venerdì 5 dicembre 2014

Una presenza strana di Luigi Giussani




EDITORIALE
Allora, per che cosa siamo qui? Il motivo è duplice, e il secondo è conseguenza del primo. Si potrebbe dire conseguenza occasionale, o contingente, del primo. Il primo è: siamo qui per dire che... Stavamo camminando lungo una strada, abbiamo sentito uno, un ideologo che parlava, ma era più che un ideologo, perché era un tipo serio, si chiamava Giovanni Battista. Siamo stati lì ad ascoltarlo. Uno che era lì con noi ha fatto per andarsene via e abbiamo visto Giovanni Battista che si è fermato a guardare quello lì che andava via e a un certo punto si è messo a gridare: «Ecco l’Agnello di Dio». Già, un profeta parla in modo strano. Ma noi due, che eravamo lì per la prima volta, venivamo dalla campagna, da lontano, ci siamo staccati dal gruppo e ci siamo messi alle calcagna di quell’uomo, così, per una curiosità che non era curiosità, per un interesse strano, chissà chi ce l’ha messo dentro, e Lui si è voltato a un certo punto e ci ha detto: «Cosa volete?», e noi: «Dove stai di casa?», e lui: «Venite a vedere». Siamo andati e siamo stati là tutto quel giorno a guardarlo parlare, perché non si capivano le parole che diceva, però parlava in un certo modo, diceva quelle parole in tal modo, aveva una tale faccia, che noi stavamo là a guardarlo parlare.
Quando siamo andati via, perché era sera, siamo andati a casa noi con un’altra faccia, abbiamo visto nostra moglie e i nostri figli in modo diverso, c’era come un velo tra noi e loro, il velo di quella faccia, e ci arrovellava il cervello. Quella notte nessuno dei due ha dormito tranquillamente e il giorno dopo siamo andati ancora a cercarlo. Aveva detto una frase che noi abbiamo ripetuto ai nostri amici: «Venite a vedere uno che è il Messia che doveva venire; è il Messia, l’ha detto Lui: “Io sono il Messia”». E i nostri amici sono venuti e anche loro sono rimasti calamitati da quell’uomo. Era come se dicessimo, alla sera, quando ci radunavamo vicino al fuoco, coi quattro pesci che avevamo preso la notte precedente: «Se uno non crede a un uomo così, se io non credo a un uomo così, non devo credere più ai miei occhi».

Noi siamo nel mondo per gridare a tutti gli uomini: «Guardate che è tra di noi una presenza strana; tra di noi, qui, ora, c’è una presenza strana: il Mistero che fa le stelle, che fa il mare, che fa tutte le cose [...] è diventato un uomo, è nato dal ventre di una donna [...]». Noi siamo al mondo, perché a noi e non ad altri è stato reso noto che Dio è diventato un uomo. C’è un uomo tra di noi, venuto tra di noi duemila anni fa e rimasto con noi («Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»), c’è un uomo che è Dio. La felicità dell’umanità, la gioia dell’umanità, il compimento dei desideri tutti dell’umanità è Lui che lo porta alla fine; lo porta alla fine per coloro che Lo seguono.

La conseguenza contingente del guardare Lui, del guardarlo parlare, del sentirlo, dell’andargli dietro, del dire a tutti: «È qui, è qui tra noi, il Dio fatto uomo [...]», la conseguenza contingente per chi dice così è che vive meglio - meglio -; non risolve, ma vive meglio anche i problemi della sua umanità: vuol più bene alla sua donna, sa come volere più bene ai figli, vuol più bene a se stesso, ama gli amici più degli altri, guarda gli estranei con una gratuità, con una tenerezza di cuore come se fossero amici, soccorre il bisogno degli altri come può, come se fosse il suo bisogno, guarda il tempo con speranza e perciò cammina con energia.

(da In cammino1992-1998, BUR, pp. 221-223)

Nessun commento: