venerdì 21 giugno 2013

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón Milano, 19 giugno 2013


Testi di riferimento: J. Carrón, «Prima meditazione», in «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?»,
suppl. Tracce-Litterae communionis, n. 5, maggio 2013, pp. 14-39.
• Fica mal con Deus
• Il viaggio
Gloria
È ciò che desideriamo tutti quel che abbiamo appena cantato: che «quel 
mondo lontano», che tutti desideriamo, sia «sempre più vero», cioè più 
reale,che determini il vivere. È l’urgenza che tutti sentiamo più potente, 
come si vede nelle domande che arrivano: «Grazie per il lavoro che ci 
stai facendo fare. Dopo una vita nel movimento (ho cinquantotto anni e 
ne avevo sedici quando ho iniziato questo cammino) mi ritrovo a fare i 
primi passi come un bambino che impara a camminare. Ho bisogno che
mi aiuti su quanto leggo a pagina 17 degli Esercizi:“Che guadagno 
sarebbe per il nostro vivere, per il nostro guardare noi stessi, 
se ci comportassimo come don Giussani, cercando di immedesimarci 
con Cristo affinché anche la nostra vita sia piena di quello  sguardo, 
dello sguardo che Cristo rivolge a Zaccheo!”. Lo hai spiegato nella
assemblea della domenica, ma puoi aiutarci ancora? A me è successo 
che senza questo sguardo io non ce la faccio, ma basta che succeda 
quello che io non mi aspettavo (quasi sempre) e subito la certezza su 
di Lui si sgretola». Capite che quando don Giussani ci tiene alla
 personalizzazione della fede e quando il Papa insiste nel proporre
 un Anno della fede è proprio per questo? Infatti se questa fede, se 
questo riconoscimento di Cristo, se questa certezza, non è consistente 
abbastanza – come si vede subito dallo smarrimento dell’adulto 
davanti ai problemi del vivere –, tutto si sgretola. Dice un’altra 
lettera: «Ho iniziato a lavorare sull’Introduzione agli Esercizi della 
Fraternità. Ultimamente ho fatto particolarmente fatica, per nessun 
motivo eclatante, ma perché, in qualsiasi cosa facessi, era come se 
mancassi sempre io.Tutto ha preso il sapore della routine, il fare per 
dovere; la protagonista non ero più io, ma un mio surrogato. Non è 
il vivere drammatico “che taglia le gambe” che ci racconta Pavese, 
ma è un arrancare dietro alle cose della vita, è un malessere che 
non solo mi fa star male con me stessa, ma mi annebbia anche tutto 
il resto, triplica la fatica a stare a casa, si insinua nei rapporti con 
miei amici e mi fa mettere in dubbio perfino il bene che voglio al mio
moroso.E in un momento di estrema stanchezza sono andata a 
confrontarmi con un amico, che mi ha detto che questi momenti 
bui sono quelli in cui Dio mi mette alla prova, mi fa cercare, perché 
quasi mai la realtà soddisfa la nostra aspettativa, c’è un disegno più 
grande per ciascuno di noi. Però anche queste parole mi hanno
portato un sollievo solo momentaneo. C’è sempre un “però” che
incombe. E la domanda che ci fai nell’Introduzione è stata uno 
schiaffo in pieno viso: “Il nostro primo amore dov’è?”. A me non
basta dire che le circostanze, qualsiasi esse siano, sono fatte per me,
non riesco a renderle strada maturante, perché ci soffoco dentro, e 
la consapevolezza di avere tutto e che niente di tutto mi basti non mi 
fa respirare, è una ricerca affannosa che mi conduce sempre a un 
vicolo cieco. Io sono convinta dell’avvenimento di Cristo nella mia 
vita, mi basta guardare le facce che mi sono state messe di fianco, 
però quando tutto sembra venir meno [quando non succede quel che 
io mi aspettavo, diceva la lettera precedente], quando tutto dice 
l’opposto, posso accontentarmi di uno sforzo mentale che mi fa 
appiccicare il nome di Cristo su quel che mi succede (“Tanto so che
 c’è”), nonostante la confusione regni sovrana?». Capite perché 
ripeto quasi ogni volta che ci vediamo la frase di don Giussani: se la 
fede non è «un’esperienza presente, confermata da essa», dove io trovo
la conferma nell’esperienza della convenienza umana della fede, non 
potrà resistere in un mondo in cui tutto dice il contrario, tutto dice 
l’opposto (Il rischio educativo, Rizzoli 2005, p. 20). E allora che cosa 
succede? Non è che manchi l’affermazione di Cristo; ne è convinta – 
dice –, ma se non succede come avvenimento, se non riaccade nel 
presente come avvenimento, si ritrova alla ricerca
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affannosa di qualcosa, a fare quasi uno sforzo mentale per appiccicare 
Cristo. Il nome di Cristo è già vuoto, tutte parole sacrosante cristiane, 
ma l’Avvenimento non si vede più. Per questo non ci basta ripetere 
delle formule che sappiamo tutti («l’avvenimento cristiano», «Cristo») 
con unosforzo, perché davanti al reale tutto questo non basta! E 
questo che cosa implica, allora? Il desiderio di capire di che cosa 
stiamo parlando. Perché quando noi ripetiamo la frase: «Il nostro 
primo amore dov’è?», la sentiamo subito come uno schiaffo potente, 
come un rimprovero, come se il problema fosse che non siamo 
all’altezza (come dicevamo la volta scorsa); invece è un richiamo alla 
memoria di Cristo, al fatto consolante che Lui c’è, come indica 
Giussani parlando del paralitico, è a pagina 20 degli Esercizi: 
sappiamo che l’Avvenimento sta succedendo perché investe la vita, 
perché «il suo rapporto con Dio [diceva del paralitico dopo che era 
stato guarito], il modo con cui quella sera ha pregato, il modo con cui 
si è recato poi nel tempio tutti i giorni, il sentimento della vita che 
aveva quando vedeva il sole tramontare [non solo nel momento “pio”]
o il sole nascere, e quando poi andava a lavorare tutte le mattine con 
l’animo pieno di gratitudine e con l’anima colma di timore misterioso, 
di timore e tremore verso questo mistero di Dio che era arrivato a lui
 […]; insomma, il sentimento verso Gesù [altro che lo sforzo per dire 
il Suo nome a vuoto] […], il modo con cui andava insieme […], il
modo con cui pensava al suo passato [a tutte le bassezze che aveva 
fatto][…], erano tutte azioni che partivano da una coscienza di sé, da 
un senso della sua persona, la cui fisionomia era plasmata […] da 
come Gesù l’aveva investito, da come Gesù l’aveva trattato, da
come Gesù l’aveva conosciuto», da come Gesù stava succedendo 
in lui. Se questo non accade nel presente, e noi non andiamo a 
riconoscerLo, il cristianesimo rimane come qualcosa che non c’è più.
E tutto diventa, di nuovo, che cosa? Uno sforzo per dire un nome 
vuoto, con le parole cristiane. Invece, le stesse circostanze si possono 
vivere determinati da questo. Ascoltate questi due esempi.
«Come sai, dopo circa un mese dal mio arrivo a New York mi sono 
ammalato in forma particolarmente acuta. Per più di un mese sono 
stato incapace di muovermi a causa delle vertigini fortissime che 
subivo. Soprattutto i primi tempi sono stati assai duri, con l’indole 
che mi ritrovo, a star fermo nel letto a New York con mille cose 
che avrei dovuto o voluto fare, e mi ha messo molto alla prova. Mi 
chiedevo: proprio adesso? Ma perché proprio qui? Ed è iniziata una 
battaglia su diversi fronti. Ma il fronte più difficile era l’ultimo, quello 
in cui Dio mi chiedeva di entrare. Per un po’ ho soltanto resistito, 
stringendo i denti, aspettavo che la malattia passasse e basta. Poi, pian
piano, qualcosa ha iniziato a cambiare e il mio cuore di pietra ad aprirsi. 
La compagnia instancabile della mia morosa, di alcuni amici, della 
famiglia, attraverso gli Esercizi, ha lentamente iniziato a segnare la 
mia conversione; lentamente. Il 15 maggio è stato il primo giorno in 
cui sono uscito di casa. Era da tanto che non succedeva. Sono andato 
nel parco qui di fronte a dove abito e, cercando di sopportare i 
giramenti di testa, ho iniziato a fare i primi passi: che spettacolo! Non 
avrei mai detto che accorgersi di poter camminare potesse provocare 
una gioia simile. In quel pomeriggio, guardandomi intorno, ho fatto 
memoria dell’amore che Dio mi vuole. Tutta la mia vita dice con
chiarezza che il mio Signore mi conosce molto meglio di quanto io mi 
conosca. Questo non potevo negarlo. Avrebbe voluto dire cancellare 
la mia storia. Potevo negare tutto, ma non questo. E mi sono detto: 
chissà, forse se il Signore mi dà questa malattia – proprio a me, ù
proprio adesso, proprio qui –, è un regalo [la categoria della possibilità:
 “Forse è un regalo”]. E quel “proprio a me” mi ha fatto scoppiare di 
gioia». Secondo esempio. Scrive un carcerato a un nostro amico: 
«Con grande gioia ho ricevuto il tuo scritto. Non ti preoccupare dei 
ritardi. È proprio vero che non è mai un ragionamento che ti cambia, 
ma è un incontro. La nostra compagnia c’è proprio per questo: per
ricordarci l’incontro fatto, perché è una compagnia al destino. In questo 
periodo abbiamo fatto un discreto lavoro sugli Esercizi del Clu, e, 
grazie all’impegno e al paragone con il cuore e con se stessi, ne è 
venuto fuori parecchio. Io ho avuto giorni molto lieti e un giorno, 
rientrato, ho detto a un amico: “Dio mi ama. Ne sono certo”. Mi ha 
guardato un po’ stupitoperché mi conosce bene e sa tutta la mia 
storia e la difficoltà di ogni giorno, ma non ha potuto fare a meno di 
riconoscere ciò che anche lui sta vivendo con me: l’amore gratuito. 
Sì, caro fratellone, spalancato così davanti a tutto ea tutti riesco a 
non ridurre quel che ho incontrato, ma abbraccio le mie giornate per 
ciò che sono, e ti assicuro che mi stanno dando davvero tanto [come 
duemila anni fa: l’Avvenimento investe l’oggi
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nel carcere, non alle Hawaii!]. Ho avuto modo di incontrare persone 
inaspettate e condividere con loro il mio cammino e trasmettere loro 
un po’ della mia fede. Veramente la gratuità è amore fine a se stesso, 
è la verginità di un rapporto vero. Sì, tu dirai: “Come è possibile non 
farsi muovere dalla convenienza, soprattutto lì dove ti trovi?”. 
Davanti alla bellezza cambia il metodo, ma poi il mio cuore, il mio 
detector, mi segnala sempre l’errore, e sono libero di accorgermene 
e tornare al metodo giusto. Dio ci ha dato il detector e la nostra 
libertà, che è sempre libera fino all’ultimo, in qualsiasi condizione 
viviamo; libera, libera, e questo è bellissimo, un dono di Dio, come 
se all’atto della creazione Egli stesso ci avesse dato questa cosa 
che neppure Lui può toccare: la nostra libertà. Allora il nostro vivere 
durante il tempo della libertà, il tempo nostro che ci è stato dato per
comprendere e per maturare, il tempo di Dio, è la carità di Cristo. 
E questo mio esserci ha un ritorno molto particolare: mi dà la 
sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto. È una
sensazione bellissima che ti fa afferrare l’istante, istante per istante, 
il resto diventa tutto conseguenza. Tu non hai mai provato tutto questo? 
Per me è un lavoro, perché sono circondato dapersone che non vivono
la realtà, ma riducono sempre,  criticano e sono continuamente 
proiettati o al passato trito e ritrito o a un futuro ipotetico che si 
sgretola al primo soffio di vento. Veramente “le Mie vie non sono le 
vostre vie”». Il segno che l’Avvenimento sta accadendo in noi è la 
modalità con cui possiamo vivere l’istante, e il fatto che uno sia 
proiettato al passato o a un futuro ipotetico è il segno che non c’è 
qualcosa nel presente più interessante che qualsiasi immaginazione 
del passato o del futuro. Questa è la natura di un avvenimento: che 
non dipende. Ho letto queste due lettere per mostrare che non 
c’entrano le circostanze in cui ci troviamo a vivere, ma c’entra solo 
che cosa sta succedendo nell’istante, dentro le circostanze.

Da pochi giorni stiamo esponendo la mostra ideata da John Waters 
sull’esperienza di ascolto della musica rock. Si sono coinvolti i ragazzi e 
qualche adulto (anche della mia età). Io ho partecipato alle prime fasi di avvio 
di questa iniziativa e posso considerarmi a pieno titolo uno dei “fautori”. È
però impressionante quanto in ogni istante, dalla presentazione dei mesi 
scorsi all’esposizione di questi giorni, sia stato e sia evidente un avvenimento 
di cui non posso dirmi certamente fautore. Attraverso quei pannelli passa la 
novità di uno sguardo nuovo sui cantanti rock che in qualche modo ha 
toccato ognuno di noi. Mi hanno impressionato i ragazzi (quasi tutti non 
ciellini e abbastanza distanti dal cliché dei ragazzi “religiosi”) che, facendo 
da guida e raccontando di questi cantanti, riconoscono che quegli esempi di 
bisogno, desiderio, grido, non sono affatto sciocchezze e anzi meritano un 
impegno quasi totalizzante, al punto da passare il maggior tempo possibile 
alla mostra, anche fuori dagli orari di apertura. Un gruppo di essi ha anche 
deciso di organizzare un angolo live con pezzi scritti da loro, il cui contenuto 
e le cui sonorità verranno spiegate esattamente sulla scia delle esperienze di 
umanità raccontate nella mostra. Mi ha impressionato anche la novità di 
sguardo degli adulti (me compreso) che si sono coinvolti, capaci di guardare
tutti, di curare i particolari, di coinvolgersi con i ragazzi con cui non avevano 
un rapporto pregresso, di valorizzare momenti di esperienza che dicevano 
essere utili anche per il lavoro che facevano quotidianamente, perché gran 
parte di questi sono anche insegnanti. E quindi vedevo in questi adulti, che 
sono miei vecchi amici, uno sguardo, una novità che mai avevo notato.
Insomma, mi trovo spettatore di libertà provocate, toccate, comprese 
quelle dei visitatori che ci ringraziano e ci rimproverano per non aver fatto 
sufficiente pubblicità all’iniziativa. È uno spettacolo, questo, che io non 
voglio perdere, neanche in nome di preoccupazioni organizzative che
garantiscano il buon esito dell’iniziativa; anzi, a essere sincero, non credo 
proprio di essere stato particolarmente determinato da preoccupazioni 
organizzative, e svariati incidenti di percorso purtroppo confermano questo. 
Ma riconosco pure che uno sguardo che oggi scopro in me così
rispettoso della libertà dei ragazzi e degli adulti coinvolti è il frutto di uno 
sguardo che ho visto su di me, a partire da quello che svariati decenni fa ha 
avuto pazientemente e tenacemente su di me l’allora responsabile di Gs, 
fino all’ultima testimonianza di venti giorni fa (quella in cui si diceva di un 
approccio a un’occasione di lavoro particolarmente fastidiosa, che però si 
concludeva conuna domanda più seria sul valore della vita con quella 
persona), che ha determinato alcuni incontri 
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che ho avuto con clienti particolarmente problematici. Capisco così quanto 
tu ci dicevi agli Esercizi: «Se prevale in noi la presenza di quello sguardo, se 
esso investe la vita, lo si vede dal modo con cui entriamo in rapporto con tutto».

Questo è un esempio di quel che dicevamo: cambia il rapporto con tutto. 
Altrimenti, che cosa prevale? Il lamento, come mi scrive un’altra
persona, richiamando l’episodio di Marta e Maria: «Rileggendo la 
Prima lezione del sabato mattina ho trovato corrispondente quello 
che dicevi tu, cioè che il primo istante è incontrollabile dall’uomo, 
è talmente imprevisto che ci sorprende senza difese, almeno per 
un istante. Infatti questo per me è stato innegabile, tanto da 
commuovermi, ma lo è stato anche per Marta, che era commossa 
quanto me. Eppure dall’avvenimento di Cristo si può essere 
trasfigurati o essere tristi. Io infatti non sono più come prima, invece 
Marta si è ripiegata su se stessa senza guardare davvero quell’istante, 
perché senza bisogno e senza ferita uno chiude qualsiasi possibilità e 
cerca di sistemare le cose. Per me invece è stato determinante avere 
una compagnia che mi aiutasse a giudicare quel che mi era accaduto». 
Che cos’è questa compagnia che mi aiuta a giudicare? Che cosa 
consente di giudicare la posizione di Marta e la posizione nostra? Il 
cuore; se nella nostra esperienza prevale la tristezza, il passato, il 
futuro o se prevale la trasfigurazione, cioè se prevale una Presenza 
che determina la vita. E questo ciascuno di noi lo coglie, come diceva 
l’amico carcerato, lo coglie! Altrimenti il ripiego sul lamento è già il 
primo segno, come ha detto il Papa  due giorni fa: «Cristiani tristi, 
ansiosi, questi cristiani dei quali uno pensa se credono in Cristo o 
nella “dea lamentela”: non si sa mai. Tutti i giorni si lamentano, si 
lamentano; e come va il mondo, guarda, che calamità, le calamità» 
(Discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale della Diocesi 
di Roma, 17 giugno 2013). Invece, da che cosa si vede che il 
cristianesimo sta succedendo come avvenimento? Questa è la 
questione su cui dobbiamo aiutarci sempre di più nel lavoro sugli 
Esercizi: non a ripetere delle frasi, non a fare una lezione, ma a 
sorprendere nell’esperienza che cosa vuol dire scoprire che il 
cristianesimo sta succedendo in me come avvenimento, che cosa 
vuol dire che prevale un’altra cosa. E lo possiamo verificare 
soltanto nel presente, nel presente pieno di una Presenza.

Volevo raccontare un episodio per testimoniare esattamente il contrario di 
quello che tu stai dicendo ora, e cioè che rileggendo proprio questo pezzo – 
quando tu, in modo così chiaro come adesso, hai detto che Cristo è un 
avvenimento ora – si è smascherata in me una posizione di cui tante volte sono
incosciente. Lavoro insieme a una collega con cui è nato un rapporto vero. 
Un paio di mesi fa la invito a venire con me in vacanza in montagna con il 
movimento; lei aveva capito che io ci tenevo sinceramente, le ho detto tutte 
le cose che si dicono quando tu vuoi invitare uno in vacanza. Mi ha detto: 
«Sì, sì, ci penso». Poi, dopo due settimane: «Guarda, ho deciso di non
venire». Quando lei mi ha detto così, io ci sono rimasta malissimo e mi sono 
detta che alla fine va sempre a finire così, che i miei colleghi non cedono mai. 
E questo fatto mi ha sinceramente ferito. Però il punto è quello che è successo 
nei giorni successivi: mi sono resa conto che nei confronti di questa mia collega, 
che – ripeto – è veramente un’amica in quel posto di lavoro, io mi sono
ritrovata assolutamente distaccata, indifferente. E così ho scoperto una mia 
posizione frequentissima nei confronti della realtà (nelle piccole e grandi cose), 
cioè che io mi muovo come se fossi tra due poli opposti: o il possesso o 
l’indifferenza. O il volermi impadronire di una cosa per dire io come deve 
andare, oppure, siccome di fatto, grazie a Dio, non va sempre come ho in 
mente io, ripiegarmi nell’indifferenza, cioè nell’anaffettività. E quando ho letto 
questo pezzo degli Esercizi, mi sono detta: ma in termini esistenziali il fatto 
che Cristo sia un avvenimento che cosa significa? Perché io mi sono ritrovata 
nei giorni dopo esattamente così, cioè con un a distanza e un’indifferenza, 
che è il primo modo per togliere da me la realtà… Il fatto che in termini
esistenziali Cristo sia un avvenimento: zero! È come se io avessi avuto la 
preoccupazione di recuperare con lei anche un interesse, che in quei giorni 
evidentemente avevo perso, ma senza una vera risorsa a disposizione.
Cerchiamo di capire bene che cosa questa indifferenza di cui parli dice 
dell’Avvenimento e di come stiamo vivendo noi la fede.
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Al lavoro ci sono molte cose in ballo, molte prospettive anche molto interessanti, 
però con tanti punti di domanda, che tutti i giorni un po’ mi assalgono, per cui 
mi piacerebbe che tante cose fossero chiare e non lo sono, che tante cose 
fossero definite e non lo sono. Questo nell’ultimo periodo mi stava pesando, 
mi stava pesando molto, e le conseguenze poi le conosciamo un po’ tutti:
uno, così, non ce la fa, e quindi deve o trovare qualcosa che annulli la 
fatica che sente, oppure aumentare la frenesia. Ma è successo che una 
persona con cui lavoro ha parlato di questa stessa cosa, cioè dell’incertezza 
o comunque dell’indeterminatezza di alcune cose che viviamo, in un modo 
completamente diverso da come lo stavo vivendo io, cioè non definita da 
questo, e non in modo superficiale, avendo ben presente tutti gli elementi 
che la rendono particolare, però essendo certa. Allora, quando l’ho sentita 
parlare così mi sono tornate alla mente in un attimo tante cose
che io ho vissuto e che hanno questo accento, un accento inconfondibile: la 
presenza di qualcuno che è nello stesso tempo cosciente dei fattori, quindi 
non è superficiale, ma è certo perché non dipende dai fattori (che non sono 
precisamente come li vorremmo). Questo mi ha completamente ribaltato 
rispetto alla mia posizione, ero veramente attratto, e mi sono detto: ogni 
volta che è accaduto, questo aveva a che fare con Cristo. Dopodiché uno 
il giorno dopo riparte, e non è che i fattori cambino, per cui anche il timore 
su certe cose rimane, ma il punto interessante è che, dopo quel fatto, non 
ero più determinato dall’idea di me stesso (per cui, uso il plurale perché 
mi sembra molto comune tra di noi, facciamo fatica a uscire dai muri che 
ci creiamo), ma ero determinato da un’altra cosa che so essere ciò che 
mi compie. E quindi, nell’affrontare anche il timore di certe cose, mi ero 
reso conto che io prima dipendevo dall’esito che mi aspettavo, adesso io 
dipendo solo da questa Presenza che mi cambia nell’istante.
Uno si rende conto che, affrontando la stessa cosa, un altro la vive in 
modo diverso, non determinato dalle circostanze, con un accento 
assolutamente nuovo, inconfondibile.Tu hai incominciato la Prima lezione 
del sabato mattina dicendo che il cristianesimo si rivela nellasua natura come
risposta a un bisogno presente. E io ho sempre identificato questo bisogno 
in un qualcosa da raggiungere (per esempio nel lavoro: risultati da ottenere), 
in una performance. Due settimane fa è accaduto il più grande successo 
della mia società negli ultimi anni, oltre il prevedibile. Una settimana dopo 
facciamo la nostra assemblea; invece di venire cinquecento persone, ne 
vengono mille: apoteosi! Ciò per cui io avevo lavorato, che pensavo 
essere la risposta al mio bisogno, non solo l’avevo raggiunto, ma addirittura 
superato. Ma io lì ho scoperto che questo mi lasciava ancora addosso la 
sete, e non rispondeva compiutamente al mio bisogno. E quale bisogno? 
Alla sera ho detto a mio figlio: «Guarda, lo sguardo che ho sperimentato 
il giorno in cui siamo andati a Roma dal Papa è tutta un’altra cosa, 
incomparabilmente più grande, erisponde molto di più di questo 
grande successo che mi è capitato al lavoro».
Grazie.
Sabato abbiamo fatto una grigliata per il gruppo di Fraternità. L’avevamo 
preparata tutta molto bene: carne di prima qualità, verdure e tutto il resto, 
abbiamo cucinato fin dal pomeriggio, per cui c’erano tutti gli “ingredienti” 
perché la serata fosse bella. E poi è andata via in un attimo, ma senza che 
ci fossi io. Tornando a casa, in auto, ero triste. Ero triste perché era 
evidente il contenuto dell’esempio che tu avevi fatto nella lezione del 
sabato mattina, quello in cui Giussani aveva sentito una canzone nella 
casa del Gruppo Adulto, per cui ci possono essere tutti gli elementi, 
ma se si dà per scontato Lui, niente risponde all’attesa, niente soddisfa 
il desiderio del cuore. Il fatto che mi ha colpito è che per me non è così 
scontato uscire triste da una serata così, perché, per la mia
convivialità, con una salamella e una birra ho già fatto metà della serata.
Sei a posto! Sono a posto. E allora era evidente il riconoscimento che 
questa nostalgia deriva dal fatto che il cammino di quest’anno, invece, 
è stato per grazia segnato da momenti di persone e di luoghi in cui
questa pienezza per me c’era. E questo cammino sta cambiando la mia 
vita, per cui non posso più prescinderne; posso farlo, ma 
istantaneamente ne sento la mancanza.
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Perché il ritornare a casa triste è indice del cammino che hai fatto? 
Qual è la differenza tra il prima e il dopo?

È che in quel momento c’era l’Avvenimento. In quell’istante, come dicevi tu 
prima, c’era quella Presenza che era lì con me e che segnava quella mia 
tristezza, è come un rapporto affettivo che riconosci e ti accorgi che il  mo-
mento prima non c’era. È interessante anche il fatto che immediatamente ho 
ritto un sms a due, tre miei amici, e la riposta di tutti è stata il segno che questo 
cammino lo stiamo facendo; anni fa nessuno di noi avrebbe avuto questa reazione.

Questi sono tutti esempi per aiutarci a cogliere che cosa è il 
cristianesimo come avvenimento. La nostra amica, che ha ricevuto il 
rifiuto dalla collega di partecipare alla vacanza, diceva che quando
l’avvenimento non c’è, o prevale l’indifferenza o prevale il possesso. 
Quando c’è, invece, il fatto che uno ritorni a casa triste – quando di 
solito si accontenta – vuol dire che ha incominciato a sperimentare 
un’altra vita, per cui la salamella non gli basta più! Sta succedendo 
qualcosa nel presente. È questo che dobbiamo cercare di capire. 
Non quel che succede dopo, o le riflessioni che facciamo dopo, o il 
rimorso che ci prende dopo, no! Che cosa sta succedendo nel 
presente, che documenta o meno se il cristianesimo in noi sta
accadendo? Lasciate perdere, ora, il problema della coerenza, 
perché mai saremo coerenti se non succede prima qualcosa che 
ci interessa di più di ogni altra cosa. Qualcuno mi dice che la sua 
incoerenza lo scandalizza, ma io insisto: inseguire la coerenza è una
perdita di tempo. La questione   è capire che cosa è in grado di 
riempire la vita nel presente.

Questa sera ho capito meglio che ciò che conta non è neppure l’esito missionario, 
l’esito di quel che facciamo, ma è l’istante in cui vivo. E la cosa che mi colpisce è 
la conseguenza disastrosa che succede quando non è così: tu dici, a pagina 26, 
che c’è un vuoto enorme, perché noi siamo fatti per il compimento; e se non c’è 
questa soddisfazione nell’istante, si crea un terremoto dentro di noi, e tu parli di 
tornaconto, riuscita e potere. Allora, siccome a me piace leggere di storia, sono
rimasto folgorato che ci sono stati secoli interi in cui tanti cristiani hanno vissuto 
di tornaconto, potere e riuscita. Si potevano persino fare le guerre di religione 
per difendere la fede, dare la vita, ma questo non c’entrava con l’esperienza. 
Si potevano avere le prebende ecclesiastiche, e tutta la struttura era per una 
difesa teorica del dogma. Perché lo dico? Perché quel che ci diciamo a volte
viene affrontato come argomento di discussione: si può essere o meno 
d’accordo. Invece è decisivo, perché cambia la storia, la storia può diventare 
una vicenda di potere “in nome” della fede. Ed è impressionante quindi, per 
noi, che ci possa essere un momento della storia del nostro movimento
in cui ci è dato di essere richiamati continuamente al cristianesimo come 
avvenimento. Perché non è scontato, può esserci la storia cristiana che va 
dall’altra parte. E questo è impressionante.

E quali sono i due sintomi che il cristianesimo non sta più accadendo nel 
presente? Si teorizza un avvenimento passato, accaduto, come diceva il 
carcerato… Non è che il carcerato sia esperto di teologia, ma sa 
benissimo di che cosa sta parlando e che novità lui vive nel presente, e 
fa il paragone tra quella novità che vive nel presente e quel che vede 
intorno, passato o futuro, perché l’avvenimento ha la capacità di 
cogliere l’io nel presente, lo rende presente al presente. Altrimenti si
teorizza l’Avvenimento, parliamo dell’Avvenimento come qualcosa di 
accaduto, ma che non determina più il presente, come diceva prima 
un intervento. E l’altro segno è che, siccome tutti siamo fatti per la 
pienezza e non per il vuoto, cerchiamo appoggi sostitutivi, come 
dicevamo nel secondo punto della Prima lezione, che sono il 
tornaconto, la riuscita e il potere. Guardate che senza che noi facciamo
un’altra esperienza del vivere, noi staremo nel mondo come tutti. 
Sentite che cosa ha detto il Papa: «Il Battesimo, questo passare da
“sotto la Legge” a “sotto la grazia”, è una rivoluzione. Sono tanti i 
rivoluzionari nella storia, sono stati tanti. Ma nessuno ha avuto la 
forza di questa rivoluzione che ci ha portato Gesù: una rivoluzione 
per trasformare la storia, [perché è] una rivoluzione che cambia in 
profondità il cuore dell’uomo» (17 giugno 2013). Noi pensiamo di 
potere cambiare la storia senza cambiare il nostro cuore, senza 
convertirci, cioè senza fare un’esperienza di conversione a Cristo 
che renda possibile un’esperienza del vivere per la quale possiamo 
stare nel mondo liberi da tutto il resto. Perché è questo che 
sorprende il carcerato: che può vivere la fede
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molto più di noi ed essere più libero in carcere che fuori, e testimoniare 
Cristo lì; non ha alcun posto di potere, ma nel carcere – analogamente 
all’ortolano del libro di Havel – può accendere una luce. Noi che cosa 
stiamo a fare al mondo? Se non testimoniamo questo – dice papa 
Francesco –, non possiamo offrire la speranza di che cosa può 
diventare la vita. Per questo ciò di cui abbiamo parlato agli Esercizi 
non è l’aspetto spirituale della vita. No! Il fatto è che noi non 
possiamo testimoniare niente di questa novità, di questa rivoluzione 
che Cristo ha introdotto nella vita, se non passa attraverso la modalità 
con cui noi viviamo le circostanze nel presente, liberi da qualsiasi esito.
«Come si fa a vivere?». Le vacanze che abbiamo davanti sono 
un’occasione preziosa per rispondere a questa domanda. Ci siamo dati 
questo tema affinché nessuno confonda l’esperienza con le proprie
immagini o con i propri sogni o con i propri commenti o con i propri 
lamenti. Davanti a una domanda così nessuno può barare. Per 
rispondere ciascuno di noi può solo raccontare
dei fatti. Questa domanda ci aiuta a capire che cosa ci stiamo a fare 
al mondo, a che cosa serva la fede.
E questo non ce lo chiediamo perché ciascuno possa fare il test della 
sua performance, non ci interessa, sappiamo già che non siamo 
all’altezza, siamo tutti bocciati! O tutti promossi, come volete, perché è 
lo stesso. Perché è Dio, dice papa Francesco, è Dio che trasforma il 
cuore, Lui «ti cambia il cuore». Se noi accogliamo la Sua grazia, cambia 
Lui il nostro cuore. «Una cosa sola è
necessaria per essere santi: accogliere la grazia che il Padre ci dà
in Gesù Cristo. Ecco, questa grazia cambia il nostro cuore» (17 giugno 
2013). Non è un problema, quindi, di performance, è un problema della 
nostra disponibilità, consapevoli del nostro bisogno, ad accogliere 
questa grazia che sta succedendo ora. Per quanto riguarda le vacanze 
comunitarie, non diamole per scontate come se fossero un rito che
si ripete ogni anno. Domandiamoci: perché facciamo la vacanza? 
Che cosa vogliamo comunicare? Che cosa vogliamo vivere insieme? 
Per fare i cavoli propri qualche giorno dell’anno non c’è bisogno della 
vacanza del movimento! La questione è se noi approfittiamo di questo 
momento per comunicare qualcosa della bellezza che viviamo. A un 
amico nuovo che viene con noi che cosa ci piacerebbe fargli vedere, 
che cosa desidereremmo? Che potesse fare un’esperienza. Allora 
le gite, un momento di testimonianza, la presentazione di un libro, 
un dialogo su qualcosa che interessa, la Messa, le Lodi, l’Angelus, 
diventano un’occasione in cui uno può vedere che cos’è una vacanza
come paradigma del vivere, come modello di che cosa una giornata 
vissuta in Cristo possa tener dentro, di che cosa sia la vita per un 
uomo che ha incontrato Cristo (se nella vacanza non vediamo
la bellezza di una vita secondo la fede ora, la fede si ridurrà a una 
cosa del passato, senza interesse). Perciò tutti i gesti che facciamo 
abbiano dentro questa promessa: la possibilità di una verifica della
fede nell’esperienza. Una degustazione, una gita particolarmente 
impegnativa… ci aspettiamo da lì la risposta alla domanda su 
come si fa a vivere o da una modalità di vivere la comunità 
cristiana? Altrimenti finiamo col fare una vacanza con gli stessi 
criteri di tutti: aspettandoci la risposta dallo yoga, dallo scendere 
il torrente in canoa, dalla SPA o dall’hobby che abbiamo in testa, 
ma non da Cristo (con Cristo, se poi si mangia anche bene, meglio 
ancora!). Così potremo tornare dalle vacanze con una risposta 
adeguata alla domanda: «Come si fa a vivere?», non con una teoria, 
ma con una esperienza vissuta. Durante le vacanze estive vi invito a 
lavorare con questa coscienza sulla Prima e sulla Seconda lezione 
degli Esercizi della Fraternità.
I libri indicati per l’estate sono questi:
Un evento reale nella vita dell’uomo (1990-1991), è l’ultimo libro 
delle Equipe di don Giussani.
È impressionante vedere la compagnia che don Giussani continua 
a farci attraverso questi testi. Rileggerli adesso (anche per i molti 
che vi hanno partecipato) e lasciare che quanto emerso allora
giudichi le circostanze di oggi, ci può far sorprendere di tutta la 
pertinenza e attualità di giudizio che don Giussani ci testimonia, 
e come continua ad accompagnarci oggi.
8
Il potere dei senza potere, di Vaclav Havel. Questo testo, appena 
proposto come libro del mese, lo suggeriamo anche per l’estate 
per darci tutto il tempo di leggerlo e di non perderlo. Se lo togliamo
un attimo dal contesto storico del comunismo, vediamo come sia 
utile anche adesso per capire cosa è il potere dell’ideologia o, per 
usare un altro termine, della mentalità dominante. Come possiamo
essere liberi oggi? È un aiuto a comprendere che cosa vuol dire 
amare la verità più di ogni cosa.
Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta. Abbiamo voluto offrire 
questo libro di conversazioni di papa Francesco (quando era ancora 
cardinale) con due giornalisti (Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti), 
perché ci aiuta a comprendere di più la personalità e la portata di 
questo Papa.
Mia giovinezza. Poesie, di Ada Negri. Vi suggerisco di leggere questo 
testo a partire dal commento che don Giussani ne ha fatto nel libro 
Le mie letture, come aiuto a comprendere come avviene in
Ada Negri la sorpresa della conversione.
Il titolo del Meeting di quest’anno, Emergenza uomo, ci rimanda
 immediatamente alle numerose volte in cui papa Francesco ha detto 
che la crisi che viviamo non è innanzitutto economica, ma «è
una crisi dell’uomo: ciò che è in crisi è l’uomo! E ciò che può essere 
distrutto è l’uomo! Ma l’uomo è immagine di Dio! Per questo è una 
crisi profonda! In questo momento di crisi non possiamo preoccuparci 
soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento, 
nel senso di impotenza di fronte ai problemi. Non chiudersi, per favore!»
 (Veglia di Pentecoste con i Movimenti e le nuove comunità.
 18 maggio 2013). Il Meeting, con le sue proposte di mostre e incontri, 
vuole essere un aiuto offerto a tutti per comprendere la preoccupazione 
del Papa, che non è per niente scontata.
La Giornata d’Inizio Anno si terrà sabato 28 settembre 2013.
Veni Sancte Spiritus.
Buona estate a tutti!

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