venerdì 16 giugno 2017

Tre grazie, due motivi di preoccupazione ed una preghiera.

Carissimo direttore, approfitto della tua ben nota generosità per fare il punto su questi sei mesi conclusivi della mia esperienza pastorale a Ferrara–Comacchio. Sono stati molto duri, impegnativi, ma anche di grande soddisfazione perché mi sono reso conto che questo popolo cui ho accudito con tutte le mie energie intellettuali e morali, ha recuperato in questi anni il senso della sua identità; l’originalità della sua vita umana e cristiana; e l’impeto missionario a comunicare Cristo - vita nuova sperimentata da noi - a tutti gli uomini che ci vivono accanto. Per questo mi lascia pieno di letizia nonostante la fatica di questi momenti. Vorrei ringraziare fra tutti i miei giovani di Ferrara e Comacchio che mi hanno inviato una lettera tanto vera quanto commovente, che ha colpito l’aspetto più profondo della mia azione educativa, quello di aiutare i giovani ad avere un rapporto positivo con la realtà. Poi ciascuno fa nella sua vita le scelte che ritiene giusto fare, ma è molto importante che qualcuno l’abbia aiutato a stare in contatto con la realtà. E per la vicenda di Manchester (il commento di monsignor Negri all'attentato del 22 maggio, pubblicato dalla NBQ, che ha provocato molte reazioni, ndr) ringrazio anche tutti coloro che sono intervenuti a esprimere un senso di gratitudine per un gesto che voleva essere esclusivamente di carità nei confronti di questa realtà giovanile, così sostanzialmente non accudita, non seguita, non educata. Vedo però con preoccupazione, ed è una preoccupazione grave, che si insinua di nuovo nei nostri rapporti una buona dose di intolleranza. Io non ho mai detto che l’atteggiamento che avevo assunto su Manchester fosse l’unico possibile, e mi sono ben guardato dal giudicare chi per motivi validi non intendeva assumerlo. Ma è incomprensibile, e molto preoccupante, che attraverso una serie di insulti si sia delegittimata la mia possibilità di intervenire. Se uno la pensa diversamente dalla maggioranza - presunta o reale - sembra non avere più nessun diritto di parola. Sono sconcertato da questo fatto perché mi sembra che si riproponga nella nostra vita sociale una tendenza all' intolleranza che non è certo foriera di grandi possibilità culturali, umane e sociali. Anche se non me ne sono molto preoccupato, molti hanno anche notato che tra quelli che sono intervenuti più duramente, delegittimandomi sia come intelligenza che come sensibilità umana e cristiana, c’erano quelli che alcuni hanno chiamato miei “compagni di viaggio”. Non so se questi abbiano fatto un viaggio con me in questi più di 60 anni di fedeltà alla presenza imponente e autorevole di monsignor Giussani nella mia vita. So solo che se lo avessero fatto non si macchierebbero di queste meschinità e queste intolleranze. Tra tutti ringrazio l’antico collega Leonardo Lenzi, per la singolare capacità di dissentire dalle mie posizioni e allo stesso tempo cogliere con rispetto l’istanza profonda della mia vita, della mia azione pastorale: l’educazione. Tante cose mi verrebbero ancora da dire, ma parto per un pellegrinaggio in Terra Santa, nel quale come tutti i cristiani che sono stati abituati a fare periodicamente un ritorno alle origini storiche del cristianesimo, vorrei consegnare al Signore e alla Madonna i prossimi anni della mia vita: non so come si moduleranno, ma so che continueranno la mia dedizione al mistero di Cristo e della Chiesa. Poiché noi siamo figli della Chiesa, ne sentiamo vivamente le grandezze e le povertà, i limiti e le difficoltà. Sentiamo la fatica di una Chiesa che è dilaniata da più o meno sostanziali scismi, una Chiesa che con la preoccupazione di superare la dottrina la avvilisce continuamente come l’hanno avvilita – tanto per fare un esempio - gli interventi del Generale dei Gesuiti: prima sulla validità delle parole di Cristo, e poi sul demonio definito irresponsabilmente una «figura simbolica creata» da noi. La Chiesa soffre - non può non soffrire -, almeno nei suoi membri più consapevoli, di questa confusione dilagante e di questo accanimento ideologico ad affermare il proprio punto di vista come l’unico possibile. Quindi mi auguro di recuperare il senso della mia vocazione cristiana ed episcopale, ma anche che tutta la Santa Chiesa sia aiutata a uscire da questa situazione gravissima in cui viene tenuta. Ti ringrazio della tua ospitalità e assicuro che in Terra Santa pregherò per te, per la tua famiglia, per quanti lavorano per la Nuova Bussola Quotidiana, per il grande lavoro che compie per la difesa dei diritti di Dio, del popolo e dell’intera umanità. * Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio L'immagine può contenere: 1 persona, occhiali e primo piano Carissimo direttore, approfitto della tua ben nota generosità per fare il punto su questi sei mesi conclusivi della mia esperienza pastorale a Ferrara–Comacchio. Sono stati molto duri, impegnativi, ma anche di grande soddisfazione perché mi sono reso conto che questo popolo cui ho accudito con tutte le mie energie intellettuali e morali, ha recuperato in questi anni il senso della sua identità; l’originalità della sua vita umana e cristiana; e l’impeto missionario a comunicare Cristo - vita nuova sperimentata da noi - a tutti gli uomini che ci vivono accanto. Per questo mi lascia pieno di letizia nonostante la fatica di questi momenti. Vorrei ringraziare fra tutti i miei giovani di Ferrara e Comacchio che mi hanno inviato una lettera tanto vera quanto commovente, che ha colpito l’aspetto più profondo della mia azione educativa, quello di aiutare i giovani ad avere un rapporto positivo con la realtà. Poi ciascuno fa nella sua vita le scelte che ritiene giusto fare, ma è molto importante che qualcuno l’abbia aiutato a stare in contatto con la realtà. E per la vicenda di Manchester (il commento di monsignor Negri all'attentato del 22 maggio, pubblicato dalla NBQ, che ha provocato molte reazioni, ndr) ringrazio anche tutti coloro che sono intervenuti a esprimere un senso di gratitudine per un gesto che voleva essere esclusivamente di carità nei confronti di questa realtà giovanile, così sostanzialmente non accudita, non seguita, non educata. Vedo però con preoccupazione, ed è una preoccupazione grave, che si insinua di nuovo nei nostri rapporti una buona dose di intolleranza. Io non ho mai detto che l’atteggiamento che avevo assunto su Manchester fosse l’unico possibile, e mi sono ben guardato dal giudicare chi per motivi validi non intendeva assumerlo. Ma è incomprensibile, e molto preoccupante, che attraverso una serie di insulti si sia delegittimata la mia possibilità di intervenire. Se uno la pensa diversamente dalla maggioranza - presunta o reale - sembra non avere più nessun diritto di parola. Sono sconcertato da questo fatto perché mi sembra che si riproponga nella nostra vita sociale una tendenza all' intolleranza che non è certo foriera di grandi possibilità culturali, umane e sociali. Anche se non me ne sono molto preoccupato, molti hanno anche notato che tra quelli che sono intervenuti più duramente, delegittimandomi sia come intelligenza che come sensibilità umana e cristiana, c’erano quelli che alcuni hanno chiamato miei “compagni di viaggio”. Non so se questi abbiano fatto un viaggio con me in questi più di 60 anni di fedeltà alla presenza imponente e autorevole di monsignor Giussani nella mia vita. So solo che se lo avessero fatto non si macchierebbero di queste meschinità e queste intolleranze. Tra tutti ringrazio l’antico collega Leonardo Lenzi, per la singolare capacità di dissentire dalle mie posizioni e allo stesso tempo cogliere con rispetto l’istanza profonda della mia vita, della mia azione pastorale: l’educazione. Tante cose mi verrebbero ancora da dire, ma parto per un pellegrinaggio in Terra Santa, nel quale come tutti i cristiani che sono stati abituati a fare periodicamente un ritorno alle origini storiche del cristianesimo, vorrei consegnare al Signore e alla Madonna i prossimi anni della mia vita: non so come si moduleranno, ma so che continueranno la mia dedizione al mistero di Cristo e della Chiesa. Poiché noi siamo figli della Chiesa, ne sentiamo vivamente le grandezze e le povertà, i limiti e le difficoltà. Sentiamo la fatica di una Chiesa che è dilaniata da più o meno sostanziali scismi, una Chiesa che con la preoccupazione di superare la dottrina la avvilisce continuamente come l’hanno avvilita – tanto per fare un esempio - gli interventi del Generale dei Gesuiti: prima sulla validità delle parole di Cristo, e poi sul demonio definito irresponsabilmente una «figura simbolica creata» da noi. La Chiesa soffre - non può non soffrire -, almeno nei suoi membri più consapevoli, di questa confusione dilagante e di questo accanimento ideologico ad affermare il proprio punto di vista come l’unico possibile. Quindi mi auguro di recuperare il senso della mia vocazione cristiana ed episcopale, ma anche che tutta la Santa Chiesa sia aiutata a uscire da questa situazione gravissima in cui viene tenuta. Ti ringrazio della tua ospitalità e assicuro che in Terra Santa pregherò per te, per la tua famiglia, per quanti lavorano per la Nuova Bussola Quotidiana, per il grande lavoro che compie per la difesa dei diritti di Dio, del popolo e dell’intera umanità. * Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio http://www.lanuovabq.it/it/articoli-tre-graziedue-motivi-di-preoccupazionee-una-preghiera-20171.htm L'immagine può contenere: 1 persona, occhiali e primo piano

lunedì 15 maggio 2017

Esercizi spirituali adulti CL

«ALZATI!», È LA REALTÀ CHE BUSSA

Migliaia di persone da tutta Italia per gli Esercizi spirituali degli adulti di CL. Da Pinocchio a Zaccheo, poi i canti, il silenzio e la testimonianza di un padre: un viaggio «al cuore del nostro cuore». Ecco cosa è successo a Rimini
Paolo Perego
Bisogna ripartire dalla Galilea: «Là mi rivedrete», ha detto Gesù risorto ai suoi. «È un invito: andiamo all’origine, dove tutto è cominciato, prima che la vita, per i limiti, per i peccati, si ingarbugliasse», ha fatto eco don Eugenio Nembrini davanti a oltre 8.500 partecipanti agli Esercizi spirituali degli adulti di Comunione e Liberazione a Rimini, lo scorso weekend. «Ma cosa ci ha fatto muovere a venire qui?», chiede ancora al salone gremito il venerdì sera: «È lì che dobbiamo andare: alla radice di quel bisogno che siamo e che ci ha mossi. Il cuore dell’uomo ha un desiderio di bene indelebile, di pienezza. Allora chiediamoci: mi interessa davvero una pienezza di vita?»

Le carte sono scoperte subito: sì o no. Non c’è via dia mezzo. Ed è un brivido quello che attraversa tutti. «Alzati! È il grido di Gesù nel Vangelo. Al paralitico, alla bimba morta… “Talita Kum, alzati fanciulla”». Un Altro ti fa alzare, ti salva. «Lasciamo indietro tutti i nostri tentativi, buoni o cattivi: non parlo della salvezza che posso provare a realizzare. Pensate a Pinocchio, nella sua avventura per diventare un uomo, un io vero. Quanti tentativi, quanti sbagli», dice don Eugenio: «L'unica condizione perché questo bene, questa pienezza diventi mia è la libertà. La libertà non è lo scopo della vita, ma è la condizione che rende possibile per ciascuno la salvezza: Dio dice: “Voglio un amore corrisposto”». 

«Ok, ci sto: cosa devo fare?», viene da pensare. Ma è già un’altra idea, un altro “tentativo”. Nembrini lo fa fuori subito: «Il punto è dire: a me la salvezza interessa. Tante volte incolpiamo la realtà, quando il nostro tentativo fallisce. Ma le circostanze esistono solo per essere segno di qualcosa di grande, di misterioso, con il compito di provocare il nostro io». Quindi? «“Alzati!” È la realtà che bussa»
Gli Esercizi spirituali degli adulti di CL a Rimini, dal 12 al 14 maggio (foto di Pino Franchino)Gli Esercizi spirituali degli adulti di CL a Rimini, dal 12 al 14 maggio (foto di Pino Franchino)
Don Eugenio NembriniDon Eugenio Nembrini
Riparte da qui la lezione del sabato mattina. Da una “strada” annunciata, da un lavoro indicato come metodo, chiamato “povertà”. E l’attesa di addentrarsi nel percorso che don Eugenio ha preparato è palpabile. Si aspetta tesi, tra la musica, i canti, in silenzio. Sullo schermo i mosaici di Ravenna, e quella frase che detta il passo alla tre giorni: «Il mio cuore è lieto perché tu, Cristo, vivi». Vince l’accorgersi di essere tra tanti, ma davanti a qualcosa che è tutto per sé. 

«Benché io non sia pieno, non sono vuoto», le parole di Fire of Time, di David Ramirez, introducono con altri canti la lezione. «C’è il cuore! E nessuna lontananza, dimenticanza, anche se siamo “l’uomo cattivo” dell’altra canzone che abbiamo cantato, può sconfiggerlo», attacca don Eugenio. Ci vuole tutti, Gesù. Con la nostra libertà, anche nell’errore. Ma allora qual è la strada, il lavoro? «Si chiama povertà. Non sto parlando della povertà materiale, ma della struttura del nostro cuore». E rincara: «Il cuore è un’anfora vuota: tutto domanda, di tutto è bisognoso. È tutto attesa di infinito che neanche il più grande gesto di condivisione sarebbe in grado di compiere». 
C’è anche Bruno, in salone, col suoi baffoni. Don Eugenio parla di lui, di quando lo ha conosciuto in carcere. E del suo “buco dentro”. Quello che provava a riempire con donne e bella vita. Si era trovato a raccontarlo proprio a Nembrini che era andato a incontrare lui e altri in carcere. Un «buco», aveva chiamato la sua insoddisfazione. E più lui provava a riempirlo, più si ingrandiva. Per quello era finito “dentro”, «perché per riempire quel buco in quel modo ci vogliono soldi», e Bruno si era messo a rubare nella banca in cui lavorava. A don Eugenio, quella volta, la prima che lo vedeva, aveva chiesto: «Adesso sono in galera e mi mancano le cose belle, ma ho ancora quel buco. Ma se non è stato riempito da nulla, e c’è ancora, non è che la grandezza dell’uomo è stare davanti con serietà a questo buco?». «Questo è l’uomo religioso, cioè l’uomo che riconosce chi è», chiosa Nembrini. È nel reale, nell’esperienza che viene messo alla prova il bisogno. «E se lo diminuisco, perdo tutto me stesso». 

È una nostalgia dell’assoluto, sfondo di tutta la vita, come ne parla lo scrittore argentino Ernesto Sabato. Le parole, gli esempi si imprimono su taccuini, agende o tablet appoggiati a migliaia di gambe in salone. «È la sete della samaritana. E questa povertà è la cosa più cara che da oggi dobbiamo guardare. Perché è la sete che ci fa cogliere l'accento della Sua voce. Se non è viva la povertà, non ne riconosco la risposta», dice don Eugenio.
«Il nostro vivere quotidiano ci prende a sberle in faccia. Quanta insofferenza, quanto dolore, quanta incapacità, quanti errori! Siamo testardi. Abbiamo bisogno del perdono». Non è una accusa quella di don Eugenio. È una tenerezza che è difficile non sentirsi addosso in quel padiglione della Fiera di Rimini. Siamo così a casa, al lavoro, in ogni piega della vita: «Quell'uomo cattivo sono io e non riesco a sopportare tutto il mio male. Vorrei ma non ce la faccio. Non siamo capaci nemmeno di guardarci con stima». E come fuga, allora, si scarica tutto sulle circostanze: la moglie, il capo, le cose brutte… 

«Vi radunerò da ogni terrà, vi condurrò sul vostro suolo. Vi purificherò…». Uno ha detto queste cose. «Ma chi non lo desidera uno sguardo così su di sé?», chiede don Eugenio. Torna ancora quella tenerezza tra migliaia di facce, mentre parla della «carezza di Cristo sul mio peccato, una misericordia sorprendente di fronte ad uno che conosce i miei tradimenti e mi stima, mi chiama di nuovo, crede in me, mi attende. Ti viene solo da piangere». E quando uno riconosce una presenza che risponde al bisogno non può che legarsi: «Non lo mollo più. Qual è la mia responsabilità se non amare quel pezzo di realtà, quei volti attraverso cui Gesù ha preso la mia vita?».

È accaduto a Zaccheo, «uno come noi», riprende Nembrini al pomeriggio del sabato. La Gerico di Gesù potrebbe essere Trescore, Roma, la Brianza... Per un’ora tutti si immaginano al posto di Zaccheo, pieni di desiderio di vedere quell’uomo, col «cuore pieno benché vuoto», con errori, limiti, tentativi falliti… Talmente bassi da non riuscire neppure a vederlo, costretti salire su quel sicomoro. Ottomila persone, a Rimini come in Palestina. «Ma a te, interessa davvero una vita piena? Ti metti a correre, a scattare, per vederlo, per cercarlo?», chiede don Eugenio. Da quell’albero, con lo sguardo teso. E gli occhi di Gesù che si alzano. Vuole un cuore così, Gesù: «Scendi, vengo a casa tua». Quell’«alzati!», che torna ancora. «Gesù risponde a quella povertà, a quel cuore», commenta don Eugenio. Basta quello, e di schianto cambia la vita. Fino a dar via metà delle ricchezze, e restituire a chi ha rubato quattro volte tanto, come Zaccheo. 
Davide Prosperi, don Eugenio Nembrini ed Enrico CraigheroDavide Prosperi, don Eugenio Nembrini ed Enrico Craighero
Non è roba di duemila anni fa. Basta ascoltare Enrico, marito e padre di tre figli, per capirlo, la domenica mattina, durante la sua testimonianza. «La vita è come un campo da gioco. E tu vorresti poter giocare su un bel manto erboso, e invece a volte è pieno di sassi». Paolo e Lele, i due maschi, hanno trentasei anni e sono affetti da gravi handicapdalla nascita. Ed Enrico racconta di quel “campo di sassi” nei primi tempi: «Avevo sfidato da subito il buon Dio: “Bene, adesso voglio vedere come te la cavi qui dentro”», ovvero, come mi permetterai di amarti anche qui, come potrò essere felice come mi prometti… Quattro anni, quasi a sopportare, fino a una sera come le altre, mentre con la moglie danno la pappa ai piccoli: «Ma quella volta ho alzato gli occhi e ho incrociato quelli di Angela. Erano lieti. Facevamo la stessa fatica, ma lei aveva uno sguardo diverso. Lo volevo anche io». Cambia marcia, Enrico. Ma senza mai staccarsi da lì, dalla corrispondenza di quello che aveva visto. Nell’incontro con don Eugenio in Kazakistan, durante un viaggio di lavoro, nelle avventure con i figli, nella vita quotidiana. O nel dramma della figlia, che perde il fidanzato in un incidente. Ogni passo una scoperta, un dono. E una tenerezza - ancora – su di sé per tutti. Si può giocare anche in quel campo. «È un’inversione di mentalità», commenta Davide Prosperi, vicepresidente della Fraternità di CL sul palco con Enrico e don Eugenio: «La strada la fa un altro per noi. Quello che dobbiamo decidere è se vogliamo seguirla o no». 
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domenica 30 aprile 2017

Esercizi Fraternità CL Appunti Domenica 30 aprile 2017

Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi!
Domenica mattina. Domande/ Risposte
Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)
Canzoni: La canzone della Bassa, Cry no more, Se tu non fossi qui.
Se tu non fossi qui
povera me sarei una cosa morta
una candela spenta, una donna inutile (Mina)
Don Carrón: Buon giorno a tutti!
Davide: gratitudine, con questa parola possiamo riassumere tante delle 1200 domande che abbiamo ricevuto! Le abbiamo letto tutte. Per fortuna non risponderemo a tutte una per una. Gratitudine viene da grazia. Gratitudine per il dono che ci è stato fatto in questi giorni. Possiamo vedere con gratitudine cosa ha fatto Cristo con la nostra vita. La domanda più importante: chi sei tu, Cristo? Venite a vedere, è stata la risposta (cfr. Vangelo di san Giovanni)! Il carisma è stato donato per tutta la Chiesa, ci ha ricordato il cardinal Menichelli ieri. Cosa è successo all’inizio del nostro carisma? Abbiamo potuto incontrare il volto di Cristo nei suoi tratti umani. Nelle domande espresse c’era il desiderio di non perdere questa bellezza, di mettersi al lavoro. Sul rapporto libertà e salvezza, convergevano tante domande. Cosa intendi per salvezza?
Don Carrón: La salvezza non è lontana dalla nostra vita, ma la cosa più vicina. La cosa più grande della nostra vita: Dio ha vinto la lontananza. Ciò che riguardava solo il futuro si è reso presente. Per questo siamo qua. Se diciamo che la salvezza è lontana dobbiamo crescere nella consapevolezza del come la salvezza è cominciata ad entrare nelle viscere della nostra vita. La salvezza rende la vita oggi piena di vita, come si vede nei canti. Questi canti testimoniano la presenza della salvezza: non piangere più per il no che hai detto all’amore, eri schiavo ed ora sei figlio (Cry no more). Quando sentiamo lontano ciò, allora tutto il resto diventa più attuale. Di cosa possiamo dire le cose che dice Mina? Le possiamo dire di Cristo. Il Vangelo non fa una definizione della salvezza, ma la fa accadere. Ripensiamo a Zaccheo: aveva una curiosità per chi era capace di rispondere a tutto in lui (inadeguatezza, sbagli). I soldi non gli avevano dato la vicinanza della salvezza. Ciò che accade lo libera da ciò che era il suo dio: il denaro. Gesù dice: oggi è entrata la salvezza in questa casa. La salvezza per lui era vicina. Quanto più è desto il dramma del vivere, tanto più è facile riconoscere la salvezza. Tanto più Zaccheo è contento, l’Innominato piange a dirotto. Se chiediamo cosa intendi per salvezza ciò significa che abbiamo conservato la parola, staccata dal vivere, come ci diceva Giussani. Abbiamo le parole ma sono staccate dal fondamento umano. Dobbiamo aprirci. Se no le parole sono solo discorso, una logica. Dobbiamo guardare Zaccheo. Tutto nasce da lì, li si trova la connessione di tutto. Così possiamo vedere tutto in modo positivo! Sono lieto perché Tu Cristo vivi.
Davide: Come comportarci con persone bloccate anche dopo l’incontro? Come stare di fronte all’altro, se per esempio quello è tuo marito? Come rispettare la libertà di un figlio che diventa solo, isolato, triste?
Don Carròn: domandate la grazia, ma i ritmi di Dio sono diversi e gli altri sono liberi di accettare o meno la grazia. Queste domande testimoniano la difficoltà del vivere al cospetto della libertà. Dobbiamo immedesimarci con Dio. Quale trepidazione di Dio nei confronti dei nostri tentativi. Corri rischi quando crei uno libero. Perché Dio malgrado tutto questo non odia la nostra libertà e non la cancella dalla faccia della terra, ma la ama e ci dimostra che ogni volta l’ama di più? Come tu ami la libertà del tuo figlio anche quando è testardo come un cavallo. Devi tirare fuori tutta la forza dalle tue viscere, per aver pazienza in certe situazioni. Noi però a differenza di Dio odiamo la libertà. Domando spesso a persone che mi raccontano cose simili: non ti puoi immaginare che il tuo figlio può arrivare secondo un disegno che non è quello che hai in testa al suo destino voluto da Dio? Potresti mettere la mano nel fuoco nel dire che il cammino al destino del tuo figlio che non sia quello che hai in testa non può essere quello vero? Cosa fa Dio? Egli si rende vicino. Invece di spaccarlo contro il muro, lo aspetta e lo guarda di nuovo. Così come fai tu. Perché è tuo figlio. Dio invece di odiare la nostra libertà si è fatto uomo. Una presenza più affascinante di farsi i cavoli nostri. Zaccheo aveva sentito parlare di un Dio ridotto a regole, ma poi Dio entra nella sua cosa come presenza. Come possiamo di stare di fronte ai nostri figli, come Gesù è entrato in caso di Zaccheo? Come guardare le persone che amiamo proprio quando si fa fatica. Come essere presenza per il vostro marito o moglie? Gesù è entrato in casa di Zacheo senza forzatura, disarmato. Per non soccombere alle paure ci vuole una certezza grande. Gesù ha la certezza e bussa ancora e ti abbraccia e ti guarda di nuovo. Aspettando e mendicando la tua libertà. Senza ricattato dei tuoi capricci, ma senza cedere all’odio della libertà. Così si comincia ad amare la libertà degli altri proprio per la certezza che Gesù ha portato nella nostra vita. Perché tutto è già vinto! Noi siamo figli di uno che è risorto! La vittoria è già accaduta. Ma ci vorrà del tempo perché questa vittoria venga accolta. Gesù si abbandona al disegno di un altro, fino al fondo. Se non abbiamo questa certezza tiriamo la spada come Pietro. E Gesù: ma sei scemo non sai che ho legione di angeli? Gesù: perdona perché non sanno cosa fanno. Certezza del Padre! Dalla certezza del Padre il perdono!
Davide: di fronte alla mia umanità mi viene una grande paura.
Don Carrón: La cosa più strepitosa nel mio incontro con il Movimento era l’essere preso sul serio nella mia umanità. Uno che abbracciava me come ero. Negli altri se andiamo oltre certi limiti quasi tutti si stancano. Con Giussani ho sentito come sia umana la mia umanità. Non è un problema del lavoro, è una questione di amore. Guardare con simpatia la mia umanità vuol dire guardarla come Dio l’ha fatta. Neanche il peccato originale impedisce che la nostra umanità riconosca ciò che lo corrisponde. Il peccato non ha distrutto la mia umanità. Il fatto che siamo qua vuol dire che questa nostra umanità è fatta bene e solo se noi impariamo a guardarla così la guardiamo con simpatia, perché mi permette di vedere Cristo, nonostante tutte le cagate che possiamo fare. L’umanità è fatta per essere riempita dalla sua presenza. Con Giussani ho capito perché avessimo l’umanità così come l’abbiamo. Anche se ho fatto cagate, Giussani mi amava. Devi guardarti come ti guardo io, devi imparare a guardarti bene. Devo imparare lo sguardo di tenerezza e simpatia di Gesù. Gesù non si incastra nelle nostre riduzioni. C’è sempre una struttura umana, un cuore che attende Gesù. Non dobbiamo avere paura. è apparso uno sulla faccia della terra che mi insegna a guardare tutto senza scandalo. Anche uno sguardo, uno tra ventimila ti può insegnare a guardare la tua umanità.
Giussani parlava a voi tutti, ma parlava a me! Tutto è pubblico! Perché tutto è vero. Per questo possiamo guardare tutto con una passione per l’umanità.
Davide: quando non siamo volontaristi?
Don Carrón: basta vedere come nascono le cose. Quando nascono dal di dentro non sono uno sforzo volontaristico. Quando vi innamorate basta che uno guardi, non deve fare uno sforzo volontaristico. Perché vai allo stadio, se può guardare anche la partita nella televisiione. Si fa più fatica andare alla stadio (non dico la squadra, perché non cominci la bagarre), ma non è questione volontaristica. Chi non fa nulla, non ama nessuno. Quando manca l’amore nasce un lavoro esterno, uno sforzo volontaristico. Il non resistere è un abbandono, è un cedere ad un amore. Quanto tempo abbiamo bisogno ad arrenderci. Ciascuno deve compiere la sua parte. Dio non da risposte in anticipo.
Davide: la povertà come virtù. Esperienza vertiginosa.
Don Carrón: quando guardiamo la vulnerabilità senza passione la guardiamo in modo sbagliato. Il nostro ideale è non essere vulnerabili. Noi percepiamo la salvezza senza desiderio e senza povertà. Sempre più ritorniamo oggi a prima del cristianesimo, come si è espresso un filosofo. Sottolineare la struttura del desiderio è cosa troppo pericolosa. Dobbiamo abbassare i desideri. Giornalista spagnola: dobbiamo accontentarci di un po’ di meno, dobbiamo ritornare a prima del cristianesimo. Non trovando una risposta l’unica alternativa che ha l’uomo è abbassare i desideri. L’unico che salva il desiderio è Cristo. Meno male che hai questi desideri. Cristo ti risveglia tutta la tua povertà originale. Vuoi perdere la nostalgia della persona che ami? Solo Cristo è Colui che rende presente tutto. L’unico in grado di salvare il desiderio umano senza ridurlo è Cristo. L’alternativa è la censura. Ma si può davvero ridurlo il desiderio? Provate. Quando avete provato tutto, ricordatevi che c’é un’altra alternativa: Gesù.
Davide: Desideri e possedere le cose in modo diverso e distaccato.
Don Carrón: una domanda che è emersa anche negli esercizi del CLU. Una ragazza l’aveva posta. Quando ti sei innamorata sono esaltati i desideri, i progetti o no le ho chiesto? Quanto più entra Cristo e tutto diventa avvenimento. Non dobbiamo negare nulla. Semplicemente che Cristo mi riempie il cuore con così grande sovrabbondanza che sono libero anche nel cospetto di tutti i progetti. Metto le mani in pasta con affezione e desiderio, ma sono libero. Perché non dipendo da questo per essere contento. Questo si vede anche nel lavoro. Nel mondo pagano il lavoro era una cosa per schiavi e senza valore. Chi lo poteva non lavorava. Cristo ha messo un sguardo nuovo sul lavoro come partecipazione all’opera di Dio. La povertà ci fa amare il lavoro. Solo attraverso l’amore ci si libera dal nostro ombelico, dal nostro egoismo. Lavoro come superamento dell’egocentrismo. Qui abbiamo una libertà! Quando Cristo entra nella nostra esperienza è ciò che ci fa mettere tutto se stesso in quello che fai, ma rimani libero. Questo è fondamentale. Se non sei libero allora prendi la consistenza dal tuo lavoro particolare come unica possibile consistenza. Come accompagnare la gente che perde il lavoro? Devono cambiare l’immagine che hanno di se stessi, fissata su un immagine che attraverso il lavoro hanno di se stessi.
Davide: domanda sui gesti che facciamo insieme? Come proporli? Come scegliere un gruppetto?
Don Carrón: Non possiamo lasciare indietro la nostra umanità anche quando siamo in una cattiva situazione. La fraternità ci aiuta a camminare. Pregare le Lodi in modo distratto o presente a ciò che prego, sono due alternative, come il vivere formalisticamente la fraternità o il viverla in modo vivo. Siamo un anfora vuota. Noi entriamo nei gesti meccanicamente, velocemente. Ci andiamo ai gesti „senza di noi“ e ciò non cambia nulla. Se uno si prendesse mezzo minuto per farci parte non meccanicamente, allora si vedrebbero i cambiamenti. Pregare l’Angelus con questa consapevolezza. Lo stesso vale per la fraternità: viverla con consapevolezza. Come mi rendo conto se la sto vivendo con consapevolezza? Se mi aiuta. Nella fraternità non dobbiamo parcheggiare la nostra umanità. Per questo sono partito con il testo di Peguy sulla libertà. Siete contenti nel vostro gruppo? Non lo decido mica io se siete contenti con il vostro gruppo di fraternità. Scegliere è un riconoscimento. Non abbiamo deciso a tavolino cosa corrispondeva al nostro cuore. È stata un’obbedienza interna. Il gruppetto di fraternità giusto è quello chi ti aiuta di più: Non deve mandarvi un angelo a chiarirlo e non lo dovete chiedere a me. Buon lavoro a tutti.
Avvisi di don Carrón: informazioni economiche. Il fondo comune è in discesa. Lettura di lettere, per esempio di persone che si sono perse per strada, che sono sole, o persone che hanno pochi soldi. Per questo bussiamo alle vostre porte, non ci scandalizziamo della distrazione. Il fondo comune non è una questione di quantità, ma di fedeltà. Lo scopo: costruire l’opera che è il movimento. Da qui sostegno anche ad altre iniziative. Fondo comune per non dimenticare il punto sorgivo della gratitudine. Un amico del Venezuela, Alessandro non li ha voluti soldi che gli avevano offerto in Italia , ma ha chiesto di mandarli al fondo comune della fraternità. Il fondo comune è educazione all’appartenenza. Questo gesto è personale. Nel caso di Alessandro del Venezuela ne daremmo molto di più di soldi di quelli che ha rifiutato. Si tratta di capire e collegare le cose. Alessandro ha fatto il giusto collegamento a Cristo.
Si decisa la compera di una nuova sede di CL a Milano.
Meeting di Rimini, 2017: quello che tu erediti dai tuoi padri, devi riguadagnartelo, per possederlo. Meeting è un raro spazio di dialogo. Provocazione per noi tutti. Anche il meeting dobbiamo riguadagnarcelo, per possederlo davvero.
Roberto Fontolan sul nuovo sito di CL: Home page e Social: Facebook, Twitter, Instagram (per i giovanissimi), YouToube. Dialogo e interessi condivisi. Senso del nuovo sito: scoperta e riscoperta del carisma. Più l’avvio di nuove amicizie. Nel sito anche Tracce. Il nuovo sito e la presenza nei Social è una vita appena cominciata. Usatelo e fateci sapere. Newsletter. Usare il metodo del link e normalmente e non solo copiare, in modo che si visiti il nuovo sito. Collaborare attivamente. Compito di tutti. Fotografie, video e testi. Tutto l’archivio di Tracce nel sito. Importanza dell’abbonamento a Tracce per sostenere questo nuovo cammino. Costi significativi. Primo aumento dopo l’avvento dell’Euro (piccolo). Cosa vogliamo? Un aiuto a vivere l’esperienza e l’opportunità che la nostra esperienza venga amata sempre di più!
Telegramma al Santo Padre: 22.000 persone a Rimini. Ci siamo confrontati con la sua lettera sulla povertà. Grazie per il suo viaggio in Egitto. Etc.
Alcune frasi complete:
* La salvezza è questo sguardo positivo su tutto, che ci va vedere tutto con positività .
* Non sempre i disegni di Dio corrispondono ai nostri, per questo noi resistiamo.... la libertà è anche questo; ma Dio ama la nostra libertà, noi invece odiamo la libertà e vorremmo che le cose accadessero secondo il nostro disegno, per questo fatichiamo davanti alla libertà dei nostri cari.
* Davanti alla nostra libertà, Gesù ti abbraccia e ti perdona e ti accoglie di nuovo, invece noi non abbiamo certezza, per questo odiamo la libertà.
( anche questi appunti non sono ufficiali, sono stati scritti ascoltando don Carrón parlare e rivisti velocemente nel momento della riflessione personale)
Roberto Graziotto

Esercizi Fraternità CL 2017 appunti 29 aprile pomeriggio


Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi!
Sabato pomeriggio

Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)

Canti: Placido, Como llora una estrella, He gave her water, Andare.

I tuoi occhi che vedono tutto
ora guardano il Cuore,
le parole ci portano il fuoco
e la voglia di andare. (Chieffo)

Quando siamo attenti a come succedono le cose, tutto è collegato. La voglia di andare nasce dagli occhi che vedono tutto e guardano il Cuore, etc. Il legame delle cose è interno. E dal di dentro, non appiccicato moralisticamente, non dall’esterno, come qualcosa di aggiunto. Uno che ha visto così risposta la sua fede, ne comprende il miracolo. Il suo bisogno di essere perdonato nasce da questo sguardo interno. Cosa sorge con un tale atteggiamento interno? Il non poter più staccare le cose, ma vederle sorgere dalle viscere della nostra esperienza. Il problema maggiore è quando il significato interno delle cose viene legato a questioni secondarie (lo abbiamo imparato dal papa). Senza parole che accendono il fuoco non si comprende nulla. Non si è costretti ad andare, si va per la voglia di vivere e di assecondare quella voglia. E bene collegare il nostro discorso con il nucleo del Vangelo, che gli da bellezza e attrattiva. L’organicità delle virtù ci impedisce di escluderne una. Non dobbiamo mutilare il Vangelo nella sua interezza. In questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente. Il Vangelo ci invita a rispondere al Dio che ci ama. Questo invito viene oscurato dandolo per già saputo. Allora il cristianesimo diventa moralismo. Se tale invito perde la sua forza l’edificio morale della Chiesa diventa un castello di carte. Il cristianesimo diventa moralismo, anche se parliamo con parole cristiane. E così non annunciamo il Vangelo, ma una certa moralità che nasce da certe ideologie. Il messaggio perderà la sua freschezza e così perde interesse per noi. Non ha più il profumo del Vangelo. Pensiamo a Zaccheo. incastrato nel fare soldi. Quando ha sentito Gesù non ha potuto trattenersi dalla voglia di andare a trovarlo, fosse anche su un albero. Era li quando si è sentito dire: Zaccheo vieni giù, voglio venire a casa tua. Zaccheo aveva su di sé tutta la mentalità del suo tempo che lo penetrava fino al midollo:  non c’è salvezza per uno come te. Quando accade Zaccheo era contento. Era arrivata la salvezza nella casa di Zaccheo. Tutto è collegato: arriva l’amore di Cristo e poi Zaccheo vuole cooperare dando a chi aveva rubato. I farisei con le loro accuse non avevano fatto convertire Zaccheo. Moralismo ed accuse non fanno convertire nessuno. Il Papa ha scelto come titolo per la sua lettera: Evangelii gaudium. Solo la gioia converte.

Primo punto. La cara gioia su cui ogni virtù si fonda. Non un complicato percorso mentale o per un complicata fatica morale arriviamo a Gesù. Seguiamo don Giussani: ci fa vedere Giovanni e Andrea. Il presente più presente è stato il presente di quel giorno, non un fatto del passato. Qualcosa che rimane presente sempre. Non vi è nulla di paragonabile a quel giorno, se non il ripetersi ogni giorno di quel giorno, Tutto era connesso: guardare la moglie, andare a pescare, etc. Non vi è era più spazio nel cuore che per quell’uomo. Pensate al silenzio in cui è stato pronunciato il nome di Zaccheo. Possiamo immaginare che quella chiamata si echeggiava poi in tutto ciò che faceva: anche quando lavorava in silenzio. Presenza di uno che guarda te. E questa vicinanza che sconvolge. Così la vicinanza trasforma la vita. Quell’uomo - il Figlio dell’uomo - era diventato l’orizzonte di tutto. Sarà interessante quando lo si vedrà, ci diceva don Giussani. Quello sguardo che abbraccia tutto e collega tutto lo incontreremo. Per Zaccheo tutto era in funzione di quell’orizzonte che Gesù aveva messo con il suo sguardo nella vita. In questa la cosa decisiva, la cosa per cui non si è più se stessi e quel contraccolpo, quell’entusiasmo. Ma da dove nasce quell’ entusiasmo? L’entusiasmo nasce da quell’uomo che poi è morto e poi è risorto. Quell’incontro abbracciava tutto anche quando Z non si sopportava, nelle giornate in cui non si sopportava. La fatica non spaventa. Entusiasmo è che tutto diventa divino. Tutte le cose vengono entusiasmate dalla fede. La fede è il riconoscimento della presenza del Dio fatto uomo. Non di una statua. La fede è riconoscerti dentro l’avvenimento della vita. Dentro la giornata. Non basta dire delle cose pur vere. Se questa presenza non determina nell’interno la vita, allora è già fuori. Questo riconoscimento è vivo in tutto ciò che facciamo, subiamo, sopportiamo, perfino quando sbagliamo.. tutto ciò e solo tutto ciò impedisce che la „malattia diventi mortale“ (Kierkegaard). Tutto nasce da questo riconoscimento; in esso nasce in Zaccheo e in noi  tutta la gioia di riceverlo a casa. La gioia è il contenuto della fede, dell’avvenimento accaduto. Don Giussani si domanda: non è vero che abbiamo dopo questo avvenimento desideri di bene e purità che non conoscevamo, un desiderio di giustizia che non avevamo? Queste cose sono nate per via della fede. Questo dono prezioso della fede ci fa desiderare di essere migliori, ci fa desiderare la virtù. Cosa cambia? Il rapporto con le cose e con le persone. Fa vedere Giussani tutto questo facendoci vedere Z. Per Z quel incontro fu un miracolo, per ciò non ha avuto alcuna paura di perdere niente. Quando ha sentito dire: vengo a casa tua. Tutto il resto è perso, perché tutto è stato riempito da quel nome. Come è successo a san Paolo: quello che consideravo come guadagno lo considero come spazzatura. Il papa ci diceva il 7.3. queste cose. Perché niente è lasciato fuori da questa novità, anche i soldi; se non toccasse la tasca non sarebbe vero. Perché non sarebbe attrattivo e liberante. È un esperienza totale quella di Cristo per cui non possiamo risparmiarci nulla per noi.

Secondo passo. La virtù della povertà. Se Cristo è dento la nostra vita allora non siamo attaccati alle nostre cose e alla propria immagine. Che il possedimento ci definisca è una possibilità terribile anche per noi. Appena Cristo non ci interessa più totalmente allora mettiamo la felicità nel possesso di certe cose. Un oggetto fissato da noi diventa più interessante. La povertà è espressione dell’ontologia profonda dell’uomo. Così siamo e diventiamo poveri. Se foste entrati nella casa di Andrea e Giovani e aveste detto che volete qualcosa d’altro che stare con Cristo. Allora vi avrebbero buttato fuori. Se è presenza la nostra speranza non può che appoggiarsi su questa presenza, non su ciò che vogliamo noi. La povertà è resa possibile dalla presenza di Cristo. Lui è la presenza dominante della vita. Altro che moralismo. Se no tutto è un castello di carta che si abbatterà. Preghiamo che ci prenda ancora. Chi non è stato preso almeno una volta da lui? Se non fosse così non sareste qua nessuno di voi sarebbe qua. Dobbiamo guardare il punto sorgivo, come mendicanti. Se no saremo una mina vagante che non è mai contenta. E sempre una storia particolare che ci richiama alla presenza dominante di Cristo. Così mi sento libero. Senza questa prospettiva l’invito alla povertà non ha forza. Ridurre il cristianesimo ad etica è un fallimento. Occorre che il cristianesimo sia così presente che senza questo non vi sarebbe il cristianesimo stesso. Se no saremmo in balia di tutto il resto. Anche se succedesse tutto ciò che vogliamo, se non ci fosse Cristo questo accadere di tutto ciò che vogliamo sarebbe la disgrazia. Senza Cristo non vi sarebbe la possibilità di una risposta. Don Gius sviluppa questa organicità di cui parlava il papa facendoci capire che la povertà nasce dalla speranza. Solo chi ha una fondata certezza per il futuro, per una certezza che ha nell’oggi del futuro non è dipendente. Solo se vi è speranza per il futuro mettiamo anche i beni in comune. Se non mi fido non metto in comune un bel niente. Mi preme fa capire che la fede mi fa vedere Cristo presente e cosi sono sicuro del futuro di Cristo e così nasce la speranza e non la metto in ciò che possiedo. Perché il futuro ci ruberà ciò che possediamo. La povertà è la conseguenza della speranza. Se uno fa esperienza di questo non si separerà dal possesso, ma vivrà il possesso come se non lo avesse. Allo stesso tempo la povertà salva la speranza. Il papa dice che la povertà è madre, genera vita. Vita spirituale, di santità. Genera vita, non è disgrazia. Ma anche muro (nella citazione di sant’Ignazio): perché ci difende dal dipendere dalle cose che passano. Povertà ti libera da ciò a cui ti appiccicheresti.  Tre cose: libertà dalle cose perché Cristo fa esplodere il cuore. La povertà è la libertà dalle cose che non ci possono dare la felicità che Cristo solo può darci. Se Cristo ti da la certezza allora sei libero dalle cose e da tutto. La povertà si rivela come libertà dalle cose.La presenza presente in modo immanente, interno abbiamo detto prima. La povertà è distacco da ciò che si sente. Un nuovo modo di possesso. Dio compie! La conseguenza è la libertà. Il tempo si è fatto breve: chi ha moglie viva come se non l’avesse, etc. Perché passa la scena di questo mondo. Essere liberi dai soldi, dalla salute, dalla carriera politica… Dobbiamo eliminare la speranza nel successo mondano. Si può ovviamente avere qualcosa da mangiare, ma viviamo un distacco, anche se tutto è degno di lode. Non è svalorizzare le cose. Allora nasce il rispetto per cose e persone. Libertà delle cose come presenza della letizia. Letizia nasce dalla povertà. L’origine della letizia è che tu vivi. Tanto più si è certi di lui, tanto più diventiamo lieti, mentre se realizziamo i nostri progetti non  siamo lieti. Bisogna essere audaci di rischiare la verifica in un mondo in cui tutto dice il contrario. Sono lieto significa che il mio cuore è lieto perché Dio vive. È l’unico che rende certo tutto: passato, presente e futuro. Chi ha sia come se non avesse, che abbia o non abbia è uguale. Sono libero perché nulla mi manca. Se Cristo è nostro, tutto è nostro. Tutto è vostro ma voi siete di Cristo. L’attrattiva Gesù ci permette di essere liberi dal successo e dal possesso.

Ultimo passo. Dall’impeto alla lotta della vita. Non si tratta di un entsiasmo automatico. Zaccheo era pieno di quello sguardo e come conseguenza da via ciò che aveva rubato. Il desiderio è totale, ma lo sviluppo di ciò dura tutta la vita. Ognuno di noi conosce l’impeto in cui si da. Abbiamo un virus, il virus del giovane ricco: quello se ne andò triste. Il giovane ricco di soldi, di progetti e di idee è triste. Si diventa più tristi, oppure ci trasfiguriamo attraverso di Cristo. Ma ciò non significa che poi non si è più arrabbiati o che non si fanno più errori. Solo che quando facciamo errori nasce in noi un dolore acuto per aver trattato male la moglie (come esempio). Se la coerenza  fosse il criterio etico siamo falliti in partenza perché noi non ne siamo capaci. La coerenza è grazia. Con Zaccheo vediamo il metodo: lasciare entrare una presenza, invece di affidarsi al nostro sforzo moralistico. Il cristianesimo è un dono fatto alla nostra natura. Questa è un altra nascita. Detto ciò però è vero che siamo fatti di carne ed ossa. Siamo concepiti nei delitti. Soffriamo di essere nel sepolcro. In certi momenti la nostra anima lievita, ma nella vita di tutti i giorni tutto diventa pesante. E come se non ci fosse un legame nel tutto della nostra vita. La lotta insomma continua. Solo chi rimane fedele potrà vedere il trionfo di Cristo nella vita accettando il ritmo umano del cambiamento, che passa attraverso la nostra libertà, passo per passo e con passi indietro. La fraternità è un aiuto. Io come sono appartengo a qualcosa di totalmente altro. Ciò che è capitato non si cancella più. Noi siamo insieme perché abbiamo la speranza che l’appartenenza a Cristo inventa tutta la vita. Se non fosse così finiremo soffocati nel cinismo o nella noia. La grande grazia è questa realtà in cui siamo. La chiesa ha chiamato ciò fraternità, in cui Cristo porterà a termine ciò che ha iniziato. Ma come facciamo ad entrare in Cristo, fosse anche per un pertugio?  Ripetere i gesti di consapevolezza (preghiera). Devi volere e desiderare i gesti. Ciò che arido in te è arido diventa fecondità chiedendo di essere coscienti di questo. Questa è la preghiera. 2. Attenzione alla nostra compagnia. La compagnia c’é per richiamarti (non in modo moralistico, ma come presenza). 3. Quando uno vive in questa compagnia è aiutato a vivere tutte le circostanze in modo nuovo. Tutto diventa richiamo attraverso la compagnia: il figlio che nasce, il ramo di un albero, il lavoro…Quando uno ti scoccia (insomma anche con le persone moleste) la compagnia ti richiama alla verità. Come educarci a questa povertà? Per esempio con il fondo comune. Il fondo comune è incremento della coscienza della nostra appartenenza. Giussani ci da degli strumenti di educazione molto semplici. Lettera: abbiamo ricevuto una somma di denaro non aspettata, allora abbiamo fatto un’offerta al fondo comune, non come tassa da pagare, ma come abbraccio di Cristo. Tutto deve essere collegato al punto sorgivo. Un altra lettera: devo tutto alla fraternità perché senza di essa non mi sarei sposata; in occasione dello sposalizio abbiamo rimesso in moto l’offerta del fondo comune. Anche la caritativa è educazione alla povertà e all’appartenenza a Cristo. Ci sono dati strumenti semplici in modo da vivere come Lui. Con questi gesti possiamo aderire a ciò che ci ha proposto Papa Francesco e cioè di partecipare alla vita dei poveri. Ma senza ciò non vi è gioia del Cuore di Cristo risorto. Non un ripiegamento sul passato, ma qualcosa che accade ora. Dobbiamo evitare il formalismo. Così possiamo essere autentici andiamo dai poveri per scoprire che questi poveri sono Cristo. I migranti, i senza tetto. Il Papa ci educa a ciò che don Giussani chiamava ecumenismo: abbraccio positivo a tutti che nasce dall’ essere abbracciati dall’amore traboccante di Cristo.

( anche questi appunti non sono ufficiali, sono stati scritti ascoltando don Carrón parlare e rivisti velocemente nel momento della riflessione personale)
Roberto Graziotto

sabato 29 aprile 2017

Esercizi fraternità CL 2017 appunti sabato 29 aprile mattina


Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi! // Sabato mattina

Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)

Il canto all’inizio: Errore di prospettiva, di Claudio Chieffo

Tutti abbiamo letto il Papa che ha approfittato dell’occasione della nostra offerta per il giubileo per darci qualche suggerimento: per noi, per la Chiesa e per il mondo. Grande consolazione è il non aver dimenticato le persone bisognose. Ci ha ricordato che i poveri infatti ci rammentano l’essenziale della vita cristiana. La radicalità di questo richiamo la comprendiamo in forza della citazione di san Agostino fatta nella lettera: preferiamo dare i beni ai poveri, invece che diventare poveri noi stessi. Agostino parla di coloro che sono pieni di sé e non bisognosi di Dio. Agostino cita san Paolo. Se avessi dato anche tutti i beni ai poveri, ma non avessi l’amore, il tutto non servirebbe a niente. Questa povertà ci descrive il bisogno che abbiamo di Lui. La nostra povertà è così profonda che abbiamo bisogno di Lui. Don Giussani ci ricorda che il povero è tutta attesa. Il povero attende ciò che gli permette di vivere il momento dopo. Questa povertà non ha nessuna pretesa. Tutto è nel momento. Dobbiamo riscoprire la nostra povertà.

Primo passo. La povertà è il riconoscimento di ciò di cui è fatto il nostro cuore. Un aspirazione senza fine, un’attesa senza confine. Questa attesa è l’originalità dell’uomo. Tutto l’uomo ha bisogno di questo. Sembra essere la scoperta dell’acqua calda. Come vedremo tutto ciò che pensiamo di sapere è ciò che ci porta al formalismo. La vera sfida è come scoprire Cristo sempre di nuovo dall’intimo delle vicende che viviamo per non finire in moralismo e formalismo. Una formula è sensata se dice una vittoria già accaduta. E per tutti importanti, ma in primo luogo è importante per noi comprendere queste cose. La dottrina formalistica non muove neppure una piega del nostro io. Abbiamo davanti un cammino da fare, per scoprirlo dal di dentro della nostra esperienza. Dobbiamo accorgerci dell’umano che c’è in noi. Guardarci con simpatia e guardare gli altri con simpatia. Prendere sul serio ciò che proviamo. Cercare tutto il significato. Molti di noi sanno il discorso corretto, anche quello sul cuore. Possiamo trascorrere intere giornate vuote, piene di dimenticanza, senza avere il desiderio di Lui, pur avendo la formula e la dottrina nella testa. C’è un cammino da fare, come si è accorto don Giussani da giovane. La mancanza costitutiva che caratterizzava la sua umanità. La romanza di Donizzetti metteva in evidenza la mancanza costitutiva di sé. Il cuore esige una risposta, non vive che per questo. Se non si parte da questo non possiamo capire più niente del resto. Don Giussani sapeva che noi spesso non partiamo dall’esperienza, anche quando conosciamo la formula corretta. Spesso identifichiamo l’esperienza con delle parti di essa (con certe immagini e sensazioni che essa ci da). Quali sono  le vere domande che ci pone la nostra esperienza? Accettare l’umano in tutto ciò che esige, se no oscilliamo tra superbia e disperazione. Dunque la questione è scoprire i bisogni veri. Dobbiamo impegnarci con la nostra esperienza in modo libero. Questo metodo non è un aggiunta per appesantire la vita, ma ci permette di capire i nostri veri bisogni che nascono nell’esperienza che viviamo. L’umano è provocato a venire fuori. Senza realtà noi confonderemo i veri bisogni con delle immagini di noi stessi. 30 anni fa diceva don Giussani con stupore: quando dicevo queste cose non credevo che dopo 30 anni avrei dovuto dirle così tanto per farle comprendere a chi faceva parte della nostra storia da 10 anni. Non siamo seri con la realtà che le parole indicano. Il formalismo è sempre in agguato. Meno male che la realtà è testarda e continua a bussare alla nostra porta. Le ideologie sono troppo deboli di fronte alla concretezza della realtà. Dobbiamo renderci conto di cosa manca. Moravia: la noia per l’insufficienza del reale. Leopardi: il vuoto di significato. Ernesto Sabato : la mia vita è piena di una nostalgia a cui mai sono „arrivato“. Non ho potuto mai addomesticare la nostalgia. La nostalgia è per me uno struggimento mai soddisfatto. Questo sentimento di ciò che ci manca.  Così si scopre il criterio con cui questo uomo giudica tutto: la natura della nostra povertà. Come siamo bisognosi, questa nostalgia come uno sfondo invisibile con cui confrontiamo tutta la nostra vita. Sono solo esempi  per la drammaticità del vivere. Non dobbiamo complicare la nostra vita, ma scoprire i bisogni veri. Tutto serve, anche la delusione. Questa esaspera la  „sete“ (un altra immagine della povertà). Chi è il povero? Chi non ha nulla da difendere, se non la propria sete che non si è dato ed è proteso a riconoscere la risposta adesso. Per questo Gesù dice che i poveri sono beati. Essere poveri non è una disgrazia. Tutte le beatitudini sono dei sinonimi per parlare della povertà di spirito (don Giussani). Perché insistono don Giussani e il Papa sulla mancanza costitutiva? Sono fissati? Essa ci fa conoscere l’accento della Sua parola (di Cristo). Ciò che ci fa conoscere Cristo è la lealtà, sincerità di conoscere il portatore della risposta del Regno, il portatore della risposta alla povertà. Questa sete è la cosa più importante per noi cristiani. È nella misura in cui non ho senso di questa povertà non riconoscerò la risposta. Noi abbiamo la dimenticanza del senso religioso, perché Cristo ci ha incontrato ed amato. La samaritana ha subito percepito che Gesù poteva saziare la sua attesa. La sete si desta solo nell’incontro con Cristo - cioè è l’incontro che ci fa percepire la fede. L’incontro storico con questo uomo - il Figlio dell’uomo -  chiarifica l’’esistenza umana. Abbiamo un bisogno di Cristo „contemporaneo“ perché il senso religioso venga ridestato. Cosa succede quando si prende sul serio queste cose? Lettera: sono divorziata, tu sei fortunato, ho pensato più volte, che non hai avuto problemi veri con i tuoi genitori. Avevo sempre un obiezione pur avendo fatto un incontro eccezionale. La mia obiezione era una tarlo che mi perseguitava. Poi mi è successo nell’ultima sdc di sentire una tua frase che mi ha scosso: „impegnarsi nella realtà“, proprio in quella realtà in cui faccio una grande fatica. Mi aspettavo la felicità da momenti solari. Gesù era la compagnia o momenti di essa. Il Don Gius mi ha svegliata: il motivo per cui la gente crede senza credere o vive la compagnia in modo formalistico è perché  l’incontro eccezionale non incide, perché non vive la propria umanità. Non è impegnata con la propria coscienza e la propria umanità. Ho cominciato a respirare, quando ho capito questo. Quando Cristo entra lo riconosciamo subito. Cominciamo a respirare. Mi avevi fatto capire, mi ha scritto, il nodo della mia vita e d ho cominciato a prendere sul serio tutto di me: fatica e solitudine. Ogni mattina mi decido di prendere sul serio tutto, in modo particolare la mia fatica e la mia delusione, le mie paure e il mio sovraccarico di impegni. E ciò che capita quando si mette le mani in pasta, sapendo che non siamo mai soli. Quando si vince la lontananza da Cristo, si vince anche la lontananza degli altri. Adesso ho visto che i problemi non mi determinano più. Ultimamente mi dicono, dice sempre questa donna, una di voi, che sono diventata più bella anche se ho più di 50 anni. Voglio imparare il metodo del don Gus. Voglio che la vita diventi più gustosa. Prego per te che la Madonna ti sostenga. Non perché non ci sono più problemi cominciamo a respirare, ma ci apriamo a prendere sul serio la proposta.

Secondo passaggio. La povertà più profonda è bisogno di perdono. Siamo incapaci di costruire proprio dove siamo più coinvolti (famiglia, lavoro). Diventiamo giudici spietati di noi stessi, quando ci sbagliamo. Così da considerarci imperdonabili. Questa è la parte più terribile della nostra povertà e della nostra impotenza. Siamo come i poveri, i peccatori con cui ha a che fare con Gesù. Siamo nell’attesa di uno sguardo che ci faccia ripartite anche se non lo confessiamo neppure a noi stessi, proprio perché siamo circondati da una mentalità moralistica. Joachim Jeremias: ci sentiamo guardati come il pubblicano. Il pubblicano è sopraffatto dal dolore di essere cosi lontano da Dio. Lui e la sua famiglia sono senza speranza, deve restituire il denaro ma come può sapere quante persone ha imbrogliato. Tutto sembra troppo. Come aspettarci misericordia se abbiamo sbagliato così tanto?. I carcerati: e come se non riuscissimo a toglierci da dosso il male fatto. Anche il male che sappiamo solo noi. Papa Francesco identifica bene questa questione. Nessuno poteva credere a quel messaggio, a quel dito che lo indicava (Matteo). E come se il peccatore non potesse credere che la lontananza sia superabile. Non basta la presenza sentimentale piena di tenerezza di Gesù per fare l’esperienza del perdono. Dobbiamo arrenderci con tutta la nostra libertà al suo perdono. L’innominato: se c’è questo Dio cosa vuoi che faccia di  me? Non può che annientarmi. Il cardinale Federico: cosa può fare Dio di voi? Un segno della sua potenza e della sua bontà. UNA GLORIA CHE nessuno può fare di voi. Compiere in voi l’opera della redenzione. Dove compare la sua gloria in modo più esplicito che laddove un io pieno di se stesso può essere perdonato? Il volto dell’innominato si tese e cominciò a piangere. Dapprima una grande disperazione, poi è venuta una commozione più profonda. Si vede come la faccia da stravolta e confusa diventa attonita ed attenta. Senza la libertà però una tale esperienza di perdono non sarà mia. Noi non ci sostituiamo a Dio per salvarci da noi stessi. Questo però a volte non è così semplice. Dopo essersi confessato un personaggio di M. Manara  andava dall’abate a lamentarsi dai propri peccati. Possiamo uscire dal confessionale come siamo entrati: il peccato sembra essere più grande che il perdono. Soltanto lo stesso gesto della povertà può staccarmi da me stesso e farmi lieto perché Cristo vive. Dobbiamo cedere. I peccati non sono mai esisti. Solo Dio è! Per essere veramente liberi dai peccati confessati non basta confessarli,  dipende dalla chiarezza e dalla certezza che Cristo c’é e che Cristo è il perdono. Noi vogliamo che la salvezza sia acquisita da noi stessi e per questo siamo appesantiti. Gesù viene da Zaccheo, poi c’é bisogno di una mossa di Zaccheo. Per questo ill Papa ci dice che chi si sente colpevole deve imparare ad essere amato ed accettato. Accettare di essere così bisognosi da dipendere dalla misericordia di un altro. Niente in noi è sostegno. Dobbiamo accettare il perdono. Gesù sapeva che non poteva saltare la nostra libertà e per questo ci ha amato per prima. Senza libertà non vi è salvezza. In forza della misericordia vuole che cambiamo. Il primo cambiamento è cedere. La prima attività e una passività E quanto abbiamo bisogno di questa libertà di cui parla il Papa . Non siamo dei titani, non dobbiamo assumere una sfida solitaria di fronte al mondo . La morale cristiana non è titanismo, è risposta al primerear dell’amore di Cristo. Cristo è uno che conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarci sempre in forza della mano che ci solleva - come dice il Papa.

Terzo passo. Il mio cuore è lieto perché Cristo è vivo.. Il cristianesimo è risposta all’ insopportabilità di noi stessi, alla nostra debolezza clamorosa. Il cristianesimo è annuncio che la nostra debolezza è amata. Amare è affermare che un altro è la propria vita. Quanto più uno vede la miseria propria tanto più si accorge che un altro è la risposta al bisogno della propria vita. La risposta non è un discorso. Come ha fatto con i discepoli dopo la morte, Cristo non si accontenta di fare discorsi. Solo una presenza li ha consolati. I discepoli erano ancora insieme , uniti a porte chiuse, si ricordavano dei miracoli ma non bastava a fare passare la paura dell’adesso. L’avvenimento non è una qualcosa che è accaduto. Rende possibile il presente. Un altro presente. Volantone del 2011: qualcosa che ci viene dato adesso. Una risurrezione che accade ora. Fuori di questo ora non vi è niente. Il nostro io non può essere cambiato che attraverso una contemporaneità. Una storia particolare che accade ora non un discorso. Quando gli andavano indietro immaginate come erano colpiti (Andrea e Giovanni). Cristo è il primo nel senso qualitativo, non cronologico (Cristo, poi accade qualcosa d’altro). Fuori di questo „adesso“ non c’è niente. Per questo la fraternità per noi è il luogo dove siamo educati a questa povertà. Lettera: ho ceduto e sono andato al gruppo di comunità. Ho imparato che andavo li per essere povera. In questo luogo che è la fraternità o un gruppo di fraternità impariamo a vedere dal di dentro un rapporto vivente. La prima mossa dell’affezione è la presenza, non la realtà da possedere o ciò che dobbiamo fare. La moralità è vivere questa memoria. La sua presenza è la cosa più bella, più dolce della nostra vita. Non vi è nulla di più bello di stare con lui. Questa presenza ci cambia. Cosa introduce? La domanda come il confine ultimo della nostra libertà. Nella domanda si gioca la nostra libertà. Il tuo desiderio è la tua preghiera. Desiderare Cristo continuamente vuol dire pregare continuamente. Il nostro compito è una domanda continua. Se Cristo non fosse in grado di trasformare il nostro male allora non sarebbe Dio . Bernardo: non si cerca Dio con i passi dei piedi, ma con i desideri. La pienezza del gaudio è distruzione del desiderio? No,  è olio che la l’incendia . Siamo in cammino se il desiderio è cresciuto. Che l’avvenire sia qui senza cessare di essere avvenire, questa è la nostra preghiera. Lettera: gratitudine per la preferenza di Cristo per me. La mancanza è la cosa più cara che ho, anche se non sempre me ne accorgo . Intenzione per la Santa Messa: che ci ridesti la mancanza di Lui.

(questi appunti non sono ufficiali, sono stati scritti ascoltando don Carrón parlare e rivisti velocemente nel momento della riflessione personale)

Esercizi fraternità CL2017 appunti venerdì 28 aprile sera


Il mio cuore è lieto, perché Tu, Cristo, vivi!

Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)

Venerdì sera

Il primo passo è stata la „confessione“ della dimenticanza dello scopo della nostra vita in tanti momenti della nostra giornata.
Il secondo è stato il canto del „Discendi Santo Spirito“.
Il terzo la lettura della Lettera del Santo Padre inviataci attraverso il cardinal Parolin. Temi della lettera:
La logica del profitto che fa dimenticare i poveri.
La certezza di Cristo, risorto e vivo
Giussani ha pensato la povertà come presupposto dell’ amore di Cristo
Pregare per il Papa
Protezione della Madre di Dio
Benedizione per tutta la fraternità.

Sembra un paradosso come abbiamo iniziato. Don Giusanni che ci richiama ad esserci alla preghiera in modo che la nostra preghiera non sia meccanica. Dobbiamo risvegliare la nostra responsabilità. La canzone „la guerra“ ci ha ricordato che siamo „terra bruciata“. Invito ad erigere la nostra coscienza. Peguy: cosa sarebbe una salvezza, dice Dio, che non fosse libera? Come sarebbe qualificata? Noi vogliamo, dice Dio, che questa salvezza l’acquisti da sé. Tale è il valore della libertà dell’uomo. Dio ci vuole veramente protagonisti della nostra salvezza. Non svuotare il senso della storia. Perché Dio insiste nella cooperazione? Senza la nostra cooperazione una salvezza non ci direbbe più nulla. Che interesse rappresenterebbe una tale salvezza? Una beatitudine serva? Fa piacere essere amati da degli schiavi? Il punto più sensibile della nostra storia. In un momento in cui nessuna convenzione regge più. Il tempo della libertà. Niente può attecchire in noi se non è accolto e guadagnato nella libertà.  Lettera: perché vengo? Con cuore aperto. In un mondo così lontano dal gesto che facciamo è utile per me e per il mondo il venire con cuore aperto. Aprisi all’infinito che chiama me. La vita è bella non perché è a posto. In ogni persona c’é la possibilità del rapporto con il Mistero. Cosa ci libera dall’ansia e dalla paura? Che gli Esercizi siano un occasione per me, perché ci sia qualcuno che mi chiama. A Dio non sarebbe costato niente creare degli esseri che ubbidiscono meccanicamente. Anche essi avrebbero contribuito far risplendere la sua potenza. Ma Dio ha voluto assolutamente di più. Ho creato questa libertà. Quando si è amati liberamente, la sottomissione non dice nulla . È la mia più grande invenzione dice Dio della libertà. Dio ha voluto qualcosa di meglio. Chiedete ad un padre quando i suoi figli cominciano ad amarlo liberamente se ci sia qualcosa di più grande? Un bello sguardo da uomo libero, non la perfezione. A questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio. San Gregorio di Nyssa: partecipazione ai suoi bene, al massimo bene della libertà.  Noi non abbiamo interesse se non alla libertà e ciò vale anche per l’uomo. La salvezza viene così sperimentata da me come interessante. Senza la libertà non sarebbe una salvezza mia. È indispensabile anche per Dio voler essere amato liberamente. Così che la salvezza diventi veramente mia.

Ma la salvezza è rimasta interessante per me? Non l’abitudine, non la ripetizione meccanica di certi gesti? Mi interessa la salvezza coma all’inizio? La vita non fa sconti a nessuno. Basta guardare alla propria esperienza. Ho cercato di raccogliere alcuni pensieri nell’ introduzione al libro sugli Esercizi tenuti da don Giussani; nei primi, in quelli del 1982 diceva:  non basta rimanere passivamente nel Movimento. Siete diventati grandi, ma siete lontani di Cristo, dall’emozione di tanti anni fa. Solo nelle iniziative abbiamo la sensazione di non essere lontani, ma non dobbiamo confondere. Possiamo essere impegnati in tante cose, ma Cristo resta isolato dal cuore. Per don Giussani la lontananza dal cuore crea un impaccio tra di noi, anche tra marito e moglie. Salvo che nelle azioni comuni: casa da portare avanti, i figli c’è un’unità, se no impaccio . Il cuore è come uno guarda la moglie, i compagni di lavoro, il passante. Ma se Cristo non c’entra con tutto ciò egli perde di interesse. Quando Cristo era interessante  ha fatto vibrare la profondità del nostro io, oggi è solo sentimentalismo e non la possibilità di scoprire tutta la portata che quella presenza aveva per me. Cosa prevale ora come sentimento del vivere? Come ci scopriamo noi stessi come fondo ultimo di noi? Quale è la musica di sottofondo che prevale? Tutte le analisi non sono così interessanti. Cristo è interessante come all’inizio? O Cristo risulta più lontano dal cuore? Ecco l’alternativa: siamo presi da Cristo o isolati? Non si tratta di misurare moralisticamente se stessi, non perdiamo il tempo con ciò. Cristo è ancora interessante? Nel 7.3. 15 il Papa ci ha voluto far comprendere che la fedeltà al carisma non consiste in una pietrificazione di esso. Non si tratta di decisione prese una volta. Don Giussani non vi perdonerebbe, ci disse il Papa, mai se riduciamo il carisma in cenere. Siate liberi. Senza la libertà la vita diventa un museo di ricordi. Non vi è nulla di così interessante nel presente, Se vi fosse esso sarebbe più vivo di tutti i ricordi. Adesso. Nel 1982 mentre tutti erano contenti di essere lì a festeggiare il riconoscimento pontificio della fraternità a don Giussani interessava riprendere la vita che si stava allontanando. Come è impressionante vedere che la vita è cambiamento. Si vive per cambiare. Cosa vuol dire mutare? Kierkegaard: non conosco la verità se non quando diventa vita in me, quando mi cambia. Per questo ci teneva alla nostra maturazione. Senza questa maturazione non potrebbe accadere quella familiarità con Cristo. Per sperimentare la pienezza della vita. C’è una equivocità nel diventare grandi: siamo più familiari a Cristo? Che sconfinata gratitudine che ci sia stato un uomo che ci tiene così tanto alla libertà di noi stessi. Perché nell’ora viene meno questo interesse a ciò che realmente conta? Non basta la spontaneità, ci vuole un impegno. Lo spalancamento ultimo della spirito è necessario! Dobbiamo continuamente impegnarci. Se non lo facciamo sentiremo una ottusa estraneità. Se non ho questa apertura Cristo diventa estraneo. Non c’é la caviamo da soli; senza implicare tutta la nostra umanità Cristo rimane isolato.

Quale è la conseguenza di questa ottusa estraneità? Il formalismo. Il ripetere delle parole. Senza che le le parole e i gesti scuotano o mettano in crisi qualcosa in te. Senza che mettano in crisi lo sguardo che porti a te stesso. Il formalismo è una fede che corre parallela alla vita. Ma se non muove nulla in me oscilliamo tra la presunzione più ottusa o la disperazione più buia. Non si è a posto se si fa la sdc, se si fanno i gesti. Quando diventano i gesti un’ esperienza che ha senso per te? Quando muovono qualcosa in te? Per questo in un Movimento come il nostro se non fa nascere un’ intimità con Cristo dalle circostanze che viviamo allora non vale, anzi peggiora la situazione dell’umano. Siccome abbiamo la fede, certe cose le facciamo, ma dall’esterno e non dall’interno. Non vi l’intima nostalgia di Lui. Nel lavoro e in nuovo rapporto o in un vecchio rapporto. Come dice il Papa nell’Evangelii Gaudium: viviamo tutto come un appendice. Tutto si logora. Quale è la ragione? Noi cristiani diceva nel 1985 don Giussani non siamo staccati dai riti e dalle formule cristiane e neppure dalle legge del decalogo, siamo staccati dal fondamento umano, dal senso religioso. Abbiamo una fede che non é più religiosità, abbiamo una fedeltà „dottrinale“ staccata dal fondamento umano. E Cristo si allontana, così come la realtà. Tutto diventa un pedaggio da pagare. MI sfugge cosa è necessario per vivere. E il cristianesimo diventa dottrina. Mounier: dalla terra nasce un parto pieno di gioia. Occorre soffrire perché la verità non diventi dottrina. Bisogna guardare noi stessi e le cose con la memoria della Sua presenza. Un ragazzo ha detto ad una sua insegnante: sono tutte cose che conosco. La scontatezza  fatta carne in questo ragazzo. Ero grata, mi ha scritto questa insegnante. Questa ferita mi ha messo in ginocchio. Perdo il mio io senza di Te, ecco cosa ha scoperto questa insegnante inginocchiandosi. Ecco il nostro compito: Accorgermi che tu sei. Fino a qualche tempo fa un fatto così non lo avrei neppure registrato, ha aggiunto l’insegnante, ora è stato un occasione di conversione mia. Il Movimento è un cammino in cui nulla può andare perduto. Domani palerò della lettera che il Papa ci ha inviato per la nostra offerta durante il giubileo della misericordia.

Se tutto diventa piatto, scontato senza che diventiamo protagonisti la salvezza non è interessante. Siamo insieme per richiamarci gli uni agli altri con la nostra libertà perché non soccombiamo al sepolcro. Da che parte vogliamo stare? Dalla parte del sepolcro o dalla parte del Gesù risorto? Questo ci ha chiesto il Papa ultimamente. Importanza del silenzio. Dobbiamo esercitarci in modo che il silenzio nasca dalla nostra carne. Importanza dei canti e del cantare insieme.

(sono appunti e non una versione ufficiale)

martedì 25 aprile 2017

Don Lorenzo Milani

«Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e disperato. Io ci vivo, ci parlo e ci scrivo con la più assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco perché gli voglio bene. E capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!» (Don LORENZO MILANI)

domenica 26 marzo 2017

INCONTRO CON I RAGAZZI CRESIMATI


INCONTRO CON I RAGAZZI CRESIMATI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Solennità dell'Annunciazione del Signore
Stadio Meazza - San Siro
Sabato, 25 marzo 2017


DOMANDA DI UN RAGAZZO
Ciao, io sono Davide e vengo da Cornaredo. Volevo farti una domanda: Ma a te, quando avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?
Papa Francesco:
Buonasera!
Davide ha fatto una domanda molto semplice, alla quale per me è facile rispondere, perché devo soltanto fare un po’ di memoria dei tempi nei quali io avevo l’età vostra. E la sua domanda è: “Quando tu avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?”. Sono tre cose, ma con un filo che le unisce tutt’e tre. La prima cosa che mi ha aiutato sono stati i nonni. “Ma come, Padre, i nonni possono aiutare a far crescere l’amicizia con Gesù?”. Cosa pensate voi? Possono o non possono?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Ma i nonni sono vecchi!
Ragazzi:
No!
Papa Francesco:
No? Non sono vecchi?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Sono vecchi… I nonni sono di un’altra epoca: i nonni non sanno usare il computer, non hanno il telefonino… Domando un’altra volta: i nonni, possono aiutarti a crescere nell’amicizia con Gesù?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
E questa è stata la mia esperienza: i nonni mi hanno parlato normalmente delle cose della vita. Un nonno era falegname e mi ha insegnato come con il lavoro Gesù ha imparato lo stesso mestiere, e così, quando io guardavo il nonno, pensavo a Gesù. L’altro nonno mi diceva di non andare mai a letto senza dire una parola a Gesù, dirgli “buonanotte”. La nonna mi ha insegnato a pregare, e anche la mamma; l’altra nonna lo stesso… La cosa importante è questa: i nonni hanno la saggezza della vita. Cosa hanno i nonni?
Ragazzi:
La saggezza della vita.
Papa Francesco:
Hanno la saggezza della vita. E loro con quella saggezza ci insegnano come andare più vicini a Gesù. A me lo hanno fatto. Primo, i nonni. Un consiglio: parlate con i nonni. Parlate, fate tutte le domande che volete. Ascoltate i nonni. E’ importante, in questo tempo, parlare con i nonni. Avete capito?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
E voi, quelli che avete i nonni vivi, farete uno sforzo per parlare, fare loro domande, ascoltarli? Farete lo sforzo? Farete questo lavoro?
Ragazzi:
Sì…
Papa Francesco:
Non siete molto convinti. Lo farete?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
I nonni. Poi, mi ha aiutato tanto giocare con gli amici, perché giocare bene, giocare e sentire la gioia del gioco con gli amici, senza insultarci, e pensare che così giocava Gesù… Ma, vi domando, Gesù giocava? O no?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Ma era Dio! Dio no, non può giocare… Giocava Gesù?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Siete convinti. Sì, Gesù giocava, e giocava con gli altri. E a noi fa bene giocare con gli amici, perché quando il gioco è pulito, si impara a rispettare gli altri, si impara a fare la squadra, in équipe, a lavorare tutti insieme. E questo ci unisce a Gesù. Giocare con gli amici. Ma - è una cosa che credo qualcuno di voi ha detto - litigare con gli amici, aiuta a conoscere Gesù?
Ragazzi:
No!
Papa Francesco:
Come?
Ragazzi:
No!
Papa Francesco:
Va bene. E se uno litiga, perché è normale litigare, ma poi chieda scusa, e finita è la storia. E’ chiaro?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
A me ha aiutato tanto giocare con gli amici. E una terza cosa che mi ha aiutato a crescere nell’amicizia con Gesù è la parrocchia, l’oratorio, andare in parrocchia, andare all’oratorio e radunarmi con gli altri: questo è importante! A voi piace, andare in parrocchia?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
A voi piace… - ma dite la verità - a voi piace andare a Messa?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
[ride] Non sono sicuro… A voi piace andare all’oratorio?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Ah, questo sì, vi piace. E queste tre cose faranno – davvero, questo è un consiglio che vi do – queste tre cose vi faranno crescere nell’amicizia con Gesù: parlare con i nonni, giocare con gli amici e andare in parrocchia e in oratorio. Perché, con queste tre cose, tu pregherai di più. [applausi] E la preghiera è quel filo che unisce le tre cose. Grazie. [applausi]
DOMANDA DI DUE GENITORI
Buona sera. Siamo Monica e Alberto, e siamo genitori di tre ragazzi di cui l’ultima il prossimo ottobre riceverà la Santa Cresima. La domanda che volevamo farLe è questa: come trasmettere ai nostri figli la bellezza della fede? A volte ci sembra così complicato poter parlare di queste cose senza diventare noiosi e banali o, peggio ancora, autoritari. Quali parole usare?
Papa Francesco:
Grazie. Io queste domande le avevo prima… Sì, perché me le avete inviate, e per essere chiaro nella risposta, ho preso qualche appunto, ho scritto qualcosa, e adesso vorrei rispondere a Monica e ad Alberto.
a. Credo che questa è una delle domande-chiave che tocca la nostra vita come genitori: la trasmissione della fede, e tocca anche la nostra vita come pastori e come educatori. La trasmissione della fede. E mi piacerebbe rivolgere a voi questa domanda. E vi invito a ricordare quali sono state le persone che hanno lasciato un’impronta nella vostra fede e che cosa di loro vi è rimasto più impresso. Quello che hanno domandato i bambini a me, io lo domando a voi. Quali sono le persone, le situazioni, le cose che vi hanno aiutato a crescere nella fede, la trasmissione della fede. Invito voi genitori a diventare, con l’immaginazione, per qualche minuto nuovamente figli e a ricordare le persone che vi hanno aiutato a credere. “Chi mi ha aiutato a credere?”. Il padre, la madre, i nonni, una catechista, una zia, il parroco, un vicino, chissà… Tutti portiamo nella memoria, ma specialmente nel cuore qualcuno che ci ha aiutato a credere. Adesso vi faccio una sfida. Un attimino di silenzio… e ognuno pensi: chi mi ha aiutato a credere? E io rispondo da parte mia, e per rispondere la verità devo tornare con il ricordo in Lombardia… [grande applauso] A me ha aiutato a credere, a crescere tanto nella fede, un sacerdote lodigiano, della diocesi di Lodi; un bravo sacerdote che mi ha battezzato e poi durante tutta la mia vita, io andavo da lui; in alcuni momenti più spesso, in altri meno…; e mi ha accompagnato fino all’entrata nel noviziato [dei Gesuiti]. E questo lo devo a voi lombardi, grazie! [applausi] E non mi dimentico mai di quel sacerdote, mai, mai. Era un apostolo del confessionale, un apostolo del confessionale. Misericordioso, buono, lavoratore. E così mi ha aiutato a crescere.
Ognuno ha pensato la persona? Io ho detto chi ha aiutato me.
E vi domanderete il perché di questo piccolo esercizio. I nostri figli ci guardano continuamente; anche se non ce ne rendiamo conto, loro ci osservano tutto il tempo e intanto apprendono. [applauso] «I bambini ci guardano»: questo è il titolo di un film di Vittorio De Sica del ’43. Cercatelo. Cercatelo. “I bambini ci guardano”. E, fra parentesi, a me piacerebbe dire che quei film italiani del dopoguerra e un po’ dopo, sono stati – generalmente – una vera “catechesi” di umanità. Chiudo la parentesi. I bambini ci guardano, e voi non immaginate l’angoscia che sente un bambino quando i genitori litigano. Soffrono! [applauso] E quando i genitori si separano, il conto lo pagano loro. [applauso] Quando si porta un figlio al mondo, dovete avere coscienza di questo: noi prendiamo la responsabilità di far crescere nella fede questo bambino. Vi aiuterà tanto leggere l’Esortazione Amoris laetitia, soprattutto i primi capitoli, sull’amore, il matrimonio, il quarto capitolo che è una davvero una chiave. Ma non dimenticatevi: quando voi litigate, i bambini soffrono e non crescono nella fede. [applauso] I bambini conoscono le nostre gioie, le nostre tristezze e preoccupazioni. Riescono a captare tutto, si accorgono di tutto e, dato che sono molto, molto intuitivi, ricavano le loro conclusioni e i loro insegnamenti. Sanno quando facciamo loro delle trappole e quando no. Lo sanno. Sono furbissimi. Perciò, una delle prime cose che vi direi è: abbiate cura di loro, abbiate cura del loro cuore, della loro gioia, della loro speranza.
Gli “occhietti” dei vostri figli via via memorizzano e leggono con il cuore come la fede è una delle migliori eredità che avete ricevuto dai vostri genitori e dai vostri avi. Se ne accorgono. E se voi date la fede e la vivete bene, c’è la trasmissione.
Mostrare loro come la fede ci aiuta ad andare avanti, ad affrontare tanti drammi che abbiamo, non con un atteggiamento pessimista ma fiducioso, questa è la migliore testimonianza che possiamo dare loro. C’è un modo di dire: “Le parole se le porta il vento”, ma quello che si semina nella memoria, nel cuore, rimane per sempre.
b. Un’altra cosa. In diverse parti, molte famiglie hanno una tradizione molto bella ed è andare insieme a Messa e dopo vanno a un parco, portano i figli a giocare insieme. Così che la fede diventa un’esigenza della famiglia con altre famiglie, con gli amici, famiglie amiche… Questo è bello e aiuta a vivere il comandamento di santificare le feste. Non solo andare in chiesa a pregare o a dormire durante l’omelia – succede! -, non solo, ma poi andare a giocare insieme. Adesso che cominciano le belle giornate, ad esempio, la domenica dopo essere andati a Messa in famiglia, è una buona cosa se potete andare in un parco o in piazza, a giocare, a stare un po’ insieme. Nella mia terra questo si chiama “dominguear”, “passare la domenica insieme”. Ma il nostro tempo è un tempo un po’ brutto per fare questo, perché tanti genitori, per dare da mangiare alla famiglia, devono lavorare anche nei giorni festivi. E questo è brutto. Io sempre domando ai genitori, quando mi dicono che perdono la pazienza con i figli, prima domando: “Ma quanti sono?” – “Tre, quattro”, mi dicono. E faccio loro una seconda domanda: “Tu, giochi con i tuoi figli?... Giochi?” E non sanno cosa rispondere. I genitori in questi tempi non possono, o hanno perso l’abitudine di giocare con i figli, di “perdere tempo” con i figli. Un papà una volta mi ha detto: “Padre, quando io parto per andare al lavoro, ancora stanno a letto, e quando torno la sera tardi già sono a letto. Li vedo soltanto nei giorni festivi”. E’ brutto! E’ questa vita che ci toglie l’umanità! Ma tenete a mente questo: giocare con i figli, “perdere tempo” con i figli è anche trasmettere la fede. E’ la gratuità, la gratuità di Dio.
c. E un’ultima cosa: l’educazione familiare nella solidarietà. Questo è trasmettere la fede con l’educazione nella solidarietà, nelle opere di misericordia. Le opere di misericordia fanno crescere la fede nel cuore. Questo è molto importante. Mi piace mettere l’accento sulla festa, sulla gratuità, sul cercare altre famiglie e vivere la fede come uno spazio di godimento familiare; credo che è necessario anche aggiungere un altro elemento. Non c’è festa senza solidarietà. Come non c’è solidarietà senza festa, perché quando uno è solidale, è gioioso e trasmette la gioia.
Non voglio annoiarvi: vi racconterò una cosa che io ho conosciuto a Buenos Aires. Una mamma, era a pranzo con i tre figli, di sei, quattro e mezzo e tre anni; poi ne ha avuti altri due. Il marito era al lavoro. Erano a pranzo e mangiavano proprio cotolette alla milanese, sì, perché lei me l’ha detto, e ognuno dei bambini ne aveva una nel piatto. Bussano alla porta. Il più grande va, apre la porta, vede, torna e dice: “Mamma, è un povero, chiede da mangiare”. E la mamma, saggia, fa la domanda: “Cosa facciamo? Diamo o non diamo?” – “Sì, mamma, diamo, diamo!”. C’erano altre cotolette, lì. La mamma disse: “Ah, benissimo: facciamo due panini: ognuno taglia a metà la propria e facciamo due panini” – “Mamma, ma ci sono quelle!” – “No, quelle sono per la cena”. E la mamma ha insegnato loro la solidarietà, ma quella che costa, non quella che avanza! Per l’esempio basterebbe questo, ma vi farà ridere sapere come è finita la storia. La settimana dopo, la mamma è dovuta andare a fare la spesa, il pomeriggio, verso le quattro, e ha lasciato tutti e tre i bambini da soli, erano buoni, per un’oretta. E’ andata. Quando torna la mamma, non erano tre, erano quattro! C’erano i tre figli e un barbone [ride] che aveva chiesto l’elemosina e lo hanno fatto entrare, e stavano bevendo insieme caffelatte… Ma questo è un finale per ridere un po’… Educare alla solidarietà, cioè alle opere di misericordia. Grazie.
DOMANDA DI UNA CATECHISTA
Buona sera, sono Valeria, mamma e catechista di una parrocchia di Milano, a Rogoredo. Lei ci ha insegnato che per educare un giovane occorre un villaggio: anche il nostro Arcivescovo ci ha spronato in questi anni a collaborare, perché ci sia una collaborazione tra le figure educanti. Allora noi volevamo chiederLe un consiglio, perché possiamo aprirci a un dialogo e a un confronto con tutti gli educatori che hanno a che fare con i nostri giovani …
Papa Francesco:
Io consiglierei un’educazione basata sul pensare-sentire-fare, cioè un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani, i tre linguaggi. Educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani, i ragazzi, le ragazze possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e sentono. Non separare le tre cose, ma tutt’e tre insieme. Non educare soltanto l’intelletto: questo è dare nozioni intellettuali, che sono importanti, ma senza il cuore e senza le mani non serve, non serve. Dev’essere armonica, l’educazione. Ma si può dire anche: educare con i contenuti, le idee, con gli atteggiamenti della vita e con i valori. Si può dire anche così. Ma mai educare soltanto, per esempio, con le nozioni, le idee. No. Anche il cuore deve crescere nell’educazione; e anche il “fare”, l’atteggiamento, il modo di comportarsi nella vita.
b. In riferimento al punto precedente, ricordo che una volta in una scuola c’era un alunno che era un fenomeno a giocare a calcio e un disastro nella condotta in classe. Una regola che gli avevano dato era che se non si comportava bene doveva lasciare il calcio, che gli piaceva tanto! Dato che continuò a comportarsi male rimase due mesi senza giocare, e questo peggiorò le cose. Stare attenti quando si punisce: quel ragazzo peggiorò. E’ vero, l’ho conosciuto, questo ragazzo. Un giorno l’allenatore parlò con la direttrice, e spiegò: “La cosa non va! Lasciami provare”, disse alla direttrice, e le chiese che il ragazzo potesse riprendere a giocare. “Proviamo”, disse la signora. E l’allenatore lo mise come capitano della squadra. Allora quel bambino, quel ragazzo si sentì considerato, sentì che poteva dare il meglio di sé e cominciò non solo a comportarsi meglio, ma a migliorare tutto il rendimento. Questo mi sembra molto importante nell’educazione. Molto importante. Tra i nostri studenti ce ne sono alcuni che sono portati per lo sport e non tanto per le scienze e altri riescono meglio nell’arte piuttosto che nella matematica e altri nella filosofia più che nello sport. Un buon maestro, educatore o allenatore sa stimolare le buone qualità dei suoi allievi e non trascurare le altre. E lì si dà quel fenomeno pedagogico che si chiama transfert: facendo bene e piacevolmente una cosa, il beneficio si trasferisce all’altra. Cercare dove do più responsabilità, dove più gli piace, e lui andrà bene. E sempre va bene stimolarli, ma i bambini hanno anche bisogno di divertirsi e di dormire. Educare soltanto, senza lo spazio della gratuità non va bene.
E finisco con questa cosa. C’è un fenomeno brutto in questi tempi, che mi preoccupa, nell’educazione: il bullying. Per favore, state attenti. [grande applauso] E adesso domando a voi, cresimandi. In silenzio, ascoltatemi. In silenzio. Nella vostra scuola, nel vostro quartiere, c’è qualcuno o qualcuna del quale o della quale voi vi fate beffa, che voi prendete in giro perché ha quel difetto, perché è grosso, perché è magro, per questo, per quest’altro? Pensateci. E a voi piace fargli provare vergogna e anche picchiarli per questo? Pensateci. Questo si chiama bullying. Per favore… [accenno di applauso] No, no! Ancora non ho finito. Per favore, per il sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di non fare mai questo e mai permettere che si faccia nel vostro collegio, nella vostra scuola, nel vostro quartiere. Capito?
Ragazzi:
Sì! [applauso grande]
Papa Francesco:
Mi promettete: mai, mai prendere in giro, fare beffa, un compagno di scuola, di quartiere… Promettete questo, oggi?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Il Papa non è contento della risposta… Promettete questo?
Ragazzi:
[fortissimo] Sì!
Papa Francesco:
Bene. Questo “sì” lo avete detto al Papa. Ora, in silenzio, pensate che cosa brutta è questa, e pensate se siete capaci di prometterlo a Gesù. Promettete a Gesù di non fare mai questo bullying?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
A Gesù…
Ragazzi:
[forte] S!!
Papa Francesco:
Grazie. E che il Signore vi benedica!
Complimenti a voi [i ragazzi che hanno fatto le coreografie nel campo]: siete stati bravi!
Preghiamo insieme: “Padre Nostro…”
[Benedizione]
Papa Francesco:
Per favore, vi chiedo di pregare per me. E prima di andarmene, una domanda: con chi dobbiamo parlare di più, a casa?
Ragazzi:
Con i nonni!
Papa Francesco:
Bravi! E voi, genitori, cosa dovete fare con i vostri figli un po’ di più?
Genitori:
Giocare!
Papa Francesco:
Giocare. E voi educatori, come dovete portare avanti l’educazione, con quale linguaggio? Con quello della testa, con quello del cuore e con quello delle mani!
Grazie e arrivederci!