domenica 20 gennaio 2013

Carità, sguardo di Dio sull’uomo

il testo integrale del discor­so pronunciato da Benedetto XVI ai parte­cipanti all’Assemblea plenaria del Pontifi­cio Consiglio Cor Unum. 

 Cari amici, con affetto e con gioia vi do il mio benvenuto, in occasione dell’Assemblea plenaria del Pontifi­cio Consiglio Cor Unum . Ringrazio il pre­sidente, cardinale Robert Sarah, per le sue parole e rivolgo il mio saluto cordiale ad o­gnuno di voi, estendendolo idealmente a tutti quanti operano nel servizio della ca­rità della Chiesa. Con il recente Motu pro­prio Intima Ecclesiae natura ho voluto ri­badire il senso ecclesiale della vostra atti­vità. La vostra testimonianza può aprire la porta della fede a tante persone che cer­cano l’amore di Cristo. Così, in quest’ An­no della fede il tema «Carità, nuova etica e antropologia cri­stiana, che voi af­frontate, riflette lo stringente nesso tra amore e verità, o, se si preferisce, tra fede e carità. Tutto l’ethos cristiano riceve in­fatti il suo senso dal­la fede come «in­contro » con l’amo­re di Cristo, che of­fre un nuovo oriz­zonte e imprime al­la vita la direzione decisiva (cfr enc. 
 Deus caritas est ,
 1).
  L’amore cristiano trova fondamento e forma nella fede.
  Incontrando Dio e sperimentando il suo amore, impa­riamo «a non vive­re più per noi stes­si, ma per Lui, e con Lui per gli altri» (
 i­bid. , 33). A partire da questo rap­porto dinamico tra fede e carità, vorrei riflettere su un punto, che chiame­rei la dimensione profetica che la fede in­stilla nella carità. L’adesione credente al Vangelo imprime infatti alla carità la sua forma tipicamente cristiana e ne costitui­sce il principio di discernimento. Il cri­stiano, in particolare chi opera negli orga- nismi di carità, deve lasciarsi orientare dai principi della fede, mediante la quale noi aderiamo al «punto di vista di Dio», al suo progetto su di noi (cfr enc.Caritas in veri­tate, 1). Questo nuovo sguardo sul mondo e sull’uomo offerto dalla fede fornisce an­che il corretto criterio di valutazione delle espressioni di carità, nel contesto attuale. In ogni epoca, quando l’uomo non ha cercato tale progetto, è stato vittima di tentazioni culturali che hanno finito col renderlo schiavo. Negli ultimi secoli, le i­deologie che inneggiavano al culto della nazione, della razza, della classe sociale si sono rivelate vere e proprie idolatrie; e altrettanto si può di­re del capitalismo selvaggio col suo culto del profitto, da cui sono conseguite crisi, disuguaglian­ze e miseria. Oggi si condivide sempre più un sentire co­mune circa l’inalie­nabile dignità di o­gni essere umano e la reciproca e inter­dipendente respon­sabilità verso di es­so; e ciò a vantaggio della vera civiltà, la civiltà dell’amore. D’altro canto, pur­troppo, anche il no­stro tempo conosce ombre che oscura­no il progetto di Dio. Mi riferisco so­prattutto ad una tragica riduzione antropologica che ripropone l’antico materialismo edo­nista, a cui si ag­giunge però un «prometeismo tecnologico». Dal connu­bio tra una visione materialistica dell’uo­mo e il grande sviluppo della tecnologia e­merge un’antropologia nel suo fondo atea. Essa presuppone che l’uomo si riduca a funzioni autonome, la mente al cervello, la storia umana ad un destino di autorea­lizzazione. Tutto ciò prescindendo da Dio,dalla dimensione propriamente spiritua­le e dall’orizzonte ultraterreno. Nella pro­spettiva di un uomo privato della sua ani­ma e dunque di una relazione personale con il Creatore, ciò che è tecnicamente possibile diventa moralmente lecito, ogni esperimento risulta accettabile, ogni poli­tica demografica consentita, ogni mani­polazione legittimata. L’insidia più temi­bile di questa corrente di pensiero è di fat­to l’assolutizzazione dell’uomo: l’uomo vuole essere ab-solutus, sciolto da ogni le­game e da ogni costituzione naturale. Egli pretende di essere indipendente e pensa che nella sola affermazione di sé stia la sua felicità. «L’uomo contesta la propria natu­ra … Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura» ( Discorso alla Curia Romana , 21 dicembre 2012). Si trat­ta di una radicale negazione della creatu­ralità e filialità dell’uomo, che finisce in u­na drammatica solitudine.
 L
 a fede e il sano discernimento cri­stiano ci inducono perciò a prestare un’attenzione profetica a questa pro- blematica etica e alla mentalità che vi è sottesa. La giusta collaborazione con i­stanze internazionali nel campo dello svi­luppo e della promozione umana non de­ve farci chiudere gli occhi di fronte a que­ste gravi ideologie, e i Pastori della Chiesa - la quale è «colonna e sostegno della ve­rità » ( 2 Tm 3,15) - hanno il dovere di met­tere in guardia da queste derive tanto i fe­deli cattolici quanto ogni persona di buo­na volontà e di retta ragione. Si tratta in­fatti di una deriva negativa per l’uomo, an­che se si traveste di buoni sentimenti al­l’insegna di un presunto progresso, o di presunti diritti, o di un presunto umane­simo. Di fronte a questa riduzione antro­pologica, quale compito spetta ad ogni cri­stiano, e in particolare a voi, impegnati in attività caritative, e dunque in rapporto di­retto con tanti altri attori sociali? Certa­mente dobbiamo esercitare una vigilanza critica e, a volte, ricusare finanziamenti e collaborazioni che, direttamente o indi­rettamente, favoriscano azioni o progetti in contrasto con l’antropologia cristiana. Ma positivamente la Chiesa è sempre impe­gnata a promuovere l’uomo secondo il di­segno di Dio, nella sua integrale dignità, nel rispetto della sua duplice dimensione verticale e orizzontale. A questo tende an­che l’azione di sviluppo degli organismi ecclesiali. La visione cristiana dell’uomo infatti è un grande sì alla dignità della per­sona chiamata all’intima comunione con Dio, una comunione filiale, umile e fidu­ciosa. L’essere umano non è né individuo a sé stante né elemento anonimo nella col­lettività, bensì persona singolare e irripe­tibile, intrinsecamente ordinata alla rela­zione e alla socialità. Perciò la Chiesa ri­badisce il suo grande sì alla dignità e bel­lezza del matrimonio come espressione di fedele e feconda alleanza tra uomo e don­na, e il no a filosofie come quella del gen­der si motiva per il fatto che la reciprocità tra maschile e femminile è espressione del­la bellezza della natura voluta dal Creato­re.
 
 C ari amici, vi ringrazio per il vostro impegno a favore dell’uomo, nella fedeltà alla sua vera dignità. Di fron­te a queste sfide epocali, noi sappiamo che la risposta è l’incontro con Cristo. In Lui l’uomo può realizzare pienamente il suo bene personale e il bene comune. Vi inco­raggio a proseguire con animo lieto e ge­neroso, mentre di cuore vi imparto la mia Apostolica Benedizione. 
 Benedetto XVI
 

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