venerdì 1 novembre 2013

«Saper riconoscere i segni del bene nella nostra vita e nelle nostre città»


 Scola_Monumentale
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«Che il nostro cuore si apra a una grande speranza, perché la vita eterna non è un’illusione, è già qui, è già cominciata» con i segni di bene che esistono tra noi.
Lo dice, sotto un cielo grigio, tipicamente autunnale, il Cardinale che presiede la celebrazione eucaristica per i Defunti, come tradizione all’aperto, nel piazzale all’ingresso del cimitero Monumentale.
E sono i segni “buoni”, anche in momenti difficili per Milano come dopo gli omicidi di questi giorni, che l'Arcivescovo sottolinea, invitando a guardare «alle persone che si impegnano a tutti i livelli in ambito sociopolitico con nel cuore un ideale forte, che condividono il bisogno degli ultimi – pensiamo ai dati del rapporto Caritas di questi giorni sulle povertà – alle donne e agli uomini che continuano ad animare di segni positivi tutti i nostri grandi quartieri e i luoghi della vitalità periferica».
Il riferimento è al triplice omicidio a Quarto Oggiaro. «Il modo migliore per deplorare queste infamie è quello di costruire un tessuto sociale rinnovato. Quindi bisogna che Milano rafforzi la sua solidarietà, il suo senso civico, che si guardi gli uni agli altri a partire dal positivo, dal bene che c'è. Certo questi fatti provocano interrogativi, angoscia e paura, ma con cuore commosso abbiamo potuto leggere del bene che, comunque, percorre le strade di Quarto Oggiaro. Per compiere il bene dobbiamo essere una fiammella che accende un’altra fiammella, che accende rapporti davvero umani nella compagnia cristiana e nella società civile. Ogni uomo che compie il bene anticipa il destino di vita buona e di beatitudine definitiva per cui siamo qui oggi a pregare per i nostri cari che non sono scomparsi, ma sono solo in una diversa condizione di vita».
Tanti i fedeli che l’Arcivescovo ha di fronte, padre Francesco Bravi, Provinciale dei Frati minori di Lombardia, cui è affidata la Cappellania del cimitero, nel suo indirizzo di saluto iniziale, ricorda la coralità di una testimonianza di fede convinta “cui stiamo assistendo”.
E del Monumentale come di un «prezioso luogo che ci dice che la morte non è riuscita a distruggere i legami potenti di familiarità che costituiscono la nostra persona», parla anche il Cardinale. «Siamo qui non soltanto per il ricordo, ma perché la fede ci insegna che i morti non stanno alle nostre spalle ma ci precedono».
Aspetto, questo, particolarmente importante che ci permette di cogliere che essi ci hanno solo anticipato in quello stato finale di vita dove toccheremo con mano che l’amore ha vinto la morte, nota l'Arcivescovo.
«È Il Signore stesso che ci documenta, nella sua persona, il primato dell’amore sulla morte, annunciando il volto misericordioso del Padre e la potenza dello Spirito, offrendo la sua vita di innocente sul palo della croce, liberandoci dalla morte e da quella che l’Apocalisse descrive come la “seconda morte”, conseguenza del peccato non disposto a chiedere perdono».
E se la definitività è il luogo della felicità, della riuscita piena, fondamentale è cogliere, allora, che fin dalla vita terrena possiamo intravedere le beatitudini.
«Anzitutto in tanti semi buoni, come l'amore tra gli sposi, negli ideali autentici nella partecipazione alla vita civile e sociale, nel martirio dei fratelli cristiani che vanno incontro con la morte all’Agnello». Frutti buoni che anche se non si possono separare dalla zizzania, sono segno della presenza dell'amore di Dio che tutto vince.
«Dobbiamo lasciare questo luogo della pietà profonda consapevoli che l’amore di Dio è più forte di ogni prova e che niente e nessuna creatura potrà mai separarci dal suo amore».
Da qui la responsabilità: essere capaci di rispondere all’amore di Cristo offerto a tutti. Il pensiero è, appunto, per i “semi buoni”, per chi si impegna nella generosità, perché solo il bene può contenere il male, come il Cardinale stesso aveva detto poco prima, a margine della Celebrazione
«Certamente sono necessarie le virtù civiche perché siamo nel contempo cristiani e cittadini e, più che mai in una società plurale, vi deve essere uno stile di convivenza che non può prescindere da atteggiamenti come la tensione a mettere in comune la propria esperienza, a rispettare fino in fondo grandi valori quali l'ambrosianità che ha saputo sempre coniugare, nella distinzione, la dimensione religiosa e quella civile».
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Dopo la benedizione finale, il saluto dei moltissimi fedeli che stringono le mani del Cardinale, per una parola, un saluto personale, una carezza magari a un bimbo tenuto in braccio: Tanta gente di tutte le età che lo segue fino al Famedio dove l'Arcivescovo rende omaggio a Manzoni e ai milanesi che hanno fatto grande la metropoli. Infine, la preghiera davanti alla sepoltura di don Luigi Giussani, breve e intensissima.  

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