giovedì 8 novembre 2012

IL PAPA E IL VERO «DESIDERIO» MAI SAZI E BANALI



  

 O
gni desiderio umano è «eco di un de­siderio fondamentale, che non è mai pienamente saziato», ha detto ieri il Papa. Antica verità cristiana proclamata da Ago­stino, 'inquietum est cor nostrum donec requiescat in te' - inquieto è il nostro cuo­re, finché non riposi in Te. E sa benissimo, il Papa, e lo ha aggiunto subito, che molti nostri contemporanei replicherebbero di non saper nulla di que­sto desiderio di Dio, di non avvertirlo af­fatto. Ma ancora una volta Benedetto ar­gomenta, di nuovo spiega: come lo stes­so amore umano, se nel tempo matura e decanta e si fa trasparente, riveli che nem­meno la persona amata basta alla fine, per essere sazi davvero.
  In quel misterioso desiderio. (Nel tempo in cui ogni desiderio è ammesso e gridato e rivendicato come un diritto, la domanda di Dio è forse l’unica diventata indicibile e come clandestina). Ma proprio in un’epo­ca 'refrattaria' al trascendente, china sul qui e sull’ora e su ciò che le nostre mani sanno prendere e trattenere, Benedetto XVI rivendica, nell’Anno della Fede, la possibilità di riaprire un cammino verso il senso religioso della vita. Parla di una «pedagogia del desiderio», della neces­sità di rieducare noi stessi al desiderio ­il più grande e negato. La pedagogia di Benedetto sta in due soli punti. Primo, imparare o reimparare il gusto delle gioie autentiche, «dalla più tenera età». Le gioie vere per il Papa sono la famiglia, l’amici­zia, la carità, ma anche l’arte, e la natura. A questo, dice, dobbiamo ritornare, per «produrre anticorpi» alla banalizzazione in cui viviamo. (E suona quasi strano co­me un uomo che ci immaginiamo solo nelle stanze del Vaticano, lontano dalle nostre comuni giornate, sappia così be­ne quanto possa succedere di ritrovarsi, la sera, schiacciati dalla mole di parole vuote, e televisive litanie di accuse e rab­bia, e musica sempre accesa, e dal vocìo di una rete virtuale cui non si sfugge).
  C’è un bisogno, profondo, di fare silenzio e tornare a ciò che davvero ci alimenta. L’a­micizia, la memoria che ci lega ai vecchi, e quella bellezza che in sé contiene un pre­sentimento del vero. Che sia un verso di Dante o l’armonia di una chiesa o le note di un violino. O l’ora dell’alba, quando tut­to sembra vergine e nuovo. O semplice­mente le foglie degli alberi in questo no­vembre, di uno straordinario oro. C’è un’ur­genza, grande, di mostrare e dire queste cose ai figli. O magari di seguirne lo sguar­do, se sono piccoli, e più capaci di noi nel riconoscere nel salto da fiera di un gatto u­na bellezza antica, che li incanta.
  Il secondo punto della pedagogia del desi­derio sta nel «non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto». Nel ricordare che nulla di finito può bastare al cuore del­l’uomo. E nel tendere così, «disarmati», verso ciò che da soli non ci possiamo prendere. L’inquietudine dunque come compagna di strada: ma l’inquietudine bella di chi, pur non possedendo e non vedendo ancora faccia a faccia, tuttavia ostinatamente procede. Certo di una me­ta, oltre la fine della strada. E attento ai se­gni, come quei contadini che dal colore del tramonto sanno l’alba che verrà, e dal tacere degli uccelli la tempesta che arri­va. Di modo che la pedagogia di Bene­detto potrebbe stare in questa descrizio­ne dei Magi, da lui stesso fatta nell’ultima Epifania: «Erano persone dal cuore in­quieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto. Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso e insistente».
  Così erano quei tre, che non avevano cer­tezza di trovare ciò che andavano cercan­do. Partiti da così lontano, e soli, la notte, nella immensità del deserto. Mentre forse i cammellieri, come ha immaginato il poe­ta Eliot, nei bivacchi tra loro mormorava­no che i padroni erano dei pazzi a abban­donare casa e ricchezze, per cercare che cosa? E non alzavano gli occhi a quella stra­na, splendente luce nel cielo; e parlavano di soldi, e bevevano. E, di quell’istante for­midabile del tempo, non vedevano niente.
 
MARINA CORRADI 

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