domenica 28 novembre 2010

POSSO PARLARVI DELL’AMORE VERO? Cari benpensanti noi siamo vivi e degni

« La ragione specifica: concedere un cosiddetto diritto di replica alle associazioni pro­vita, significherebbe avallare l’idea, inaccettabile, che la nostra trasmissione sia stata 'pro-morte', mentre abbiamo raccontato due storie di vita... La Rai dispone di spazi adatti per dare voce alle posizioni del movimento pro-vita, che del resto già ne usufruisce ampiamente». (nota sottoscritta da Fazio, Saviano e dagli autori di 'Vieni via con me'). Ma siete proprio sicuri delle vostre affermazioni, signori Fazio, Saviano, Serra, eccetera? Non ne sono convinto.

A svolgersi è sempre quello che io chiamo 'il tema del benpensante', secondo cui in determinate situazioni di fragilità o di malattia la vita non è più degna di essere vissuta. I benpensanti perdono di vista il nucleo del problema: la vita umana, l’essere umano, la persona. Si dovrebbe guardare alla vita umana come mistero non riducibile al suo livello biologico. È una questione totalmente e radicalmente 'laica', che ha riguardato e riguarda ognuno di noi. Non si vuole accettare che la vita possa essere degna di essere vissuta comunque, anche in condizioni di fragilità, disabilità, di malattia anche fin dalla nascita. Non si considera che, se adeguatamente assistite, tutte queste persone possono mettere comunque a disposizione della comunità la loro sensibilità, le loro capacità intellettive, i loro sentimenti, le loro emozioni. Tutti, ma dico tutti.

Dobbiamo essere Liberi di Vivere, e di poter vivere. Si deve però arrivare a un riconoscimento concreto, tramite investimenti di tipo economico e di promozione culturale, della dignità dell’esistenza di ogni essere umano. Basta nascondersi dietro a falsi ideologismi pregiudiziali sulla definizioni di dignità della vita. La dignità della vita, di ogni vita, è un carattere ontologico che non può dipendere dal concetto di qualità di vita 'misurata' in base a un concetto utilitaristico. Non si può chiedere a nessuno di uccidere, di ucciderci.
Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto. Perché l’amore vero non uccide e non chiede di morire. È necessario aprire una concreta discussione su cosa si stia facendo per evitare l’emarginazione delle persone con gravi patologie invalidanti e su quanto realmente, al momento attuale, si sta investendo nel percorso medico, di continuità assistenziale domiciliare e di cultura della salute e delle problematiche legate alle patologie disabilitanti e alla disabilità in senso lato, chiedendosi con molta sincerità se proprio dalla mancanza sempre più evidente di strumenti qualificati, di supporto adeguato alla famiglia, reti di servizi sociali e sanitari organizzati, solidarietà, coinvolgimento e sensibilità da parte dell’opinione pubblica scaturiscano quelle condizioni di sofferenza e di abbandono e di rinuncia alla vita.

Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità, fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita.

MARIO MELAZZINI

SMS SOLIDALE 4 5 5 0 3


mercoledì 24 novembre 2010

CONDIVIDERE IL BISOGNO PER CONDIVIDERE IL SENSO DELLA VITA

Colletta Alimentare 2010 - Io ci sarò!

IL CRISTIANESIMO, LE CRISI, LA CERTEZZA DEL PAPA - L’ANTIRELIGIONE E IL SEME FORTE

« C’è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente ricono­sciuto ciò che è giusto e avanzi una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la 'nuova re­ligione', come fosse l’unica vera, vincolante per tutta l’uma­nità ». Del rischio di una dittatura del relativismo Benedetto XVI parla da tempo, ma il bello di Luce del mondo è che le do­mande di Peter Seewald somigliano a quelle che molti di noi farebbero, se potessero, al Papa. La pressione perché «si pen­si come tutti, si agisca come agiscono tutti», evocata da Seewald, quanto la sentiamo, anche in un Paese di tradizio­ne cristiana come il nostro. È, risponde Benedetto XVI, una «pressione di intolleranza» che si esercita presentando il cri­stianesimo come un modo di pensare «sbagliato», e ridico­lizzandolo; privandolo, in nome della «ragionevolezza», del­lo spazio per vivere. E fin qui è la lucida analisi di qualcosa che sperimentiamo o­gni giorno. Ma provocante è la questione posta da Seewald: com’è che, anche in Paesi in cui quasi tutti sono battezzati, «una maggioranza accetta di essere dominata da una mino­ranza di opinion leader?». E il Papa, in risposta, si domanda: in che misura queste persone sono ancora parte della Chie­sa? Da un lato, dice, non vogliono perdere questo fondamento, dall’altro «è chiaro che sono interiormente plasmate dal pen­siero moderno». Insomma, l’avvento di una dittatura del re­lativismo è possibile per una «schizofrenia» dei cristiani, un ridurre la fede a un vecchio substrato che vive «parallela­mente » alla modernità, ma non la contagia e non la fermen­ta. A fronte di questa realtà, Benedetto XVI afferma l’urgen­za della «nuova evangelizzazione» recentemente annuncia­ta – di un nuovo inizio, che susciti un cristianesimo capace di distinguersi alla 'controreligione' avanzante.

E il denso dialogo del libro, nella asciuttezza della forma gior­nalistica, interpella profondamente noi cristiani insofferen­ti di tirannie mediatiche, politiche ed economiche, giusta­mente ribelli al conformismo cui ci viene chiesto di allinear­ci. Perché certo, le forze della «antireligione obbligatoria» so­no ampie e attrezzate; ma Benedetto XVI non guarda a loro, guarda ai suoi, e (ci) domanda: in che cosa realmente crede­te, in chi davvero riponete la vostra speranza? In un Dio che si mette da parte, finita la messa della domenica; o in Cristo che 'c’entra' con tutto, e trasforma ogni cosa?
La questione posta da Benedetto XVI dice una volta di più del suo coraggio, quando afferma in sostanza che alla pri­ma radice della crisi presente c’è una fede spesso astratta, 'divisa', incapace di fecondare di sé la realtà. Il problema, insomma, prima che gli avversari siamo noi – e questa è sempre una cosa scomoda da dire.

Non si potrebbe semplicemente pensare, domanda molto laicamente a questo punto l’intervistatore, che dopo duemi­la anni il cristianesimo si è esaurito, come è accaduto a tan­te altre culture? Ma qui il Papa rivela, dopo la severa lucidità dell’analisi, un ottimismo che potrebbe apparire illogico. Di­ce del germogliare di movimenti in America latina, della fe­deltà della Chiesa d’Africa ai poveri, di un 'fiorire', in Occi­dente, di iniziative poco visibili, ma che nascono «dal di den­tro, dalla gioia dei giovani». Parla, il Papa, del cristianesimo come di una forza vitale, di un seme che, apparentemente an­nichilito, comunque rinasce, là dove non te lo saresti imma­ginato, e nuovamente cresce. Seme che, e­stirpato, ritorna; perseguitato, risorge. Ra­dicale differenza: le culture e le ideologie nascono, trionfano e declinano. Ma Cri­sto nato nella carne, morto e risorto, uo­mo e non dottrina, tenacemente resta dentro la storia degli uomini; negato, dimenticato, ritorna.
E la granitica benigna certezza di Be­nedetto ci solleva, larga come un ge­sto di benedizione. Il destino della Chiesa è nelle mani di Cristo – non solo nelle povere nostre.
MARINA CORRADI

martedì 23 novembre 2010

IL LIBRO-INTERVISTA DI BENEDETTO XVI - Alla fine, una certezza il cristianesimo dà gioia


Ecco, ora mi cade addosso, non ho scampo». L’uomo di Dio Joseph Ratzinger confessa di aver pensato proprio questo, nell’istante interminabile che ha preceduto la sua elezione per il ministero di Pietro. È la barca di Pietro, in effetti, non una tavola da surf. Non ci sali sopra per scivolare spensierato dove ti porta l’onda. In verità, non ci saliresti proprio, fosse per te. Se poi pensi che devi guidarla nell’attuale «costellazione mondiale, con tutte le forze di distruzione che ci sono, con tutte le contraddizioni che in essa vivono», lo choc è inevitabile.

Il papa Benedetto XVI, nel suo libro-intervista con Peter Seewald, Luce del mondo ,

che ora tutti potremo leggere (e andiamo davvero a leggercelo, cessando di affaticarci in pericolosi esercizi di stile sulle sue 'spulciature'), usa più di una volta la parola «shock» (all’inglese). O espressioni equivalenti. Il tono fondamentale del suo discorrere svela, qui più che in altre conversazioni analoghe, il tono emotivo del suo personale confronto con l’enormità delle sfide che devono essere affrontate e portate da un uomo di Dio che «deve fare il Papa». Qui più che altrove, Benedetto XVI ci consente di entrare nel senso di sproporzione che accompagna ogni volta il sincero riconoscimento della portata degli eventi in cui il cristianesimo deve seminare il vangelo. E in tale cornice, ci rende affettuosamente partecipi della passione con la quale gli eventi devono essere abitati e vissuti, dal credente che accetta il ministero di Pietro, per onorare la consegna ricevuta.

La sorpresa, che ci deve fare un gran bene, è proprio questa: «Anche il Papa fa questo». Anzi, il Papa in primo luogo. Il Papa attraversa lo sgomento della propria umana piccolezza, senza dissimularlo a se stesso, fingendosi un super­uomo.

Il Papa accetta l’azzardo della fede e del suo migliore discernimento, sapendo che egli è il primo a doverlo onorare, perché è l’ultimo che vi si può sottrarre. Il Papa sa di avere deboli forze, proprio mentre accetta coraggiosamente il fatto che – finché ha forza – non può scaricare su altri neppure un grammo del compito che tocca a lui. Il Papa sa che nel piccolo punto del tempo e dello spazio in cui si ritrova, semplicemente umano com’è, deve riflettere, senza reticenze, la consapevolezza delle contraddizioni che abitano il Mondo e anche la Chiesa. Il Papa sa che, per questo, ha ogni genere di sostegno, nella Chiesa: dal più piccolo gesto di simpatia ai doni più grandi della collaborazione nel ministero. Ma sa anche, e lo sa perfettamente, che deve chiedere tutto questo, lui per primo, «come un mendicante» al Signore, «l’amico di antica data».

Il Papa dice e lascia scrivere queste cose: nel genere, non paludato, della conversazione all’impronta. E in questo modo ci rende 'reale' il ministero cristiano. E 'reale' il cristianesimo. Il Papa esce dal mito, ed entra nel realismo della fede. Emozionato, a volte meravigliato, a volte impressionato, a volte accorato dell’enorme responsabilità di fronteggiare le potenze mondane, a volte sorridente del suo modo di essere fedele al ministero ricevuto, per tutti noi.

La partitura di questa improvvisazione orchestrale in cui vibrano i contrappunti dell’uomo di Dio consegnato al ministero singolare del Papa, va ascoltata una prima volta – per intero – con questo orecchio sensibile. La musica di questa confessio papae

è il suo insegnamento più profondo e originale per l’oggi del cristianesimo e dell’epoca.

Ha una cadenza precisa, che ne armonizza la forma, per chi saprà ascoltare. «Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto 'contro' sarebbe insopportabile». Gli infaticabili decostruttori e dietrologi di ogni cosa, si fermino per una volta. E ascoltino questa musica. Poi parliamo.

PIERANGELO SEQUERI

venerdì 19 novembre 2010

FORMIGONI «IMPEGNA» IL PIRELLONE: SALVIAMOLI



Anche la Lombardia scende in campo per Asia Bibi e per chi come lei, in Pakistan, in Sudan o in altri Paesi sono accusati di blasfemia ma anche per sensibilizzare nei confronti delle persecuzioni in atto, in varie parti del mondo, contro i cristiani: da ieri un gigantesco poster adesivo con la scritta «Salviamo la vita dei cristiani in Iraq e nel mondo» campeggerà sulle vetrate del grattacielo Pirelli, tra il nono e il quattordicesimo piano, a Milano, per un mese. Ma non ci sarà solo il megaposter (20 metri per 20) «a scuotere l’indifferenza nostra e di tanti» ha dichiarato ieri mattina il presidente della Regione, Roberto Formigoni, che, d’accordo con la Giunta, invierà anche una lettera al presidente dell’assemblea e al segretario generale dell’Onu. «Vogliamo creare un ponte ideale tra il Palazzo Pirelli e il Palazzo di vetro dell’Onu – ha aggiunto il governatore lombardo – dove tra pochi giorni è in programma un dibattito sulla libertà religiosa». Le due iniziative della Lombardia hanno anche l’obiettivo di sostenere la posizione italiana in seno all’Unione Europea e in sede Onu: «l’Occidente con la sua tradizione di libertà di pensiero e credo religioso deve chiedere a questi Paesi il rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell’uomo. È una battaglia di civiltà da condurre con forza» ha concluso Formigoni. ( D.Fas.)

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón Milano, 17 novembre 2010

Testo di riferimento: L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, pp. 381-394.
• Canto “Ballata dell’uomo vecchio”
• Canto “Who stood up for Stephen”
• Gloria
Cominciamo oggi il capitolo sul sacrificio. Anzitutto don Giussani fa una premessa che aiuta a rispondere ad alcune delle domande che sono arrivate. Mi chiede una di voi: «La cosa più importante per me ora è capire come partecipare davvero alla Scuola di comunità, come dobbiamo prepararci a quel momento di assemblea e come dobbiamo vivere quel gesto perché sia davvero nostro e proponibile a tutti». Nella premessa ci viene offerto qualche suggerimento, qualche indicazione per la strada. La prima: «Bisogna ripetere le cose, e anche ripetendole sembra che non
si capiscano». Non è che uno capisce subito le cose e «ripetendole [lo dico perché non si scoraggi nessuno] sembra che si capiscano di meno, che è una forma di impazienza. [...] Ma se la cosa è vera e uno ci resiste e ripete e punta gli occhi, a un certo punto è come [...] l’alba, e uno incomincia a capire». Ciascuno deve decidere se prendere sul serio questo suggerimento del don Gius o meno,perché noi pensiamo di arrivare subito a capire senza ripetere, facendo diventare subito nostre le cose; e poi uno, inevitabilmente, si scoraggia. Invece è ripetendo – è una ripetizione che è come prendere in mano l’ipotesi che la Scuola di comunità offre per entrare nel reale – che, a un certo momento, incomincia a intravedersi l’alba e allora «il trionfo della verità sta nel fondo del cuore».
Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi, nella pagina successiva, sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, [...] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli, soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli, occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può [...], magari quello che Dio gli permette, considerando la disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che dice di no]». Se questo succede in qualsiasi cosa, proviamo a immaginarci davanti al sacrificio che è una cosa che ripugna, che sentiamo come ingiusto! «E un padre e una madre, pensando a questo[così ripugnante], direbbero: “Come vorrei io sputar sangue per te!”». E guardate quello che dice:
«No, quel che tocca a ognuno tocca, cioè quello che Dio vuole da te, devi farlo tu». Non ci sono storie, perché non decidiamo noi la strada attraverso cui il Mistero porta l’altro al destino. Siamo noi che dobbiamo sottometterci alla modalità con cui il Mistero porta al destino, noi e gli altri: un’obbedienza. Ma noi pensiamo di voler bene cercando di risparmiarla all’altro, come se Dio non gli volesse così bene come noi, che pensiamo di essere coloro che vogliono veramente bene all’altro: siamo così presuntuosi che pensiamo di volere bene perché vogliamo risparmiargli la
strada, mentre in realtà il Mistero non gli vuole così bene perché non gliela risparmia. Questa è la conclusione non confessata a noi stessi, ma sottointesa. Questo non vuol dire che non possiamo collaborare anche a quello che viene chiesto; anzi, è impossibile non voler collaborare, non aiutare il prossimo a qualsiasi costo. Ma significa collaborare e aiutare a percorrere la modalità con cui il
Mistero lo porta al destino, che è secondo il disegno di un Altro.


Non riesco più a togliermi di dosso il fatto che ho visto accadere alla Scuola di comunità. Quello che i miei occhi hanno visto e le mie orecchie hanno udito, è stato un uomo che, aggredito dalla
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realtà, è rimasto, non si è tirato indietro, non ha voltato la faccia ed è stato lì con tutta la sua ragione e tutta la sua affezione di fronte alla libertà dell’altro. Quello che ho visto è chi è l’uomo se si lascia investire da Cristo. Tornando a casa quella sera con un amico dicevamo: «Io non sarei stato capace di stare così davanti a quell’ultimo intervento». Il giorno dopo, una giornata trascorsa come tante altre tra lavoro, spesa, figli, cena, non riuscivo a non riandare continuamente a ciò che
era accaduto, soprattutto tutte le volte che la realtà aggrediva me: problemi al lavoro, i figli che non ascoltano. Alla fine della giornata mi sono accorta che era stata una giornata come tante altre, ma assolutamente diversa perché non riuscivo a non avere negli occhi quel fatto. Averlo negli occhi come domanda, come implorazione, come possibilità paradigmatica per me di stare nella vita.
Devo essere sincera, non sono riuscita a essere più gentile con le mie colleghe e non sono riuscita a non urlare con i miei figli e nessuno mi ha detto: «Come sei cambiata!». Ma la cosa strana è che io mi sento diversa, per esempio non riesco più a lamentarmi per le cose che non vanno; proprio la lamentela non mi viene fuori dalla bocca e non riesco neanche a pensarla. Ogni qualvolta nella giornata – e in verità accade spesso – si verifica anche una piccolissima cosa che mi crea
difficoltà, le sto davanti con meno ansia che in passato e in qualche modo riaccade il fatto che ha dato origine a tutto questo. Secondo me sto iniziando a capire quando lei diceva di Giovanni e Andrea che, dopo essere stati con Gesù, Lo lasciano per tornare alle loro case e non riescono a togliersi dagli occhi quel volto e le cose accadute mentre erano con Lui. Mi hanno sorpreso anche due aspetti: che tutto è accaduto il giorno che lei ci ha richiamato il valore del fatto da cui tutto parte. E la seconda cosa è che raccontando ad amici queste cose mi sono accorta che nessuno di loro aveva percepito come me quello che era accaduto. Ho appuntato questi due aspetti come segno che si trattava di un dialogo personale tra il Mistero e me. E, come il cieco nato, mi viene da dire: «Non so perché a me e non so perché quella sera, ma non ci vedevo e ora ci vedo».

Le ho fatto leggere questo, al di là del fatto che l’ha scatenato e che non mi interessa adesso, per quello che ha detto alla fine. Perché quando diciamo che il cristianesimo è un avvenimento stiamo parlando di questo, di un fatto che ci rende diversi, non necessariamente più coerenti; non che necessariamente il giorno dopo riesco a non sgridare i figli o a essere più gentile con i colleghi, ma, anche se non riesco, questo non mi toglie di dosso la diversità che vedo. Un fatto che mi ha investito: il cristianesimo è questo avvenimento e non una coerenza, non è un moralismo per cui magicamente dopodomani io riesco a fare qualcosa, ma è una diversità che si introduce, come si è introdotta in Zaccheo prima che scendesse dalla pianta. E vedi piccoli segni: meno ansia, meno lamento. Sembrano niente, ma è il segno del cambiamento che accade, non perché io sia più bravo, ma per quello che è successo. E questo è ciò che volevamo dirci del valore del fatto. Malgrado questo, ci possono essere persone, gli amici, che non hanno capito, ma questo non toglie niente; a ciascuno il Signore dà la grazia come vuole e quando vuole, anche secondo la nostra disponibilità. Ma quello che dice tutta la potenza del fatto è questa cosa: che mi investe così potentemente che al di là della constatazione che io sia più bravo o meno, non per questo lo posso far fuori. Da allora tutto cambia: «Non so perché a me e non so perché quella sera, ma non ci vedevo e ora ci vedo».
Questo intervento introduce bene questo capitolo che adesso cominciamo, perché il sacrificio, dice il don Gius, è come il punto di confluenza di tutto: perché né fede, né speranza, né amore, né bellezza possono essere senza sacrificio. Qui è il punto di confluenza di tutto quello che dobbiamo capire, perché, dalle domande che mi fate (ne leggo una tra le tante), si vede che dove facciamo più fatica è proprio in questo: «Io desidero e domando a te e al Signore di capire il passaggio per cui il sacrificio diventa valore, perché ho provato a ripetere queste parole, ma mi accorgo che ne ho un po’ di paura come se fossero esagerate, e un po’ come se uno avesse paura di chiedere troppo». E un’altra dice: «Nella mia vita, per via della mia malattia, il sacrificio è sempre presente ed è incomprensibile, è bestiale, a livello straziante, proprio a livello di pancia, carne. Quando il don Gius parla del “vale la pena” lo sento proprio mio, perché di recente sono arrivata a chiedermi proprio questo davanti alle scelte faticose, e proprio con queste parole. Mi sono chiesta: che cosa mi basta nella vita? E la risposta è: niente. Niente mi basta, le uniche volte in cui mi sono sentita piena e lieta anche in situazioni dolorose è stato quando ho avuto la certezza che Lui c’era, quando L’ho
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sentito presente. E quindi il motivo per cui fare una scelta è quello di riuscire a vederLo di più. Però, quando ho letto il terzo punto, mi è sembrato inconcepibile, non riesco ad immaginare di vivere così, ma allo stesso tempo non posso ignorare quello che mi dice il don Gius perché tutto quello che mi dice prima e che mi ha sempre detto è talmente vero che non posso non prenderlo in considerazione. E la prima domanda che mi è venuta è: come fare affinché sia così anche per me?
Ma subito dopo me ne viene un’altra: ma perché dovrei volere una cosa così? Perché dovrei volere il sacrificio come chiave di volta della mia vita? Perché dovrei voler “influire sulla gente che vive in Giappone” sputando sangue? Perché nella mia vita io mi sono trovata a sputare sangue nel vero senso della parola e io non vorrei più vivere una cosa del genere; figuriamoci volere che lo star male sia la chiave di volta della mia vita! Sinceramente sono cattiva e per salvare qualcuno che non so
neanche che esiste devo sputare sangue. Non vedo perché dovrei farlo». Ci troviamo davanti alla vera difficoltà, alla quale non possiamo rispondere «spiegando» le cose, perché non è che dobbiamo convincere qualcuno di questo. La prima questione è riscoprire in noi – per aiutarci a entrare in queste cose secondo quanto ci dice il don Gius – quando abbiamo fatto esperienza, pur iniziale (non mi interessa adesso il livello), che il sacrificio è diventato interessante come esperienza semplice.


Dopo tutto questo cammino che abbiamo fatto negli ultimi mesi, è come se questo capitolo del sacrificio avesse messo in discussione la fede, tutto il percorso che avevo fatto.

A me ha colpito tantissimo l’introduzione di don Giussani nelle prime due pagine del capitolo, la sua insistenza che il sacrificio è la cosa meno corrispondente e più ripugnante. E io ho detto: «Vero!», ma a chi viene mai in mente di fare apposta un sacrificio? A nessuno. E io da qua mi sono legato alla fine dell’Assemblea Internazionale Responsabili: «Non dobbiamo aver paura del sacrificio perché se io
stimo ciò a cui appartengo, se io appartengo, vuol dire che devo abbandonare in qualche modo me stesso». E io, anche qua, ho detto: «Verissimo, d’accordo completamente». Poi è capitato che una sera mi sono trovato con degli amici, abbiamo chiacchierato di questa cosa; tutti eravamo d’accordo, nessuno obiettava niente, finché è venuto fuori un punto: «Sì, comunque il sacrificio vale la pena se ha uno scopo, se so qual è la mia convenienza e se c’è un tornaconto». Io ho detto:
«Vero». E allora lì sono stato – come dicevi tu – costretto a riandare a quando nella mia vita il sacrificio è diventato interessante per me. E non ho potuto non dire che per me il sacrificio è stato interessante tutte le volte che sono entrato nella vita innamorato (uso questa parola), innamorato della vita, innamorato della compagnia, innamorato del lavoro, innamorato della moglie, innamorato di tutto. E allora mi viene da dire che noi, alla fine, scansiamo sempre questo sacrificio
perché è come se non fossimo innamorati.
Mi collego al primo intervento. Dico che non mi sarebbe dispiaciuto che il libro si fosse chiuso qua, saltando questo pezzo, ma è inevitabile e quindi ci sono stato davanti.
Noi pensiamo che, perché saltiamo il capitolo, saltiamo il sacrificio della vita! Questo è il nostro problema.
Avevo anch’io una domanda simile: io non riesco oggi, quando faccio un sacrificio vero, grande, a non presentire già un “di più”. Io lo faccio perché già ci sto un po’ guadagnando, sto già capendo che ne vale la pena e già sto gustando di questo “vale la pena”. Altrimenti io non so se ce la farei, anzi, io oggi non ce la faccio a fare un sacrificio in cui mi sembra di non gustare già qualcosa.
Noi incominciamo a renderci conto, anche inizialmente, che il sacrificio è interessante quando abbiamo uno scopo o quando abbiamo un amore a qualcosa. Il sacrificio incomincia a interessarci se noi siamo innamorati o se lo facciamo per un “di più” che lo renda interessante. E tutta la vita dipende da quanto il fare il sacrificio ha uno scopo, una ragione che lo renda utile, per cui vale la
pena farlo. In questo senso, è qui dove arriviamo al punto di confluenza di tutto quello che abbiamo detto fin qua perché nel sacrificio si verifica se quello che abbiamo detto sulla fede, cioè sul trovare una Presenza così corrispondente che vale più della vita e che desta la speranza, se la carità di Uno che si piega su di noi e che sotto la pressione di questa commozione ci rende disponibili è reale.
Preparando la Scuola di comunità mi è venuta in mente la frase di Malraux citata spesso da don
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Giussani: «Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cosa sia la verità». Il sacrificio non ha ragione d’essere se noi, in fondo in fondo, pensiamo che tutto sia menzogna. E se noi non siamo disponibili ad alcun sacrificio, è perché non abbiamo incontrato niente che sia così vero da consentirci di farlo. Questo punto è il riassunto della verità di Cristo: se Egli introduce nella vita qualcosa di così interessante
che uno è disponibile e appassionato e che può rendere desiderabile tutto, anche quello che ai nostri occhi sembra ripugnante. Allora la questione, amici, è come ci testimoniamo a vicenda che è così, per aiutarci a non aver paura del sacrificio e poter essere disponibili a questo.

Quando per te ha incominciato a essere interessante il sacrificio?
Da qualche anno ero in uno stato tale che, senza Dio e senza più nessun affetto costitutivo, ogni mattina cominciavo la mia giornata, fatti uscire i figli per i loro impegni scolastici, gridando il mio urlo disperato in ginocchio sul pavimento: «Non si può vivere così, non voglio più vivere così!».
Ma, a un certo punto, quando ormai ero smagrita e avevo esaurito anche le forze per piangere e gridare al cielo, il Mistero si è impietosito della mia fragilità e del mio orrore di vivere e ha cominciato a farmi la grazia di aprire i miei occhi e il mio cuore. Non posso raccontare tutta la storia nei suoi dettagli perché è lunghissima, bellissima e incredibile. Ciò che voglio raccontare è
di aver ricevuto in regalo da un amico un libro (invitandomi alla Scuola di comunità il mercoledì successivo). Sento il cuore sobbalzare, il titolo è: Si può vivere così?. Ma come, se continuo a urlare che non si può vivere così? Me lo divoro in due notti, chiudendo gli occhi alle cinque del mattino. Vengo al dunque: dovevo fare i conti tutti i giorni con una quotidianità davvero crudele e inaccettabile, ma che da quel momento, al contrario, sembrava far coincidere e corrispondere tutto
il reale con la mia umanità; tutto, capite? Proprio davvero tutto, anche l’inenarrabile, ogni virgola, ogni punto, ogni lettera che il beatissimo don Giussani aveva scritto era per me, mi scalfiva nella carne. Nei momenti più duri mi ripetevo e ripetevo ai miei amici: «Sono nel bel mezzo di un watershed». Al lavoro mi prendevano per matta, per tanti deliravo, ma, per fortuna, non per tutti.
Era la mia vita che aveva preso a pulsare così, continuamente. Era il mio sacrificio, la mia fatica di ogni istante che illuminavano di senso, di pienezza e di grazia ogni istante e ogni cosa. Da allora, dicendo: «Sì, Gesù, sei proprio Tu», Lui è onnipresente, è vivo, è carne. Per esempio, ho riabbracciato mio figlio (era tanto tempo che non lo facevo più) con una certezza buona su di lui,
provando a guardarlo così come Lui sta guardando me. Vi assicuro che per me è accaduto il “di più del di più del di più”: c’è un puntino all’orizzonte che diventa sempre più grande e sempre più vicino.

Grazie, amica.
Il Signore può far attraversare una cosa a noi incomprensibile per far accadere questo, questo cambiamento che piacerebbe a ciascuno di noi sentire così nostro ripercorrendo ogni riga del libro.

Sono un musicista e vengo dall’Umbria. Il mio sacrificio è stare, per motivi di lavoro, spesso lontano dalla mia famiglia. Quando torno a casa con mia moglie cerchiamo di giudicare insieme le cose che succedono dopo la Scuola di comunità. Nel concreto: capire il sacrificio del distacco per noi è mettere a tema cosa vuol dire amare, cioè che l’altro ha un destino. Sacrificio, infatti, viene da sacrum facere, rendere sacre tutte le cose, desiderare quindi di conoscersi sempre di più, non
dando nulla per scontato. Nel rapporto con i figli il sacrificio è guardare i figli per il loro destino, come ci ha insegnato Giussani, quindi accettando la loro libertà. Poi vorrei aggiungere una cosa. La mia esperienza è meravigliosa perché io suono in un’orchestra di musica classica, quindi faccio continuamente esperienza della bellezza. Sono anche un insegnate del mio strumento, il corno. Nel
rapporto con i miei allievi il problema non è che loro diventino i più bravi del mondo, ma che trovino una risposta, una soddisfazione nello studio riscoprendo la loro umanità attraverso la musica. E poi due fatti recenti importanti: il 15 ottobre ho vinto un’audizione importante, e il 28 ottobre mio fratello ha avuto un incidente con la moto (ha rischiato di morire, è stato una settimana in rianimazione intensiva per una lesione grave all’aorta). A me si sono spalancate due possibilità;
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c’è stata fortuna/sfortuna in questi due casi, oppure la realtà è segno? Per me questo significa che devo decidere tutti i giorni se Cristo è risorto o no. Per me sì, è risorto, dico di sì. Anche perché il 15 ottobre è l’anniversario della nascita di don Giussani.
Tu non decidi niente. Tu riconosci o meno, non lo decidi tu, con il tuo permesso!
Ho vinto un concorso a Milano il giorno del compleanno del don Gius. E questo è un fatto. Mio fratello dopo questo incidente si è convertito – stava per morire e malgrado non sia molto simpatizzante del cristianesimo ha sospirato: «Signore, perdona i miei peccati», e ha poi deciso di andare a fare un pellegrinaggio di ringraziamento –. E questo è un altro fatto.
Basta. Spiega bene che cosa c’entra il sacrificio con la bellezza, perché questo è quello che ci interessa perché lì si vede bene il rapporto: quando il sacrificio diventa veramente interessante perché per suonare in un’orchestra e perché ciascuno non vada da sé occorre…
...Seguire uno.
Seguire uno: occorre un sacrificio. Ma lì si vede come il sacrificio diventa interessante proprio per la bellezza, tanto è vero che non possiamo ritornare indietro rispetto a questa bellezza. Questo è qualcosa che nessuno di noi si può togliere di dosso. Mi viene in mente quando cantiamo insieme: la gente pensa che noi facciamo un sacrificio, ma per noi non è qualcosa di costoso se non lasciamo
che ciascuno faccia da sé: è, al contrario, un punto di non ritorno di questa bellezza. Grazie.

Padre Aldo, dicci qualcosa su quando il sacrificio è diventato interessante per te, perché tu tocchi con mano la fatica di tante persone.

Io guardo l’esperienza che tu vivi, soprattutto in queste ultime settimane, e ci siamo ritrovati con gli amici proprio a interrogarci su questa cosa. Il sacrificio, che è la condizione per il gusto e la bellezza della vita, è diventato interessante seguendo te, quando abbiamo percepito che è la modalità con la quale Cristo entra nella nostra vita. Noi abbiamo lavorato (dico noi perché siamo un corpo solo), e abbiamo percepito che il sacrificio è interessante perché esiste in ciascuno di noi
una familiarità con Cristo. Tu ci hai sfidato, ci hai invitato a convertirci. «Di un amore eterno Io ti ho amato»: questo diventa la ragione della vita e questo amore eterno si chiama Cristo. Partendo da quella croce, il sacrificio non solo diventa interessante, ma diventa una condizione piena di letizia. Questo è il primo punto. Io sono partito perché amavo qualcuno, però non è sufficiente perché tutto termina, poi rimane la tristezza. Ed è più acuta ancora, di fronte a tante difficoltà,
l’urgenza di ritrovarci per dire: «Chi sei Tu, o Cristo, per noi?». Il problema non è il sacrificio, ma è chi è Cristo per me. Perché se Cristo per me è tutto, allora nasce una seconda cosa che mi ha sconvolto, letteralmente sconvolto: Giussani parlando della crux fidelis inter omnes, dice che il sacrificio di Gesù è il gran valore che salva il mondo in tutta la sua miseria della morte; e partecipare con Lui nell’accettazione del sacrificio nella modalità con cui Lui lo stabilisce è il
valore nostro. E arriva a dire che il Signore fa questo, per esempio, permettendo che mi capiti una malattia! Questo mi ha sconvolto! Perché ho sempre pensato che una malattia è un castigo, una malattia è una sfortuna. Qui Giussani dice che è un dono del Signore! Io lo vedo nella mia clinica, lo vedo in me per quello che mi accade tutti i giorni... Allora, se percepiamo questa cosa, il lamento sparisce; non solo, ma capiamo che tutto è dono perché tutto mi porta a Cristo. Perché a me quello
che interessa non è quanto vivo o quanto vivono i miei malati: a me interessa Cristo. Ci siamo interrogati in una tre-giorni: per noi la realtà è fonte di preoccupazione o di provocazione? Perché vedevamo il rischio di una tristezza, di un lamento, e subito abbiamo sentito l’esigenza di ricapire cosa vuol dire che la realtà è provocazione. La realtà significa tutte le cose, significa la malattia,
significa tutto, il modo ingiusto con cui sono trattato, gli amici che mi fregano, il fatto che devo sacrificare un affetto e partire (e per me è accaduto così, nella certezza che in questo cammino si compie la pienezza). Per cui quello che vedo oggi nella mia vita è che il sacrificio è la condizione per la pienezza, perché se io voglio bene a una ragazza, è inevitabile che ami la distanza, perché se io voglio leggere un libro, non lo appendo ai miei occhi, lo tengo a distanza; così in tutte le cose. E questa è la battaglia di tutti i giorni fra il possesso di una cosa e l’affermarsi di un avvenimento. Ma c’è quel “di più”: che tutto quello che accade è un dono, è un dono con i fiocchi, anche il
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cancro (e di questo sono mille le esperienze dei miei malati), anche un esaurimento è un’occasione per riconoscere il gesto di amore di Cristo. È lui che lo dice e io l’ho sperimentato nella vita perché da queste cose è fiorita non solo la mia vita, ma è fiorito tutto quello che c’è lì, e anche il nostro continente latinoamericano.


Grazie! Mi sembra che con questo possiamo introdurci al mistero del sacrificio, di questa cosa che ci sembra ripugnante. «Il problema non è il sacrificio ma chi è Cristo per me», ci dice padre Aldo. È il problema della fede, come dicevamo prima. In questo senso, la questione del sacrificio è il riassunto del percorso che abbiamo fatto: fino a che punto il percorso è stato un’esperienza in cui
Cristo è entrato così potentemente nella vita da affascinarla, e allora tutto quello che viene da Lui è un’occasione, è una condizione per un rapporto? Tutto mi porta a Cristo, tutto è una provocazione.
Si apre il tempo della verifica; perché la testimonianza che lui ci dà diventi nostra ciascuno deve verificarla, altrimenti non diventerà nostra. Occorre – come diciamo sempre – la nostra libertà.
Siccome non decidiamo noi che arrivi una malattia, una delusione o un’ingiustizia, la vita ci offre tantissime occasioni non scelte da noi, che ci capitano, in cui noi possiamo fare la verifica di questo: se entrando in questa circostanza con quello che abbiamo negli occhi, con l’esperienza di Cristo che abbiamo, essa può diventare l’occasione di scoprire di più che cosa riempie la vita. Siamo liberi da tutte le condizioni. Per questo la verifica non si può fare in un altro punto che non sia nel reale; una cosa è vedere vincere Cristo nei nostri pensieri e un’altra cosa è vederlo vincere nel reale. La vittoria nel reale genera la fede, cioè l’attaccamento a Cristo, la certezza che Cristo è tutto, che Cristo è il significato, la chiave di volta di tutto. Questo non è un discorso; o diventa un’esperienza o noi queste cose le ripetiamo ma non ci crediamo, e perciò alla fine continuiamo come cercando di
risparmiarci tutto quello che possiamo, evitandolo; poi, quando non possiamo, ci ribelliamo.
Approfittiamo di queste settimane per vedere se, in quel che il Signore ci fa attraversare (piccolo o grande, non occorre sempre una cosa eccezionale), entrare con questa ipotesi cambia la nostra vita; se accettare questa condizione del sacrificio, diventa fonte di letizia, come diceva adesso padre Aldo.
Scuola di comunità. Proseguiamo con la seconda parte del capitolo e l’assemblea, pagine 394-415.
Vi leggo il comunicato stampa che abbiamo fatto per domenica 21:
CL: domenica 21 novembre preghiamo per i cristiani in Iraq
Comunione e Liberazione aderisce all’appello dei Vescovi italiani a pregare domenica 21 novembre per i cristiani dell’Iraq, «che soffrono la tremenda prova della testimonianza cruenta della fede».
(Comunicato finale dell’Assemblea CEI, 11 novembre 2010).
Il movimento invita tutti i suoi aderenti a partecipare alle messe secondo le intenzioni di Benedetto XVI, che il giorno dopo il gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad che ha causato decine di morti e feriti, ha detto: «Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi
degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!» (Angelus, 1° novembre 2010).
Rivolgendosi a tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione, don Julián Carrón ha detto che «la partecipazione alle messe domenicali secondo le intenzioni del Papa e dei Vescovi è un gesto di comunione reale e di carità perché sentiamo come nostri amici i cristiani dell’Iraq, anche se non li conosciamo direttamente».
Come dice don Giussani, «se il sacrificio è accettare le circostanze della vita, come accadono,perché ci rendono corrispondenti, partecipi della morte di Cristo, allora il sacrificio diventa la chiave di volta di tutta la vita […], ma anche la chiave di volta per capire tutta la storia dell’uomo.
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Tutta la storia dell’uomo dipende da quell’uomo morto in croce, e io posso influire sulla storia dell’uomo − posso influire sulla gente che vive in Giappone adesso, sulla gente che sta in pericolo sul mare adesso; posso intervenire ad aiutare il dolore delle donne che perdono i figli adesso, in questo momento −, se accetto il sacrificio che questo momento mi impone» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, pp. 389−390).Per questa ragione, ha aggiunto Carrón, «se un gesto di preghiera può influire sul cambiamento della gente in Giappone, può cambiare qualcosa anche in Iraq. Il sacrificio che facciamo per i cristiani iracheni e la preghiera di domenica siano un gesto con cui invochiamo, imploriamo da Dio la protezione per loro».
(L’ufficio stampa di Cl)

Come ci siamo sempre detti, i criteri per giudicare la politica sono il bene comune e la libertas Ecclesiae. Perciò, sulla situazione politica in cui ci troviamo, non possiamo non esprimere tutto il nostro dolore, come ha detto il cardinale Bagnasco nella Prolusione all’Assemblea generale della CEI (8 novembre 2010): «Siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi
meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Penso che sia difficile trovare una spiegazione migliore della situazione attuale. E per questo chiediamo anche che tutti quanti sono coinvolti in questo abbiano a cuore le sorti del Paese, cioè il bene comune di tutti e non soltanto di quelli della propria parte, perché senza di questo non potranno salvare neanche la propria parte; è una mancanza assoluta di realismo pensare di poter salvare la propria parte a costo
degli altri. È la nostra mentalità individualista che ci porta a queste situazioni. Per questo ci uniamo all’invito del presidente della CEI a «fare tutti uno scatto in avanti concreto e stabile verso soluzioni utili al Paese e il più possibile condivise», perché questo può avere presente il bene comune di tutti.
Chiediamo a tutti di pregare per questo, di fare ciascuno secondo la propria responsabilità quello che può in questo senso.

È uscito il Volantone di Natale che ha come immagine la Natività (1960) di W. Congdon. Il testo è questo:
«Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”.
Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi.
(Benedetto XVI)

Giovanni e Andrea avevano fede, perché avevano certezza in una Presenza sperimentabile: quando erano là […] a casa sua seduti, verso sera, a guardarlo parlare, era una certezza in una Presenza sperimentabile di una cosa eccezionale, del divino in una Presenza sperimentabile. […] Invece che Lui coi capelli al vento, invece di guardarlo parlare con la bocca che si apre e si chiude, ti arriva addosso con le nostre presenze, che siamo come […] la fragile pelle, le fragili maschere di
qualcosa di potente che è Lui che sta dentro.
(Luigi Giussani)».

Mi sembra che questo è il contributo più grande che possiamo dare ai nostri amici.
Con il Volantone vogliamo esprimere il contenuto del nostro cammino oggi. Perciò leggerlo, esporlo, averlo negli occhi, ripeterlo, usarlo, è un’occasione per comunicare a tutti con più consapevolezza l’esperienza che facciamo, cioè il giudizio – senza il quale non c’è cristianesimo –, lo sguardo sul reale che noi portiamo. Dunque, lasciarlo entrare in noi, portarlo negli sguardi degli
altri e comunicarlo e lasciare che questo sguardo diventi, attraverso la nostra fragile pelle, le nostre fragili maschere, questo sguardo oggi. E questa è anche la possibilità di verificare se l’esperienza che viviamo ci rende così liberi da dire noi stessi nel reale, di portarlo nei luoghi dove si gioca la nostra vita, perché questo sguardo che noi abbiamo avuto la grazia di riconoscere e di ricevere
possa arrivare a tutti, a tutti quanti siano nel nostro ambiente.
Libro del mese per dicembre e gennaio è Il cuore desidera cose grandi, Bur, Milano 2010. Questo testo raccoglie una selezione dei principali interventi tenuti al Meeting di quest’anno. In questo modo possiamo riprenderli più tranquillamente e focalizzare bene le cose dette.
• Veni Sancte Spiritus

giovedì 18 novembre 2010

GIORNATA NAZIONALE COLLETTA ALIMENTARE 27 NOVEMBRE 2010

Colletta Alimentare 2010 - Io ci sarò!

Il COMUNICATO DI CL :Preghiamo per i cristiani in Iraq


18/11/2010 - Domenica 21 novembre, Comunione e Liberazione aderisce all’appello dei Vescovi a pregare per i cristiani perseguitati. Perché li sentiamo «come amici, anche se non li conosciamo direttamente». Ecco il comunicato stampa
Comunione e Liberazione aderisce all’appello dei Vescovi italiani a pregare domenica 21 novembre per i cristiani dell’Iraq, «che soffrono la tremenda prova della testimonianza cruenta della fede» (Comunicato finale dell’Assemblea CEI, 11 novembre 2010).
Il movimento invita tutti i suoi aderenti a partecipare alle messe secondo le intenzioni di Benedetto XVI, che il giorno dopo il gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad che ha causato decine di morti e feriti, ha detto: «Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!» (Angelus, 1 novembre 2010).
Rivolgendosi a tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione, don Julián Carrón ha detto che «la partecipazione alle messe domenicali secondo le intenzioni del Papa e dei Vescovi è un gesto di comunione reale e di carità perché sentiamo come nostri amici i cristiani dell’Iraq, anche se non li conosciamo direttamente».
Come dice don Giussani, «se il sacrificio è accettare le circostanze della vita, come accadono, perché ci rendono corrispondenti, partecipi della morte di Cristo, allora il sacrificio diventa la chiave di volta di tutta la vita […], ma anche la chiave di volta per capire tutta la storia dell’uomo. Tutta la storia dell’uomo dipende da quell’uomo morto in croce, e io posso influire sulla storia dell’uomo - posso influire sulla gente che vive in Giappone adesso, sulla gente che sta in pericolo sul mare adesso; posso intervenire ad aiutare il dolore delle donne che perdono i figli adesso, in questo momento -, se accetto il sacrificio che questo momento mi impone» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, pp. 389-390).
Per questa ragione, ha aggiunto Carrón, «se un gesto di preghiera può influire sul cambiamento della gente in Giappone, può cambiare qualcosa anche in Iraq. Il sacrificio che facciamo per i cristiani iracheni e la preghiera di domenica siano un gesto con cui invochiamo, imploriamo da Dio la protezione per loro».
l’ufficio stampa di Cl
Milano, 18 novembre 2010

mercoledì 17 novembre 2010

CONDIVIDERE IL BISOGNO PER CONDIVIDERE IL SENSO DELLA VITA

Colletta Alimentare 2010 - Io ci sarò!

DIALOGO Caffarra e Trento: mantenere viva la speranza nell’uomo


Un dialogo sulla misericordia (per non lasciare l’ultima parola al peccato) tra il cardinale Carlo Caffarra e il missio­nario padre Aldo Trento è stato al centro dell’incontro promosso ieri a Bolo­gna nell’Aula magna dell’Università dal Centro culturale Enrico Manfredini in colla­borazione con Student Office. Padre Trento, in Paraguay dal 1989 dopo una serie di esperienze anche traumatiche (il periodo della contestazione, una crisi affettiva e la depressione), ha impostato la sua parrocchia (che si trova nella capitale Asunciòn) secondo la coscienza medievale e lo spirito delle Riduzioni dei Gesuiti. Nel 2004 è nato il Centro di eccellenza dedicato a San Riccardo Pampuri che ha fin qui dato as­sistenza a 14mila malati («Piccole ostie bianche», come le chiama padre Aldo). Un a­silo, una scuola elementare, un’azienda agricola che prima era destinata al recupe­ro dei carcerati e oggi è una succursale per i malati di aids non terminali. Due caset­te per i bambini orfani o malati di aids. La Casa Gioacchino e Anna per anziani, il Ban­co dei donatori del sangue, il Banco alimentare. Sono queste le altre attività svilup­pate da padre Aldo che, a partire dall’incontro con don Giussani, ha ritrovato se stes­so e ha accompagnato gli ammalati, in particolare quelli terminali, verso l’incontro con Cristo. «L’incontro con la misericordia di Dio» sintetizza padre Aldo «è ciò che ha rivoluzionato la mia vita: riviverlo continuamente e annunciare la possibilità della stessa esperienza a tutti gli uomini è lo scopo della mia giornata». (S.And.)







DI CARLO CAFFARRA

L’ uomo oggi – intendo l’uo­mo occidentale – sta male, anche se cerca di vivere gaiamente il suo malessere, perché si è interdetto l’esperienza del per­dono da parte di Dio, e quindi l’e­sperienza della sua misericordia.

L’uomo non può vivere una buona vita senza questa esperienza. Egli è capace di agire male, ma è incapace di liberarsi dal male compiuto. Non dico di porre rimedio alle conse­guenze che la sua azione ha causato in sé e su gli altri. C’è un testo man­zoniano che ci aiuta a capire questo paradosso dell’uomo che può agire male e non può liberarsi dal male compiuto.

È la famosa notte dell’Innominato, nel momento in cui egli passa in rassegna tutte le sue scelleratezze.

«Erano tutte sue; erano lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quelle immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione» [ Promessi Sposi , cap.

XXI]. Ed anche nelle Osservazioni sulla morale cattolica: «Il reo sente nella sua coscienza quella voce terribile: non sei più innocente; e quell’altra più terribile ancora, non potrai esserlo più» [ VIII, 3]. Con le proprie scelte ciascuno di noi genera se stesso, e diventa genitore di se stesso: sei quello che decidi di essere. Gli atti di ingiustizia non erano solo atti di cui l’Innominato era responsabile: «erano lui». Esiste una misteriosa ma reale progressiva identificazione del nostro io con le scelte della nostra libertà. Se penso a un triangolo, non divento un triangolo. Se compio un furto, divento un ladro. Posso certo e devo restituire ciò di cui mi sono indebitamente impossessato, ma ciò non toglie il mio essere stato ciò che sono stato. Esiste come un’identificazione della persona coi suoi atti: «attaccata a tutti», come dice Manzoni.

L a soluzione, la via di uscita sa­rebbe quella di un «ricomin­ciare da capo», come una sorta di rinascita e di rigenerazione. Ma «come può un uomo nascere quan­do è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» [Gv 3,4]. Ma poiché l’uomo non può compiere questo miracolo, ha elaborato e in­ventato altre vie palliative di libera­zione dal male. Sono stati inventati vari surrogati dell’unico atto che potrebbe rigenerare l’uomo: il per­dono di Dio. Non li enumero tutti.

Mi limito a qualche riflessione sul tentativo più tragico, più disperato che l’uomo abbia mai compiuto di vivere senza il perdono di Dio: la ne­gazione del male morale. È un ten­tativo che è andato di pari passo con la negazione [dell’esistenza] di Dio. Intendo dire di un Dio coinvol­to nel destino della persona umana.

Ciò non è avvenuto per caso. La ne­gazione di Dio non ha coinciso ca­sualmente con la negazione del ma­le morale. I due, esistenza del male morale nell’uomo ed esistenza di Dio, stanno o cadono insieme. Nes­suno come Dostoevskij ci ha fatto riflettere su questo, soprattutto in due grandiosi romanzi, Delitto e ca­stigo

e I fratelli Karamazov . «Se Dio non esiste tutto è permesso»: il frut­to della negazione di Dio per il vero ateo è la liberazione da ogni legge morale. Ma cosa accade in uomini come Raskolnikov o come Ivan Ka­ramazov? Vengono distrutti, alla fi­ne, dal delitto che hanno compiuto.

Elimina Dio dalla vita e la voce della coscienza si farà sempre meno im­periosa. Non sono certo la società e lo Stato ad impegnare la coscienza dell’uomo, a «legare» la sua libertà.

È il cuore del dramma dell’uomo di oggi. Ma c’è qualcosa nell’uomo che ha peccato che gli impedisce alla fi­ne di accontentarsi dei vari surroga­ti al perdono di Dio. È il trovarsi con se stesso, con un se stesso divorato dalla potenza distruttiva del rimor­so. Il castigo che segue al peccato – come hanno ben visto Manzoni e Dostoevskij – «precede la condanna di ogni tribunale ed è più terribile di ogni condanna. È questo 'castigo' la prova di Dio. Il peccatore può non riconoscere Dio nel suo castigo, ma se l’uomo non può impunemente offendere la legge, senza che il delit­to ricada su di lui, la distruzione psi­cologica che segue al delitto afferma ugualmente la 'divinità della leg­ge' » (Divo Barsotti, Dostoevskij. La passione per Cristo , ed. Messaggero di Padova). Ma forse oggi si è già im­boccata un’altra strada. Si cerca di spiegare l’emergere del nostro esse­re coscienti di noi stessi, in prima persona, e quindi l’emergere della nostra libertà da una realtà di tipo neurobiologico, come si spiega un effetto con la sua causa. «Il mistero della coscienza verrà progressiva­mente rimosso quando risolveremo il problema biologico della coscien­za » ( John Searle, Il mistero della co­scienza ,

Cortina). L’evento cristiano è la possibilità of­ferta all’uomo di essere rigenerato mediante il perdono di Dio: di na­scere di nuovo e di cominciare di nuovo. Il cristianesimo è la possibi­lità di dire in qualunque circostan­za: «ora ricomincio da capo», per­ché è il perdono di Dio sempre of­ferto all’uomo, ad ogni uomo. Dire 'Dio perdona' non significa: Dio decide di non tenere in conto le scelte della tua libertà, con una sor­ta di dissimulazione. Egli prende tremendamente sul serio le nostre scelte sbagliate, e ne assume il peso fino in fondo. L’assunzione di tutte le scelte sbagliate di ogni uomo è la Croce di Cristo. Ma nello stesso tempo il perdono di Dio consiste A nell’azione di Dio che trasforma la nostra libertà e rinnova alla radice il nostro io. Questo atto è più divino, è più grande dello stesso atto della creazione. All’accusa degli uomini, al loro peccato, Dio risponde col suo perdono. Esiste un limite contro il quale si infrange la potenza del male: il perdono e la misericordia di Dio.Ancora Dostoevskij ha e­spresso mirabilmente la for­za rigeneratrice del perdono di Dio, nel discorso di un ubriaco, incapace di liberarsi dal vizio del bere che ha portato la sua famiglia nella miseria più nera, nel discorso di Marmeladov, il padre di Sonia, in Delitto e castigo. Marmeladov chie­de pietà. «Colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che tutto e tutti comprese avrà pietà di noi, egli è il solo giudice, egli verrà nell’ulti­mo giorno … Tutti saranno giudicati da lui ed egli perdonerà a tutti: ai buoni e ai tristi, ai santi e ai man­sueti … E quando avrà pensato agli altri, allora verrà il nostro turno: 'Avvicinatevi anche voi', ci dirà, 'avvicinateci, voi beoni, avvicinate­vi, voi disperati'. E ci avvicineremo tutti senza timore… E i saggi e i benpensanti diranno: 'Signore, per­ché accogli costoro?'. 'Io li accol­go… Perché nessuno di loro si è cre­duto degno di questo favore'. E ci tenderà le braccia e noi ci precipite­remo e scoppieremo in singhiozzi e comprenderemo tutto… E capire­mo tutto… Signore venga il tuo Re­gno ». La pagina, a mio giudizio fra le più alte della letteratura cristiana di ogni tempo, sembra la filigrana della pagina evangelica che narra il pianto della prostituta perdonata e che ha solo il coraggio di baciare i piedi del Signore. E chi vide quel­l’incontro non poté non accusare Cristo di comportarsi come fosse Dio. È nella sua misericordia che E­gli rivela la sua divinità.

LA TV TRIBUNIZIA/1 CHIESA NEL MIRINO-Nel nuovo tempio un antichissimo livore

Quanto sussiego. Quanta retorica. E che propensione al predicozzo. Quanto ricorso al tremolare di lacrimuccia sotto i fari tv. Poca storia. Molte chiacchiere e molta furbizia. Molti slogan. La De Filippi in confronto è una dilettante.

«Aria nuova» dicono i vertici di Raitre.
Sarà… Aspettiamo dunque che di questa aria possa godere anche chi non la pensa come i due predicatori Saviano-Fazio. La puntata di lunedì ha avuto un convitato di pietra. Come se i due 'mattatori' avessero un complesso grande come una casa. E questo complesso si chiama cristianesimo, si chiama Chiesa.

L’unico bersaglio vero, tenacemente e persino violentemente cercato, è stata infatti la Chiesa. Fatta passare per una realtà assurda che disonora i giusti, asseconda i potenti e i ladri, viola le coscienze e non vuole i poveri tra i piedi. La Chiesa evidentemente va bene, ma solo se la pensa come loro. È insopportabile per questi nuovi 'giusti' tribunizi che ci sia qualcuno che non segue il filo così buono, carino, ricercato eppure casual, moderno, ovvio delle loro posizioni. Lo diceva cent’anni fa Newman: non la vogliono eliminare, ma vorrebbero la Chiesa come ancella. E infatti, han trovato qualche prete vanitoso che si è prestato a fare in tv da scendiletto delle loro prediche squinternate e faziose. Un servo vanitoso si trova sempre.

Ma come tutti quelli oppressi da un complesso Saviano e Fazio restano per così dire impigliati, e un poco grotteschi, nel loro agitarsi.

Come quelli che hanno il complesso della statura e mettendosi tacchi evidenziano di più la loro insofferenza. Un che di posticcio come risultato. Di finto. Hanno dato fondo al repertorio più consono a somigliare a custodi di una verità, hanno dato il massimo finendo per diventare in definitiva una brutta caricatura del loro avversario dichiarato. E si è capito che non sono giornalisti – ché non lo sono, evidentemente – non sono solo predicatori, ma possibilmente a vescovi e papi vorrebbero farsi somiglianti, ma non a quelli veri bensì a quelli che spacciano per veri e insolentiscono.

Finendo più volte nel patetico e nel grottesco.

La Rai coi nostri soldi ha permesso loro di celebrare la liturgia dell’attacco fazioso, del pensiero a senso unico su questioni drammatiche e discusse, su ferite aperte per migliaia di famiglie. Ha permesso di pontificare con sussiego su questioni gravi. Forti del successo di share (naturalmente i successi tv sono sporchi e cattivi solo quando li fanno altri e con la massificazione no, loro non c’entrano) ora fanno dire in Rai: era ora che si sperimentassero vie nuove.

Certo, c’è bisogno di nuove piste, di nuove idee. Di volti nuovi. Di nuovi 'format'. E di «aria nuova». Ma non di questa retorica vecchia di almeno cinquant’anni.

Non c’è bisogno di questi visini compunti da finti chierichetti già veduti mille volte. Non di questi oratori complessati. Non di queste faziose ricostruzioni dei fatti, di questi monologhi da inviato della Giustizia nei salotti tv. Forse i nuovi predicatori non capiranno mai la differenza tra il loro predicare e il cristianesimo. Forse il loro complesso li porta a pensare di essere in questo modo quel che la Chiesa dovrebbe essere. Lo fanno persino (forse) in buona fede, certo non solo per i molti soldi che ci guadagnano. Lo fanno per salvarci tutti. Per rendere tutti migliori. Così da non aver più bisogno del cristianesimo. Di non aver più bisogno della Chiesa.Perché bastano loro, piacevoli, in primo piano, in quel che hanno deciso essere il nuovo tempio: la tv.

Ma nel luccichio che a tutti compiace i più svegli vedono lo scintillio di uno strano, nuovo e antichissimo livore.

DAVIDE RONDONI

sabato 13 novembre 2010

BENEDETTO XVI -Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi



Sabato 13 Novembre 2010
Il discorso alla plenaria del Pontificio Consiglio della cultura
Questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della cultura


Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di incontrarvi al termine dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, nel corso della quale avete approfondito il tema: "Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi". Ringrazio il Presidente, Mons. Gianfranco Ravasi, per le belle parole, e saluto tutti i partecipanti, grato per il contributo offerto allo studio di tale tematica, assai rilevante per la missione della Chiesa. Parlare di comunicazione e di linguaggio significa, infatti, non solo toccare uno dei nodi cruciali del nostro mondo e delle sue culture, ma, per noi credenti, significa avvicinarsi al mistero stesso di Dio che, nella sua bontà e sapienza, ha voluto rivelarsi e manifestare la sua volontà agli uomini (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 2). In Cristo, infatti, Dio si è rivelato a noi come Logos, che si comunica e ci interpella, allacciando la relazione che fonda la nostra identità e dignità di persone umane, amate come figli dall’unico Padre (cfr Es. ap. postsinodale Verbum Domini, 6.22.23). Comunicazione e linguaggio sono anche dimensioni essenziali della cultura umana, costituita da informazioni e nozioni, da credenze e stili di vita, ma anche da regole, senza le quali difficilmente le persone potrebbero progredire nell’umanità e nella socialità.
Ho apprezzato l’originale scelta di inaugurare la Plenaria nella Sala della Protomoteca al Campidoglio, cuore civile e istituzionale di Roma, con una tavola-rotonda sul tema: "Nella Città in ascolto dei linguaggi dell’anima". In tale modo, il Dicastero ha inteso esprimere uno dei suoi compiti essenziali: mettersi in ascolto degli uomini e delle donne del nostro tempo, per promuovere nuove occasioni di annuncio del Vangelo. Ascoltando, dunque, le voci del mondo globalizzato, ci accorgiamo che è in atto una profonda trasformazione culturale, con nuovi linguaggi e nuove forme di comunicazione, che favoriscono anche nuovi e problematici modelli antropologici.

In questo contesto, i Pastori e i fedeli avvertono con preoccupazione alcune difficoltà nella comunicazione del messaggio evangelico e nella trasmissione della fede, all’interno della stessa comunità ecclesiale. Come ho scritto nell’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini: "tanti cristiani hanno bisogno che sia loro riannunciata in modo persuasivo la Parola di Dio, così da poter sperimentare concretamente la forza del Vangelo" (n. 96). I problemi sembrano talora aumentare quando la Chiesa si rivolge agli uomini e alle donne lontani o indifferenti ad una esperienza di fede, ai quali il messaggio evangelico giunge in maniera poco efficace e coinvolgente. In un mondo che fa della comunicazione la strategia vincente, la Chiesa, depositaria della missione di comunicare a tutte le genti il Vangelo di salvezza, non rimane indifferente ed estranea; cerca, al contrario, di avvalersi con rinnovato impegno creativo, ma anche con senso critico e attento discernimento, dei nuovi linguaggi e delle nuove modalità comunicative. L’incapacità del linguaggio di comunicare il senso profondo e la bellezza dell’esperienza di fede può contribuire all’indifferenza di tanti, soprattutto giovani; può diventare motivo di allontanamento, come affermava già la Costituzione Gaudium et spes, rilevando che una presentazione inadeguata del messaggio nasconde più che manifestare il genuino volto di Dio e della religione (cfr n. 19). La Chiesa vuole dialogare con tutti, nella ricerca della verità; ma perché il dialogo e la comunicazione siano efficaci e fecondi è necessario sintonizzarsi su una medesima frequenza, in ambiti di incontro amichevole e sincero, in quell’ideale "Cortile dei Gentili" che ho proposto parlando alla Curia Romana un anno fa e che il Dicastero sta realizzando in diversi luoghi emblematici della cultura europea. Oggi non pochi giovani, storditi dalle infinite possibilità offerte dalle reti informatiche o da altre tecnologie, stabiliscono forme di comunicazione che non contribuiscono alla crescita in umanità, ma rischiano anzi di aumentare il senso di solitudine e di spaesamento. Dinanzi a tali fenomeni, ho parlato più volte di emergenza educativa, una sfida a cui si può e si deve rispondere con intelligenza creativa, impegnandosi a promuovere una comunicazione umanizzante, che stimoli il senso critico e la capacità di valutazione e di discernimento. Anche nell’odierna cultura tecnologica, è il paradigma permanente dell’inculturazione del Vangelo a fare da guida, purificando, sanando ed elevando gli elementi migliori dei nuovi linguaggi e delle nuove forme di comunicazione. Per questo compito, difficile e affascinante, la Chiesa può attingere allo straordinario patrimonio di simboli, immagini, riti e gesti della sua tradizione. In particolare il ricco e denso simbolismo della liturgia deve splendere in tutta la sua forza come elemento comunicativo, fino a toccare profondamente la coscienza umana, il cuore e l’intelletto. La tradizione cristiana, poi, ha sempre strettamente collegato alla liturgia il linguaggio dell’arte, la cui bellezza ha una sua particolare forza comunicativa. Lo abbiamo sperimentato anche domenica scorsa, a Barcellona, nella Basilica della Sagrada Familia, opera di Antoni Gaudí, che ha coniugato genialmente il senso del sacro e della liturgia con forme artistiche tanto moderne quanto in sintonia con le migliori tradizioni architettoniche. Tuttavia, più incisiva ancora dell’arte e dell’immagine nella comunicazione del messaggio evangelico è la bellezza della vita cristiana. Alla fine, solo l’amore è degno di fede e risulta credibile. La vita dei santi, dei martiri, mostra una singolare bellezza che affascina e attira, perché una vita cristiana vissuta in pienezza parla senza parole. Abbiamo bisogno di uomini e donne che parlino con la loro vita, che sappiano comunicare il Vangelo, con chiarezza e coraggio, con la trasparenza delle azioni, con la passione gioiosa della carità.
Dopo essere stato pellegrino a Santiago de Compostela ed aver ammirato in migliaia di persone, soprattutto giovani, la forza coinvolgente della testimonianza, la gioia di mettersi in cammino verso la verità e la bellezza, auspico che tanti nostri contemporanei possano dire, riascoltando la voce del Signore, come i discepoli di Emmaus: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via?" (Lc 24,32). Cari amici, vi ringrazio per quanto quotidianamente fate con competenza e dedizione e, mentre vi affido alla materna protezione di Maria Santissima, di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

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giovedì 11 novembre 2010

IRAQ «Hanno ucciso la gente faccia a faccia»


09/11/2010 - Intervista a don Robert Jarjis, amico dei preti assassinati a Baghdad. Mentre, a una settimana dall'attacco di Al Qaeda, vengono uccisi altri due fedeli. «È un olocausto che nessuno vuole guardare»



Una messa in memoria delle vittime. Don Thaer era il suo compagno di banco in seminario, il suo amico. Poco più di una settimana fa è stato ucciso mentre diceva la messa. Aveva trentadue anni. «Stava celebrando l’Eucaristia. Il suo sangue si è mischiato con quello di Cristo sull’altare», dice don Robert Jarjis. Dopo l’ordinazione sacerdotale, lui ha proseguito gli studi a Roma, mentre Thear è rimasto a Baghdad. Ha saputo della sua morte al telefono, prima che le agenzie di stampa rimbalzassero al mondo la strage di Al Qaeda nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Soccorso. Poi la notizia è arrivata. Se ne è parlato per qualche giorno, sulle prime pagine dei giornali. «Ma già ora è calato il silenzio. Quello è un olocausto che nessuno vuole guardare».

Don Thaer aveva paura di vivere e servire la Chiesa a Baghdad?
Negli ultimi mesi sembrava tutto tranquillo. Anzi, da là mi dicevano: «Finalmente, Robert, qui si respira. Forse qualcosa sta cambiando». Poi, all’improvviso, accade questo. Un attacco crudele, sembra una nuova fase della persecuzione.

Perché?
È il primo caso di questo genere, non ha precedenti. Le chiese sono sempre state attaccate, ma da fuori. Questi uomini invece sono entrati, durante la messa. Hanno ucciso la gente faccia a faccia. Anche le donne e i bambini (nove bambini, tra i quali uno di tre anni e due di pochi mesi; ndr). Per un uomo islamico è un disonore inconcepibile. Invece loro non hanno fatto distinzioni. Come per una volontà di sterminio. Anche chi è rimasto ferito, in questi giorni, sta morendo.

I due sacerdoti, don Thaer e don Wasim, sono stati i primi a essere uccisi.
I terroristi hanno chiuso le porte. Thaer ha fatto salire la gente sull’altare per farla rifugiare in sacrestia, l’ha chiusa lì dentro. Ha pregato quegli uomini di lasciare in pace i fedeli e di prendere lui. Loro lo hanno riempito di pallottole. Padre Wasim era nel confessionale, è corso fuori e li ha supplicati di pregare insieme, per la pace in Iraq, ognuno a suo modo e ognuno al suo Dio, lasciando stare gli innocenti. Loro lo hanno portato sull’altare e lo hanno ucciso. Aveva ventisei anni. In chiesa c’era anche il fratello di Thaer, è morto anche lui. E c’era sua madre, che ha visto e vissuto tutto.

Le persone in sacrestia?
Qualcuno si è salvato, altri sono stati raggiunti dai colpi di mitra sparati contro la porta. Una madre ha salvato suo figlio di cinque mesi chiudendolo in un cassetto. Un’altra donna incinta è stata presa da un terrorista, che si è fatto esplodere insieme a lei. Senza pietà, non solo per i vivi, ma anche per chi doveva ancora nascere.

E l’intervento della polizia?
Sembra che non ci sia stata alcuna trattativa con il commando di estremisti. E i militari non sono intervenuti per fermare tutto, se non quando tanti erano già stati uccisi. Il governo, ora, cerca solo di salvare se stesso.

Lei tra poco tornerà in Iraq?
Molto probabilmente sì. Vado dove mi vuole la Chiesa. Per me non conta la mia vita, la mia vita è la Chiesa e io voglio fare tutto il possibile per il mio popolo.

Non ha paura?
Sono un essere umano. Forse sarò ucciso anch’io e di questo ho paura. Ma Cristo sarà sempre al mio fianco. E se morirò, altri uomini continueranno il mio compito. Ora c’è solo il dolore per le persone che sono morte. Quella domenica, il sangue di Cristo è diventato il loro. E questo non lo dice nessuno. Quel giorno deve essere ricordato per sempre. In tutte le chiese dell’Iraq, domenica scorsa si è celebrata una messa per le vittime, e la gente ci è andata. Grazie a Dio non è successo nulla. Ma il silenzio del mondo è già contro di noi: ci sembra di essere abbandonati al nostro destino. Perché non se ne parla più, e si aspetterà la prossima strage. Che il Signore abbia pietà di tutti noi.
Alessandra Stoppa

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2010/11/11/IRAQ-Warduni-la-fede-eroica-dei-cristiani-iracheni-e-la-sola-arma-che-vince-la-violenza/126040/?sms_ss=facebook&at_xt=4cdbde9a5805551f%2C0

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2010/11/11/IRAQ-Warduni-la-fede-eroica-dei-cristiani-iracheni-e-la-sola-arma-che-vince-la-violenza/126040/?sms_ss=facebook&at_xt=4cdbde9a5805551f%2C0

Volantino di Comunione Liberazione Veneto QUALCOSA CHE L’ALLUVIONE NON PUÒ SPAZZARE VIA

«Abbiamo telefonato alla Protezione civile, sono stati gentili ma ci hanno dirottati sui vigili urbani – dice Antonio Favretto, presidente dell’azienda di famiglia (siamo alla terza generazione) –, loro ci hanno detto che avevano altre emergenze, che avremmo dovuto attendere.
Ci siamo mossi da soli, abbiamo fatto venire una ditta per gli spurghi, abbiamo trovato le pompe, cercato container per portare via tutto». (…) Da martedì hanno lavorato tutti senza sosta, «al limite del collasso fisico, altro che un’ora di straordinario» (…)
Due milioni di danni, ma Favretto riesce a vedere il lato positivo: «L’esperienza di questi giorni è stata per certi versi meravigliosa, è stato bello vedere tutti, ma proprio tutti, lavorare con il solo scopo di rimettere in piedi l’azienda, i sindacalisti sono stati i primi a mettersi gli stivali per spazzare il fango. Nessuno ha protestato per lo stipendio in ritardo (…) Se questo clima pazzescamente unitario continuerà, posso dire che l’azienda avrà una marcia
in più per affrontare il futuro».

(da un articolo di questi giorni de Il Sole 24 ore)

Quanti racconti, in questi giorni drammatici, simili a quello di Favretto. In una prova di dimensioni inaspettate emerge il carattere, la stoffa di un popolo. Gente colpita, non abbattuta. Provata, non umiliata. E operosa da subito.

Non predomina la lamentela di chi si piange addosso in attesa dell’intervento dello stato (che pure dovrà fare la sua parte), ma una solidarietà di popolo, fatta di mille facce e mille esperienze associative diverse.

Milioni e milioni di danni: ma, come nota il cronista, c’è un lato positivo. È il nostro imprenditore a rivelare quale: «Se questo clima pazzescamente unitario continuerà, avremo una marcia in più per affrontare il futuro».

Continuerà, una volta passata l’emergenza, questa capacità di prendersi le proprie responsabilità fino in fondo, non solo negli eventi straordinari e drammatici, ma nel fango delle nostre giornate?

«Una cultura della responsabilità», scriveva don Giussani nel 1987, «deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori, il rapporto con l’infinito che rende la persona soggetto vero e attivo della storia».

Ci interessa mantenere vivo questo desiderio, guardare a chi affronta la vita tenendo aperto questo desiderio ogni giorno, a chi sente - almeno come un presentimento buono - che c’è qualcosa che nessuna alluvione potrà mai spazzare via.

Comunione e Liberazione Veneto
Novembre 2010

martedì 9 novembre 2010

BANCHI DI SOLIDARIETÀ Il vero dono dentro il “pacco”


di Davide Perillo
08/11/2010 - Sabato, un migliaio di volontari in assemblea a Milano «per andare a fondo della propria esperienza». E per raccontarsi un bisogno senza fine, che passa anche da una scatola di lenticchie. Fino a scoprire «Cristo vicino»



Volontari preparano i ''pacchi''.Lo scopo? È chiaro. «È aiutarsi a cedere all’iniziativa di quell’uomo, Cristo, sulla nostra vita». Come duemila anni fa. Come quando tutto è iniziato. Come quando la carità è entrata nel mondo per restarci. Anche passando da un pacco pieno di viveri. È iniziata così l’Assemblea nazionale dei Banchi di Solidarietà al Teatro Smeraldo di Milano. Con parole che c’entrano poco o nulla con le questioni organizzative, le «cose da fare» e le tante incombenze che toccano una rete di 170 associazioni e oltre 4mila volontari che si occupano di raccogliere e distribuire generi alimentari a 30mila persone bisognose in Italia e non solo. Un migliaio di persone in sala, trentotto città collegate in video (il segnale arriva fino in Kazakistan). E Andrea Franchi, responsabile dell’opera, che taglia corto già in partenza. Vuole andare al cuore di quella che per migliaia di persone è diventata la «caritativa», cioè uno dei gesti educativi più importanti suggeriti da sempre dal movimento di Cl. Un modo per imparare la carità. Ricevuta e, quindi, vissuta, fino a tradurla in fatti. «Per questo abbiamo chiesto a don Eugenio Nembrini di essere qui con noi. Per andare a fondo dell’esperienza che stiamo facendo. Per giudicarla». E andare a fondo, sottolinea Nembrini, è anzitutto scoprire «l’iniziativa di Dio. Che è diventato un uomo. Così che qualche altro uomo, duemila anni fa, ha iniziato a gustare, a sentire su di sé, a sentirsi oggetto di questa attenzione infinita di Dio. Se non è per questo, è inutile anche tutto il bene che in qualche modo cerchi di fare».
Via con gli interventi, quindi. Che vanno subito a parare lì. A quel bisogno senza fine che sta dentro il «pacco», ma è infinitamente più grande. Quello che fa raccontare a Graziella di come, attraverso «due scatole di lenticchie», abbia scoperto «qualcuno con cui parlare che non ci giudica: un amico, finalmente». O che ha toccato Grazia, che ha iniziato portando il “pacco” a una famiglia con la madre in carcere e ha stretto un’amicizia tale, fatta di pranzi e cene e una condivisione senza misura, che quella stessa madre, da dietro le sbarre, le scrive: «Attraverso di voi ho scoperto il vero dono che Gesù mi voleva fare: essere libera in ogni luogo». «Vedete? Non è roba nostra, ma accade», sottolinea Nembrini: «Siamo qui a dire “quanto siamo bravi” o “che roba impressionante quando Dio incontra il bisogno dell’uomo?”. Noi siamo come il filo della luce. La luce è un’altra cosa. È il filo che permette alla luce di arrivare».
Altre testimonianze. Altri fatti. Fabrizio, nome italianizzato di un amico iraniano, vive nel Torinese da trent’anni. Ha incontrato «quelli del Banco», ed «è cominciata la mia seconda vita. È un grande dono di Dio». Non è battezzato, Fabrizio. Ma ora va a messa. «Perché sento Gesù sempre più vicino a me». «I Banchi, nella forma, potrebbero cambiare domani», dice ancora Nembrini: «Le facce essere diverse. Ma la questione è se in quella faccia, in quel particolare, abbiamo tutti la semplicità di riconoscere i tratti inconfondibili della presenza del Mistero. Che commozione che dentro il mio bisogno, e la realtà che in qualche modo risponde, incomincio a vedere quel volto misterioso». Come ha fatto Fabrizio. Ma come raccontano anche Valentina, Norberto... O Chiara, che porta il pacco a una famiglia in cui la madre è morta da poco. «Subito dopo il funerale sono scappati tutti, in fretta. Non sapevano come starci davanti. Cosa dici a una bambina di nove anni che ti chiede: “Perché mia mamma è morta?”». Lei e i suoi amici del Banco, però, sono rimasti. «Non era da me. Ma ho dovuto fare i conti con la mia esperienza. Era la resa dei conti. Come affrontare questa situazione se non hai incontrato tu qualcosa che vince la morte?». E ancora, Valentina, che davanti alla famiglia assistita si ritrova «come di fronte a uno specchio che mi dice: ecco, anche tu sei così. Hai un buco nello stomaco, come il mio. È incredibile come un gesto apparentemente così piccolo vada a toccare tutto quello che fai nella vita». O Giovanni, di Pellestrina, che racconta dei «pennoni», «dei brividi che invadono la mia vita, a fare un gesto così, e sono l’umano. La mia umanità».
Un’ora e mezza, fitta e intensa. «Ma io starei qui ancora», chiosa Nembrini, «a sentire parlare di Cristo. Che è una presenza, non un’idea. Dev’essere stato qualcosa del genere per quei due, davanti al Battista che quel giorno disse: “Ecco l’Agnello di Dio”. Tutti avevano davanti i testimoni, tutti avevano lo stesso desiderio. Ma questi due sono andati in fondo. Completando il percorso. Il desiderio, il testimone, di cosa sono segno? Il bisogno, di cosa è segno? Di Lui. Non abbiate timore di fare tutto il percorso di conoscenza, di giudicare quello che capita a voi, per poter arrivare a Lui. Cedere a questo è la carità più grande, per noi e il mondo».Fine assemblea.
Chiude Franchi, chiamando per nome quello che tutti hanno negli occhi e nel cuore: «Siamo commossi. Un’umanità cambiata da Cristo commuove. E questo è un giudizio sulla nostra opera. Perché quello che emerge è il valore educativo di questo gesto. Il gesto di carità è la dimensione di un uomo che comincia a cedere a Cristo». Dentro il “pacco”. Ma molto più in là.

lunedì 8 novembre 2010

Fatti per la bellezza "Sagrada Familia": "Ogni uomo è un santuario di Dio"









SANTA MESSA E DEDICAZIONE DELLA CHIESA E DELL’ALTARE DELLA SAGRADA FAMILÍA A BARCELONA



OMELIA DEL SANTO PADRE

Amatissimi fratelli e sorelle nel Signore.

(In catalano)

“Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete… La gioia del Signore è la vostra forza” (Ne 8,9-11). Con queste parole della prima lettura che abbiamo proclamato desidero salutare tutti voi che siete qui presenti per partecipare a questa celebrazione. Rivolgo un affettuoso saluto alle Loro Maestà i Reali di Spagna, che hanno voluto cordialmente unirsi a noi. Il mio grato saluto va al Signor Cardinale Lluís Martínez Sistach, Arcivescovo di Barcellona, per le parole di benvenuto e il suo invito per la dedicazione di questa chiesa della Sacra Famiglia, meravigliosa sintesi di tecnica, di arte e di fede. Saluto anche il Cardinale Ricardo María Carles Gordó, Arcivescovo emerito di Barcellona, gli altri Signori Cardinali e Fratelli nell’Episcopato, specialmente il Vescovo ausiliare di questa Chiesa particolare, così come i numerosi sacerdoti, diaconi, seminaristi, religiosi e fedeli che partecipano a questa solenne celebrazione. Nello stesso tempo, rivolgo il mio deferente saluto alle Autorità Nazionali, Regionali e Locali, così come ai membri di altre comunità cristiane, che si uniscono alla nostra gioia e lode grata a Dio.

Questo giorno è un punto significativo in una lunga storia di aspirazioni, di lavoro e di generosità, che dura da più di un secolo. In questi momenti, vorrei ricordare ciascuna delle persone che hanno reso possibile la gioia che oggi pervade tutti noi: dai promotori fino agli esecutori di quest’opera; dagli architetti e muratori della stessa, a tutti quelli che hanno offerto, in un modo o nell’altro, il loro insostituibile contributo per rendere possibile la progressiva costruzione di questo edificio.

E ricordiamo, soprattutto, colui che fu anima e artefice di questo progetto: Antoni Gaudí, architetto geniale e cristiano coerente, la cui fiaccola della fede arse fino al termine della sua vita, vissuta con dignità e austerità assoluta. Quest’evento è anche, in qualche modo, il punto culminante e lo sbocco di una storia di questa terra catalana che, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, diede una moltitudine di santi e di fondatori, di martiri e di poeti cristiani. Storia di santità, di creazioni artistiche e poetiche, nate dalla fede, che oggi raccogliamo e presentiamo come offerta a Dio in questa Eucaristia.

La gioia che provo nel poter presiedere questa celebrazione si è accresciuta quando ho saputo che questo edificio sacro, fin dalle sue origini, è strettamente legato alla figura di san Giuseppe. Mi ha commosso specialmente la sicurezza con la quale Gaudí, di fronte alle innumerevoli difficoltà che dovette affrontare, esclamava pieno di fiducia nella divina Provvidenza: “San Giuseppe completerà il tempio”. Per questo ora non è privo di significato il fatto che sia un Papa il cui nome di battesimo è Giuseppe a dedicarlo.
Cosa significa dedicare questa chiesa? Nel cuore del mondo, di fronte allo sguardo di Dio e degli uomini, in un umile e gioioso atto di fede, abbiamo innalzato un’immensa mole di materia, frutto della natura e di un incalcolabile sforzo dell’intelligenza umana, costruttrice di quest’opera d’arte. Essa è un segno visibile del Dio invisibile, alla cui gloria svettano queste torri, frecce che indicano l’assoluto della luce e di colui che è la Luce, l’Altezza e la Bellezza medesime.
In questo ambiente, Gaudí volle unire l’ispirazione che gli veniva dai tre grandi libri dei quali si nutriva come uomo, come credente e come architetto: il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Così unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella Liturgia. Introdusse dentro l’edificio sacro pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina, ma, allo stesso tempo, portò fuori i “retabli”, per porre davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. In questo modo, collaborò in maniera geniale all’edificazione di una coscienza umana ancorata nel mondo, aperta a Dio, illuminata e santificata da Cristo.

E realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza. Antoni Gaudí non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo.Abbiamo dedicato questo spazio sacro a Dio, che si è rivelato e donato a noi in Cristo per essere definitivamente Dio con gli uomini. La Parola rivelata, l’umanità di Cristo e la sua Chiesa sono le tre espressioni massime della sua manifestazione e del suo dono agli uomini. “Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3, 10-11), dice san Paolo nella seconda lettura.

Il Signore Gesù è la pietra che sostiene il peso del mondo, che mantiene la coesione della Chiesa e che raccoglie in ultima unità tutte le conquiste dell’umanità. In Lui abbiamo la Parola e la Presenza di Dio, e da Lui la Chiesa riceve la propria vita, la propria dottrina e la propria missione. La Chiesa non ha consistenza da se stessa; è chiamata ad essere segno e strumento di Cristo, in pura docilità alla sua autorità e in totale servizio al suo mandato. L’unico Cristo fonda l’unica Chiesa; Egli è la roccia sulla quale si fonda la nostra fede.

Basati su questa fede, cerchiamo insieme di mostrare al mondo il volto di Dio, che è amore ed è l’unico che può rispondere all’anelito di pienezza dell’uomo. Questo è il grande compito, mostrare a tutti che Dio è Dio di pace e non di violenza, di libertà e non di costrizione, di concordia e non di discordia. In questo senso, credo che la dedicazione di questa chiesa della Sacra Famiglia, in un’epoca nella quale l’uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio, come se non avesse più niente da dirgli, è un avvenimento di grande significato. Gaudí, con la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo, che il segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare all’origine che è Dio. Lui stesso, aprendo in questo modo il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa. Così l’architetto esprimeva i suoi sentimenti: “Una chiesa [è] l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo, poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo”.

Quest’affermare Dio porta con sé la suprema affermazione e tutela della dignità di ogni uomo e di tutti gli uomini: “Non sapete che siete tempio di Dio?... Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3, 16-17). Ecco qui unite la verità e la dignità di Dio con la verità e la dignità dell’uomo. Nel consacrare l’altare di questa chiesa, tenendo presente che Cristo è il suo fondamento, noi presentiamo al mondo Dio che è amico degli uomini, e invitiamo gli uomini ad essere amici di Dio. Come insegna l’episodio di Zaccheo, di cui parla il Vangelo odierno (cfr Lc 19,1-10), se l’uomo lascia entrare Dio nella sua vita e nel suo mondo, se lascia che Cristo viva nel suo cuore, non si pentirà, ma anzi sperimenterà la gioia di condividere la sua stessa vita, essendo destinatario del suo amore infinito.
L’iniziativa della costruzione di questa chiesa si deve all’Associazione degli Amici di san Giuseppe, che vollero dedicarla alla Sacra Famiglia di Nazaret. Da sempre, il focolare formato da Gesù, Maria e Giuseppe è stato considerato una scuola di amore, preghiera e lavoro. I patrocinatori di questa chiesa volevano mostrare al mondo l’amore, il lavoro e il servizio vissuti davanti a Dio, così come li visse la Sacra Famiglia di Nazaret. Le condizioni di vita sono profondamente cambiate e con esse si è progredito enormemente in ambiti tecnici, sociali e culturali.

Non possiamo accontentarci di questi progressi. Con essi devono essere sempre presenti i progressi morali, come l’attenzione, la protezione e l’aiuto alla famiglia, poiché l’amore generoso e indissolubile di un uomo e una donna è il quadro efficace e il fondamento della vita umana nella sua gestazione, nella sua nascita, nella sua crescita e nel suo termine naturale. Solo laddove esistono l’amore e la fedeltà, nasce e perdura la vera libertà. Perciò, la Chiesa invoca adeguate misure economiche e sociali affinché la donna possa trovare la sua piena realizzazione in casa e nel lavoro, affinché l’uomo e la donna che si uniscono in matrimonio e formano una famiglia siano decisamente sostenuti dallo Stato, affinché si difenda come sacra e inviolabile la vita dei figli dal momento del loro concepimento, affinché la natalità sia stimata, valorizzata e sostenuta sul piano giuridico, sociale e legislativo. Per questo, la Chiesa si oppone a qualsiasi forma di negazione della vita umana e sostiene ciò che promuove l’ordine naturale nell’ambito dell’istituzione familiare.

Contemplando ammirato questo ambiente santo di incantevole bellezza, con tanta storia di fede, chiedo a Dio che in questa terra catalana si moltiplichino e consolidino nuovi testimoni di santità, che offrano al mondo il grande servizio che la Chiesa può e deve prestare all’umanità: essere icona della bellezza divina, fiamma ardente di carità, canale perché il mondo creda in Colui che Dio ha mandato (cfr Gv 6,29).
Cari fratelli, nel dedicare questa splendida chiesa, supplico, al tempo stesso, il Signore delle nostre vite che da questo altare, che ora verrà unto con olio santo e sopra il quale si consumerà il sacrificio d’amore di Cristo, sgorghi un fiume continuo di grazia e di carità su questa città di Barcellona e sui suoi abitanti, e sul mondo intero. Che queste acque feconde riempiano di fede e di vitalità apostolica questa Chiesa arcidiocesana, i suoi Pastori e fedeli.

(In catalano)

Desidero, infine, affidare all’amorosa protezione della Madre di Dio, Maria Santissima, “Rosa di aprile”, “Madre della Mercede”, tutti voi qui presenti e tutti coloro che con parole e opere, con il silenzio o la preghiera, hanno reso possibile questo miracolo architettonico. Che Ella presenti al suo divin Figlio anche le gioie e le sofferenze di coloro che giungeranno in futuro in questo luogo sacro, perché, come prega la Liturgia della dedicazione delle chiese, i poveri possano trovare misericordia, gli oppressi conseguire la vera libertà e tutti gli uomini rivestirsi della dignità di figli di Dio. Amen.

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sabato 6 novembre 2010

(«Il coraggio di dire il bene, sembra questo che og­gi ci manca»).C’È UN’ALTRA ITALIA/ Quel laido epitaffio e il desiderio di bene

L’ altra sera su 'Annozero' è passata un’intervista a Lele Mora, manager di artisti o aspiranti tali, che ha spiegato come funziona il mondo di vallette ed escort. Sono ragazze disposte a tutto, ha detto; la tv ha distrutto molte persone, e occorre ammettere che il mondo, ormai, gira così. «E tutto il mondo è paese – ha aggiunto pacatamente l’impresario; dunque – Paese che vai, zoccola che trovi».
Nella sua brutalità è sembrato a chi ascoltava quasi un epitaffio, il motto di Mora. Dopo un’ennesima raffica di prime pagine su sempre nuove escort che affermano di frequentare il presidente del Consiglio, abbiamo incassato la crudezza di quella affermazione come pugili troppo suonati per reagire.

Non stiamo parlando della verità o falsità delle denunce, né dello 'stile di vita' di Berlusconi.

Stiamo parlando dell’Italia, di ciò che leggiamo e vediamo tutti i giorni; di come viviamo, e di come ci fanno vivere. Di un’Italia in cui tua figlia di tredici anni si sente dire da uno in tv che ormai gira così, tutto si vende, e «Paese che vai…».

È probabile, anzi quasi certo che dalla sua angolazione Mora abbia ragione. Senonché la sua angolazione è limitata. Dubitiamo che Mora prenda i treni dei pendolari alle cinque del mattino, o frequenti le corsie degli ospedali, o entri nelle scuole dove molti insegnanti si ostinano a cercare di educare. Immaginiamo che Mora conosca poco gli oratori, e le fatiche dei parroci; ma anche, laicamente, la vita quotidiana di tanti che studiano, lavorano e fanno andare avanti l’Italia.

C’è un’ampia, oscura parte di questo Paese che non si merita quell’epitaffio. E questo non per dire che esiste una Italia 'buona' e 'onesta', giacché noi cristiani siamo stati autorevolmente messi in guardia dalla tentazione di dirci 'a posto'. Esiste, però, ancora, un’Italia diversa.
È vero: già Pasolini aveva profetizzato che la televi­sione sarebbe passata «come un trattore sulla co­scienza degli italiani»; è vero che ignoranza e ab­bandono educativo alimentano masse di ragazzi che hanno come dio il Grande Fratello – sono il nuovo Lumpenproletariat, i più poveri di tutti.

Però, non possiamo non dire che c’è ancora, nelle nostre case, un desiderio di altro. Desiderio di la­vorare, di fare, di crescere figli, di continuare in lo­ro, di sperare; un desiderio grande e originario, che non può essere annientato dalla logica dell’appa­renza, del successo a ogni costo, che col suo rumo­re ci domina. In un’omelia di diversi anni fa l’allora cardinale Ratzinger affrontava la questione. «Abbiamo sem­pre bisogno del coraggio di denunciare aperta­mente il male, per promuovere un miglioramento – diceva – ma forse oggi abbiamo ancora più biso­gno del coraggio di fare emergere con chiarezza il bene che c’è in ogni persona e nel mondo».

Il coraggio di dire il bene, sembra questo che oggi ci manca. Non nel senso di mostrare con orgoglio mani pulite e coscienze immacolate, in un eserci­zio da farisei; ma di affermare, almeno, sulla nostra vita un altro desiderio, più bello e umano di quello di entrare, almeno per un attimo, nel cono di luce dei riflettori. Noi, e come noi tanti, vogliamo un Paese diverso da quello raccontato da Lele Mora.
Vogliamo che i nostri figli seguano altre speranze, più grandi; che le nostre figlie adolescenti non si aggreghino alle colonne di escort che mendicano un giorno almeno da star. Il fatto è che crediamo in altre cose, in un altro senso e orizzonte; ma è come se in tanto gridare su scandali e menzogne la nostra voce non si sentisse. «Paese che vai…», di­cono i maestri del pensiero dominante, compia­ciuti del loro crudo realismo. Ma c’è un realismo maggiore, che è affermare un altro sguardo e desi­derio sulla vita, che pure abbiamo scritto addosso.


MARINA CORRADI