mercoledì 31 ottobre 2012

BUONA FESTA DI TUTTI I SANTI

La parola Halloween ha origini cattoliche. Nella tradizione Cattolica, infatti, a molti Santi viene dedicato un giorno particolare del calendario Cattolico, ma il 1°novembre è il giorno nel quale vengono festeggiati tutti i Santi. Il giorno dedicato ad "Ogni Santi" (in inglese All Saints'Day) aveva una denominazione antica: All Hallows'Day. Presso i popoli dell'antichità la celebrazione di "Ogni Santi" iniziava al tramonto del 31 ottobre e pertanto la sera precedente al 1° Novembre era chiamata "All Hallows' Eve"(Even significa sera) che venne abbreviato in Hallows'Even, poi in Hallow-e'en ed infine in Halloween. La festa pagana che si festeggia in questa notte è l’esatto opposto. Inizialmente in Irlanda e poi in America si festeggiava questa festa per esorcizzare la morte, ma poi l’horror ha preso il sopravvento e oggi in questa notte succede di tutto. La Wicca (congrega delle streghe) in questa notte compie uno dei loro sabba, mentre i satanisti celebrano riti in onore di satana. I giovani si dilettano in sedute spiritiche, travestimenti horror, evocazioni di morti ecc… Ed è questo uno dei problemi principali legati a questa notte. C’è la reale possibilità di rimanere contaminati da influssi malefici. L’altro problema è la soppressione della festa dei santi. Distratti dalla festa ludica e apparentemente innocua dei festeggiamenti pagani, si rischia di non pensare più al vero significato di tale festa. Oggi la parola Halloween ha assunto il significato di macabro, di travestimenti, di vampiri, di streghe, di pipistrelli. Ma non è così! Halloween vuol dire: «Vigilia di Ognissanti». E i santi sono luminosi esempi per la nostra vita. Riprendiamoci la parola Halloween e lasciamo per strada il significato diabolico e pagano che il mondo gli ha dato.

Carrón: «Portiamo la fede nei luoghi della vita»

Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. E’ ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato: Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. È ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato: «Mi ha colpito, rileggendo il documento Porta Fidei, il fatto che il Papa comincia dicendo che oggi non si può dare per scontata la fede: non è un presupposto ovvio. Con questa impressione, e rileggendo poi l'Instrumentum laboris per la preparazione del Sinodo, mi ha colpito molto un passaggio in cui si metteva in evidenza la preoccupazione per il fatto che il cristianesimo non viene comunicato nei luoghi in cui si svolge la vita degli uomini: il posto di lavoro, il quartiere... Questa è veramente una sfida che dobbiamo affrontare, perché attualmente non richiamiamo alcun interesse. Questo ci dice della sfida che il cristianesimo diventi una realtà presente in noi, nel modo di affrontare le cose di tutti i giorni, perché altrimenti sarà difficile che gli uomini si possano interessare a quello che facciamo quando la domenica ci incontriamo per la Messa. Quindi, essere nei luoghi in cui si trova la gente, intercettare la gente e anche la richiesta di assoluto che ha l’uomo. Nella vostra esperienza concreta, questo come si traduce? Si traduce nel tentativo costante di essere presenti, adesso come prima, nell’ambiente, nella scuola, nell’università e nei luoghi di lavoro, dove - con il nostro tentativo sempre “ironico” - cerchiamo di rendere presente il cristianesimo come proposta e testimonianza. Noi questo ce l’abbiamo a cuore, perché è la possibilità per noi stessi di poter verificare - nella vita concreta, nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti - la verità di quello in cui crediamo. E in primo luogo, lo vogliamo per noi stessi, perché se questo sarà vero per noi, noi stessi potremo dimostrare agli altri come la fede sia in grado di rinnovare la vita quotidiana. Deve partire da un’esperienza di conversione personale? Certo, è l’inizio di qualsiasi comunicazione della fede. È il primo passo. Convertendoci a Cristo, potremo poi toccare con mano che questa conversione è utile per la vita, per la nostra vita, per la vita degli uomini nostri fratelli e per la vita del mondo. Oggi, tutto questo ha una motivazione in più, se pensiamo anche alla crisi valoriale - anche a livello politico - che la nostra società sta attraversando. Come può tradursi questo impegno, quindi? Già nel modo in cui, per esempio, ciascuno vive la propria professionalità sul posto di lavoro, nel modo in cui è presente nel quartiere o nel piccolo paese dove abita. Se quello che prevale è questa novità di vita, insieme con il desiderio di comunicarlo all’altro affinché diventi un bene per gli altri - sottolineando quindi anche l’aspetto del bene comune che può ritornare a tutti - ciò significa che esso potrà poi raggiungere anche le persone che si impegnano direttamente nel campo politico. In apertura dell’Anno della Fede, qual è il suo auspicio? Il mio augurio, e il mio desiderio, per me e per tutti gli amici, per tutti i cristiani, è quello che ci dice il Papa: di sapere riscoprire il valore della fede, affinché possiamo uscire da questo Anno della Fede più convinti, più persuasi che mai del fatto che la fede è il dono più prezioso che ci è capitato nella vita

martedì 23 ottobre 2012

Convertito da uno sguardo. Incontro con l'attore Pietro Sarubbi

SABATO 27 OTTOBRE ORE 21 PARROCCHIA SACRA FAMIGLIA VIA TRIPOLI - PADERNO DUGNANO INCONTRO CON L'ATTORE PIETRO SARUBBI CONVERTITO DA UNO SGUARDO
Convertito da uno sguardo L’attore Pietro Sarubbi: “Il ruolo di Barabba mi portò a Gesù” Molti di noi lo ricordano nei panni di un Barabba allucinato e un po’ ebete, in The Passion of Christ di Mel Gibson. La sua storia personale, però, assomiglia più a quella di un buon ladrone o di un figliol prodigo. Una cosa è certa: per Pietro Sarubbi recitare anche solo una manciata di minuti in un film su Gesù di Nazareth, ha cambiato radicalmente la vita. Come normalmente accade nel mondo dello spettacolo, Sarubbi è vissuto per molti anni lontano dalla fede, in un tipico ambiente in cui il nome di Dio è tabù ma, in compenso, i divi vengonodivinizzati… All’età di 42 anni, tuttavia, l’attore milanese ha incontrato il Signore. Non attraverso una sconvolgente esperienza mistica, magari cadendo da cavallo e perdendo la vista come San Paolo, ma semplicemente svolgendo il proprio mestiere. “Recitando il personaggio di Barabba… ho avuto la fortuna di incrociare lo sguardo di Gesù”, ha raccontato Sarubbi. “Quello sguardo mi ha sorpreso, incuriosito, spaventato, portandomi ad una totale conversione”. Per l’attore inizia così una nuova vita che lo porterà, nel giro di un paio d’anni, ad abbracciare in modo convinto la fede cattolica e i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Dopo aver ricevuto la cresima, Sarubbi ha sposato in chiesa la donna con cui da anni conviveva. Ha fatto, infine, battezzare i suoi tre figli (altri due sono nati dopo la conversione del padre). Negli ultimi vent’anni Sarubbi è diventato noto al pubblico televisivo, recitando in fiction di grande successo come Casa Vianello, Il Maresciallo Rocca, Un medico in famiglia, Vivere. Ha inoltre un’esperienza di cabaret allo Zelig di Milano e ha recitato in teatro con Franco Zeffirelli e Gabriele Lavia. Al cinema la sua interpretazione di maggior rilievo è Il mandolino del capitan Corelli di John Madden. È proprio a seguito della visione di questo film che, nove anni fa, Mel Gibson lo vuole nel cast di The Passion. “Sono grato al Signore di questo cambiamento anche se mi è costato fatica: passare da attore ‘alla Bukowski’ adattore ‘alla don Bosco’ non è semplicissimo!”. Da qualche anno Sarubbi insegna recitazione e, ai giovani che vogliono intraprendere la sua strada, ricorda che nulla viene dato loro gratis e che, anche nei mestieri ‘brillanti’ il sacrificio e il lavoro duro sono imprescindibili: come in ogni professione “è importante studiare, frequentare una scuola di cinema o di teatro”. Nell’intervallo tra una ripresa e l’altra Sarubbi gira per le parrocchie, gli oratori e i centri giovanili di tutta Italia, per rendere la propria testimonianza di fede. Ricordando che fare l’attore ed essere cristiano è possibile, è entusiasmante e aiuta a riscoprire se stessi. Anche recitando…

MOSTRA: OGGI DEVO FERMARMI A CASA TUA - L'EUCARESTIA, LA GRAZIA DI UN INCONTRO IMPREVEDIBILE

In occasione dell'anno della fede, e in collaborazione con le parrocchie del Decanato, dal 26 ottobre al 1 novembre 2012, presso il Santuario S.Maria Annunciata, via Piaggio n.8 a Paderno Dugnano sarà allestita l'esposizione della mostra "Oggi devo fermarmi a casa tua - L'eucaristia, la grazia di un incontro imprevedibile"

domenica 21 ottobre 2012

Dante, uno di noi

Successo delle letture «popolari» di Nembrini. Il successo delle letture dantesche di Nembrini è frutto soprattutto di un passaparola che in questi anni ha coinvolto migliaia di studenti, insegnanti, madri e padri di famiglia.Dai ripetuti incontri con i giovani è nata Centocanti, un’associazione che ha riproposto le «letture» in scuole, piazze e centri culturali, dando vita a una sorta di Divina Commedia vivente che ha contribuito alla riscoperta in chiave popolare dello scrittore fiorentino. Lo scopo è sempre il medesimo, quello stesso indicato dall’autore della Commedia: «Rimuovere gli uomini da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità». La passione di un insegnante contagia studenti e casalinghe Tutto esaurito nelle quattro serate al teatro Out Off. Che da dicembre diventano un cofanetto di dvd
Dedicato a chi considera Dante una statuetta da museo, un ricordo del passato o una inevitabile scocciatura scolastica. Quattro serate sulla Divina Commedia lo ripropongono come un grande, da cui tutti possiamo imparare come stare al mondo. Un gigante della poesia, un protagonista del suo tempo, ma soprattutto un uomo che ha molto da dire agli uomini di oggi, a chi concepisce la vita come un cammino alla ricerca della felicità. Stasera al teatro Out Off va in scena la quarta lettura dantesca, e come per le altre tre i posti sono esauriti da tempo. Una platea di giovani e giovanissimi, ma anche insegnanti e casalinghe, è venuta ad ascoltare Franco Nembrini, non nuovo a questo genere di performance. Un insegnante originario di Trescore Balneario (Bergamo) nelle cui vene scorre sangue dantesco da quando era giovane studente, quarto di dieci figli, e per aiutare la famiglia lavorava in un negozio di gastronomia: un pomeriggio, trasportando sulle scale pesanti casse di vino, viene folgorato dal ricordo di una terzina di Dante da cui scaturisce il suo grande amore: «Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scender e ’l salir per l’altrui scale». Il sommo poeta diventa compagno e maestro nell’avventura della vita, e quel ragazzo divenuto insegnante riesce a coinvolgere chi lo ascolta in un itinerario fatto di forti passioni e di un acuto ragionare. Il desiderio della verità, il fuoco dell’amore, la passione per la politica, la percezione della realtà come segno che rimanda ad altro, sono le costanti del cammino dantesco nelle quali gli spettatori vengono invitati a immedesimarsi. Fino a considerarlo «uno di noi». Un’esperienza coinvolgente che si è alimentata in trent’anni di insegnamento, in un confronto serrato con le domande, le obiezioni e le intuizioni di migliaia di studenti. E nella quale sono risultati decisivi l’incontro con don Giussani e l’avventura educativa nella scuola paritaria La Traccia di Calcinate, di cui è rettore. Dopo decine di letture nelle piazze italiane, ha deciso di mettere a disposizione di tutti la sua passione: dalla videoregistrazione delle 4 serate verrà ricavato un cofanetto con 4 dvd e un cd dal titolo «El Dante». DI GIORGIO PAOLUCCI - http://edicola.avvenire.it

ALLEANZA TRA CHI SA FAR GIRARE I SOLDI E CHI IL CUORE Apriteci così lo sguardo (l'arte dice che siamo vivi)

È inspiegabile. O forse no. È paradossale, o forse no. Dico il fatto che in centro a Milano stia per aprire un nuovo museo dedicato all’arte del Novecento. Progetto nato in tempi in cui la crisi non mordeva così, ma che realizzandosi ora ci offre una chiave di lettura dell’epoca in cui viviamo. Una nuova ala, per la precisione, di un museo già esistente, e che appartiene al progetto Gallerie d’Italia di Fondazione Cariplo e Banca Intesa. Ma come? La crisi i tagli, i cortei, le proteste, e ci mettiamo a fare un museo di opere d’arte? Non è inutile? Leggere un’epoca di crisi senza tener d’occhio certi fatti e movimenti è da sciocchi. A Milano, in pieno centro, davanti alla Scala, sta dunque per aprire un nuova casa della bellezza italiana. Accanto alle raccolte dell’800 un’altra grande quantità di opere d’arte vengono così rese disponibili. Il museo avrà alcune innovazioni - tra cui l’orario e l’ospitalità. Si sono tenuti festival culturali in ogni dove, e a Bologna in queste ore con un happening di poesia d’amore si celebra Guido Guinizelli inventore dello Stil Novo da cui vengono tutte le nostre parole innamorate…Sono tutte iniziative folli? Reperti di vecchie illusioni? Sogni fuori tempo massimo? È vero, in molti casi si sono buttate via risorse usando la cultura come scusa, mentre si faceva intrattenimento o politica, in altri casi si sono inventati musei culturalmente inutili anche con grande dispendio (come un 'museo della città' nel capoluogo emiliano, giusto per dare lustro a qualche maggiorente). E la crisi ha di certo investito anche le spese in campo culturale, molte istituzioni giustamente si lamentano. Ci sono tesori chiusi, ci sono cali paurosi nella vendita di libri, beni straordinari trattati in modo inerte, spompato. La sfida di chi apre nuovi musei in un Paese ove la metà degli abitanti non ha mai messo piedi in un museo è di inventare modelli postilluministici e postcentralisti di condivisione dell’esperienza culturale. La sfida è decisiva. Intanto, l’Italia continua – stringendo i denti – a essere un luogo vivace di iniziative, di istituzioni, di offerta. Di gente che ha voglia di fare cultura e di condividerla. Il gesto dei mecenati bancari milanesi costituisce un atto che va letto con consapevolezza: un luogo dove si offrono numerosi capolavori dell’arte italiana del secolo passato e contemporanei ci può aiutare a vedere chi siamo ora. A capire certe fragilità, previste e immaginate, e certe fughe dal reale, o manipolazioni, o visioni della nostra anima. Quelle con cui di fatto ci troviamo oggi ad affrontare la tempesta. La cosa peggiore nei momenti di crisi e non accettare di guardarsi in faccia. E con la scusa di stare chini su indici di borsa, polemiche giornalistiche e conti in banca, evitare di guardarsi in viso e di scrutarsi dentro, evitare di guardare i colori, i tagli, gli struggenti movimenti. Quasi sperando che le crisi passino senza cambiarci davvero. L’arte non serve a niente, si sa, ma ci ricorda che siamo vivi, e ci fa guardare cosa siamo. E allora forse il gesto di aprire quelle sale in cui aggirarsi tra capolavori recenti è un modo per non fare finta, per guardare in faccia la realtà e comprendere davvero noi stessi e i giorni duri, felici e drammatici che ci tocca passare. Se qualcuno non alzasse lo strano specchio delle opere d’arte in cui rifletterci e riflettere sul mondo, allora sì la crisi sarebbe totale, e senza aria, né scampo. Vagheremmo come ciechi in anni depressi. E invece, nel cuore della regione e della città capitali del fare e dell’operosità si apre un nuovo spazio per l’arte. Buon segno. Del resto, la nostra benzina vera, la possibilità tutta italiana di ripresa è ancora nella strana antica e nuova alleanza tra coloro che sanno far girare i soldi e coloro che veggenti e visionari guardano come gira il cuore dell’uomo.
http://edicola.avvenire.it/©.DAVIDE RONDONI

venerdì 19 ottobre 2012

La cultura come "entusiasmo critico della fede"

Il testo che monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montelfeltro, ha letto al Sinodo sulla nuova evangelizzazione nella sessione di lunedì 15 ottobre
Lungo i secoli, la Chiesa non ha mai contrapposto alla ideologia ateistica un'ideologia religiosa, ma la vita vera, bella, sacrificata e lieta del popolo cristiano, che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso, ma per Lui, che è morto e risorto per noi. Nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle confraternite, nell'associazionismo, negli spazi sociali pur minimi consentiti dalle dittature di tutti i tempi, il popolo cristiano ha sempre gridato un annuncio vivo: la bellezza della fede, l'intensità della speranza, la forza della carità. Molti cristiani - milioni in quel triste ventesimo secolo che Robert Conquest ha definito "il secolo delle idee assassine" - hanno portato l'annuncio vivo della fede nei campi di concentramento e di sterminio. Per questo, giustamente, le icone di questa grande epopea della fede sono San Massimiliano Kolbe e Santa Teresa Benedetta della Croce. Tutto sembrava garantire un influsso obiettivo della Chiesa e delle sue strutture organizzative nella vita della società. Ma al di sotto di questa che sembrava una grande fioritura, le radici del corpus ecclesiale si stavano inaridendo. Così pochi si accorsero che si stava formando un movimento teso alla scristianizzazione della società e alla eliminazione della tradizione cristiana e della presenza ecclesiale. Tutto questo accadeva già nella seconda metà degli anni Cinquanta. Si intuì allora - ed io, guidato dalla straordinaria figura di mons. Giussani, ebbi la grazia di partecipare giovanissimo a questo iniziale movimento - la necessità di ripartire dalla realtà della Chiesa. Non sembravano necessarie ipotesi di mediazione con la mentalità mondana, cioè decidere in quali spazi eventualmente la Chiesa poteva essere di nuovo una presenza; si trattava semplicemente di "incominciare a fare il cristianesimo". Una operazione come questa fu definita, dall'allora cardinal Wojtyla, una "riforma nella tradizione". Questa fu la evangelizzazione, o meglio una "nuova evangelizzazione": riproporre l'avvenimento della fede come certezza esplicita della presenza misteriosa e reale di Gesù Cristo nella vita della Chiesa, ripartendo continuamente da qui. Nella esperienza viva e totalizzante dell'incontro con Cristo nella Chiesa - nel mistero reale del Suo corpo e del Suo popolo - la Chiesa assume per i fedeli una fondamentale caratteristica di educazione. Soltanto nella educazione, infatti, la fede diventa esperienza effettiva e matura, si conferma come esperienza di vita, si consolida e si dispone a vivere la missione come la propria autorealizzazione. Il primo fattore della educazione ecclesiale consiste quindi nella apertura della missione come tendenza a comunicare la vita di Cristo in noi, all'uomo e alla società, nelle circostanze inevitabili della vita. La comunicazione dello "stupore di una vita rinnovata" è la grande impresa in cui la Chiesa ha bisogno di tutti i suoi figli. La missione implica necessariamente il dischiudersi della cultura come dimensione della persona e della Chiesa. La fede, pertanto, deve essere in grado di divenire cultura: capacità di lettura e di interpretazione della realtà personale e sociale, dal punto di vista del pensiero di Cristo. La cultura della persona implica, secondo l'insegnamento straordinario di Benedetto XVI, una ragione aperta alla realtà, non un uso tecno-scientista della ragione chiusa in se stessa e tesa al possesso degli oggetti. La cultura è una certezza piena di entusiasmo, Origene la definiva "entusiasmo critico della fede", che si esprime come capacità di incontrare, conoscere e valorizzare. Solo in tal senso, la cultura della fede genera una irresistibile capacità di dialogo, perché l'altra dimensione, accanto alla cultura, è certamente la carità: formazione dell'intelligenza e del cuore secondo il cuore di Cristo. La nuova evangelizzazione non è pertanto un problema da risolversi attraverso esperti o specialisti. È l'azione dello Spirito vivo e presente nella Chiesa che occorre riconoscere e valorizzare. Altrimenti sarà inevitabile cadere in quella tentazione oggi così dilagante che, di fronte allo sconforto, mette sì in moto la creatività dei singoli come delle comunità, ma nel tentativo vano di supplire con il surrogato di progetti umani l'azione stessa dello Spirito Santo. Il risultato, purtroppo tante volte, è di divenire concretamente un ostacolo alla grazia di Dio. La nuova evangelizzazione è pertanto un flusso di vita che può prendere forme diverse; occorre riconoscere queste forme, valorizzarle, correggerle se necessario, propiziare un loro incontro nella vita della Chiesa. Solo dopo si potranno fare pubblicazioni di libri e progettare convegni.

Il dono più prezioso

Cosi, seguendo il papa, inizia un viaggio che ci permetterà di conoscere Cristo e noi stessi.
È esaltante iniziare un lavoro. Sempre. Ma lo è ancora di più quando questo lavoro coincide con la questione decisiva della vita. E la fede - riconoscere o meno la Presenza di Cristo, nelle circostanze che la realtà ci mette di fronte - è il fatto che decide la nostra esistenza. In ogni suo istante. È per questo che Benedetto XVI ha voluto l’Anno della Fede, che si apre proprio nei prossimi giorni: per «riscoprire e riaccogliere questo dono prezioso della fede», per «conoscere in modo più profondo le verità che sono la linfa della nostra vita», per «condurre l’uomo d’oggi, spesso distratto, a un rinnovato incontro con Gesù Cristo, via, verità e vita», come ha detto ai Vescovi italiani di recente. «Linfa», perché senza di essa la vita non scorre. Non può scorrere. Si disperde e inaridisce nelle pieghe, spesso drammatiche, della nostra quotidianità. E «distrazione», perché tutto o quasi, oggi, sembra cospirare per distogliere il nostro sguardo da quella Presenza reale, da quell’incontro. Vengono in mente le paroleusate anni fa da don Giussani, per esprimere l’urgenza che sentiva più pressante: «Mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Per la mia formazione in famiglia e in seminario prima, per la mia meditazione dopo, mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto». Ma l’avvio dell’Anno della Fede ci fa comprendere di più anche un altro avvenimento. Pochi giorni fa, chi segue il carisma di don Giussani ha vissuto un altro “inizio”: una giornata di ripresa del lavoro comune, come accade ogni anno (la trovate documentata nella Pagina Uno). Tema: «La vita come vocazione». Ovvero la possibilità che le circostanze che Dio ci mette di fronte - anche le più dolorose, anche quelle che fanno emergere tutto il buio e il dramma - siano riconosciute per quello che sono, cioè «voce di Dio», occasione per la nostra maturazione. Per conoscere veramente noi stessi. Per arrivare al fondo della coscienza che possiamo avere di noi. Fino al suo punto di origine. Così che - concludeva Julián Carrón - si possa dire, con don Giussani, «mia forza e mio canto è il Signore. È la verità di tutto quel che c’è qui, la verità ultima di tutto quel che c’è qui. Ogni cosa in Lui consiste. Mia forza, perciò mia arma di battaglia; mio canto, vale a dire mia dolcezza che rimane nella battaglia, la bellezza che mi trascina nella battaglia, che mi dà sostegno nella battaglia, durasse un’ora o durasse cento giorni, anzi, c’è la battaglia che è tutta la vita, perché nel vivere io tenga presente Gesù. Questo l’amicizia nostra ci promette, un aiuto a camminare dentro questa memoria». Ecco il cammino che abbiamo davanti quest’anno. La possibilità di scoprire noi stessi e insieme Cristo. Di guadagnare una coscienza che, forte della fede, permette di affrontare tutto - tutto! - senza paura, come raccontano molte delle testimonianze che trovate in queste pagine. Ed è un cammino semplice (non facile: semplice) perché lo si può fare seguendo qualcuno. Il Papa, appunto. E la Chiesa, nel luogo e nei volti in cui si fa più prossima alla nostra vita. Questo è ciò che rende esaltante l’inizio del lavoro. Questa è la promessa che sta in ogni passo. Fin dal primo. Fin da ora.

mercoledì 17 ottobre 2012

Il Papa apre ciclo sull’Anno della Fede: nuovo entusiasmo per superare frattura fede-vita

Benedetto XVI ha inaugurato questa mattina in Piazza San Pietro, davanti a circa 40 mila persone, un nuovo ciclo di catechesi dedicato all’Anno della Fede, interrompendo momentaneamente quello sulla preghiera, che svolgeva da tempo. In una intensa riflessione, il Papa ha spiegato di voler aiutare i cristiani a superare la “frattura tra fede e vita” e a ritrovare entusiasmo e coraggio nell’annuncio, pur in contesti sociali che sembrano aver dissolto qualsiasi valore profondo.
Udienza generale. C’era una volta la gioia di essere cristiani, la freschezza e il fuoco del primo annuncio: Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, è sceso sulla terra e ha dato la sua vita per amore dell’umanità, salvandola. Trascorsi duemila anni – constata con un realismo punteggiato d’amarezza il Papa – tanti cristiani neanche ricordano più che questo è “il nucleo del primo annuncio”. Ed ecco la reazione di Benedetto XVI: contribuire personalmente con un ciclo di catechesi a far sì che l’Anno della Fede “rinnovi l’entusiasmo di credere in Gesù Cristo”: “Si tratta dell’incontro non con un’idea o con un progetto di vita, ma con una Persona viva che trasforma in profondità noi stessi, rivelandoci la nostra vera identità di figli di Dio. L’incontro con Cristo rinnova i nostri rapporti umani, orientandoli, di giorno in giorno, a maggiore solidarietà e fraternità, nella logica dell’amore (...) è un cambiamento che coinvolge la vita, tutto noi stessi: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”. Dunque, la fede coinvolge tutta la persona. Ma ai credenti è chiaro questo? Oppure, si chiede Benedetto XVI, la fede è un fattore esteriore, che poco a che fare con la vita di tutti i giorni?: “Oggi è necessario ribadirlo con chiarezza, mentre le trasformazioni culturali in atto mostrano spesso tante forme di barbarie, che passano sotto il segno di ‘conquiste di civiltà’ (…) Dove c’è dominio, possesso, sfruttamento, mercificazione dell’altro per il proprio egoismo, dove c’è l’arroganza dell’io chiuso in se stesso, l’uomo viene impoverito, degradato, sfigurato. La fede cristiana, operosa nella carità e forte nella speranza, non limita, ma umanizza la vita, anzi la rende pienamente umana”. Certi atteggiamenti umani così intrisi di relativismo sono frutto, osserva il Papa, dei “processi della secolarizzazione” e di “una diffusa mentalità nichilista”: “Così, la vita è vissuta spesso con leggerezza, senza ideali chiari e speranze solide, all’interno di legami sociali e familiari liquidi, provvisori. Soprattutto le nuove generazioni non vengono educate alla ricerca della verità e del senso profondo dell’esistenza che superi il contingente, alla stabilità degli affetti, alla fiducia. Al contrario, il relativismo porta a non avere punti fermi, sospetto e volubilità provocano rotture nei rapporti umani, mentre la vita è vissuta dentro esperimenti che durano poco, senza assunzione di responsabilità”. Quindi, Benedetto XVI “stringe” sulla situazione dei credenti, che non è molto più rasserenante. Un’indagine promossa nei continenti in vista del Sinodo sulla nuova evangelizzazione rivela – ha evidenziato – che spesso la “fede è vissuta in modo passivo e privato”, che esiste un “rifiuto all’educazione alla fede” e, in definitiva, “una frattura tra fede e vita”. “Il cristiano oggi spesso non conosce neppure il nucleo centrale della propria fede cattolica, del Credo, così da lasciare spazio ad un certo sincretismo e relativismo religioso, senza chiarezza sulle verità da credere e sulla singolarità salvifica del cristianesimo. Non è così lontano oggi il rischio di costruirsi, per così dire, una religione del ‘fai-da-te’. Dobbiamo, invece, tornare a Dio, al Dio di Gesù Cristo, dobbiamo riscoprire il messaggio del Vangelo, farlo entrare in modo più profondo nelle nostre coscienze e nella nostra vita quotidiana”. E c’è un modo perché questa riscoperta di Gesù e del Vangelo possa realizzarsi. Il Papa la chiama la “formula essenziale della fede”, dove le verità trasmesse sono presenti una ad una, il Credo: “Anche oggi abbiamo bisogno che il Credo sia meglio conosciuto, compreso e pregato. Soprattutto è importante che il Credo venga, per così dire, «riconosciuto». Conoscere, infatti, potrebbe essere un’operazione soltanto intellettuale, mentre «riconoscere» vuole significare la necessità di scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana”. Al termine dell’udienza generale, dopo aver salutato in varie lingue tra cui l’arabo i gruppi presenti in Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha ricordato l’odierna Giornata Mondiale del Rifiuto della miseria, indetta dall’Onu, esortando a “preservare la dignità e i diritti di quanti sono condannati a subire il flagello della miseria, contro il quale – ha detto –l’umanità deve lottare senza sosta”. - di Alessandro De Carolis - http://it.radiovaticana.va/news/2012/10/17/udienza_generale._il_papa_apre_ciclo_sull'anno_della_fede:_nuovo_entus/it

martedì 16 ottobre 2012

Capire l’essenziale - UN VOLO UMANO DA 39MILA D’ALTEZZA. E POCHE PAROLE CHE VANNO AL CUORE

L’ immagine di quell’uomo in tuta da astronauta che dalla soglia di una fragile capsula metallica si getta nel vuoto da 39 mila metri di altezza – la Terra, sotto, così terribilmente lontana – dà a chi guarda il video dell’impresa di Felix Baumgartner un attimo di vertigine. È siderale, in quel momento, il nulla attorno; e quell’uomo è così ridicolmente piccolo, e solo, nella immensità del cielo. L’austriaco che a Roswell, New Mexico, ha superato in caduta libera la velocità del suono precipitando a 1.342 km all’ora, ha battuto molti record e – forse – fornito elementi nuovi alla ricerca aerospaziale. Ma dubitiamo che sia per la ricerca che ha fatto ciò che ha fatto; e nemmeno per i soldi dello sponsor. Perché quest’uomo ha voluto tentare un’impresa da cui aveva buone probabilità di non tornare? È la domanda che chi guardi l’attimo del suo tuffo non può non farsi. (Eppure, benché tolga il fiato quell’abisso, ci avverti dentro anche qualcosa che oscuramente ti affascina, a che non ti è del tutto estraneo). Dopo il salto, per quattro lunghi minuti Baumgartner è, nei monitor che dal New Mexico seguono l’impresa, solo un piccolo punto che precipita nel cielo, ruotando vorticosamente su se stesso come un sasso lanciato da un bambino. La forza dell’attrito è terribile, il respiro è colmato dalla bombola di ossigeno. Non è nuovo a imprese estreme, il tuffatore: a 16 anni ha iniziato a lanciarsi da dirupi e grattacieli. Ma mai era salito tanto in alto. Nella sala di controllo, in quei minuti c’è silenzio. Solo i monitor, muti, indicano la velocità di caduta, e l’ossigeno restante, che rapidamente decresce. Poi, dopo quattro minuti e sedici secondi, il paracadute si apre. Un urlo di sollievo a Roswell. Più lentamente ora il piccolo punto si abbassa. Se ne distingono le gambe, le braccia. Si muove, è vivo. Baumgartner tocca il suolo riarso del New Mexico. Per un istante resta in piedi; poi cade in ginocchio, per lo sfinimento, o forse anche nell’istinto di riabbracciare quella Terra che gli era sembrata perduta. E ci si può chiedere a cosa serva, una impresa come questa. Si può pensare che sia inutile, e inaccettabile, rischiare la vita così. Cos’è, Superman, quest’uomo sempre in cerca di vertigine? A guardarlo su Facebook appena dopo il ritorno a casa, Baumgartner non sembra Superman. È molto stanco, e si vede; sorride, e dice che ora vuole soltanto andare a dormire. A chi gli ha chiesto cosa ha provato, lassù, sospeso su un trampolino sull’Universo, ha risposto: «Quando sei lì in piedi in cima al mondo, diventi così umile che non pensi più a battere record. L’unica cosa che vuoi, è di tornare vivo». Non è Superman, uno così – o almeno, non lo è più. Gli hanno chiesto, ma che cosa allora la spinge? Lui ha citato Jean Piccard, esploratore di abissi oceanici, che diceva: «In tutti noi c’è una forza che ci spinge a non riposarci mai, fino a quando non possiamo andare un po’ più in là». C’è allora una inquietudine da Ulisse in un uomo che si getta da un’altezza a cui già la Terra è una sfera, blu gli oceani, uguali le foreste e i deserti, e indistinguibili le città degli uomini? C’è Ulisse, insieme anche alla 'ubris' della sfida (sul suo sito Baumgartner aveva scritto: «Tutti gli uomini hanno dei limiti, alcuni non li accettano»). Eppure lo stesso uomo, dopo quell’attimo in cui lo si è visto fermo, in bilico sul buio e sul nulla, si è lasciato andare queste parole: «A volte bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli». L’ansia di andare oltre, di violare l’ignoto è stata ed è degli esploratori, e degli uomini di scienza. E qualcosa di forte, scritto nel fondo dell’uomo. Ma a chi lambisce l’ultimo limite può accadere di tornare e testimoniare: bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli. Che è, dopo tante sfide, aver saputo, in fondo, l’essenziale. MARINA CORRADI

lunedì 15 ottobre 2012

“Credo, Signore, aumenta la nostra fede”

L’ho letto da qualche parte, ma non mi ricordo dove. Un uomo che si definisce non credente, dice a un prete che parla della bellezza della fede: “Ma in che cosa credete? In che modo la vostra fede rende più bella la vita? Nel lavoro cercate la carriera e il soldi, come faccio io; in famiglia siete arroganti e volete sempre avere ragione; pretendete che i figli facciano quello che voi volete, come faccio io; cercate di non pagare le tasse e di non fare gli scontrini fiscali, come faccio io; il vostro tempo libero lo passate nel divertimento e davanti alla TV, come faccio io; quello che cercate nella vita è il prestigio e un po’ di potere, come cerco io; se avete una seconda casa, o la tenete vuota o non la affittate agli stranieri, come faccio io: insomma, la vostra vita è come la mia; dove sta la bellezza della vostra fede? Cosa mi chiedete per essere credente: tre quarti d’ora per andare a Messa e poi vivere come tutti. Vi sembra una cosa bella e seria? L’Anno della fede indetto dal Papa e la Lettera pastorale dell’Arcivescovo ci invitano con insistenza a recuperare il Credo che, con eccessiva disinvoltura, recitiamo di corsa nelle Messe domenicali. E’ una antichissima formula che ci fa ripetere i contenuti essenziali della fede: la paternità di Dio e quindi la fraternità di tutti gli uomini, l’incarnazione la morte e la risurrezione di Gesù, la permanente presenza dello Spirito Santo che guida la Chiesa verso il regno di Dio, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna. Aiutiamoci a riappropriarci dei contenuti della fede, perché sono questi che danno contenuti nuovi alla nostra vita. E rendono bella la fede e la vita.
Don Renato ================================================ Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

All’attesa del cuore dell’uomo può rispondere solo un avvenimento

Il testo dell'intervento che don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, ha fatto sabato scorso, 13 ottobre, nell'aula del Sinodo
Beatissimo Padre, Venerabili Padri, Fratelli e sorelle: Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e l’Anno della fede traggono origine dalla stessa costatazione: non possiamo continuare a «pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune». In effetti, «questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta fidei, 2). Se la fede non si può continuare a dare per scontata, la prima urgenza è come ridestare negli uomini del nostro tempo l’interesse per essa e per il cristianesimo. E il luogo privilegiato dove questo può accadere è la vita quotidiana, dove come cristiani entriamo in rapporto con i nostri fratelli uomini. Leggendo l’Instrumentum Laboris, che contiene tanti spunti preziosi per il nostro lavoro, sono rimasto colpito da questa osservazione: «Desta preoccupazione in molte risposte [ai Lineamenta] la scarsezza di primo annuncio nella vita quotidiana, che si svolge nel quartiere, dentro il mondo del lavoro». Questa valutazione, che emerge in tante risposte, mi sembra metta il dito nella piaga, indicando quale sia la sfida che ci troviamo ad affrontare. Malgrado tutti i tentativi fatti negli ultimi decenni per migliorare gli strumenti della trasmissione della fede, la costatazione è semplice: tutto lo sforzo fatto fino adesso fatica a generare una novità di vita tale da destare nei vicini e nei colleghi la curiosità per quello che i battezzati vivono nella vita quotidiana (quartiere, luogo di lavoro). Questo dice molto della difficoltà che oggi ci troviamo ad affrontare come Chiesa: come superare quella frattura tra la fede e la vita che rende più difficile alla fede di essere incontrabile in modo ragionevole, e dunque attraente nella vita quotidiana. Se non riusciamo ad affrontare con chiarezza la questione, continueremo a fare ingenti sforzi senza riuscire a dare una risposta adeguata alla radice del problema. Qui risiede, a mio avviso, il nesso profondo tra l’Anno della fede e la Nuova Evangelizzazione. Infatti, senza «riscoprire e riaccogliere il dono prezioso che è la fede», che renda ogni battezzato una «nuova creatura» capace di mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, la nuova evangelizzazione rischia di essere ridotta a una questione di esperti e una discussione sugli strumenti, e di non avvenire come esperienza personale e ecclesiale in grado di ridestare negli uomini l’interesse per la fede. Per suscitare questo interesse abbiamo un alleato dentro l’uomo di qualsiasi cultura e condizione. Noi sappiamo che il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito. E questo desiderio, anche se sepolto sotto mille distrazioni ed errori, è incancellabile. Rimane in lui l’attesa di un compimento. Perché nessun «falso infinito» - per usare un’espressione di Benedetto XVI -, con cui tante volte identifica il suo compimento, riesce a soddisfarlo. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Cosa potrà dare l’uomo in cambio di sé?» (Mt 16,26). A questa attesa, però, non può semplicemente rispondere una dottrina, un insieme di regole, una organizzazione, ma piuttosto l’avvenimento di una umanità diversa. Come disse don Giussani durante il Sinodo sui laici del 1987, «ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”». Allora come oggi, solo una creatura nuova, un testimone di una vita cambiata può suscitare di nuovo la curiosità per il cristianesimo: vedere realizzata quella pienezza che uno desidera raggiungere, ma non sa come. Uomini nuovi che creano luoghi dove ciascuno possa essere invitato a fare la verifica che fecero i primi due sulla riva del Giordano: «Vieni e vedi», perché «una fede che non possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarà una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, dice l’opposto» (L. Giussani, Il rischio educativo). Intervención en el Sínodo de la Nueva Evangelización del español Julián Carrón, presidente de la Fraternidad Comunión y Liberación No podemos seguir pensando que “este presupuesto no sólo no aparece como tal, sino que incluso con frecuencia es negado” (Porta fidei, 2) Leyendo el Instrumentum laboris (142) quedé impresionado ante esta observación: “es causa de preocupación en muchas respuestas la escasez del primer anuncio en la vida cotidiana”. Todo este esfuerzo hecho hasta ahora tiene problemas para generar una novedad de vida que despierte la curiosidad por lo que viven los bautizados. ¿Cómo superar esa fractura entre la fe y la vida que hace que le sea más difícil a la fe ser encontrada de manera razonable y, por tanto, atractiva? Sin descubrir y acoger nuevamente el don valioso que es la fe, la nueva evangelización corre el riesgo de verse reducida a una cuestión de expertos. Para suscitar este interés tenemos un aliado dentro del corazón del hombre de cualquier cultura y condición. Sabemos que el corazón del hombre está hecho para lo infinito. Permanece en él la expectativa de su cumplimiento. Porque ningún falso infinito logra satisfacerlo: “¿De qué le servirá al hombre ganar el mundo entero si pierde su vida? (Mt 16, 26). A esta expectativa no pueden responder ni una doctrina, ni un conjunto de reglas, ni una organización, sino un acontecimiento. Como dijo don Giussani durante el Sínodo de 1987: “lo que falta no es tanto la repetición verbal o cultural del anuncio cristiano. El hombre de hoy espera, quizás inconscientemente, la experiencia de un encuentro con personas para las que Cristo es una realidad tan presente que ha cambiado su vida”. Un lugar donde cada uno pueda ser invitado a hacer la misma verificación que hicieron los dos primeros discípulos a orillas del Jordán: “Venid y lo veréis”, porque “una fe que no pudiera percibirse y encontrarse en la experiencia presente, que no pudiera verse confirmada por ella, que no pudiera ser útil para responder a sus exigencias, no podía ser una fe en condiciones de resistir en un mundo donde todo, todo, decía y dice lo opuesto a ella”.

Novant’anni fa nasceva don Luigi Giussani. «Al compleanno si sente fisicamente l’amore di Dio»

Oggi è l’anniversario della nascita di don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, nato nel piccolo comune brianzolo di Desio il 15 ottobre 1922. Il sacerdote si è spento nella sua abitazione di Milano il 22 febbraio 2005. Per ricordarlo pubblichiamo una lettera che don Giussani scrisse all’amico Angelo Majo, in occasione del compleanno di quest’ultimo il 31 luglio 1951. Il testo della lettera è pubblicato in L. Giussani, Lettere di fede e amicizia ad Angelo Majo, San Paolo, 2007, p. 96. «Carissimo, è la prima volta ch’io ti faccio gli auguri per il tuo compleanno. È la prima volta che ne so la data. E nel compiere questo lieve atto di amicizia provo una gioia così grande, ch’io mi meraviglio di me stesso. Immagini se tu non fossi nato, quale meravigliosa cosa di meno ci sarebbe al mondo? Una meravigliosa cosa che c’è perché è tutta un dono. Il compleanno è il giorno in cui fisicamente si sente l’amore di Dio che ci ha fatti, potendoci non fare: «prior dilexit nos»: ci si sente «fatti», con stupore. È il giorno in cui si adora nostro papà e nostra mamma: lo strumento sensibile. Crea tante altre cose meravigliose! È un augurio così violento, quasi lo facessi a me stesso. Sento la tua gioia, di trovarti tra i tuoi monti. Auguri anche di goderti tanto anche questi».

domenica 14 ottobre 2012

NON SOLO PER SCONTRO E RIVALSA, MA PER AMORE Ebbene sì, questo è il sogno di un vero autunno caldo

Lo chiamano «autunno caldo». E sta già iniziando. Un nuovo, ennesimo autunno caldo per l’Italia. Forse è inevitabile, forse è una stagione ricorrente, del resto di autunni caldi ne abbiamo già avuti. E non sono granché. Perché quando viene l’autunno caldo gli animi si scaldano, appunto, e aumenta la temperatura dello scontro. Il che non è mai un bene. Ma se è inevitabile io chiedo – a costo di passare per pazzo – che sia almeno un autunno bello. Anzi dirò di più: che sia un autunno d’amore. Perché il calore e l’amore convivono. Ci si può scaldare di rabbia, ma anche d’amore.
E si può usare la collera – la inevitabile collera per le evidenti difficoltà, per la crisi, per il mancato riconoscimento di legittime aspettative e diritti, per ruberie e corruzione – per spingere e avvampare di più per la bellezza e per l’amore. Mi daranno dell’ingenuo, del sospeso per aria. Come sempre si dice dei poeti, senza sapere dove stanno davvero, a che livello radicale e di abisso. Ma il caldo dell’autunno servirà a qualcosa, sarà fertile solo se sarà anche ardore per la bellezza e per l’amore. Questa è una specie di supplica a chi sta organizzando le tappe dell’autunno caldo: fatelo bello, fatelo amoroso. Una supplica strana, può sembrare da pazzi. Ma abbiamo bisogno di bellezza e d’amore molto più che di lotta e di scontro. Solo se sarà anche per la bellezza e per l’amore l’autunno caldo non ci regalerà solo fuoco di rabbie, di risentimenti. Non sarò solo fuoco di brevi incendi, di scontro, di inimicizia. E come si fa a riunire in un fuoco l’ira e l’amore? È possibile? In una sua splendida poesia giovanile, l’operaio Karol Wojtyla, scrivendo in modo asciutto e struggente della morte di un compagno durante il lavoro, arriva a dire: «L’amore prorompe più alto se più lo impregna la rabbia». È una frase vertiginosa e verissima. Si può volgere l’ira a nutrimento, a propulsione dell’amore, o l’ira verso la distruzione e lo scontro. Sì, gli uomini – presi dall’ira, la giusta sacrosanta ira per le difficoltà che si incontrano, per il sopruso patito, per la congiuntura che ad alcuni sembra governata in modo da penalizzare i più deboli – devono decidere: nutrire solo altra ira, o spingere più in alto l’amore. Se cercare solo lo scontro con l’avversario o cercare un altro traguardo dell’amore insieme. Gli uomini, anche al colmo dell’ira – a meno che non abbiano letteralmente 'perso la testa' – sanno che il loro cuore e quello di tutti desidera più bellezza, più amore, non solo più soldi. Occorre 'insaporire' l’autunno caldo di spezie che non siano solo il velenoso risentimento o il facile rivendicazionismo. I capi sindacali e i leader politici ci pensino. Io so che voi sapete di cosa parlo. Nel vostro cuore, caldo più di ogni autunno, voi lo sapete. Occorre far attraversare le manifestazioni e i comizi che state organizzando anche dal brivido del bello, dal brivido e dal fuoco dell’amore. Anche perché dai primi segni l’effetto potrebbe essere non quello di unire i cittadini e i lavoratori, ma di dividere di più gli italiani tra loro, di metterci ancor più gli uni contro gli altri. E invece c’è bisogno di maggiore unità, mentre la barca vacilla. La bellezza e l’amore sono anche nei momenti di difficoltà propellenti migliori che il risentimento e la lite. Fate come potete, tenendo conto di tutti i fattori in gioco, non immagino certo manifestazioni o cortei che distribuiscono fiori (però potrebbe essere un’idea), ma ascoltate la supplica: vestite, speziate di bellezza l’autunno caldo, e se brucerà sia d’ardore amoroso. Solo così l’ira non ricadrà su se stessa, e quel che farete sarà davvero utile per tutti, e ci scalderà in questi tempi rigidi. DAVIDE RONDONI

sabato 13 ottobre 2012

Il Papa: il cristianesimo «è sempre nuovo»

Il messaggio cristiano «non deve essere ab­bassato » a ciò «che piace all’opinione pub­blica ». Immutabile nel tempo, esso, piut­tosto, deve fecondare la quotidianità dell’uo­mo. Per questo, «esattamente come fecero i padri conciliari, dobbiamo portare l’oggi che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dob­biamo portare l’oggi del nostro tempo nell’oggi di Dio». È al piccolo gruppo dei sessantanove parteci­panti al Concilio Vaticano II arrivati a Roma per l’apertura dell’Anno della Fede, convoca­to nei 50 anni dall’apertura di quell’assise che, ieri mattina, Benedetto XVI s’è rivolto, rice­vendoli in udienza e, più tardi, a pranzo. In­contrandoli nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, pre­senti anche patriarchi e arcivescovi delle Chiese o­rientali cattoliche, nume­rosi presidenti delle Con­ferenze episcopali del mondo, il patriarca ecu­menico di Costantinopo­li Bartolomeo I e il prima­te anglicano Rowan Wi­liams, il Papa ha sottoli­neato come sia l’attualità che vive l’uomo a dover essere ricondotta ogni volta all’eternità di Dio. «Sono tanti i ricordi – ha detto il Pontefice rivolgendosi ai presenti – che affiorano alla nostra mente e che ognuno ha ben impressi nel cuore di quel periodo così vi­vace, ricco e fecondo che è stato il Concilio; non voglio, però, dilungarmi troppo, ma vor­rei ricordare solamente come una parola, lan­ciata dal beato Giovanni XXIII quasi in modo programmatico, ritornava continuamente nei lavori conciliari: la parola 'aggiornamento'». Mezzo secolo dopo dall’apertura di quella so­lenne assise, ha proseguito il Papa, «qualcuno si domanderà se quell’espressione non sia sta­ta, forse fin dall’inizio, non del tutto felice. Pen­so che sulla scelta delle parole si potrebbe di­scutere per ore e si troverebbero pareri conti­nuamente discordanti, ma sono convinto – ha affermato – che l’intuizione che il beato Gio­vanni XXIII compendiò con questa parola sia stata e sia tuttora esatta». Il cristianesimo infatti, per Benedetto XVI, «non deve essere considerato come 'qualcosa del passato', né deve essere vissuto con lo sguar­do perennemente rivolto 'all’indietro', per- ché Gesù Cristo è ieri, oggi e per l’eternità». Ciò perché il cristianesimo, ha continuato a spie­gare, «è segnato dalla presenza del Dio eterno, che è entrato nel tempo ed è presente a ogni tempo, perché ogni tempo sgorga dalla sua po­tenza creatrice, dal suo eterno 'oggi'». Ed è al­lora per questo, ha aggiunto papa Ratzinger, che «il cristianesimo è sempre nuovo. Non lo dobbiamo mai vedere come un albero piena­mente sviluppatosi dal granellino di senape e­vangelico: è un albero in perenne aurora, sem­pre giovane». Da qui sgorga un’ulteriore riflessione, e cioè che «questa attualità, questo aggiornamento non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa – ha insistito il papa – ridurre la fede, abbassando­la alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i pa­dri conciliari, dobbiamo portare l’oggi che vi­viamo alla misura dell’evento cristiano, dob­biamo portare l’oggi del nostro tempo nell’oggi di Dio». «Il Concilio – ha concluso – è stato un tempo di grazia in cui lo Spirito Santo ci ha insegna­to che la Chiesa, nel suo cammino nella storia, deve sempre parlare all’uomo contempora­neo, ma questo può avvenire solo per la forza di coloro che hanno radici profonde in Dio, si lasciano guidare da Lui e vivono con purezza la propria fede; non viene da chi si adegua al momento che passa, da chi sceglie il cammi­no più comodo. Santità è far entrare l’oggi e­terno di Dio nell’oggi della nostra vita». SALVATORE MAZZA

venerdì 12 ottobre 2012

Benedetto XVI: tornare alla lettera del Concilio

Nel 50° anniversario del Vaticano II il via all’Anno della fede «Un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo» Il Papa, ieri si è affacciato dal Palazzo apostolico, al termine della fiaccolata promossa dall’Azione cattolica e dalla diocesi di Roma per l’inizio dell’Anno della fede.
Il richiamo a «ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo» «Oso fare mie le indimenticabili parole di papa Giovanni: andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa»
È necessario ritrovare la «tensione commovente» che ebbe il Concilio per il «compito comune» di far «risplendere la verità e la bellezza della fede nel nostro tempo». Ma per far questo, è indispensabile tornare ai «documenti» e alla «lettera» di quella grande Assemblea per trovarne la «vera eredità... al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti» e coglierne, così, «la novità nella continuità». Oggi, dunque, tutta la Chiesa è chiamata a «ravvivare quella positiva tensione, quell’anelito a annunciare Cristo all’uomo contemporaneo»», e l’Anno della fede, in questo senso, in risposta alla «desertificazione spirituale» degli ultimi decenni, vuole proporsi proprio come «un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo». Nello stesso giorno, l’11 ottobre, in cui nel 1962 Giovanni XXIII a­priva solennemente il Concilio Vaticano II, Benedetto XVI, in una Piazza San Pietro gremita di fede­li ha voluto celebrare quell’evento e ha aperto l’Anno della fede. E, quel giorno, il Papa ha voluto poi di nuovo ricordare, alla sera, af­facciandosi come il suo predeces­sore sulla piazza San Pietro gre­mita di gente, al termine della fiaccolata promossa dall’Azione cattolica e dalla diocesi di Roma, confidando che «anch’io sono stato in questa piazza cinquanta anni fa, quando il beato Giovanni XXIII ha parlato – facendo riferi­mento al celebre 'discorso della luna' – con indimenticabili paro­le del cuore, parole piene di poe­sia, di bontà, parole di cuore». Quella sera, ha detto, «eravamo felici e pieni di entusiasmo: il grande Concilio ecumenico si era inaugurato ed eravamo sicuri che doveva venire nuova primavera chiesa, una nuova Pentecoste, una nuo­va presenza liberatri­ce del Vangelo». «Anche oggi – ha quindi proseguito Benedetto XVI nel suo saluto a braccio che Rai1 ha trasmes­so con una differita di una quindicina di minuti – siamo felici, portiamo la gioia nel nostro cuore, ma di­rei una gioia più sobria, una gioia umile: in questi cinquanta anni abbiamo imparato e esperito che il peccato originale esiste e si tra­duce in peccati personali, che possono divenire strutture di peccato, visto che nel campo del Signore c’è anche la zizzania, che nella rete di Pietro ci sono anche pesci cattivi, che la fragilità uma­na è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navi­gando con vento contrario, con minacce contrarie. E «qualche volta abbiamo pensato: 'Il Signo­re dorme e ci ha dimenticato'». Tuttavia, ha aggiunto ancora Be­nedetto XVI, «anche abbiamo fat­to esperienza della presenza del Signore, della sua bontà della sua presenza: il fuoco di Cristo non è di­voratore né di­struttivo, è un fuoco silenzioso una piccola fiam­ma di bontà: il Si­gnore non ci di­mentica, il suo modo è umile, il Signore è presen­te, dà calore ai cuori, crea carismi di bontà e ca­rità che illuminano il mondo e sono per noi garanzia della bontà di Dio. Sì, Cristo vive con noi e possiamo essere felici an­che oggi». «Alla fine – ha quindi concluso tra gli applausi, prima di congedarsi dalla piazza – oso fare mie le parole indimenticabili di papa Giovanni» e richiamando l’espressione di Roncalli («Andate a casa, date una carezza ai bam­bini e dite che è la carezza del Pa­pa ») ha aggiunto: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa». Sulla dimensione non meramen­te celebrativa della celebrazione dell’anniversario del Concilio, Be­nedetto XVI aveva parlato al mat­tino, nella Messa per l’apertura dell’Anno della fede. Un Anno, a­veva spiegato, che vuole essere in segno importante, perché «se og­gi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evan­gelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che cinquanta anni fa». Del resto, ha sottolinea­to, «la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e conte­nuta nei suoi documenti». Ed è proprio in questa stessa prospet­tiva che, ha specificato il Pontefi­ce, «rientra anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio de­stinato alla promozione della nuova evangeliz­zazione, che rin­grazio dello spe­ciale impegno per l’Anno della fe­de », che è «legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa» nell’ultimo mezzo secolo: «Dal Con­cilio, attraverso il magistero del ser­vo di Dio Paolo VI, il quale indisse un Anno della fe­de nel 1967, fino al Grande Giu­bileo del 2000, con il quale il beato Giovanni Paolo II ha ripro­posto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre». In una liturgia ricca di segni, dal­l’Evangelario usato, lo stesso che era collocato vicino a Giovanni XXIII prima, e a Paolo VI poi, du­rante le sessioni del Concilio Vati­cano II, e fino alla consegna dei Messaggi del Concilio all’umanità e del Catechismo della Chiesa cattolica, di cui quest’anno ricor­re il ventennale, papa Ratzinger ha presieduto l’assemblea circon­dato da quattrocento concele­branti, ottanta dei quali cardinali, quindici Padri che parteciparono al Vaticano II, otto patriarchi del­le Chiese orientali, i centonovan­tuno arcivescovi e vescovi presen­ti a Roma per partecipare al Sino­do sulla nuova evangelizzazione, e centoquattro presidenti di Con­ferenze episcopali di tutto il mon­do. Presenti, inoltre, anche il pa­triarca ecumenico di Costantino­poli Bartolomeo I, che al termine della Messa ha preso la parola per parlare dei progressi compiuti nel mezzo secolo trascorso in campo ecumenico, e il primate della Co­munione anglicana Rowan Wil­liams. Nel suo discorso, tornando a insi­stere sulla necessità di tornare al­la «lettera» del Concilio, per tro­varne l’autentico spirito e risco­prire l’essenziale per vivere, Be­nedetto XVI ha, come ricordato all’inizio, osservato che «in questi decenni è avanzata una 'deserti­ficazione' spirituale». «Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio – ha affermato Benedetto XVI – lo si poteva già sapere da alcune pagi­ne tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni gior­no intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto – ha aggiunto – da questo vuoto, che possiamo nuovamente sco­prire la gioia di credere, la sua im­portanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contem­poraneo sono innu­merevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o ne­gativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita». E nel de­serto, ha evidenziato il Papa, «c’è bisogno soprattutto di perso­ne di fede che, con la loro stessa vita, indi­cano la via verso la Terra promessa e co­sì tengono desta la speranza». La «fede vissuta» infatti «apre il cuo­re alla grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai e­vangelizzare vuol dire testimonia­re una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada». SALVATORE MAZZA- Avvenire © RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 11 ottobre 2012

PER SUPERARE LA GRANDE FRATTURA TRA SAPERE E CREDERE - La questione decisiva: il rapporto tra fede e ragione

« Ora è vero. / Ma è stato così falso / Che continua ad essere impossibile».
Don Giussani così commenta questi versi del poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez, citati quali post scriptum per concludere il volume La coscienza religiosa dell’uomo moderno apparso in prima edizione nel 1985: «Quando uno intuisce il Fatto cristiano come vero, gli occorre ancora il coraggio di risentirlo possibile, nonostante le immagini negative alimentate dai modi angusti in cui esso è stato tradotto nella vita propria e della società».
Queste parole mi sono tornate alla mente riprendendo in mano la Lettera apostolica Porta Fidei , con cui Benedetto XVI indice l’Anno della fede. Se è vero che «la porta della fede (...) è sempre aperta per noi» è altrettanto vero che «capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggiore preoccupazione per le conseguenze sociali culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato».
Questo giudizio drammatico, ripreso anche dal cardinale Angelo Scola nella sua recente Lettera pastorale ( Alla scoperta del Dio vicino, n. 3), rivela una profonda consapevolezza che, per ripensare e rivivere la fede, occorre innanzitutto uno sguardo realistico, senza facili ottimismi o ingiustificata negatività, alla situazione attuale e alle vere domande che essa urge. C’è ancora posto per la fede non solo nella vita dell’uomo contemporaneo, ma anche nello spazio pubblico? E cos’è la fede, una fede non ridotta a sentimentalismo o a regole di comportamento? Non è un caso che l’indizione dell’Anno della fede sia esplicitamente collegata da Benedetto XVI alla ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Vaticano II. Nella conclusione del discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, papa Ratzinger ha così riassunto le ragioni della sua importanza: «Il passo fatto dal Concilio verso l’età moderna, che in modo assai impreciso è stato presentato come 'apertura verso il mondo', appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta in sempre nuove forme». Sapere e credere. Che il rapporto tra fede e ragione sia la questione decisiva, emerge in tutto il ricco magistero di Benedetto XVI. Basti ricordare, tra i numerosi altri, i grandi 'discorsi di settembre', nel 2006 all’Università di Regensburg, nel 2008 al Collège des Bernardins a Parigi e nel 2011 al Bundestag di Berlino, che appaiono oggi più chiaramente quasi come passi del cammino di preparazione all’Anno della fede. La grande frattura tra sapere e credere, così caratteristica della mentalità attuale, è il frutto della duplice riduzione della fede (ricondotta a sentimento soggettivo o a moralismo) e della ragione (ricondotta positivisticamente allo sperimentabile della scienza) operate dalla modernità. «Egli si è mostrato». La stessa ragione dell’uomo però, anche in questi tempi così confusi, porta insita l’«esigenza di ciò che vale e permane sempre» e «anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui» (Parigi). Così l’odierna confusione ha non poche analogie con quella che si trovò ad affrontare il primo annuncio cristiano, agli inizi, come testimonia l’avventura di Paolo nel cuore della cultura di allora, all’Areopago di Atene: «Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere» (Parigi). Ma l’uomo non può raggiungerlo con la sola forza del suo pensiero. Ecco la novità dirompente dell’annuncio cristiano a tutti, che apre la ragione alla conoscenza nuova della fede, al riconoscimento di Cristo presente: «Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero, ma in un fatto: Egli si è mostrato» (Parigi). Afferrati da Cristo. L’umiltà di Dio che in Cristo entra nel tempo e nello spazio, assumendo la nostra condizione umana, trova l’umiltà della nostra ragione che lo accoglie, che si apre alla verità? C’è un’ultima obiezione bene espressa da Malraux, che riecheggia quella di Jiménez citata all’inizio: «Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cosa sia la verità» ( La tentazione dell’Occidente), che può essere quella di ogni uomo contemporaneo. Ma Benedetto XVI non ha paura a guardarla bene in faccia. L’ha fatto nel recente incontro estivo con il circolo dei suoi ex­studenti: «Come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità». Ma ecco la risposta, che, come un dono totalmente gratuito, riapre il dramma della libertà tra accoglienza e rifiuto: noi non siamo possessori della verità, è la verità che ci possiede, «siamo afferrati da lei», e «solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi (...) non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra».
STEFANO ALBERTO

mercoledì 10 ottobre 2012

«Dio ha parlato. Ma come può saperlo l'uomo?»

di Benedetto XVI 09/10/2012 - In apertura della Prima Congregazione Generale di lunedì 8 ottobre 2012, dopo la lettura breve dell’Ora Terza, Benedetto XVI ha tenuto una meditazione. Ecco il testo:
Cari Fratelli, la mia meditazione si riferisce alla parola «evangelium» «euangelisasthai» (cfr. Lc 4,18). In questo Sinodo vogliamo conoscere di più che cosa il Signore ci dice e che cosa possiamo o dobbiamo fare noi. E’ divisa in due parti: una prima riflessione sul significato di queste parole, e poi vorrei tentare di interpretare l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus», a pagina 5 del Libro delle Preghiere. La parola «evangelium» «euangelisasthai» ha una lunga storia. Appare in Omero: è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr. Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo, che Dio, il Quale si era apparentemente quasi ritirato dalla storia, c’è, è presente. E Dio ha potere, Dio dà gioia, apre le porte dell’esilio; dopo la lunga notte dell’esilio, la sua luce appare e dà la possibilità del ritorno al suo popolo, rinnova la storia del bene, la storia del suo amore. In questo contesto dell’evangelizzazione, appaiono soprattutto tre parole: dikaiosyne, eirene, soteria - giustizia, pace, salvezza. Gesù stesso ha ripreso le parole di Isaia a Nazaret, parlando di questo «Evangelo» che porta adesso proprio agli esclusi, ai carcerati, ai sofferenti e ai poveri. Ma per il significato della parola «evangelium» nel Nuovo Testamento, oltre a questo - il Deutero Isaia, che apre la porta -, è importante anche l’uso della parola fatto dall’Impero Romano, cominciando dall’imperatore Augusto. Qui il termine «evangelium» indica una parola, un messaggio che viene dall’Imperatore. Il messaggio, quindi, dell’Imperatore - come tale - porta bene: è rinnovamento del mondo, è salvezza. Messaggio imperiale e come tale un messaggio di potenza e di potere; è un messaggio di salvezza, di rinnovamento e di salute. Il Nuovo Testamento accetta questa situazione. San Luca confronta esplicitamente l’Imperatore Augusto con il Bambino nato a Betlemme: «evangelium» - dice - sì, è una parola dell’Imperatore, del vero Imperatore del mondo. Il vero Imperatore del mondo si è fatto sentire, parla con noi. E questo fatto, come tale, è redenzione, perché la grande sofferenza dell’uomo - in quel tempo, come oggi - è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza. La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus». La prima strofa dice: «Dignàre promptus ingeri nostro refusus, péctori», e cioè preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi. Con altre parole: noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il «fare» nostro, ma con il «fare» e il «parlare» di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo «ha parlato» è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: «Parla». E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il Vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio. Perciò non è una mera formalità se cominciano ogni giorno la nostra Assise con la preghiera: questo risponde alla realtà stessa. Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire - con Lui e in Lui - evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre, e sempre solo Lui può fare Pentecoste, può creare la Chiesa, può mostrare la realtà del suo essere con noi. Ma dall’altra parte, però, questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività. Quindi quando facciamo noi la nuova evangelizzazione è sempre cooperazione con Dio, sta nell’insieme con Dio, è fondata sulla preghiera e sulla sua presenza reale. Ora, questo nostro agire, che segue dall’iniziativa di Dio, lo troviamo descritto nella seconda strofa di questo Inno: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent, flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». Qui abbiamo, in due righe, due sostantivi determinanti: «Confessio» nelle prime righe, e «caritas» nelle seconde due righe. «Confessio» e «caritas», come i due modi in cui Dio ci coinvolge, ci fa agire con Lui, in Lui e per l’umanità, per la sua creatura: «Confessio» e «caritas». E sono aggiunti i verbi: nel primo caso «personent» e nel secondo «caritas» interpretato con la parola fuoco, ardore, accendere, fiammeggiare. Vediamo il primo: «confessionem personent». La fede ha un contenuto: Dio si comunica, ma questo Io di Dio si mostra realmente nella figura di Gesù ed è interpretato nella «confessione» che ci parla della sua concezione verginale della Nascita, della Passione, della Croce, della Risurrezione. Questo mostrarsi di Dio è tutto una Persona: Gesù come il Verbo, con un contenuto molto concreto che si esprime nella «confessio». Quindi, il primo punto è che noi dobbiamo entrare in questa «confessione», farci penetrare, così che «personent» - come dice l’Inno - in noi e tramite noi. Qui è importante osservare anche una piccola realtà filologica: «confessio» nel latino precristiano si direbbe non «confessio» ma «professio» (profiteri): questo è il presentare positivamente una realtà. Invece la parola «confessio» si riferisce alla situazione in un tribunale, in un processo dove uno apre la sua mente e confessa. In altre parole, questa parola «confessione», che nel cristiano latino ha sostituito la parola «professio», porta in sé l’elemento martirologico, l’elemento di testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte. Alla confessione cristiana appartiene essenzialmente la disponibilità a soffrire: questo mi sembra molto importante. Sempre nell’essenza della «confessio» del nostro Credo, è implicata anche la disponibilità alla passione, alla sofferenza, anzi, al dono della vita. E proprio questo garantisce la credibilità: la «confessio» non è qualunque cosa che si possa anche lasciar cadere; la «confessio» implica la disponibilità di dare la mia vita, di accettare la passione. Questo è proprio anche la verifica della «confessio». Si vede che per noi la «confessio» non è una parola, è più che il dolore, è più che la morte. Per la «confessio» realmente vale la pena di soffrire, vale la pena di soffrire fino alla morte. Chi fa questa «confessio» dimostra così che veramente quanto confessa è più che vita: è la vita stessa, il tesoro, la perla preziosa e infinita. Proprio nella dimensione martirologica della parola «confessio» appare la verità: si verifica solo per una realtà per cui vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che «porto» la mia vita perché trovo la vita in questa confessione. Adesso vediamo dove dovrebbe penetrare questa «confessione»: «Os, lingua, mens, sensus, vigor». Da San Paolo, Lettera ai Romani 10, sappiamo che la collocazione della «confessione» è nel cuore e nella bocca: deve stare nel profondo del cuore, ma deve essere anche pubblica; deve essere annunciata la fede portata nel cuore: non è mai solo una realtà nel cuore, ma tende ad essere comunicata, ad essere confessata realmente davanti agli occhi del mondo. Così dobbiamo imparare, da una parte, ad essere realmente - diciamo - penetrati nel cuore dalla «confessione», così il nostro cuore è formato, e dal cuore trovare anche, insieme con la grande storia della Chiesa, la parola e il coraggio della parola, e la parola che indica il nostro presente, questa «confessione» che è sempre tuttavia una. «Mens»: la «confessione» non è solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell’intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro e suppone sempre che il mio pensiero sia realmente collocato nella «confessione». «Sensus»: non è una cosa puramente astratta e intellettuale, la «confessio» deve penetrare anche i sensi della nostra vita. San Bernardo di Chiaravalle ci ha detto che Dio, nella sua rivelazione, nella storia di salvezza, ha dato ai nostri sensi la possibilità di vedere, di toccare, di gustare la rivelazione. Dio non è più una cosa solo spirituale: è entrato nel mondo dei sensi e i nostri sensi devono essere pieni di questo gusto, di questa bellezza della Parola di Dio, che è realtà. «Vigor»: è la forza vitale del nostro essere e anche il vigore giuridico di una realtà. Con tutta la nostra vitalità e forza, dobbiamo essere penetrati dalla «confessio», che deve realmente «personare»; la melodia di Dio deve intonare il nostro essere nella sua totalità. «Confessio» è la prima colonna - per così dire - dell’evangelizzazione e la seconda è «caritas». La «confessio» non è una cosa astratta, è «caritas», è amore. Solo così è realmente il riflesso della verità divina, che come verità è inseparabilmente anche amore. Il testo descrive, con parole molto forti, questo amore: è ardore, è fiamma, accende gli altri. C’è una passione nostra che deve crescere dalla fede, che deve trasformarsi in fuoco della carità. Gesù ci ha detto: Sono venuto per gettare fuoco alla terra e come desidererei che fosse già acceso. Origene ci ha trasmesso una parola del Signore: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». <Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell’evangelizzazione: «Accéndat ardor proximos», che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta. San Luca ci racconta che nella Pentecoste, in questa fondazione della Chiesa da Dio, lo Spirito Santo era fuoco che ha trasformato il mondo, ma fuoco in forma di lingua, cioè fuoco che è tuttavia anche ragionevole, che è spirito, che è anche comprensione; fuoco che è unito al pensiero, alla «mens». E proprio questo fuoco intelligente, questa «sobria ebrietas», è caratteristico per il cristianesimo. Sappiamo che il fuoco è all’inizio della cultura umana; il fuoco è luce, è calore, è forza di trasformazione. La cultura umana comincia nel momento in cui l’uomo ha il potere di creare fuoco: con il fuoco può distruggere, ma con il fuoco può trasformare, rinnovare. Il fuoco di Dio è fuoco trasformante, fuoco di passione - certamente - che distrugge anche tanto in noi, che porta a Dio, ma fuoco soprattutto che trasforma, rinnova e crea una novità dell’uomo, che diventa luce in Dio. Così, alla fine, possiamo solo pregare il Signore che la «confessio» sia in noi fondata profondamente e che diventi fuoco che accende gli altri; così il fuoco della sua presenza, la novità del suo essere con noi, diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro.

lunedì 8 ottobre 2012

L’eroica quotidianità di Chiara Corbella. La sua storia è opera della Grazia

Di spazio per lei ce n’è stato ben poco sui giornali nazionali. L’affascinante storia di Chiara Corbella (qui la testimonianza inedita del marito Enrico raccolta da Tempi), la giovane mamma che ha preferito non curare un tumore pur di far nascere il figlio Francesco, ha stupito tante persone, ma nelle pagine dei quotidiani non trova eco. E proprio contro questa “dimenticanza” si è concentrato ieri Antonio Socci dalle colonne di Libero e del suo blog “Lo straniero”, raccontando lui della “semplice santità” di questa ragazza di 28 anni morta lo scorso 13 giugno. «C’è un giardino nel mondo dove fioriscono queste meraviglie. Dove accadono cose stupende, inimmaginabili altrove. È la Chiesa di Dio», scriveva ieri. «Nessuno dei potenti e dei sapienti lo conosce. Per loro e per i giornali la Chiesa è tutt’altro. I giornali strapazzano il Vaticano e Benedetto XVI per il Vatileaks. I riflettori dei media sono tutti per i Mancuso, i don Gallo, gli Enzo Bianchi. O per ecclesiastici da loro ritenuti “moderni”. Ma nel luminoso giardino di Dio, che Benedetto XVI ama e irriga, fioriscono silenziosamente giovani come Chiara». Socci, cosa l’ha stupita di più della vicenda di Chiara Corbella? Mi ha colpito la semplicità della sua santità: Chiara è una di quelle persone normali che per serietà con l’incontro fatto con Gesù riescono ad arrivare fino a questo livello di testimonianza. E a vedere e sentire i suoi familiari si capisce che la storia di Chiara è davvero opera della Grazia: mi ha stupito, per esempio, quanto raccontava il marito Enrico. «Siamo stati un po’ spettatori di noi stessi in questi anni». Ecco, anche senza che loro se ne rendessero conto sono diventati testimoni della Grazia che opera tra noi. E ha stupito molti questa storia: in tanti sono rimasti commossi da questa testimonianza di semplice santità.
Cos’hanno da insegnare vite così emblematiche? Potremmo parlare per delle ore. È ciò che compie Cristo nelle nostre vite, è il segno che è vivo e agisce tra noi facendo vivere le cose di tutti giorni in maniera straordinaria, il quotidiano in modo eroico. E di Chiara colpisce una cosa: l’affidamento totale a Gesù. Grazie alla semplicità di Cristo, vivo qualcosa di grande. In più tutto questo succede in un momento in cui si parla della Chiesa solo per metterne in luce divisioni, scandali, rotture, le critiche di chi si reputa la vera Chiesa. Ma in realtà la vera Chiesa è Chiara e le persone come lei. E, guarda caso, di queste vicende non si parla sui giornali, dove l’immagine del mondo ecclesiastico è solo quella di Vatileaks. Oppure, se se ne parla, lo si fa in maniera assurda: mesi fa avevo letto un pezzo dedicato a Chiara sul sito del Corriere, nel blog “Genitori e figli”. Leggere questo post è molto istruttivo su come viene guardata questa vicenda: «Dov’è il limite tra l’amore e l’incoscienza? I genitori hanno il dovere di crescere i figli, di seguirli, di curarli. Sono cattolica, ma non mi riconosco in questo amore, sono mamma, ma rinuncerei di mettere al mondo un figlio già condannato prima di nascere». In un tempo in cui ci viene spesso data un’immagine del mondo dei giovani vuoto e senza guide, lei titola il suo articolo “Il giardino della giovinezza che il mondo non conosce”. Dove sta l’eccezionalità di questa ragazza? Lei nel suo pezzo fa riferimento anche alla adunata di Tor Vergata per il Giubileo del 2000. Sì, perché ricordo che allora si ironizzava molto sui giornali circa l’incapacità di capire in cosa la Chiesa potesse interessare ai giovani, e dove stesse il fascino di Gesù per la gente. La nostra società non riesce a capire perché una persona riesca a dire a 20 anni che Cristo è la sua vita, come diceva proprio Giovanni Paolo II e dice oggi Benedetto XVI. Di storie come questa non se ne parla sui giornali, troppo impegnati a scrivere di Vatileaks e Imu sui beni ecclesiastici. Solo voglia di sparlare su temi che hanno un mercato o c’è invece un’avversione alla Chiesa? Credo sia prima di tutto un problema di non conoscenza: il cristianesimo è un continente che si crede di aver visto fino in fondo, ma di cui in realtà si ha, tante volte, un’immagine solo superficiale. Niente come il cristianesimo è qualcosa che si pensa di conoscere ma che in realtà non si conosce fino in fondo. Non dimentichiamoci poi quello che diceva Augusto Del Noce: la cultura moderna è estranea al cristianesimo perché non lo vuole conoscere. E infine, bisogna aggiungere come spesso il discorso si ideologizzi quando si parla di Chiesa e fede. Emmanuele Michela - Tempi.it - Ottobre 8, 2012

IL GIARDINO DELLA GIOVINEZZA CHE IL MONDO NON CONOSCE

Ricordate quel milione di giovani, per l’anno santo del 2000, a Roma, attorno a papa Wojtyla? Cantavano “Jesus Christ, you are my life”. I giornali laici li sbeffeggiarono dicendo che in realtà quella era una fede di facciata, superficiale. Era vero? Che ne è di loro? Chiara Corbella è la risposta. La sua storia sta commuovendo il mondo. Chiara è una bella ragazza nata a Roma nel 1984. La sua famiglia, credente, frequenta il “Rinnovamento carismatico cattolico” in cui anche lei è cresciuta. A 18 anni, nel 2002, durante un pellegrinaggio a Medjugorje, conosce Enrico, si innamora e dopo pochi mesi sono fidanzati. E’ un rapporto vivace e turbolento, fatto pure di rotture, stando al suo racconto. La vicinanza dei frati francescani aiuta i due giovani a fare le scelte decisive. Si sposano il 21 settembre 2008 ad Assisi. Presto Chiara si trova incinta. Ma qui accade il primo dramma. Maria, la bambina che porta in grembo, ha una grave malformazione per la quale non potrà vivere al di là della nascita. Chiara ed Enrico decidono egualmente di accoglierla, anzi con un amore più grande, sebbene molti si stupissero e suggerissero un aborto terapeutico. La bambina nasce, ma muore dopo trenta minuti. Quel giorno Chiara disse ai suoi che non importava la durata di una vita: per lei quella mezz’ora con sua figlia era stata uno dei doni più preziosi della sua esistenza. “Ho pensato alla Madonna” ricorda Chiara “anche a lei il Signore aveva donato un Figlio che non era per lei, che sarebbe morto e lei avrebbe dovuto vederlo morire sotto la croce. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che forse non potevo pretendere di capire tutto e subito e forse il Signore aveva un progetto che io non riuscivo a comprendere”. Presto arriva una seconda gravidanza. Incredibilmente anche stavolta si annunciano malformazioni gravi e i due giovani si preparano egualmente ad accogliere Davide come il loro bimbo amato. Poi si scopre che anche lui non avrebbe potuto sopravvivere dopo la nascita. Più avanti, nel gennaio 2011, Chiara, in un incontro pubblico dirà: “Il Signore ha voluto donarci dei figli speciali, Maria e Davide, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita. Ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e gioia sconvolgenti”. Quel giorno aggiunse una cosa che sconvolse tutti, una nuova gravidanza e una diagnosi di tumore per lei: “Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco che sta bene e nascerà tra poco, ma ci ha chiesto anche di continuare a fidarci di Lui, nonostante un tumore che ho scoperto poche settimane fa che cerca di metterci paura del futuro. Ma noi continuiamo a credere che Dio farà anche questa volta cose grandi”. Il piccolo Francesco è nato sano nel maggio del 2011. Chiara – per non perdere il figlio – ha deciso di non curarsi come il carcinoma richiedeva. Solo dopo il parto ha affrontato l’operazione e le dolorose chemioterapie, nella speranza di essere ancora in tempo. Invece il mercoledì santo di quest’anno ha saputo dai medici che il tumore aveva vinto e lei era in pratica una malata terminale. Chiara è morta a 28 anni il 13 giugno di quest’anno. In una lettera al suo piccolo Francesco ha scritto: “Vado in cielo ad occuparmi di Maria e Davide e tu rimani con il papà. Io da lì prego per voi”. Poco prima della “nascita al cielo” Chiara ha ringraziato: “Vi voglio bene! A tutti!”. Il funerale non è stato un funerale. C’erano più di mille persone. C’era la foto del bel volto di Chiara la quale ha voluto che a ciascuno fosse dato il segno di una vita che comincia: infatti tutti hanno avuto un vasetto con una pianticina. Il cardinale Vallini, Vicario del Papa, ha detto: “abbiamo una nuova Gianna Beretta Molla”. Si riferiva alla giovane dottoressa morta nel 1962 e canonizzata nel 2004 da Giovanni Paolo II. Anche lei, incinta, avendo scoperto un tumore all’utero, rifiutò le cure che avrebbero fatto male al bambino che portava in grembo e dopo il parto morì. Un paragone impressionante. Chiara è proprio una ragazza dei nostri giorni. Su Youtube c’è un filmato di venti minuti dove, col suo simpatico accento romano, racconta l’inizio della sua vicenda. A un certo punto dice: “Il Signore mette la verità dentro ognuno di noi, non c’è possibilità di fraintendere”. Il marito Enrico, richiesto di spiegare oggi queste parole di Chiara, ha detto: “Quella frase si riferisce al fatto che il mondo di oggi, secondo noi, ti propone delle scelte sbagliate di fronte all’aborto, di fronte a un bimbo malato, di fronte a un anziano terminale, magari con l’eutanasia… Il Signore risponde con questa nostra storia che un po’ si è scritta da sola: noi siamo stati un po’ spettatori di noi stessi, in questi anni. Risponde a tante domande che sono di una profondità incredibile. Il Signore, però, risponde sempre molto chiaramente: siamo noi che amiamo filosofeggiare sulla vita, su chi l’ha creata, e quindi alla fine ci confondiamo da soli volendo diventare un po’ padroni della vita e cercando di sfuggire dalla Croce che il Signore ci dona. In realtà” ha continuato Enrico “questa Croce, se la vivi con Cristo, non è brutta come sembra. Se ti fidi di Lui, scopri che in questo fuoco, in questa Croce non bruci e che nel dolore c’è la pace e nella morte c’è la gioia”. Poi ha detto: “Quando vedevo Chiara che stava per morire, ero ovviamente molto scosso. Quindi ho preso coraggio e poche ore prima gliel’ho chiesto. Le ho detto: ‘Chiara, amore mio, ma questa croce è veramente dolce come dice il Signore?’. Lei mi ha guardato, mi ha sorriso e con un filo di voce mi ha detto: ‘Sì, Enrico, è molto dolce’. Così, tutta la famiglia, noi non abbiamo visto morire Chiara serena: l’abbiamo visto morire felice, che è tutta un’altra cosa”. Il padre di Chiara, Roberto, imprenditore, che aveva un incarico in Confindustria, quando ha saputo che le chemio per la figlia non avevano dato risultato positivo, ha scritto una lettera con la quale annunciava di ritirarsi da quell’incarico per stare più vicino alla famiglia “ma anche per fare una scelta di vita: aiutare il prossimo”. In una toccante testimonianza a TV2000 (anch’essa reperibile su Youtube) ha raccontato che, paradossalmente, quando, a Pasqua, hanno saputo che non c’era più niente da fare è iniziato “un periodo splendido per la nostra famiglia… abbiamo vissuto insieme come mai… tutti uniti per cercare salvezza di Chiara… che stando alle sue parole è avvenuto in maniera diversa”. Il signor Roberto ha sussurrato: “ho imparato da mia figlia che non conta la durata di una vita, ma come la viviamo. Ho capito da lei in un anno più di quanto avevo capito nella mia intera esistenza e non posso sprecare questo insegnamento”. Poi ha ricordato che Chiara, vivendo “vicissitudini che avrebbero messe al tappeto chiunque, non ha subito, ma ha accettato. Lei si fidava totalmente. Era certa che se il Signore le dava da vivere una cosa voleva dire che era la cosa giusta”. Chiara suonava il violino e amava ripetere: “siamo nati e non moriremo mai più”. C’è un giardino nel mondo dove fioriscono queste meraviglie. Dove accadono cose stupende, inimmaginabili altrove. E’ la Chiesa di Dio. Nessuno dei potenti e dei sapienti lo conosce. Per loro e per i loro giornali la Chiesa è tutt’altro. I giornali strapazzano il Vaticano e Benedetto XVI per Vatileaks. I riflettori dei media sono tutti per i Mancuso, i don Gallo, gli Enzo Bianchi. O per ecclesiastici da loro ritenuti “moderni”. Ma nel luminoso giardino di Dio, che Benedetto XVI ama e irriga, fioriscono silenziosamente giovani come Chiara. Non solo nelle terre dove il nome cristiano è bandito come il Pakistan, la Cina, Cuba o l’Arabia Saudita. Ma anche tra noi. In quel giardino Gesù passa davvero, affascina e chiama anche questa generazione e noi vediamo i figli diventare gli amici del Salvatore del mondo. Sono invisibili ai media, ma grandi agli occhi di Dio. Antonio Socci - Da “Libero”, 7 ottobre 2012