venerdì 18 dicembre 2015

Il no all'utero in affitto, una scelta di civiltà .



Una scelta di civiltà. La scelta di un’Europa che sembra ritrovare se stessa, le migliori conquiste della sua secolare storia. Ieri, infatti, il Parlamento europeo ha espresso per la prima volta una limpida e ferma condanna all’utero in affitto, pratica che «compromette la dignità umana della donna» e «deve essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani». Quando le sfide sono così dure, esigono risposte forti, civili sussulti, in grado di far comprendere a tutti la china su cui si stava scivolando e quindi di fermarsi in tempo: ogni volta che ciò non è accaduto, la storia dell’intera umanità e delle singole nazioni, come insegna soprattutto il Novecento, si è imbattuta in orrori da cui uscire è sempre lungo e doloroso. E non si pensi che l’utero in affitto – in aumento a macchia d’olio nel mondo – sia da meno rispetto a derive apparentemente superate come razzismo, schiavitù, tratta umana, sfruttamento della donna o eugenetica, perché in qualche modo li comprende tutti.


Il Parlamento Europeo ne è dunque finalmente consapevole e il voto, a larghissima maggioranza, è trasversale, unisce laici e credenti, destra e sinistra anche estrema, donne e uomini, esponenti del femminismo storico e dei movimenti omosessuali. Non è, insomma, una battaglia fittizia, ma uno sforzo urgente e sano perché il Vecchio Continente non torni indietro di secoli rispetto al valore intangibile che ha saputo dare all’essere umano. Il 6 agosto 2013, quando abbiamo dato inizio alla lunga e documentata campagna d’informazione di “Avvenire” su questa tremendo mercato, contavamo di trovare presto alleati provenienti da altre strade. È accaduto, e ne siamo contenti. E ci piace ricordare come, prima che da Strasburgo, il “no” all’utero in affitto sia arrivato da tante diverse e importanti voci di donna, comprese alcune delle principali voci guida del femminismo europeo, preoccupate di fronte al dilagare di un fenomeno grave e sottovalutato di “cosificazione” della donna. Ha iniziato la francese Sylviane Agacinski, prima firmataria del manifesto “Stop surrogacy” lo scorso maggio, cui hanno aderito centinaia di intellettuali. «Non abbiamo a che fare con gesti motivati dall’altruismo – ha sgombrato il campo da ipocrisie assolutorie, parlando con “Avvenire” – ma con un mercato globalizzato dei ventri... Ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto».

Schiavizzata la donna, e schiavizzato il bambino, dunque. Il quale – ricordiamolo – immediatamente dopo il parto viene strappato alla madre e ceduto all’acquirente (singolo o coppia, eterosessuale od omosessuale) che lo ha “ordinato” nove mesi prima. Quell’essere umano non avrà mai il diritto a una storia genetica e a genitori biologici, come ci ha detto un’altra voce del femminismo, questa volta negli Stati Uniti, Kathy Sloan. Gira il suo Paese per raccontare l’inferno cui le nuove schiave sono sottoposte da contratti capestro, frutto della trattativa tra i loro “padroni” e una coppia (eterosessuale od omosessuale), ricca di dollari e povera di scrupoli. Pazienza che le madri “surrogate” provengano prevalentemente dal Terzo Mondo, che i loro corpi siano spremuti finché rendono e scartati subito dopo, che vadano incontro a sindromi gravissime ma vengano curate solo finché sono incinte... Pazienza che il “prodotto” sia pagato alla consegna solo se perfetto, e se l’acquirente non è soddisfatto (pago e pretendo) venga rifiutato... Tutto questo non è noto perché «i media si concentrano sulle favole delle famiglie create attraverso questo cosiddetto dono della vita, ignorando invece lo sfruttamento», denuncia ancora Sloan.

Purtroppo è vero. Anche in Italia il conformismo militante o intimidito che dilaga in giornali, radio e tivù tra coloro che avrebbero il potere e il dovere di far sapere tutto questo li rende spesso complici. Si racconta la gioia di coppie gay ed etero, diventate “genitori” di bambini comprati, e si tace delle loro madri; si patinano – come fiction – storie che di bello non hanno niente e si nascondono immani tragedie.

Sempre di più hanno approfondito lo sguardo e cominciato a parlare chiaro: dalle donne di “Se non ora quando – Libere”, che raccolgono firme affinché in Europa la maternità surrogata sia dichiarata illegale, alla filosofa Luisa Muraro. E con loro firme e volti noti come quelli di Livia Turco, Ritanna Armeni, Simona Izzo, Ricky Tognazzi, Dolce&Gabbana, Marina Terragni, Claudio Amendola, Francesca Neri, Giulio Scarpati, Stefania Sandrelli, Claudia Gerini, Aurelio Mancuso (già presidente di Arcigay e ora di Equality Italia)... Qualcuno magari tentenna («chiedo scusa per aver firmato troppo in fretta l’appello di “Se non ora quando – Libere”, devo ascoltare tutte le voci...», ha scritto sul “Corriere” Dacia Maraini, ritirando l’adesione), ma ci sono realtà e princìpi di fronte ai quali si ha il dovere della certezza: si è fatto contro la schiavitù dei neri e contro l’antisemitismo, contro il razzismo e contro la tortura, e così si è vinto. Basta un “ma” per transigere, basta un “se” perché sia troppo tardi.
Lucia Bellaspiga

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