mie attese di felicità. E quel vol­to di Gesù che avevo visto in televisione da ra­gazzina, si è riaffacciato nella mia vita attraver­so i volti degli amici della piccola comunità di Cl a Tirana. Un’esperienza che ha cominciato a cambiare la mia esistenza. Una cosa dell’altro mondo che si realizza in questo mondo».
Il volto di Gesù e la croce diventano i suoi inse­parabili compagni di ogni giornata, anche se in famiglia, nella città musulmana in cui abita e tra gli amici non può manifestare apertamente il cambiamento che sta maturando nel suo cuo­re. Non è stato facile per lei, di tradizione alba­nese, fare il passo verso il cristianesimo. Pregiu­dizi, sospetti e diffidenze la dissuadono dal fre­quentare le chiese che dopo la caduta della dit­tatura comunista di Enver Hoxa hanno riaper­to i battenti nel Paese delle a­quile. Quando per la prima vol­ta decide di entrare in una chie­sa si trova a Bucarest, nel 2006, in occasione di un incontro in­ternazionale di Avsi. Piange, non sa bene perché, ma un’ir­refrenabile commozione s’im­padronisce di lei. A Tirana se­gue un cammino di catechismo aiutata da una suora, nel 2008 si trasferisce a Milano per un master in cooperazione allo sviluppo all’Uni­versità Cattolica e qui prosegue il cammino del catecumenato con l’aiuto di un sacerdote mila­nese, don Marco Barbetta. Oggi Miranda dirige il centro di formazione del­l’associazione Shis, intitolata al primo cardina­le albanese Mikel Koliqi e collabora con l’uni­versità di Tirana. Nel suo lavoro – in cui la for­mazione del personale si associa alla costru­zione di piani di sviluppo per l’Albania – si con­fronta ogni giorno con la stessa sfida che ha cambiato la sua esistenza: l’attenzione all’u­mano come metodo per affrontare ogni aspet­to della realtà. Ricorda con commozione la nonna Shkurt, l’u­nica della famiglia a cui aveva confidato il suo cammino di conversione, che dal letto dell’o­spedale in cui era finita per un infarto le disse: «Piccola mia, diciamo insieme una di quelle tue preghiere?». «La nonna mi ha testimoniato in maniera semplice che il cuore dell’uomo è u­guale a ogni latitudine – dice Miranda –. Tutti desideriamo la felicità, ognuno deve avere la li­bertà di aderire a ciò che più risponde a quella aspirazione. La mia ricerca ha trovato risposta nel volto di Gesù, e stanotte entrerò finalmen­te nella Chiesa di Cristo. Battezzata dal Papa! Tremo solo al pensiero, è il regalo più grande che posso ricevere, un regalo che supera qualsiasi immaginazione». Accanto a lei annuisce e sor­ride Florenc, il fidanzato albanese conosciuto in Italia, che il 25 giugno la porterà sull’altare nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Pa­via. Tre mesi di fuoco per Miranda, bruciata dal­l’amore per Gesù.
DI GIORGIO PAOLUCCI

mercoledì 20 aprile 2011

Arriva fin qui la provocazione della Pasqua


Il vero patrimonio

Ci sono poche cose chiare e certe, nella confusione carica di dolore che ci circonda di questi tempi. Una è che non si può vivere di rendita. Non più. Per esempio, non si può appoggiare la nostra tranquillità su equilibri politici consolidati da decenni: stanno saltando nella maniera più imprevedibile, come vediamo di continuo dalle vicende africane. Non si può più pensare che la ricchezza produca di per sé ricchezza, come è accaduto negli ultimi cinquant’anni in Occidente, senza rimetterla in gioco - e a rischio - ora. Persino le certezze di una vita - la casa, i rapporti: tutto - possono essere spazzate via in un attimo o restare ingabbiate in una minaccia di morte che toglie aria al futuro, come sta accadendo nel Giappone scosso dal terremoto e dalla paura nucleare. Un attimo. Ora.
Così, man mano che ti ritrovi a guardare a quei drammi imponenti e vicini - sempre più vicini -, o a rivederli specchiati nell’urto della realtà a portata di mano (la tua casa, il tuo mondo), ti accorgi che la sfida arriva a un livello più profondo. Radicale. Perché anche la tua, di ricchezza, può non bastare. Persino quella che nel tempo è servita a gettare fondamenta in un terreno solido. Un incontro. Una storia alle spalle. Un’educazione. Il patrimonio del cristianesimo, insomma. Quello che molti di noi definirebbero - a ragione - il fattore decisivo della vita, ciò che ha dato forma alla nostra esistenza. Bene: non possiamo vivere di rendita neanche su quello. Neppure una fede ridotta a patrimonio, a tesoro acquisito, genera di per sé, automaticamente, interessi e dividendi sufficienti a vivere ora, a reggere adesso l’urto della realtà. Un po’ come la parabola dei talenti, avete presente? Quella dove il padrone si arrabbia con il servo che ha nascosto la sua moneta sottoterra per mantenerla integra, invece di farla fruttare. Be’, non è che quella moneta siano solo le nostre doti, le nostre capacità (il talento, appunto): è anche ciò che ti è capitato, il patrimonio consegnato dalla fede. Se non viene rischiato ora, nel tempo, non serve. Se non c’è una presenza che ti permette di incrementarlo e farlo fruttare adesso, è inutile. Anzi, può addirittura essere dannoso.

Arriva fin qui la provocazione della Pasqua. Di questa Pasqua. «La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti», come ricorda Benedetto XVI nel brano scelto per il Volantone. Se si toglie questo, siamo morti noi. Perché la fede si riduce a «una serie di idee degne di nota» o ad «una sorta di concezione religiosa», ma «è morta». Resta solo «la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile». E ci ritroviamo «abbandonati a noi stessi». Soli. Incapaci di stare di fronte alle certezze che crollano, in un attimo.
È per questo che Cristo è risorto. Togliendo la pietra del sepolcro, scava anche il terreno dove vorremmo nascondere quello che abbiamo acquisito. Dove a volte ci verrebbe la tentazione di seppellire il patrimonio della fede. E lo fa per restituircelo ora, per farlo fruttare ora. Per togliere dal mondo la nostra solitudine, per sempre.
Nello stesso Volantone, come avrete visto, c’è un altro brano. È di don Giussani. «Ciò che si sa o che si ha diventa esperienza» - e quindi serve a vivere - se «è qualcosa che ci viene dato adesso: c’è una mano che ce lo porge ora, c’è un volto che viene avanti ora, c’è del sangue che scorre ora, c’è una risurrezione che avviene ora. Fuori di questo “ora” non c’è niente!». Ma in questo “ora” c’è Cristo risorto. E possiamo vivere.
BUONA PASQUA

martedì 19 aprile 2011

Sesto anniversario Elezione Papa Benedetto XVI

Il Pontificato di Benedetto XVI giunge oggi al traguardo dei sei anni. La fumata bianca che annunciava la sua elezione, giunse, infatti, alle 17,50 del 19 aprile 2005. Poi le cam­pane di san Pietro cominciarono a suonare a distesa. Alle 18,40 si aprirono le finestre della Loggia delle Benedizioni e il cardinale protodiacono, Jorge Arturo Medina Estevez, annunciò il suo nome. Dieci minuti dopo Benedetto XVI rivolse ai fedeli un breve saluto: «Cari fratelli e sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i cardinali hanno eletto me, un umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere».

I primi sei anni da Papa sulla scia e nel ricordo del futuro beato Giovanni Paolo II

Un grande teologo e grandissimo parroco racconta agli uomini la verità sulla loro vita.
Un alfiere vigoroso della libertà di credere «Catechista» che parla a cuore e ragione.

Ringraziamo Dio per questi sei anni e preghiamo perché ce lo conservi a lungo!

lunedì 18 aprile 2011

Un punto di speranza nell'angoscia della cronaca


di Luigi Negri*

All’inizio di questa solenne memoria del triduo pasquale in cui si compie la vittoria di Dio sul male, della restituzione all’uomo della sua autentica dignità, sono colto come da un sentimento di angoscia. E qualche volta mi chiedo – come se lo chiedevano alcuni salmi – se questa angoscia non sia invincibile e non dica quasi una impossibilità dell’uomo ad essere veramente se stesso di fronte alla propria coscienza, di fronte a Dio, di fronte alla storia, di fronte alla società.

Perché dico angoscia? Perché ci vuole un certo stomaco duro – il pelo sullo stomaco, come diciamo noi nordici – per non subire ogni giorno le provocazioni di queste vicende che dalla cerchia stretta delle famiglie dilaga nella vita sociale, nazionale e internazionale, in cui sembra che la violenza sia l’unico criterio di rapporto e quindi l’unico elemento di soluzione di qualsiasi problema: dalla frustrazione affettiva di due fidanzati che si lasciano, alla vicenda delle cosiddette rivoluzioni del Medio Oriente.

La violenza è proprio l’espressione turpe di un uomo che pensa di essere il centro del cosmo e della storia, il che realizza un rapporto di possesso sulla realtà naturale e umana, sociale e storica. Nessuna realtà ha di fronte ai suoi occhi una vera dignità, ma lui stesso non ha una vera dignità, perché se vive chiuso in sé e non fa andare il suo sguardo oltre l’orizzonte della sua materialità e storicità, l’uomo si dissolve. Si dissolve, diventa un fattore che continuamente tende a scomporsi. Una società di uomini che si scompongono, che assistono a tragedie immense, indicibili: penso allo sgomento che ho provato vedendo i cadaveri degli extracomunitari che galleggiavano sul mare; da mesi mi accompagna lo sguardo limpido, pulito di Yara Gambirasio e mi chiedo se si possa sparire senza lasciare tracce, senza che venga assolutamente una indicazione per rendersi conto di cosa sia effettivamente successo.

Insomma, per dirla con uno dei più grandi padri della Chiesa – San Tommaso lo riteneva il più grande –, sant’Ireneo di Lione, “è possibile che l’uomo muoia”. E l’angoscia è appunto nella percezione che siamo a un passo dalla dissoluzione dell’uomo, nella sua identità, nella sua eticità, nella sua capacità di costruzione.

Quest’angoscia si è andata radicalizzando perché negli ultimi decenni, ma potremmo dire negli ultimi anni, si è visto con chiarezza che non esiste alternativa alla fede. L’uomo, l’uomo ateo, l’uomo autosufficiente, l’uomo autoreferenziale, è un’astrazione: un’astrazione teorica e purtroppo una terribile esperienza pratica. Un uomo così non esiste, e nella misura in cui quest’uomo che non esiste - ma che pure in qualche modo “esiste” - manipola la realtà, provoca soltanto enormi distruzioni. Che dire per esempio dell’immensa schiera di bambini e ragazzi orfani, anche se formalmente hanno ancora un padre e una madre che però non si vedono più, e perciò non hanno nessuna accoglienza per la propria vita, per il proprio cammino.

Allora, in questa situazione in cui siamo immersi tutti, che ci colpisce da tutte le parti, che ci ferisce, la Chiesa rinnova il grande annunzio della morte e Resurrezione di Cristo come l’unica possibilità di salvezza per l’uomo. Cioè del mistero della morte di Cristo: morte non rituale, non sacrificale nel senso rituale della parola, ma morte come espressione suprema della sua affezione al Padre oltre ogni comprensione, oltre ogni corrispondenza. E vissuta per amore ai fratelli che Dio gli ha dato, cioè i fratelli che ha incontrato nel suo tempo e tutti gli uomini che lo avrebbero poi incontrato nel flusso e riflusso delle generazioni attraverso il mistero della sua Chiesa. Questa morte e Resurrezione è una luce, l’unica luce di speranza che può essere gettata su questo mondo angosciato, angosciato e angoscioso.

Ma perché questo annunzio fa fatica ad attecchire? Perché - diciamolo con chiarezza - anche per molti cristiani è un messaggio astratto. Ha più una formulazione ideologica, è più un grande sentimento delle fede o un grande impegno etico, come dice Benedetto XVI quando dice ciò che non è il cristianesimo, all’inizio della Deus caritas est: è un discorso, un’ideologia. Contrapponiamo all’ideologia del nulla, all’ideologia angosciosa del nulla, un’ideologia di valori religiosi che poi normalmente si laicizza e diventano quei valori di giustizia, di solidarietà, questa mercanzia che quotidianamente riecheggia nelle parole di pochissimi uomini politici che hanno una cultura superiore alla media, e che riecheggia anche nei discorsi di tanta ecclesiasticità, di alto e di basso livello.

Ma il cristianesimo, cioè la Pasqua, la morte di Cristo e la sua Resurrezione, non è un’ideologia, è un’esperienza: questo antico, bellissimo nome della vita cristiana che la genialità teologica ed educativa di don Luigi Giussani ha recuperato. La redenzione è una vita nuova che si comincia a vivere qui ed ora da parte di coloro che seguono il Signore crocifisso e risorto. La Resurrezione continua nella Chiesa, continua nella vita della Chiesa. Così tanti anni fa in un corso di esercizi predicato da lui io ne uscii come travolto da questa certezza: la Resurrezione è un’esperienza, la Resurrezione è un popolo che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso ma per Lui che è morto e risorto per noi. Allora la Resurrezione è la dimensione normale della vita del cristiano. E’ ciò per cui il cristiano vive consapevolmente, è ciò per cui il cristiano ama la verità, ama il bene, si sacrifica per gli ideali, sopporta, è benevolo con i propri limiti e con i limiti altrui. E’ una vita nuova.

La Pasqua dice che c’è nel mondo il mondo nuovo di Dio, che può apparire come un piccolo seme, che può essere tentativamente emarginato, che può essere massacrato dal punto di vista dell’esistenza storica, come il suo Maestro e fondatore che fu massacrato dal potere dell’aristocrazia sacerdotale del tempio e romana. Ma questo popolo nuovo c’è, questa vita nuova c’è. C’è un momento, c’è un punto della storia in cui non c’è l’angoscia, c’è la certezza della propria identità, c’è il sacrificio del proprio limite che deve essere continuamente perdonato dal Signore. Ma c’è soprattutto il grande ideale della missione. Si può vivere per la missione, si può mangiare, bere, vegliare, dormire, vivere e morire perché Cristo sia conosciuto da tutti gli uomini.

Ora, se la Chiesa non è un’esperienza; se i cristiani non sono testimoni di Cristo e della sua Resurrezione; se nel loro volto non portano i segni della salvezza, se non portano il segno della salvezza – “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore”, disse il grande filosofo francese Sartre (grande si fa per dire), ospite al primo congresso degli intellettuali cattolici dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale -; se la salvezza non è la nostra esperienza di vita, non la comunichiamo a nessuno. Allora l’unica cosa che domina il mondo è l’angoscia, perché l’unico punto che la fa saltare è presente ma in modo astratto, e pertanto inefficace.

Ma allora – ed è terribile questa conclusione che tiro – i cristiani inconsapevoli della loro identità, i cristiani omologati alla mentalità dominante, i cristiani che considerano di essere semplicemente custodi di un’appendice alla vita, un’appendice liturgico-sacramentale o un’appendice di carattere emozionale, o un’appendice di carattere etico; questi, mentre tradiscono Cristo danno il loro contributo alla distruzione della società.

E’ soltanto la costruzione reale della Chiesa che salva l’uomo e il mondo. Bisognerà che presto o tardi qualcuno nella Chiesa ricominci a dire queste cose semplici e fortissime, che hanno consentito alla Chiesa di camminare per duemila anni senza perdere il passo della storia. Anzi, quanto più ha predicato Cristo "e questi crocifisso" - per dirla con San Paolo – ha lanciato la storia e l’ha aiutata a crescere verso dimensioni nuove di intelligenza e di amore. Quanto più s’è ristretta in sé, e ha presentato un’alternativa edulcorata dell’annuncio, è diventata responsabile della rovina dell’umanità.

* Vescovo di San Marino-Montefeltro

domenica 17 aprile 2011

LA VIA CRUCIS DI UNA FAMIGLIA COME DOGLIE DI PARTO



La scena è stupenda e dolorosa. Due corpi che si abbracciano, si avvin­ghiano, per non lasciarsi più. Lei, Chia­ra, la mamma, è una donna ancora gio­vane. Lui, Emmanuele, ha sedici anni appena: l’età dei primi appuntamenti, del primo amore. È sfinito, stravolto, stanco. Lotta da anni con la leucemia. Alla fine il corpo a corpo lo ha strema­to. Sembrava che avesse vinto la batta­glia, come un fiume carsico invece, la iena è ritornata.
Ha combattuto con la grinta di un leo­ne, insieme ai genitori e ai fratellini. Og­gi la sua voce è un rantolo, e gli occhi già non vedono. Arde per la febbre che gli brucia nelle carni. Si lamenta, strin­gendo tra le mani la corona del Rosa­rio; sul comodino il Bambinello gli tie­ne compagnia. Sotto il guanciale l’im­maginetta del Crocifisso con la pre­ghiera tante volte ripetuta: «Gesù cro­cifisso, sempre ti porto con me. A tutto ti preferisco. Quando cado, Tu mi risol­levi. Quando piango, Tu mi consoli. Quando soffro, Tu mi guarisci…». Ieri l’abbiamo pregata insieme, oggi non riesce nemmeno a sussurrarla. La cro­ce si è fatta più pesante e il sentiero è ripido e tortuoso. Emmanuele tenta di salire; arranca, si trascina, ma barcolla e cade. Come Gesù.
Come Maria, la sua mamma gli sta ac­canto. Se lo stringe al petto. Col suo cor­po lo ripara dalla morte che sente aggi­rarsi per la casa. Sta in agguato come u­na leonessa. L’aspetta per invocar pietà, per offrirsi al posto del ragazzo. Lo ba­cia mille volte. Come un’ape appollaia­ta sulla rosa, vuole succhiarne il netta­re. Non piange: Emmanuele capirebbe. Domani, forse… Oggi deve rassicurare il figlio: «Sta’ sereno, Manu… Non ti preoccupare, non è niente... Mamma tua sta qui, vicino a te. Passerà anche questa volta, vero? Come il mese scor­so in ospedale… Ricordi? Il dottore sta per arrivare. Guarda Emmanuele, guar­da chi è venuto a farti visita…». Non sempre la bugia è peccato. A volte na­sconde un amore senza limiti.
Le guance si accarezzano, si sfiorano. Quelle scavate della mamma e quelle paffute, gonfie del cucciolotto suo. È di­venuta una cosa sola con il figlio, que­sta donna coraggiosa e fragile. Come quando lo portava in grembo. Vive dei suoi respiri. Prega. Non inveisce mai. Ritorna la domanda antica: «Dio dove sei?». Bisogna resistere alla tentazione di dare risposte improvvisate. Niente deve andar perduto di questo tesoro ac­quistato a caro prezzo. Il Signore è lì che soffre insieme a loro. Discreto, attento, silenzioso, non li ha mai lasciati soli.
Il dolore gli uomini non lo sconfigge­ranno mai. Hanno invece il dovere di alleviarlo. O di assumerlo. Come Gesù che prende su di sé i peccati e le pene di tutti gli uomini di tutti i tempi. Come Chiara che ha fuso la sua vita con quel­la del figliolo. Dobbiamo farci cirenei per caricarci sulle spalle una croce che non è nostra; per risollevare chi non può rialzarsi; per accogliere chi, dopo tre notti passate su un barcone malandato, teme di essere ricacciato in mare.
Occorre ridare fiato alla pietà: fiamma capace di riaccendere gli stoppini fu­miganti di tante vite spente. Occorre farla circolare per le brutte e malfama­te periferie del mondo e per le città o­pulente e contraddittorie; piantarla nei campi che fioriranno a primavera.
Quanta solidarietà attorno al piccolo Emmanuele; quante lacrime, quanta fede. Quanto amore, quanta preghiera. Emmanuele è un maestro e il suo gia­ciglio una cattedra eloquente. Accanto a lui non c’è posto per l’ipocrisia; la menzogna tace e l’odio mostra il suo volto sciocco e inopportuno.
A questa scuola s’impara a vivere e a morire. Pasqua è alle porte. Cristo ci chiama a risorgere con lui. Emmanue­le sta per accogliere l’invito. La sua mamma soffre le doglie del parto per aiutarlo a rinascere alla vita. Alla vita vera che non muore più.
MAURIZIO PATRICIELLO - Avvenire
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‎"Stavano, presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala". Gv 19,25

Amore e dolore sono sempre legati insieme nel cuore di ogni mamma. Maria, ai piedi della croce, prende in sè il CUORE di tutta l'umanità. E' possibile vivere senza amare, senza soffrire e versare lacrime per qualcosa o qualcuno?

BUONA DOMENICA DELLE PALME






Hosánna fílio David: benedíctus qui venit in nómine Dómini.
Rex Israël: Hosánna in excélsis.

La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque domeniche, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singolo uomo .


****BUONA DOMENICA DELLE PALME***

venerdì 15 aprile 2011

OGGI 16 APRILE IL SANTO PADRE FESTEGGIA I SUOI 84 ANNI.

AUGURI SANTO PADRE!




Una festa che precede di pochi giorni l’anniversario, il sesto, dell’elezione al soglio di Pietro. Così giorno dopo giorno, con l’amore per la verità e la fedeltà al Vangelo ha «conquistato» il mondo.

Oremus pro pontifice nostro Benedicto

L’URGENZA DEL GIUDIZIO

Appunti dalla Sintesi di Julián Carrón all’Equipe degli universitari di Comunione e Liberazione
Milano, 26 marzo 2011

1. LA GENERAZIONE DI UN SOGGETTO NON ALIENATO
Don Giussani ha colto il punto cruciale. «Per la mia formazione in famiglia e
in seminario prima, per la mia meditazione dopo, mi ero profondamente persuaso
che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto» (Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, p. 20).
Per questo egli ha sempre insistito sulla necessità per ciascuno di noi di partire dall’esperienza, di mettere a fuoco costantemente l’esperienza. Altrimenti nessuno potrà
resistere in un mondo in cui tutto, proprio tutto, dice il contrario. È la stessa necessità che in altri termini è segnalata nelle prime pagine de Il senso religioso, come abbiamo scoperto rileggendo insieme il testo in questi mesi: «Se non si partisse dall’indagine esistenziale, sarebbe come chiedere la consistenza di un fenomeno,
che vivo io, a un altro. Il che, se non fosse conferma, arricchimento o
contestazione a seguito di una riflessione già personalmente intrapresa,
renderebbe l’opinione altrui supplenza di un lavoro che mi compete e veicolo d’opinione inevitabilmente alienante» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano 2010, p. 6).
Don Giussani vuole farci diventare adulti, soggetti capaci di giudizio, non ci vuole alienati. È molto significativo, perciò, quello che ci dice in un altro passo de Il rischio educativo: «Scopo della educazione è quello di formare un uomo nuovo; perciò i fattori attivi della educazione debbono tendere a far sì che l’educando agisca sempre più da sé, e sempre più da sé affronti l’ambiente. Occorrerà quindi da un lato metterlo sempre più a contatto con tutti i fattori dell’ambiente, dall’altro lasciargli sempre più la responsabilità della scelta, seguendo una linea evolutiva determinata dalla coscienza che il ragazzo dovrà essere capace di “far da sé” di fronte a tutto. Il metodo educativo di guidare l’adolescente all’incontro
personale e sempre più autonomo con tutta la realtà che lo circonda, va tanto più applicato, quanto più il ragazzo si fa adulto.
L’equilibrio dell’educatore svela qui la sua definitiva importanza.
L’evolversi infatti dell’autonomia del ragazzo rappresenta per l’intelligenza
e il cuore - e anche per l’amor proprio - dell’educatore un “rischio”.
D’altra parte è proprio dal rischio del confronto che si genera nel giovane
una suapersonalità nel rapporto con tutte le cose; la sua libertà cioè “diviene”»
(Il rischio educativo,pp. 103-104). È questo che motiva l’insistenza continua sul giudizio, sulla necessitàdi un paragone tra quello che viviamo e il cuore. E si tratta di un lavoro tanto semplice quanto impopolare, come abbiamo visto.
È molto facile, infatti, ripetere delle formule o andare di frase in frase, pur giusta, o appellarsi a un altro perché mi dia il supplemento di certezza
che non ho. Ma, come vi dico sempre, dovete decidere se diventare adulti o no, cioè se
fare un’esperienza che vi consenta di stare nel reale in forza del giudizio che emerge dall’esperienza
stessa, oppure essere sempre più in balia di tutte le paure appena il reale non coincide con l’immagine che si ha in testa.
2. L’INEVITABILITÀ DEL GIUDIZIO
La prima cosa che è emersa con chiarezza stamattina è che noi giudichiamo sempre.
Da che cosa si vede? Dal fatto, per esempio, che abbiamo paura, che siamo smarriti, oppure, al contrario, che sperimentiamo una libertà, vediamo in noi una capacità d’intelligenza diversa.
Dietro tutti questi stati d’animo o effetti – chiamateli come volete - in fondo
c’è sempre un giudizio: può essere un giudizio che uno non confessa neanche a se stesso, ma c’è, la vita lo “canta” in ogni momento. Il bello del frangente che
stiamo vivendo è che sentiamo sempre più insopportabile non fare i conti con il giudizio: giudicare comincia a diventare un’urgenza esistenziale.
È dunque accaduto un passaggio: dal concepire il giudizio come qualcosa di appiccicato, una complicazione ulteriore, qualcosa di cui in fondo non c’è bisogno, di cui possiamo fare a meno senza che capiti niente di particolare, al concepire e vivere il giudizio come una urgenza esistenziale. Partiamo da alcuni esempi di
questa mattina.
Vi ricordate quello che ha detto il nostro amico, raccontando della morte di sua nonna e delle ultime settimane trascorse con lei? «Le volte in cui mi sono trovato
a fare la notte in ospedale, mi ha preso - diceva - una paura feroce che tutto
quello che di lei avevo davanti, e di riflesso anche di me, potesse scomparire
nel nulla. Perciò facevo di tutto per scappare via da certe domande sulla vita,
sulla consistenza di me, e appena potevo scappavo via anche dall’ospedale.
I giorni successivi c’è stato un tentativo iniziale di nascondere quello che era successo, ma poi non ce l’ho più fatta: erano domande che continuavano a risorgermi. Mi sono finalmente accorto di qual era stato il problema: è inevitabile nella
vita fare un paragone tra quello che succede e qualcosa di sé, ma io di fronte
a mia nonna il paragone lo facevo con la paura che avevo e inevitabilmente…».
È qui che io ho obbiettato: «No, il paragone non lo facevi con la paura, perché
la paura era già il segno o l’effetto di un paragone che avevi compiuto tra quello che stava succedendo a tua nonna e le tue esigenze». La paura non era l’origine,
ma la conseguenza del giudizio che lui aveva dato, vale a dire la conseguenza di
un paragone tra le sue esigenze e quello che stava succedendo.
E l’esito era che quello che stava succedendo - la malattia e la morte - per lui
era tutto. Ma è proprio questo che dobbiamo mettere in questione: quello che
stava succedendo davanti ai suoi occhi, o meglio, quello che lui vedeva era tutto? Noi diamo per scontato di sì, by default, senza nemmeno rendercene conto, e poi pensiamo che il paragone sia con la paura. No, la paura è la conseguenza di un giudizio, e la vera resistenza è a mettere in discussione il giudizio,
il nostro giudizio sul reale, su quello che c’è, ovvero se ci sia o non ci sia qualcosa d’altro. Davanti a una situazione in cui la nostra esigenza dell’eterno - riferita alla persona a cui vogliamo bene - è senza risposta, ci viene una grande paura, com’è normale che sia (questo dice, perciò, che siamo normali).
Se quello che vedi è tutto quello che c’è, la conseguenza ultima è la paura.
Ma la questione sta qui: è vero o no questo giudizio? Da che cosa si vede che
non è vero? Cominciamo dai sintomi. Da che cosa possiamo partire per vedere se un giudizio è vero? Un giudizio vero che cosa implica? La liberazione.
Un giudizio vero libera, e quel giudizio non libera. Abbiamo dunque l’evidenza nell’esperienza di un giudizio vero o falso. Subito dopo ha aggiunto: «Dopo questi giorni, che sono stati drammatici per me, ho capito veramente che o Cristo è tutto oppure io soccombo». E io ho replicato di nuovo: prima di dire se Cristo è tutto o non è tutto, devo poter dire se c’è o non c’è. Se non c’è, infatti,
posso anche dire che è tutto, ma la mia vita non sta in piedi; e non ci vuole
uno tsunami per farla crollare, basta un “discorde accento”. C’è o non c’è?
Dobbiamo renderci conto che questo è un problema di conoscenza. Ci conviene affrontarlo, altrimenti abbiamo sempre il sospetto di essere noi a inventare l’oggetto della fede. Come sai che non è una proiezione tua quello
che stai dicendo davanti al problema della morte - una proiezione che fai perché non sapresti come gestire il problema altrimenti -? Queste sono le domande che ci troviamo davanti, che vengono a te e vengono a me, che chiunque ci “rinfaccia”.
Se non arriviamo a dire perché non è possibile che sia una proiezione, abbiamo
sempre dentro il virus, il dubbio, il sospetto che in fondo in fondo la fede sia
una creazione nostra, non un riconoscimento. Sei tu che t’inventi e progetti la risposta? La fede è una proiezione o è un riconoscimento?
Riprendo un altro intervento di stamattina, che ha posto in luce un altro aspetto della stessa questione. «Mentre tornavo a casa mi chiama un amico per dirmi che
a una famiglia di nostri amici era nato il terzo figlio con una grave malformazione al cuore (già la prima figlia era nata con gravissimi problemi). L’annuncio di
questo fatto naturalmente mi ha scosso, però mi ha scosso di più un’altra cosa: la telefonata con questo mio caro amico si è svolta tutta in uno strano imbarazzo, dovuto al fatto che, annunciandomi l’accaduto, non aveva avuto il
coraggio di dire, in fondo in fondo, quello che pensava; continuava a girare intorno al problema, ma se ci fosse stato un fumetto che avesse svelato il suo pensiero ci sarebbe stato scritto: “È una ingiustizia”». Vedete? Dietro tutto, sempre vi è un giudizio, volenti o nolenti. È impossibile non giudicare. Dietro la paura di chi è intervenuto stamattina, vi era un giudizio; allo stesso modo, nel racconto dell’amico, che lo dicesse o non lo dicesse, lui ha sentito a pelle che
c’era, nascosto al fondo, un giudizio. La vera questione, amici, non è che non diamo
giudizi; la vera questione è se noi decidiamo di guardare in faccia questi giudizi che comunque diamo e abbiamo il coraggio di cominciare a dire: «Ma è vero o non è vero questo giudizio che ho dato?».
I giudizi, infatti, li diamo sempre. Da che cosa si vede? Dall’esperienza che facciamo, dagli effetti che accadono in noi, tanto è vero che il primo che ci sente raccontare subito percepisce l’imbarazzo.
La vita “canta” che c’è un giudizio: in un senso o in un altro, ma c’è, sempre. È impossibile vivere anche un solo istante, come ci fa osservare don Giussani, senza che uno dica perché in fondo in fondo vale la pena vivere quell’istante, non c’è minuto in cui uno non affermi qualcosa di ultimo. Proseguiva l’intervento: «È iniziata in me una lotta, perché trovavo insopportabile quella telefonata.
Ho incominciato a dire a me stesso: “Ma questo fatto è un’ingiustizia?”». Ecco, questa è l’urgenza di giudicare. Basta che uno senta qualcosa che preme nella vita per avvertire tutta l’urgenza di giudicare. È insopportabile non arrivare a un giudizio vero. Quando non avvertiamo questa “insopportabilità”, vuol dire che la nostra umanità è venuta meno, che ci stiamo avvicinando all’essere di un sasso: il problema non è che giudicare sia un’aggiunta per gente con qualche sfizio, ma che ci avviciniamo ai sassi. Quando uno è uomo e sta lealmente davanti al reale, non giudicare è insopportabile.
Il giudizio non è qualcosa di appiccicato, per gente che non ha altro da fare se
non complicarsi la vita, come tante volte in fondo pensiamo (diciamo questo del giudizio così come l’amico diceva che era un’ingiustizia la malformazione).
Pensiamo che il giudizio sia una monumentale complicazione, che ci impedisce di goderci la vita... fino a quando la vita urge! Allora le cose cambiano. Ma che la vita cominci a urgere dentro di noi che cosa significa?
Di che cosa è segno? Significa che qualche barlume di umanità incomincia a ridestarsi.
«In questa lotta mi sono immaginato di stare di fronte all’amica che ha avuto il figlio e che lei mi domandasse: “Ma tu cosa dici di questo fatto, è un’ingiustizia?”, e mi sono trovato ingaggiato a dare ragione dell’esperienza che faccio». A volte il nostro contributo più semplice e decisivo è porre la domanda che l’altro non ha il coraggio di porre. Sembra niente, sembra
banale, ma porre la domanda giusta, vera, è il primo contributo che diamo all’altro: non è risolvergli
il problema, ma incominciare a porre la domanda. «È iniziato quello che a me sembra
il giudicare, cioè ho cominciato a reperire nella mia esperienza quello che mi poteva
far dire che quella non era un’ingiustizia. E di fatti ce ne sono moltissimi, dal primo incontro fino alla Scuola di comunità del giorno prima, in cui tu, alla fine, rileggendo il Volantone di Pasqua, che cosa hai fatto se non riannunciarmi che questo fatto non è un’ingiustizia?
Perché se Cristo è risorto questo fatto non è un’ingiustizia. A questo punto ho visto una lotta in me, la paura cioè di dire una cosa esagerata: Cristo è risorto! Ma mi rendevo conto che quell’affermazione che avevi fatto alla tua Scuola di comunità: “Cristo risorto o è un avvenimento o non è”, così come “il mio riconoscimento di Cristo o è adesso o non è”, stabiliva la differenza radicale e mi si è impressa.
Così tornando a casa mi sono detto: “Glielo devo dire, lo devo dire al mio amico”. Perciò gli ho subito scritto un messaggio: “A ogni modo, Cristo è risorto”. E che Cristo sia risorto è una cosa che la nostra esperienza documenta costantemente,
e noi non possiamo partire se non da questo dato, altrimenti siamo scorretti,
siamo parziali». Vedete? Tante volte le cose pur giuste che ci diciamo ci sembrano esagerate. Anche dopo aver sperimentato, dire «Cristo è risorto» ci sembra esagerato. Noi dobbiamo fare i conti con ogni sfumatura che lasci un’ombra in noi. Se quando dico «Cristo è risorto» sento un’ombra e non la guardo in faccia, l’ombra diventa il giudizio. Possiamo poi dire tutte le sacrosante parole che vogliamo, ma quello che resta è l’ombra. E da che cosa si vede?
Dal fatto che determina il mio io nel presente. Per questo, vedere come il proprio umano vibri, accorgersi - come dice don Giussani con un’espressione bellissima - di quale sia il «sentimento dell’io» che abbiamo è rivelativo: sembra quasi banale, invece dal sentimento dell’io si capisce che cosa prevale in noi, qual è il giudizio ultimo, si vede se, pur dicendo «Cristo è risorto», prevale in fondo: «È esagerato» (non abbiamo il coraggio di dire: «È falso», semplicemente diciamo: «È esagerato»),
e questo determina il nostro modo di stare nel reale, di
percepire noi stessi. Qui si vede la decisività di ciò che ho sottolineato nella Scuola di comunità: se uno non fa un’esperienza, se il cristianesimo, se la fede
non è un’esperienza presente - presente! -, non è qualcosa che trova la sua
conferma in una esperienza, non potrà resistere
non solo davanti allo tsunami, ma alla minima circostanza avversa.
3. L’INIZIO DELLA LIBERAZIONE
Ecco allora il punto che emerge dall’esperienza che avete documentato:
incominciamo a sentire dentro di noi che un certo modo del vivere è
insopportabile, che non riusciamo ad andare avanti senza giudicare consapevolmente. Questa, amici, è una bella promessa per tutti noi. Se infatti il giudizio è l’inizio della liberazione, incominciare a percepire l’urgenza di giudicare è l’alba dell’inizio della liberazione. Si prospettano giorni felici, se siamo leali
con questa urgenza, se sperimentiamo sempre di più quella insopportabilità dentro
di noi. Attenzione, avvertire l’insopportabilità non è una “problematizzazione”, ma l’inizio di un’umanità più grande, un segno del risveglio del nostro io, e per questo è positivo: è il segno dell’umano, perché dovrebbe essere sempre così, tanto siamo determinati da quell’insieme di esigenze e di evidenze che chiamiamo cuore (anche se, come sappiamo, la consapevolezza di tali esigenze ed evidenze può essere offuscata). Se dunque noi giudichiamo sempre, la questione - com’è emersa con chiarezza questa mattina - è se è vero o non è vero il giudizio che diamo.
E dobbiamo verificare se quello che ci diciamo è vero davanti allo tsunami, davanti alla morte, davanti alla malattia, davanti alla noia. Dobbiamo fare i conti con ogni ombra che incombe su di noi. Amici, vi ho detto altre volte: noi non siamo condannati a vivere la vita sopportando le ombre, non siamo condannati a vivere l’incombenza delle preoccupazioni senza giudicarle. Anzi, proprio per quell’insopportabilità che sentiamo dentro, capiamo fino a che punto giudicare è decisivo ed è una liberazione. Sappiamo, infatti, che abbiamo giudicato proprio dalla liberazione che vediamo vibrare dentro di noi, e non perché abbiamo detto la frase giusta.
Uno può dire la frase giusta e non aver giudicato, e perciò non essere liberato.
Ho ritrovato gli appunti di un’assemblea che don Giussani tenne nel 1986, in cui parla del giudizio e affronta di petto la nostra questione: «Guardate che il giudizio è l’avvenimento dell’uomo che inizia; il giudizio è l’avvenimento dell’uomo che si forma e che si completa poi nell’azione affettiva. Tutti riconosciamo che Cristo è la realtà [la frase giusta]; ma non penetra dentro l’esistenza, questo. Non è un vero giudizio, è un’idea non è un giudizio; è un’idea su cui si costruisce un’ideologia e una prassi secondo essa, come è per la maggior parte della leadership del movimento [lo dice così, en passant...].
È un’idea - quella della fede, del cristianesimo - su cui si costruisce un’ideologia
più o meno evoluta culturalmente e quindi che determina delle scelte pratiche.
Ma la fede, cioè il riconoscimento di questa presenza, non diventa un giudizio, nel senso vero del termine, quello che usa la Bibbia. [E fa un esempio:] Ecco, tu stai andando in macchina su una strada di montagna, vedi da lontano, da un chilometro, che rotola un gran masso e si ferma sulla strada. Tu dici: “C’è un masso sulla strada!”, e arresti in fretta la macchina. Il giudizio è qualcosa che ha una energia e una consistenza, che sfida il resto della vita. Il vero giudizio è
qualcosa che ha una consistenza e una forza che mette in scacco il resto, che cambia.
Magari non ci riesce, ma tu senti la spinta dentro, la senti.
Mentre, come tu dici: “Cristo è la realtà”, non ti spinge niente dentro, non senti il ‘tum tum’ dei minatori che stanno facendo saltar le mine o dell’ariete che vuol sbrecciare il tuo muro; al momento non ci riesce, ma con gli anni non può non riuscire. E questo è il significato di una vita come lavoro, come cammino; mentre per moltissimi fra noi non c’è cammino. Perché ci sono tutte queste idee astratte, che non fanno ‘pum pum’ dentro, non sfidano niente. Uno può sbagliare mille volte al giorno, ma c’è il dolore che non lo lascia, non può lasciarlo. E c’è
la ripresa, quindi, perché il dolore è una ripresa. Che Cristo, che questo Uomo è la realtà, io non posso capire come - perché dovrei essere Dio -, ma capisco che cosa vuol dire e lo riconosco: che tutto deve essere determinato e cambiato
da questa Presenza. Ecco, è un giudizio, questo, se mi cambia, se mi sfida, se sfida la carne e le ossa: “A te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua”. “A te anela la mia carne”: questo è il giudizio; ed è questo giudizio che cambia il mondo. Questa è la penitenza, la metanoia; questa è la conversione». Il giudizio mette in moto la conversione. Da qui si vede se la fede è un giudizio reale o è la
ripetizione meccanica di una formula: è un giudizio reale, se mi cambia. Per questo don Giussani ritorna sempre a Giovanni e Andrea. Se infatti non accade per noi quello che è accaduto per Giovanni e Andrea, che sono stati cambiati dall’incontro e dal riconoscimento di quella presenza, non stiamo parlando della stessa cosa; anche se ripetiamo le frasi che descrivono Giovanni e Andrea, non stiamo facendo la stessa esperienza di Giovanni e Andrea.
Il giudizio per loro fu non la ripetizione di una formula, ma l’essere afferrati
fino al punto d’essere cambiati. Si capisce allora perché la fede cristiana non
può essere una creazione: la fede è un riconoscimento e non una creazione perché Giovanni e Andrea non potevano generare da sé, neanche per un minuto, quell’essere afferrati. Fu una sorpresa: si sentirono afferrati, calamitati. E quell’essere afferrati, quel giudizio, dominò tutta la loro vita in ogni momento. Se il giudizio che si chiama fede domina la vita lo si vede dal fatto che questo
essere afferrati è ciò che viene fuori nel modo con cui affrontiamo tutte le circostanze della vita; viene fuori by default, come dicono, come quando uno, qualunque esperienza faccia, qualunque cosa gli capiti, è invaso dalla memoria di qualcosa a cui tiene, di una presenza a cui tiene.
Allora,si vede che il rapporto con la Sua presenza domina perché riappare con evidenza in ogni esperienza, non me lo invento quando ho bisogno, non me lo creo davanti alle circostanze drammatiche del vivere, mi viene in mente, mi s’impone, davanti a tutte le circostanze, belle o brutte che siano. A volte sono più significative quando sono belle perché sono meno a “rischio di invenzione”;
uando sono brutte, siccome deve esserci qualche senso, uno può
correre il rischio di inventare un senso. Quando la vita è piena questo rischio
viene meno:quel riconoscimento s’impone, quella memoria insorge, perché non posso guardare il tramonto, o la bellezza delle montagne, o una serata insieme, senza che venga fuori quell’urgenza,quella tensione esasperata a dire il Suo nome.
Per questo sono i fatti semplici che ci raccontiamo,di cui gli altri si sorprendono ancora più di noi, è l’esperienza che noi stessi facciamo di essi che ci
conferma che non stiamo creando noi l’oggetto della fede, che la fede è l’attuarsi sano della ragione di fronte a quei fatti. Se io non riconosco la Sua presenza, se non riconosco la realtà di quei fatti fino a dire il Suo nome, non posso dare ragione di essi, dei fatti che vedo e che vedono tutti.
A volte sorge la domanda: «Ma come mai, dopo certi momenti, in cui riconosco la Sua
presenza con chiarezza solare, decado?», e viene come uno scandalo. Rispondo con quello che ci ha testimoniato don Giussani nell’ultimo punto del suo intervento a Roma, davanti al Papa, nel 1998. È qualcosa su cui noi, che viviamo nella storia e che vediamo il nostro continuo “decadere”, dobbiamo ritornare sempre. «L’infedeltà sempre insorge nel nostro cuore anche di fronte alle cose più belle e più vere, in cui, davanti all’umanità di Dio e alla originale semplicità dell’uomo, l’uomo può venire meno per debolezza e preconcetto mondano, come Giuda e Pietro. Pure l’esperienza personale dell’infedeltà che sempre insorge, rivelando
l’imperfezione di ogni gesto umano, urge la continua memoria di Cristo. Al grido disperato del pastore Brand nell’omonimo dramma di Ibsen (“Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?”) risponde l’umile positività di santa Teresa del Bambin Gesù che scrive: “Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me”. Tutto ciò significa che la libertà dell’uomo, sempre implicata dal Mistero, ha come suprema, inattaccabile forma espressiva, la preghiera. Per questo la libertà si pone, secondo tutta la sua vera natura, come domanda di adesione all’Essere, perciò a Cristo. Anche dentro l’incapacità, dentro
la debolezza grande dell’uomo, è destinata a perdurare l’affezione a Cristo. In questo senso Cristo, Luce e Forza per ogni suo seguace, è il riflesso adeguato di quella parola con cui il Mistero appare nel suo rapporto ultimo con la creatura,
come misericordia: Dives in Misericordia.
Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione; anche il sentimento di perdono è dentro questo mistero di Cristo. Questo l’abbraccio ultimo del Mistero,
contro cui l’uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene.
Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia.
Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza.
Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo» (L. Giussani, «Nella
semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto», Roma, 30 maggio 1998. Pubblicato in L. Giussani - S. Alberto - J. Prades, Generare tracce nella storia
del mondo, Rizzoli, 1998, pp. VI-VII).

4. CRISTO RISORTO: UN GIUDIZIO SU DI NOI E SULLA STORIA
Nella misura in cui tutto questo diventa veramente esperienza, possiamo capire la portata che l’annuncio cristiano ha per noi stessi e proporlo come giudizio al mondo: quello che serve a noi, per la sua oggettività, è quello che serve al mondo. Per questo il Volantone di Pasqua di quest’anno ritorna nuovamente all’origine. Com’è nato il Volantone? Come un giudizio sulla
storia e su di noi. Che cosa diciamo davanti allo tsunami o davanti alla guerra o davanti all’indebolirsi dell’io, cioè davanti a quella mancanza di giudizio in cui
si sente il venir meno dell’umano? Il nostro giudizio è il contenuto
del Volantone, che pone due questioni fondamentali.
a) L’affermazione del fatto: Cristo è risorto. Se il cristianesimo è meno di
questo, non vale la pena, non è più cristianesimo; esso sarebbe ridotto
semplicemente al patrimonio che una grande personalità umana ci ha lasciato.
E che cosa ce ne faremmo di questo patrimonio davanti allo tsunami? Come dice il Papa, saremmo «abbandonati a noi stessi», alla nostra assoluta incapacità.
«Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia
il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del
quale ci possiamo fidare».
b) Ma perché questa affermazione sia un giudizio, nel senso detto prima, occorre
che ci sia una esperienza nel presente. Per questo abbiamo ripreso un testo di don Giussani: «Ciò che si sa [che Cristo è risorto] o ciò che si ha diventa esperienza
se quello che si sa o si ha è qualcosa che ci viene dato adesso [ora]: c’è una mano che ce lo porge ora, c’è un volto che viene avanti ora, c’è del sangue che scorre ora, c’è una risurrezione che avviene ora. Fuori di questo
“ora” non c’è niente! Il nostro io non può essere mosso, commosso, cioè cambiato,
se non da una contemporaneità: un avvenimento.
Cristo è qualcosa che mi sta accadendo [ora]». In che cosa lo vedo? Nel fatto che
io posso stare davanti al reale senza paura, che posso guardare tutto senza essere ultimamente vinto.
Se non sono vinto, non è perché posso dare tutte le spiegazioni, bensì per qualcosa che mi sta accadendo ora e che impedisce che la mia ragione sia presa dalla paura e diventi misura facendomi sembrare - come ci testimoniava il nostro amico davanti alla nonna morente - che tutto quello che io non riesco a capire non c’è e non ha senso. L’affezione a Cristo che sta accadendo ora, a Cristo presenza contemporanea, facilita alla ragione la fedeltà alla sua vera natura di ragione: apertura alla realtà. Qualsiasi altro giudizio è falso, semplicemente falso, perché elimina questo fattore.
Ciò che ci salva non è una deduzione, è un evento che accade ora: Cristo è qualcosa che mi sta accadendo ora. Per questo mi cambia, determina il mio presente, è il fattore più determinante il mio presente, più potente di qualsiasi tsunami, di qualsiasi dolore, di qualsiasi malattia, di qualsiasi morte, perché non me lo
posso togliere di dosso ora.
Noi potremo comunicare questa speranza a tutti, diffondendo il Volantone in università, se prima di tutto sarà un lavoro per noi, altrimenti daremo la dottrina giusta senza partecipare noi della novità che porta. Ma niente si comunica se non come esperienza: perciò possiamo dare il nostro contributo agli altri solo se
cediamo noi all’avvenimento che Cristo è ora, se siamo così
semplici da fare esperienza di ciò che ci viene dato ora.
Gli altri, dopo, decideranno con la loro libertà. Questo Volantone è la grazia che
ci capita ora. Ma chi, per stare davanti a tutto quello che accade, ha la possibilità di avere tra le mani uno strumento così decisivo, che ci offre allo stesso tempo un metodo, una strada, un cammino da percorrere perché quello che ci diciamo diventi nostro, senza scoraggiarci per quello che ancora manca, ma già partecipando alla vittoria che incominciamo ad assaporare? La diffusione di questo Volantone è un’occasione stupenda per tutti noi, è lo strumento più adeguato al nostro momento storico per partecipare alla vittoria che Cristo è nella storia. Comunicarla agli
altri e vedere che cosa accade conviene a tutti, per non perderci la conferma della verità delle parole che lì troviamo scritte. Non abbiamo altra cosa più grande da dire al mondo. Per questo mi sembra sia una sfida strepitosa per ciascuno.

giovedì 14 aprile 2011

CRISTO E LA 'FAME' DEI GIOVANI -DUE ALBERI UNA PAROLA

Nel giardino dell’Eden c’erano due al­beri: quello della conoscenza e quel­lo della vita (di cui purtroppo si parla po­co...). Nel progetto originario la vita e il suo rapporto con l’uomo (la conoscenza) era­no armonici e circolari: non c’era vita sen­za conoscenza, non c’era conoscenza sen­za vita, un poeta l’ha chiamata infatti co-na­scenza. L’uomo scelse la conoscenza per ergersi a giudice unico della vita. Così la co­noscenza stessa si offuscò sostituita da i­deologie disumane e la vita si nascose, spes­so inchinandosi a surrogati idolatrici che la soffocano.
Kafka diceva che siamo due volte separati da Dio perché abbiamo mangiato dell’albe­ro della conoscenza, ma non di quello della vita. La conoscenza nasce dallo spalancarsi della vita e dall’apertura progressiva della ragione di fronte all’ampiezza della vita. Chi non ama la vita non può conoscerla, chi non conosce la vita non può amarla.
Il catechismo per i giovani sarà ottimo stru­mento di lavoro per aiutarli a mettere di più la testa al centro della loro fede, per evitare che essa sia il semplice portato di una tradi­zione o l’emozione instabile di adesione ad un gruppo.
Avevo 15 anni quando cominciai a riflettere in modo personale su quel bagaglio di con­vinzioni respirate da bambino: le risposte a­vute in passato non bastavano più. Iniziò co­sì un faticoso processo di studio e vita che mi ha portato alla riappropriazione di ciò che avevo, ma non era ancora mio. Grazie alla presenza costante di persone che non si sot­traevano alla sfida delle domande, abbrac­ciavo la fede perché mi conveniva per la mia vita di tutti i giorni: non mi annoiavo mai, e­ro sempre innamorato e l’amore mi spinge­va a voler conoscere di più ciò e chi amavo. Ancora oggi non mi annoio e non voglio tor­nare indietro: la vita felice si trova là dove il nostro essere non incappa nella morte e se vi incappa non ne resta schiacciato.
In quell’età molti ragazzi si dice perdano la fede. Non so se è vero. Non si perde ciò che non si è ancora trovato o - meglio - che non ci ha ancora trovato. Come può trovarli una fede spesso lontana dai loro quindici anni, fatta di concetti astratti e spesso noiosi (ca­rità, virtù, preghiera) e non concreti e ap­passionanti (sesso, paura, corpo, amore, morte); una fede che non parte dai loro bi­sogni, come i seducenti e quotidiani 'non hanno più vino' o 'venite e vedrete'?
I ragazzi vogliono sapere se Cristo è un an­tidoto per la noia, la paura, la fragilità. Vo­gliono sapere se c’entra qualcosa con la sve­glia la mattina. Vogliono sapere se è adre­nalina più di uno sballo, se è estasi più di u­na pasticca, se è gioia più di una canna. Vo­gliono sapere se la salvezza, che vuol dire mettere una cosa nell’eternità, riguarda lo­ro, adesso. Che se ne fanno loro di un uomo buono morto duemila anni fa se non c’en­tra con loro in questo preciso istante in cui sono tristi, soli, annoiati o esaltati, felici, in­namorati?
Ha fame di conoscere Dio solo chi ha fame di vita. Diamo loro la vita a sorsate e por­ranno domande su Dio: amore e conoscen­za, due alberi piantati nel cuore dell’uomo. Abbiamo noi il coraggio di rispondere alle loro domande e soprattuto di ascoltarle, co­me faceva Karol Wojtyla in canoa con i gio­vani universitari, vero humus della sua teo­logia del corpo? Il nuovo catechismo è stru­mento utile ed efficace, ma non basta. La ve­rità deve tornare a sedurre la vita e la vita realizzare la verità. Ciò accade quando la ve­rità si fa vita e viceversa, come scrive Gio­vanni nel suo Vangelo: «Vi sono ancora mol­te altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovreb­bero scrivere».
I libri sono necessari. Cristo è indispensabile.
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