lunedì 5 dicembre 2011

Fare doni, rito vecchio e nuovo - Qualcosa che importa

C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi di antico. Un fenomeno consueto ma che ha connotati nuovi, a cui bisogna trovare un nome nuovo. Intendo quella u­suale eccitazione che sale piano in questi giorni e che riguarda i regali di Natale. Ma forse bisognerà trovare dei nomi nuovi. Perché le cose cambiano. E se pur oc­chieggiano da vetrine e spot i soliti inviti, le "clamorose" offerte, i "mai visti" scon­ti e le "sensazionali" offerte, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. La solita bella eccita­zione si sta forse venando di una ponde­ratezza nuova. Insomma, è come se la nor­male, abituale eccitazione di pensare a co­sa regalare a figli amici parenti, fosse abi­tata da una nuova inquietudine, da un so­spetto, o meglio da una domanda. Men­tre si comincia a dare un’occhiata, anco­ra senza troppo impegno, a vetrine e pro­mozioni, mentre si fanno i primi svagati sondaggi su desideri e gusti, un pensiero rintocca nel profondo: ma cosa ha davve­ro senso regalare? Certo, la crisi ci ha insegnato a misurare con altra attenzione il denaro, a valutare con più senso critico il valore vero di og­getti, di beni che a volte beni veri e pro­pri non sono, ma sfizi, lussi piccoli o gran­di, e a riconoscere come superfluo quel che ieri ci pareva necessario. Ma non è solo una sorta di "complesso morale" de­terminato dalle notizie sulla crisi e dalla realtà di minori risorse a muovere questa strana cosa nuova e antica che chiame­rei "eccitazione pensosa" al regalo.

Cre­do che ci sia qualcosa di più profondo. Come se la circostanza della crisi avesse almeno in parte aiutato a mettere a fuo­co meglio anche il valore del farsi regali. Da un lato, infatti, il gesto del donare qualcosa sfugge a qualsiasi calcolo. È bel­lo fare doni anche se si ha poco. Anche se le risorse diminuiscono. Donare è un at­to non superfluo. Si può rinunciare a pa­recchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uo­mo che non dona è diventato meno uo­mo. Nella gratuità "assurda" di fare un re­galo anche quando sono aumentati i no­stri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un mo­mento in cui si devono più attentamen­te fare i conti, risiede un barlume di vero intorno alla nostra natura: l’uomo è fat­to per donare, per donarsi. C’è un impeto positivo che fa parte della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così piccolo ma evidente e tenace – può illuminare non solo il breve episodio del periodo dei re­gali di Natale, ma potrebbe indicare qual­cosa di importante a riguardo della vita sociale. Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valenza pubblica, nei campi dell’assi­stenza e dell’educazione e in altri settori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della società e della sua organizzazione non più im­prontata al sospetto e alla mortificazione burocratica e impositiva. Dall’altro lato, questa eccitazione pensosa che ci prende nel periodo di Natale è una sottolineatu­ra del bene che sono i legami, le relazioni che compongono concretamente e esi­stenzialmente la vita di una persona.

L’uomo è un essere che dona e che ha le­gami. Il fatto che tali legami siano ogget­to di attenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa princi­pale della nostra vita (anche in un’epoca di crisi) non sta nella chiusura egoistica, paurosa e calcolatrice in termini di diritti e doveri. Non si ha vera società intorno al­l’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventan­do bisogni e diritti in astratto, ma intorno alla persona come nodo di relazioni vi­venti, nelle quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto. L’uomo che dona e che non è fatto per la solitudine è il regalo di Natale che tutti possiamo ricevere mentre iniziamo a pensare quali regali belli – ma belli davvero – fare, siano essi piccole co­se graziose o beni che vogliamo restino come nostra eredità.

Davide Rondoni - © avvenire

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