sabato 21 dicembre 2013

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón 18 dicembre 2013

Giussani, ''All'origine della pretesa cristiana''
Testo di riferimento: L. Giussani, «La concezione che Gesù ha della vita», in All’origine della
pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, pp. 99-125.

• Dal profondo
• Sou feliz Senhor
Gloria
Affrontiamo il capitolo ottavo di All’origine della pretesa
cristiana. Dalle domande che sono arrivate la prima cosa
da capire è qual è il senso di questo capitolo, per poterlo
cogliere nel suo vero significato. Comincio leggendo una
domanda che mette a tema questa questione: «Caro
Carrón, volevo chiederti perché il capitolo ottavo di
questo libro è “strepitoso”, come hai detto tu, perché io
in realtà sto facendo molta fatica a capire il nesso con
quel che abbiamo detto fino a ora. Capisco che mi è
chiesto un lavoro più intenso, però perdo il filo facilmente
e ogni volta che leggo mi sembra di assumere le cose
dette come vere, ma non di partire da un’esperienza fatta
[questa è la questione], perciò ciò che leggo non incide
sulla vita. Perché allora per te è strepitoso?». Facendo un
gruppetto di ripresa della Scuola di comunità, siccome ci
sono diverse persone nuove che hanno cominciato da
pochissimo a stare con noi, ho sentito l’esigenza di
richiamare le puntate precedenti per capire a che punto
eravamo. E allora ho ripercorso il libro: come è sorto il
problema nella storia, nel tempo una profondità di
certezza, la pedagogia di Cristo nel rivelarsi, la
dichiarazione implicita, la dichiarazione esplicita. Poi ho
detto: «Al termine di questo percorso don Giussani fa
questo capitolo sulla concezione che Gesù ha della vita».
Una persona nuova dice: «Che c’entra?».
Uno nuovo e uno vecchio, come vedete, con la stessa
domanda: «Che c’entra?». «Che c’entra, dopo che Gesù
ha detto che è Dio?». Nelle discussioni che ho avuto lì e
anche altrove ho sentito dare anche questa risposta: dopo
che Cristo ha detto di essere Dio, adesso ci insegna come
si fa a vivere; cioè questo capitolo sarebbe, dopo tutta
una serie di capitoli conoscitivi, un capitolo sulla morale.
Ora, siccome questo non mi torna, io ho ribattuto, però
volevo che tu ci aiutassi a capire, perché mi sembra che
questo capitolo segni veramente la novità di don Giussani
nel modo con cui noi possiamo capire e vivere la fede.
Mi sembra che la domanda di quella persona sia quella
che tante volte possiamo avere tutti noi: checosa c’entra
questo con il percorso che abbiamo fatto, cioè con tutta
la traiettoria della convinzione, con tutta la pedagogia di
Gesù nel rivelarsi fino alla dichiarazione implicita e a quella
esplicita? Che cosa c’entra, adesso, questo capitolo che
sembra una lezione, come qualcuno dice, sulla morale o
sull’antropologia (che cos’è l’uomo per Gesù)? Come
dire: adesso ci fa una bella dissertazione suche cosa
Gesù pensa della vita, ma sembra che non c’entri con il
percorso. Un capitolo così – si direbbe – starebbe bene
in un libro di antropologia, ma non in un libro in cui si
descrive il percorso della fede. Questa è la prima
questione da identificare, ed è lo scopo di questa sera.
All’ultimo ritrovo del mio gruppo di Fraternità ho
invitato un’amica che non conosce bene il movimento e
alla fine le ho chiesto com’è andata. E lei mi ha detto
che era rimasta colpita dagli interventi, perché c’erano
tante persone con delle difficoltà serie, concrete, sul
lavoro, con la famiglia: «Queste persone, a differenza
di altre persone che conosco, non sono disperate e mi
hacolpito in particolare una coppia che ha una figlia malata
e che non vive con una rabbia disperata questa situazione,
ma che è serena». E ha concluso dicendo: «Questa sera
ho visto molto Gesù». Io a dire il vero non me ne ero
accorto più di tanto, ero preso da tutt’altro, per cui mi
sono sentitocome colui che non si accorge della realtà
che ha di fronte. Al che mi sono venute in mente le cose
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che avevi detto all’ultima Scuola di comunità, che Cristo
accade sempre attraverso qualcun altro che ci richiama
all’essenziale. Però poi avevi aggiunto che se uno non
si accorge dell’esperienza che fa, non è che, poiché te
lo dice un altro, la puoi fare (perché un racconto non è
una cosa personale). Per cui volevo chiederti se quel
che mi ha fatto notare la mia amica può diventare
un’esperienza per me oppure se magari può essere sì
un indizio, ma di qualche cosa che deve essere più
personale. Ti faccio un esempio: quando lei mi ha detto
così mi sono accorto che il mio modo di affrontare i
problemi di tutti i giorni non nasceva da una speranza,
ma da una rabbia, certe volte. E secondo te questo che
hai detto che cosa c’entra con questo capitolo?
C’entra con il fatto che anche il modo di Gesù di
concepire la realtà era un po’ come il modo di quei miei
amici che non partivano da una disperazione, è un modo
diverso… Cioè, loro hanno dato una testimonianza
bellissima di come si vive moralmente. Era questo il
problema? Cioè il capitolo parla di questo? Sì. Io a dire
il vero quando ti ho scritto la domanda non avevo in
mente il capitolo. Esatto. Questo è il punto. È per questo
che ti ho fatto intervenire. Poi rispondo alla tua domanda,
non è che te la cavi così…
Io volevo partire da un fatto per poi dire come, secondo
me, c’entrava con il capitolo. Il fatto è questo: a Natale
facciamo una cena con le persone che accompagniamo
nella ricerca del lavoro, che abbiamo incontrato e via
discorrendo. Tra queste mi viene in mente un signore
che avevamo incontrato ad aprile, che un’amica aveva
incontrato una mattina in metrò che suonava la tromba e
aveva un cartello «Cerco lavoro»; si è fermata, l’ha
incontrato, e dopo alcuni giorni ci siamo visti alle sette di
mattina. Noi l’abbiamo visto solo quel giorno, poi io me
lo ero dimenticato, la mia amica se lo era dimenticato
quanto me, non l’abbiamo più sentito. In questi giorni,
mentre facevo la lista degli inviti, mi è venuto in mente
quell’incontro che è stato uno spettacolo, i suoi occhi,
com’era curioso e tutto quanto. Insomma, chiamo la
mia amica, mi faccio dare il cellulare. «Hai ancora il
cellulare?». «Guarda, ce l’ho». Me l’ha dato. Questo
è un ucraino. Lo chiamo: «Ciao, come stai?». Mi ha
riconosciuto e ha risposto: «No, non ci posso credere,
ma che bello!». Gli ho detto: «Come fai a ricordarti di
me?». «Ma come posso dimenticarmi quel giorno!». E
noi non è che gli siamo stati dietro, lo abbiamo aiutato
a trovare lavoro, mi ha detto che stava lavoricchiando.
Gli ho detto: «Vieni venerdì?». «Vengo, vengo di corsa».
Ed era tutto contento. A
me questo ha fatto venire in mente il capitolo della
Scuola di comunità, quando parla della concezione che
Gesù ha della vita, che a un certo punto dice che «è nella
concezione della vita che Cristo proclama, è nella immagine
che Egli dà della vera statura dell’uomo, è nello sguardo
realistico che Egli porta sull’esistente umano, è qui dove il
cuore che cerca il suo destino ne percepisce la verità dentro
la voce di Cristo che parla; è qui dove il cuore “morale”
coglie il segno della Presenza del suo Signore». E poi a
un incontro recente tu avevi detto una cosa meravigliosa
sullo stesso passaggio: «Per questo quando uno si trova
davanti a Uno che guarda così Zaccheo e la Samaritana,
o che dice: “Maria!”, coglie la portata che ha, capisce
che non è un fatto sentimentale e che quello sguardo è
così impossibile all’uomo che quando succede è il
segno del divino, altro che essere sentimentali! È un
giudizio quello sguardo, questo è il tuo valore; te lo fa
sentire, te lo fa sperimentare, ti fa vibrare e solo il
divino può fare questo. È da questo che uno scopre
tutto il valore della propria persona, perché mai sono
stato guardato così, mai nessuno mi ha fatto prendere
consapevolezza di me così e quindi mai nessuno si
è rivelato così divino come Lui. Questo dice di più di
Gesù che qualsiasi altra cosa, più del fatto che
guarisca le gambe o restituisca la vista». A me questo
colpiva perché questo ucraino non ha detto tutte
queste cose, ma nel suo sguardo, per come era
contento, in lui vibravano gli stessi tratti, gli era
accaduta la stessa cosa. Invece tu quando me l’hai
raccontato prima neanche ti eri reso conto di che cosa
stavi raccontando! Allora, cosa succede, amici? Che
possiamo raccontare fatti strepitosi come quelli che
abbiamo sentito, ma quando domando: «Tu da questo
cosa hai imparato? Cosa ti ha colpito?», silenzio!
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Colpisce che l’altro sia colpito. «Ma tu? Che cosa hai
colto tu di quel che è capitato a lui?». Perché questa è la
portata di questo capitolo. Per questo Giussani – comincio
a entrare nella questione –introduce il capitolo con una
premessa che è decisiva; decisiva non soltanto per il
capitolo, per capire il capitolo, per capire il senso, il
nesso, come diceva la domanda, per non perdere il filo
con il resto del libro, ma soprattutto per non perdere
ciò che succede nella vita davanti a noi, per il nostro
cammino di fede. Tutta la questione di questo capitolo è
se esso riguarda la morale o la conoscenza. Perché se
riguarda la morale, quel che stupisce è che ci siano
persone brave che davanti a una situazione difficile
non sono disperate, oppure che ci siano persone che
aiutano altri a cercare lavoro. Dio può usare anche noi
per arrivare ad altri, ma noi non ci rendiamo conto di
che cosa significa quello che il Signore fa accadere
davanti ai nostri occhi per il nostro percorso di fede: ecco
perché è una questione di conoscenza! Per questo la
prima lettera che citavo si conclude con questo bellissimo
paragone: «Mi sembra di assumere le cose dette come
vere [possiamo dire delle cose vere], ma non di partire
da un’esperienza fatta [uno racconta questi fatti che
succedono agli altri, ma non come una “esperienza che
faccio io”], perciò ciò che leggo non incide sulla vita».
Allora, rispondendo al penultimo intervento dico che
l’esperienza di un amico diventa un’esperienza tua se
quel che hai visto nella tua amica – che è l’ultima
arrivata, tra l’altro – lo rivivi tu. Come ci ha testimoniato
tante volte don Giussani: l’ultimo che arrivava poteva
essere colui che lui seguiva, perché la sequela, come ci
ha sempre detto, è rivivere l’esperienza che vedo fare
a un altro. Ecco, la questione è che tu possa rifare
l’esperienza che ha fatto l’amica che ha colpito te.
In realtà, che cosa mette in evidenza questo?
Che qui siamo davanti a un problema di metodo: come
è possibile che quel che è capitato alla tua amica diventi
tuo? È questa la portata della premessa. Perché non è che
don Giussani non avesse altro da fare che farci una
premessa sulle condizioni di possibilità della conoscenza
di qualcosa che va a spiegare dopo; no, è che senza
renderci conto – come vedete anche voi – non cogliamo,
e diciamo delle cose pur vere ma che non sono
un’esperienza. Perché? Perché per cogliere quel che ha
colto quell’ultima arrivata occorre «una genialità umana»,
dice il capitolo. Che cosa vuol dire «genialità umana»?
Se adesso facciamo il paragone con quel che abbiamo
ascoltato, ci renderemo conto che questa genialità umana
non è un livello di santità – dice a pagina100 –, non è un
livello di irreprensibilità etica, non stiamo parlando di questo.
Per cogliere quel che sta succedendo, ciò che occorre è
l’apertura originale dell’animo. Nel Vangelo tutta la partita
si gioca su questo. I farisei erano infinitamente più
irreprensibili dei pubblicani, ma non coglievano, né erano
disponibili a cogliere, ciò che succedeva davanti ai loro
occhi. I pubblicani avevano tutto da rimproverarsi, erano
eticamente impresentabili, ma avevano questa apertura,
tant’è che andavano da Gesù e gli altri li attaccavano per
questo. Allora, la questione è che per cogliere quel che
quell’amica ha colto ci vuole una genialità umana: lì ha
visto Gesù! Non ha detto soltanto che erano bravi, ha
colto che quel che ha visto in loro non poteva ridursi a
forza o energia loro; per spiegare ciò che vedevano i
suoi occhi ha detto: «Io lì ho visto Gesù». La tua amica
ha visto quello che anche tu hai visto, ma tu non hai
colto niente di quello che vedeva lei; i fatti erano lì,
davanti a te, ma tu hai colto quello che ha colpito lei,
tu sei stato colpito dalla tua amica. Dunque tu stavi
facendo con l’amica l’esperienza che lei aveva fatto con
gli altri, ma non te ne rendi conto, e per questo mi
domandi: «Ma io posso fare l’esperienza che fa la mia
amica?». Tu la stai già facendo, ma non ti rendi conto
che la stai facendo! Se non fosse così, non avresti
nemmeno fatto l’intervento stasera, perché non saresti
stato colpito da quella donna, l’ultima arrivata. Vero?
Il fatto che tu abbia intercettato in quella donna quel che
hai intercettato vuol dire già che, attraverso di lei, stava
arrivando a te quel che era successo a lei. Si capisce?
Per quanto riguarda l’ultimo intervento, dico: amico, non
avevi colto che, attraverso quel che stava succedendo al
signore ucraino, stava arrivando a te l’identica esperienza.
Eri tutto gasato nel descrivere come era rimasto colpito il
tuo amico, ma non ti sei reso conto che il Mistero aveva
colpito il tuo amico affinché tu potessi toccare con mano
un’esperienza vivente (altro che dire le cose giuste o fare
un discorso citando qualcosa che ho detto a qualche
incontro!). È decisivo che non ci lasciamo scappare la
possibilità di essere coinvolti nel presente in un’esperienza
che ci faccia toccare con mano Cristo. Questo, invece,
alcuni lo colgono.
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Leggendo il capitolo ottavo su cui stiamo lavorando mi
sono chiesta: ho mai incontrato un uomo così, cioè con
una moralità da cui scaturisce l’amore infinito alla persona?
Non posso non guardare agli Esercizi del Clu appena
conclusi. In questi giorni ho sperimentato la presenza di un
uomo così, immedesimato con Cristo. Mi ha colpito
quando la domenica mattina ci hai detto:
«Stamattina vi ho pensato e ho provato per voi una
grande tenerezza, una tenerezza infinita per il vostro
destino». Sorge inevitabile la domanda: chi è costui che
prova tenerezza per me? Mi sono trovata davanti un
uomo come me, con il mio stesso desiderio, la mia stessa
carne, ma che mi guarda come se io avessi un valore infinito.
Accade oggi un’esperienza…
Accade oggi un’esperienza come quella di duemila anni
fa! Accade oggi! Non è che stiamo parlando di un ricordo
e adesso facciamo la teologia sul ricordo. Si capisce la
portata del capitolo? Accade oggi un’esperienza che rende
ragionevole la strada che ci proponi, e con questa gratitudine
nel cuore mi rilancio alla scoperta del quotidiano.
Che cosa è servito a te, per il tuo percorso della fede, quel
che hai detto? Questa è la questione: se quel che è successo
agli Esercizi di Rimini questo fine settimana è servito a te.
A me è servito per poter avere le ragioni per essere qui.
Cioè?
Cioè per poter dire: questo percorso mi corrisponde e
mi interessa. Uno intercetta per sé la portata di quel che
accade davanti ai suoi occhi. Non mi interessa adesso con
chi succeda, questo è secondario (può succedere con uno
a cui trovi il lavoro, può succedere con un’amica che inviti,
può succedere con chi predica gli Esercizi), non importa.
Il problema è se in tutto quel che accade, quando accade
davanti ai nostri occhi, noi possiamo riconoscerLo. Capite?
Il problema di questo capitolo non è la morale, perché
questo capitolo è una tappa in più del percorso della fede:
è soltanto se noi adesso possiamo riconoscerLo nel
presente che possiamo vivere questo capitolo – come
dicevamo prima – non come la ripetizione di cose pur vere,
ma come possibilità di esperienza oggi di ciò di cui parla il
capitolo. Con una ulteriore considerazione: che la questione
è che ci sono persone – e questo lo desidera ciascuno
di noi – che intercettano, in quel che succede, la presenza
di Cristo. Perché Giussani fa questo? Dice: «Il valore di
una persona non viene […] colto direttamente [non è che
vi appaia qui la Santissima Trinità] […]. L’intimità personale si
lascia comprendere nella misura in cui si rivela […]
attraverso i “gesti”» (All’origine della pretesa cristiana,
p. 99), i segni. Sono come i sintomi che il medico può
riconoscere, nella misura in cui è in grado di cogliere,
in questi sintomi, la portata della malattia. Guardate che
espressione: «Per cogliere e giudicare il valore di una persona
[…] occorre una […] “genialità umana”»! «Cogliere» e
«giudicare»: riguarda la conoscenza. Occorre una sensibilità
umana che è fatta di «sensibilità naturale», di «completezza
dell’educazione» e di «attenzione». Perché solo così
possiamo «interpretare i gesti di quella persona come
segni significativi in quel preciso senso» (ibidem, p. 99).
Allora ciò di cui sta parlando il capitolo ottavo è qual è
la genialità umana: non è una dote particolare – noi
sentiamo la parola “genialità” e pensiamo a qualche
genio strano e diciamo: «Io non sono un genio, allora non
posso coglierlo!» –, no, la genialità umana di cui parla non
è quella che intendiamo nel linguaggio comune. È invece
quella disponibilità, quell’atteggiamento, quell’apertura
originale che consente di capire, come è accaduto
all’amico ucraino o alla signora che va per la prima volta
alla Fraternità o a lei universitaria: tutti possono cogliere
quello che sta succedendo. Tutta la questione, dunque,
è nel comprendere che non è una irreprensibilità etica,
ma una apertura originale. E questo ha a che vedere
con quel sentimento proprio della creatura, cioè
con quella consapevolezza che uno ha di sé di
ùna dipendenza totale dell’essere dal reale, per cui uno si
lascia colpire dal reale, toccare dal reale. Senza questo
non si può comprendere; come accade tante volte, non è
che noi non raccontiamo cose che ci colpiscono, ma non
le comprendiamo; o meglio: qualcosa comprendiamo,
perché altrimenti non lo diremmo, ma ci sfugge il meglio.
E che cosa vuol dire non comprendere? Non percepire
 il valore di quel che vediamo. E perché succede questo?
Perché manca la disponibilità a capire. E perché manca
questa disponibilità a capire? Non perché uno dice:
«Non voglio averla», ma perché tante volte noi riduciamo
questa disponibilità a mera spontaneità. «Siccome noi  veniamo
al mondo come i bambini con questa apertura originale che si
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dimostra nella curiosità che hanno su tutto, allora vuol dire
che questo rimane così per il resto della vita». Niente di
più contrario all’esperienza! Questa apertura originale, se
uno non si impegna nel tenerla costantemente spalancata,
non resiste, e allora non cogliamo più quel che succede.
Tanto è vero che gli ultimi sono i primi, cioè sono coloro
 che ancora hanno la capacità di lasciarsi sorprendere;
noi ne abbiamo già viste di tutti i colori, le cose sembrano
non parlarci più, allora al massimo ripetiamo un discorso,
ma non facciamo più un’esperienza. Si capisce? Questo
è in gioco in tutto il capitolo ottavo. Senza questo che
cosa succede? Che raccontando dei fatti bellissimi e
strepitosi noi perdiamo la fede per la strada, perché
tutto quel che accade non incrementa la fede, non
cementa – mi diceva un’amica –, «non cementifica il
rapporto con Lui». Perché tutto il capitolo ha come scopo
che ogni cosa che succede possa diventare qualcosa che
cementa, che incrementa la certezza. Perciò questo capitolo
è all’interno del percorso della fede. Non è che adesso
don Giussani sia arrivato alla divinità di Gesù, cambia
discorso e ci parla di morale o antropologia; no, tutto
questo, perfino la premessa iniziale, è per aiutarci a cogliere
quel che è successo. E mi colpiva, nell’ultimo intervento,
che ciò risponde anche a una delle questioni che è emersa
all’inizio dell’anno, da quando abbiamo parlato dell’«essere
chiamati per nome»: tante volte uno lo concepisce in modo
personalistico: «Se Gesù non viene a casa mia così come
va a casa di Zaccheo, io non mi sento preferito». Lei era
una tra cinquemila agli Esercizi del Clu, e cosa le è successo!
Ho anch’io partecipato agli Esercizi del Clu… Un’altra tra
cinquemila. E posso solo dirti che sono tornata a casa più
ferita che mai. Ho discusso con mia mamma su una
questione un po’ delicata. I miei sono divorziati da
anni, e da quando sono un po’ cresciuta mi sono resa conto
che questa è una situazione che crea molte tensioni con mia
mamma. Lei ha sofferto molto, tutt’ora soffre al pensiero che
lui si sia ricostruito una famiglia abbandonandoci.
Per quanto io capisca il suo dolore e la sua rabbia, non posso
non pensare che lui sia mio padre,
non posso pensare di essere nata da uno che non mi
vuole bene, mi vengono i brividi a tale pensiero.
Crescendo mi sono spesso trovata a dover scegliere,
davanti alle loro litigate, a chi dare ragione. È come se
dovessi scegliere uno dei due a cui fare meno male, e
per me è un tormento, non riesco a scindere il mio bene
dal vedere il loro bene. Di solito provo a dimenarmi in mille
discussioni per far quadrare tutto, provando a compensare
da una parte e dall’altra. Stavolta però non ci sono riuscita,
non sono riuscita a soffocare ancora una volta me, il mio
cuore che non mi lascia più dare giudizi superficiali (come:
che sfortuna che mi sia data una famiglia così!). Dopo
gli Esercizi ho un pensiero che mi assilla, risento
continuamente la tua frase: «Solo il divino salva la nostra
statura umana». Possibile che tu mi abbia presa in giro
dicendomi così? Possibile che tu non comprendessi anche
me in questa frase, me e la mia famiglia, esattamente così
com’è? No. Per quanto mi sono commossa in questi
giorni, per quanto ho sentito vibrare il mio cuore in questi
giorni, per come sento più bruciante tutto, non possono
che essere anche per me tutte le cose che hai detto, non
mi sarei sentita chiamata così. Non so cosa sia la scelta
giusta, se e quanto vedere mio padre e la sua famiglia; so
che guardando la mia vita con negli occhi ciò che ho visto
a Rimini comincio a uscire di più io, col mio bisogno di
Uno che prenda tutto di me e della mia vita, che abbracci
 i miei genitori più di quanto non siano riusciti ad
abbracciarsi loro. Mi viene da piangere se penso che mai
ho guardato entrambi e me in questo modo. È uno sguardo
dell’altro mondo in questo mondo, uno sguardo che
lentamente sta prendendo tutte le parti della mia vita e che,
piano piano, cerco sempre di più. Sono inquieta, ma sto
iniziando proprio ora un cammino di verifica,
immediatamente. E questo è un cammino umano.
Grazie. Questa amica ha fatto un’esperienza o ha ripetuto
qualcosa di vero del testo? Solo chi ha fatto un’esperienza
può capire la portata di quel che ha citato: «Solo il divino
salva la statura dell’umano», e per questo può affrontare
il presente senza essere soffocato da una situazione come
quella descritta. Perfino in una situazione come questa si
sente chiamata così: una tra cinquemila, per quel che ha
visto in questi giorni. E che cosa ha visto? Uno sguardo
dell’altro mondo in questo mondo. Qualcosa di reale e
presente, non una lezione di antropologia o di etica.
Fino al punto che
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adesso può sfidare qualsiasi riduzione. Questo è sentimentale o produce un cambiamento che le
consente di stare davanti alla sfida che ha descritto? Ciascuno decida! Perché che qualcosa sia
sentimentale o no dipende dalla capacità di cambiamento, di presa che ha su di me per farmi
affrontare il reale, per stare nel reale, davanti alle sfide del vivere. E se noi non cogliamo questo, il
capitolo diventa un’occasione in più per fare la nostra riflessione, i nostri commenti sul testo, ma
senza che succeda qualcosa di presente, per cui non capiamo e neanche possiamo cogliere che solo
il divino salva la nostra statura umana. Lo possiamo ripetere, perché lo ripetiamo tante volte, e
possiamo ripeterlo ancora, come diceva sempre la prima mail; «come cose dette vere, ma non a
partire da un’esperienza fatta, perciò ciò che leggo non incide sulla vita». Incide sulla vita, invece,
quando lo capiamo bene? Altroché! Incide molto di più di qualsiasi altro tipo di strategia. Ma
perché possiamo vederlo incidere occorre che noi abbiamo la genialità umana di cogliere quel che
accade. E si vede che uno non si ferma lì, che quello non è il punto di arrivo, bensì il rilancio di un
desiderio di verifica. «Sono inquieta, sto iniziando proprio ora un cammino di verifica».
Immediatamente! Uno ha desiderio di vedere se questo è in grado di reggere nella vita. Quindi tutta
la portata del capitolo sta proprio in questo: se noi possiamo fare un’esperienza nel presente. Perché
Gesù non ha cambiato il metodo, e Giussani non ha cambiato il metodo che ci ha mostrato
dall’inizio fino a ora; questa è una radicalizzazione, perché tutto quel che diceva nella premessa,
che non possiamo dare mai per scontata, è la condizione perché io possa rendermi conto del gesto
più illuminante, del segno quindi più significativo che fa Gesù. Questo, diciamo, è il culmine di
tutto il percorso della rivelazione di Gesù, l’ultimo passo. E questo dice tutta la genialità di
Giussani, perché che uno possa cogliere nella concezione che Gesù ha della vita tutta la portata,
tutta la novità di Gesù, la Sua divinità, è strepitoso. Occorre la genialità di Giussani, perché in
nessun libro di cristologia appare una cosa del genere, un capitolo come questo. E questo dice del
carisma a cui noi apparteniamo. Altro che discorsi sull’antropologia! E per questo noi, affrontando
il capitolo, possiamo essere infedeli al carisma, cioè rovinarlo, non rendendoci conto di ciò di cui
stiamo parlando. La stessa genialità che ha avuto Giussani per coglierlo è quella che abbiamo avuto
noi per coglierlo in tutto ciò che succede, perché, come vedete, succede davanti ai nostri occhi, non
soltanto in quel che leggiamo nel capitolo, ma in ciò che accade nella vita. Giussani ce lo descrive
per farci rendere conto che questo è quel che sta accadendo davanti ai nostri occhi. E quando uno lo
percepisce si sente chiamato per nome, anche se è uno tra cinquemila, non ha bisogno che qualcuno
vada proprio a casa sua, uno si sente chiamato per nome. Perché? Per quello che si leggeva prima,
perché solo il divino può avere uno sguardo così sull’umano, salvare l’umano. È nella concezione
della vita che Cristo proclama, è nello sguardo che Lui ha sull’uomo che chi ha il cuore con questa
disponibilità coglie il divino. Perciò se il cuore è solo una nozione riguardante il nostro senso
religioso, che poi lasciamo nell’armadio perché «adesso stiamo parlando di Cristo», non cogliamo
ciò che accade, e invece coloro che arrivano per la prima volta lo colgono, eccome, perché per loro
è un incontro. Ma quel che succede a loro, come quel che è successo a noi, non dice soltanto del
primo incontro; è il cammino di ogni incontro, è il cammino per cui noi abbiamo bisogno
costantemente di Cristo. Altrimenti poi ci lamentiamo: «Sì, all’inizio fu così, ma poi è sparito». E
noi pensiamo di poter vivere di rendita? Vedete se potete vivere delle rendite! No, perché Cristo
non ha cambiato il metodo. Il problema è che l’abbiamo cambiato noi! E pensiamo che non
abbiamo più bisogno che succeda questo. Cambiamo noi il metodo e invece di stare attenti a quel
che succede, ci facciamo i commenti sopra! Molto diverso. È evidente che, poi, uno dica che
un’esperienza così non incide sulla vita: non può incidere. Per questo, invece, «il cuore che cerca il
suo destino [cioè che ha questa apertura] ne percepisce la verità dentro la voce di Cristo […] coglie
[coglie, intercetta] il segno della Presenza del suo Signore» (ibidem, p. 104). È così che possiamo
vivere il Natale, cogliendo la presenza del Signore, altrimenti per noi il Natale sarà un devoto
ricordo; interessante come elemento culturale o religioso, ma non come qualcosa presente.
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La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 29 gennaio alle ore 21.30. Per la prossima volta
– come vedete si capisce adesso perché il capitolo è “strepitoso”, per questo non abbiamo fretta –
facciamo dal punto 2 fino al punto 4, cioè dalla pagina 103 alla 116.
«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro
che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore,
dall’isolamento» (Francesco, Evangelii Gaudium, 1). Perciò anche questo Natale è un’occasione di
rileggere l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco, perché possiamo noi
partecipare di questo gaudio, di questa gioia dell’annuncio di Cristo che viene e che diventa carne
per noi.
In proposito ho rilasciato un’intervista su Avvenire che può aiutare a introdurvi alla lettura del testo.
Gli Esercizi della Fraternità si terranno dal 4-6 aprile. Le persone che desiderassero partecipare
agli Esercizi e non fossero ancora iscritti alla Fraternità, devono farlo entro il prossimo 27 gennaio
perché a questi esercizi partecipano infatti solo gli iscritti alla Fraternità.
Video per il 60° della nascita di Comunione e Liberazione. Per i 60 anni del movimento (il
prossimo anno) vorremmo realizzare un video che documenti quale ricchezza e novità di vita
l’incontro con il movimento porta nella propria realtà quotidiana. È un desiderio di comunicare
quello che siamo, dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni dove ci hanno buttato tutto il
fango possibile sui giornali. Questo ci riguarda tutti, per questo sfida la creatività di tutti. Se tu
dovessi dire che cosa significa portare il pacco alimentare a una famiglia povera o che cosa significa
aiutare uno a trovare lavoro, come lo diresti attraverso un piccolo video che documenti in modo non
didascalico soltanto, non come un discorso, che cosa significa la vita che facciamo?
È importante che tutti quelli che possono contribuiscano con brevi filmati. Non è una cosa per
“addetti ai lavori”. Sul sito www.video60.clonline.org trovate le indicazioni operative. Vi prego di
prendere l’avviso per la portata che ha, per poter dire in modo bello, suggestivo, interessante perché
siamo del movimento, che cosa ci è capitato.
Come sapete le Tende AVSI sono uno dei gesti di caritativa che il movimento intende proporre a
tutti. Ciò che abbiamo incontrato ci fa interessare a tutto, perciò non possiamo non stupirci delle
esperienze di nostri amici che hanno realizzato opere dove viene affrontato in modo più umano il
lavoro, l’accoglienza e l’educazione in situazioni di povertà, come in Siria, Kenya, Perù e Ucraina.
Il titolo di quest’anno delle Tende è: «Storie di un nuovo mondo». Il gesto delle Tende potrà essere
per noi la possibilità di guardare l’origine e cosa genera una posizione umana di questo tipo. Sarà
un’ulteriore occasione di verifica della fede.
Buon Natale a tutti e a tutti gli amici in collegamento che ci hanno seguito via Internet.
Veni Sancte Spiritus

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