sabato 28 febbraio 2009

ECONOMIA REALE. Il Made in Italy a lezione da san Francesco e Marco Aurelio


27 febbraio 2009

A prima vista non sembra proprio di parlare con un imprenditore. Perché Brunello Cucinelli, quando parla della sua azienda, non lo fa nei soliti termini di core business, fatturato, crisi congiunturale, calo degli ordini, partner, fornitori, concorrenti. Ma citando san Francesco e Marco Aurelio. E potrebbe capitare di non riuscire a riconoscere l’azienda, perché non si deve cercare un capannone industriale, ma occorre andare, semplicemente, nell’antico borgo di Solomeo, in provincia di Perugia. Perché l’azienda è proprio quella, cioè il borgo: «un luogo di vita esemplare - spiega Cucinelli - in cui lavorare fosse più umano, per tutti». La Brunello Cucinelli Spa, azienda leader mondiale nella produzione di capi d’abbigliamento in cashmere, la crisi non sa che cosa sia. Lo dicono i numeri: 430 addetti, 640 mila capi prodotti nel 2006 e 880 mila nel 2008, un giro d’affari di 145 milioni di euro per un incremento del 21 per cento rispetto all’anno precedente e un più 32 per cento del 2007 sul 2006. il 62 per cento del fatturato che viene dai mercati esteri. Merito dei “maestri di umanità” ai quali non cessa d’ispirarsi Cucinelli? «Dopo il crollo di Lehman Brothers - dice Cucinelli a ilsussidiario.net - ho detto ai miei dipendenti che noi non potevamo far nulla contro i disastri che erano e sarebbero capitati, ma una cosa potevamo fare, essere diversi dagli altri: puntare tutto sulla creatività, dal prodotto ai rapporti umani. Se miglioriamo la nostra umanità, crescerà anche il prodotto».

Quando ha iniziato a fare l’imprenditore?

È stato nel 1978. Io sono figlio di contadini, fino a quindici anni siamo rimasti in campagna, poi con la famiglia ci siamo trasferiti in città. Sono diventato geometra e mi sono iscritto all’università, ma in tre anni ho fatto un solo esame. Erano gli anni ’70. Mi dissi che quell’esperienza era conclusa e decisi di cominciarne un’altra. Mi misi a fare maglie.

Qual è l’intuizione che le ha permesso di lanciare con successo la sua attività?
A venticinque anni ebbi un’idea, innovativa per l’epoca. Come sempre per fare qualcosa ci vuole un’idea un po’ particolare, no? Decisi di fare un pullover di cashmere da donna, colorato, di forma nuova. Fino ad allora l’indumento di cashmere aveva forme molto più tradizionali ed era prettamente maschile. Questa, direi, è stata l’idea discriminante sotto il profilo industriale. Dopo, quando l’azienda è cresciuta, l’idea è stata quella di realizzare tutto questo in una atmosfera di vita particolare, in un vecchio borgo del XIII secolo, ristrutturato a spese dell’azienda. Un luogo di vita esemplare.

Il sito web di Brunello Cucinelli si apre con una frase di Dostoevskij: “Il bello ci salverà”. Perché?

In casa mia i miei genitori andavano molto d’accordo, c’era una bella atmosfera di vita, ma tutto cambiò quando andammo ad abitare in città e mio padre, che fino ad allora aveva fatto il contadino, andò a lavorare in fabbrica. La sera tornava che non era più lo stesso. Era dispiaciuto dal fatto che qualcuno in fabbrica lo offendesse. E si chiedeva: che cosa ho fatto io a Dio per essere offeso e maltrattato? Da lì è scaturito qualcosa che mi ha fatto dire: qualunque cosa io farò nella vita, voglio farla in modo da rendere il lavoro dell’uomo più umano. Ecco, questo è stato il mio grande sogno.

È uno sforzo grande quanto la storia dell’uomo. Cos’ha voluto dire, per lei?

Far lavorare le persone in un ambiente diverso più bello. Fare in modo che i ragazzi della mia azienda potessero avere uno stipendio mediamente più elevato, stessero meglio, potessero pagarsi il mutuo con più facilità. E poi, con una parte dei profitti, fare più bella l’umanità. Come diceva Adriano: “mi sentivo responsabile delle bellezze del mondo”. Dell’impresa che ho fatto mi sento custode, non proprietario.

Una visione “filosofica” dell’impresa. Anomala, non c’è che dire.

Penso che se siamo custodi tutto diventa eterno, perché abbiamo una visione più alta, più bella. Se invece siamo semplici proprietari, viviamo sotto l’ansia di perder tutto e il lavoro diventa molto più duro. È quello che ho imparato dai miei maestri: Alessandro Magno, Socrate, Marco Aurelio, Dante, San Benedetto e San Francesco, Palladio, tanto per citarne alcuni.

Non ci sono economisti tra quelli che ha nominato.

Il grande economista al quale mi ispiro è l’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali. Nella sua Teoria, che io trovo modernissima, dice che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”. Dal modo cioè in cui condurranno le loro imprese. È meraviglioso, perché dice che se tra me e lei c’è simpatia, nel mio lavoro io faccio di tutto per renderla più felice e lei lo stesso. Se c’è passione lei è più gioviale, lavora meglio, ha condizioni di vita diverse a casa sua. Questo è quello che io volevo mettere nell’impresa. Voglio avere profitti - vorrei sempre averli, almeno ci provo, non so se ci riuscirò sempre - con etica e dignità.

Lei ha conosciuto don Giussani attraverso i suoi scritti. Il 22 febbraio è stato il quarto anniversario della sua scomparsa. Ricordando una frase di suo padre, don Giussani diceva sempre che “si può stare un giorno senza pane, ma non si può stare un giorno senza bellezza”. Che ne pensa?

Di Giussani mi ha sempre colpito la grandissima umanità. Semplicità, bellezza e verità vanno insieme, no? Ciò che è semplice è bello, ciò che è bello è vero. Chi era Giussani? Una persona bella, vera e semplice, che credeva nella dignità della persona. Quando San Francesco invita Chiara ad andare in convento, le dice: metti l’abito più bello perche devi presentarti davanti a Dio. E quando deve restaurare la chiesa chiama il suo amico architetto francese, perché gli venisse ancor più bella. Se lei lavora in un ambiente più gentile, più umano, bello e sereno, pensi a come sarà il suo lavoro. Lei cambierà, e cambierà in meglio anche il suo lavoro.

È per questo che ha collocato la sua azienda in nell’antico borgo di Solomeo?

Sì. Io ho il piacere di lavorare in un castello del ‘300. Pensiamo a chi lo ha progettato. Non poteva non immaginare, progettandolo, che dopo mille anni qualcuno si fosse seduto nella stanza in cui ora ci troviamo. Dobbiamo ritrovare il valore dell’eternità, il valore della custodia. Perché se uno pensa questo, come diceva Marco Aurelio, allora può anche pensare che domani sarà l’ultimo giorno della vita.

In lei non ci sono le normali preoccupazioni degli imprenditori per la situazione difficile che l’economia sta attraversando, per il calo della domanda, per la difficoltà di avere prestiti dalle banche, e via dicendo?
Sì, certamente. Ma ho una visione diversa, non mi interessa “rompere la testa” al mio concorrente. Questa crisi, lei dice. Io non la chiamo crisi e non la considero una crisi. Trovo invece che sia un “rimodellarsi” dell’umanità. Pensiamo a quello che il Nuovo mondo, nel XVI secolo, ha rappresentato per l’Europa, quando ne ha rotto i vecchi equilibri di produzione. Il momento in cui viviamo è esattamente identico a questo. Si affacciano indiani, cinesi, brasiliani; cambiano le regole del mondo e dobbiamo saperci adeguare.

Non li teme sapendo bene che, per ora, nessuno di quelli che mi ha citato è in grado di lavorare il cashmere come lei.
Intanto penso che in ogni parte del mondo ci sia una specificità. Il cashmere viene dal Gobi, da una delle zone più aspre del mondo. Solo lì, a 40 gradi sotto zero, ci sono le capre che danno fibra di qualità assoluta e solo lì ci sono le persone in gradi di allevarle. Qualche giorno fa qualcuno mi ha telefonato perché voleva riprodurle in Chianti. Non l’ho trattato male solo perla mia personale cortesia, dicendogli che per gli altri ci vuole rispetto.

Cosa pensa del periodo in cui viviamo?

Dal punto di vista economico, etico e civile arriviamo da un ventennio che non mi è piaciuto. Viceversa ci stiamo affacciando ad un periodo che io vedo come l’arrivo del secolo d’oro. Guardi le trasformazioni, quello che sta succedendo nel mondo. Io vado in Cina da venticinque anni, ho visto cinesi vivere in condizioni tremende, che lei può immaginare solo dai libri; ora io, e con me tanti altri, abbiamo portato i cinesi a vivere in una condizione di vita diversa. Centinaia di migliaia di persone stanno uscendo dalla povertà. Si aprono cinquanta, cento anni di sviluppo.

Non si è mai sentito dire che lei vede solo opportunità e non criticità?
Come diceva Marco Aurelio, “io lavoro per il mio sovrano popolo romano”. Se noi prendiamo ciò che abbiamo ogni giorno, cioè se ci diamo pace, se siamo realmente custodi, tutto diventa più eterno e più semplice. Dobbiamo tornare a mettere in pratica i sentimenti morali. Vede, io e lei domattina dobbiamo andare al lavoro, produrre, essere geniali, creativi. Ma se lo facciamo in modo più umano, noi stessi possiamo diventare migliori.

Lei ha finalmente trovato l’incontro tra l’economia che scommette sul profitto e quella che dà valore all’uomo.

Io non posso alterare il dollaro, lo yen e il prezzo del petrolio, siamo d’accordo, no? In azienda abbiamo sempre fatto un’assemblea tra tutti i dipendenti ogni due mesi, ma ultimamente ci siamo riuniti ogni mese. E in quella successiva al crollo di Lehman Brothers ho detto che noi non potevamo far nulla contro i disastri che erano e sarebbero capitati, ma una cosa potevamo fare, essere diversi dagli altri: puntare tutto sulla creatività, dal prodotto ai rapporti umani. Se miglioriamo la nostra umanità, crescerà anche il prodotto.

“Dobbiamo tornare a mettere in pratica i sentimenti morali”, ha detto. Per un imprenditore cosa significa?
Noi abbiamo 970 rivenditori nel mondo e io, ai primi di gennaio, ho inviato a tutti una lettera personale in cui ho detto: abbiamo lavorato insieme, sappi da oggi che io sono vicino a te come lo ero ieri. Mi hanno risposto quasi tutti. Il presidente della più grande compagnia americana che distribuisce Cucinelli mi ha scritto: “è nostro dovere tenere un’azienda come la tua”. È dovere di un mio cliente sostenermi? Se è così, allora io gli devo dare un prodotto di altissimo livello, e con la massima efficienza, ma non basta. Devo fargli sentire che sono vicino a lui, nel rispetto dei grandi ideali che hanno emozionato me, i miei genitori e i miei nonni.

Quali ideali?

I grandi ideali della politica, della famiglia e della religione.

La crisi, si dice, è un’opportunità per rinnovarsi e cambiare. Saper innovare cosa significa per lei?
Noi dobbiamo essere moderni nel prodotto, ma avere l’anima antica, nel rispetto degli ideali e dei grandi sentimenti dell’uomo. Questo è fondamentale. Noi abbiamo persone che hanno una capacità manuale eccezionale, dei veri maestri. Come posso convincere un ragazzo di 23 anni a venire da me a fare il sarto? Creando un luogo di lavoro bello, in cui lavorare è diverso, dove può imparare un mestiere e dove può prendere il 20 per cento in più dello stipendio.

Ha mai avuto problemi con i sindacati in azienda?
No, perché io e i miei lavoratori abbiamo sempre risolto i problemi e le controversie tra noi, in cinque minuti.

Lei intende il fare impresa come un’opera educativa?
Sì, ma non in senso “buonista”, paternalistico. Io mi sono ispirato e mi ispiro alla vita benedettina, basata sulla regola e sulla disciplina. Nel mio lavoro sono molto rigoroso, innanzitutto con me stesso e poi con gli altri. Diceva San Benedetto che se devi riprendere qualcuno, egli ti ascolta, ma se lo offendi hai creato un nemico. È quello che ho sempre cercato di evitare.

Redazione ilsussidiario.net

mercoledì 25 febbraio 2009

"Ricercare il dono della sapienza" Card. Angelo Bagnasco


GENOVA. Tante persone, ma soprattutto tanti giovani, hanno partecipato alla celebrazione per il quarto anniversario della « nascita al cielo » di monsignor Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione. La cerimonia, che si è svolta lunedì sera a Genova, nella chiesa di Santa Marta, è stata presieduta dall’arcivescovo e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco.
Nell’occasione il porporato ha esortato i presenti a ricercare « il dono della sapienza » . Una sapienza tanto più necessaria « anche ai nostri tempi in cui, a volte, si ha l’impressione che il buon senso sia scomparso o che la ragione si sia eclissata » . Bagnasco ha poi parlato dell’uomo « saggio » , del « sapiente » . Il saggio, ha spiegato, è colui che « attraverso le cose visibili vede l’invisibile » , l’anima saggia è quella « che si lascia rimandare dalle cose finite all’infinito » , « che si lascia ricondurre dalla bellezza di questo mondo alla bellezza stessa » . È saggio, ha aggiunto, colui che sa « relativizzare ciò che accade » e non perché ciò « non abbia importanza, ma perché ha la sua giusta importanza, né più né meno » . Il saggio, ha continuato il cardinale Bagnasco, « trova la vita sempre e comunque degna di essere vissuta ed abbracciata con amore » ; è colui « che trova una bellezza, pur se limitata e a volte ferita o sfigurata, nel cuore di ogni uomo e nel cuore di ogni vita » . Il porporato ha parlato anche di quello « splendido paradosso umano » rappresentato da « questo piccolo e povero nostro cuore » . « Un cuore – ha affermato – finito ma anelante all’infinito » . Infine, ha ricordato che non deve mancare mai il desiderio di « accendere la vita e la luce nel cuore » dell’uomo perché l’educazione è una questione che sempre più « incalza come urgente, prioritaria irrinunciabile e non rimandabile » .
Adriano Torti

sabato 21 febbraio 2009

Cinquemila in Duomo per ricordare il “Gius”:Vivere il “carisma” come un dono per sé e per gli altri»


Cinquemila in Duomo per ricordare il “Gius”

Padre. Amico.
Maestro. A quattro anni dalla morte di don Luigi Giussani, a farne memoria in Duomo ieri sera erano in cinquemila. Al suo particolare « carisma » ha fatto riferimento il cardinale Dionigi Tettamanzi, celebrando la Messa con il movimento di Comunione e liberazione. « Mi pare di vedere così designata l’appartenenza a cui lo Spirito vi spinge: l’appartenenza di chi si sente “espropriato”, di chi vive il proprio carisma non solo come “un bene per sé”, ma veramente come un “dono per gli altri” » . In occasione del funerale del “Gius”, con quarantamila persone arrivate da tutto il mondo, dove il movimento di Cl sopravvivere al suo fondatore, Tettamanzi sperimentò, racconta lo stesso arcivescovo, « un senso vivissimo di appartenenza ecclesiale, di comunione orante » . Ai tanti che si dicono « figli » del sacerdote di Desio scomparso il 22 febbraio del 2005, l’arcivescovo ambrosiano ha comunicato la « gratitudine mia e della Chiesa di Milano per la vostra presenza e partecipazione nella vita delle comunità cristiane e nei più diversi ambienti con una fede che è cultura e vita » .
Commentando il Vangelo di Marco ha ricordato che « la tentazione e il pericolo degli “ idoli” non sono lontani da nessuno di noi » e che « anche la verità, anche la religione, anche i valori della vita possono diventare “ idoli” » , quando ad esempio « una religione assume la forma della violenza, quando Dio è pensato contro l’uomo e la sua libertà » . Non si può « ascoltare realmente la parola di Dio – ha aggiunto – senza essere provocati e scossi interiormente, liberati dalle “ ideologie correnti” » . A Cl, il pastore ha rivolto la chiamata, con le parole del presidente della Fraternità di Cl, don Julián Carrón, che ha concelebrato la Messa, « a rendersi più consapevole dello scopo per cui lo spirito ha dato un carisma a don Giussani: contribuire, insieme a tutti i battezzati, alla costruzione e al rinnovamento della Chiesa, per il bene del mondo. Saremmo infedeli alla natura del nostro carisma – aggiunge Carrón nel suo messaggio – se il dono ricevuto non fosse condiviso con tutti, dentro e fuori dalla Chiesa » . Il successore di don Giussani alla guida del movimento ha « affidato all’abbraccio di pastore » di Tettamanzi « la disponibilità a servire con tutte le nostre possibilità e attraverso i nostri limiti questa santa Chiesa di Dio, secondo il cuore e la passione che don Giussani ci ha sempre comunicato » .
DI ANNALISA GUGLIELMINO

venerdì 20 febbraio 2009

Cl, la fede motore dell’uomo


Cl, la fede motore dell’uomo
S copo primario del movimento di Comunione e liberazione è l’educazione alla fede dei pro­pri aderenti e la collaborazione alla missione della Chiesa in tutti gli am­biti della società. Nasce nel 1954 a Milano quando don Luigi Giussani dà vita, a partire dal liceo classico Berchet, a Gioventù Studentesca. La sigla attuale, Comunione e libera­zione, compare per la prima volta in un volantino distribuito all’univer­sità ed esprime la convinzione che l’avvenimento cristiano, vissuto nel­la comunione, è il fondamento del­l’autentica liberazione dell’uomo. Attualmente Cl è presente in circa 70 Paesi. Non c’è alcuna forma di tes­seramento, ma solo la libera parte­cipazione delle persone. Lo stru­mento fondamentale di formazione degli aderenti è la «scuola di comu­nità », una catechesi che quest’anno ha come strumento di lavoro il libro di Giussani Si può vivere così? (Riz­zoli), ora disponibile anche in au­diobook con tre Cd-Mp3.
La rivista ufficiale del movimento è il mensile Tracce-Litterae Commu­nionis
(55mila copie in Italia), che viene pubblicato in dieci edizioni
straniere e che da pochi giorni è af­fiancato dal sito www.tracce.it, con notizie sulla vita di Cl e della Chiesa e approfondimenti su scuola, uni­versità, cultura, società.
Leggere, diceva don Giussani, è il pri­mo modo di ascoltare e quindi di im­parare. E nella storia del movimen­to i libri sono sempre stati racco­mandati come uno strumento fon­damentale di conoscenza e di giu­dizio. Nel 1993 Giussani ha fondato la collana I libri dello spirito cristia­no,
attualmente diretta da don Carrón, che ha al suo attivo oltre cen­to titoli. Sono romanzi, saggi e testi di poesia in cui si mostra, con varia genialità e secondo diverse prospet­tive storiche e psicologiche, uno spi­rito cristiano impegnato a scoprire e verificare la ragionevolezza della fede dentro le circostanze della vita. Nel 1997 Giussani ha anche dato vi­ta alla collana musicale Spirto gen­til,
che ha finora realizzato oltre 40 cd con opere di musica classica e moderna. Sulla figura del fondatore sono stati pubblicati molti testi: il più recente, edito in questi giorni, è
Don Giussani. La sua esperienza del­l’uomo e di Dio (San Paolo), scritto da monsignor Massimo Camisasca, che lo conobbe a 14 anni sui banchi del liceo Berchet di Milano e che nel 1985 ha fondato la Fraternità sacer­dotale dei missionari di San Carlo Borromeo (di cui è superiore gene­rale), una delle «gemmazioni» nate dall’esperienza di Cl. Le altre sono l’associazione di laici consacrati Me­mores
Domini, la congregazione del­le Suore di Carità dell’Assunzione, la Fraternità San Giuseppe, che aggre­ga persone vedove o non sposate.
In ambito sociale, economico e e­ducativo opera la Compagnia delle Opere, che riunisce 34mila piccole e medie imprese, opere caritative, en­ti culturali e imprese non profit.
Dal 1980 nell’ultima settimana di a­gosto si celebra ogni anno a Rimini il Meeting per l’amicizia tra i popoli:
è la manifestazione estiva di incon­tri, cultura, musica e spettacolo più frequentata del mondo.
Giorgio Paolucci
Viaggio nelle «gemmazioni» del movimento. Fra esperienze di fraternità, attività editoriale, impegno culturale e sociale

Giussani, un carisma che continua a fiorire


LA CHIESA E IL MONDO
DI GIORGIO PAOLUCCI
I l 22 febbraio di quattro anni fa moriva a Milano don Giussani. Ma più che di un morto, qui si vuol parlare di uno che continua a vivere. Non solo perché il suo pensiero, i libri che ha scritto e le opere che sono nate dalla sua testimonianza stanno conoscendo una grande diffusione in tutto il mondo, ma anche e soprattutto perché il suo carisma continua a fiorire, generando a una nuova esistenza migliaia di persone. Molte di queste – e col passare del tempo sono sempre di più – non l’hanno neppure conosciuto di persona: hanno sentito parlare di lui, hanno letto qualche suo scritto, hanno incontrato i suoi amici, sono rimaste affascinate dall’esperienza di Comunione e liberazione che da lui è nata. Il tutto è avvenuto secondo quella elementare dinamica del testimone che è all’origine del cristianesimo, e che ha portato il carisma del 'Gius' in settanta Paesi in tutti i continenti. Facendolo stimare non solo tra i cattolici, ma anche tra i fratelli ortodossi e protestanti, nel mondo ebraico, in quello buddista e tra alcuni esponenti musulmani.
Gabriela: «Gesù, passione della mia vita»
«Mi piacevano le discussioni religiose, riuscivo sempre a litigare: pur reputandomi cattolica, ero un anti-Cristo. Ma quando ho conosciuto quelli di Cl qui a San Paolo le cose sono cambiate: loro non mi hanno proposto un’idea di Gesù, mi hanno mostrato ogni giorno la sua presenza e io mi sono appassionata a Lui fino al punto di scoprirlo ogni giorno nel volto delle persone che incontro. E adesso Lui è diventato la vera passione della mia vita». Così si è raccontata Gabriela davanti a dodicimila persone che gremivano il palazzetto dello sport di Ibirapuera a San Paolo del Brasile, in occasione dell’incontro con don Julián Carrón, il sacerdote spagnolo che dopo la morte di don Giussani guida il movimento e che nei giorni scorsi ha incontrato le comunità del Sudamerica.
«Il rischio educativo» in Cambogia
Dalla Cambogia parla Alberto Caccaro, missionario del Pime che da otto anni vive in Cambogia e racconta la sua esperienza sul sito
www.tracce.it. «All’inizio del mio ministero accompagnavo i malati dal villaggio in cui operavo a Phnom Penh e durante le mie soste nella capitale, nella casa del Pime, leggevo spesso la rivista Tracce che un mio confratello lasciava a disposizione. La trovavo affascinante e molto utile in un momento in cui avevo una missione da inventare e tanti interrogativi a cui rispondere. Nel 2006 chiesi a un amico in Italia di spedirmi una copia de 'Il rischio educativo' di don Giussani, un testo che veniva spesso citato nella rivista. Lo lessi d’un fiato, trovando una corrispondenza immediata con le attese del mio cuore. La parola 'mistero', che attraversa tutto il testo, non ha un equivalente in cambogiano, è sostanzialmente intraducibile. Abbandonai perciò l’idea di una traduzione del testo nella lingua locale e decisi di costruire un’opera educativa che veicolasse i contenuti e il metodo che venivano descritti nel libro. Ne è nata una piccola scuola superiore, che è una spina nel fianco per chi fa dell’educazione uno strumento di consolidamento dello status quo. 'La vera educazione dev’essere un’educazione alla critica', scrive Giussani.
Non c’è nulla di più impensabile qui in Cambogia, dove vige tolleranza zero per qualsiasi opinione diversa da quella governativa».
Il parroco ortodosso e la missione
Ioann Privalov è un sacerdote ortodosso, parroco in un villaggio vicino ad Archangel’sk, uno dei principali porti della Russia affacciato sul Mar Bianco, a ventiquattr’ore di treno da Mosca. Appartiene alla fraternità ortodossa San Filaret e qualche anno fa, insieme ad altri amici, si era messo a studiare le diverse esperienze comunitarie e i movimenti cattolici. E così ha 'incontrato' Giussani: leggendo i suoi libri pubblicati in russo, ha scoperto la densità di parole come 'missione' ed 'esperienza', e ha scoperto un padre: «Qualche tempo fa ho fatto una predica sulla missione, elencando varie personalità ortodosse che mi hanno guidato nel cammino, poi ho detto ai parrocchiani: 'Scusatemi, ma tra questi miei padri nella fede
adesso devo citare anche un sacerdote cattolico, don Giussani. Lui mi ha testimoniato proprio questo: salendo i tre gradini di un liceo milanese dove insegnava negli anni Cinquanta, aveva la consapevolezza di portare l’Avvenimento di Cristo nel mondo».
Gli amici dell’ebreo Jonathan
Il pensiero e l’opera di Giussani hanno colpito anche persone che vivono l’esperienza religiosa ebraica, come testimonia da Gerusalemme Jonathan Sierra, un ebreo di origine italiana che dal 1979 vive in Israele ed è responsabile della Compagnia delle opere locale, una realtà nata nel 2004 dall’incontro tra cristiani ed ebrei, arabi e israeliani. «Non ho conosciuto di persona Giussani, ma ho conosciuto i suoi amici che mi parlavano di lui, a cui lui ha dato tanto e ai quali oggi voglio bene. Parlare del carisma, di qualcuno che non hai personalmente incontrato, è un po’ come parlare della luce della luna. La vedi, evidente e chiara, ma sai che è una luce riflessa. Ma spesso è così intensa da mostrarti il panorama attorno. Così forte da riuscire a farti leggere quella mappa, che è complicata, ma in cui è indicato il percorso da seguire».
Quattro anni fa la morte del fondatore di Comunione e liberazione. Un testimone della fede che ha generato molti figli. E che oggi «rivive» in settanta Paesi

Libertà nella solidarietà



Sua Santità Benedetto XVI ha visitato il Seminario Romano Maggiore, e parlando a braccio, ha regalato ai seminaristi preziose riflessioni sul senso cristiano della libertà:

“Il libertinismo non è libertà ma fallimento di libertà.. La libertà fu il grande sogno dell'umanità sin dagli inizi, ma condiziona prepotentemente il pensiero, l’agire e le aspettative dell’uomo nell'epoca moderna. Pensiamo che Lutero si e' ispirato ai testi dei Galati..poi c'e' stato il periodo dell'illuminismo penetrato da questo desiderio della libertà.. e a seguire, anche il marxismo si e' presentato come strada alla libertà.
Secondo l'illuminismo e l'ateismo, quella da Dio è una dipendenza da cui doversi liberare.
Sarebbe così se Dio fosse un tiranno umano, ma non e' così: la nostra dipendenza è essere nello spazio del Suo amore! Siamo uniti a Lui, a tutto il Suo potere. La relazione d'amore col Creatore è la chiamata alla Vita, che è invito a vedere Dio, conoscere Dio, inserirsi nella volontà di Dio, progredire nella relazione con Dio! Questa è l'avventura bella della nostra vita!”.
“Ma che cosa e' la libertà? - si è chiesto il Pontefice - e come possiamo essere liberi?”
“San Paolo ci aiuta in questa realtà complicata della libertà..La libertà, non deve divenire un pretesto per vivere secondo la carne, ovvero l'assolutizzazione dell'io, che vuole prendersi tutto per sé, quell'io assoluto, non dipendente da nulla e da nessuno, che sembra essere “la libertà”.
Proprio questa assolutizzazione dell'io è degradazione dell'uomo e non arriva alla libertà!
Paradossalmente la libertà si realizza nel servire, nel diventare servi gli uni agli altri.
Libertà umana è quindi da una parte essere nella gioia e nello spazio ampio dell'amore di Dio, ma anche essere uno con l'altro e uno per l'altro. Non c'è libertà contro l'altro! Se io mi assolutizzo divento nemico dell'altro, tutta la vita diventa crudeltà e fallimento. Solo insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà!”

Fonte:
http://www.benedictxvi.tv/video/2009/333-20-02-2009-seminario-benedictxvi.wmv

Messe in tutto il mondo per il dono della pace


Messe in tutto il mondo per il dono della pace
I n occasione del quarto anni­versario della morte di don Giussani e nel 27° del ricono­scimento pontificio della Fraternità di Cl, vengono celebrate più di 130 Messe da numerosi vescovi in Italia e nel mondo. Nel Duomo di Milano, stasera alle 21, la liturgia sarà pre­sieduta dal cardinale Dionigi Tetta- manzi; domenica a Roma nella ba­silica di Santa Croce in Gerusalem­me dall’arcivescovo vicegerente Luigi Moretti; e lunedì a Genova nel­la chiesa di Santa Marta dal cardi­nale Angelo Bagnasco. L’intenzio­ne delle Messe è la richiesta a Dio del dono di una pace vera e dura­tura in Medio Oriente, «consapevo­li che il primo cambiamento del mondo – come sempre ci ha ri­chiamato don Giussani – è quello del nostro cuore».
In una lettera inviata al Movimento dopo la sua partecipazione al re­cente Sinodo dei vescovi, don Julián Carrón scrive: «Oggi siamo chiama­ti a renderci più consapevoli dello scopo per cui lo Spirito ha dato un carisma a don Giussani: contribui­re, insieme a tutti i battezzati, alla costruzione e al rinnovamento del­la Chiesa per il bene del mondo. Se­guendo il Suo solito metodo, Dio dà la grazia a uno, perché attraverso di lui arrivi a tutti. E noi saremmo in­fedeli alla natura del nostro carisma, se il dono ricevuto non fosse condi­viso con tutti, dentro e fuori della Chiesa. Ci sono molti ambienti – prosegue il presidente della Frater­nità di Cl – dove tanti fra noi già ren­dono presente Cristo con una libertà e un’audacia che stupisce. Questa nostra presenza nei luoghi reali do­ve si svolge la vita degli uomini non deve per niente venire meno. Allo stesso tempo, a volte ci viene chie­sto di collaborare anche all’interno della Chiesa. In tanti di voi da tem­po date questo contributo – come catechisti nelle parrocchie, attra­verso la caritativa e altri modi di col­laborazione – e ciò dovrà trovarci sempre più disponibili là dove la no­stra presenza sia richiesta e accolta. Certamente questo contributo non può essere che secondo la natura del nostro carisma, che ha nella te­stimonianza la sua espressione compiuta».
Venerdi 20/02/09 ore 21 Tettamanzi a Milano, domenica Moretti a Roma e lunedì Bagnasco a Genova .

giovedì 19 febbraio 2009

La strada di Marcos e Cleuza


Roberto Fontolan
giovedì 19 febbraio 2009


In Brasile ci sono cinquanta milioni di poveri. Poveri veri. Famiglie che vivono recuperando lattine usate, sotto-sottoproletariato delle megalopoli, ragazze plurimadri, venditori ambulanti.
Probabilmente sono più di cinquanta milioni, ma certo il governo federale di sinistra non ama dichiarare i numeri e le enormi difficoltà del recupero sociale. Un governo che si potrebbe definire “governista”, nel senso di uno statalismo meno teorizzato e più realizzato, pervasivamente. Non innanzitutto una filosofia dello Stato che determina le scelte, ma una prassi onnicomprensiva di Governo. Che fa e che deve fare. Tutto. A tutti i livelli, da quello federale a quello comunale, passando per i potentissimi governatori dei singoli Stati che compongono l’immenso, pauroso, strabiliante Paese.
Le nuove concezioni dello sviluppo (anche del micro-sviluppo) affermano che il riscatto avviene attraverso la persona, è la persona che può e deve diventare responsabile della propria avventura nella comunità. E dunque ogni politica sociale deve mettere al centro la persona, garantendo condizioni di base e incoraggiandola a camminare cercando la propria riuscita. È questa l’unica certa strada di uscita dalla povertà, perché risponde al desiderio umano di libertà e protagonismo.
La “linea governista”, maggioritaria in Brasile, ritiene invece che le strade debbano essere determinate dall’alto. Il governo eroga, il governo assegna, il governo garantisce. Case e servizi, salario di sussistenza e impiego, progetti sociali e processi di crescita. In questo modo si aiutano le persone o si diffonde l’assistenzialismo? La società si arricchisce di nuovi soggetti, di persone e gruppi capaci di autosufficienza e di creatività o si favoriscono passività e dipendenza dall’alto?

La strada proposta da Cleuza e Marcos Zerbini segue il tracciato della persona. Da sempre impegnati nella lotta contro la povertà nella megalopoli di San Paolo, guidano una Associazione che ormai raduna ben oltre centomila aderenti. Una parte sono famiglie che vogliono diventare proprietarie di una casa (diciottomila lo hanno già fatto); una parte sono giovani che vogliono raggiungere la laurea universitaria. Intraprendono un cammino duro, lungo e senza garanzie. E bello al punto che di quelli che lo abbandonano si ricordano facilmente i nomi.

Gli scopi sono la casa e la laurea, ma quello che trovano nella vita dell’Associazione è il metodo per raggiungerli. Una scuola di vita, di condivisione, di amicizia, di responsabilità, di protagonismo. Un gigantesco laboratorio di formazione dove incredibilmente l’allegria non nasconde le difficoltà, anzi, in qualche modo se ne nutre e le assimila.

Domenica scorsa dodicimila tra “senza casa” e “senza università” hanno riempito il palazzetto dello sport di Ibirapuera, a San Paolo, per incontrare don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Ai suoi “seguaci” Marcos Zerbini lo ha presentato come «la persona che io seguo». Per Marcos e Cleuza infatti «nella vita si seguono persone, quelle che ti aiutano nel cammino, che rendono più chiari i criteri dell’esperienza».

Seguire qualcuno che sta seguendo qualcun altro. È la formula di questi due leader popolari acclamati e soprattutto amati. Al punto che il loro allegro popolo di poveri non ha esitato ad amare l’uomo che loro stessi amano. Striscioni, canti, applausi per esprimere la felicità di aver trovato un nuovo amico «che ci aiuta nel cammino».

Il successore di don Giussani («io seguo lui») ha delineato una proposta cristiana vibrante di passione per la vita. Desiderio, intensità, pienezza sono state le sue parole chiave. Molto è stato detto su Gesù in un discorso che in nulla c’entrava con la “religione”, inflazionatissima in Brasile, e riguardava invece la persona, la sua verità, la sua dignità, e con esse il suo “diritto” a incontrare risposta ai bisogni e compimento delle attese. La proposta di un “io” capace di vivere qualunque circostanza, anche la povertà. È questa la strada per sconfiggerla.
ilsussidiario.net

domenica 15 febbraio 2009

Con quale autorità - «negare la carità è negare la libertà di amare»


Con quale autorità
«C’è chi dice che la vita è una malattia trasmessa per via sessuale, mortale al cento per cento. È questo che si è voluto affermare uccidendo Eluana Englaro?». Per il leader laico di Cl Giancarlo Cesana «negare la carità è negare la libertà di amare»

di Luigi Amicone


È proprio vero che Dio scrive dritto sulle righe storte. Shit happens. È la vita. Le cose brutte accadono. Per esempio, è accaduta per Eluana Englaro l’esecuzione di una sentenza di condanna a morte per fame e per sete. Nella sue ultime ore abbiamo seguito gli aggiornamenti della notizia scorrendo i siti internet. O buttando occhiate di sgomento su giornali e televisioni. Ma cosa accade quando accade qualcosa di vero anche dentro un’immensa menzogna? Secondo chi l’ha fatta morire, Eluana era morta da diciassette anni. Eppure Eluana aveva la tosse. È stato come il sorgere improvviso di una bella giornata di sole. Come la petizione popolare che Roberto Formigoni e gli altri hanno lanciato al presidente Giorgio Napolitano sabato scorso. E già domenica la redazione di Tempi è stata investita da migliaia e migliaia di firme via fax raccolte da gente comune, gente che ha visto per caso questa cosa nel nostro sito, e che l’ha segnalata al vicino di casa o l’ha messa su un bancone di bar o l’ha portata alla Messa domenicale. Non c’è niente da fare, e ciò è la consolazione e la speranza del vivere, anche del vivere in galera o inchiodati a un letto: un’esperienza di verità spegne come il fuoco nell’acqua qualsiasi cosa nello spettro che va dalla pura ricerca alla pura menzogna. È come il ribellarsi autentico dell’animo umano davanti a una disumanità così conclamata e imposta da una folle e ideologica interpretazione della Costituzione italiana, avvalorata dai massimi vertici dello Stato. È l’imprevedibile, imprevisto, grande moto di umanità che si è opposto con la preghiera, la parola, la testimonianza, la lettera, la pietà e la carità popolare al vuoto di pietà, carità, misericordia del potere scettrato. È come la politica autentica. Poiché, come andiamo dicendo da quando siamo nati, la prima politica è vivere. La politica con la P maiuscola: da quell’eroe che è stato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, a quel gigante che si è dimostrato Silvio Berlusconi e, a seguire, tutto il governo (e caro zio Giulio Andreotti che ti sei unito ai corifei della buona morte, questa volta hai proprio peccato), che contro ogni aspettativa hanno sostenuto fino in fondo la buona battaglia della verità della vita. O, finalmente, accade Enzo Jannacci, l’ateo malinconico, giocoso, poeta, che se ne esce bel bello da sotto i kilt del Corriere della Sera ed è subito aurora: «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». (Leggi l'intervista a Jannacci)

Giancarlo Cesana, ti do del tu, siamo amici da trentacinque anni. Ti aspettavi una storia del genere? Dopo tutto non sono passati neanche quattro anni dalla tragedia di Terri Schiavo. Una volta certe cose ci volevano vent’anni perché arrivassero in Italia. Adesso eccoci qua, con un’eutanasia un po’ bestiale, senza neanche una legge sul testamento biologico, un passo avanti a Zapatero. Cosa ne pensi?
Quello che avevo da dire l’ho detto. Sono cristiano, per me la vita è sacra, è un dono di Dio, è un bene di cui non posso disporre come voglio. Dopo di che ci sono due aspetti che secondo me sono troppo poco sottolineati. Primo: il padre che ha voluto porre fine alla vita di questa donna non si accorge che non è solo. Perché le suore l’hanno sempre assistita e dicevano che erano disposte a continuare ad assisterla. Quindi l’atteggiamento di papà Englaro, consapevolmente o meno, ha negato la vita della figlia e la carità di chi l’assisteva. Ma negare la carità è negare la libertà. È l’impronta tremenda di questa società, negare la libertà di amare. Perché, vedi, io potrei capire uno a cui tocca accudire sua figlia nel modo in cui doveva essere accudita Eluana. Posso capirlo, anche se non giustificarlo. Però, che uno neghi il bene che un altro può fare mi sembra proprio disumano. Secondo aspetto. I sostenitori dell’eutanasia sono generalmente anche i sostenitori del dubbio, i cosiddetti “laici”, mentre noi cattolici, sempre secondo questa versione di laicità, saremmo quelli che vorrebbero imporre la loro fede e le loro certezze agli altri. Questa vicenda rivela esattamente il contrario. Di fatto, da una parte viene negata ogni possibilità di dubitare e si afferma la fede certa di che cosa fosse il bene per Eluana. Dall’altra il dubbio e quindi il senso del limite davanti al mistero. Di fatto i sostenitori dell’eutanasia negano ogni possibilità di dubitare su quello che questa donna comprendeva, sentiva, soffriva. E che avrebbe potuto comprendere, sentire e soffrire mentre la uccidevano staccandole il sondino dell’acqua e delle altre sostanze nutritive. Insomma, si sa così poco che per ucciderla hanno dovuto sedarla. Un trattamento che evidentemente dice che i dubbi c’erano. E invece sono andati avanti. Questo atteggiamento mi ricorda la lettera che una signora scrisse al Corriere della Sera per contestare la posizione del professor Giorgio Pardi, medico abortista che poi ho saputo cambiò opinione pochi mesi prima della sua morte (vedi intervista a Tempi del 5 ottobre 2006, ndr). Pardi sosteneva di non sapere se l’embrione avesse o no dignità umana. Ma questa, gli replicò la donna, è la stessa posizione del cacciatore che sente qualcosa che si muove in un cespuglio e, pur non sapendo se si tratti di una lepre o di un bambino, spara lo stesso.

E di Jannacci che dici?
Buon sangue non mente. Dalle sue canzoni traspare una grande umanità. L’assistenza agli ammalati non è cominciata perché li si sapesse curare. Ma è stata fondamentale per arrivare a curarli. Se sotto l’impulso della “carità” e della pietà cristiana non fossero nati luoghi di accoglienza per i malati (anche per quei malati, come i lebbrosi e gli appestati che una volta venivano semplicemente espulsi dalla comunità e lasciati morire ai margini della società), se non fossero nati gli ospitali e poi gli ordini ospedalieri, la medicina non si sarebbe sviluppata nel modo che conosciamo. È un fatto che lo sviluppo della medicina è cominciato dalla carità e dalla pietà, dalla solidarietà umana, non da un moto scientifico. E da una solidarietà che ha iniziato a vedere la sofferenza umana come partecipazione alla sofferenza di Cristo. Cristo che poi redime tutta la sofferenza umana con la sua resurrezione (poiché come scrive san Paolo, se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, cioè umanamente non potremmo avere speranza davanti alla sofferenza – come ha detto Benedetto XVI, il cristianesimo sarebbe “assurdo”) togliendo così alla morte l’ultima parola. È questa consapevolezza che ha fatto muovere positivamente nei confronti degli ammalati. Se manca, non so come si faccia a sostenere la speranza degli uomini. Shakespeare diceva che la vita è una lunga agonia. Proprio recentemente ho risentito la citazione che definisce la vita come una malattia trasmessa per via sessuale, mortale al cento per cento. È questa la nostra attuale concezione della vita? È questo che si è voluto affermare uccidendo Eluana Englaro? E poi: era in quelle condizioni da diciassette anni, possibile che non si poteva aspettare che il Parlamento approvasse una legge? Possibile che Eluana debba passare alla storia come l’unica italiana uccisa così, per fame e per sete, come nessuna legge, nemmeno la più estremista di quelle sul testamento biologico o addirittura eutanasiche che verranno discusse in Parlamento prevede? Possibile che a nessuno di questi illustri costituzionalisti che hanno consigliato il presidente della Repubblica a respingere il decreto salva-vita di Berlusconi sia venuto il dubbio che forse di incostituzionale c’era non il decreto, ma la sentenza di morte? La prevalenza della legge sull’amore, questo sì è grave.

Massima giustizia, massima ingiustizia. Ormai qui in Italia ci siamo abituati a certe cose. Non credi?
Distinguiamo, intanto, il rapporto legge-medicina e il cosiddetto “giustizialismo” che in effetti imperversa in linea generale ormai da più di un decennio. Quanto al primo corno della questione, è vero, i rapporti tra medicina e legge sono sempre più intensi. Per due ragioni. La prima è che dal punto di vista dell’evoluzione dei costumi di vita la biomedicina è il fattore più rilevante. Pensiamo a cosa hanno prodotto sulle legislazioni le tecniche di fecondazione assistita. Per esempio, fino a ieri era chiaro che “mater certa semper”. Adesso il detto latino e la realtà soggiacente, naturale, normale, scontata fino a qualche anno fa, non è più così chiara. Perché, grazie alla biomedicina, oggi un bambino può avere non una ma diverse madri. Può avere la madre genetica, la madre gravida e la madre nutrice. Insomma siamo entrati in un altro mondo. Ecco quindi la seconda ragione che rende sempre più stringenti i rapporti tra medicina e diritto: tutto questo sviluppo scientifico fa emergere la necessità che in qualche modo si traccino dei confini. Poiché non tutto si può fare, esiste la necessità di regolamentare la medicina, in quanto agli estremi di ciò che è permesso sta ciò che è obbligatorio e ciò che è proibito. Per rispondere al secondo corno della questione, il “giustizialismo”, il problema della legge è che sia ben amministrata e che l’esercizio del potere giudiziario non prevarichi sulle persone e sugli altri poteri. Altrimenti la democrazia si va a far benedire. Ecco, in Italia stenta molto ad esserci questo equilibrio. E come dicevo prima, non da oggi. Mi colpì molto, quasi vent’anni fa, l’aggettivo che don Giussani, in una intervista al Corriere della Sera, usò per descrivere l’Italia: paese “intossicato”. Da questa intossicazione non siamo ancora usciti.

Perché?
Perché con il ’68 è stata pesantemente attaccata la tradizione del paese, cattolica, poiché l’Italia è un paese cattolico, senza che sia emersa un’alternativa. Anzi. L’alternativa rivoluzionaria che anche in Italia si è cercato di costruire a partire dal Dopoguerra e che nel ’68 sembrò a portata di mano, è crollata con il crollo del Muro di Berlino. Ha lasciato in eredità un giustizialismo tanto pervasivo quanto impotente, con la stessa crudele inefficienza della pubblica amministrazione. Mi ha impressionato che l’ex ambasciatore americano Ronald Spogli, lasciando l’Italia, ha parlato di noi come di una «potenza in declino». E pare che nessuno dei presenti abbia reagito… Intendimi, io non penso che sia finita, anzi.

Non è finita perché ti auguri che prima o poi arrivi una religione civile anche da noi?
No. Non è finita perché io faccio un’esperienza umana significativa. E poi perché ci sono tanti amici che la fanno con me. Perciò, la mia speranza è fondata su quel che c’è, non sul fatto che domani capiti qualche cosa che adesso non c’è.

Niente religione civile, quindi?
Il problema è serio. Uno Stato, la sua costruzione come compromesso o accordo tra le sue varie componenti, ha bisogno di un riconoscimento di qualcosa di comune. I padri degli Stati Uniti d’America, nella Dichiarazione d’Indipendenza scrissero «riteniamo che alcune verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali; che dal loro Creatore sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili; che fra questi ci siano la vita, la libertà, il perseguimento della felicità». Noi di comune, a fondamento della nostra Costituzione, abbiamo che «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro». È un po’ poco.

Allora ha ragione il teologo Vito Mancuso, secondo il quale i cattolici devono portare in dote alla società il seme della loro identità che marcisce nella terra e fa fruttificare, insieme agli altri semi marciti, una nuova religione civile. È così?
No, il seme che marcisce è per dare una certa pianta, quella pianta, non una qualsiasi, dal cui frutto si riconoscerà se è buona o no. Gesù dice che siamo un lievito, non un soluto. Il cattolicesimo è una religione universale, non civile. Però, tenere presente il cattolicesimo, come dimostra la stessa vita della Chiesa cattolica in ogni parte del mondo, aiuta le civiltà a mettersi insieme invece che farsi la guerra. La persecuzione dei cristiani e della Chiesa cattolica è un po’ una cartina tornasole. Facci caso, dove perseguitano cristiani e Chiesa cattolica, poco o tanto, c’è persecuzione del popolo.

Sarai razzista, denuncerai anche tu i clandestini, visto che per decreto adesso i medici possono (non “devono”) farlo?
Il medico, prestando soccorso, compie un atto di compassione e umanità, che non ha come scopo la denuncia ai carabinieri. Se però vede una meningite, uno stupro, un infortunio sul lavoro, deve denunciare fino al livello penale, per proteggere l’ammalato e la società. E questo lo deve fare sia che si tratti di connazionali sia che si tratti di clandestini. Questi ultimi, poi, ovviamente non sono assicurati. Pertanto per prestazioni assistenziali, almeno quelle di una certa entità, si deve fare denuncia o richiesta alla pubblica amministrazione. Mi pare che sulla nuova legge si sia fatto molto clamore per nulla

Giuliano Ferrara. Continui a seguirlo, nonostante le vostre passate divergenze strategiche sulla “lista pazza”?
Sempre. È una delle persone che stimo di più. Ma non tanto per le sue battaglie per la vita, contro la Ru486 eccetera, che ovviamente condivido. Ma perché fa un giornale che insegna a ragionare, che pone le questioni, che sostiene la curiosità e la conoscenza di come stanno sul serio le cose. Infatti ai ragazzi dico sempre che se vogliono leggere un giornale devono leggere Il Foglio. E Tempi, si capisce. Ma il quotidiano da leggere è Il Foglio. Chiaro che sono con lui nelle battaglie per la vita contro il nichilismo dell’epoca. Ma è quando le butta in politica e poi perde che mi dispiace. Noi queste esperienze le abbiamo fatte oltre trent’anni fa, col divorzio e poi con l’aborto. E non è che si era messi peggio di oggi. Al contrario. Allora, penso al referendum sul divorzio, non c’era una lista pazza. C’era la Democrazia cristiana, Amintore Fanfani, la Chiesa, le parrocchie e tutti si aspettavano un trionfo con milioni e milioni di voti. Poi ci fu l’aborto, una cosa gravissima, tutti convinti che sulla vita la gente avrebbe votato bene, secondo coscienza. E invece niente, le abbiamo perse tutte le cosiddette battaglie etiche. Il referendum sulla legge 40 l’abbiamo vinto per l’astensione, non perché c’è stato un moto popolare di convinzione. La verità non si mette ai voti, si afferma e basta.

E allora che cosa fai? Ti ritiri dallo spazio pubblico?
Niente affatto. Però cerco di non andare a schiantarmi contro un muro quando vedo il muro davanti a me.

Giancarlo, il 22 febbraio corre il quarto anniversario dalla morte di don Luigi Giussani? Ti manca il don Giuss?
Sì, Giussani mi manca. Era uno su cui mi appoggiavo. Però c’è anche da dire una cosa: ci ha lasciato molto. Ci ha lasciato la possibilità di andare avanti. In questo senso è stato un vero maestro. Perché ci ha fatto fare un’esperienza. Un’esperienza che dura, che va avanti, che continua. Insomma, ci ha lasciato una speranza.

Una recente nota divulgata dalla segreteria di Stato vaticana sulla drammatica sequenza di polemiche iniziata con le dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano Richard Williamson arriva a dire esplicitamente che il prelato «per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, non conosciute dal Santo Padre nel momento della remissione della scomunica». La nota, insomma, lascia intendere di un papa molto provato dagli attacchi alla sua persona e alla Chiesa. «Il Santo Padre chiede l’accompagnamento della preghiera di tutti i fedeli». Ma non ti sembra che, al di là del caso Williamson, il papa di Ratisbona e delle lezioni di razionalità, cultura, affetto, sia come sottoposto all’offensiva di un’ostilità preconcetta e militante, quasi come se poteri fuori e dentro la Chiesa si sentissero minacciati e quindi puntassero a depotenziare, indebolire, intimidire, la potenza affettiva e veritativa di questo pontificato?
Sì, sembra che gli rispondano con minor simpatia di quello che ci si aspettava. Però non è solo il caso di questo papa. Succede a tutti i papi. Chi più, chi meno. È successo anche al suo predecessore, Giovanni Paolo II. Noi abbiamo in mente le folle oceaniche ai funerali di Wojtyla. Ma non dimentichiamo gli attacchi che subì per molti anni, fuori e dentro la Chiesa, le critiche feroci. Una volta perché era un conservatore, un’altra perché era amico di Solidarnosc, un’altra ancora perché la pensava un po’ come Reagan e via discorrendo. Tutto ciò non succede perché siamo nel 2009 piuttosto che nel 1985. Succede perché, come diceva Eliot, la Chiesa – e il suo sommo rappresentante – è tenera dove gli uomini vorrebbero essere severi e severa dove gli uomini sarebbero teneri. E questo è un atteggiamento che gli uomini fanno fatica ad accettare.

mercoledì 11 febbraio 2009

GIORNATA NAZIONALE DI RACCOLTA DEL FARMACO





"DONA UN FARMACO A CHI NE HA BISOGNO"

SABATO 14 FEBBRAIO 2009

La carità ti cambia la vita

Sabato 14 febbraio, in tutta Italia, recandosi nelle farmacie che espongono la locandina del Banco Farmaceutico, si potrà acquistare e donare

un farmaco da banco a chi oggi vive ai limiti della sussistenza (oltre 7 Milioni di persone, ISTAT 08).
La Fondazione Banco Farmaceutico, in collaborazione con la Federazione dell'Impresa Sociale - Compagnia delle Opere, organizza il prossimo 14 Febbraio, la IX Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco. L'iniziativa si terrà in 78 province, oltre 1.200 comuni e circa 3.000 farmacie che aderiranno all’iniziativa in tutta Italia.

Sabato 14 febbraio, nelle farmacie che esporranno la locandina della raccolta, circa 10.000 volontari spiegheranno l'iniziativa ai cittadini. Gli stessi farmacisti, rispetto alla domanda degli enti assistiti, consiglieranno il tipo di farmaco da banco (cioè quelli senza prescrizione medica) di cui è maggiormente avvertita la necessità. A beneficiare dell'iniziativa saranno le oltre 400.000 persone che quotidianamente vengono assistite dai 1.200 enti caritatevoli convenzionati con il Banco Farmaceutico in tutta Italia.
In 8 anni sono stati raccolti oltre 1.400.000 di medicinali per un valore di circa 8.7 milioni di euro.
Per introdurre al significato della Giornata di Raccolta viene proposta una frase che sottolinea il valore educativo dell'iniziativa:
In questo particolare momento della nostra vita la crisi economica, colpendo molte persone, sta mettendo a dura prova la stabilità della famiglia e della società, portando al rischio di chiudersi di fronte alle difficoltà. Un gesto di carità cristiana come quello proposto dal Banco Farmaceutico, piccolo quanto si vuole ma reale, ridesta la speranza, getta le basi per ricostruire, per ripartire. La carità aiuta chi la riceve e chi la fa.La Fondazione Banco Farmaceutico ha lo scopo di aiutare le persone indigenti rispondendo al loro bisogno farmaceutico, attraverso la collaborazione con le realtà assistenziali che operano localmente, al fine di educare l’uomo alla condivisione e alla gratuità.
La Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco si svolge con l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, con il patrocinio del Segretariato Sociale della RAI e della Fondazione Pubblicità Progresso.

Si ringraziano i farmacisti per il sostegno economico all’iniziativa e L’ANIFA (Associazione nazionale delle industrie farmaceutiche dell’automedicazione) che ogni anno contribuisce al successo dell’iniziativa con importanti donazioni.
Si ringraziano inoltre: i testimonial Paolo Cevoli e Claudia Penoni, Publitalia, IGPDecaux

Sabato 14 febbraio parteciperò come volontario alla giornata nazionale della raccolta del farmaco.
" Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Noi andiamo in caritativa per soddisfare questa esigenza" (Luigi Giussani)

martedì 10 febbraio 2009

ELUANA «CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO»


L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque» (Enzo Jannacci, Corriere della Sera, 6 febbraio 2009).
Ma una vita come quella di Eluana si può riempire di senso? Ha ancora significato?
La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti.
La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?

Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno?
Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente.

Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.

Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre.
Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita… potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).

La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».

Comunione e Liberazione
10 febbraio 2009




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mercoledì 4 febbraio 2009

SCUOLA DI COMUNITA' "Si può Vivere così? "





PARTE SECONDA - SPERANZA
Cap. IV - La Speranza
I. La speranza è il frutto della fede
"per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo...abbiamo anche ottenuto attraverso la grazia di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Cristo" (San Paolo, Rom. 5, 2).
II. il contenuto della speranza è la gloria di Dio, il riconoscimento di Dio: la fede ci fa capire, vantare di capire e sperare che è per la gloria di Dio che tutto il mondo si muove, che tutto il mondo riconoscaDio, che Dio si faccia riconoscere da tutti
"lo scopo di tutto questo moto per cui ti alzi al mattino ed è una cosa piccola - pensate al vostro lettino, quel piccolo lettino da cui fuoriesci come un topolino; pensate al sole che sorge, da che lettone immenso! - tutto ciò che si muove, la fede ci fa capire e vantare di capire che è per la gloria di Dio. La fede ci fa sperare di vedere che tutto quanto si muove, si muove per la gloria di Dio"
III. il primo modo di vedere questo è capire non vederlo
"Avverrà in California...un terremoto per cui metà California...precipiterà in mare: capire questo è molto più che vederlo, tanto è vero che comprendendolo si può incominciare a mettere i piloni in mare, cioè incominciare a prepararsi"
IV. la speranza è il secondo fattore descrittivo di una personalità nuova; secondo perché deriva dal primo, la fede: senza fede non c'è speranza, con la fede ci può essere speranza
1. Certezza sul futuro
I. La speranza
A. è riconoscere una certezza per il futuro che nasce dalla fede: dal riconoscere una Presenza certa
B. nasce dalla memoria: dalla coscienza di una Presenza che comincia nel passato ed è giunta fino a te
"...la certezza di un presente ti rende certo di un futuro. Per essere certo del futuro, devi essere allora certo di un precedente al futuro, di qualcosa che precede il futuro. La speranza come certezza in una cosa futura poggia su tutto il passato cristiano...perciò non si può far memoria di Cristo come Presenza senza in qualche modo interessarti, meravigliarti, stupirti, vantarti, inorgoglirti, essere contento di tutto ciò che è accaduto in questi duemila anni..."
C. nasce in un modo che noi non vediamo ma possiamo saperlo sulla base della fede: a Dio nulla è impossibile!
"...capisco la vostra difficoltà: la certezza del futuro...non si appoggia sul presente come una pietra...su un'altra pietra...nasce in un altro modo che non vediamo, non possiamo vedere. La certezza della mia fede nasce da ieri, dall'altro ieri, da San Gregorio Magno millecinquecento anni fa, nasce da sant'Ireneo milleottocento anni fa, nasce da San Policarpo millenovecento anni fa, nasce da san Giovanni, nasce da sant'Andrea, nasce da Simon Pietro. Come fa a nascere e giungere fino ad ora? Non possiamo vederlo, possiamo saperlo però! Perché a Dio nulla è impossibile".
D. la ragione, coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, mostra che io ho la fede, anche se non si capisce come avviene; anche se non si capisce sei costretto ad ammettere che c'è un fenomeno che si chiama fede
"Io ho la fede, io credo. Tu sai che io credo...Ma non puoi saere come avviene in me la fede, non posso saperlo neanch'io. E tu, ché anche tu ha la fede (spero!), non puoi sapere neanche tu come fai ad averla. Anzi, sarà uno degli spunti più belli della tua vita, se sarà pensierosa: come mai a me sì e a tanti altri no? E ti commuoverai di fronte al fatto che Dio abbia scelto te, abbia prediletto te su tanti altri...anzi, da un un punto vista molto banale...ti frega! Dio ti frega perché, se ti dà la fede, te la dà perché tu la attui, la comunichi ad altri, cioé ti rende strumento della sua missione.
II. In sintesi, le parole più importanti sono
A. la fede, riconoscere con certezza una presenza
B. la parola certezza che riguarda il futuro
C. il nesso tra il primo ed il secondo punto
III. La speranza nasce da una grande grazia (Peguy, Il portico del mistero della seconda virtù): la certezza della fede, che è il seme della certezza della speranza
A. la fede, certezza di un presente, di un significato nel presente, nel tempo, dà luogo ad una certezza nel futuro
"C'è un periodo che sembra di incertezza, perché non è ancora delineata la figura del futuro: tu conosci la pianta di tamerice, tiri via un semino, lo pianti sotto terra...chissà cosa nascerà di lì? Chissà che forma avrà? Per capire che forma avrà, devi aspettare del tempo".
B. la grande grazia della fede, la certezza di un significato, rassicura un presente nel quale è innestato uno strano seme per cui fiorisce la speranza "del giorno che non muore" (Inno delle lodi del giovedì, Libro delle ore, pp. 140-141)
"L'uomo vive il presente e immagina il futuro proiettando il presente sul futuro e questo, o svaga il presente, lo rende vago, oppure lo storta, diventa un mostriciattolo...Invece la vita cristiana cosa fa? Ti fa vivere il presente con tale attenzione a tutt le cose del presente che facendo attenzione anche al mare che hai davanti, vedi sull'ultimo orizzonte un puntino; e non è una nave che se ne va, è una nave che viene. E' il destino che ti sta arrivando; ed è un grande giorno...come per Cristoforo Colombo: è stato un grande giorno quello in cui ha cominciato ad intravedere un piccolo lembo di terra"
Un possesso già dato
I. La speranza è la certezza di un possesso già dato, perché il presente non te lo dai tu, lo ricevi: "è una grande grazia"
"possesso, perciò rapporto stretto, profondo con la tua persona; già dato, che ti viene dato da un altro, non lo conquisti tu"
A. Pietro, Giovanni ed Andrea fondavano la speranza su Gesù, su una presenza, dovevano sentire di appartenere a quell'uomo perché potessero fondare una loro speranza nel futuro (Giovanni, cap. VI)
B. i parenti di Gesù (Marco, cap. III), invece, non riconoscevano niente in Lui, non erano in unità con Lui, perciò non potevano poggiare nessuna prospettiva per il futuro su di Lui
Sicuri del compimento
I. La speranza cristiana è certezza, una certezza che riguarda il futuro che si appoggia sulla certezza di qualcosa di presente (grande e grosso perché deve sostenere tutto il futuro)
"Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento nel giorno di Cristo" (S. Paolo, lett. Filippesi, 1,6)... Essere sicuro che Lui porta a compimento quello che mi ha dato, vuol dire essere sicuro della mia felicità, essere sicuro del mio destino, essere sicuro del mio compimento, essere sicuro dello scopo della vita...è un bel respiro perché [la speranza] te l'ha data Lui, è evidente che te l'ha data Lui perché ce l'hai e non te la sei data tu; e se è anche Lui che la porta a compimento, quasi quasi puoi dormire tranquillo, in pace"
2. La dinamica della speranza
Il desiderio
I. la fede nasce come riconoscimento di una Presenza eccezionale
II. l'esperienza di una Presenza eccezionale fa scaturire nel cuore dell'uomo un desiderio che riguarda il futuro: che le esigenze fondamentali del cuore siano soddisfatte
"...passa uno, si ferma a parlare con loro, dicono: "E' meraviglioso quest'uomo"...l'esperienza di una Presenza eccezionale fa scaturire...il desiderio che quell'uomo lì rimanga, il desiderio che quell'uomo lì metta a posto le faccende di casa, metta a posto le faccende di casa, metta a posto la moglie impazzita, metta a posto il figlio..."
III. il desiderio diventa certezza del compimento solo se uno si fida e si abbandona alla Presenza che la fede ha indicato
"Le esigenze del cuore dicono che l'oggetto del cuore c'è, nel futuro c'è, perché l'uomo è destinato ad essere felice, giusto, vero...ma la certezza che questo accadrà non può essere sostenuta dal nostro cuore. La certezza...può derivare soltanto dalla Presenza che la fede riconosce. Solo questo può reggere la ragione di una certezza nel futuro...Il cuore dell'uomo...è spinto verso il futuro nella direzione di quelle esigenze ideali; non può essere sicuro che avvengano, non può essere sicuro di non tradirle, per esempio...Come può questo desiderio diventare certezza? Diventa certezza nella misura in cui realizza la sicurezza nel potere della grande Presenza"
La certezza dell'adempimento
I. La certezza dell'adempimento
A. non può venire dal cuore: il cuore desidera l'adempimento ma non sa
B. viene dalla certezza della risposta alla domanda del cuore, che la grande Presenza ha promesso
II. E' importante la distinzione tra sogno e ideale
A. le esigenze del cuore pretendono di essere soddisfatte
1. il cuore, quindi, sogna: immagina una forma che che esaudirà tali esigenze
"... senza la fede, questa certezza di felicità non può essere ragionevole, ma acquista la forma, una forma che le dà il cuore stesso, prendendo pretesto da qualche presenza che non è ancora la grande Presenza (l'uomo per la donna, il bambino per la madre, i soldi per chi ama i soldi, l'esito politico per chi fa politica) e questo si chiama sogno..."
2. la speranza si traduce in sogno
3. il sogno del cuore non può sostenere le ragioni della certezza che le esigenze siano esaudite
B. la speranza si traduce in ideale
1. quando il cuore dell'uomo riconosce la grande Presenza
2. capisce che è dalla grande Presenza che può venire la ragione della certezza che i suoi desideri si attuino
3. perciò domanda alla grande Presenza di attuare le esigenze del cuore, il desiderio di felicità
Una domanda che invade tutto
I. Le circostanze che l'uomo vive sono tentazioni di sogno oppure segni dell'ideale
A. sogno: quando l'uomo pretende lui stesso di dare una forma alla risposta alle esigenze del cuore
B. segni dell'ideale: quando le circostanze rimandano al Mistero, alla presenza di Cristo; alla forma di risposta che la grande Presenza ha scelto
1. per cui l'attrattiva data dalle circostanze è vissuta come qualche cosa di provvisorio che rimanda all'attrattiva definitiva
2. il desiderio è che Cristo venga, si riveli nelle circostanze
3. e questa domanda deve invadere tutto
II. La speranza è la prima caratteristica di un io, di una persona che cammina nel tempo e mette in luce
A. se le circostanze conducono alla delusione
B. ovvero rivelano la grande Presenza, per cui tutte le cose diventano segno e oggetto ultimo della sua domanda
3. Verso il possesso di un bene arduo
Certezza e desiderio
I. La speranza è la certezza nel futuro motivata dalla certezza di un presente
II. La certezza di un bene ancora assente, che avverrà nel futuro; quindi un attesa, un desiderio
Desiderio di un bene arduo
I. La speranza è desiderio di un bene arduo perché costa, esige una pena ed una fatica
L'inevitabile incertezza
I. Una premessa: fra la certezza della fede e la speranza, una certezza futura c'è un periodo che può sembrare di incertezza, nel senso che non si può immaginare come sarà questo futuro
"...non è vera incertezza, perché altrimenti non sarebbe più certezza...la certezza della fede genera la certezza della speranza, ma la modalità con cui questa certezza della speranza è suscitata in noi lascia come un disvagamento, lascia come una tribolazione, come un dubbio, che non è il dubbio, che è incertezza, perché non si riesce ad immaginare, a delineare in nulla come sarà questo futuro"
II. Non bisogna confondere l'immaginazione e la fantasia con la ragione
A. la certezza del futuro è fondata sulla ragione, dipende dalla certezza della fede
B. l'immaginazione
1. aiuta la ragione ma non ha la consistenza della ragione
2. è una capacità immaginativa che ha chi più e chi meno
III. Non si deve confondere l'incapacità che abbiamo a immaginarci il futuro con la certezza di questo futuro
"Non può essere che la difficoltà ad immaginarci, a delinearci come possa essere questo futuro diventi ragione per dubitare del futuro...se è nel futuro...non possiamo sapere come è! Ma che c'è, dipende dalla certezza della fede. Siamo sicuri che c'è, ma non siamo sicuri di come pensarlo, di come delinearne la figura del futuro. Ma questo è anche un vantaggio, perché ci si può sfogare in tanti modi, secondo il temperamento, secondo la fantasia. Come la prima volta che vi ho letto di Giovanni e Andrea: voi non avevate mai immaginato quello che io cervavo di dire, immaginandomi come è stato quel momento. Ma se siete stati attenti, dopo, anche voi avete cominciato a pensarlo così e avete cominciato a imparare a immaginare in quel modo anche altri pezzi del vangelo, per esempio la peccatrice che bacia i piedi di Gesù piangendo, Zaccheo rannicchiato sull'albero che si sente dire "Zaccheo" da Lui che passa".
a) Un cammino che è fatica
I. Il cammino, il compimento del destino è fatica perché è una prova; in questo senso si dice che è arduo
b) La forza di Gesù
I. La forza di Gesù presente non ci abbandonerà mai ed è più forte di qualsiasi difficoltà o fatica
II. Gesù ci ha lasciato il suo Spirito: il suo io, l'energia del suo io in modo da mantenere la sua presenza e così ci aiuta
A. ci fa capire che la vita non è definita dalle prove
B. ci fa camminare attraverso le prove, costruendo la nostra vita
C. ci insegna la pazienza (la grande parola del cammino della speranza)
1. la pazienza è la capacità di portare tutte le circostanze con il ragionevole coraggio di non rinnegare nulla, di non dimenticare nulla, di non rifiutare nulla
a. rinnegare: negare quello che è evidente
b. dimenticare: è l'eludere, accantonare la cosa che non interessa al momento
c. rifiutare: quando si comprende una cosa, la sua importanza o necessità, ma le si sputa addosso
"La pazienza è molto di più "l'Atlante" che porta il mondo. Quella era un'immagine stoica, una presunzione, perché l'uomo non porta il mondo; se pretende di portarlo a un certo punto il mondo lo schiaccia...di fronte al peso delle cose - pensate alla morte, tutto finisce - l'uomo di tutti i tempi che cosa ha pensato? Due cose: dimentichiamo e intanto godiamocela...o invece, se erano uomini seri...la formula stoica: portare le cose sulle spalle, la magnanimità...Ma l'uomo che prende il mondo sulle spalle fa un passo e il mondo lo schiaccia, non può portare un peso del genere da solo"
c) La fedeltà dell'appartenenza
I. La fatica della speranza è rimanere in Cristo, nella fedeltà all'appartenza
II. La fedeltà nell'appartenenza si esprime con la domanda: la mendicanza a Cristo presente
III. I nemici di questa fedeltà nell'appartenza sono
A. la discontinuità (un giorno sù un giorno giù)
B. la fatica
C. il dolore
d) La domanda del perdono
I. L'aspetto più acuto di questa fatica è il perdono, la domanda del perdono, certi di essere perdonati
"la ripresa dopo lo sbaglio, non perché riusciamo noi a rimediare, ma perché, domandando a Cristo presente con il suo Spirito, mendicando da Lui perdono, ciò che abbiamo sbagliato è come se scomparisse e diventasse forza in noi, desiderio di fargli piacere"
II. Il perdono, il segreto mistero della speranza (Peguy), è la rinascita
"Il Battesimo è il principio di questa rinascita, principio che opera per cento anni se uno campa cento anni, per 103 se uno campa 103 anni, che opera 1299 volte se uno ha fatto 1299 peccati e che opera 10.003 volte se uno ha fatto 10.003 peccati"
L'opposto della pazienza
I. Non è l'impazienza: l'impazienza è un difetto dell pazienza
II. E' la tiepidezza: è seguire il cammino della speranza senza sperare
"seguire...col naso storto, con la testa storta...è chi ci sta senza starci...senza brillio, senza energia creativa, senza dolcezza, senza progetto: cioè senza speranza!"
La testimonianza
I. La testimonianza
A. è un pezzettino di morte per Cristo
B. concretamente si chiama missione: andar via
C. è accettazione del Mistero di Dio
La speranza - Assemblea
Il cuore dell'uomo è una promessa
I. Il cuore dell'uomo è una promessa di adempimento all'esigenza di felicità che lo costituisce
II. La promessa di Dio al popolo ebraico è cominciata con Abramo
III. La speranza di Abramo era ragionevole perché
A. corrispondeva al suo cuore
B. era fatta da Dio e Dio non può ingannare
IV. La vita che ci è data è speranza ragionevole perché ci viene da Dio
A. tante volte viene da rinnovare il lamento di Abramo ma è ingiusto
B. è ingiusto
1. perché rinnega il fatto che tu sei stato fatto con il cuore come esigenza di felicità
2. e questo è divino perché deriva da chi ti ha fatto
V. Fin qui è l'esperienza di tutti gli uomini
A. c'è il positivo della risposta al cuore
B. ma nella coscienza della vita privata prevale il dubbio "Chissà?"
C. infine non c'è risposta al problema del male
D. c'è la coscienza di un ente supremo, di un essere unico ma, in assenza di una risposta alla preghiera, si è ricorre agli idoli, agli dei sussidiari, a livello della vita quotidiana
E. il modo di concepire i rapporti scaturisce da come si concepisce la dipendenza ultima, il destino ultimo
F. negli spiriti più illuminati nasce l'esigenza della rivelazione: che il Mistero, Dio venga a farsi conoscere
VI. Dio, quando è venuto, è stato riconosciuto
A. da chi è rimasto "bambino", nell'atteggiamento con cui Dio lo ha fatto: questa è la moralità
B. da chi ha rinunciato alle proprie immagini sull'attesa che Dio ha destato nel cuore e Cristo ha rinnovato
"Soltanto chi è in questo atteggiamento riconosce la sua Presenza...Anche gli apostoli speravano qualcosa d'altro...però...c'era un attaccamento a Gesù che era più acuto di queste immagini a cui erano restati fedeli. Tant'è vero che quando Gesù risorto per la prima volta li incontra, loro dicono: "Maestro, allora, adesso fai il regno di Israele?"...ripetono la mentalità di tutti. E Gesù pacatamente risponde: "Non è così! Il tempo di questi avvenimenti lo sa solo il Padre". E loro sono così bambini vicini a Gesù che lasciano cadere, non stanno attaccati alla pretesa che Lui risponda alle loro questioni così come le immaginano, ma gli stanno attaccati più profondamente di quanto fossero attaccati alle loro opinioni, con una semplicità più grande".
C. il prevalere della propria immaginazione è realmente la grande tentazione contro la fede in Gesù, quindi contro l'obbedienza a Dio
D. Due alternative
1. l'abbandono e la certezza in Cristo che conducono ad una vita di
a. letizia
b. tenerezza: una sensibilità alla gioia dell'altro, tesa ad augurare la gioia dell'altro
2. l'attaccamento alla propria immagine sul cammino, sul destino, che conduce al lamento
"...il lamento che ingombra il cuore e l'orecchio di chi sente, rende pesante la vita di tutti coloro che ci circondano...la vita è lamentosa...non conosce né la letizia né, tanto meno, la gioia che un fiore della letizia"
Il nesso tra fede e speranza
I. L'uomo desidera e si muove per desiderio della felicità, perché la sua natura è sete di soddisfazione totale, di verità, di felicità, di giustizia (le esigenze del cuore)
II. L'uomo è autocosciente, è cosciente di sè, per cui conosce le cose principali di cui è fatta la sua natura
"...anche un cane, venuta l'ora del pasto si muove...ha desiderio di qualcosa, ma non della felicità...L'uomo desidera, si muove...perché la sua natura è sete di soddisfazione totale...Per il cane basta che segua l'istinto, per l'uomo non si può parlare di istinto, si deve parlare di conoscenza o di coscienza. L'uomo ha coscienza che è fatto "per qualcosa di"..."
A. la natura ti fa conoscere la sete di soddisfazione totale alle esigenze del cuore
"il termine della sicurezza naturale è la parola "Chissà?" (chissà mai, chissà cosa sarà, sarà quel che sarà)..."
B. La fede è la coscienza di una Presenza, più potente della natura, che ti chiarisce lo scopo della vita e ti rende sicuro raggiungere ciò per cui sei fatto
III. La speranza "tira" la fede nel senso che mette in moto il desiderio, fa "fremere", fa camminare verso il destino
"...l'accorgersi di sé, la riflessione introduce al giardino fatato dell'essere. La fede ti rende certo del destino per cui sei fatto e te lo fa conoscere, incomincia a fartelo conoscere; allora tu ti muovi, allora è la speranza che tira la fede...La speranza è come un fuoco che tira la fede, tira la conoscenza. La fede può essere faticosa; la speranza la rende meno faticosa, tira la fede..
A. la fede
1. è la misura della serietà
2. fissa il cammino
B. la speranza
1. è la misura del gusto e del fascino
2. si esprime nel fremito, rende viva la curiosità della fede
"Mi ricordo col mio papà quando per la prima volta sono andato al mare, avevo nove anni: dopo via Pergolesi, al semaforo, ero lì che picchiavo i piedi perché volevo vedere il treno che era in alto. La speranza è come il bambino che pesta i piedi, freme..."
La speranza
I. è legata ad una presenza, a qualcosa di presente
"...per sè sarebbe un controsenso: l'attesa di qualche cosa che deve venire è legata ad un presente! Arrivare in cima alla montagna per il bambino è legato ad una presenza: quella del papà che guida..."
II. si poggia su una presenza che tu possiedi, una presenza che ti appartiene e alla quale tu appartieni
"Dove uno appartiene ad un altro è sempre vero l'inverso, che l'altro appartiene a lui, altrimenti è una terribile bugia"
III. questa presenza è Gesù che ti rivela ciò per cui sei fatto e ti dà la forza di arrivare, di compiere il tuo destino
"...Presenza, qualcosa di presente: perciò c'entra con la penna con cui scrivi, c'entra col naso che guardi, c'entra con il sonno che hai, c'entra, c'entra: qualunque cosa guardi o qualunque cosa tocchi, c'entra. Se Cristo non c'entra con quel che tocchi e con quel che guardi, non è vero che tocchi, non è vero che guardi. Non è vero che non c'entra, è che non è vero che guardi, tocchi, ami, non è vera la tua umanità...Manca l'umano: nel nostro dubbio non è Critso che manca, ma è l'umanità nostra che manca"
IV. la prima virtù morale di chi segue Cristo è la semplicità o meglio la sincerità, perché la sincerità è la semplicità che passa attraverso la libertà. Semplice può essere un carattere, sincero è una virtù
Parole chiare ed astratte
I. Non vi è contraddizione: chiaro ed astratto possono stare insieme
II. Una cosa è chiara oppure non ti è chiara o prendi dei pretesti per dirla non chiara quando invece ti sarebbe chiara
A. nel secondo caso bisogna svolgere la cosa
B. nel terzo, dipende da te: se la cosa è chiara, la senti astratta esclusivamente se a te non interessa
"Quanto più uno è amico e vicino, tanto più le cose chiarissime in lui non le capisci, sono astratte perché non permetti ad esse che c'entrino con te. Se non permetti che c'entri con te una cosa chiara che noti in persone legate a te, quella cosa chiara scivola via in fretta, non ti rimane niente, tutt'al più la dici in senso contrario, dici una bugia su di essa, perché non ti interessava. Per esempio, se hai un fratello che gioca a football e a te il football sta qui, mentre tu del basket sei innamoratissimo, quando tuo fratello parla di calcio...a te non interessa minimamente, sei perfettamente indifferente. Mentre all'annuncio che il basket di Philadelphia ha perso con il basket di Boston, tu ti rendi incandescente subito..."
III. l'astratto è lo sfuggente se tu prima ne hai scartato l'interesse, se non ti interessa nella vita vissuta e sentita, se tu hai prima deciso di interessarti ad altro
IV. In questo caso occorre che tu fissi quella parola che senti astratta, devi ripeterla, dire: "Spiegami questa parola", devi fissare quella parola in tutti i modi: "Che c'entra con gli ineressi che io vivo, ora?". Allora puoi, a un certo punto, iniziare a capirla, a sentirla
Sogno e ideale
I. Il sogno è la realtà come la immagini tu, la forma in cui la pieghi tu
"...di fronte ad un oggetto, tu hai una ripulsa o un'attrattiva...questo è il tuo sogno, cioè la realtà come la pieghi tu, nella forma in cui la pieghi tu, che interessa a te, invece che farti interessare alla realtà come è".
II. L'ideale è il desiderio ultimo del cuore, che l'uomo cerca di raggiungere fidandosi della grande Presenza, che riconosce possibile solo con l'aiuto della grande Presenza
Vivere il presente con attenzione
I. Quando l'uomo guarda le cose con verità, nell'ideale, allora tutte diventano segno del suo destino e così non gli sfugge niente della realtà
"Se il destino è Presenza, vivendo il rapporto con questa Presenza tutte le cose diventano un segno di essa. Segno di essa come il puntino in fondo all'orizzonte è segno del destino che sta per arrivare. Se viviamo il rapporto con la presenza di Gesù, tutte le cose diventano segno...Dio incarnato che cosa vuol dire? Destino fatto presenza".
Speranza e vocazione
I. La vocazione
A. è la Presenza del destino che ti chiama
B. reclama la speranza, esige la speranza
II. la speranza è che il destino si compia: "Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento" (S. Paolo, Fil., I, 6)
III. il problema più grave è che la parola è chiara ed è astratta; il rimedio è guardarla in faccia, continuamente guardarla
"Guardarla vuol dire anche domandare a Mario: "Mario, spiegami questa cosa qui. Rispiegami questa cosa qui. Ma per te cosa è questa cosa qui? Perché è concreta questa cosa qui?...Quanto più tu fissi questa cosa, quanto più fai queste domande, tanto più la chiarezza comincai a coincidere con la densità di qualcosa di presente e con la suggestività di qualcosa di sentito"
I nemici della speranza: discontinuità, fatica e dolore
I. I nemici della speranza sono
A. la discontinuità, la non linearità nel mantenere l'atteggiamento giusto: è un errore, una debolezza di carattere
B. la fatica, che é la messa alla prova del carattere
C. il dolore: è l'aspetto più acuto della fatica; se non ha nessuna speranza di risposta vince tutto
"...di fronte al dolore uno bestemmia. Come la madre dell'adolescente che portavano al cimitero, che Gesù ha incontrato in quei campi appena fuori il paese di Nain, mentre gridava nel suo dolore. Per lei il dolore era in quel momento opposto alla speranza..."Donna non piangere". Come si fa a dire a una madre che segue il feretro del figlio, dell'unico figlio, morto, "Non piangere", incominciando così a ricondurla a prendere considerazione di sè? Lei dopo quell'avvenimento si sarà sentita come stranita; avrà sospeso un istante le sue grida e in quell'istante Gesù le risuscita il figlio"
II. Discontinuità, fatica e dolore sono nemici della speranza perché tentano di impedire la fedeltà alla speranza
L'aspetto più acuto della fatica di permanere nell'appartenenza è il perdono
I. Il perdono è la cosa più difficile da accettare perché vuol dire tagliare alla radice la presunzione, la pretesa che abbiamo di possedere noi stessi e di realizzare noi la nostra vita
II. Non siamo capaci e perciò sbagliamo sempre
"...tutte le cose che facciamo non stanno in piedi, non sono giuste: i rapporti con le persone, con le cose, con se stessi non sono mai giusti e non non riusciamo a mettere a posto"
III. Ma c'è una forza che ci abbraccia anche se siamo cattivi, la nostra agitazione si calma e riconosce Colui a cui apparteniamo
"Allora, a questo punto, uno cede. Come un bambino che fa i capricci e la mamma invece di sculacciarlo, lo abbraccia: quello che si agita un po' tra le braccia, ma dopo un po' piange"
IV. Il perdono è la tentazione di umiliazione più forte perché l'uomo pretende di essere padrone di se stesso; il dovere essere perdonato è l'opposto più terribile, perciò è la fatica più grande
V. Essere perdonati vuol dire capire che veramente si appartiene ad un Altro ed è questo Altro che ci fa essere quel che dobbiamo essere, che toccandoci di dà la forza per riprendere il cammino
I fattori della personalità: fede e speranza
I. Il primo fattore della personalità è la fede, perché ti fa conoscere che per potere essere, stare in piedi e camminare occorre la presenza di un Altro
"la ragione non tiene, tutta l'energia della sua forza non tiene, non basta, neanche a compiere un gesto giusto, diceva Ibsen nel Brand"
II. la speranza è il secondo fattore costitutivo perché la personalità si costituisce per andare verso qualche cosa d'altro che è nel futuro e la chiarezza e la forza per andare verso il futuro è data da un Altro
Il ruolo della libertà
I. La libertà consiste nell'accettare o rifiutare la speranza: l'aiuto di un Altro che dona la capacità di affrontare con chiarezza e forza il futuro, vincendo le tentazioni del dolore, della fatica, della discontinuità o della prova
II. la forma più elementare e più decisiva dell'accettazione è la domanda
"Nella domanda uno partecipa al gesto che lo aiuta, perciò nella domanda incomincia la libertà piena. Se uno viene lì per aiutarmi a tirarmi fuori dalla macchina, io posso dire di no, posso tentare di uscire da solo; posso a malincuore dovere accettare la mano che mi sostiene; ma posso desiderare la mano che mi sostiene, accettare di chiederla: è qui, è nella domanda che la libertà si pone nella sua pienezza"
"Chiaro", "giusto", "astratto"
I. Chiaro vuol dire che il discorso è logico, tiene.
"...mi metto di fronte alle parole, alle frasi, ai nessi logici che il discorso fatto dal Gruppo Adulto ci propone. Questa è l'analisi, resta tutto astratto, chiaro, chiarissimo, "non ho niente da obiettare", ma è astratto
II. Giusto vuol dire che il discorso è pertinente alla vita, aiuta, sostiene la vita, che riconosco che mi è necessario per vivere
"bisogna raggiungere il concetto di giusto, cioè la mia vita senza destino è una vita da cani ed è una vita che va a finire in marciume"
III. Astratto vuol dire che riconosco che ci vuole una cosa giusta per la mia vita, che mi è necessaria ma non lo capisco ancora, non lo sento ancora, non lo vedo ancora
IV. Per rendere il "giusto" concreto e non astratto occorre fare la fatica di stabilire rapporti, di vivere dei rapporti: occorre una compagnia
"Nel rapporto, lentamente, il giusto...incomincia a diventare concreto. L'amore come gratuità e come tenerezza lo impari da una persona che vive l'amore come gratuità e tenerezza, non lo impari teoricamente. La vita la impari nel concreto, non teoricamente...E' nei rapporti che l'Essere si cala"
La speranza del mondo e la nostra speranza
I. La speranza del mondo, istintiva e naturale;
A. è la speranza che domani sia diverso da oggi, da quello che oggi ha di faticoso, che cambi qualche cosa
B. è frammentaria, frammenta la vita
II. la nostra speranza è che io, domani, abbia la forza di abbracciare quello che accade, che "riaccade" grazie ad un Altro presente già oggi, che io possa renderlo costruttivo
Domanda dell'uomo e risposta di Dio
I. Dio, per farsi conoscere, doveva fare un passo Lui e dire:"Eccomi sono qui": ed è stato un caso unico nella storia
"I pigmei che sono i più grandi espressivi dell'umano...che si chiamano gli uomini più pensosi. Nessuno ha avuto risposta, nessuno ha risposta..."
II. La domanda di chi non conosce Cristo è utile perché Cristo è la risposta a tutta la domanda dell'umanità
"...Leopardi...chiedeva alla Bellezza di rendersi visibile e di farsi amare. Era una domanda, la domanda di una cosa che era già accaduta milleottocento anni prima, e non lo sapeva"
III. Dio risponde in un modo preciso: si chiama Cristo. Dio si può conoscere soltanto se si rivela
"Questo è analogicamente vero per noi. Una persona non la si conosce se non si rivela, se non si dice. Un grande psicologo o un grande conoscitore di uomini, un grande penetratore di coscienze può capire tante cose in quanto, senza accorgersi, l'altro svela; ma deve svelare l'altro, altrimenti se non rivela non si capisce"
IV. I pigmei che non conoscono Cristo, a loro modo, chiedevano di conoscere Dio, anzi chiedevano che al Dio che li aiutasse
V. Dio risponde sempre ma con un disegno che è suo: non può coincidere con la dinamica del nostro pensiero
"Esigenza di felicità, esigenza di giustizia, esigenza di amore, che immagini hanno? Sono angoli aperti all'infinito...tutti gli amori, tutte le verità, tutte le giustizie non bastano. Arrivato lì, arrivato sulla cima della collina - direbbe Thomas Mann in Giuseppe e i suoi fratelli-, arrivato in cima alla collina, vedi un'altra collina...e avanti all'infinito, indefinitamente...E' un bel paragone; la vita traduce questo paragone in atto...E' per questo che la von Speyr dice...che Dio fa accadere le cose sempre in modo tale da generare una svista: tu chiedi la salute, ti fa venire il cimurro...e allora tu dici: "Dio è stato malevolo con me". No, tu perché chiedevi la salute? Chiedevi la salute per dare gloria a Dio...bene, per ottenere questo, Dio capisce che deve darti il cimurro..."
La moralità
I. La moralità è permanere nella posizione in cui originalmente Dio ti crea, e questa è grazia
II. l'educazione è necessaria per mantenersi in questa posizione originale
"Se l'educazione del bambino non opera una insistenza sugli atteggiamenti originali cui è stato creato, per esempio sulla sincerità, per esempio sulla dipendenza, per esempio sullo stupore... se non sono sottolineate queste caratteristiche originali, il tempo come tale le svapora, toglie loro la luce che hanno... E così tutti crescono senza educazione e perdano le percezioni originarie; hanno il coraggio di dire: «Ma per me questo non è virtù, non la sento»"
III. ciò che è stato dato all'uomo come Grazia è dato come libertà, e perciò l'uomo lo può accettare o no, o accettare di corrispondervi o no
"Uno che sta nella strada è obbligato ad avere il coraggio e la sincerità di dire: «Ho sbagliato», e dire: «Signore, ho sbagliato» brucia lo sbaglio, perché fa subentrare subito la verità, fa subentrare la verità allo sbaglio"
La fatica
I. Il cuore ci è stato dato come esigenza di felicità
II. quindi noi pensiamo che dovremmo trovarla a buon mercato
III. invece Dio è morto in croce per far vedere a tutti ottenerla deve costare, deve implicare un sacrificio
IV. questo, però, è comprensibile, diventa ragionevole solo se passa nell'esperienza
"Perciò anche la tribolazione delle tentazioni, le prove degli affetti, la fatica della purità, la fatica della coerenza, della giustizia, sono tutte esperienze attraverso cui l'uomo è condotto da Dio per essere più Cristo, per essere più compiuto"
L'arduo e la semplicità
I. arduo non si contrappone a semplice: semplice indica la modalità con cui puoi affrontare l'arduo
"... se tu guardi l'arduo senza semplicità, dici: «Ma, se, però, forse, chissà», che sono tutte le parole più sordidamente e satanicamente nemiche della percezione del vero. Anche se tu fossi davanti a una faccia bella, se non l'ami, trovi tutti pretesti per dire: «Qui, ma, però, ha il puntino qui, ha il puntino nero lì, ha il puntino giallo là, ha il naso leggermente spostato sinistra, leggermente spostato a destra, eccetera.»"
II. La pazienza cristiana e la magnanimità stoica
A. La pazienza cristiana è vicina a quella stoica in quanto deve patire, cioè sopportare
B. ma si distingue dalla magnanimità stoica in quanto è diverso da essa, in quanto è umile sicurezza della forza di un Altro
"«Di tutto sono capace in Lui perché con Lui è la mia forza», diceva San Paolo. Questa è una frase che toglie qualsiasi pretesto che possiamo portare contro la strada ed è la risposta che toglie qualsiasi pretesto di desolazione o di scoraggiamento di fronte a qualsiasi errore. Perciò salva la strada e salva dagli errori"
III. Tutto lo sforzo che stiamo facendo è quello di portarci a percepire la semplicità originale del rapporto tra Dio e l'uomo
"Quando Cristo ha guardato la Maddalena con uno sguardo furtivo per la strada, era una cosa semplice: era un richiamarla con una semplicità ad una semplicità in cui la purità dominava, ridominava; contraria alla sua storia, ma non contraria alla sua possibilità presente

SK a cura di Giorgio Razeto

CASO ELUANA ENGLARO " SE QUESTA E' UNA DONNA"

Newsletter del 04 Febbraio 2009

Riccardo Cascioli

“Lei è una donna. Una donna di trentotto anni: ha la mia stessa età. Ha il ciclo mestruale come ogni donna. Apre gli occhi di giorno e li chiude la notte. Respira benissimo e da sola, serenamente. Il suo cuore batte da solo, tenace e forte. Ci sono momenti nei quali forse sorride e altri nei quali forse socchiude gli occhi. Ma quanti sanno davvero che Eluana non è attaccata a nessuna macchina? Quanti sanno che nella sua stanza non c’è un macchinario, ma due orsacchiotti di peluche sul suo letto? Che non ha una piaga da decubito? Che in diciassette anni non ha preso un antibiotico?”.
Così ha parlato Margherita Coletta, la vedova di un carabiniere ucciso nell’attentato di Nassiriya (Iraq) il 12 novembre 2003, che negli ultimi mesi ha visitato più volte Eluana Englaro nella clinica di Lecco dove era ricoverata da 15 anni e che ha intessuto un rapporto di amicizia con Beppino, il padre di Eluana. Margherita Coletta ha parlato in una intervista pubblicata da Avvenire oggi, 4 febbraio 2009, in in cui racconta la sua esperienza con Beppino ed Eluana. Un’intervista tutta da leggere, ma quelle parole citate all’inizio sono da meditare e riproporre ovunque perché spezzano quel muro di ipocrisia e malignità che un gruppo di sciacalli ha eretto intorno alla famiglia Englaro, sfruttando il dolore di un padre evidentemente disorientato: “Credo sia soprattutto lui in uno stato simile a quello vegetativo”, ha detto di lui Margherita Coletta, con una espressione di filiale affetto.
Ieri sera al TG1 abbiamo assistito al vertice di questa “danza del male”, con l’intervista al primario anestesista della clinica “La Quiete” di Udine, Amato Da Monte, l’uomo che ha coordinato la “deportazione” di Eluana dalla clinica della vita alla camera della morte. Di notte; l’habitat naturale del “principe delle tenebre”. Alla domanda della giornalista che chiedeva sulla possibile sofferenza di Eluana, Da Monte ha risposto: “Eluana è morta 17 anni fa”. Rileggiamo quanto detto da Margherita Coletta: risulta al professor Da Monte che le persone morte aprano gli occhi di giorno, sorridano, abbiano il ciclo mestruale, respirino senza problema, abbiano il cuore che batte autonomamente? E se è così convinto che Eluana sia già morta, perché pensa di somministrarle dei sedativi durante il procedimento di sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione?
Solo chi è morto dentro può capovolgere la realtà fino a questo punto. E proprio lui aveva detto all’inizio dell’intervista che vedendo Eluana per la prima volta si sentiva “devastato”, perché era così diversa dalle foto che da mesi scorrono in tv e sui giornali e che si riferiscono ad Eluana prima dell’incidente. Certo che è molto diversa, così come lo stesso dottor Da Monte è diverso rispetto a 17 anni fa. E’ ciò che accade ai vivi: si cresce, si invecchia. Dei morti, invece, dopo 17 anni restano soltanto le ossa. Ma per Da Monte, Eluana è morta 17 anni fa.

La responsabilità di questa barbarie però, non si può scaricare evidentemente sul solo dottor Da Monte. Egli è soltanto l’immagine fedele di questa nostra società composta di “morti che camminano”, incapaci di dare o almeno di cercare un senso alla realtà, alla sofferenza come alla gioia, al lavoro come al riposo, incapaci di essere uomini e donne. E’ l’immagine dei tanti sciacalli che si sono avventati su Eluana, come prima avevano fatto con Welby, per imporre un’ideologia di morte, a cominciare dai militanti del Partito radicale e i loro avvocati che hanno spinto Beppino Englaro a portare fino in fondo un atto che lo tormenterà fino alla fine dei suoi giorni.

E’ l’immagine dei tanti Ponzio Pilato che affollano gli scranni dei tribunali italiani - e non solo -, che davanti a una evidente invasione di campo di qualche giudice militante, si preoccupano soltanto di stabilire la legittimità formale delle sentenze: la frase è corretta, l’inchiostro è giusto, si proceda all’esecuzione. E ci si permetta qui di correggere il presidente Napolitano, che ha invocato subito una legge sul testamento biologico perché i magistrati della Cassazione si sono inseriti in un vuoto legislativo. Caro presidente, non c’era alcun vuoto legislativo in Italia a proposito di eutanasia: essa è vietata, punto e basta. I giudici hanno compiuto un vero e proprio colpo di mano, e l’unica legge buona sarà quella che impedirà ad altri giudici di perseguire la stessa strada.

Tornando al discorso precedente, il dottor Da Monte è anche l’immagine nauseante di tanti politici incapaci di chiamare le cose con il loro nome e che si trincerano dietro il “rispetto per il dolore della famiglia” per avallare un atto che segna la condanna a morte, non di Eluana, ma dell’intera nostra società di cui dovrebbero essere loro i primi difensori.

E’ infine anche una domanda su ciascuno di noi, se abbiamo fatto tutto il possibile per affermare il Bene, per rispettare la vita di Eluana e sostenere il padre Beppino nella sofferenza.

E’ vero comunque che in tutta questa vicenda sono emersi anche segnali di speranza: abbiamo visto una grande mobilitazione di persone comuni sdegnate per questa barbarie, mobilitate nell’estremo tentativo di salvare Eluana. Segno che la sensibilità per la vita non è morta nel nostro popolo. E abbiamo visto anche dei politici fare il loro possibile per fermare la deriva di questa società, a cominciare dal ministro Sacconi e dal governatore della Lombardia Formigoni

Questo ci aiuta anche a vedere che la partita ancora non è finita. Abbiamo ancora tutti la possibilità di fare qualcosa.
Anzitutto pregare. Pregare perché il Signore apra il cuore a Beppino Englaro, che lo faccia rinsavire e comprendere la gravità del gesto che sta per compiere.E poi fare pressione con tutti i mezzi possibili: manifestazioni, ma anche lettere a giornali, tv. E soprattutto a coloro che stanno per alzare la mano su Eluana: i responsabili della clinica La Quiete e il Comune di Udine che ha fatto da ponte.
Per facilitarvi, ecco alcuni recapiti:
Clinica:
indirizzo e-mail: segreteria@laquieteudine.it
Per il telefono telefonare a: Ufficio Segreteria dell'Asp "La Quiete", la
responsabile dell'ufficio è la sig.ra Barbara Duriavig, tel. 0432-8862216
oppure 0432-8862214, fax. 0432-26460

Comune:
indirizzo e-mail: urp@comune.udine.it
Fax: 0432 - 271355


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