martedì 15 gennaio 2013

DA UN UOMO E UNA DONNA


IN DIFESA DI UN DATO DI NATURA 
La pacifica, grande marcia che ha colmato Parigi affermando: «Sia­mo tutti nati da un uomo e da una donna», ha il sapore di un evento che, dalla cronaca, potrebbe passa­re alla memoria collettiva e forse per­fino alla storia del popolo francese. Quello slogan, né ostile né omofo­bo, ma semplicemente asserente u­na realtà oggettiva, appena vent’an­ni fa sarebbe apparso assurdo, tan­to ovvio è il concetto che sostiene. Che, invece, in centinaia di migliaia siano scesi in piazza per ricordare un dato di natura, dà la misura di quanto lontano, a 35 anni dalle pri­me fecondazioni in provetta, si è già arrivati. Chi affermava che l’avven­to della fecondazione artificiale non sarebbe stato così rilevante per la concezione dell’uomo, è smentito: se l’essere nati, e voler nascere an­cora, «da un uomo e da una donna» è oggetto di una così appassionata difesa, significa che dentro un 'Mon­do nuovo' alla Huxley ci siamo già spinti.
  La folla di ogni età e provenienza so­ciale, di fedi diverse e anche di nes­suna fede, scesa per le strade di Pa­rigi, in certe foto scattate domenica ha l’incedere tranquillo ma massic­cio di una sorta di nuovo, trasversa­le Quarto Stato, come Pellizza da Vol­pedo lo dipinse nel primo Novecen­to. Hanno portato semplicemente se stessi, non provocatori né rivendi­cativi, testimoniando con le proprie facce quella comune umana origine di nati da un uomo e da una donna; chiedendo che questa naturalità sia data anche a chi nascerà domani.
  Se una tale richiesta, fatta in questi corali pacifici termini, venisse giu­dicata a priori passatista e oscuran­tista, si dimostrerebbe solo quanto c’è di puramente ideologico nella pretesa di metter mano alle fonda­menta della procreazione e anche del matrimonio, così come reggono da secoli il vivere comune in Occi­dente. Verrebbe provata l’esistenza di quell’ideologia cui alludeva la fi­losofa Hannah Arendt nel Dopo­guerra, quando, riferendosi alle pri­me ambizioni della scienza di crea­re o modificare la vita in provetta, scriveva che l’annunciato uomo del futuro sembrava «posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un do­no proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che egli stesso abbia fatto». La questione che ha portato tanti a Parigi è, nella sua sostanza, proprio in questa
 ubris rifiutata: lasciate che i figli continuino a provenire da un padre e da una madre, com’è nel da­to di natura che ci precede. (Singo­lare poi il perpetuarsi della contrad­dizione con una cultura ecologista che difende con forza e quasi asso­lutezza di dogma la naturalità, finché si discute di ogm o di equilibri della fauna e della flora del pianeta; ma sembra non riconoscere il diritto a un’uguale naturalità per i figli del­l’uomo).
 
 La novità del 13 gennaio è che certa 'modernizzazione' alla Zapatero – che in Europa sembra ormai un de­stino inesorabile, quando non sia già arrivata – a Parigi ha trovato un fre­no imprevisto, in un fronte trasver­sale e inedito; che senza urla, in pa­ce, ha chiesto che un progetto di leg­ge si fermi, e si ascoltino anche le ra­gioni dell’altra metà (e forse più) del Paese. Indipendentemente da ciò che farà Hollande, una giornata che lascerà il segno; la prova di una pos­sibile resistenza a un 'progresso' a­lienante e apparentemente inarre­stabile, da parte di uomini diversi per storia e appartenenza, ma fede­li alla semplicità di un dato origina­rio: siamo nati tutti da un uomo, e da una donna. 

MARINA CORRADI 

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