domenica 29 dicembre 2013

Marina Corradi: Te Deum laudamus per quelle foto nelle cornici d’argento

marina-corradi-figli-foto il Te Deum di Marina Corradi.
Il presepe lo abbiamo fatto da soli i ragazzi e io quest’anno, mio marito è da due mesi in ospedale. E tornerà, certo, ma intanto io scopro come è dura essere, ogni mattina, sola. E il Te Deum di quest’anno, dunque? mi domando stasera.
Di fronte a me su una libreria in soggiorno si allineano nelle cornici le foto di famiglia. Il mio sguardo ci si posa sopra e, come catturato, si ferma. Sulle facce dei figli, da bambini. Quello lì, biondo come un pulcino e pallido, è il primo, a tre anni. Ogni volta che guardo quella foto, mi meraviglio; perché è uguale a suo padre, ma certo l’espressione degli occhi è la mia. (Come se i figli davvero imparassero a guardare il mondo attraverso lo sguardo della madre, come mi disse un giorno un vecchio frate a San Giovanni Rotondo). Lo sguardo di Pietro è lievemente malinconico, quasi perplesso, come di un piccolo alieno che si domandi su quale pianeta è mai atterrato. Sguardo di pensieroso bambino che osserva due genitori amorosi, e però come smarriti. Fisso quegli occhi scuri e risento la voce di mio figlio a tre anni, dal seggiolino sui sedili posteriori dell’auto, al mare, in Toscana. Mi piaceva girare per le campagne e andare a caso là dove la strada mi portava, e poi non sapevo più tornare, e agli incroci mi fermavo, esitante. Il bambino, alle spalle, educatamente inquieto: «Ci siamo pelsi di nuovo?». Sì, c’eravamo persi di nuovo, ma poi in qualche modo ritrovavo ogni volta la strada di casa.
tempi_te_deum_2013_copertinaLa foto accanto è del secondo, bruno come un saraceno: seminudo sul lettone, a un anno e mezzo. Aria gioviale, espressione da vincitore, nessun dubbio: il pianeta su cui è atterrato, è quello giusto. Guance abbondanti, da buona forchetta (quando si scolava d’un fiato il biberon e poi mi guardava, perplesso: già finito?). E in fondo agli occhi già affiorante una certezza, quasi un orgoglio: la vita è una sfida buona, e vi accorgerete di chi sono, io…
Poi, la bambina, a un anno, mentre gattona nell’erba del giardino dei nonni. Sguardo curioso e fiero, come di un cucciolo di gatto che a stento si regga sulle zampe, ma già si avventuri, cacciatore, nella giungla del cortile. Bella: negli occhi grandi, nella piega capricciosa della bocca. Un accenno di gentile insolenza: quale pianeta sia non importa, io sarò, comunque, una regina.
E dunque stasera i tre mi guardano, e per un momento la malinconia mi tenta (quei tre, sussurra, piccoli così non esistono più, non torneranno più).
Eppure no, non li abbiamo perduti. Il primo, è vero, lo si incrocia raramente per casa, e si esprime a tenebrosi monosillabi, però sembra sapere cosa fare. La strada, quella che io al mare perdevo sempre, se la è trovata grazie a un prete cui sarò riconoscente per sempre (don Giorgio Pontiggia, voglio ricordarne il nome). E ora silenzioso e metodico Pietro procede, forte della compagnia di alcuni grandi amici.
Il secondo ha mantenuto lo sguardo trionfante e lieto della foto sul lettone. Anche lui si vede poco, ha sempre un sacco di cose da fare e il suo cellulare ronza continuamente come un alveare. Berni alza gli occhi dal tomo delle memorie di Churchill che sta leggendo, scorre i messaggi, sorride, torna a leggere. A volte minaccia che gli piacerebbe entrare in politica (costernazione della madre. E stupore, però, che un diciottenne oggi pensi alla politica come a una cosa utile e buona). Intanto, comunque, la strada la fa lui a noi, con quel sorriso solare, come la memoria certa di un destino di bene; lui il primo, ogni mattina, che in auto verso scuola attacca l’Ave Maria. Per quanto stanchi o preoccupati si sia, lui come un carro armato, nel traffico delle sette del mattino: «Ave Maria…», e noi lo seguiamo, grati.
E la piccola? Per me è la vita in persona. Sempre lieta, in perpetuo movimento, femminile in ogni fibra, costantemente sfarfalla tra una festa («non ho niente da mettermi», geme davanti all’armadio, con la stessa bocca capricciosa della foto a un anno) e una mostra che deve «assolutamente» vedere. Lei, che entra in casa come una folata di vento di marzo, quel giovane vento che arruffa e accarezza le cose che nascono, nuove. Lei, che la domenica mattina quando si alza canta, e la sua voce chiara colma la casa.
Allora le fotografie nelle cornici d’argento si fanno un luogo vivo di memoria e gratitudine. Grazie per loro, dal fondo di questo aspro dicembre. E benché mio marito e io, guardandoci, sappiamo che né l’uno né l’altro ha ancora ben capito su che pianeta è atterrato, questi tre, stranamente, lo sanno.
Grazie: e questo esercizio di ricordare e dire grazie è importante, perché, come ha insegnato Benedetto XVI un anno fa, «la memoria si fa speranza». Come il popolo ebraico ricordando il deserto e la fuga sul Mar Rosso vedeva la sua storia e intuiva un disegno e un destino, ed era grato, così ogni uomo ha una storia, e, per quanto povero sia, una madre che lo ha messo al mondo, e Dio, che lo ha voluto.
Per me i figli sono prova concreta, la certezza del bene – nonostante io fossi quella delle strade incerte. Quelle facce, quegli occhi – mentre stasera dalla cucina arrivano le voci e le risate di una tavolata di figli e amici – testimoniano un bene grande ricevuto. In virtù di questo bene, è ragionevole sperare. Grazie allora, mille volte grazie, per quei tre figli donati.
Tempi.it 

Nessun commento: