giovedì 7 febbraio 2013

«All’origine del mondo la ragione eterna di Dio»



 l’udienza del mercoledì: Il Papa: vivere di fede è riconoscere la grandezza divina e accettare la nostra piccolezza lasciando che il Signore la ricolmi del suo amore
 

Cari fratelli e sorelle, il Credo , che inizia qualificando Dio come 'Padre Onni­potente', come abbiamo meditato la settimana scorsa, aggiunge poi che Egli è il 'Creatore del cielo e della terra', e riprende così l’affermazione con cui inizia la Bibbia. Nel primo versetto della Sacra Scrittura, in­fatti, si legge: «In principio Dio creò il cielo e la terra» ( Gen 1,1): è Dio l’origine di tutte le co­se e nella bellezza della creazione si dispiega la sua onnipotenza di Padre che ama.
  Dio si manifesta come Padre nella creazione, in quanto origine della vita, e, nel creare, mo­stra
 la sua onnipotenza. Le immagini usate dalla Sacra Scrittura al riguardo sono molto suggestive (c­fr Is 40,12; 45,18; 48,13; Sal 104,2.5; 135,7; Pr 8,27-29; Gb 38–39). Egli, come un Padre buono e potente, si prende cura di ciò che ha creato con un amo­re e una fedeltà che non vengono mai meno, dicono ripetutamente i salmi (cfr Sal 57,11; 108,5; 36,6). Così, la creazione diventa luogo in cui conoscere e riconoscere l’onni­potenza del Signore e la sua bontà, e diventa appello alla fede di noi credenti perché pro­clamiamo Dio come Creatore. «Per fede, – scrive l’autore della Lettera agli Ebrei - noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile» (11,3). La fede im­plica dunque di saper riconoscere l’invisibi­le individuandone la traccia nel mondo visi­bile. Il credente può leggere il grande libro della natura e intenderne il linguaggio (cfr Sal 19,2-5); ma è necessaria la Parola di rivela­zione, che suscita la fede, perché l’uomo pos­sa giungere alla piena consapevolezza della realtà di Dio come Creatore e Padre. È nel li­bro della Sacra Scrittura che l’intelligenza u­mana può trovare, alla luce della fede, la chia­ve di interpretazione per comprendere il mondo. In particolare, occupa un posto spe­ciale il primo capitolo della Genesi, con la so­lenne presentazione dell’opera creatrice di­vina che si dispiega lungo sette giorni: in sei giorni Dio porta a compimento la creazione e il settimo giorno, il sabato, cessa da ogni at­tività e si riposa. Giorno della libertà per tut­ti, giorno della comunione con Dio. E così, con questa immagine, il libro della Genesi ci indica che il primo pensiero di Dio era trova­re un amore che risponda al suo amore. Il se­condo pensiero è poi creare un mondo ma­teriale dove collocare questo amore, queste creature che in libertà gli rispondono. Tale struttura, quindi, fa sì che il testo sia scandi­to da alcune ripetizioni significative. Per sei volte, ad esempio, viene ripetuta la frase: «Dio vide che era cosa buona» (vv. 4.10.12.18.21.25), per concludere, la settima volta, dopo la creazione dell’uomo: «Dio vi­de quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa mol­to buona» (v. 31). Tutto ciò che Dio crea è bel­lo e buono, intriso di sapienza e di amore; l’a­zione creatrice di Dio porta ordine, immette armonia, dona bellezza. Nel racconto della Genesi poi emerge che il Signore crea con la sua parola: per dieci volte si legge nel testo l’espressione «Dio disse» (vv. 3.6.9.11.14.20.24.26.28.29). È la parola, il Lo­gos di Dio che è l’origine della realtà del mon­do e dicendo: 'Dio disse', fu così, sottolinea la potenza efficace della Parola divina. Così canta il Salmista: «Dalla parola del Signore fu­rono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca o­gni loro schiera…, perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto» (33,6.9). La vita sorge, il mondo esiste, perché tutto obbedisce alla Parola divina.
  Ma la nostra domanda oggi è: nell’epoca del­la scienza e della tecnica, ha ancora senso parlare di creazione? Come dobbiamo com­prendere le narrazioni della
Genesi ? La Bib­bia non vuole essere un manuale di scienze naturali; vuole invece far comprendere la ve­rità autentica e profonda delle cose. La verità fondamentale che i racconti della Genesi ci svelano è che il mondo non è un in­sieme di forze tra lo­ro contrastanti, ma ha la sua origine e la sua stabilità nel Lo­gos, nella Ragione e­terna di Dio, che continua a sorreg­gere l’universo. C’è un disegno sul mondo che nasce da questa Ragione, dallo Spirito creatore. Credere che alla base di tutto ci sia questo, illumina ogni aspetto del­l’esistenza e dà il coraggio di affrontare con fiducia e con speranza l’avventura della vita. Quindi, la scrittura ci dice che l’origine del­­l’essere, del mondo, la nostra origine non è l’ir­razionale e la necessità, ma la ragione e l’a­more e la libertà. Da questo l’alternativa: o priorità dell’irrazionale, della necessità, o priorità della ragione, della libertà, dell’amo­re. Noi crediamo in questa ultima posizione. Ma vorrei dire una parola anche su quello che è il vertice dell’intera creazione: l’uomo e la donna, l’essere umano, l’unico «capace di co­noscere e di amare il suo Creatore» (Cost. pa­st.
 
 Gaudium et spes , 12). Il salmista guardan­do i cieli si chiede: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (8,4-5). L’essere umano, creato con a­more da Dio, è ben piccola cosa davanti al­l’immensità dell’universo; a volte, guardando affascinati le enormi distese del firmamento, anche noi abbiamo percepito la nostra limi­tatezza. L’essere umano è abitato da questo paradosso: la nostra piccolezza e la nostra ca­ducità convivono con la grandezza di ciò che l’amore eterno di Dio ha voluto per lui.
  I racconti della creazione nel
 Libro della Ge­nesi ci introducono anche in questo miste­rioso ambito, aiutandoci a conoscere il pro­getto di Dio sull’uomo. Anzitutto affermano che Dio formò l’uomo con la polvere della terra (cfr Gen 2,7). Questo significa che non siamo Dio, non ci siamo fatti da soli, siamo ter­ra; ma significa anche che veniamo dalla ter­ra buona, per opera del Creatore buono. A questo si aggiunge un’altra realtà fondamen­tale: tutti gli esseri umani sono polvere, al di là delle distinzioni operate dalla cultura e dal­la storia, al di là di ogni differenza sociale; sia­mo un’unica umanità plasmata con l’unica terra di Dio. Vi è poi un secondo elemento: l’essere umano ha origine perché Dio soffia l’alito di vita nel corpo modellato dalla terra (cfr Gen 2,7). L’essere umano è fatto a imma­gine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26-27). Tutti allora portiamo in noi l’alito vitale di Dio e ogni vita umana – ci dice la Bibbia – sta sot­to la particolare protezione di Dio. Questa è la ragione più profonda dell’inviolabilità del­la dignità umana contro ogni tentazione di valutare la persona secondo criteri utilitari­stici e di potere. L’essere ad immagine e so­miglianza di Dio indica poi che l’uomo non è chiuso in se stesso, ma ha un riferimento es­senziale in Dio. Nei primi capitoli del Libro della Genesi tro­viamo due immagini significative: il giardino con l’albero della conoscenza del bene e del male e il serpente (cfr 2,15-17; 3,1-5). Il giar­dino ci dice che la realtà in cui Dio ha posto l’essere umano non è una foresta selvaggia, ma luogo che protegge, nutre e sostiene; e l’uomo deve riconoscere il mondo non come proprietà da saccheggiare e da sfruttare, ma come dono del Creatore, segno della sua vo­lontà salvifica, dono da coltivare e custodire, da far crescere e sviluppare nel rispetto, nel­l’armonia, seguendone i ritmi e la logica, se­condo il disegno di Dio (cfr Gen 2,8-15). Poi, il serpente è una figura che deriva dai culti o­rientali della fecondità, che affascinavano I­sraele e costituivano una costante tentazio­ne di abbandonare la misteriosa alleanza con Dio. Alla luce di questo, la Sacra Scrittura pre­senta la tentazione che subiscono Adamo ed Eva come il nocciolo della tentazione e del peccato. Che cosa dice infatti il serpente? Non nega Dio, ma insinua una domanda subdo­la: «È vero che Dio ha detto 'Non dovete man­giare di alcun albero del giardino?'» ( Gen 3,1).
 
 In questo modo il serpente suscita il sospet­to che l’alleanza con Dio sia come una cate­na che lega, che priva della libertà e delle co­se più belle e preziose della vita. La tentazio­ne diventa quella di costruirsi da soli il mon­do in cui vivere, di non accettare i limiti del­l’essere creatura, i limiti del bene e del male, della moralità; la dipendenza dall’amore crea­tore di Dio è vista come un peso di cui libe­rarsi. Questo è sempre il nocciolo della ten­tazione. Ma quando si falsa il rapporto con Dio, con una menzogna, mettendosi al suo posto, tutti gli altri rapporti vengono alterati. Allora l’altro diventa un rivale, una minaccia: Adamo, dopo aver ceduto alla tentazione, ac­dicusa immediatamente Eva (cfr Gen 3,12); i due si nascondono dalla vista di quel Dio con cui conversavano in amicizia (cfr 3,8-10); il mondo non è più il giardino in cui vivere con armonia, ma un luogo da sfruttare e nel qua­le si celano insidie (cfr 3,14-19); l’invidia e l’o­dio verso l’altro entrano nel cuore dell’uomo: esemplare è Caino che uccide il proprio fra­tello Abele (cfr 4,3-9). Andando contro il suo Creatore, in realtà l’uomo va contro se stes­so, rinnega la sua origine e dunque la sua ve­rità; e il male entra nel mondo, con la sua pe­nosa catena di dolore e di morte. E così quan­to Dio aveva creato era buono, anzi, molto buono, dopo questa libera decisione dell’uo­mo per la menzogna contro la verità, il male entra nel mondo.
  Dei racconti della creazione, vorrei eviden­ziare un ultimo insegnamento: il peccato ge­nera peccato e tutti i peccati della storia so­no legati tra di loro. Questo aspetto ci spin­ge a parlare di quello che è chiamato il 'pec­cato originale'. Qual è il significato di que­sta realtà, difficile da comprendere? Vorrei dare soltanto qualche elemento. Anzitutto dobbiamo considerare che nessun uomo è chiuso in se stesso, nessuno può vivere solo
 sé e per sé; noi riceviamo la vita dall’altro e non solo al momento della nascita, ma o­gni giorno. L’essere umano è relazione: io so­no me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri. Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo 'ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creatu­rale e conseguentemente contro il proprio bene' (n. 398). Turbata la relazione fonda­mentale, sono compromessi o distrutti an­che gli altri poli della relazione, il peccato ro­vina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazio­nale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, o­gni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Cate­chismo della Chiesa cattolica , 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da so­lo; solamente il Creatore stesso può ripristi­nare le giuste relazioni. Solo se Colui dal qua­le ci siamo allontanati viene a noi e ci tende la mano con amore, le giuste relazioni pos­sono essere riannodate. Questo avviene in Gesù Cristo, che compie esattamente il per­corso inverso di quello di Adamo, come de­scrive l’inno nel secondo capitolo della Let­tera di San Paolo ai Filippesi (2,5-11): men­tre Adamo non riconosce il suo essere crea­tura e vuole porsi al posto di Dio, Gesù, il Fi­glio di Dio, è in una relazione filiale perfetta con il Padre, si abbassa, diventa il servo, per­corre la via dell’amore umiliandosi fino alla morte di croce, per rimettere in ordine le re­lazioni con Dio. La Croce di Cristo diventa co­sì il nuovo albero della vita.
  Cari fratelli e sorelle, vivere di fede vuol dire riconoscere la grandezza di Dio e accettare la nostra piccolezza, la nostra condizione di creature lasciando che il Signore la ricolmi del suo amore e così cresca la nostra vera grandezza. Il male, con il suo carico di dolo­re e di sofferenza, è un mistero che viene il­luminato dalla luce della fede, che ci dà la cer­tezza di poterne essere liberati: la certezza
 che è bene essere un uomo.
 «Ogni vita umana sta sotto la particolare protezione di Dio Questa è il motivo più profondo dell’inviolabilità della dignità umana contro ogni tentazione di valutare la persona secondo criteri utilitaristici e di potere»

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