domenica 31 ottobre 2010

Il Papa all’Angelus: "Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare”


“L’evangelista san Luca – ha detto il Papa – riserva una particolare attenzione al tema della misericordia di Gesù. Nella sua narrazione, infatti, troviamo alcuni episodi che mettono in risalto l’amore misericordioso di Dio e di Cristo, il quale afferma di essere venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori. Tra i racconti tipici di Luca vi è quello della conversione di Zaccheo, che si legge nella liturgia di questa domenica”. Zaccheo, infatti, è un “pubblicano”, anzi, il capo dei pubblicani di Gerico, importante città presso il fiume Giordano. “I pubblicani – ha spiegato il Pontefice - erano gli esattori dei tributi che i giudei dovevano pagare all’imperatore romano, e già per questo motivo erano considerati pubblici peccatori. Per di più, approfittavano spesso della loro posizione per estorcere denaro alla gente. Per questo Zaccheo era molto ricco, ma disprezzato dai suoi concittadini”. Quando dunque Gesù, attraversando Gerico, si fermò proprio a casa di Zaccheo, “suscitò uno scandalo generale. Il Signore, però, sapeva molto bene quello che faceva. Egli, per così dire, ha voluto rischiare, e ha vinto la scommessa: Zaccheo, profondamente colpito dalla visita di Gesù, decide di cambiare vita, e promette di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato. ‘Oggi per questa casa è venuta la salvezza’, dice Gesù, e conclude: ‘Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto’”.

Per la salvezza di tutti. Dio, ha osservato il Santo Padre, commentando questo passo di Vangelo, “non esclude nessuno, né poveri né ricchi. Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali. Gesù Cristo, incarnazione di Dio, ha dimostrato questa immensa misericordia, che non toglie nulla alla gravità del peccato, ma mira sempre a salvare il peccatore, ad offrirgli la possibilità di riscattarsi, di ricominciare da capo, di convertirsi”. In un altro passo del Vangelo, ha proseguito Benedetto XVI, “Gesù afferma che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno dei cieli. Nel caso di Zaccheo, vediamo proprio che quanto sembra impossibile si realizza: ‘egli – commenta san Girolamo – ha dato via la sua ricchezza e immediatamente l’ha sostituita con la ricchezza del regno dei cieli’. E san Massimo di Torino aggiunge: ‘Le ricchezze, per gli stolti sono un alimento per la disonestà, per i saggi invece sono un aiuto per la virtù; a questi si offre un’opportunità per la salvezza, a quelli si procura un inciampo che li perde’”. In realtà, “Zaccheo ha accolto Gesù e si è convertito, perché Gesù per primo aveva accolto lui! Non lo aveva condannato, ma era andato incontro al suo desiderio di salvezza”. “Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di comunione con Gesù, affinché anche noi possiamo sperimentare la gioia di essere visitati dal Figlio di Dio, di essere rinnovati dal suo amore, e trasmettere agli altri la sua misericordia”, è stato l’auspicio del Papa.

La beatificazione del vescovo Bogdánffy. Dopo la recita dell’Angelus, il Pontefice ha ricordato che “ieri, nella cattedrale di Oradea Mare in Romania, il card. Peter Erdö ha proclamato beato Szilárd Bogdánffy, vescovo e martire. Nel 1949, quando aveva 38 anni, egli fu consacrato vescovo in clandestinità e quindi arrestato dal regime comunista del suo Paese, la Romania, con l’accusa di cospirazione. Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, morì in carcere”. “Rendiamo grazie a Dio – ha sostenuto il Santo Padre - per questo eroico Pastore della Chiesa che ha seguito l’Agnello fino alla fine! La sua testimonianza conforti quanti anche oggi sono perseguitati a causa del Vangelo”.

Saluti plurilingue. Nei saluti in varie lingue Benedetto XVI ha commentato ancora il Vangelo odierno. In francese ha affermato che “ogni persona ha un posto speciale nel cuore di Dio, che attende ancora il ritorno del peccatore alla piena comunione con Lui. Nell’ultimo giorno del mese del Rosario, chiediamo alla Vergine Maria, Madre di misericordia, di accompagnarci nei nostri sforzi di conversione”. In inglese ha dichiarato che “Nostro Signore ci dice che egli ‘è venuto a cercare e a salvare quelli che erano perduti’”. Poi ha rivolto l’invito “ad abbracciare la sua volontà per noi, in amore e umiltà”. In spagnolo ha rammentato che “tutti possiamo accogliere il Signore nella nostra vita e lasciarci trasformare da lui. In polacco ha ricordato che “quando ci sentiamo smarriti nel mondo e ci tocca il male”, Gesù stesso “ci ritrova, ci trasforma con la potenza della grazia e ci conduce alla casa del Padre. Questa consapevolezza ci colmi di gioia e di pace”. In italiano, ha salutato “in particolare il gruppo di Bovino, comprendente anche alcuni ‘Cavalieri’ devoti della Madonna di Valleverde”, “i fedeli venuti da Monteroni di Lecce, i ragazzi di Petosino con i loro catechisti, e il Lions Club Erchie San Pancrazio”.
SIR .it

sabato 30 ottobre 2010

Quando il dolore e la dedizione diventano spettacolo «insopportabile»


LO SCARSO RISCONTRO AL CORAGGIOSO FILM DI AVATI SULL’ALZHEIMER


G li artisti veri ci chiedono di guardare in faccia il tremendo.

L’incontrollabile. E il valore di cose invisibili. Per questo sono scomodi. Non per le loro opinioni a riguardo, che so, della politica o di altro. Anzi, un certo cliché di artista sempre protestatario è comodissimo per il potere. Come e quanto l’artista lacchè. Gli artisti veri sono scomodi perché ci obbligano a guardarci senza censure, senza pudore. In queste settimane un delicato e 'rischioso' film è circolato in alcune sale italiane. È di Pupi Avati e narra la perdita della mente e cosa significa amare chi sembra smarrirsi. È la vicenda dell’Alzheimer, ma potrebbe essere anche la vicenda di tanti altri smarrimenti e amori sproporzionati. Avati la narra con le risorse della sua arte e della sua esperienza. Ma il film non va, pochi incassi. O meglio, come già denunciato dal regista all’uscita, la distribuzione in poche sale, la strozzatura del mercato che punta su altri prodotti, il festival di Venezia negato e altri fattori lo relegano a incassi limitati.
Così il film è a rischio di rapida scomparsa dalle già rare sale.
Insomma, nessuna censura, ma per così dire, una specie di messa in disparte. Atteggiamento che si riflette anche nel pubblico, pare. Che preferisce non guardare questa storia. E che pure vive in milioni di casi esperienze analoghe. Ma preferisce dedicare le ore libere alla commedia, a storielle non importa quanto originali, e che hanno il pregio d’essere svaganti, lievi, e magari anche corrette. La sofferenza invece è scorretta.
L’impasto tremendo e glorioso di amore e dolore sono scorretti. Il dolore non è giusto. E anche l’amore riservato ai colpiti dal dolore non nasce per 'giustizia'. Preferiamo dunque raccontarci altre storie.
In un’Italia che sciaguatta tra crisi economica, politica confusa e fenomeni da baraccone, si preferisce raccontarsi altre cose. Si preferiscono altre storie. Che abbiano infine – quando pure si tratti di vicende esposte su abissi di dolore – un sapore di intrattenimento, grazie allo spettacolo a cui le riducono i media.
Vicende che si possano trasformare in commedia. In qualcosa cosa su cui chiacchierare davanti alla macchinetta del caffè. Si preferisce questo. Si preferisce sorvolare, si preferisce ridacchiare. E si adduce con grossolanità che c’è la crisi, e dunque c’è voglia di ridere. Indicando così uno dei principi del totalitarismo. Quello visibile e quello meno visibile. Che tiene le teste occupate con cose 'divertenti' mentre il manovratore decide da solo dove andare.
Eppure ci sono stati film (uno per tutti: Rain Man)
che parlando di cose dure presenti nelle vite di molti hanno aperto gli occhi a tantissimi. È come se nel caso di questo film di Avati i padroni del mercato avessero invece indicato che si doveva trattare di una questione secondaria. Di una faccenda minore. Forse perché non ci esplodesse davanti – e proprio in questo tempo di crisi – la necessità di attingere alle cisterne azzurre e profonde di amori senza ritorno. Forse perché in questa epoca del 'risentimento' parlare di dedizione, di senso del vivere, di vicende aperte sul mistero è scomodo per i signori del gusto e del mercato. Meglio pensierini risentiti, confezioni usa e getta di emozioni, o niente pensieri, niente emozioni troppo incontrollabili. Avati, come i veri e liberi artisti, non è tipo da scoraggiarsi. Continuerà a raccontare le storie necessarie di questa epoca. A lui forse rimarrà il cruccio di un film che per ora non è andato granché. In noi cresce, invece, il senso che il nostro cuore e la nostra cultura non vanno granché.
DAVIDE RONDONI

giovedì 28 ottobre 2010

«Io, cercatore, di fronte a questo libro» "L'io rinasce in un incontro "


28/10/2010 - Al BergamoIncontra è stato presentato l'ultimo volume delle Equipe di don Giussani. Con un relatore d'eccellenza: monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo. Riportiamo il suo intervento
Mons. Beschi con Davide Prosperi e Michele Campiotti.Intervento di monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, alla presentazione del volume di Luigi Giussani L'io rinasce in un incontro (Bergamo, 1 ottobre 2010)




Grazie della vostra accoglienza, un’accoglienza che è stata connotata dall’applauso che mi avete dedicato, che mi ha comunque un po’ imbarazzato, nel senso che l’applauso iniziale è molto gentile, ma l’applauso finale come sarà? Lo dico perché comincio a mettere le mani avanti rispetto a una lettura che mi è stata proposta, che ho affrontato con curiosità, anche con simpatia, ma con il desiderio di capire un po’ più profondamente questa storia. Quindi anche con un’attenzione critica, limitata dal fatto che la quasi totalità del libro l’ho letta in volo, perché in questo mese sono stato più per aria che con i piedi per terra - il che è anche bello, sotto un certo profilo, ma non so se la testa funziona sempre a dovere a certe altezze -...
Quindi il mio è l’approccio di un cercatore. Penso che un pochino ormai conosciate il mio atteggiamento di riconoscenza al Signore, a Dio, per il dono di questi carismi particolarissimi che dopo il Concilio abbiamo ricevuto dallo Spirito Santo, di cui Comunione e Liberazione certamente è un’espressione di grande intensità: è sempre un motivo di benedizione al Signore il dono di queste esperienze. Ma al di là di questo atteggiamento di fondo, pur avendo una conoscenza abbastanza prolungata del movimento, c’era e c’è ancor di più il desiderio di comprenderlo, di comprendere un po’ il suo segreto, di comprendere che cosa il suo fondatore rappresenti non solo per il movimento, ma per la Chiesa. Quindi io condividerò con voi queste mie riflessioni che a volte rimangono aperte: sono degli interrogativi che faccio a me stesso e che stasera condivido con voi.
Partiamo dal fatto che ci troviamo di fronte a un libro, un libro un po’ particolare per dire la verità, perché questo non è un libro scritto. Questo è un aspetto che lo caratterizza in maniera molto forte; è un libro voluminoso, le pagine sono molto dense, non c’è neanche una fotografia per riposare un attimo... ma non è un libro scritto, è un libro detto, e quindi il taglio della lettura chiaramente è diverso. Qui ci viene proposta, consegnata, un’esperienza viva, naturalmente limitata (un conto è sentire Michele raccontarci l’esperienza, e un conto è leggerla da parte di chi non l’ha vissuta come l’ha vissuta lui). E qui l’esperienza non è descritta: non si descrive l’esperienza (neanche Michele ce l’ha descritta, lui ce l’ha comunicata. Sono livelli di comunicazione diversi; lui ci ha comunicato l’esperienza). Qui nel libro l’esperienza non è descritta, non è che uno prende un testo come questo per capire cosa avvenisse in questi incontri; qui ci sono consegnati questi incontri e sono consegnati a tutti, a coloro che li hanno vissuti, a coloro che vivono il movimento o a un lettore che non partecipa alla vita del movimento. Quindi è un libro molto particolare, sotto questo profilo, che sollecita in qualche modo a entrare nella vivezza dell’esperienza che qui viene consegnata.
E questa esperienza mette in evidenza l’importanza di un metodo: si resta colpiti, colpiti dal metodo. Mi sembra emerga un’esigenza che don Giussani avverte e che è un’esigenza che avvertiamo ancora fortissima, cioè l’intensità di una proposta formativa, non pensando immediatamente agli esiti - cioè se riesce o meno a formare -, ma pensando comunque alle intenzioni, alle convinzioni che disegnano questa proposta. E si avverte, anche in alcuni passaggi non infrequenti, piuttosto critici, nel suo dire, questa urgenza di una proposta formativa forte, significativa, che veramente rappresenti una crescita della persona. Quindi il metodo corrisponde a questo: non è, ad esempio, un metodo semplicemente dialogico, non è nemmeno un metodo socratico - fa emergere la verità che è in te -. Giussani, in certi momenti, dice chiara quella che è la verità. Ci sono interventi molto interessanti, anche perché molto immediati, ma lui non esita a intervenire sugli interventi e anche a sfoltirli; è tutta una provocazione ad andare al sodo. Questo metodo - e Michele lo ricordava - alla fine è il metodo magisteriale. È un magistero, alla fine, quello che Giussani propone. Magistero, come ci è già stato ricordato, come tutti voi sapete, non teorico, non ci sono lezioni di dottrina o di teologia e proprio per questo lo chiamo “magistero”, perché il magistero è diverso dall’insegnamento. Il magistero alla fine - e anche Michele ha usato quest’espressione - ha a che fare con la sapienza, non solo con la conoscenza. E la sapienza è questa declinazione permanente tra conoscenza ed esperienza, questa è la sapienza. Insomma, in ogni epoca le generazioni sono affascinate dagli specialisti - oggi moltissimo dagli specialisti - ma pur avvertendo questo fascino dello specialista c’è poi sempre l’attesa del maestro - che è tanto più credibile quanto più non si atteggia a maestro -, cioè di quell’uomo, di quella donna capace di fare sintesi tra conoscenza ed esperienza. A mio giudizio qui ritroviamo questa sintesi, nel metodo che viene rappresentato attraverso la consegna di ciò che avveniva in quegli incontri.
Una terza considerazione introduttiva è rappresentata dal fatto che c’è un bel titolo, c’è il nome dell’autore, L’io rinasce in un incontro (1986-1987). Ogni tanto andavo a rivedere le date, perché dal 1986 il mondo è cambiato e quindi leggere queste riflessioni, siccome non sono riflessioni puramente teoriche, è interessante, è provocante per il fatto che viviamo una realtà diversa rispetto al 1986-1987. E siccome alla fine una delle grandi proposte connotative di don Giussani e del movimento è rappresentata dalla coniugazione della vita alla fede, dalla fede nella storia, la storia è cambiata rispetto all’86. Questo secondo me vale la pena di ricordarlo. E certamente tra i grandi cambiamenti l’89 qui è a pochissima distanza, ma il mondo era ancora prima dell’89, bisogna riconoscerlo. Ci si accorge di quanto il mondo sia cambiato anche con l’89 e la caduta del muro.
Qual è la grande questione? Non pretendo di avere raccolto, di riuscire a fare sintesi di questi capitoli, che peraltro affrontano temi diversi. Qual è la grande questione che alla fine questo libro, questa testimonianza, questa consegna ci offre? La grande questione è quella della fede e della fede in Cristo. E sotto questo profilo io credo che rimane di attualità, perenne attualità. Perché? Perché io ritengo che noi dobbiamo avere chiarissimo che per la Chiesa certamente oggi, nell’86 pure, e credo anche in altri tempi, la questione centrale è la fede in Gesù Cristo. La Chiesa fa tante cose, si interessa di tante cose, ma la questione centrale - e questo un cristiano dovrebbe sempre averlo molto chiaro in testa - è la fede in Gesù Cristo. La Chiesa esiste per questo. E la questione centrale di tutte le varie riflessioni che qui vengono proposte è la fede in Gesù Cristo. Dire che è la fede in Gesù Cristo è dire un punto di partenza, un criterio permanente, il punto di arrivo: ma evidentemente, una volta chiarito questo punto, è necessario coglierne anche le implicazioni.
Che cosa significa che per la Chiesa la questione centrale è la fede in Gesù Cristo? Se noi dovessimo leggere la cronaca, la rappresentazione quotidiana non solo di questi mesi, ma di questi anni, noi non avvertiremmo, fermandoci alla lettura della cronaca, che la questione decisiva per la Chiesa è la fede in Gesù Cristo. Ne vedremmo tante, qualcuna di estremamente positiva e qualcuna di estremamente negativa, ma la questione centrale è la fede in Gesù Cristo, per la Chiesa. E proprio perché è chiarissima la questione, Giussani si domanda: va bene per la Chiesa, ma per una persona è altrettanto centrale? Assolutamente no. Oggi viviamo in un tempo in cui anche chi si dice cristiano non ha così chiara, e non percepisce così decisiva, la questione della fede in Gesù Cristo ed è quello che comunque Giussani pone al centro.
Guardate normalmente come si parla dei cattolici, non solo in Italia ma nel mondo. Pensate alla lettura che è stata data inizialmente, poi cambiata, della visita di papa Benedetto in Inghilterra: il mondo cattolico, la Chiesa, il Papa. Il Papa alla fine ha parlato di Gesù Cristo all’uomo contemporaneo che si interroga.
Ed è proprio il Papa che nel suo bel discorso del 24 marzo 2007, nel 25° della Fraternità, scriveva: «Don Giussani si impegnò allora a ridestare nei giovani l’amore verso Cristo “Via, Verità e Vita”, ripetendo che è solo Lui la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo e che Cristo non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa» (Udienza con Cl, 24 marzo 2007).
E questa è poi l’implicazione che don Luigi fa emergere, quando pone la centralità della questione di Cristo: che la centralità della questione di Cristo va di pari passo con la centralità della questione dell’uomo. È questo che diventa appassionante, è questo che riesce a parlare non solo alle generazioni di allora, ma io ritengo che riesca a parlare ancora alle generazioni di oggi. Cioè la questione di Cristo non è una questione di qualche buonanima, la questione è dell’uomo, della sua vita, della sua felicità, della sua salvezza, del suo riscatto. E sotto questo profilo, Michele ci leggeva una pagina dove don Giussani dice: «Bisogna riaprire il problema umano». Siamo nell’86.
Oggi questa riapertura del problema umano viene molto spesso offerta sotto un titolo - che io pronuncio per far bella figura, ma poi faccio un po’ fatica... - che è la questione antropologica. Come voi tutti ben sapete, decisiva è la questione antropologica. «Bisogna riaprire il problema umano» (p. 129), dice don Luigi in uno dei suoi incontri, e ci lavora molto. Avvertiamo tutti che oggi decisiva è la questione antropologica, cioè il modo di concepire l’uomo. Lui pone questa questione in maniera diversa. Il filo conduttore di questo testo è la rilevanza della fede in Cristo. Ma per chi? Per un uomo, e per un uomo che vuole essere uomo, che desidera essere uomo: questa è la grande questione. E non è un uomo in astratto, ecco perché non basta dire: riapriamo il problema umano, cosa che lui dice; o non basta porre la questione antropologica; perché Giussani quale questione pone? La questione del mio io, io, non per una sorta di egocentrismo, ma perché quest’uomo alla fine non è un uomo astratto, sono io quest’uomo: sono io. È questa la questione; è questa la ricerca; è questa la passione; è questa la rilevanza di un Cristo che è capace di fare i conti, o meglio, proprio di provocare i conti con me stesso, con i miei desideri più profondi, con la mia aspirazione ad una vita sensata, ad una vita piena, ad un’umanità. Ma vita piena, sensata, è di tutti, non di un io speciale.
Mi ha colpito moltissimo, nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa, la testimonianza che mi ha offerto una giovane donna che non era con il mio gruppo; lei mi ha detto che i luoghi santi non l’hanno così toccata come pensava - e devo dire che mi ha colpito un po’, perché il pellegrinaggio in Terra Santa è un pellegrinaggio sui luoghi di Gesù con tutto il fascino di questi luoghi e lei era la prima volta che andava -, si portava a casa gli incontri avuti. E uno può dire: «Ma non c’è bisogno di andare in Terra Santa per fare gli incontri». E no! Quegli incontri lì, perché ogni incontro non è intercambiabile con un altro incontro. Ed è qui che poi emerge quello che appartiene profondamente alla coscienza cristiana: quando dico “io” non dico un io che si conclude in se stesso, evidente condizione della cultura contemporanea ed evidente sofferenza dell’uomo contemporaneo, il cui emblema più significativo è la solitudine esistenziale; ma un io che si scopre io nel momento in cui si trova davanti un tu, l’altro, l’Altro. Anche qui non un altro astratto, non una teoria, non una dottrina, ma un volto, una persona, un qualcuno.
Non voglio fare il riassunto dell’esperienza del magistero di don Luigi Giussani, ma dico quello che io ho avvertito pregnante nella consegna: la fede in Cristo Gesù, una fede che ha tutta la sua rilevanza perché non ha paura di sporcarsi le mani con la vita, una vita che non è “la vita”, ma è l’uomo; e non “l’uomo”, ma quell’uomo che sono io, quella donna che sono io e che alla fine si riscopre e si risveglia, rinasce nell’incontro con un tu.
Quanti sono i passaggi in cui lui evoca l’esperienza dell’amore tra un uomo e una donna! Sono veramente molto belli, molto belli. Li ho apprezzati particolarmente, un poco per l’attenzione che ho avuto, per la bontà del Signore, alla vita di tante famiglie; mi ha portato così a rilevare la grandissima ricchezza di questa esperienza, pure a volte segnata dai limiti più dolorosi, ma sempre grande. E don Luigi fa dei riferimenti all’esperienza dell’amore tra l’uomo e la donna molto significativi. E allora questa fede in Cristo, che diventa significativa per l’uomo e per la sua salvezza, per la sua liberazione, per la sua felicità avviene nel momento in cui si verifica un incontro.
E leggo anch’io una citazione: «Quindi, il punto non è un incontro culturale [eccolo qui, lo pensavo anche stasera], ma vivente, cioè non un discorso fatto, ma qualcosa di vivente, che può palesarsi anche sentendo uno che parla, intendiamoci; ma quando quello parla è qualcosa di vivente con cui ti metti in rapporto, non un’ideologia, non un discorso disarcionato dalla forza della vita: “Non un incontro culturale, ma esistenziale”» (p. 183). Poi va avanti ancora un momentino a descrivere cos’è l’incontro. Leggetelo anche voi. Perché? Perché l’incontro è l’esperienza per eccellenza. Allora, dicevo, la fede deve avere a che fare con la vita e quindi deve essere sperimentata; l’esperienza per eccellenza è l’incontro. L’incontro con Cristo. E poi si porrà la terza questione che è il discorso dell’incontro con l’altro.
Ecco, qui c’è un elemento di grandissimo rilievo e anche molto caratteristico, ritorna continuamente. Il luogo dell’esperienza di Cristo è la vita. E questo mi sembra, poi mi correggerete, uno degli elementi caratteristici: è la vita, alla fine. Cioè uno pensa, prega, ascolta, ma è la vita il grande luogo dell’esperienza di Cristo. E sotto questo profilo sono tantissime anche le sue indicazioni pratiche di natura culturale, di natura sociale, di natura politica, il grande tema dell’università - qui il confronto è continuamente con gli universitari - dentro la consapevolezza che la vita è il terreno dell’incontro con Cristo.
Si apre allora un interrogativo: com’è che succede che la vita è il luogo di incontro con Cristo? Perché qualcuno sperimenta questo fatto e qualcun altro no? È un interrogativo. Perché comunque la mia vita da sola, e anche la vita dei miei amici, non basta. Non basta.
E qui mi introduco nel terzo nucleo, che è il tema del volto dell’altro, dell’incontro con l’altro e della compagnia. È un tema di grandissimo rilievo, perché tutta questa storia - storia nel senso nobile della parola, tutto quello che ho raccontato e tutto quello che lui soprattutto ci comunica e che voi vivete - trova la sua rappresentazione esistenziale, non solo simbolica, nella compagnia di altre persone che condividono l’esperienza e che vivono l’esperienza dell’incontro con Cristo proprio vivendo l’esperienza dell’incontro con altri che cercano, incontrano e credono in Cristo. E bisogna dire che chiaramente è decisiva.
È interessantissimo, perché c’è veramente l’amore: senza la compagnia non si può incontrare Gesù Cristo. Don Luigi dice: bisogna essere umili, cioè la compagnia non è niente - non dice così ma quasi, adesso non ricordo esattamente le parole, ma siamo su questo livello -: la compagnia non è niente, nel senso che è tutta relativa all’esperienza di Cristo. Prima Michele parlava dell’esperienza totalizzante, ma non è totalizzante relativamente a don Giussani, è totalizzante relativamente a Gesù Cristo. Ma anche questo tema dell’esperienza totalizzante, che quindi non è evidentemente riferita a don Giussani e nemmeno alla compagnia - lo dice lui stesso - pone la questione che aprivo prima quando dicevo che la vita è il luogo dell’incontro: cioè lui stesso afferma che non basta l’incontro, ma che tu nell’incontro devi avvertire un Altro. Non bastano i tuoi occhi a determinare la rinascita, il risveglio dell’io, ma occorre che nei tuoi occhi si vedano altri occhi, si percepisca la presenza di un Altro, altrimenti non succede niente. È una cosa bellissima, ma non basta. Ecco, allora qui riporterei: vita, grande luogo dell’incontro con Dio; la compagnia; poi: l’esperienza concreta per vivere questo; e la grande figura di don Luigi.
A mio giudizio, ripensandoci in questo istante, vorrei sottolineare tutte le volte che lui rimanda all’oltre, all’Altro, a Gesù Cristo. Bisogna fare molta attenzione, perché tutto comunque è relativo a Gesù Cristo; la stessa esperienza della Chiesa universale, - e ci sono parecchi accenni del rapporto tra l’esperienza della compagnia e l’esperienza della Chiesa universale - dice questo “oltre”, questo superamento. Ad un certo punto vi è un passaggio di quelli forti relativamente al dono, al valore della Parola di Dio nella Chiesa; quasi sembrerebbe che si ponga in termini alternativi: il grande luogo dell’incontro con Cristo è la Parola di Dio oppure il grande luogo dell’incontro con Cristo è la vita. No, non si può porre un’alternativa di questo genere, perché noi incontriamo Cristo nella vita non perché immediatamente ci appaia, ma partendo, nutrendoci della Parola di Dio, dell’esperienza dell’Eucarestia e infine dell’esperienza della Chiesa nella sua totalità che comunque non esaurisce ancora la totalità di Cristo. Ecco ci tenevo un po’ a sottolineare questo aspetto che è una riflessione che il volume suscita in maniera molto interessante.
E finisco con l’accenno a che cosa tutto questo porta e questa è veramente una grande questione, cioè la presenza del cristiano nella storia, perché don Luigi continua a dire che tutto questo non è fine a se stesso. Non è perché uno dice: «Ah, io sto bene! Che bello! Ho scoperto il segreto della vita». Tutto è rivolto alla presenza del cristiano nella storia. E qui veramente ci sono delle pagine di grande densità. Qui si pone, a mio giudizio, una questione sempre aperta, ma non solo da don Giussani, non solo dal movimento, ma è sempre aperta nella storia, cioè: quale presenza del cristiano nella storia? Ecco io credo che l’esperienza di don Giussani, di Comunione e Liberazione, offra una modalità di presenza del cristiano nella storia che, bisogna dire, è stata riconosciuta. Giovanni Paolo II l’ha riconosciuta in una maniera molto forte e papa Benedetto non mi sembra da meno. Ritengo che la questione sia aperta nel senso che ci possono essere altre forme con cui il cristiano si rende significativo nella storia. Dice papa Benedetto che don Giussani pone l’eccezionale «intuizione pedagogica di Comunione e Liberazione [che] sta nel riproporre in modo affascinante e in sintonia con la cultura contemporanea, l’avvenimento cristiano, percepito come fonte di nuovi valori e capace di orientare l’intera esistenza» (Udienza con Cl, 24 marzo 2007). Quindi non soltanto un’esperienza di relazione, pur significativa e liberante, ma poi un’esperienza le cui ricadute sono nell’edificazione di una storia secondo il Vangelo.
Io vi ho comunicato alcune delle riflessioni che ho fatto a partire dalla lettura di un libro veramente denso, di un libro vivo, molto vivo. Si percepisce la vivezza della fede, non solo di Giussani, ma anche dei suoi interlocutori. Spero che le mie parole non l’abbiano mortificato.

domenica 24 ottobre 2010

IL TRAMONTO DEL MULTICULTURALISMO - Via dagli slogan torniamo alla realtà

DAVIDE RONDONI

È la fine di un sistema. Del sistema del multiculturalismo.
Quello decretato da Angela Merkel qualche giorno fa è proprio come la fine di un sistema. Un po’ come quando crollano sistemi politici, ditatture o repubbliche, come crollò il fascismo, come crollò, qui da noi, la prima Repubblica. Un crollo del multiculturalismo. Del suo sistema. E come quegli altri sistemi crollarono ma non senza spargimento di sangue e ferite profonde, anche questo crollo ha nelle mani sangue e tensioni. Scontri e traumi. E come quei sistemi, anche questo crolla non per un avversario esterno, ma per l’esplosione di troppe interne contraddizioni.

Dire che il sistema del multiculturalismo non funziona significa prender atto della crisi di un sistema di pensiero, oltre che di un sistema di potere. Perché non c’è dubbio che la ideologia del multiculturalimso ha anche creato un sistema di potere. Basta vedere quanti e quali programmi e iniziative politiche, sociali, culturali e così via si dicevano ispirate e sostenute a quella ideologia.

Bastava il marchio di multiculturalismo e si diventava immediatamente giusti, corretti, moderni. Come avveniva con le iniziative ispirate al fascismo. O a certe idee, sempre qui da noi, della Prima Repubblica.

Che ci fosse una egemonia dell’ideologia multiculturale lo dimostrano infiniti atti legislativi, come quelli che a furia di voler garantire una astratta idea di libertà a tutti, ha finito per proibire a moltissimi la più discreta e personale affermazione di appartenenza culturale e religiosa, in un deserto di identità che è il contrario di quanto affermato teoricamente dall’ideologia multiculturale. Un po’ come quando in nome del comunismo dei beni si ritrovavano soprattutto i più poveri senza beni. O, tornando qui da noi, in nome del luminoso avvenire italico, l’Italia si impoveriva di tutto.

Anche in questo caso, in nome del multiculturalismo si è finito per costruire ghetti, per favorire tensioni sociali e radicalizzarsi di affermazioni identitarie. Non solo per reazione, ma per inevitabile conseguenza di un sistema errato nei suoi fondamentui teorici. Ci sono parole che vorrebbero rappresentare la realtà. E invece rappresentano la mente, l’idea di chi vorrebbe che le cose fossero come lui le immagina. Queste parole diventano ideologie suasive, ben confezionate e propagandate. Solo che la realtà, per così dire, non ci sta dentro. Ma non si vuole ridiscutere quelle parole. Perché significherebbe perdere la comodità di essere automaticamente giusti, corretti e moderni. Si perderebbe il potere che automaticamente ne discende. E allora il sistema va avanti, ma calpestando la realtà. E le persone.

L’idea di una società multicuturale ha evidenziato i suoi drammatici scompensi in molti posti del mondo. Le crisi in Francia, in Germania, in Inghilterra - accadute sotto governi di diversi colori, ma integrati nel sistema del multiculturalismo - ci devono insegnare qualcosa, sia sugli errori sia sul valore di certe idee non campate per aria che abbiamo in Italia.

L’esempio da molti citato della società Usa non è adeguato: lì c’è una società multietnica, non multiculturale. Le recenti polemiche sulle domande da inserire nel questionario di censimento, sulla moschea a Ground Zero e altri fatti più o meno evidenti, mostrano che finché l’idea è essere innanzitutto americani (l’idea che vince sempre a Holliwood e nei grandi media, altro che multiculturalismo!) le cose funzionano. Altrimenti scricchiolano. E parecchio. A un sistema che crolla è bene non sostituirne un altro. Ma come diceva un gran poeta francese: diffidare dei sistematici, e servire umilmente la realtà.

DAVIDE RONDONI - Avvenire

venerdì 22 ottobre 2010

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón - Milano, 20 ottobre 2010

Testi di riferimento: «Vivere è la memoria di Me», Assemblea Internazionale Responsabili di Comunione e Liberazione (La Thuile 2010), suppl. Tracce-Litterae Communionis, n. 8 (2010); «…un dì si chiese chi era…», Giornata d’inizio anno degli adulti e degli studenti universitari di Cl (Rho 2010), Tracce-Litterae Communionis, n. 9 (2010).

• Canto “Zachée”
• Canto “Al mattino”

L’ultima domanda e risposta della scorsa Scuola di comunità ha sollevato tantissimo dibattito e per questo vorrei tornare sulla questione partendo dalle vostre lettere.
«Carissimo Julián, sono rimasto molto colpito dall’ultimo intervento della scorsa Scuola di comunità e dalla tua risposta, che però non mi ha totalmente soddisfatto e che ti chiedo, se è possibile, di approfondire, dato che è un punto che mi tocca particolarmente. Per varie vicende ho dovuto scontrarmi personalmente con la malattia, il dolore e la possibilità concreta della morte imminente, ma anche in circostanze molto meno drammatiche mi sono trovato ad affrontare situazioni di male e di buio in cui la risurrezione e la contemporaneità di Gesù suonavano come
parole vuote. In questi momenti mi è capitato di vivere la stessa profonda rabbia del ragazzo che è intervenuto. Gridare questa rabbia a qualcuno nel movimento e nella Chiesa è esprimere una domanda che inevitabilmente si incanala verso gli unici ambiti da cui possiamo aspettarci una risposta. Ci vuole coraggio per gridare questa assenza (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”), perché esce dagli schemi ciellini per cui è bene dire solo ciò che non crea problemi ed è coerente con il discorso. Quando si vive nel buio e non si percepisce una presenza, non basta
sforzarsi per vedere e neppure cercare di giustificare il male cercandovi forzosamente degli aspetti positivi, per esempio che “nella pazienza si rivelerà il disegno buono”, “la risposta verrà in un altro modo che non ti aspetti”, “magari questo può aiutarti per…”. Ti chiedo di aiutare sia me che molti altri a capire come affrontare la realtà di questa “assenza”. Non basta dire che ci sono altre
situazioni in cui la Presenza si vede, perché questo non fa che acuire la drammaticità di un “qui e ora” in cui la Presenza non la si vede. Non basta neppure la coscienza, sempre acutissima in questi casi, che senza la Risurrezione nulla avrebbe senso; il non-senso a volte pare una possibilità concreta e la fede usata come anestetico e supporto psicologico alla intollerabilità del male risulta
fragile e inconsistente; non basta neppure l’invito alla preghiera, certamente essenziale anche quando espressa da un grido disperato, perché quando si grida al buio prima o poi il grido si spegne». Questa è una delle tante lettere.
Ve ne leggo un’altra: «Quel ragazzo che vive il dramma della nonna siamo noi. In lui si è espresso un grido che è il grido di ciascuno; sì, sì, la compagnia, il movimento, la Chiesa, i santi, Cristo stesso; ma qui si soffre, ma qui c’è il male, ma qui si muore; allora a cosa serve la fede? L’asprezza di questa domanda è esattamente il solo punto tenendo presente il quale si può risolvere la famosa
distanza fra sapere e credere. Noi infatti sappiamo per la grazia della fede, cioè riconosciamo vero – vero come è vero che in questo momento io sono qui davanti al computer a scrivere, come è vero che oggi il cielo è nuvoloso – che Cristo, il Figlio onnipotente creatore del cielo e della terra, è morto in croce affinché io, e con me tutte le persone che amo, con tutto il mondo, potessi salvarmi, cioè serbarmi, cioè conservarmi, non perdermi, durare per sempre, non andare a finire in un buio piccolo di dolore prima e di putrido nulla dopo. È esattamente lì, dove si situa quel grido, che Cristo apre una inattesa possibilità, apre una inaudita speranza, talmente esagerata, talmente rispondente al nostro cuore che spesso noi stessi stentiamo a credere vera. Se il punto di aggancio non avviene a livello di quel grido e di quella risposta, non c’è movimento che tenga, non c’è credere che tenga, non c’è Carrón, Rose, padre Aldo, Cleuza, eccetera eccetera che tenga; non c’è Cristo. Da figlio, però, vorrei rimproverare lei, padre, o forse tirarle solo un po’ la giacca, per compassione verso il
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mio fratello. Quel ragazzo è venuto a gridare a noi la sua impossibilità a vedere; la sua ostentata chiusura è piena di un sano dubbio, come lei giustamente ha cercato di insinuare, né può essere diversamente. Se non dubitasse, infatti, lui stesso per primo che le sue stesse affermazioni negative non fossero poi del tutto vere, quale motivo avrebbe avuto di venirle a dire lì? Per questo, la chiusura frettolosa sulla sua persona dopo aver ottenuto la “dimostrazione” della irragionevolezza della sua posizione, mi ha ferito. Quel ragazzo siamo noi, capricciosi e incapaci di vedere, ma in fondo in fondo desiderosi che qualcuno forzi la nostra testardaggine e ci abbracci aiutandoci a capire che la nostra posizione è un brutto sogno e la promessa della realtà inaspettatamente e immeritatamente verrà mantenuta. La supplico, lo cerchi, gli dia la caccia, non lo lasci andare con il suo tragico disappunto; recuperandolo, lei riabbraccia ciascuno di noi».
Iniziamo su questo.


Rispetto a questo intervento e alla vostra discussione, io, mentre parlavate, mi sono accorta che mi libera non un abbraccio generico, ma un giudizio come quello che hai dato tu quando lui diceva: «Cristo risorto dov’è?», e tu dicevi: «Tu devi farti la domanda alla rovescia: come puoi guardare tua nonna se non c’è Cristo risorto?»; oppure: «Puoi mettere la mano sul fuoco che non c’è altro oltre quello che tu vedi?», oppure, quando lui diceva dell’affetto che sta per morire: «Ma proprio
perché sta per morire ti conviene guardare, allargare la ragione per vedere se questo che tu stai vedendo è tutto». Io quando ho sentito queste risposte ho fatto un’esperienza di liberazione perché, soprattutto in certi momenti, io non ho bisogno di parole buone, io ho bisogno di parole vere, ho bisogno di sentire qualcosa di talmente vero che mi mette anche con le spalle al muro, perché solo così io posso ricominciare e cambiare. L’altra cosa che volevo dire è che, mentre sentivo la vostra
discussione, mi è tornato in mente un episodio del Vangelo che avevo sentito qualche giorno prima in cui i sacerdoti, per sfidare Gesù, Gli dicono: «Con quale autorità fai quello che fai?»; e Gesù con un’intelligenza senza pari gli fa una domanda, e con una domanda li mette con le spalle al muro facendo venire fuori la loro posizione. Io lì ho detto: «Ma che uso della ragione!», e questo uso della ragione io l’ho riconosciuto nella vostra discussione, cioè questo stesso tratto di Cristo
l’ho riconosciuto quella sera. Per cui per me, tra l’altro, in quella discussione c’è stata l’esperienza della contemporaneità di Cristo.

Quello che libera è un giudizio, ma che cos’è un giudizio? Io sono d’accordo con quello che abbiamo sentito; davanti a una situazione come quella del nostro amico della volta scorsa, o quando noi ci incastriamo come lui – perché possiamo anche noi ingarbugliarci –, è vero che possono anche non bastare altre situazioni in cui la Presenza si vede – anche se poi dirò una cosa su questo –; non basta neppure la coscienza che senza la Risurrezione nulla avrebbe senso, perché questo non
dimostra la Risurrezione; è vero che non basta l’invito alla preghiera, perché uno può pregare come se Cristo non fosse risorto. La questione è, amici – e ritorniamo all’inizio del Si può vivere così? sulla fede –, se il punto di partenza della fede è un fatto e la fede è un percorso di conoscenza(anche se il fatto che io abbia fatto un’esperienza vera della Sua presenza, in realtà, non mi fa mettere davanti a una situazione come se non avessi visto niente...). Mi facevo questo esempio: se
Giovanni e Andrea dopo averLo visto risorto si fossero trovati ad affrontare la situazione del nostro amico con la sua nonna morente, lo avrebbero fatto in modo nuovo rispetto agli altri o no? Sarebbe stato impossibile per loro guardare la nonna in quella situazione senza avere negli occhi che avevano visto un loro Amico, che avevano essi stessi riposto nella tomba, risorto! Sì o no?
Ciascuno deve guardare questo. Aldilà della difficoltà che provo adesso, dello strappo che subisco, della sofferenza che patisco, la questione è che se sto volendo veramente il bene di quella persona, io posso guardarla con questa presenza di Cristo risorto negli occhi! E questo lo capisco benissimo, non è che lo dico adesso per rispondere: perché io questo lavoro l’ho dovuto fare davanti alla salma
di mio padre. A me non è stato risparmiato, anche io potrei essere stato bloccato da questo distacco, perché quale essere umano è mai pronto per la morte del padre? Ma se io non avessi fatto lì questo lavoro a cui io sono stato introdotto dal movimento... La morte è l’ultima parola sulla vita di mio padre o io ho visto qualcosa che neanche questo momento è in grado di cancellare? Mi è venuto in
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mente l’esempio di Giovanni e Andrea e dei discepoli, perché il giudizio è un fatto, è il riconoscimento di un fatto. Per questo è vero che non bastano solo alcune cose: occorre la fede, occorre il riconoscimento di un fatto. E un fatto non sono pensieri o consolazioni o sentimenti o stati d’animo (pur brutti che siano): un fatto è un fatto e nessuno lo può cancellare. Io posso non volerlo guardare, ma che io non lo voglia guardare non vuol dire che per me Cristo non è risorto e che non c’è speranza per la nonna. Tante volte noi ci incastriamo e subiamo le circostanze in un modo che è vecchio, perché il file non è aggiornato, perché in fondo noi continuiamo a guardare il reale come se Cristo risorto non fosse un fatto, non fosse un dato del reale. Guardo a tutto il reale così com’è e vedo tanti fatti che documentano la Sua presenza, eppure continuo come se ciò fosse uguale a nulla. Ma non è uguale a nulla! Il fatto è un fatto! Ma ho aggiunto: il giudizio è il «riconoscimento» di un fatto; nel riconoscimento del fatto c’entra la libertà, come abbiamo visto. E questo è qualcosa che nessuno può fare al nostro posto; possiamo accompagnarci, ma nessuno ci
può sostituire. Per questo dice Gesù alla sorella di Lazzaro: «Se credi, tuo fratello risorgerà». Se credi, cioè se tu riconosci questo. Dunque, quando diciamo che noi vogliamo una compagnia che ci aiuti a capire che la nostra posizione è un brutto sogno e che la promessa della realtà verrà mantenuta, possiamo dirlo come un volontarismo. Come se dirlo e ridirlo più potentemente ci consentisse di riuscire a mantenerlo. No! Quel che consente che una promessa venga mantenuta è
che c’è un fatto che lo documenta: Cristo è risorto. Non è che la promessa sarà mantenuta perché io o chiunque altro affermo questo con più potenza o con più intensità o con più calore; dipende dalla verità con cui è successo il fatto e con cui io lo riconosco. In questo senso sentite cosa mi scrive un’altra persona: «Ti ringrazio per la risposta a quel ragazzo triste. Spesso mi è capitato di
imbattermi in situazioni come queste e ciò che io dicevo era che il Mistero non si può spiegare (però ero certo che tutto avesse un senso). Ma tu nella discussione hai dato delle ragioni più adeguate [perché noi siamo cristiani, non affermiamo il Mistero come se fossimo ancora «a livello del senso religioso», noi abbiamo dei fatti: la fede cristiana, amici, parte dai fatti e perciò possiamo dare ragione dei fatti, non un generico “sperém”; dobbiamo rifare tutto il percorso di Si può vivere così? da capo: la fede parte da un fatto che genera una speranza, e questa speranza è piena di ragioni per il fatto accaduto]. Tu hai dato delle ragioni più adeguate e soprattutto lo hai costretto a guardare quello che c’è e che quindi non si può negare: fatti e non promesse di bene. Questo è decisivo e cambia tutto. Anche l’esempio di mettere la mano sul fuoco per affermare che non esiste ciò che
uno non vede lascia davvero senza armi di difesa; è talmente ragionevole che siamo creature e non il Creatore; mi è venuto in mente il pezzo della Scuola di comunità dove si cita la Bibbia: “Dov’eri tu quando io ho fatto il cielo?”. Ecco dov’è Cristo risorto: alla Giornata d’inizio anno ho invitato un’amica mia che da dieci anni non riesce a stare più di dieci minuti in piedi o anche seduta su una sedia per un mal di schiena che non si riesce ancora a spiegare. È venuta con un pass disabili; è stata ad ascoltare sdraiata su un lettino; ogni tanto si sedeva per prendere appunti, ma abbandonava e si sdraiava nuovamente. Alla fine della lezione mi ha detto: “Io ho capito il perché di questi dieci anni di dolore. Io non sarei mai stata qui sennò”. Parlava del suo male come di una grazia ricevuta e io la
guardavo con commozione, perché chi può dire così di un male così invalidante? O sei pazzo o c’è qualcosa che sa far respirare veramente nella fatica. Poi le telefono nei giorni dopo e mi ha detto che il dolore non è tolto, lo sconforto non è tolto [non è un narcotico, la fede!], ma che tutto ha un senso adesso, perché lei è certa di essere su di una strada. Alcuni mi dicevano che la Giornata d’inizio anno non l’avevano capita: perché stavamo dando per supposta una strada. Lei è resa certa
da questo: che siamo su di una strada. È certa anche di essere solo all’inizio di un cammino, ma di avere accanto Gesù e ciò la rende lieta».
E qui non posso evitare di citare l’evento imponente che è stata la morte della nostra amica Marta, ex universitaria della Cattolica proveniente da Rimini. Alcuni avranno forse letto il dialogo che ha avuto con suo papà. Vi leggo qualche stralcio perché dice di una ventisettenne sulla soglia della morte che testimonia che cosa le consente di stare davanti al dolore proprio (non a quello di altri...).
«Marta, chi è Gesù per te?», le domanda il babbo. «Eccolo, smettila con i ragionamenti, smetti di ragionare. Gesù è “Io sono Tu che mi fai”. La cosa più evidente è che siamo oggetto di un amore
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infinito, un Altro ti ha voluto e ti vuole bene. Guarda, guarda quello che hai!». Gli dice di non ragionare, ma lei che cosa sta facendo? Sta usando alla grande la ragione: la cosa più evidente è che siamo oggetto di un amore infinito. E che cosa fa questa ragazza sull’orlo della morte? Invita a guardare: guardiamo quello che abbiamo! E prosegue: «Guarda la realtà tutta, non servono tanti ragionamenti, guarda, è come quando fai la piadina, hai l’impasto fra le mani. Per essere felici
occorre amare Lui più di tutto, sopra ogni cosa e questo ti fa amare tutto, più intensamente. Io amo tutto, tutto della mia vita, da quando sono nata fino ad adesso. La vita è gioia e dolore ed è così perché l’ha fatta così Gesù, è per questo che dico sì alla mia malattia. Uno si lava, si veste bene, sceglie delle cose belle, ha cura di sé perché un Altro ha cura di lui. Questo succede per grazia, lo devi chiedere tutti i giorni e chiedere che ti dia pace. La felicità la vivremo in Paradiso, qui possiamo chiedere che ci faccia vivere con pace». «Tutte queste cose dove le hai imparate? Grazie agli amici?». «L’amico è come l’obbiettivo di una macchina fotografica, mette a fuoco, mette a fuoco, cioè ti aiuta a fare luce dove c’è il vero, ma tutto il rapporto è tuo e basta, tuo con Lui, basta, nessuno di diverso, non tu-l’amico-e-Lui, è tuo e basta, sei tu che domandi, sei tu che chiedi, sei tu che gridi, sei tu che gli chiedi: amami!». «E Lui ti risponde». «Lui ti risponde nella realtà». «Ad esempio, in questo caso con tutta la gente che ti si muove intorno». «Guarda che roba, ma non solo: mi sta cambiando, sta cambiando me e intanto io aspetto la guarigione». «Tutti l’aspettiamo.
Preghiamo, lottiamo, domandiamo, chiediamo. Dicevi prima: “Io tengo a me perché c’è un Altro che tiene a me”? Dicevi così?». «Sì». «Tutte queste cose come le hai imparate?». «Vivendo, vivendo in compagnia di amici grandi». «E guardando?». «Sì, vivendo tutto appieno; ma come si fa a vivere tutto appieno? Ci vuole anche un metodo e una strada, e la strada e il metodo io l’ho imparato in università. Io Gesù l’ho incontrato in università». «Bello quello che mi dici, bisogna che ne parliamo più spesso di queste cose». «E no! È qui che dico io, non è un problema di parlare».
«Ma quando mi comunichi la tua esperienza a me aiuta, è un fatto quello che mi racconti». «Però il problema non è stare al tavolino a parlare, il problema è che tu domani mattina ti alzi e vai davanti allo specchio e dici: “Io, Giorgio, sono Tu che mi fai”, e tutta la giornata chiedi che Lui si faccia vedere da te, non è che ne parliamo io e te, capito? Non è quello il problema». E chiude la conversazione così: «Non è un problema di parlare: è il tuo rapporto personale con Gesù. In quello
non ti può sostituire nessuno». Ventisette anni, con suo padre!
E aggiungo, a seguire, quel che mi scrive padre Aldo dal Paraguay: «Volevo ringraziarti per la Scuola di comunità. Mi ha colpito tanto il dialogo con l’ultimo ragazzo che è intervenuto, perché mi rendo conto che questo atteggiamento può essere spesso anche il mio, che vivo circondato da un mare di dolore e che spesso ascolto reazioni, come quella di questo ragazzo, da quelli che stanno per morire o dai parenti. Ma l’atteggiamento con cui sfidasti il ragazzo e mi sfidi, provocandomi a
non staccare lo sguardo da Cristo risorto e invitandomi alla conversione, in modo che qualsiasi circostanza e qualsiasi dolore diventi uno strumento di grazia, mi ha sconvolto. Ogni giorno capisco di più che anche davanti al dolore noi dobbiamo poter stare con la Sua presenza. Occorre un lavoro personale, così che né morte né vita possano staccarci dall’amore di Cristo. Prego per questo ragazzo, per me, perché la commozione (“Chi sei Tu, o Cristo, che con un amore eterno mi hai amato avendo pietà del mio niente?”) trasformi quel “no” in un “sì”. Ti ringrazio anche per la tua
apparente durezza, che in realtà è la suprema forma di tenerezza quando è l’amore al destino dell’altro quello che definisce i nostri rapporti». Sono contento che sia venuto fuori questo punto, perché ci fa capire veramente, quando arriviamo al dramma del vivere, che cosa veramente ci fa compagnia fin nel buio. E questo apre tutta la questione di quello che abbiamo detto in Vivere è la memoria di Me: che cos’è la vera compagnia? E che cos’è la memoria?


Racconto l’esperienza del cambiamento causato da una novità improvvisa l’altra mattina. Mi ero sentito smarrito il giorno prima quando, come non mi accadeva da molto tempo, la giornata era iniziata con un senso di estraneità verso le cose e le persone, di fastidio per il limite in cui durante il giorno mi imbattevo in continuazione: i collaboratori distratti e imprecisi, il cliente sgarbato, la
mia stanchezza perché il bimbo non dorme la notte, l’amico che mi sembrava non corrispondere
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all’aspettativa che avevo, la fatica di dialogo con mia moglie alla sera. Tutto quel giorno mi sembrava contro di me. È stato inevitabile alla sera pensare alla canzone con cui abbiamo iniziato la Giornata d’inizio anno e sorprendermi in quella situazione, mentre quando lì ne avevi parlato mi sembrava una posizione lontanissima da me, che non mi riguardava. Mi sono accorto, perciò, che in questo tempo non avevo sentito urgente per me quel tuo richiamo alla conversione, come se non
mi riguardasse veramente. Al mattino dopo mi sono svegliato con un senso di insoddisfazione e di preoccupazione per il timore di vivere un’altra giornata pesante e faticosa come la precedente. In maniera più o meno consapevole ho chiesto a Gesù di farsi vedere, di aiutarmi Lui quel giorno a vincere quell’estraneità con la vita che mi spaventava, perché non mi corrispondeva ma non sapevo come uscirne. Mentre facevo colazione ho visto il nuovo Tracce che non avevo ancora guardato. Mi
ha incuriosito il titolo dell’editoriale, ho iniziato a leggerlo. Mi ha colpito subito quando, parlando del relativismo, dice che esso ha un risvolto concreto nella nostra vita di tutti i giorni; diceva: «Se tutto è uguale, la conseguenza non è che tutto ha lo stesso valore: è che nulla vale la pena. Tutto si consuma in fretta. E nella vita – nella nostra vita quotidiana: il lavoro, i rapporti, la famiglia... –
genera disillusione. Fastidio. A volte, rabbia». Mi sono sentito drammaticamente descritto, altro che non aver bisogno di conversione! Proseguendo la lettura sono stato travolto come da una novità improvvisa dall’invito a leggere la Giornata d’inizio anno che pure avevo già letto, ma senza questa urgenza: «Lì diventa chiaro qual è l’unico antidoto a questa malattia che corrode da dentro l’esistenza: la memoria. Il riaccadere di Cristo nella nostra vita, ora». Mi sono quasi
immediatamente ripreso dal torpore con cui avevo iniziato la giornata, che ha lasciato il posto come a un senso di speranza e di liberazione; ho sentito amico fino al profondo dell’anima chi aveva scritto l’editoriale perché aveva così bene descritto l’attesa del mio cuore, rimettendomi all’improvviso davanti al luogo in cui Cristo ha intrapreso la lotta per la mia conversione (che è la compagnia del movimento, ma innanzitutto la tua testimonianza, il tuo richiamo continuo alla
contemporaneità di Cristo, il tuo indicarmi fatti, avvenimenti e persone che ci rendono familiare la presenza di Colui che il mio cuore così tanto desidera); e la giornata è diventata inaspettatamente una promessa di bene. Al lavoro le stesse persone di prima con gli stessi limiti, quel giorno erano anziché ostacolo una sfida, un’occasione di giocare tutto me stesso; gli stessi amici sono come
ritornati segno della tenerezza del Mistero per me, mia moglie segno della fedeltà di Dio nella mia vita; addirittura il bambino che non ci fa dormire la notte da motivo di lamento è diventato per me un’opportunità per alzarmi presto questa mattina a leggere con gusto nuovo la Giornata d’inizio anno alle sei del mattino. Ho provato nell’esperienza che hai proprio ragione quando dici che non dobbiamo farci illusioni: occorre un lungo cammino di conversione per vincere in noi l’influsso del
relativismo che rende difficile la capacità di conoscere la verità che ci dà più vita e più amore.

Grazie.

Da circa due anni sto vivendo una situazione lavorativa molto pesante. Io sono medico e per motivi che non hanno nulla a che vedere con la mia professione tutto il mio reparto è stato oggetto di una vera e propria vessazione. E questo si è acuito negli ultimi mesi creando uno sconforto tra i miei colleghi e favorendo un clima da basso impero in cui ciascuno pensa per sé. È probabilmente uno scenario comune per molti, ma, per fortuna, non per me, poiché al contrario il gruppo in cui lavoro
era stato (soprattutto per il mio contributo) cementato negli anni avendo a cuore il bene comune di tutti. Questa situazione ha determinato in me in questi mesi una grave sofferenza per il male gratuito che vedevo e l’impossibilità a cambiare questa circostanza così arida e desolata, e che generava in me paura a manipolare la realtà per un’ipotesi di bene presente. Capivo che i discorsi ciellini, tutti giusti, che sentivo e che facevo io stesso – ne potrei citare a migliaia – non mi bastavano; poi, riflettendo, mi sono chiesto come mai situazioni anche molto dolorose vissute in questi anni, in particolare alcuni gravi lutti familiari, tra cui la morte di mio padre, non mi avessero gettato nello stesso sconforto. La risposta che mi sono dato era che in quei casi il dolore e la pena non li avevo portati da solo, ma fisicamente ero stato sostenuto dai miei amici che mi erano stati vicini accompagnandomi e aiutandomi fino nei dettagli più banali. Non è che mi è stato
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risparmiato il dolore, però il bene lì era presente, lo vedevo. Ma questa volta ero praticamente solo. Dico praticamente, perché in verità ci sono state almeno tre persone che mi hanno aiutato per il poco che hanno potuto e che mi hanno sostenuto. Con una di queste, che è vedova e con un figlio in difficoltà, mi sono confrontato rispetto a queste riflessioni; e lei mi ha raccontato come, quando è morto suo marito, anche lei fosse stata fisicamente sorretta da una gran quantità di persone che realmente l’avevano aiutata. Poi però, con il passare dei mesi, quando si alzava al mattino o quando era stanca morta la sera, continuamente le si ripresentava il volto di questo figlio in difficoltà come un tarlo, come un punto ineludibile. E questo – mi raccontava – l’ha quasi costretta a comprendere che questa situazione, in cui il tuo problema e la tua angoscia sono solo tuoi, è anche il punto di maturità in cui sei chiamato a fare i conti fino in fondo, e davvero solo tu, con il
Mistero che ti chiede di riconoscerLo e di invocarLo con insistenza. Devo ammettere che ho immediatamente accusato il colpo; l’ipotesi che proprio questa aridità che mi riempiva il cuore di angoscia fosse un’occasione per la mia vita non l’avevo nemmeno contemplata. Così nei giorni seguenti ho cominciato a vivere tutte le circostanze, esattamente le stesse di prima, partendo da questa posizione, chiedendo a Gesù che fossi capace di riconoscerLo. L’effetto immediato è stata la scomparsa della paura, perché anche questo aspetto a me così inviso acquistava un valore per la mia vita; e la scomparsa della paura ha determinato un conseguente sguardo diverso sulla realtà,
che tornava a essere amica. Questo mi ha sbloccato e ho ricominciato a trattare la realtà come possibilità di bene e a provare a manipolarla per il pur piccolo spazio di azione che mi era concesso nella situazione. Ora quello che chiedo per la mia vita è di non recedere da questa posizione di mendicanza di fronte al Mistero. Non chiedo certamente di rimanere in questa circostanza così ostile, anzi, Dio me ne scampi; ma che resti desta in me la stessa urgenza di cercarLo che questa circostanza ha determinato.

Cerchiamo di non perdere il nocciolo della questione. Guardate che non ha raccontato un fatto eclatante... Che cosa ha determinato questo cambiamento?Il fatto di poter guardare la circostanza come amica.

Punto. Capite? Punto! Che qualcuno mi apra alla possibilità di guardare la realtà non secondo la mia misura, e questo può essere un punto di maturità per te; è un’ipotesi che uno prende quando è alle strette perché uno è più bisognoso, e quindi meno presuntuoso. Questo introduce uno spalancare la ragione in modo tale che io posso incominciare a percepire la realtà, anche quella in cui sono bloccato, come un’occasione per la mia vita. Guardate che non occorrono cose assolutamente
eccezionali, come tante volte ci aspettiamo che succeda non so che cosa: basta semplicemente che noi siamo leali con questo uso vero della ragione come categoria della possibilità che introduce un Altro, e questo ha un effetto immediato: scompare la paura, la realtà diventa amica e tutto incomincia ad acquistare un altro volto. Occorre semplicemente essere aperti, anche minimamente, a questo. E sono stupito, perché ogni volta me ne date più testimonianza. Vi leggo questa lettera:
«Mi ha molto colpito come alla Scuola di comunità tu hai risposto a quel ragazzo. Tu hai sfidato la sua ragione chiedendogli se ammetteva qualcosa di diverso rispetto a quello che gli passava in testa. Mi accorgo che questo atteggiamento è proprio il mio, perché è vero che di fronte a ogni circostanza è sempre una mia misura il punto di partenza per giudicare. Dico questo perché rispetto al tema della conversione su cui ci stai facendo lavorare non è che manca il desiderio di Lui [tutti l’abbiamo: sono sicuro che siete qua perché l’avete!], ma ultimamente non prevale la Sua presenza rispetto al mio pensiero, non prevale come possibilità sulla mia misura. Guardare la realtà tutta con la certezza istantanea che per il fatto della presenza di Cristo questa è per me, mi pare quasi impossibile [e questo possiamo dirlo dopo anni di vita nel movimento, dopo anni di testimonianze a migliaia]. Ed è così vero che, come dici tu, anche quello che vedo capitare in altri mi colpisce; ma
poi rimane impossibile per me [vediamo che negli altri tante misure sono saltate per aria, ma questo è come se ultimamente fosse impossibile per sé]. La cosa diventa ancora più pesante quando si pensa a quello che di bello è capitato nella propria vita, dove è evidente, almeno per me, che è un Altro che opera nonostante me». La conversione non è, come tante volte la concepiamo, soltanto smettere di fare qualcosa di cattivo per fare le cose buone – perché a questo quasi potremmo essere
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disponibili (quasi!) –. Ma per cambiare la misura occorre quasi un cataclisma! Guardate che quando Gesù usa la parola conversione sta riferendosi a questo: cambiare il modo di percepire il reale, il nous, cioè il modo di usare la ragione. Non è che Giussani era un illuso quando ci faceva lavorare su queste cose, e dalla prima ora del liceo Berchet sapeva benissimo qual è la battaglia, perché noi
siamo incastrati in questa misura. Invece, quando lasciamo entrare un’altra possibilità, allora incominciamo a vedere com’è davvero la realtà.


Volevo raccontarti l’esito del lavoro di Scuola di comunità. Il primo esito è un cambio dell’assetto di fronte al reale, nel senso che fin da quando apro gli occhi al mattino è come se non potessi più prescindere dal dato che la realtà è, così com’è nel senso letterale del termine, come qualcosa che ti è dato: che uno si svegli, che abbia il marito, i figli, una casa, un lavoro, i genitori, la fede. Detto
ciò, quando tu hai cominciato a prendere sul serio per te e quindi a sfidare noi sul punto della conversione, io mi sono trovata rigida e timorosa; e ovviamente questo mi ha addolorato e turbato.

Perché? Perché ti sei irrigidita?

Non lo so.
Quando dico che noi, davanti alla parola conversione, ci difendiamo, sto dicendo questo; non sappiamo perché, ma appena la sentiamo, diventiamo rigidi e timorosi. Questo è quello che voglio dire.
Nonostante questo aspetto di grazia che io mi sento addosso.

Ti ringrazio, perché è quello che sperimento anch’io.
Mi sono sentita turbata nonostante tu dopo nel testo sei stato comprensivo: non preoccupatevi, in fondo «si resiste a qualcosa di presente». Non riuscivo a capire come mai potessi resistere a quello che io credo essere il mio desiderio più grande. Allora ho fatto una cosa che è l’unica cosa che mi accompagna nelle giornate; e qui c’è stata la sorpresa più grande, nel senso che io capisco che non mi sarei nemmeno accorta né della contemporaneità né della conversione, se non ci fosse stato
l’inserirsi di un terzo fattore che è il metodo che tu ci hai proposto. Anche perché io mi sono accorta che al di là del riconoscerLo presente, in tutti questi dati io ho bisogno continuamente di reincontrarLo ogni giorno, ho bisogno di vedere in quell’uomo che ho sposato da ventidue anni e che conosco fino al punto di poterlo prevedere un punto di novità ultima, ho bisogno di vedere in quel lavoro che faccio (che è il trionfo dell’ordinario) un punto di possibilità per il cambiamento mio, ma non solo mio, del mondo, della storia. E allora a questo punto io capisco quel che diceva la mail che citavi prima, che non bastano la Rose, padre Aldo, eccetera. Ma invece io ce li ho in mente; io quando penso a dover perdonare o essere perdonata ho in mente il Papa; quando guardo i miei figli ho in mente la Rose; quando entro in ufficio ho in mente la Marta Cartabia e quello che ha detto lei; fino al continuo rapporto con quel che ci dici tu, perché altrimenti per me vivere la mia
umanità così com’è, fino a quel punto che mi porto dentro di solitudine profonda che niente e nessuno sembra colmare, e vivere tutto questo come una risorsa non è possibile.
Che cosa lo rende possibile? Perché questa è la conversione da cui tu puoi non difenderti.
Che Qualcuno si è piegato e mi ha amato di un amore infinito.


La questione è questa. Davanti a uno che ti dice: «Mi ami tu?», tu ti irrigidisci?
No.
Dico questoperché uno si irrigidisce davanti a certe cose che deve lasciare o che deve togliere, non a un abbraccio. È vero o no? Perché noi, un istante dopo aver detto la parola conversione, la riduciamo al moralismo solito (cioè che devo cambiare qualcosa). Il primo cambiamento a cui ci sta invitando da sempre don Giussani è che la prima attività è quasi una passività, che è accogliere l’abbraccio di un altro! Zaccheo si è convertito?
Sì.
Ha resistito?
No.
Si è irrigidito?
No.
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Perché no? Perché lui ha accettato; prima di tutto non prevedeva di dover cambiare niente, ha accettato quell’imprevisto di Uno che abbracciava tutta la sua umanità. La questione è che noi stacchiamo questo; e poi immaginiamo la conversione come se fosse qualcosa di nostro. No. È sotto la pressione di questa commozione che Zaccheo è cambiato. Ma noi stacchiamo: c’è il discorso sentimentale e poi la conversione moralistica. Stacchiamo due cose che non si possono dare che
unite! Tanto è vero che se si staccano, non esistono, e uno si blocca. Perché? Questa è la questione: perché noi abbiamo già ridotto Cristo non al dono della Sua presenza, ma agli atteggiamenti che dobbiamo cambiare. Quando Zaccheo ha accolto quello sguardo mai visto prima, è rimasto così sconvolto dalla Sua tenerezza che poi, senza sforzo, è cambiato. Mi spiego? Se noi non accettiamo questo, se quando tu ti irrigidisci non Lo lasci entrare – non è che devi cambiare la rigidità, non è
che devi prima metterti a posto, se potessimo metterci a posto senza Cristo, allora che cosa faremmo qua? –, allora la conversione diventa un’ansia. E in fondo Cristo è solo una parola, un ornamento.
Infatti nell’immaginario collettivo odierno (e ci siamo dentro anche noi, eccome), come viene concepita la figura di Cristo? È venuto, se ne è andato, ci ha lasciato qui da soli con qualche regola da seguire, poi tornerà per giudicarci in un summit finale. Quando mi irrigidisco e non riparto di nuovo dal bene che ho sperimentato, io da questa rigidità non vengo fuori, da questo essere incastrato non vengo fuori. Occorre costantemente sfidare questa rigidità con la Sua presenza. E questo è un lavoro.
Finisco leggendo ancora una mail che spiega bene quello che ci fa veramente entrare nel reale con una modalità diversa: «Voglio raccontarti come il lavoro della Scuola di comunità mi ha aiutato e mi sta aiutando ad affrontare le circostanze di nuovo, anche le più impensabili. Circa un anno fa ho ottenuto per pura grazia il trasferimento per motivi di famiglia. Il primo giorno di lavoro mi presento al direttore della filiale (lavoro in banca), che mi dice senza mezzi termini che se avesse potuto scegliere, non avrebbe mai scelto me per il lavoro che dovevo fare, ma una persona che avesse fatto quel lavoro da molto più tempo. Per me è stato un periodo non facile, ma ricco di grazia. Ogni giorno entravo in ufficio con la domanda che Lui si facesse vedere, che non mi facesse sentire sola in un ambiente così ostile, che potessi conoscerLo di più. Dopo circa un mese il direttore viene nel mio ufficio e mi dice: “Guarda, dimenticati quello che ti ho detto il primo giorno; se ora mi chiedessero di scegliere tra te e uno che fa questo lavoro da una vita, sceglierei te perché, oltre ad aver imparato a fare questo lavoro meglio di chi lo fa da una vita, anche umanamente ho conosciuto poche persone così”. A me sono venuti proprio i brividi, perché era evidente che era opera di Cristo. La conversione è proprio quello che dici: che si desti in me il desiderio di cambiare
per non perdermi quello che hai davanti, e implica proprio uno spostamento personale, cioè voltarmi a guardare dove Cristo mi provoca nel reale, altrimenti lo faccio fuori. Questo è stato evidente in questo altro episodio che mi è accaduto. Qualche mese fa sono stata a dei corsi di formazione per la banca per cui lavoro e da un confronto con i colleghi emergeva un grande malcontento: chi si lamentava del direttore poco comprensivo, chi dei colleghi poco collaborativi.
Io ho avuto un contraccolpo perché in quel momento ho detto: “Per me il lavoro non è questo”. Poi dopo qualche mese una collega in una chiacchierata, raccontandomi un po’ di come sta vivendo il lavoro, mi dice a un certo punto: “Va be’, ma tanto tu sei già arrivata”. Queste erano evidentemente due occasioni privilegiate in cui il Mistero mi stava provocando. La conversione per me è coincisa nel prendere sul serio questi due episodi che mi hanno aperto una voragine di domanda sul significato di me [il Signore ci chiama in questo modo: se noi non intravediamo neanche una
possibilità di guadagno per noi, allora non ci muoviamo e riduciamo il cuore a sentimento]. Mi è venuto il desiderio di approfondire per me che possibilità è il lavoro, ed estendere questo invito anche ai colleghi e agli amici. Parlando con alcuni di questo desiderio ho proposto di invitare per un incontro pubblico un caro amico che è la testimonianza vivente di un’umanità cambiata dall’incontro con Cristo. Così ho invitato i miei colleghi e il direttore della mia filiale. È venuto solo il mio direttore, che alla fine dell’incontro non sapeva più come ringraziarmi dell’invito, talmente è rimasto folgorato da quello che ha sentito; e mi ha detto: “Vorrei fare parte anch’io di questa storia.
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Se lo sapevo, portavo anche le mie figlie e mia moglie” [questa è proprio la modalità con cui Cristo si fa conoscere: affrontando il reale come tutti ma con questa novità negli occhi, e Lui appena trova un interstizio nel nostro cuore ci lega a sé]. Ti ringrazio davvero per la passione con cui ci accompagni nel fare questo percorso, non ci lasci mai scampo. Sicuramente questi fatti qualche
anno fa [attenzione!] mi avrebbero solo colpito, li avrei raccontati alla Scuola di comunità senza arrivare a dire: “Chi sei Tu, o Cristo mio, che fai accadere queste cose e così mi attrai sempre più a Te, mi fai domandare sempre più di Te?”». Questa è la conversione, che a uno viene il desiderio per lo stupore: chi sei Tu, Cristo? Questa è la promessa che la proposta di don Giussani ha dentro. Non occorre aspettare non so che apparizione; occorre semplicemente accettare questa ipotesi per entrare nel reale in ogni circostanza in cui la vita ci sfida. Altrimenti sentire queste cose e non vederle nella propria esperienza non ci basta, lo sappiamo bene. Per questo, senza che ciascuno di noi accetti questa sfida e questa verifica, questa evidenza e questa certezza non cresceranno. Invece quando accettiamo, vedete che cosa succede...
Per la prossima Scuola di comunità continuiamo il lavoro sulla lezione di La Thuile, perché non l’abbiamo neanche sfogliata oggi: che cosa è cambiato in noi leggendo la lezione? Come concepiamo la comunione e la compagnia e che cosa vuol dire la memoria? Che cosa ci fa compagnia fino alla malattia o alla morte, che cosa? Senza di questo noi non potremo veramente capire fino in fondo che cosa è proposto nella lezione.
• Gloria.

La canzone degli occhi e del cuore

Il tempo e la distanza tendono a sfumare i contorni di tutto, ma il desiderio di una vita vera, grande, di una bellezza e di un amore che non finiscono radicano nei giorni di chi non vuole dimenticare quei barlumi di bene capaci di far tremare il cuore di gratitudine e di infinito. Così per Claudio il volto dell’amico,Pigi Bernareggi, partito per la missione, come per noi il suo, quello dell’amico volato nell’eterno, testimonia che la verità di un cuore non è la sua dimensione ma il suo destino. È quell’orizzonte senza fine in cui la piccola umana contabilità del dare e dell’avere viene travolta da una sovrabbondanza di misericordia. Ma c’è, tra il cuore piccolo e meschino e il Grande Cuore che lo ha abbracciato, la prova del cammino umano, il dolore del male compiuto e di quello subito. E c’è, a travolgere e illuminare ogni fatica, il perdono donato a ogni istante, quella sorpresa di grazia che fa ricominciare la vita e volare il cuore.

“Il Canto è la più profonda espressione dell’uomo “ (L Giussani)

Canzone degli occhi e del cuore
di Claudio Chieffo

Anche se un giorno, amico mio, dimenticassi le parole,
dimenticassi il posto e l’ora o s’era notte o c’era il sole,
non potrò mai dimenticare cosa dicevano i tuoi occhi.
E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava...
attraversando il cielo verso il Grande Cuore,
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale
volava dritto in alto verso il suo destino...
E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita,
quegli inventari fatti sempre senza amore.
Così parlavo in fretta io per non lasciare indietro niente,
per non lasciare indietro il male e i meccanismi della mente
e mi dicevano i tuoi occhi ch’ero già stato perdonato...
E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava...
attraversando il cielo verso il Grande Cuore,
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale
volava dritto in alto verso il suo destino...
E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita,
quegli inventari fatti sempre senza amore.
E adesso torna da chi sai, da chi divide con te tutto,
abbraccia forte i figli tuoi e non nascondere il tuo volto,
perché dagli occhi si capisce quando la vita ricomincia...
E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava...
attraversando il cielo verso il Grande Cuore,
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale
volava dritto in alto verso il suo destino...
Lalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalala

giovedì 21 ottobre 2010

HAITI Così ho visto fiorire le macerie


di Chiara Mezzalira
21/10/2010 - Chiara, medico per Avsi, è tornata sull'isola devastata dal terremoto. Dopo aver incontrato persone che «ti chiedono tutto», racconta i miracoli che ha visto. Come quel giovane che ha inciso l'Angelus su una baracca...






Sono tornata ad Haiti, a settembre, dopo sette mesi dal mio rientro, la prima volta dopo il terremoto. Voglio raccontare alcuni episodi che mi hanno colpito ed accompagnato.
Ero stata a distribuire del cibo a febbraio in una zona povera vicina a Bas Fontain, dove c’e una discarica, ed avevamo trovato una mamma che aveva appena partorito, con la sua piccola ed altri quattro bambini. Le avevo fatto una foto, che poi ha fatto il giro di Buone notizie e dei poster presenti al Meeting. Così ho deciso di andare a ritrovare questa famiglia. Emmanuella ha ora sette mesi. I nostri amici di Avsi dicevano: «Stai attenta ad andare dalla gente, perché poi ti chiede tutto». La settimana successiva, nel giorno dell’ambulatorio quella mamma è venuta con i suoi bambini e m’ha detto che il marito mi voleva parlare. Prima mia reazione: «Avevano ragione gli amici di Avsi, adesso chissà cosa mi chiede...». M’ha raccontato che il marito non aveva lavoro. Allora abbiamo deciso di aiutare i bambini ad andare a scuola, inserendo bimba e mamma nel programma nutrizione. La settimana successiva sono tornati. Gli infermieri le facevano festa, dicendo: «C’è l’amica del Docteur». Ma, quando la mamma mi s’è avvicinata, m’ha chiesti: «Puoi battezzare la mia bambina?». Lei non era cattolica, ma il marito sì, così lei voleva battezzare “cattolica” Emmanuella. Ecco, quella donna ha visto di più del solo bisogno immediato.
Un altro giorno, ho insegnato alle mamme come preparare la pappina per lo svezzamento. Ero stata al mercato a comprare un po’ di “campioni” di farine, mais, manioca, patata, banana, vari legumi, uova, e ho spiegato con una certa “passione” come preparare la pappa per evitare la malnutrizione. Alla fine, una donna mi ha chiesto: «Tu quanti bambini hai?». Mi ha colto di sorpresa, così ho detto che tutte loro erano mie figlie ed i loro bimbi i miei «grand enfantes».
Suor Marcella a Wharf Jeremie, il porto in cui arrivano le barche con carbone e verdure, da Jeremie, ha fatto miracoli. A maggio non c’era nulla ed ora è finito l’ambulatorio, costruito da una ong italiana, Terres des Hommes. Sono quasi finite 110 case per la gente, realizzate con i soldi da lei raccolti: saranno inaugurate il 7 novembre. La gente aspetta per entrare insieme, e sta proseguendo la costruzione di una scuola offerta da un gruppo americano.
Andiamo con lei a vedere questo miracolo. Era da un po’ che non girava, per una frattura ad un piede. Al vederla con le stampelle, la gente ed i bambini le correvano incontro ed il suo nome era su tutte le bocche. Da una parte c’erano le case di lamiera e, dall’altra, le sue “villette a schiera”. Quando ci ha portati tra le case di lamiera, ci siamo fermati davanti ad una. Sulla porta c’era scritto: Verbum caro factum es. C’era una donna con un bimbo piccolo, nudo, altri sbucavano dalle baracche vicine. Abbiamo recitato l’Angelus. Suor Marcella ci ha detto che la prima volta che ha visto quella scritta, dopo il terremoto, ha chiesto chi l’avesse fatta. Una sera ha incontrato un giovane, che le ha detto che si ricordava di una preghiera che suo papà diceva sempre. Lui non sapeva cosa volesse dire e non se la ricordava bene, ma suo papà gli aveva detto: «Qualunque cosa succeda, devi sempre ripartire da qui». Così, dopo il terremoto ha scritto sulla sua porta quello che si ricordava di questa preghiera.
Non so come, quando e quanto verrà ricostruito di Port au Prince, ma è chiaro che si deve ripartire da lì. Da quell’Uomo presente anche tra le macerie. Umane, oltre che delle case.

www.tracce.it

LA NOTTE CHE HO VISTO LE STELLE di Claudio Chieffo



La notte che ho visto le stelle

Aspetto che passi la notte,
notte lunga da passare
e sento il mio cuore che batte
e non smette di sognare…

Vorrei ritornare bambino nella casa di mio padre,
le storie davanti al camino e la voce di mia madre…

La notte che ho visto le stelle non volevo più dormire,
volevo salire là in alto per vedere…
e per capire

Ascolto il silenzio dei campi
dove sta dormendo il grano,
il giorno fu pieno di lampi,
ma ora il tuono è già lontano…

Vorrei ritornare bambino nella casa di mio padre,
le storie davanti al camino e la voce di mia madre…

La notte che ho visto le stelle non volevo più dormire,
volevo salire là in alto per vedere…
e per capire

La luna nasconde i suoi occhi
come donna innamorata,
il fiume l’aspetta nell’acqua
ed una notte l’ha baciata…

Vorrei ritornare bambino e guardare ancora il fuoco,
la storia più grande è il Destino che si svela a poco a poco:
la notte che ho visto le stelle non volevo più dormire,
volevo salire là in alto per vedere…
e per capire

(Ora Claudio sta vedendo e capisce….)

mercoledì 20 ottobre 2010

MEDIO ORIENTE Una presenza che costruisce la pace


20/10/2010 - Sulla situazione dei cristiani in una delle regioni più delicate, si sono confrontati ieri in Campidoglio politici e padri sinodali. Evidenziando la forza di questa minoranza. Che, come ha detto Julián Carrón, sta «in una fede vissuta senza riduzioni»





I cristiani in Terra Santa «ricordano il legame concreto, visibile e tangibile con quanto avvenuto 2000 anni fa». Questa affermazione di padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, ben sintetizza il contenuto del convegno “La testimonianza cristiana al servizio della pace”, che si è svolto in Campidoglio. Una iniziativa congiunta in occasione del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, che ha visto la collaborazione di Comune, Radio Vaticana, il ministero degli Esteri e del Centro internazionale di Comunione e Liberazione.
È uno strano percorso quello del cristianesimo. Nato in Medio Oriente, è a Roma che trova la sua vera dimensione, e da qui può tornare di nuovo in Medio Oriente. È il percorso proposto da padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: «Questa vocazione storica vissuta da Roma», nel cui seno i cristiani hanno avuto per la prima volta la libertà di vivere la loro fede, ci fa volgere di nuovo verso Oriente per capire il «vero significato dell’esercizio pieno della libertà religiosa, di coscienza, e della vera cittadinanza».
Al tavolo un applaudito Franco Frattini, di cui sono stati apprezzati i passaggi sulla libertà religiosa, che, ha detto, non è una «questione collettiva, ma della persona». Al cospetto dei patriarchi orientali, schierati in prima fila, il ministro ha denunciato la “cristianofobia” e ha esortato i cristiani a «essere consapevoli del valore essenziale della loro presenza in Medio Oriente». Un “valore” che può essere riscoperto solo nella fede vissuta “senza riduzioni”. È stato questo il punto centrale dell’intervento di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. La platea è variopinta: ci sono tanti amici, diversi giornalisti, qualche curioso. Al tavolo, con la moderazione di Roberto Fontolan, anche il padrone di casa Gianni Alemanno, che ha invitato la città di Roma a «non ignorare il messaggio del Sinodo», poi illustrato brevemente dal segretario generale, monsignor Nikola Eterovic.
«È sempre più urgente», ha detto Carrón, «una educazione alla fede che dimostri la pertinenza della fede stessa alle esigenze della vita, affinché sia in grado di resistere alle sfide del tempo». Sfide che per il ministro Frattini sono «ateismo, materialismo e relativismo» che «al pari dell’estremismo minacciano la società». E che per i patriarchi che hanno preso la parola nel finale del convegno, raccontando dei loro Paesi, sono anche di carattere economico, politico, culturale, di libertà religiosa. È proprio in questa situazione, con tutti i suoi risvolti, che «il cristianesimo deve mostrare la sua verità» ha esortato Carrón, «cioè la sua capacità di ridestare l’io e di salvare l’umano. La sfida che dobbiamo affrontare nell’annuncio consiste nel vivere il contenuto della fede in modo da mostrare la sua rilevanza antropologica». «Non lasciateci soli», ha chiesto il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal. Da dove ripartire? «La persona ritrova se stessa in un incontro vivo», in cui riscopre «i motivi che rendono ragionevole l’adesione a Cristo oggi, la sua convenienza umana».
È questo che permette di avere anche «le ragioni adeguate per restare a vivere in mezzo a enormi difficoltà e a dare un contributo decisivo alla causa della pace». È questo, come ha raccontato il Custode, a rendere «vitale e creativa» la minoranza cristiana che abita questa terra, e che è protagonista di tante opere al servizio dell’intera società. È questo che fa dei cristiani non tanto una forza in vista di una pace “politica”, ma una «presenza» che già ora «testimonia che si può vivere in pace anche in Medio Oriente».
di Marinella Bandini - tracce.it -

martedì 19 ottobre 2010

La vita é una grande avventura : il miracolo della gratuitá


Lettera del 16/10/2010

Cari amici,
"Padre sono felice di essere qui, in questo ospedale. Giá arrivando e vedendo tanta bellezza, fiori, aiuole, piante, ordine, pulizia, e in particolare tanto amore, mi sono sentita come in paradiso. Lo stesso cancro ha assunto una faccia diversa".
Mi dice Giuseppina che poi é morta questa notte. La clinica é sempre piena. Moribondi soli, della strada, che arrivano per ricevere un gesto di amore puro che trova nei sacramenti il cuore e poi ripartono per il Paradiso. Spesso diamo il battesimo sotto-condizione perché non sappiamo nulla di loro, se non una cosa bellissima che Carrón ci ripete spesso: "di un amore eterno ti ho amato avendo pietá del tuo niente..." o come dice Giussani nella scuola di Comunitá: "Mi sono comosso perché tu mi odi". Guardo quel mio figlio di cui sono anche il padrino, battezzato domenica, sempre sub-condizione (significa che puó darsi che giá sia stato battezzato), mongoloide, trovato in una strada, ammalato di AIDS perché abusato sessualmente, e non posso non commuovermi pensando, oggi sabato, a quanto abbiamo pregato nelle lodi (come vorrei che voi amici miei, come quando eravate a G.S. recitaste il libro delle ore tutti i giorni per scoprire ció che a 17 anni intuivamo ma non era ancora carne): "Puó una madre abbandonare suo figlio? non commoversi per il figlio del suo ventre? Bene, se anche si dimenticasse Io non ti dimenticheró mai". Amici, guai a noi se introducessimo il sospetto che non sia cosí nella nostra vita, qualunque siano le circostanze. Immaginate che disperazione sarebbe la nostra vita, se questa certezza non fosse granitica come contenuto dell´io, quando un giorno ci ammalassimo di cancro o quando ci prendesse la depressione!! Amici il peccato piú grave é il sospetto, il dubbio, quasi che Dio sia capace di inbrogliarci quando "di un amor eterno ti ho amato avendo pietá del mio niente".
Quanti momenti drammatici in queste settimane, mi sono anche arrabiato (peró da molto tempo a questa parte la mia rabbia con Dio é piena di tenerezza) con Lui, ma non c´é niente che mi possa fare nascere il sospetto che quanto mi é accaduto non sia una tenerezza di Dio.
Se non sofrissi, non vivrei quella familiaritá con Lui, che tanto bella rende la vita e che mi permette di trasmettere ai miei bambini la gioia del perdono.
L´altra sera le mie figlie della casetta di Betlemme, le adolescenti vennero nel mio studio per parlarmi, confidarmi i loro problemi (é un fatto normale ma sempre nuovo). Fra le tante cose dette, alcune mi hanno colpito e fu quando, loro, abusate sessualmente per il compagno della "madre" e con il consenso della stessa, mi hanno detto: "papa´noi non vogliamo piú vivere con la mamma per quello che ci ha fatto, peró la perdoniamo". E una mi ha detto: "io vorrei vederla, ma so che lei non vuole sapere niente di me". "Per questo abbiamo bisogno che tu e Diana, la mamma di fatto, stiate con noi quando abbiamo il tempo libero della scuola, perché siamo una famiglia". L´altra sera ho cercato di insegnare a Noelia (5 anni) come si piegano i vestiti. Io la guardavo e lei, molto impegnata ogni tanto mi guardava per vedere se ero d'accordo, che tenerezza! Peró se Gesú non fosse qui vivo non lo farei, mi spazienterei. É la contemporaneitá di Cristo che permette alle bambine di perdonare e a me di insegnare come si piegano i vestiti. Questa contemporaneitá é ció che ha dato la libertá carica di amore a Cesare e Lorena, che, appena sposati, alcuni mesi fa, hanno deciso di venire a vivere con i maschi della casetta numero uno di Belen. Si sono trovati giá la prima notte da sposi con a fianco della loro camera, la camera degli 11 scavezzacolli, che sono diventati loro figli. Adesso Lorena é incinta e la felicitá per tutti é ancora piú grande. I bambini che erano di una violenza inaudita -oggi sarebbero tutti nella strada a seminare violenza- oggi sono cambiati, sono bellissimi. Perfino Gabriele, di cui non abbiamo dati e che si é dato il mio cognome, che ha vissuto solo di violenza (scappava sui tetti delle case, tirava sassi rompendo i vetri delle macchine, rispondeva a botte, aveva un cinismo terribile), adesso é il migliore della sua classe. Amici é il miracolo della gratuitá, cosí come la descrive Giussani nella S.D.C. I miei educatori sono tutte persone che hanno la quinta elementare o qualcuno le medie superiori, e sono le protagoniste di questo miracolo...ma perché? Perché ogni giorno ci ricordiamo le nostre origini che é la stessa dei nostri bambini: "Io sono Tu che mi fai" o "Chi sei Tu o Cristo che di un amore eterno mi hai amato avendo pietá del mio niente".Amici Con Affetto P. Aldo

lunedì 18 ottobre 2010

Cesana: Così secoli di assistenza “impotente” hanno prodotto la potenza della moderna medicina

Gli ospedali sono nati all’inizio di quello che noi chiamiamo Medio Evo, età di mezzo tra altre due più importanti, quasi a dimenticare il contributo fondamentale alla formazione della nostra civiltà. Gli ospedali sono proprio un esempio di tale contributo.

Non sono nati perché si sapessero curare le malattie. Fino all’inizio del secolo scorso le possibilità di trattamento erano risibili. Gli ospedali sono nati per “ospitare”, per accogliere e assistere gli uomini e le donne in difficoltà, colpiti dalla sventura, in cui spesso malattia e miseria facevano tutt’uno.

Con la Risurrezione di Cristo, la morte, di cui la malattia era massimo presagio, non era più l’ultima parola sulla vita, ma la certezza – o la speranza, che è lo stesso – della vittoria della vita era diventata dominante. Malattia e morte non avevano perduto il loro carico di dolore e di spavento, ma si potevano affrontare. Di più: erano partecipazione alla sofferenza salvatrice di Cristo. Come assai più tardi si espresse l’invettiva di Nietzsche contro il crocifisso, il Dio inchiodato alla croce proclamava che la sua debolezza, la debolezza dell’uomo completamente abbandonato a lui, era più forte della forza dell’uomo.
Così secoli di assistenza “impotente” hanno prodotto la potenza della moderna medicina.
Il merito del libro di Giuseppe Baiocchi e Patrizia Fumagalli “Se la vita si rianima” (edizioni Ares) è di mostrare come la potenza medica, pur migliorando non poco l’esistenza, non sposti di una virgola il problema originale. Proprio laddove l’intervento è più sofisticato, per le caratteristiche di urgenza e gli strumenti utilizzati, è anche richiesta l’ostinazione della assistenza, spesso contro ogni immediata evidenza.

Così ci si pone una prima domanda. Se la vita si rianima; se un malato dichiarato in stato vegetativo persistente, inaspettatamente si risveglia; se una persona gravemente menomata, scopre di poter vivere un’esistenza normale e stranamente felice: se accade ciò, noi siamo pronti ad accettarlo? O meglio, quando accade ciò, noi siamo disposti a tenerne conto, a cambiare una concezione della vita, in cui, insieme all’edonismo distratto, dominano lo scetticismo e la morte, presenza tanto più rimossa quanto incancellabile?

Poi c’è una seconda domanda. Veramente le sofferenze di Eluana Englaro sono state inutili?

Quanti a causa di lei e della gratuita e duratura assistenza delle Suore Misericordine sono stati costretti, almeno per un attimo, per la decisività che può avere un lampo, a guardare con più profondità e amore alla propria vita, a quella dei propri cari, alla possibilità che gli estranei diventino familiari?

Anche in questo impercettibile, ma reale, sommovimento delle coscienze sta probabilmente la misteriosa azione di Dio, che ci fa percepire il brivido di una libertà, che può cambiare veramente tutto. Abbiamo bisogno di essere risvegliati da quel coma attivo che è l’assenza di significato, la scomparsa dal nostro orizzonte del fascino della vita.Scriveva Aldous Huxley – celebre e laicissimo scrittore inglese degli inizi del Novecento – nello splendido romanzo ‘Il mondo nuovo’: «Potete essere indipendenti da Dio soltanto mentre avete la giovinezza e la prosperità; l’indipendenza non può accompagnarvi sicuramente fino alla morte». La scienza, per progredire, ha bisogno certamente dell’esattezza, ma soprattutto di ammettere che un senso di tutto, un creatore ci possa essere. E noi, per pensare che valga la pena continuare a vivere nonostante disgrazie e malattie, che non sono eccezione ma regola, abbiamo bisogno di incontrarlo… e di frequentarlo.

Giancarlo CesanaPresidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico.
Zenit 17/10/2010

domenica 17 ottobre 2010

LA CRONACA DALL’ABISSO, E LA PREGHIERA - E LIBERACI TU DAL NOSTRO MALE

Di nuovo l’Italia ipnotizzata da Avetrana. Co­me sospesi sull’orlo di un pozzo buio, spa­lancatosi in un paese come tanti. Sbalorditi: quel­la ragazza solare che per un mese in tv abbiamo visto cercare Sarah, secondo gli inquirenti avreb­be sempre mentito. Radicalmente, fin dal primo istante: complice nella morte della cugina picco­la, della compagna di giochi in cortile. Un’abile manipolatrice di televisioni e web, lucida nel suo disegno: dire a tutti di cercare lontano, mentre bi­sognava cercare vicino. Sarah uccisa perché mi­nacciava di parlare, perché non sottostava al fe­roce ordine del silenzio sulle voglie dello zio.

E speri che i magistrati sbaglino. Però quel pozzo se ne sta lì, spalancato e nero con la sua doman­da: se è vero, come è possibile? Lo stesso pozzo di Cogne, o di Novi Ligure. Quella crepa slabbrata della realtà che a tratti emerge nella cronaca; su un terreno, però, che ci è familiare, lo stesso dei nostri passi quotidiani.

E ci si affanna a trovare categorie che inquadrino – arginino – quel che è accaduto: delitto di un’I­talia antica o di una modernità che si consuma su Facebook e nei talk show? Ma niente basta dav­vero a spiegare tanto male. L’orlo del pozzo dà le vertigini. Così profonda la crepa, che non se ne ve­de la fine. «Un baratro è l’uomo, e il suo cuore un abisso»: la sola parola vera sembra quella del sal­mista.

Attoniti di fronte al baratro. Alla sbalorditiva ca­pacità di male degli uomini; collettiva, organiz­zata, scientifica come nei lager, oppure privata, segreta, in una semplice casa di paese. La storia di Avetrana è uno schiaffo alle coscienze irriduci­bilmente ottimiste e tranquille: eccolo, il male, in tutta la sua concretezza. Velenosa pianta spunta­ta in un orto domestico; gibbosità deforme che sfi­gura gli affetti più certi e cari. La opaca concre­tezza del male è l’evidenza che ci ammutolisce oggi; quel male che tendenzialmente non vedia­mo, sottovalutiamo, oppure che è sempre “degli altri”; quel male che crediamo in qualche modo opinabile, “relativo”, a Avetrana si mostra nella sua plumbea mole. Radice che abbiamo addosso, scel­ta drammaticamente aperta alla nostra libertà.

Cosa diremo ai figli davanti ai tg, con la immagi­ne di una ragazza di 15 anni che sorride, e che è morta così? Non faremmo forse tanta fatica ad ar­ticolare una parola, se da tempo non avessimo in molti scordato la declinazione della nostra più antica preghiera. Che domanda: « Liberaci dal ma­le ». La prima ribellione al male per i cristiani non è sforzo volontaristico o impegno o promessa, ma domanda: liberaci dal male – giacché da soli non ne siamo capaci. Certo, è una domanda che im­plica la consapevolezza di un male originario che ci segna; ed è una domanda inerme, non da pa­droni del proprio destino, ma da creature. Tanti non la insegnano quasi più ai figli, quella pre­ghiera; quel chiedere da umili, ogni mattina.
Generazione educata a farsi, a “realizzarsi”, a sal­varsi da sé, il pozzo nero di Avetrana ci lascia pri­ma stupefatti e muti e poi cinici, o rassegnati, o incrinati nella speranza. Costruire mondi più giu­sti, impegnarsi, combattere, certo: e però, quella radice profonda continua a germinare, e a defla­grare ogni tanto in tranquilli sconosciuti paesi. Se qualcosa insegna l’orrore di A­vetrana, è l’antico realismo, e l’urgen­za quotidiana, delle parole di una pre­ghiera che gli adulti in Italia hanno im­parato da piccoli, e poi spesso messa da parte – come una fiaba da bam­bini. Quella domanda inerme di fi­gli che si riconoscono figli: libe­raci Tu dal nostro male.
MARINA CORRADI - editoriale Avvenire 17/10/2010

venerdì 15 ottobre 2010

La lezione dei minatori ai nostri capricci da "Isola dei famosi"


venerdì 15 ottobre 2010

La vicenda dei minatori cileni ha molto da insegnare. Quegli uomini hanno dimostrato una tenuta fuori dal comune, coraggio, generosità, perfino una dose di incredibile sprezzatura. Potevano maledire, incolpare, commiserare; era quasi ovvio che potessero litigare per un boccone di tonno, per uscire prima, semplicemente per dar sfogo alla paura e alla rabbia.

Ci siamo abituati a risse invereconde tra i reclusi in Case e Isole del reality show, e non si trattava che di spettacoli e giochi. I minatori di San José non hanno perso la testa, hanno collaborato e lavorato, sopportato disagi, buio, isolamento e angoscia, con docilità e fermezza.

Da dove viene quest’animo saldo, questa semplice e tenace fiducia negli uomini che li ha sorretti? La speranza per noi è troppe volte un oscuro affidamento al fato, uno “speriamo bene” scaramantico, per allontanare i cattivi pensieri.
La speranza non esiste se non fonda su una certezza.

«Laggiù ho litigato con Dio e col diavolo. Hanno litigato per avermi. Dio ha vinto, io ho preso la sua mano, la migliore. Non ha mai vacillato la mia certezza che Dio mi avrebbe tirato fuori».
Una frase che sembra saltar fuori dalle pagine di Lewis, o di Bernanos, ed è di uno sconosciuto lavoratore del Cile profondo, che non conosce filosofia e letteratura.

Così Mario Sepulveda, il più tosto, quello che teneva i contatti con la terra di sopra, e forse col Cielo. Quello che, si è capito, tutti quanti hanno riconosciuto come guida autorevole e capace di confortare, organizzare, dare la carica. Un testimone, che sapeva dare certezza, perché lo sappiamo, abbiamo bisogno sempre, ma qualche volta di più, di una mano che ci tiene per mano, una guida che ci aiuta a brancolare nel buio.

Non conta avere una fede o no, le sue parole sono un pungolo per tutti e per ciascuno. Perché è di tutti la lotta col diavolo, la possibilità di dire sì o no a Dio, e fondare su di Lui la nostra speranza.

I minatori cileni potevano contare su un popolo: i familiari, certo, ma di più, la gente, quella che viene evocata di solito come carne anonima da sondaggi. “La gente pensa”, “la gente dice”. La gente prega, spera, si commuove e lavora con te. Un popolo è così, una comunità è così, non si distrae, non ti corre accanto distratta e indifferente, ti si fa intorno, si china su quel buco interminabile perché tu sappia che ti si vuol bene. Riesce a contagiare perfino i politici, dimentichi delle campagne elettorali e per poco forse, ma con sincerità, felici di sventolare la bandiera di una patria che ha fatto di tutto per salvare i suoi figli.

Non è scontato. In Cina ogni anno muoiono decine e decine di minatori inghiottiti dalla terra, e nessuno se ne occupa, nessuno lo sa. Anche qui, un popolo trova nelle sue radici l’unione e la coscienza di una diversità. Possiamo storcere il naso per la loro fede semplice e venata di superstiziosi riti, ma quello è un popolo cristiano .

E infine: suona fuori luogo, questa volta, l’ennesima lamentazione sui media che rincorrono l’emozione in diretta, che piantano tende e telecamere per aspettare che l’evento si compia. Ci si sono allenati i commentatori più autorevoli, nello sdegno snobistico per la tv che scava tra storie volti lacrime. Ma diamine, queste sono facce e pianti e sorrisi veri.

Tutto il mondo voleva sapere, voleva vedere, essere lì. Ci siamo sentiti tutti padri, madri, sorelle e figli di quegli uomini. Volevamo vederli uscire uno ad uno, conoscerli. Senza dibattiti, senza analisi. Lasciarci commuovere. Muovere la nostra testa e il cuore, per una volta, alla grandezza degli uomini, che sa stupire.

(Monica Mondo)ilsussidiario.net - venerdì 15 ottobre 2010