domenica 3 novembre 2013

Andare a nozze. Omelia di Don Carlo Venturin 2^ dopo la Dedicazione – 3/11/2013


2^ dopo la Dedicazione – 3/11/2013

Isaia 25, 6-10      la visione finale della storia umana, la grande festa
Salmo 36             “Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio
Rom 4, 18-25     La fede di Abramo, saldo nella speranza contro ogni speranza
Mt 22, 1-14         Quando pretendiamo di escludere qualcuno, escludiamo noi stessi

Andare a nozze

L’invito-comando di Gesù di andare sino ai confini della terra (domenica scorsa), garantendo la sua presenza, oggi viene presentato sotto un’altra forma: il mondo intero come pranzo di nozze del Figlio del Re e tutti invitati, tranne chi si autoesclude.

Quella narrata è una delle ultime parabole riguardanti il Regno di Dio in forma di “Pranzo di nozze”, una grande festa, non solo nell’eternità, ma nel quotidiano, nelle relazioni, nel tempo, nei consumi e nel possesso dei beni: vivere la solidarietà con gli altri (la Carità) e con il mondo-campo-creato; al pranzo “BUONI E CATTIVI”, l’inclusione, non l’esclusione.

Gesù è nel Tempio, si rivolge agli Scribi e ai Farisei, che conoscono i Profeti e il racconto di Isaia, la confluenza di tutti i popoli sul monte per il “banchetto di grasse vivande… di vini eccellenti, di cibi succulenti”. Una grande festa di trasparenza (“strapperà il velo… la coltre distesa… eliminerà la morte… asciugherà le lacrime di ogni volto”). Il Salmo commenta il grande amore di Dio per tutti: “Uomini e bestie tu salvi, Signore… le creature si rifugiano all’ombra delle sue ali… perché prezioso è il tuo amore”. I suoi ascoltatori erano coscienti delle immagini bibliche, perciò Gesù nella sua parabola allude ai Salmi e ai Profeti, non ci possono essere fraintendimenti: ogni frase, ogni immagine, ogni riferimento della parabola vengono compresi dagli ascoltatori.
Matteo, raccontando ai suoi lettori il pranzo di nozze, ha presente gli eventi passati di Gerusalemme, la sua distruzione nel 70 a opera dei Romani, truppe di occupazione, l’incendio, la razzia. Così si possono comprendere le immagini crude: “Mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme quelle città”, gli ex invitati “presero i suoi servi, li insultarono, e li uccisero”. I primi invitati non si comportano come Abramo, ospitale con i viandanti, offre il pranzo per loro, aperto alla speranza, contro ogni evidenza, “rafforzò la sua fede” per essere modello “anche per noi” (Paolo).

In questo contesto Gesù si rivolge agli ascoltatori di ogni tempo, ai capi dei Sacerdoti , che poco prima avevano complottato contro di Lui. Narra le nozze del Figlio, che nel racconto subito scompare, il protagonista unico è il Re. Nella parabole per sette volte vi è il verbo “CHIAMARE-INVITARE”, invito respinto da alcuni e accolto da altri. Il Re organizza il Banchetto, Lui passa a “vedere” personalmente i commensali e nota chi è privo della veste nuziale (colui che è presente come “scroccone”, come infiltrato, come un approfittatore, non interessato alla festa). Nel tempo della Chiesa ci possono essere cristiani, entrati in relazione con lo sposo, che tuttavia mantengono usi e costumi, atteggiamenti e convinzioni che niente hanno a che fare con il messaggio evangelico.
L’invito dai primi commensali non è accolto come opportunità, ma come un ingombrante fardello, un disturbo; noi abbiamo ben altre incombenze: gli affari, il Messaggio è una cosa, la mia vita è intessuta di altre preoccupazioni.

Da questo momento l’invito è rivolto ad altri “BUONI e CATTIVI”. Luca, raccontando la stessa parabola, dà contenuto preciso: poveri, storpi, zoppi, . E’ “il campo-mondo”, Dio non esclude nessuno, i chiamati, anche se pochi “eletti “ rispondono.
Il messaggio pieno di complicanze: il Re della parabola è Dio? Si indigna, ammassa le truppe, uccide gli assassini dei servi, incendia le città, scaccia il malcapitato, legato mani e piedi, nelle tenebre fra pianti e stridori di denti; del figlio si accenna solo all’inizio, può essere il figlio di Dio? Ma l’immagine del pranzo conviviale è segno di amicizia, di dialogo, di intimità e questo per tutti; è simbolo dell’Eucaristia e indicazione per come essere nel Campo-Mondo.

Di fronte al banchetto offerto le reazioni sono contrastanti: si è disponibili o no, si è occupati altrove, il pranzo è una incombenza noiosa, si subisce e poi si continua nei propri interessi, alienandosi dagli altri commensali; forse anche alla Messa si è come al “fast-food”, che rovina stomaco e relazioni umane. Per chi è coinvolto realmente il pranzo è l’invito-comando a passare dalla convivialità delle differenze, alla non ostilità delle differenze, alla ricchezza delle diversità.
La religione cristiana è celebrazione di una festa a cui tutti sono invitati: i superficiali, gli affogati nelle banalità, i violenti, i derelitti, gli abbandonati ai crocicchi delle strade.
Il vestito da pranzo indica la nostra mentalità, esprime la nostra fede, manifesta i nostri gusti.
Il banchetto è il più alto simbolo: ha la capacità di dire e di dare il senso profondo delle relazioni umane per generare solidarietà – inclusione – accoglienza.
Il Figlio di Dio ci rende protagonisti con le sue vivande, diventiamo persone che si liberano e nonLiberatori”, che poi chiedono il conto.
Don Carlo 



Di fronte a Gesù gli uomini si dividono. Per questo Matteo mette 
l’accento sull’abito nuziale inteso come compimento della giustizia. 
Questa è l’autentica risposta dell’uomo. 
Il regno è un dono: ad  esso si è chiamati e per esso si è eletti. 
Ma tra chiamata ed elezione sta il tempo della prova, il  nostro 
tempo e colui che è fatto destinatario di tale dono deve dare 
una risposta adeguata.


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