mercoledì 30 novembre 2011

Il vero volto dell'eutanasia















Di fronte al caso di Lucio Magri, che è andato a morire in Svizzera con un suicidio assistito, vorremmo dire tre cose.


Innanzitutto, questa è una tristissima vicenda umana, che suscita sentimenti di pietà. Attenzione: pietà per un uomo che dice di non voler più vivere e che purtroppo trova persone disposte ad aiutarlo nel suo proposito. Non certo pietà per la “categoria”, cioè per quelli che si vogliono togliere la vita e ci riescono; perché, altrimenti, bisognerebbe “per motivi pietosi” modificare tutti i protocolli di soccorso e di emergenza pacificamente accettatati dalla nostra società. Bisognerebbe lasciare in pace quelli che si vogliono gettare dal cornicione, bisognerebbe sostituire i teloni dei vigili del fuoco con un letto di chiodi per fachiri, bisognerebbe non soccorrere e non salvare quelli che hanno tentato di uccidersi e non sono ancora morti. Ciò che fa pena è l’immagine di un uomo, intellettuale vivace, stanco di vivere, oppresso – dicono alcuni – dall’insopportabile percezione del fallimento dell’ideologia marxista; o – dicono altri - dal dolore per la morte della carissima moglie. Chi conosce la fragilità dell’uomo sa che non c’è peccato di cui, potenzialmente, non saremmo capaci. Compreso un delitto terribile contro la propria vita, come il suicidio, azione con la quale, recita un paradosso di Chesterton, è come se l’uomo volesse uccidere tutti gli uomini.

Seconda osservazione: se è giusto provare pietà per le persone, non è affatto giusto provare pietà per le ideologie false e bugiarde. Magri è stato uno dei fondatori del Manifesto, e un colto rappresentante del pensiero marxista. E qui dobbiamo constatare che il comunismo, insieme a tutte le altre letture ideologiche del reale, scava nell’uomo un vuoto che diventa con il passare degli anni insopportabilmente pesante. Scenario viepiù aggravato dalla sconfitta clamorosa che la storia ha decretato per il socialismo realizzato. Si ha un bel dire, facendo gli spacconi, che Dio non serve. Può funzionare finchè la sorte ti sorride, ma arriva un giorno in cui le cose ti si rivoltano contro, e allora le pagine di Marx, o di Gramsci, o di Sartre, non riescono a dare conforto. E diventano, anzi, pistole armate nella tua mano. Dobbiamo dircelo e dobbiamo dirlo ai giovani: ci sono cattivi maestri e cattive dottrine, mentre la vita pretende una verità più grande, che la Chiesa insegna da duemila anni. Una verità che non rimuove le tragedie dall’esistenza, ma che le riempie di un senso che conforta perfino le persone disperate.


Terza, ma non ultima considerazione: la vicenda del povero Magri è un perfetto caso di scuola, che spiega che cosa intendiamo quando stiamo parlando di eutanasia. Il cosiddetto suicidio assistito, infatti, ha molto più a che fare con la fattispecie dell’eutanasia che con quella del suicidio: il suicida è uno che si ammazza con le sue mani; nel suicidio assistito ci sono altri che mettono la vittima in condizione di morire, e che quindi cooperano in modo decisivo a un atto che, forse, il poveretto non avrebbe la forza di compiere.

Ma c’è dell’altro: Lucio Magri non aveva, almeno secondo le notizie diffuse, una malattia mortale, o una patologia degenerativa che ne divorasse il corpo. Accusava invece un grave stato depressivo che lo ha spinto ad andare in Svizzera per ottenere la morte. Ora, da anni vogliono farci credere che l’eutanasia è una faccenda che riguarda solo i malati terminali oppure le persone con una sindrome progressiva inesorabile.

Ma si tratta di una truffa logica e concettuale: la vera posta in gioco è il potere di ciascuno sulla propria vita. Le motivazioni che spingono una persona a dichiarare che vuole la morte sono le più disparate: vanno dal dolore fisico assoluto al taedium vitae, cioè al disgusto per la vita che pure è priva di malattie del corpo. Se lo stato definisce che in alcuni casi si può ottenere la morte per mano di terzi, a quel punto stabilisce a quale altezza si deve collocare l’assicella delle vite senza qualità. E anche se in prima istanza respinge al mittente una richiesta come quella di Lucio Magri, con il tempo lo stato è costretto a rivedere il criterio e ad ammettere che, in fondo, se uno non vuole vivere è affar suo. Magri è purtroppo il simbolo di una tragedia più grande, che percorre la nostra società, la quale assomiglia sempre di più a una vera e propria civiltà dell’eutanasia. A un luogo, cioè, dove la vita è essenzialmente un non senso, e dove quindi chiedere e ottenere la morte è la cosa più normale del mondo.

Ovviamente, questa “cultura” avrà un suo effetto di “trascinamento” lungo il pendio scivoloso, e prima si legalizzerà la morte dei malati gravi con il loro consenso (reale o presunto); poi arriverà la morte di quelli che non l’hanno chiesta, ma poveretti quanto soffrono; e infine arriverà la morte di quelli che sono sani come un pesce, ma sono stufi di vivere. Il marxismo è morto, il liberalismo anche, e l’umanità sazia e disperatissima non si sente tanto bene. Solo un Dio ci può salvare.
di Mario Palmaro http://www.labussolaquotidiana.it 30-11-2011

martedì 29 novembre 2011

Quella bimba che non volevo nascerà

La testimonianza di Isabella, 19 anni, studentessa di Infermieristica, rimasta incinta dopo una relazione con un coetaneo che l'ha lasciata, dicendole che non vuole essere padre. Isabella coraggiosamente ha deciso di raccontare la sua storia, non una favoletta dal lieto fine scontato, ma la toccante esperienza di una ragazza come tante che d'improvviso viene scaraventata fuori dalla sua comoda normalità, una vicenda non priva di dubbi, incertezze, paure e proprio per questo straordinariamente autentica.






Mi sembra ieri. Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta. Il primo test, l’ansia crescente, il secondo test, positivo. Lo fissavo: positivo positivo. La sensazione di smarrimento totale mi pervade in un istante, il terrore si impadronisce di me e io impietrita, incapace di reagire. Descrivere una sensazione del genere è difficile, quasi impossibile, è come una vibrazione che nasce dalle viscere e si propaga in tutto il corpo, un veleno letale dall’interno che ti mangia le energie e spegne ogni luce. L’unica cosa che ero in grado di vedere era la mia vita letteralmente distrutta, smembrata, i miei progetti frantumati, il futuro che stavo costruendo diventare un’utopia irraggiungibile. La persona che volevo essere non c’era più, era un ricordo lontano. I miei sogni erano svaniti, insieme ai miei 19 anni, me li ero giocati per sempre.

Solo il pensiero di dover comunicare la gravidanza ai miei genitori mi provocava un male indescrivibile, l’idea di vedere la delusione stampata sui loro volti e perdere la loro stima mi faceva impazzire, come uscire da questo disastro?

Eppure l’idea di abortire mi spaventava molto molto di più, il pensare dei gelidi strumenti infilarsi dentro di me e fare a pezzi un corpicino, no, non avrei potuto reggerlo. Avevo visto su internet alcune foto terrificanti di feti abortiti nelle primissime settimane… piccole miniature di una persona fatta a pezzi, non potevo. Dentro di me c’era una vita concepita per sbaglio, certamente non voluta, ma non avrei risolto il problema in quel modo, non avrei rimediato all’errore con un altro più grande e irreparabile. Eppure quel bambino proprio non lo volevo.

Contrariamente alle mie aspettative più tragiche, quando piangendo e piena di vergogna confessai ai miei genitori di aspettare un bambino, non ci furono né urla né porte sbattute. Solo silenzio, tanta preoccupazione sui loro volti, lacrime trattenute a stento dagli occhi di mia madre e poi tanto, tanto conforto e amore. Non che il percorso sia stato facile, anzi, ma non ho mai sentito venir meno questo amore, quello dei miei genitori, che nello smarrimento mi hanno capita e quello di mia sorella maggiore che non mi ha lasciato sola neanche un momento.

I primi tre mesi sono stati i più difficili. Molto prima del concepimento, il papà del bambino, giovanissimo come me, si era dimostrato instabile e, quel che è più grave, bugiardo e violento. Io ero debole e innamorata, e non riuscivo a staccarmi del tutto da lui perché di volta in volta credevo alle sue promesse alle sue parole, nonostante verso di me spesso mostrasse disprezzo: “Senza di me resterai sola per tutta la vita”, diceva. Quando gli ho detto che aspettavo un bambino le reazioni sono stati altalenanti. Prima gli scatti d’ira, poi pressioni le psicologiche: “l’aborto alla tua età è l’unica cosa intelligente da fare”, poi pesanti insinuazioni:“sicuro che il padre sia io?”, poi spariva, per tornare dolce come l’uomo più docile del mondo, e io lo accoglievo, ogni volta nel dolore. Al terzo mese è sparito del tutto, si era trovato un’altra ragazza. Senza fardello.

Sono stati momenti di profonda tristezza, provavo disprezzo per la persona con cui ero stata, mi appariva con tutta evidenza quanto fosse irrimediabilmente vuoto, superficiale, gelido. Mi odiavo, mi sono odiata per mesi interi, forse ancora adesso mi odio per non essermi allontanata prima, perché senza di lui adesso avrei ancora la mia vita da ventenne: gli amici, l’università, lo svago.

Nello sconforto più totale ho accettato, non senza difficoltà, di parlare con un sacerdote, la mia anima era dilaniata. Io non volevo quel figlio ma sapevo che non avrei mai vissuto serenamente compiendo la scelta più “facile” e più “ovvia”. Pur nelle paure e stretta dai dubbi avevo una cosa chiara: non volevo dannarmi l’anima compiendo un atto così terrificante. Don Fabio mi ha rassicurata, mi sentivo una madre degenere – perché non volevo uccidere io quella vita, eppure desideravo, speravo e addirittura a volte pregavo che mi capitasse un aborto spontaneo - mentre lui mi ha fatto sentire assolutamente normale: “Questa nascita sarà una grazia”, diceva. Io non ci credevo, a dire il vero, ma mi sentivo sollevata.

Avevo deciso di affidarmi al progetto di Dio, un progetto che non accettavo prima e faccio fatica a comprendere oggi. Era surreale, ma qualche tempo prima di scoprire di essere incinta, mi trovavo a riflettere proprio sul progetto di Dio sulle nostre vite. Ero in ospedale a fare il normale tirocinio previsto dalla mia facoltà e ogni giorno avevo a che fare con persone che combattevano malattie devastanti con una forza straordinaria.
Mi sentivo in colpa, io, perché stavo bene, perché la mia vita era normalissima, non avevo particolari difficoltà, perché dentro quell’ospedale ci stavo solo per apprendere e studiare e non come quei malati, stesa su un letto per combattere il dolore e strappare un giorno alla morte. Mi ricordo bene che una sera, mi rivolsi a Dio, con una gratitudine immensa nel cuore, ringraziandolo per questa vita così perfetta in confronto a quelle vite di sofferenza. E quella stessa sera, mentre ero a letto, gli domandai quale fosse il Suo progetto per me, per la mia vita.

Non potevo immaginare che neanche un mese dopo, la mia normalissima vita sarebbe stata stravolta. A pensarci mi vien da ridere.

La mia bambina nascerà tra poco meno di un mese e lo ammetto, non provo amore e neanche affetto, mi dicono che è normale, che appena nascerà sarà diverso, ma lo stesso io non so che fare, non so ancora se tenerla, oppure darla in adozione. Non so cosa sia meglio per me, non so cosa sia peggio per lei.

Non mi resta che affidare a Dio questa decisione, l’ennesima, sperando che mi illumini. Tanto lo so che entrambe le scelte saranno difficili e dolorose, entrambe saranno un’enorme rinuncia. Di certo non mi pento di non avere abortito, sarebbe stato innaturale, perché ho capito da subito che c’era una vita dentro di me. Non “una vita” in astratto, la vita di un’altra persona dentro di me! Ricordo come fosse ieri la prima ecografia, quando ero ancora in tempo per abortire, per la prima volta ho sentito il cuoricino battere, ho pianto disperata. Oggi invece ironicamente rido pensando a chi dice: “è solo un grumo di cellule”. Se è così, prova a lasciarlo dove è, e vedi che succede. Che vuoi che sia un ammasso di cellule? Dici che non è un bambino, allora a cosa serve farlo a pezzi? Lascialo nel tuo corpo tranquillamente, tanto non è vivo, no? Coraggio, è ridicolo… Eppure ogni giorno si perdono nel nulla i pianti silenziosi di bambini che non avranno mai una vita, perché l’egoismo della loro mamma ha avuto la meglio.

Sono al nono mese, ho ancora molti dubbi, molte incertezze ma di una cosa sono certa: c’è sempre un’alternativa all’aborto. E chi sostiene che lasciare il proprio figlio in adozione sia un atto peggiore dell’abortire stesso, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. Perché è un atto d’amore, dolore e sacrificio. Potrai convivere con te stessa, sapendo che quel figlio vive perché tu hai scelto di non ucciderlo. Sapendo che una famiglia si prenderà cura di lui con amore, e anche lui avrà la sua possibilità su questa terra. Perché una possibilità di vivere tu l’hai avuta, ed è giusto che ce l’abbia anche lui. Perché una possibilità ce la meritiamo tutti.
fonte: La Bussola Quotidiana

giovedì 24 novembre 2011

La possibilità di una vita come avventura

Appunti dall’intervento di Julián Carrón
alla Giornata d’inizio anno di Gs.
Mediolanum Forum, Assago (Milano), 29 ottobre 2011




ALL’ALTEZZA DEI PROPRI DESIDERI
Sono contento che sia arrivato così presto il tornante in cui rivedersi, per riprendere la strada in questo nuovo anno che abbiamo davanti a noi, che è una opportunità, come tutto quello che ci offre la vita,
una grande promessa che ciascuno può affrontare o lasciar perdere,
perché niente nella vita dell’uomo è meccanico e automatico, ma tutto è un dono, un’offerta, una proposta alla vita. E per questo la vita può
diventare una avventura o uno “schifo”.
Che cosa vuol dire prendere sul serio il bisogno di vivere, le esigenze che ribollono dentro di noi? Lo dice bene uno di voi in questa lettera che mi ha mandato: «Mi capita spesso di rileggere il saluto che hai
fatto al Triduo a noi ragazzi di Gs. Ogni volta nel rileggerlo sento risvegliarsi la mia natura, ciò che sono veramente: desiderio di bellezza, di giustizia, di amore e verità. Che grandezza questa domanda! Che
grandezza questa esigenza che mi ritrovo addosso tutti i giorni, momento per momento. Ma se è tanto grande questa esigenza, ancora più
grande è la letizia che mi pervade quando decido [ecco la decisione]
di starci dietro. E quale stupore nel sorprendermi la sera grato, ma allo
stesso tempo manchevole di una totale soddisfazione delle mie esigenze! Come se nemmeno la cosa più bella vissuta nel giorno o nella vita
sia in grado di soddisfarmi. Ed è così! E che gratitudine nel rendermene conto! Mi accorgo giorno per giorno di non essere esauribile da niente! Mi stupisco che questa mia esigenza non viene mai pienamente soddisfatta, mi accorgo che questa strada a tornanti mi dona tanto, ma che
d’altra parte prosegue e promette molto altro. Mi stupisco che l’uomo è tale solo nel desiderio, e quando non vuole desiderare, quando
si accontenta [quando decide di non prenderla sul serio], la sua umanità viene meno. Io stesso ho passato due settimane in questo stato di
soffocamento e oppressione, dovuto all’incapacità, da parte mia, di amare. Ora posso dire di essermi ripreso, ma voglio capire se quello che
ho ricavato da questa esperienza è giusto o se invece è un ulteriore sbaglio. Per due settimane mi ha accompagnato un insostenibile malessere. Mi sono accorto che in quei giorni non mi stavo domandando
il perché delle cose, ma semplicemente facevo quello che mi capitava
senza ascoltarmi, senza chiedermi cosa veramente desideravo. Così mi
sono trovato a fare sempre qualcosa di diverso da quello che volevo
fare, a non essere dove volevo essere, a non guadagnare mai nulla da
quello che vivevo, nemmeno quando era qualcosa di incredibile. Ecco
l’origine del mio stare male: il vuoto che si era creato nel trascurare
la mia domanda, la realtà che mi circonda e il rapporto tra questi due
fattori. Quanta amarezza in quei momenti! E davvero non mi sentivo più vivo e libero, ma soffocato e oppresso. Cioè: nel non dare spazio a quel che sono veramente, lentamente morivo. Basta solo un attimo in cui io smetta di amare, di desiderare, di esigere, di chiedere,
perché tutto questo malessere cominci a prendere forma; e togliermelo mi sembra impossibile. Poi però, d’improvviso, la domanda torna
a farsi sentire anche più forte di prima e, facendola interagire con la
raltà che la genera, cresce, e io riprendo a vivere, e mi sorprendo ad
amare ogni particolare della realtà, tanto da stare le ore a fissare i fiori sulla ciclabile mentre torno a casa (abito fuori città) o gli strani effetti della luce nel cielo. Così, come ho attenzione a questo, ho attenzione a mia madre (nonostante la tensione che c’è tra noi), alla scuola e a tutto quanto mi si presenta. Se quello che ho detto è vero – e ti
scrivo anche per sapere di questo –, riconosco però un fatto: di avere
bisogno di essere educato ad ascoltarmi [a prendere sul serio le mie
esigenze], ad amarmi e ad amare. Ciò che desidero infatti è di essere
sempre fedele a quella mia esigenza per non ritrovarmi mai perso.Voglio coltivare la mia domanda che riconosco essere la mia prima fonte di vita, ciò che mi fa muovere, che mi fa agire, che mi fa conoscere, che mi spinge a misurarmi con tutta la realtà. Non voglio negare
il dolore che riconosco come parte costitutiva della mia vita, ma voglio negare la nullità, quella nullità che rende davvero triste e povero
l’uomo. Mi accorgo di come a rendermi felice, a riempire il mio cuore, sia una domanda che non ottiene mai una risposta ultima, e chiedo di venire educato a non scordarmi mai di questa, ma di renderla
il centro del mio vivere. Tuo compagno di avventura».
Questo è un compagno d’avventura! Perché vuole vivere all’altezza
dei propri desideri. E perché vuole vivere all’altezza dei propri desideri? Perché altrimenti il malessere domina la vita, il vuoto e l’amarezza prendono il sopravvento. È soltanto quando questi desideri sono
vivi in noi che ci sorprende qualsiasi pezzo del reale. È proprio quanto più uno si rende conto di questo (che tutto il mistero della vita sta
nell’essere desti, nell’essere risvegliati nelle proprie esigenze, nella propria umanità) che, allora, uno capisce qual è il suo vero bisogno.
Ma chi può essere in grado di ridestare costantemente il mio io in
modo tale che io possa godermi la vita così, e non invece soffocare perché la realtà non sembra dirmi niente? L’unico che può ridestare costantemente il nostro io ha un nome: Cristo. Cristo è venuto – ci ha
sempre detto don Giussani – perché ha pietà per il nostro niente, per
questo venir meno nelle nostre esigenze, per questo essere travolti dal
torrente delle circostanze e degli stati d’animo. Cristo, vedendo questa nostra situazione – che la lettera citata all’inizio così efficacemente descriveva nel passaggio dalla gioia al disgusto –, ci vuole così tanto bene da dire: «Se non intervengo in loro aiuto, questi poveretti sono
travolti!».
Per questo don Giussani ci dice che Cristo è venuto per ridestare costantemente il nostro senso religioso, le nostre domande. Ricordate quello che abbiamo detto il 26 gennaio, alla presentazione de Il senso religioso: l’inizio della nostra proposta è l’avvenimento cristiano che ci
sorprende oggi così come duemila anni fa ha sorpreso i pastori a Betlemme. Perché è così decisivo l’avvenimento cristiano? Perché esso –
ci dice don Giussani – risuscita, riaccende, risveglia il nostro io, le nostre esigenze, il nostro desiderio di vivere, di godere, di amare, di implicarci nelle cose, potenzia questo senso religioso, questo insieme di
esigenze e di evidenze che la lettera che ho appena letto descrive. Rileggerete poi la lettera pezzo per pezzo, perché è tutto lì. Vivere questo introduce una letizia e una gratitudine senza fine; mentre quando questo viene meno, tutto diventa piatto.
Noi sappiamo che tante volte siamo stupiti: ci alziamo con la “luna
storta”, ma poi capita di alzare lo sguardo e vediamo un cielo stupendo, e tutto incomincia a migliorare. Ma poi decadiamo, come abbiamo sperimentato tante volte.Allora come possiamo aiutarci? Don Giussani dice che noi abbiamo bisogno di una educazione, perché altrimenti, se non siamo educati a rapportarci bene al reale, siamo come un sasso travolto dalle circostanze, portato di qua e di là senza rendersi veramente conto; e alla fine ci stufiamo. Per questo dice don Giussani:
«Noi non siamo abituati a guardare come presenza una foglia presente, un fiore presente, una persona presente, non siamo abituati a fissare come presenza le cose presenti» (L. Giussani, Milano 1 febbraio
1995, cfr. «Vivere sempre intensamente il reale», Tracce-Litterae communionis, n. 9, ottobre 2011, p.V). Per chiarire questo vi leggo una lettera che mi ha scritto un universitario di Roma: «Nel novembre dello scorso anno, ho avuto un incidente che mi ha costretto fermo a letto per più di tre mesi. È stata una grande fatica. Non mi potevo muovere, ero impossibilitato a qualsiasi attività, qualsiasi, non potevo nemmeno studiare a causa degli antidolorifici che prendevo, che mi impedivano qualsiasi attività che richiedesse un minimo di concentrazzione. Tre mesi a letto, fermo, immobile. Ricordo però che un paio di
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mesi dopo aver ricominciato a camminare, guardando delle foto di me
a letto con degli amici intorno, andai da mia madre e le dissi quasi
d’istinto: “Guarda che bella foto! Comunque, è stato proprio un bel
periodo!”. Riguardando indietro posso dire che, nell’immensa fatica
dello stare fermo a letto, in tutta la smania di voler presto rialzarmi in
piedi, c’era qualcosa che non mi rendeva infelice; anzi, ero ultimamente lieto nella fatica. Per due motivi. Il primo è che in tutto il dolore sono
stato sempre sostenuto, in un modo libero e gratuito […]. Mi accorgevo di una totale dedizione a me: totale e dettagliata. Il secondo motivo è che le cose, anche le più piccole, non erano più scontate: ero sorpreso per un piatto di pasta un po’ più elaborato, per la compagnia che
vedevo intorno a me, per il fatto che le mie sorelle prima di addormentarsi mi mettevano vicino al letto la padella per la notte, senza che lo
chiedessi. Fino ad arrivare, una mattina, mentre un’ambulanza mi portava in ospedale per alcune visite, a stupirmi di rivedere il cielo: io, che
ci fosse il cielo, lo sapevo già, ma finalmente mi ero accorto che c’era,
che era lì. [Quando uno se ne rende finalmente conto, per una volta
nella vita, capisce quante volte per lui il cielo non è stato presente] Non
facevo niente, non potevo fare niente, eppure, in tutto il dolore, in tutta la smania, non ero infelice. Tutto era preso per il valore che aveva,
niente era più scontato. […] Ora, dopo quattro mesi dall’aver ricominciato a camminare, mi accorgo che quella tensione verso le cose è già
scemata: il piatto di pasta più elaborato è ridiventato un piatto di pasta normale, le cose sono ancora una volta sotto l’ombra della mia misura e del mio compiacimento [la vita è diventata di nuovo piatta]…
Qual è la strada che può restituirmi quella condizione, che può farmi vivere sempre quell’esperienza [del sorprendermi delle cose presenti]?».
Don Giussani ci dice che le cause di questa situazione sono due. Prima: il nostro normale uso della ragione è ridotto. Seconda: siamo sottomessi alla divisione tra il riconoscimento e l’affezione. E fa un esempio: «All’inizio dell’evo moderno: Petrarca ammetteva tutto il dottrinale cristiano [era d’accordo con quello che gli veniva detto sulla fede
cristiana], eccome, lo sentiva anche meglio di noi, ma la sua sensibilità o affettività fluttuava autonoma» (L. Giussani, Ciò che abbiamo di
più caro. 1988-1989, Bur, Milano 2011, p. 156). Guardate, quello che don
Giussani descrive di Petrarca è quello che la lettera iniziale dimostra:
in una mattina, si passa dalla bellezza più commovente allo schifo. Questa è la nostra fluttuazione. Per questo si capisce quanto noi abbiamo
bisogno – se non vogliamo rimanere per tutta la vita come un sasso
travolto dal torrente, dalla fluttuazione dei nostri stati d’animo – di
una educazione. Ci dice ancora don Giussani: guardate, ragazzi, che
il problema interessante è renderci conto della realtà; e che cosa ci offre don Giussani per questa educazione? Come possiamo imparare a
usare la ragione in modo giusto per vincere questa fluttuazione che
ci porta costantemente a vivere questi alti-e-bassi che ci confondono
in continuazione? Nessun’altra cosa ci può aiutare di più che il capitolo decimo de Il senso religioso, che lui definisce «la chiave di volta del
nostro modo di pensare» (cfr. L. Giussani, «Un uomo nuovo», Tracce-Litterae Communionis, n. 3, marzo 1999, p. IX).
2. LO STUPORE DELLA «PRESENZA»
Da dove parte don Giussani per aiutarci? Dal rompere l’ovvietà. E
quale è l’ovvietà? Che noi non ci rendiamo conto, tranne in rare occasioni, che c’è il cielo, che c’è il fiore, che c’è la mamma, che c’è la sorella: tutto per noi è quasi scontato, come se fosse ovvio. E per aiutarci ad affrontare questo problema don Giussani ci dice: immaginate che
adesso vi portassi in un mondo che solo io conosco, andiamo tutti insieme a fare un viaggio, chiudete gli occhi, e poi, quando siamo tutti
lì, aprite gli occhi con la consapevolezza che avete adesso; la prima cosa
che vi trovate davanti è un giorno bellissimo, chiaro, con il Monte Bianco davanti a voi. Dice Giussani: quale sarebbe la primissima reazione
al contraccolpo di quella presenza? E guardate che questa immagine
non è una finzione.Vi racconto una cosa capitata a un mio amico del
Brasile quest’estate: era a La Thuile con un gruppo di brasiliani, portoghesi e mozambicani (tutti di lingua portoghese); sono andati a fare
una gita al Colle San Carlo, lì vicino; e mentre camminavano stava pensando: «Quando arrivo al belvedere,farò guardare a tutti il Monte Bianco, canteremo qualche canto, cercherò di farli stare zitti perché possano godere il panorama».Ma mentre era preoccupato pensando a queste cose, appena arrivati, vedendo davanti a loro il Monte Bianco – per
tanti era la prima volta –, sono rimasti tutti in silenzio. Mentre erano
lì tutti zitti hanno sentito arrivare un secondo gruppo che era rimasto dietro, le persone camminavano parlando ad alta voce e il mio amico ha cominciato di nuovo a pensare – come non avesse imparato niente da quel che gli era appena capitato – a cosa avrebbe detto al loro arrivo: «Li farò stare zitti, farò questo, farò quello…». Pensava queste cose
e intanto sono arrivati: l’imponenza della presenza del Monte Bianco è stata così cogente, così imponente, era così bello quello che avevano davanti, che anche questi hanno preso a fare silenzio.
Questo episodio mi ha fatto capire ancora una volta perché don Giussani ci propone di supporre di nascere adesso, con la consapevolezza
che abbiamo. Quale sarebbe il primissimo sentimento davanti al reale? Sarebbe uno stupore che ti lascia senza parole, che ti lascia muto
davanti a una tale bellezza: «Se io spalancassi per la prima volta gli occhi in questo istante uscendo dal seno di mia madre, io sarei dominato dalla meraviglia e dallo stupore delle cose come di una “presenza”.
Sarei investito dal contraccolpo stupefatto di una presenza che viene
espressa nel vocabolario corrente dalla parola “cosa”» (L. Giussani, Il
senso religioso, Rizzoli, Milano 2010, pp. 139-140).
Guardate i termini che usa don Giussani: dominato, investito dal contraccolpo, stupefatto, riempito di quella meraviglia, di quello stupore che nessuna situazione può evitare. Come è capitato a uno dei vostri professori che, vedendo i suoi studenti un po’ distratti, ha pensato: «Il contrario dell’essere distratti non è essere attenti, ma attratti».
La questione è se c’è qualcosa che ci attrae, perché allora cattura tutta la nostra attenzione; e quando ci troviamo davanti al reale così attratti, stupiti, dominati, allora la vita acquista uno spessore, una intensità, una potenza che uno vorrebbe per sempre, che uno vorrebbe
in ogni istante: che le cose fossero così presenti, che le riconoscessi così
potentemente presenti, che questa attrattiva fosse vincente sulla mia
fluttuazione. Senza questo saremo sempre come un sasso travolto dal
torrente delle circostanze, degli stati d’animo, dei cambiamenti.Ma questo ci dice che noi abbiamo bisogno di non dare per scontato quel dato,
perché il primissimo sentimento dell’uomo è quello di essere di fronte a una realtà che non è sua, che c’è indipendentemente da lui e da
cui lui dipende. «Tradotto empiricamente è la percezione originale di
un dato» (Ibidem, p. 140): «dato» implica qualcosa che «dia».
Immaginate per un istante se noi riconoscessimo ogni cosa come data,
come dono; immaginate soltanto quando vi fanno un regalo, come vi
piace, come vi esalta, come siete grati, come vi cambia la vita. Immaginate che noi imparassimo a vivere la vita riconoscendo tutto come
dato (non soltanto in qualche momento occasionale in cui vi fanno
un regalo), perché tutto mi è dato; ma noi lo diamo per scontato come
se fosse un diritto, o qualcosa di ovvio. Invece se noi imparassimo –
come l’amico di Roma in ospedale – a vedere le cose come non ovvie,
come date, come dono, la vita sarebbe veramente un’altra cosa; che è
quello che è, perché non dobbiamo fare così per convincerci che ci è
dato: ci è dato, la verità di quello che ho davanti è che mi è dato!
Ma noi tante volte non lo riconosciamo. Come ci educhiamo a che
prevalga in noi la coscienza del «dato»? Dice don Giussani: «La stessa parola “dato” è vibrante di una attività, davanti alla quale sono passivo: ed [allora] è una passività che costituisce l’originaria attività mia,
quella del ricevere, del constatare del riconoscere» (Ibidem, pp. 140-
141). Immaginate che io vi faccia un regalo. Qual è la prima vostra attività? Riceverlo, accoglierlo, non prima di tutto fare qualcosa voi; la
prima vostra attività è una passività, un accoglierlo, un rendervi conto che vi è stato dato, ma questo tante volte noi lo saltiamo, saltiamo
il fatto che la mamma ha preparato la cena, che c’è il cielo, che viviamo ora, saltiamo tutto questo. Mi ricordo che una madre mi aveva raccontato che andava in macchina verso casa con il figlio e il figlio le dice
che aveva voglia di una pizza. «Va bene, faremo la pizza». Ma poi arrivano a casa e trovano il papà che sta cucinando, non la pizza, ma un
pollo. Allora il ragazzo incomincia ad arrabbiarsi: «Ma io volevo la pizza!». E la madre gli dice: «Ma ti rendi conto che il tuo papà sta facendo la cena per noi? Che dopo aver lavorato per tutto il giorno per mantenere la famiglia è arrivato a casa e pensando a noi si è messo a cucinare?». Il ragazzo ha cominciato a capire, a non dare per scontato che
il papà fosse lì a preparare la cena, e ha cominciato a cambiare, è andato dal papà a ringraziarlo per quello che stava facendo; e poi il pol-
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lo era pure buonissimo... Perché la questione non era il pollo o la pizza, ma il rendersi conto che c’era uno che gli voleva così bene, che lo
aveva così a cuore, tanto da preparare la cena.
Questa è l’educazione che occorre: che ciascuno di noi possa essere aiutato a riconoscere come dato quello che sembra ovvio. Qual è la
tentazione nostra? Saltare il renderci conto, il “ricevere” il fatto che il
papà sta facendo la cena. E così perdiamo il meglio. La maggioranza
delle volte – amici – perdiamo il meglio, perché il meglio non è il pollo o la pizza (che puoi mangiare un’altra volta), il problema è che non
ci rendiamo conto che abbiamo uno che ci vuole bene, lo abbiamo davanti; il ragazzo l’aveva davanti, ma l’aveva ridotto e quindi non aveva capito tutta la portata di quello che stava davanti ai suoi occhi. Ed
è occorsa la mamma, che gli ha fatto imparare a usare la ragione in modo
vero per aiutarlo a capire veramente che cosa stava succedendo, per
fargliene capire tutta la portata, perché altrimenti sarebbe rimasto nella apparenza. Questo gli ha fatto vincere la fluttuazione del suo stato
d’animo e ha cominciato a capire tutta la portata di quello che il papà
stava facendo. Noi questo dobbiamo impararlo, che la prima nostra
attività è una passività, è un imparare a ricevere, a constatare, a riconoscere quello che abbiamo davanti, perché quando ci rendiamo conto di questo succede quello che ci dice il don Gius nell’ultimo punto
del capitolo decimo. Che cos’è successo in questo ragazzo che si è reso
conto di questo? È la portata di quello che sta facendo il papà ad averlo risvegliato. Immaginate il ragazzo che si sta rendendo conto di quello che sta succedendo davanti ai suoi occhi: «Quando è risvegliato nel
suo essere dalla presenza [del papà], dalla attrattiva e dallo stupore, ed
è reso grato, lieto [di avere un papà così]. [E allora] […] l’uomo prende coscienza di sé come io e [percepisce tutto lo stupore dentro di sé]
riprende lo stupore originale con una profondità che stabilisce […]
la statura della sua identità» (Ibidem, p. 146).
Qui don Giussani ci offre tutti i segni per sorprendere se noi stiamo vivendo bene la realtà, perché se uno vive bene il rapporto con la
realtà il suo io si ridesta, si illumina. Quando succede qualcosa a qualcuno di voi, gli chiedete: «Ma cosa ti è successo?». Perché lo domandate? Per quello che vedete sulla sua faccia: è più contento, risplende
nel suo volto qualcosa tanto è vero che quello che vedete vi fa dire: «Ma
cosa ti è successo? Perché sei così contento oggi?». Noi sappiamo che
gli è successo qualcosa che lo ha stupito perché l’io si è risvegliato e
questo lo ha reso lieto e grato.
Se noi ci rendiamo conto di questo, che il nostro io è stato risvegliato dalla presenza delle cose, dalla presenza delle cose presenti, siamo
lieti e grati indipendentemente da tutto il resto, siamo lieti e grati; anche quando uno si è alzato con la “luna storta” vede il cielo ed è lieto
e grato, e allora riprende coscienza di sé, si rende conto del valore della vita e riprende lo stupore originale con una profondità che stabilisce la statura della sua identità. È impressionante perché noi pensiamo che la statura della nostra identità sono i nostri voti a scuola, o quello che riusciamo a guadagnare quando lavoriamo, o i ruoli che svolgiamo nella vita; invece don Giussani ci dice che la portata della nostra identità è la capacità che abbiamo di stupirci davanti alle cose; perché tanti hanno soldi, tanti hanno titoli universitari, tanti occupano
ruoli di responsabilità, ma non si stupiscono più e la vita per loro è
piatta. Allora, qual è il dono più grande, il regalo più grande che a noi
è stato dato, più di qualsiasi altro?
«In questo momento – continua don Giussani – io se sono attento
[cioè se smetto di essere un bambino], cioè se sono maturo, non posso negare che l’evidenza più grande e profonda che percepisco è che
io non mi faccio da me, non sto facendomi da me. Non mi do l’essere, non mi do la realtà che sono, sono “dato”. È l’attimo adulto della
scoperta di me stesso come dipendente da qualcosa d’altro» (Ivi). Ma
chi si è reso conto oggi di essere “dato”? Se io vi sfidassi questa sera e
dicessi: «Alzi la mano chi oggi si è reso conto, non ha dato per scontato, non ha dato per ovvio che c’è, che esiste», la maggioranza di noi,
la stragrande maggioranza di noi non la alzerebbe. Capite come lo diamo per scontato!? Il dono più grande: non le cose, non gli altri, ma io
a me stesso!
Questa è l’educazione di cui noi abbiamo bisogno, perché se io me
ne rendessi veramente conto adesso, con quale gratitudine vivrei il rapporto con Colui che mi sta dando a me stesso ora. Dovete pensarlo,
perché tutti possiamo ripetere questa frase senza renderci veramente
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conto del perché è così. Se ti viene un infarto adesso, potresti darti un
istante di più di vita? Un istante di più?! Tutti noi che ti vogliamo così
bene, con tutto il nostro sforzo, con tutti i nostri tentativi, possiamo
tutti insieme prolungarti un istante la vita? Tutto il mondo potrebbe
dartela? Fino a questo punto è un dono! I nostri genitori hanno contribuito a trasmetterci la vita, ma che loro non sono l’origine ultima
lo si vede dal fatto che neanche loro sono in grado di prolungarci un
istante di più la vita. Lo vediamo bene quando un nostro amico muore in un incidente di moto: i genitori darebbero la vita per il figlio, ma
non sono in grado di ridargli la vita. La vita ci è data da un Altro, è la
cosa più evidente; e io mi facevo questi esempi per capire fino in fondo quello che dice don Giussani: che la cosa più evidente, che «l’evidenza più grande e più profonda è che io non mi faccio da me».
Allora, se io prendessi consapevolezza veramente di me stesso, mi rendessi veramente conto di me, come dovrei dire: «Io»? Io sono Tu che
mi fai ora! Guardate quando uno si innamora: il fatto che l’altro ci sia
introduce in me una vibrazione, una intensità, una felicità, un’esplosione che io con tutta la mia energia non sono in grado di darmi, tutti i miei tentativi, tutti i miei sforzi non sono in grado di darmi neanche un istante di quella intensità che mi dà la presenza di un altro. Che
vibrazione introduce dentro di me la presenza dell’altro! Allora, se succede con la persona di cui mi innamoro (che è un niente come me),
figuratevi che cosa accade il giorno che io mi rendo veramente conto di Colui che mi dà l’essere! Con che vibrazione dovrei dire: «Tu» a
Colui che mi fa ora! Fin quando non arriviamo a vibrare così – la vibrazione dell’innamorato ne è solo un pallido riflesso, un pallido esempio –, noi ci perdiamo il meglio! Mi dispiace. Non viviamo con consapevolezza, con intensità, con verità quello che sta succedendo. Tante volte per noi dire: «Tu» a questo Tu che mi fa è come dire: «Bottiglia», è uguale a niente. «Già lo so»: non lo sai, e ti perdi il meglio con
la tua presunzione del cavolo!
È per questo che uno non si stanca di leggere quel grande testimone che ci ha dato il Mistero, don Giussani, perché lui non può dire: «Tu»
senza tutta la vibrazione con cui uno può immaginare di dire: «Tu»
alla persona a cui vuole bene, anzi molta di più. Per noi questo è così
lontano che a volte mi dicono che è una complicazione. Immagina di
sentirti dire che vibrare dicendo: «Tu» davanti alla ragazza di cui sei
innamorato è una complicazione! Ma perché nasce questa obiezione?
Perché a noi manca quella modalità di vivere la realtà, di vivere la consapevolezza di questo Tu nella sua verità, perché non siamo stati educati a questo.
Mi facevo questi esempi. Immaginate quando cominciate a imparare matematica, è un po’ artificioso stare attenti a non sbagliare ogni
passo.Vi piacerebbe che fosse immediato, appena vedete il problema,
intuire la soluzione. Ma per arrivare fin lì occorre avere la pazienza di
imparare passo dopo passo, dopo passo, dopo passo, dopo passo; e quando uno inizia ad avere una familiarità con la materia, allora sì, appena vede il problema, potrà dire: «Chiaro! Questa è la strada per risolverlo». O quando uno incomincia a suonare il pianoforte, gli piacerebbe subito eseguire Mozart, invece occorre cominciare a fare esercizi con le dita che sembrano ingessate. E tante volte, dicendo queste
cose, a noi sembra una complicazione, così come all’inizio ci sembra
artificioso quello che ci propone don Giussani, e non abbiamo la pazienza di farlo, ci sembra complicato e scambiamo la ragione con il sentimento perché ci sembra più facile, più immediato: «Se lo sento esiste, se non lo sento non esiste!». Questa è la nostra filosofia, dopodiché in una mattina possiamo passare dalle stelle alle stalle, e non dico
quante volte in una giornata!
Per questo occorre che uno si voglia veramente bene fino al punto
di accettare il percorso educativo che ci propone don Giussani, per godere tutto il reale senza perdersi il meglio, perché noi ci perdiamo il
meglio se davanti al reale non scopriamo il Tu che domina la vita, il
Tu che fa vibrare la vita in qualsiasi situazione, il Tu che mi fa stare sempre in compagnia anche se sono da solo, il Tu che determina tutto anche se sono triste, il Tu che mi accompagna anche se sono solo, il Tu
che è Colui che qualsiasi piccola cosa del reale grida, dalla foglia alla
persona presente. Tutto grida questo Tu, ma noi non arriviamo quasi mai a riconoscere questo Tu davanti al reale, e per questo non c’è
qualcosa che ci attira abbastanza per vincere la fluttuazione. È soltanto insieme a un Tu che ti attira così potentemente che ti senti a posto.
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Questo è il cammino che ci propone don Giussani: che questo Tu nel
rapporto con il reale, nel modo di vivere il reale, diventi sempre più
nostro, perché tutto quello che ci dà ha la natura di segno. Il fiotto implica la sorgente. Conoscere significa accettare di compiere il percorso dal fiotto alla sorgente. Questo è l’uso vero della ragione, e allora
io posso dire di essere «Tu che mi fai» con tutta la mia consapevolezza di uomo. «Questa è la preghiera: la coscienza di sé fino in fondo che
si imbatte in un Altro» (Ibidem, p. 147), per cui essa è l’unico gesto umano in cui la statura dell’uomo è totalmente realizzata. Quante volte preghiamo così? Spesso è soltanto un dire parole senza entrare in rapporto con questo Tu che mi fa ora.
Dal riconoscimento di questo Tu che mi fa ora dipende tutto l’equilibrio della vita, e potete vedere se questo è una esperienza per voi.
Don Giussani ci lascia tutti i segni per vedere se facciamo la stessa
esperienza di cui lui parla: se possiamo entrare – dice lui – come «un
bambino tra le braccia del padre e della madre […] in qualsiasi situazione dell’esistenza con una tranquillità profonda, con una possibilità di letizia» (Ibidem, p. 148). Immaginate un bambino, se arriva in una stanza buia fugge, gli viene paura; con la mamma che gli
prende la mano il bambino entra ovunque. Che compagnia ci può
fare entrare in qualsiasi circostanza con questa tranquillità profonda e con questa possibilità di letizia? Solo il riconoscere questo Tu
che è all’origine del mio io, perché dire: «Io sono» vuol dire: «Io sono
fatto».
3. «VIVERE SEMPRE INTENSAMENTE IL REALE»
Allora, e concludo, «la formula dell’itinerario al significato ultimo
della realtà qual è? Vivere il reale». Così come abbiamo detto, «l’unica condizione […] è vivere sempre intensamente il reale» (Ibidem, p.
150). Ma che cosa vuol dire vivere intensamente il reale? Non essere
più accaniti implicandoci con le cose ma rimanendo nell’apparenza;
molti giovani pensano di vivere più intensamente il reale perché si agitano di più o fanno più cose, ma ritornano a casa vuoti. Che cosa vuol
dire vivere intensamente il reale? Che cosa vuol dire avere un rapporto vero con gli amici, che cosa vuol dire avere un rapporto vero con
la persona a cui vuoi bene, affinché tu non ritorni a casa vuoto? Come
sappiamo, dice don Giussani, se viviamo intensamente il reale? Se non
soffochiamo. Dice: «Il positivismo [il restare nell’apparenza] che domina la mentalità dell’uomo moderno […] esclude l’invito a scoprire il significato che ci vien rivolto proprio dall’impatto originario e immediato con le cose» (Ivi). Noi rimaniamo tante volte all’apparenza
che ci soffoca. Abbiamo un segno: soffochiamo, siamo positivisti, restiamo soltanto all’apparenza.
Allora che aiuto, che compagnia ci dobbiamo fare per imparare a vivere il reale in un modo così vero che non ci faccia soffocare! Questa
è la promessa di questo inizio d’anno. Questa è la promessa che ci offre e che ci ha testimoniato sempre don Giussani, che se viviamo il reale nella sua verità possiamo respirare sempre in qualsiasi circostanza;
altrimenti – per usare una immagine usata dal Papa nel suo viaggio in
Germania – noi viviamo la realtà come se fossimo in un bunker senza finestre (soffocate soltanto a pensarci...). Che cosa dobbiamo imparare? A spalancare le finestre, ad aprire tutte le finestre per capire la realtà,fino alla sua origine, per riconoscere che noi siamo in rapporto con
il Tu che fa respirare in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza.
Questa è l’avventura più affascinante del vivere. Tutto il resto, amici, è agitazione; possiamo agitarci in tanti modi, fare di qua o fare di
là, ma se noi non scopriamo, se non andiamo fino in fondo dell’unico Tu che ci fa respirare e se non diventa familiare il rapporto con questo Tu che ci fa respirare in qualsiasi circostanza, possiamo cambiare
le circostanze, ma continueremo a soffocare.
Questa è la promessa, e questa è la strada; questa è l’educazione di
cui parlava la prima lettera che ho letto, questo è quello che impedisce di fluttuare costantemente; altrimenti, come tutti i vostri compagni, sarete travolti da qualsiasi circostanza fino a stancarvi e a diventare scettici. Soltanto chi accetta questa strada e la verifica potrà scoprire la verità, che cos’è veramente godere la vita, che cos’è veramente vivere con intensità tutto. Per questo occorre la vostra disponibilità, la vostra libertà e la vostra decisione.

mercoledì 23 novembre 2011

Lo "spirito di Todi" e Monti






Si è molto scritto in questi giorni, a proposito e sproposito, sul ruolo della Chiesa nella formazione del governo Monti. Ma aldilà delle opinioni personali un fatto nuovo si è sicuramente registrato: mentre nel passato i vertici della Conferenza episcopale hanno comunque manifestato un maggiore o minore apprezzamento per i governi che si sono succeduti a seconda del loro programma o delle loro iniziative in materie sensibili per la Chiesa, in questo caso si è avuta l’impressione di un maggiore coinvolgimento nella formazione stessa del governo.

Tanto per intendersi: non è certo un mistero che la Cei e la Segreteria di Stato vaticana guardassero con benevolenza al governo Berlusconi – almeno fino a un certo punto della legislatura – soprattutto per la sua posizione sui princìpi non negoziabili, che è stata almeno di freno a certe derive laiciste che nel precedente governo sembravano inarrestabili. Eppure tra i ministri del governo Berlusconi non c’erano esponenti di chiara appartenenza cattolica o in stretta relazione con i vertici della Cei. E anche ci fossero stati, sarebbe accaduto per la loro militanza politica. Nel governo Monti invece ci sono due ministri di chiara provenienza ecclesiale e altri riconducibili a rapporti privilegiati con la Chiesa. Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni culturali, è il rettore dell’Università Cattolica, uomo di fiducia prima del cardinal Ruini e oggi del cardinale Bagnasco. Andrea Riccardi, ministro della Cooperazione internazionale e dell’integrazione, rappresenta una novità addirittura storica visto che è la prima volta in un governo di un fondatore e leader di un movimento ecclesiale, la Comunità di Sant’Egidio.

Entrambi sono stati relatori all’ormai famoso convegno di Todi (17 ottobre) organizzato dal Forum delle associazioni cattoliche del mondo del lavoro, come pure un altro ministro del governo Monti, il presidente di Banca Intesa – e fra gli editori del Corriere della Sera - Corrado Passera, a cui oggi tocca dirigere il ministero per lo Sviluppo economico. Il convegno di Todi ha avuto grossa risonanza soprattutto per il rilievo che gli ha voluto dare il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, anche se con la sua prolusione ha poi spiazzato la cordata del Corriere della Sera, il cui direttore Ferruccio De Bortoli (anche lui presente a Todi) aveva già affidato ai cattolici in politica un ruolo di sostegno all’etica comune, con la rinuncia a proporre quei valori non negoziabili (vita, famiglia, educazione) ritenuti divisivi. Bagnasco fece nell’occasione un bellissimo discorso per spiegare che invece quei valori sono sorgivi per ogni politica diretta al bene comune.

Eppure lo “spirito di Todi” – così come evocato dal Corriere - sembra entrato nel governo Monti, e con l’avallo della Cei, anche se il peso dei vescovi è stato ridimensionato rispetto alle attese. Ornaghi, dato per giorni sicuro al ministero dell’Istruzione, si è ritrovato all’ultimo momento a dirigere i Beni culturali, che sarà pure un dicastero importante (in fondo Ornaghi è anche a capo del Progetto Culturale della Cei) ma certo è tutt’altra cosa rispetto alla responsabilità di scuola e università: alla fin fine il rettore dell’Università Cattolica si dovrà occupare dei muri che cadono a Pompei e delle grane piantate dai cineasti. Quanto a Riccardi, i suoi interessi vanno ben oltre la Chiesa e certamente uno dei suoi punti di forza sono stati gli stretti legami con circoli laici e la grande stima di cui gode presso il presidente della Repubblica Napolitano (vedi al proposito la biografia non autorizzata che gli ha dedicato un grande conoscitore delle cose ecclesiali come Sandro Magister).

Dall’altra parte la Cei ha ottenuto che nel governo non ci fossero la radicale Emma Bonino e l’oncologo Umberto Veronesi, che alla vigilia sembravano ben piazzati per un ministero importante e che sarebbero stati imbarazzanti per le loro posizioni in materia di bioetica. Ha dovuto però subire l’assegnazione del ministero della Sanità a Renato Balduzzi, bindiano di ferro, padre della proposta di legge sui Dico (l’equiparazione delle coppie di fatto ai matrimoni), che sui temi etici viene dato più vicino a Bonino e Veronesi che non alla dottrina della Chiesa. In più Balduzzi è da poco tempo un docente dell’Università Cattolica, che si ritrova con un dicastero molto più importante di quello affidato al suo rettore.

Alla fine dei conti, insomma, la Chiesa sembra aver dato la benedizione al governo tecnico (significativo anche il commento informale del segretario di Stato vaticano, cardinale Bertone, che ha parlato di “una buona squadra”) garantendosi che negli ultimi due anni di legislatura non verranno prese iniziative negative in materie eticamente sensibili. Peraltro, a prescindere dalle pressioni dei vescovi, non è neanche nell’interesse di Monti proporre o sostenere leggi che possano mettere in pericolo l’armonia del Parlamento. Inoltre c’è la speranza che questa legislatura possa portare a termine l’approvazione della legge sulle Dichiarazioni anticipate di Trattamento (Dat), che sta tanto a cuore al cardinale Bagnasco.

Ora, si possono dare certo valutazioni diverse sui risultati raggiunti dalla Cei nell’iter che ha portato alla formazione del governo Monti. Resta però la sensazione di una Chiesa che negli ultimi mesi è stata molto attiva nel preparare o nel dare indicazioni per il dopo-Berlusconi, una volta constatato che la parabola politica del Cavaliere era ormai al termine. In questo senso il convegno di Todi è stata solo l’ultima di una serie di iniziative “politiche”.

Detto questo, la domanda che ci facciamo è: ma davvero oggi il compito più urgente per la Chiesa in Italia è dare indicazioni per il governo, o suggerire ministri, o impegnarsi in negoziati per ottenere “buone leggi”? Noi crediamo francamente di no. Questo è un compito dei laici, chiamati ad affrontare la realtà politica fondandosi sui criteri della Dottrina sociale della Chiesa. Ai vescovi spetta piuttosto indicare con chiarezza qual è l’origine vera della crisi che stiamo vivendo che – come ha scritto da queste colonne monsignor Luigi Negri – “è una gravissima crisi di carattere culturale”. Spetta offrire ciò che è nella natura della Chiesa, ovvero un processo educativo: “E il processo educativo – diceva ancora mons. Negri - non si fa con le autostrade, il processo educativo si fa camminando per sentieri, salendo greppi – come dicono nei posti dove sono vescovo -, faticando giorno dopo giorno perché la cultura di base che la Chiesa propone diventi forma della personalità, riferimenti valoriali ultimi, obiettivi personali, familiari, sociali. L’educazione non si improvvisa e soprattutto non è frutto di qualche slogan ben detto o di qualche pubblicazione di grande o di piccolo respiro. Dobbiamo tornare a educare il nostro popolo a partire dalla fede in modo che il fenomeno della evangelizzazione diventi educazione, l’educazione diventi formazione di personalità”.

In altre parole ci attendiamo dai vescovi un impegno vero nell’evangelizzazione, che è il primo e fondamentale contributo che noi cattolici possiamo dare alla società. Meno messaggi ai palazzi, più lavoro di evangelizzazione fra la gente.

di Riccardo Cascioli - http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-lo-spirito-di-todi-e-monti-3698.htm

martedì 22 novembre 2011

150 ANNI DI SUSSIDIARIETÀ «Mi hanno svelato il segreto della mostra»

Una settimana in Piazza Duomo. Settanta studenti hanno raccontato 150 anni di storia italiana a centinaia di persone. «Avevano il volto lieto», ha detto un visitatore. Tanto che anche i loro professori si sono messi a seguirli...


Enzo Jannacci in Duomo alla festa conclusiva.




Una settimana di mostra sui "150 anni di Sussidiarietà" e la sorpresa di qualcosa che mi ha ribaltato facendomi gustare questo pezzo della nostra storia come non mi sarei mai immaginato. Le guide della mostra, questi settanta studenti entusiasti e determinati, le avevo preparate io, con l'aiuto di un bel gruppo di adulti, due mesi di lavoro e l'impresa sembrava impossibile. Ero preoccupato di fronte alla settimana di visite guidate che ci aspettava, non è una mostra semplice, sono 150 anni di storia. Poi dal primo giorno di apertura della mostra è accaduto l'imprevedibile, questi ragazzi e ragazze che avevo preparato hanno cominciato ad insegnarmi loro cosa volesse dire fare una visita guidata a questa mostra. Mi sono messo a seguirli, a scrutare le loro mosse mentre conducevano i gruppi a fissare i punti salienti dei pannelli, a chiedere loro se fosse accaduto qualcosa di bello per goderne anch'io. La svolta me l'ha provocata un uomo, che, dopo aver seguito una visita alla mostra, ci si è avvicinato e ci ha detto «questi ragazzi hanno il volto lieto, voglio conoscere l'esperienza che fanno». Un contraccolpo, stava accadendo qualcosa di più di quello che avevo insegnato a quei ragazzi, e quell'uomo lo aveva visto. Da quel momento mi sono messo a fissare anch'io quei ragazzi e quelle ragazze, e nel loro entusiasmo per lo sguardo che hanno incontrato ho scoperto il segreto della mostra. Tanto che quel Gesù con cui si conclude la mostra e che all'inizio sembrava un po' appiccicaticcio con il passare dei giorni è diventato, come mi ha detto un ragazzo, esperienza. È stata questa la settimana di mostra, un ribaltamento, aver imparato il segreto della sussidiarietà da coloro cui avevo insegnato.
Così che l'ultimo atto della mostra, la festa conclusiva del 18 novembre mi si è impressa nel cuore. Per l'entusiasmo dei ragazzi e per il grande regalo che ci ha fatto Enzo Jannacci venendoci a trovare e cantando con noi due canzoni, le sue, così giovani, così attuali. Mi ha commosso questo uomo che mendica la carezza del Nazareno: aveva lo stesso entusiasmo delle giovani guide, uno sguardo intenso e attento, tanto da farmi avvertire che nella sua sensibilità umana era Gesù a venirci a trovare, a venirci a dire che valeva la pena portare in questa piazza, sotto lo sguardo vigile della Madonnina, la testimonianza della tenerezza con cui il Mistero conduce la storia ad un bene reale.
di Gianni Mereghetti

lunedì 21 novembre 2011

Virtù, gratuità e amicizia. Così rinasce la vita pubblica

Dalla laguna veneta alla nebbia milanese: cambia la scenografia, non l'inquietudine e la sfida di una società civile che oggi ha bisogno di solide basi su cui poggiare. Parla il cardinale Angelo Scola a due mesi dal suo ingresso a Milano



Da tempo ormai non si vedeva a Milano una nebbia come quella che sveglia la città al mattino e la avvolge al tramonto in queste intirizzite giornate di novembre. È una coltre leggera che sfuma i contorni, rende labile la fisionomia delle cose. Quasi una metafora dei tempi che attraversiamo, e che osservando la città dalle finestre della sede arcivescovile su piazza Fontana richiama un’immagine ambientale cui il cardinale Angelo Scola ha fatto ricorso da patriarca di Venezia: il malfermo incedere sull’acqua di una società incerta e confusa. Nebbia e acqua: cambia la scenografia, non l’inquietudine e la sfida. Nell’ora e mezza di colloquio che il cardinale concede ad Avvenire - la prima intervista da quando è tornato nella “sua” terra ambrosiana, il 25 settembre - sfide e impegni per la Chiesa, i credenti, la città si intrecciano in una trama e in una visione nella quale siamo tutti presenti.
Eminenza, lasciata Venezia, in questi due mesi che Chiesa ha trovato a Milano?

Circostanze provvidenziali hanno fatto sì che, la scorsa settimana, io abbia potuto compiere un breve pellegrinaggio in Terra Santa con 700 veneziani a conclusione della Visita pastorale. Perché andiamo in Terra Santa? Per calcare le orme di Gesù. Quando sosti davanti al Sepolcro, quando metti la faccia nella cavità dove venne piantata la sua Croce, o vai alla fontana dove sai che Maria e probabilmente Gesù stesso hanno attinto acqua, percepisci la presenza imponente e reale di Cristo. Una presenza che vince la storia. Di questo la Chiesa è sicura. Il tarlo che rode oggi tanta cultura e anche molti battezzati è l’obiezione per la quale Cristo sarebbe un fatto del passato. Invece Cristo ci è contemporaneo. Per venire alla domanda, nel popolo ambrosiano ho potuto cogliere la presenza attuale del Signore.

Come essere all’altezza di questo compito?

Il punto è questo: prendere coscienza che noi siamo, per dono dello Spirito, il “segno” e lo “strumento”, come si legge in Lumen gentium, della contemporaneità di Cristo. Perché, come Kierkegaard ha acutamente affermato, solo chi mi è contemporaneo mi può salvare. Il non esserne sempre coscienti genera un “fare” carico di generosità, ma spesso frammentato e, quindi, difficilmente comunicabile. Se si perde la consapevolezza di questo punto originario che garantisce l’unità dell’io e della comunità, l’azione ecclesiale rischia di ridursi a erogare “servizi”. La frammentarietà è un’insidia molto pericolosa.
Vede un eccesso di attivismo?

Il problema è dove poniamo il baricentro del “fare”: sull’organizzazione o sull’esperienza di un rapporto - quotidianamente rinnovato - con Gesù e con i fratelli? A volte è come se ci fosse una strana reticenza a comunicare Colui che ci muove, che è il Signore. La testimonianza dev’essere umile, ma è inesorabile. Non si può essere tiepidi. Ci sono però fronti del “fare” in cui la novità dell’io cristiano è prorompente. Penso, soprattutto, alla condivisione delle fragilità e del dolore. Lì il cuore dell’esperienza cristiana s’impone quasi da sé, perché in quelle condizioni si sperimenta la forza della fraternità tra gli uomini che Gesù ha suscitato nella storia.
Che cosa rende convincenti i cristiani oggi?

La via della testimonianza che scaturisce dall’esperienza di relazioni profonde, costitutive, che esaltano la libertà e passa attraverso un modo di raccontarsi nel quotidiano quasi incontenibile e aperto a tutti. Qui sta il movente reale dal quale partire ogni mattina. Siamo appassionati alla missione, cioè al comunicarsi pieno di gratitudine di ciò che gratuitamente ci è stato dato. Non cerchiamo l’egemonia sulla società: i cristiani non sono gli agit-prop di un’azienda che devono vendere un marchio. Siamo gente che - per grazia di Dio e al di là di limiti, fragilità e peccati - ha scoperto il gusto della vita. E questo inesorabilmente tende a comunicarsi.
Appena arrivato a Milano, lei è andato incontro alla città nel corso di quattro incontri tematici con altrettante realtà vive, e poi l’ha invitata a casa sua, in Duomo, per le Messe delle domeniche d’Avvento. Che cosa sta incontrando di questo dialogo?

Ho trovato mondi stimolanti, una città cosciente di essere sul proscenio europeo e mondiale. Ho voluto che il primo incontro fosse con chi opera negli ambiti della fragilità perché su questo fronte si vede il grado di civiltà di una società. Ho sottolineato l’unità della persona perché produce l’unità degli ambiti e dei mondi in cui vive e opera. La frammentarietà è la causa di tanti inconvenienti anche a livello sociale. Invece la vera genesi di una società civile, come diceva Aristotele, è la filìa, l’amicizia civica. Ne abbiamo bisogno più che mai, in questo tempo di grave affanno. Per arrivare a una amicizia civica di questo tipo serve buon governo a tutti i livelli, dalla famiglia al condominio, dal quartiere alla città, dal Paese all’Europa.
Unità, amicizia civica, buon governo: come ci si riappropria di queste categorie nel concreto?

Il Papa nella Caritas in veritate indica la necessità di allargare la ragione politica, economica, culturale attraverso la logica del dono, del “gratuito”. Ma, attenzione, il gratuito non è ciò che è “gratis”. Il gratuito è pensare, fare, realizzare un’opera perché è buona in sé, perché è bella in sé. Anteponendo il valore oggettivo dell’opera in sé e per sé all’utile o all’interesse che se ne può ricavare. L’utile e l’interesse hanno certo la loro importanza, ma prima viene la cosa in sé. La filìa e il buon governo fioriscono da questa dimensione gratuita del civile, del sociale, del politico, del culturale. È questo che rende unita, feconda e virtuosa una società perché introduce una dimensione veritativa nella relazione di cittadinanza. Se una città lucida come Milano sottovaluta questa idea del gratuito, non riuscirà a sprigionare tutto ciò che ha dentro in termini di risorse e prospettive.

Lei ricorda spesso che oggi le persone - i cittadini, i credenti - stentano a rimettere insieme le dimensioni della propria vita. Qual è il motivo profondo di questa sua preoccupazione?

La frammentazione dell’io accentua l’inconveniente della post-modernità che consiste nella caparbia affermazione di una identità personale individua e isolata, per cui i legami sono sentiti come un’obiezione alla libertà, mentre sono una condizione della nostra libertà. È questo che i cristiani propongono nella sfera civile, perché è la loro esperienza normale. Ed è la prima “politica” che sono chiamati ad attuare.

Come si rigenerano relazioni che sembrano a volte tanto logorate da apparire irrecuperabili, anche nella comunità cristiana?
L’uomo si muove veramente solo per convinzione. Domandiamoci per un istante: cosa davvero mi persuade? Mi persuade il percepire con chiarezza che la sequela di Cristo mi “conviene”, che seguendo Cristo sono più compiutamente uomo: amo, lavoro, condivido, ho sete di giustizia e di pace, vivo tutto, persino la morte, in maniera diversa. Che questa sia la strada per invertire la rotta ce lo documentano i martiri, come Bhatti, il cristiano pakistano ucciso mentre difendeva la libertà dei suoi fratelli, o il priore di Tibhirine. Da dove è venuta loro quell’energia che li ha condotti fino al dono totale di sé? Dall’aver visto e toccato, nella fede, che questa prospettiva consente di vivere sin d’ora un’umanità potente, un anticipo di vita eterna. Più che mai nell’attuale frangente storico di transizione rapida e non senza traumi, i cristiani sono chiamati a passare da una fede per convenzione ad una fede per convinzione.
E questo come si declina per la sua Milano?

Nel milanese, per esempio, si può ancora sperimentare il gusto del lavoro di cui parla Péguy: è il lavoro in sé che deve essere ben fatto, al di là del suo valore di mercato. Si percepisce che esso consente di creare una trama di relazioni tendenzialmente buone con gli altri e col creato. Ma se il lavoro è vissuto in maniera separata dagli affetti, può anche assumere una fisionomia parossistica (il “lavorismo”, un difetto molto milanese). La persona ha bisogno di un centro: se c’è, tutte le dimensioni vitali si dipanano armonicamente e, anche quando entrano in tensione, non spezzano mai l’unità dell’io.

Anche in questo senso la Chiesa resta un punto di riferimento per la sua risposta alla grande questione irrisolta del nostro tempo, che è quella educativa. Come si rende persuasiva oggi la “vita buona del Vangelo” cui sono dedicati gli Orientamenti della Chiesa italiana per il decennio?

Penso a comunità cristiane dove si possano invitare le persone, dicendo loro, come Gesù ai suoi: «Venite e vedete». Comunità che assecondino fino in fondo la realtà a partire dal dono che Gesù ci fa di sé, attraverso il quale ci rende fratelli. Nel mondo in cui viviamo questa non è un’affermazione statica, ma è sempre preceduta da un “andare” - quello quotidiano di ciascuno di noi: a scuola, al lavoro, nel quartiere - ascoltando il bisogno dell’altro… Si tratta, per me cristiano, di invitare chi incontro nella comunità cristiana, che è casa mia. La Chiesa è una grande famiglia, non un’azienda.

Eppure, sui media e in certe polemiche, si tende a proporre proprio così l’immagine della Chiesa, come una sorta di “azienda” tra le altre, meno convincente e popolare di altre…

Quello italiano resta un cristianesimo di popolo. Non è una mera questione di chiese più o meno piene, ma di riconoscere che larga parte del nostro popolo è ultimamente riferita alla grande tradizione cristiana. Il punto è come accompagnare modalità diverse di partecipazione a una appartenenza piena alla Chiesa: quella dell’impegnato che si coinvolge oltre la Messa festiva, quella del cristiano della domenica, di chi frequenta solo talune feste, di chi viene solo per un matrimonio, un battesimo, un funerale, di chi si sente cattolico ma ha perso la strada di casa. Il problema, oggi, è come irrobustire anche la più esile pianticella. Sono convinto che questa azione ecclesiale abbia inevitabilmente un influsso benefico sulla società civile. Nella storia di Milano è stato sempre così. Bisogna forse tornare a capire che non è anzitutto la legge a fare un cittadino in senso pieno, ma la virtù. San Tommaso diceva che lo scopo della legge è educare a vivere secondo virtù.

Recentemente lei ha parlato di un Paese “esausto”: da cosa può riprendere energia?
Alla vita civica sono necessari atteggiamenti virtuosi. Altrimenti anche il sacrosanto discorso su moralità e legalità si scontra con la strutturale fragilità umana. Occorre tornare alla sostanza virtuosa della vita personale e associata, a uno stile di vita in cui ogni atto sia posto secondo tutta la pienezza di bellezza, bontà e verità che gli è propria.


E sul piano pubblico, su cosa si può fare perno?

Qui mi aiuta Venezia: tutta la laguna è punteggiata dalle “brìcole”, grandi pali solidi che delimitano i canali dove le imbarcazioni possono navigare senza insabbiarsi. Ecco: noi abbiamo bisogno di qualcosa di solido per orientarci, di riferimenti certi, a partire dalle relazioni primarie costitutive: la famiglia, la città, il quartiere, la parrocchia... In questo - voglio sottolinearlo - l’Italia ha un indubbio vantaggio: la nostra società civile è certamente la più ricca d’Europa.

Se ne sono accorti coloro che fanno di questa nostra realtà un modello: la big society…
Già, non esiste popolo che come il nostro dia vita in continuazione a realtà associate a tutti i livelli. Bisogna continuare, pazientemente, a costruire dal basso, in modo che la politica torni a essere se stessa, cioè a governare e non a gestire la società civile.

Nell’omelia del suo ingresso a Milano ha parlato del «mestiere di vivere» che schiaccia «uomini e le donne delle generazioni intermedie». Che cosa intendeva dire?

Mi preoccupa che le generazioni intermedie, dai 20 ai 60 anni, siano come sparite dalla vita ecclesiale, e spesso da quella civile, perché oppresse dall’affanno del quotidiano, dai ritmi di lavoro, dalle ferite affettive. Normalmente queste persone non sono contrarie alla fede, ma non vedono più che cosa c’entri con la loro esistenza. Ecco perché l’azione della Chiesa deve spingersi negli ambienti di vita, tra le persone. La parrocchia resta centrale, perché è la “chiesa” tra le case, ma non possiamo più aspettare le persone sotto il campanile.

Milano si accinge a ospitare l’Incontro mondiale delle famiglie, a fine maggio 2012. Che cosa si aspetta?

Sono tre gli aspetti per me preziosi di questo grande evento fortemente voluto dal cardinal Tettamanzi. La scelta del tema è di per sé molto felice: offre un’occasione straordinaria per ricondurre a unità le dimensioni di vita comuni a ogni uomo: gli affetti, il lavoro, la festa. L’evento come tale, poi, metterà alla prova il nostro senso di ospitalità. Molte migliaia di famiglie giungeranno da tutto il mondo. Se c’è una terra dell’ospitalità, è quella “terra di mezzo” che è Milano. Potrà inoltre suggerire uno stile con cui guardare da una prospettiva nuova il problema dell’immigrazione. Lo si può affrontare con equilibrio, restando magnanimi.

E ci sarà il Papa...
E questo è il dono più grande. Papa Benedetto viene a noi, e non come uno che arriva da fuori: il successore di Pietro è, per sua natura, immanente a ogni Chiesa particolare. La sua straordinaria venuta ci aiuterà a capire la sua presenza ordinaria tra noi. Diventerà un’occasione per riscoprire questo fattore che dà pienezza e senso compiuto alla nostra Chiesa ambrosiana. Inoltre consente a noi cristiani di ricordare che il compito affidato a Pietro da Gesù stesso è di confermare i suoi fratelli nella fede. Ciò vuol dire che qualunque cristiano ha bisogno di “essere confermato” dal successore di Pietro, nessuno di noi può farcela senza questo elemento. Gesù non ha fondato la sua Chiesa sull’intelligenza di umani ragionamenti, ma sugli apostoli in unità con Pietro.

A Milano, come altrove, si propongono più modi di intendere e definire la famiglia...

Propongo di tornare alle cose in se stesse, chiamandole col proprio nome. Il nome “famiglia” si addice al matrimonio inteso come rapporto pubblico, stabile, aperto alla vita tra un uomo e una donna. Abbiamo rispetto per tutte le persone, non c’è alcuna pretesa di giudicare chi non condivide questa nostra visione e pensa di poter realizzare diversamente la propria personalità e la propria sfera affettiva. Siamo aperti a veder regolate in termini rigorosi le loro richieste ma senza che questo, andando oltre la sfera di un adeguato diritto privato, alteri direttamente o indirettamente l’autentico concetto di famiglia.

Chi più risente del respiro corto della nostra società sono i giovani, inquieti, “indignati”, talvolta anche arrabbiati. Che cosa dire loro?

Quando li incontro, e a Milano mi è già capitato più volte in breve tempo, faccio notare come tutti dicano loro che sono “il futuro”, ma questo non sarà possibile se non sono il presente. Ciò domanda educazione, che consiste nel trasmettere ai giovani il senso compiuto del vivere. Penso che la scuola e l’Università vadano ripensate in termini non solo di riforma strutturale, ma di concezione. Il rapporto col mondo del lavoro, poi, non può essere puramente strumentale: l’educazione è dotata di un valore in sé, che viene prima della funzionalità dell’esito scolastico. Al di fuori di questo largo orizzonte, ogni discorso rivolto a giovani suona demagogico.
(da Avvenire, 20 novembre 2011)
Intervista di Marco Tarquinio e Francesco Ognibene

sabato 19 novembre 2011

Cosa resta quando tutto crolla. Crisi non è necessariamente sinonimo di catastrofe

Stralci dell’intervento di Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pronunciato il 17 novembre al Teatro Capranica di Roma durante l’incontro «La crisi sfida per un cambiamento». All’incontro — introdotto da Roberto Fontolan, direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione — hanno partecipato anche Giorgio Israel e Antonio Polito.

«E Dio vide che (…) era cosa buona (…) era cosa molto buona». Questa affermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesi, esprime la convinzione fondamentale del popolo d’Israele sulla realtà: è buona, anzi molto buona. Come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da sofferenze, tribolazioni e travagli di ogni genere?

Questo atteggiamento sorprende ancora di più, se lo collochiamo nel contesto culturale dei popoli vicini. Infatti, l’esperienza del dolore aveva portato gli altri popoli a una ben diversa convinzione: che, cioè, la realtà non è tutta positiva. È quello che esprime il manicheismo: ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, che si riverberano in una creazione buona e in una cattiva. Come mai questa visione manichea non ha preso il sopravvento anche in Israele? Soltanto a motivo della sua storia.
L’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto di Dio, pur in mezzo a tutte le sue tribolazioni, è stata così positiva che non ha potuto che affermare la Sua bontà. Dio si è rivelato con tutta la sua potenza salvatrice. E da questa esperienza hanno concluso: Lui, il salvatore, è anche il creatore. C’è solo un unico principio buono all’origine di tutto. Dunque, la realtà è positiva. È stata la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo che ha educato gli ebrei a guardare la realtà nella sua verità.
Ma quello che più colpisce è che questa positività della realtà il popolo d’Israele l’ha veramente compresa proprio nel momento della crisi. Con la perdita del tempio, della monarchia e della terra, andando in esilio, Israele è stato spogliato di tutto quanto identificava come il fondamento della sua fede. È Isaia che Dio manda in soccorso del suo popolo per aiutarlo a guardare bene la realtà che ha davanti: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Isaia, 40, 12s., 26-28).
Quando tutto crolla, c’è qualcosa che permane: la realtà e gli occhi educati per guardarla. Col volantino «La crisi sfida per un cambiamento», firmato da Comunione e Liberazione, vogliamo aiutarci a guardare la realtà a partire dalla nostra esperienza. Si tratta di un giudizio sulla situazione in cui siamo immersi, che rischia di far crollare l’Italia e l’intera Europa. Davanti a questo dato ciascuno è chiamato a prendere posizione. La chiave di volta è sintetizzata dalla frase: la realtà è positiva. Ma è vero che la realtà è positiva? Questa è la sfida che noi vogliamo lanciare a tutti, a noi per primi, perché siamo immersi in una situazione che ci offusca, per cui non riusciamo a guardare bene il reale. Con questo giudizio non offriamo un’interpretazione della crisi valida per i soli cattolici, come a dire: “per noi” la realtà è positiva, perché la compagnia, il nostro stare insieme, ci “convince” a pensare così, a consolarci così.
La nostra pretesa è che si tratti di un’evidenza che tutti possono riconoscere. Anche a questo livello ci viene in soccorso Giussani: «Una positività di fronte alla vita, alla realtà, non la induciamo dalla compagnia (sarebbe una magra consolazione), ma ci è dettata dalla natura; la compagnia ci rende più facile accettare questo, anche attraversando condizioni brutte, situazioni complesse» (Luigi Giussani, Si può [veramente?!] vivere così?, Milano, Bur, 2011, pp. 292-293).
La realtà può essere percepita come positiva perché è positiva. È ontologicamente positiva la realtà. Perché? La realtà è positiva perché c’è. Tutto ciò che esiste c’è perché il Mistero ha permesso che accadesse, provoca e mette in moto la persona, rappresenta un invito al cambiamento, un’occasione di un passo verso il proprio destino. Ogni circostanza è strada e strumento del nostro cammino: è segno. In quanto c’è, la realtà è provocazione, e quindi occasione di risveglio dell’io dal suo torpore. Perfino la crisi, perché essa urge con le sue domande.

«Una crisi — dice Hannah Arendt — ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce» (Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 229).
Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere. La realtà è positiva per il Mistero che la abita. Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito.
Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole. Come mai accade questo?
Per la nostra fragilità e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione, che pure è originalmente aperta al reale, indietreggia, trema, si confonde. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.
Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo. Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno, mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura, e non per fare di noi dei “visionari”.
In questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia, portata avanti nell’indifferenza generale da Benedetto XVI, per la difesa della vera natura della ragione, per «allargare la ragione», per una «ragione aperta al linguaggio dell’essere», cioè per un io in grado di affrontare qualsiasi sfida. Proprio a questo livello Cristo dimostra la sua eccezionalità: restituendo l’uomo a se stesso. Perciò un uso vero e compiuto della ragione è una verifica della fede, è la documentazione potente e inconfondibile del rapporto riconosciuto e vissuto con Cristo contemporaneo a ciascuno di noi.
Il cristianesimo non si aggiunge dall’esterno, come una sovrastruttura, come un pietismo, alla vita dell’uomo, ma chiarisce, educa e salva la natura stessa dell’uomo, ferita ma non annullata dal peccato originale. Se davanti al contesto attuale non viviamo la realtà nella sua vera natura, vuol dire che la fede non è vissuta nella sua autenticità, non è fede cristiana. Allora la fede è inutile. Invece, paradossalmente, la crisi può rappresentare la possibilità di verificare la convenienza umana della fede, la sua ragionevolezza. Se noi accettiamo questo lavoro, potremo riempirci di una tale ricchezza di esperienza da poterla condividere con tutti, e scopriremo in che cosa consiste l’incidenza storica dei cristiani.
Julián Carrón
da http://www.osservatoreromano.va
Testo integrale: http://www.clonline.org/articoli/ita/jcRoma171111.pdf

giovedì 17 novembre 2011

IN TUTTO IL MONDO .A scuola di fede

Sessant'anni fa, l'intuizione di don Giussani al liceo Berchet di Milano. Oggi la Scuola di comunità è diventata una proposta accolta dal Brasile a Taiwan. Per educare cuore e ragione



Una Scuola di comunità in Brasile.







«Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato». Così Benedetto XVI fotografa l’epoca che viviamo nel Motu proprio con cui pochi giorni fa ha indetto l’Anno della fede che comincerà l’11 ottobre 2012.
Don Luigi Giussani nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso si era imbattuto in una situazione analoga, che aveva già in sé gli elementi evocati dal Papa: il liceo classico Berchet in cui, giovanissimo, insegnava religione, era lo specchio di un’Italia formalmente cristiana ma nella quale si assisteva a una sostanziale separazione tra una fede sempre più formale e ritualista e una vita quotidiana sempre più determinata dalla secolarizzazione. Era necessario tornare all’abc del cristianesimo, riproporlo come avvenimento incontrabile nella contemporaneità, qualcosa di cui poter fare esperienza quotidiana. Non solo nel mondo giovanile, dove le domande sul senso della vita sono più brucianti e dirette, ma in tutta la società, sempre più dimentica di Cristo.
Le lezioni di religione del sacerdote lombardo non sono la mera riproposizione di formule religiose, ma vibrano di una proposta che mette in gioco il dinamismo della ragione, investe l’esistenza intera e rende viva e affascinante le nozioni un po’ polverose che molti avevano conosciuto «andando a dottrina», e che altri non avevano neppure mai incontrato. Vengono raccolte in alcuni libretti che negli anni diventano la bussola educativa per i primi gruppi di Gioventù Studentesca e poi di Comunione e Liberazione, fonte di un paragone continuo tra quelle parole e la vita nei suoi aspetti più elementari: il lavoro, l’amicizia, l’amore, la malattia, l’impegno pubblico. Un paragone che implica anzitutto un lavoro personale e che si sviluppa in momenti comunitari. Sono i primordi di quella che oggi si chiama «Scuola di comunità»: un lavoro di catechesi che si dipana in incontri periodici e in centinaia di gruppi guidati da un sacerdote - don Carrón, presidente della Fraternità di Cl, e molti altri preti - o (più spesso) da un laico. Non servono tessere, gli incontri sono aperti a tutti, in quello che oggi è probabilmente il fenomeno di educazione popolare alla fede più diffuso in Italia, a cui ogni settimana partecipano più di 50mila persone e che si svolge in università, scuole, luoghi di lavoro, quartieri, parrocchie, ospedali, carceri. «Scuola» perché è necessario rieducarsi continuamente a ciò che fonda l’esperienza cristiana, «di comunità» perché si svolge dentro un’amicizia che accompagna ed aiuta questo lavoro, fino alla condivisione delle necessità quotidiane.
I testi di riferimento sono testi del Magistero della Chiesa e di don Giussani. Quest’anno il lavoro ha come libro di riferimento Il senso religioso, opera fondamentale del padre di Cl, tradotta in diciotto lingue tra cui arabo, russo, giapponese e cinese, e divenuta anche uno strumento di ecumenismo e di evangelizzazione a diverse latitudini: nelle metropoli e nelle cittadine più sperdute degli Stati Uniti, nell’università e nelle favelas di San Paolo del Brasile, nei villaggi dell’Uganda, del Kenya e della Nigeria, in Grecia e in Albania, in Russia e Kazakhstan, al Cairo e a Gerusalemme, a Cambridge e Taiwan.
Oggi l’intuizione di quel giovane insegnante di religione maturata sessant’anni fa nell’incontro con gli studenti del liceo Berchet è diventata una scuola di educazione permanente alla fede che coinvolge uomini di ogni età e condizione sociale: il cristianesimo non è una grande idea o una decisione etica ma anzitutto - come scrive Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est - «l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».


IN BRASILE
Duemila a lezione
Il colpo d’occhio è impressionante: duemila giovani radunati in un magazzino di un quartiere periferico di San Paolo, a discutere e confrontarsi su ciò che anima la loro vita, a partire dalle pagine del Senso religioso di Giussani. È così ogni sabato e domenica, moltiplicato per cinque incontri fanno diecimila persone. Sono gli studenti universitari che animano la Scuola di comunità più numerosa tra quelle che si tengono nel mondo su iniziativa di Comunione e Liberazione. Molti di loro provengono dagli strati più bassi della società brasiliana, hanno conosciuto il carisma di Giussani incontrando il movimento dei Lavoratori senza terra guidato da Cleuza e Marcos Zerbini, che tra le sue attività annovera l’aiuto per rendere accessibili gli studi universitari - attraverso la concessione di borse di studio - a chi è penalizzato dalla sua appartenenza sociale. Alexandre Ferraro, un medico che insieme ai coniugi Zerbini guida queste oceaniche scuole di comunità a cui dal 2005 hanno partecipato oltre 50mila persone, racconta di «un fenomeno popolare che stupisce e commuove noi stessi, e che si spiega col fatto che questi giovani trovano qui una strada convincente per rispondere agli interrogativi sulla vita, e le trovano dentro un’amicizia che li fa sentire parte di una storia più grande».

IN KAZAKHSTAN
Anche nel lager
In un Paese come il Kazakhstan grande quanto l’Europa occidentale dove, anche per effetto delle deportazioni di staliniana memoria, convivono 120 etnie e dove il cristianesimo è assolutamente minoritario (25% della popolazione), la Scuola di comunità è una proposta che non può dare nulla per scontato, e che si fonda anzitutto su un rapporto personale. Racconta don Edo Canetta, uno dei pionieri dell’avventura in terra kazaka: «Abbiamo cominciato nel 1995, eravamo tre sacerdoti fidei donum provenienti dalle diocesi di Milano, Bergamo e Cremona, i giovani che incontravamo erano quasi tutti studenti dell’Università di Karaganda dove insegnavo italiano e che frequentavano la nostra casa incuriositi dall’amicizia che c’era tra noi. Leggendo insieme i testi di Giussani hanno scoperto una corrispondenza sorprendente con le loro attese umane e a loro volta l’hanno proposto ad altri giovani. L’esperienza si è diffusa in altre città dove noi o i giovani ci siamo trasferiti per motivi di lavoro, come la capitale Astana o Almaty, ha coinvolto persone non credenti o di tradizione musulmana (l’islam è la religione seguita dal 70% dei kazaki) ed è entrata perfino nel lager femminile di Kocondieresdiksu, dove entravo periodicamente per visitare le detenute. Per alcune la lettura del Senso religioso è stata l’occasione di riscoprire la loro dignità di persone, più grande delle colpe che avevano commesso e che stavano scontando, ed è la strada che le ha condotte fino al battesimo».

A TAIWAN
Dal buddismo a Gesù
I cattolici sono una minoranza nelle quattro scuole di comunità nate in questi anni a Taiwan, dove il movimento di Cl è presente dal 1993 e dove attualmente vivono tre sacerdoti della Fraternità dei missionari di San Carlo, che insegnano al dipartimento di italiano della Fu Jen Catholic University e reggono due parrocchie nella capitale Taipei. Nel 2010 è stata pubblicata l’edizione del Senso religioso in cinese mandarino, presentata al Meeting di Rimini di quest’anno e che viene usata come testo di riferimento. La professoressa Wang Chen-Shin, convertita al cristianesimo a 40 anni dopo una sofferta esperienza nel buddismo, è stata colpita da alcune parole-chiave del pensiero di Giussani: «Quando ho cominciato a frequentarli, ascoltandoli parlare ho colto per la prima volta l’importanza di termini come libertà e segno. È rischioso puntare sulla libertà dell’altro e anche per chi come noi non è abituato, è difficile capire il rapporto che c’è tra libertà e fede. Lo stesso vale per la parola “segno”: ho imparato l’importanza dell’altro per arrivare a conoscere Dio. Per noi orientali il rapporto col divino è assolutamente personale e spirituale, invece per voi passa attraverso l’altro, attraverso la sua carne».

IN INGHILTERRA
Assieme agli anglicani
«Interessante questo testo, sarebbe bello trovarci a leggerlo e discuterne insieme». L’invito è arrivato da Andrew Davison, teologo anglicano, membro del movimento Radical Orthodoxy fondato da John Milbank e docente a Cambridge, dove l’italiana Alessandra Gerolin si era trasferita per un dottorato di ricerca e l’aveva incontrato a lezione. Il libro in questione è Il rischio educativo di Giussani, che il professor Davison aveva adottato come testo di riferimento per il suo corso di teologia. Ma quella che poteva rimanere una riflessione intellettuale è diventata un’avventura umana travolgente, che ha generato una Scuola di comunità alla quale partecipano cattolici e anglicani, e in cui i testi di Giussani e quelli di Eliot sono la provocazione da cui si parte per mettere a tema l’intera esistenza. «È impressionante il coinvolgimento personale che questa esperienza ha prodotto - racconta Alessandra Gerolin -. Davison e gli altri docenti che lui ha invitato fanno mille domande, si mettono in gioco, sono pronti a mettere in discussione le loro certezze in virtù di un’affezione nei nostri confronti. Non perché sappiamo qualcosa in più rispetto a loro (è piuttosto vero il contrario, lui conosce a memoria Agostino e Tommaso) ma perché riconoscono che nel rapporto con noi emerge qualcosa di infinitamente superiore a noi stessi. E anche la tradizionale riservatezza britannica viene contagiata: l’ultima volta Davison ci ha invitati a cena a casa sua, eravamo in venti».
di Giorgio Paolucci (da Avvenire, 16 novembre 2011)

martedì 15 novembre 2011

Un nuovo patto di cittadinanza per i giovani europei


Di fronte alle incertezze della crisi

La crisi finanziaria ed economica che scuote l’Europa alle sue radici non potrà essere risolta solo con le necessarie misure contabili e fiscali per il risanamento dei bilanci. Tutte le democrazie europee, infatti, sono attraversate da conflitti sociali evidenti o latenti che influiscono in modo decisivo sulla formazione del consenso politico, fino a dividere, spesso in modo assai netto, le stesse forze politiche.
Ma la questione di fondo che attraversa la crisi europea è quella del rapporto intergenerazionale. Una questione che, nelle implicazioni e nella dimensione odierna, non ha precedenti nella storia dell’occidente.
Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi l’Europa ha conosciuto una grandiosa stagione di crescita e di sviluppo economico e sociale, che si è coniugato anche con una altrettanto straordinaria era di radicamento e diffusione della democrazia e dei diritti di cittadinanza. Milioni di cittadini tedeschi, francesi, inglesi, italiani, olandesi, e poi anche spagnoli, portoghesi, greci, hanno visto accrescere il loro benessere, il loro tenore di vita personale e familiare. A questi, più di recente, si sono aggiunti milioni di polacchi, ungheresi, cechi, rumeni e bulgari. Hanno potuto vivere con una migliore sanità, garantire la scuola a tutti i loro figli, godere di condizioni di lavoro più equilibrate e di maggiori diritti. Soprattutto ha dato stabilità e coesione alle società la scelta dei Governi di attribuire adeguate condizioni di garanzia sociale per l’età anziana, con pensioni per tutti, a volte anche assai convenienti rispetto a quanto si era monetariamente versato negli anni lavorativi. Alcuni economisti sono propensi a ritenere che le ragioni di questa generosità siano state solo causate dalla costante tentazioni dei Governi in carica a fare concessioni con la spesa pubblica ai propri elettori con il solo fine di mantenere il consenso elettorale.
Se si guarda però alle generazioni anziane oggi in vita — di chi, cioè, è nato tra il 1920 e il 1945, che in Europa costituiscono più del 10 per cento della popolazione — si deve porre in luce che queste persone sono in prevalenza nate sotto regimi totalitari, sono cresciute in un clima di forte costrizione sociale, hanno vissuto direttamente o tramite i genitori gli orrori della guerra, hanno dovuto lavorare in condizioni difficili e senza particolari protezioni sociali. Queste stesse persone, dopo la guerra, si sono rimboccate le maniche e si sono tuffate, di slancio, nella ricostruzione, assicurando condizioni di stabilità finanziaria ed economica ai loro Paesi.
La maggior parte degli anziani, dei pensionati con più di 65 anni, vive inoltre con assegni non superiori ai 1500 euro mensili, nella media europea. Non si può certo dire che questa sia una condizione di grande agiatezza. Semmai, la straordinarietà positiva di questa odierna condizione risiede nel confronto con le generazioni precedenti che avevano vissuto enormi stenti individuali.
Se ci si sposta a osservare la situazione della generazione nata subito dopo la guerra, tra il 1946 e il 1960, quella dei cosiddetti baby boomers, si può notare che questa ha potuto ancora di più godere dei benefici del welfare State. Per oltre mezzo secolo lo Stato sociale ha tenuto con solidità e forza, fino a creare un vero e proprio modello europeo, basato su di un insieme di diritti radicati. Un modello che, nelle sue interpretazioni migliori — come quello tedesco — non si fonda solo sulla spesa pubblica, ma ha saputo coniugare responsabilità sociali dell’economia e delle imprese, in un intreccio equilibrato di compiti.
La crisi finanziaria ed economica ha fatto però emergere taluni limiti di questo modello, specie quando la spesa pubblica diviene esagerata, o anche solo assistenziale, e ogni cittadino tende ad adattarsi passivamente, invece di concorrere a superare le difficoltà.
Qualche studioso, esperto di questi temi, tende così a ipotizzare che sia possibile tornare un po’ indietro, ovvero separare questo straordinario status di diritti che distingue i cittadini europei anche da quelli americani, e non solo da quelli asiatici o dei Paesi in via di sviluppo.
La principale ragione di queste posizioni risiede nella constatazione della attuale condizione dei giovani. Si tratta di una angolazione quanto mai giusta e opportuna. Infatti, le generazioni più giovani — di quanti cioè sono nati dopo gli anni Settanta, e oggi hanno tra i 16 e i 40 anni — vedono pericolosamente in crisi la loro condizione sociale, perché tutti gli Stati hanno elevati debiti strutturali. La strada pericolosa che molti Governi hanno intrapreso negli anni recenti, è stata quella di cominciare a ridurre le spese sociali, con un approccio conservativo verso le generazioni più anziane e di forte liberismo per le nuove.
I giovani, così, hanno così visto decrescere la loro influenza sociale. Circa un terzo dei giovani europei non è stabilmente inserito nel mondo del lavoro. Una buona parte di coloro che sono stati inseriti ha visto rapidamente diminuire le proprie prospettive sociali. I coefficienti di rendimento delle contribuzioni previdenziali sono, ovunque, diminuiti e le prospettive di sicurezza pensionistica e di reddito, ma anche di servizi sanitari, sono divenute più deboli e incerte. La maternità non è socialmente protetta e non ci sono adeguati incentivi per le famiglie.
Poco lavoro, insufficiente riconoscimento anche delle competenze di studio acquisite, debole status sociale e incerta prospettiva: questo è lo scenario di molti giovani europei. Il quadro è reso più incerto e confuso dal veloce invecchiamento delle popolazioni, dalla crisi economica che impaurisce la gran parte del corpo sociale, dalla contemporanea necessità strutturale di aprire le porte dell’Europa a una vera integrazione di parecchie decine di milioni di lavoratori stranieri.
Si manifesta, dunque, per i governanti europei, e per quelli dei singoli Stati nazionali, una sfida epocale: come far vivere il modello sociale europeo nelle generazioni più giovani e, ancor di più, come saldamente trasferirlo a quelle future? La vera tenuta dell’Europa si giocherà più su questi aspetti di fondo che sui differenziali di spread dei titoli dei diversi Stati.
Solo una prospettiva di creazione di nuova ricchezza può, infatti, rendere credibile la scommessa da affrontare. È una sfida che si può davvero vincere se si riuscirà a porre i problemi con grande chiarezza, a spiegarli ai diversi gruppi di interessi, ma anche alle intere comunità, a tutti i cittadini.
Si dovranno cancellare ingiusti privilegi in ogni campo, ma anche proporre misure di più intensa giustizia sociale. Si dovrà dare un po’ più di valore a ciò che di utile si può fare per gli altri, anche secondo le proprie capacità. Si dovrà recuperare almeno un po’ della profondità spirituale dei Padri fondatori dell’Europa comune, di quelle personalità illuminate, ma anche assai semplici, che pensavano la politica come un intreccio di idee e di costante coinvolgimento serio delle responsabilità e dell’impegno dei cittadini. Bisogna integrare le generazioni: un nuovo patto per rafforzare i legami sociali e nelle comunità locali, in un quadro di nuova cittadinanza europea. Per una vera ripresa dello sviluppo e della competitività è, infatti, necessaria una più forte coesione sociale. L’Europa, negli anni recenti, è stata incerta e slegata di fronte alle sfide che emergevano. Specie quei Paesi che sono in maggiore difficoltà hanno il dovere di proporre e di fare di più. Ci vorranno alcuni anni, ma è il momento di indicare la rotta, e di condividerla. La politica deve ritrovare il coraggio di guardare lontano, ben oltre il destino individuale di chi la interpreta.
http://www.osservatoreromano.va di Michele Dau