martedì 9 dicembre 2014

Nel crollo delle evidenze, la generazione di un soggetto

gli appunti dall’intervento conclusivo di Julián Carrón agli Esercizi spirituali dei sacerdoti. Pacengo del Garda (Verona), 5 novembre 2014

Mi sono svegliato questa mattina con l’urgenza di domandare lo Spirito per tutti noi, perché soltanto lo Spirito può darci quella apertura, quella capacità di conoscere, che ci consente di riconoscere come stanno realmente le cose. Senza questa consapevolezza non è che non facciamo o non prendiamo iniziativa - perché ciascuno di noi si muove comunque per una certa percezione che ha delle cose, per una urgenza che vede -, ma non ha incidenza quello che facciamo. Per questo, che noi ci aiutiamo vicendevolmente ad avere uno sguardo vero sul reale, sulle circostanze che viviamo, è il primo gesto di amicizia che ci offriamo per vivere, per vivere il nostro ministero, per vivere davanti ai bisogni del mondo.

UNA PERCEZIONE DIVERSA DEL REALE
Il primo dono che ci ha fatto don Giussani, per cui ha cominciato a generare la storia a cui apparteniamo, è stata la sua percezione del reale. Pensiamo al dialogo con i ragazzi sul treno o con i liceali che si avvicinavano a lui per confessarsi, quando andava nella parrocchia di viale Lazio a Milano il fine settimana, all’inizio degli anni Cinquanta. Dialogando e confessando, ha avuto una percezione chiara di quale fosse la situazione, per cui ha deciso di cambiare tutto, perfino la propria prospettiva accademica, anche scombussolando, in un certo modo, quello che avevano pensato per lui i suoi superiori: lo ha fatto per rispondere a una urgenza che gli era apparsa in modo palese. Da questo ha incominciato. In una situazione come quella della Chiesa ambrosiana degli anni Cinquanta, nella quale non c’erano particolari problemi di ortodossia e tutto si trasmetteva pacificamente, il suo sguardo ha colto - per grazia - una questione decisiva, con una capacità di leggere veramente i segni dei tempi, quei segni che quasi nessuno vedeva. Ciò che adesso è evidente a tutti, per le conseguenze che abbiamo visto e vediamo, all’inizio, come succede sempre, era riconosciuto solo da alcuni. Al genio bastano pochi indizi per trarre una conclusione generale. È questa la genialità dello Spirito, che può dare a uno la grazia perché incominci a capire. Lungo la sua vita, don Giussani ci ha offerto tanti segni di questo sguardo diverso, diverso da quello degli altri e diverso anche dal nostro, tanto che sorprendeva perfino noi stessi. 

Che cosa non andava in quegli anni? La dottrina ortodossamente trasmessa non penetrava più la vita, non diventava di nuovo esperienza. Don Giussani ha dato vita al movimento proprio per iniziare a rispondere a quella urgenza. Perciò, ha ricominciato mettendo a tema l’esperienza, perché senza di essa - cioè se la dottrina non entra nella vita e non se ne fa esperienza - noi non possiamo capire la natura della fede. Sin dall’inizio ha messo al centro l’esperienza: «Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò» (Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, p. 20); vale a dire: non sono venuto per convincervi di qualcosa, ma per darvi lo strumento affinché possiate fare esperienza e convincervi voi stessi, affinché cioè si generi la vostra personalità attraverso il paragone costante tra quello che vivete e i criteri che sorprendete dentro di voi, impegnandovi nella verifica della proposta che ricevete. 

UNA DEBOLEZZA DI COSCIENZA. COME SE NON CI FOSSE PIÙ NESSUNA EVIDENZA REALE
Ma a un certo punto, molti anni dopo l’inizio del movimento, don Giussani si è reso conto che soprattutto nella vita dei giovani stava accadendo ancora qualcosa di nuovo, che non si manifestava - come tanti potremmo pensare - in una sorta di incoerenza etica. Questo non sarebbe niente. Egli ha compreso che quella dei giovani degli anni Ottanta non era appena una debolezza di coerenza, non era una fragilità morale soltanto: «Mi pare che la differenza stia in una maggiore debolezza di coscienza che adesso si ha; una debolezza non etica, ma di energia della coscienza. [...] È come se [oggi] non ci fosse più nessuna evidenza reale se non la moda, perché la moda è un progetto del potere» (L’io rinasce in un incontro. 1986-1987, Bur, Milano 2010, pp. 181-182).

Questo venir meno dell’evidenza è cresciuto esponenzialmente negli anni successivi e continua a crescere. Oggi possiamo comprendere ancora più chiaramente la portata di un brano dell’allora cardinale Ratzinger che abbiamo citato parlando di Europa: «Nell’epoca dell’illuminismo [...] nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili [...]. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita» (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, LEV-Cantagalli, Roma-Siena 2005, pp. 61-62). 

Infatti, come scriveva nel 1998 sempre il cardinale Ratzinger, «il crollo di antiche sicurezze religiose, che settant’anni addietro sembravano ancora reggere, nel frattempo è diventato un fatto compiuto. Pertanto diviene più forte e generalizzato il timore che questo porti inevitabilmente a un collasso del senso di umanità tout court» (Fede, Verità, Tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, p. 147). Perciò, quando parliamo di «crollo delle evidenze» - come abbiamo fatto in occasione delle elezioni europee -, stiamo indicando qualcosa che caratterizza profondamente il nostro contesto storico. Giussani non si è lasciato confondere dalle conseguenze. Tale crollo, infatti, porta con sé tutta una serie di conseguenze etiche e morali, ma è l’origine a essere chiaramente identificata da lui: non c’è più alcuna evidenza reale. Il fatto che noi facciamo fatica a renderci conto di questo dice fino a che punto anche noi partecipiamo di questa situazione. All’origine di essa, infatti, vi è una riduzione dell’uomo, delle sue capacità fondamentali, che porta a non riconoscere più l’evidenza. Questa riduzione - dice don Giussani - si afferma per l’influsso del potere. L’attacco fondamentale portato dal potere è rivolto all’io, è una riduzione dell’io, del desiderio, della capacità della ragione di riconoscere il reale. Forse anche noi siamo definiti dal potere più di quanto possiamo pensare, e la fatica a riconoscere il tipo di crollo che caratterizza il nostro tempo ne è il primo segno. Il potere può lasciare, perciò, che ci distraiamo con altre cose, perché in fondo, non cogliendo e non colpendo l’origine di tutto, da dove vengono tutte le conseguenze negative che vediamo, con il nostro fare non costituiamo un problema.

Un amico mi ha ricordato in proposito una frase di Chesterton: «Il male non è che i sapienti non vedono la risposta, ma che non vedono l’enigma» (Ortodossia, Edizioni Martello, Milano, 1988, p. 49), cioè non si rendono conto del problema, non vedono l’evidenza, e allora è difficile per loro capire tutto il resto. E questo, detto tra parentesi, non è un problema di schieramenti ecclesiastici, progressisti o conservatori, ma di uno sguardo sul reale che riguarda tutti. D’altra parte, è lo stesso problema che aveva Gesù con i farisei: quando sottolineavano con tanto accanimento l’etica, perché lo facevano? Perché non capivano la natura del problema, di conseguenza potevano accontentarsi di insistere sull’etica. Tanto pelagianesimo che spesso ci troviamo addosso dipende dal fatto che non ci rendiamo conto della natura del problema umano; per questo possiamo affannosamente mettere in atto tanti tentativi di soluzione, senza minimamente sfidare il fondo della questione. A volte ai nostri occhi Gesù sembra un ingenuo e ci scandalizza; quando dice: «Guardate che in fondo in fondo non è questo il problema», scandalizza tutti: «Ma come?! Com’è possibile che a Gesù sembri più importante andare a mangiare a casa di Zaccheo piuttosto che fargli una lezione di morale?». L’atteggiamento di Gesù spiazza tutti. «Ma com’è possibile?». 

Gesù ha una percezione diversa della questione, una percezione vera. Di quanto tempo avremo bisogno per capirlo? Qualcosa di simile ci è già accaduto. Don Giussani ha visto, infatti, certe cose fin dall’inizio, ma c’è voluto molto tempo affinché diventasse palese anche a noi, e adesso a tutti. Non è un problema di schieramenti, di discussioni o di dialettica. Pensare di risolvere la questione con la dialettica fa già parte della incapacità di riconoscere le evidenze, le evidenze “più evidenti” - perdonate il gioco di parole -, della incapacità di cogliere che cosa succede, qual è il crollo davanti al quale siamo. Se non ci rendiamo conto di questo, non possiamo sperare di rispondere adeguatamente alla sfida, anche se ci agitiamo in mille modi. 

UNA RIDUZIONE DELLA CAPACITÀ DI GUARDARE
È una percezione della condizione umana nel suo insieme, dell’umano in quanto tale, a essere ridotta. Se non ce ne accorgiamo, ci ha detto don Giussani, è per l’influsso che il potere esercita su di noi, riducendo la nostra capacità di guardare la realtà. Tale influsso non riduce innanzitutto la nostra capacità etica, di coerenza, ma la capacità di guardare. La conseguenza è una conoscenza ridotta di ciò che accade. Per questo mi aveva stupito tantissimo quel brano di don Giussani che poi ho citato agli Esercizi della Fraternità (cfr. J. Carrón, «Nella corsa per afferrarLo», suppl. Tracce, n. 5/2014, pp. 31-32): «Se siamo così vergognosamente divisi [dentro di noi], frammentati, che è impossibile l’unità perfino tra l’uomo e la donna, e non ci si può fidare di nessuno; se siamo così cinici verso tutti e tutto, e così disamorati di noi stessi [come se fossimo staccati da noi stessi], come possiamo da questa melma trar fuori qualcosa per ricostruire le nostre mura abbattute, ottenere il cemento per la costruzione di mura nuove? [...] Data questa nostra situazione ferita, non possiamo dire, infatti: “Mettiamoci noi a ricostruire l’umano!”. Se siamo così vinti, come facciamo a vincere? [...] Occorre che venga qualcuno dal di fuori - deve venire qualcuno dal di fuori [dal di fuori dei nostri pensieri, della nostra capacità ridotta di guardare, della nostra capacità ridotta di vedere; deve venire qualcuno dal di fuori per noi ora, non per noi prima che cominciassimo a vivere il cristianesimo, non per coloro che ancora non sono cristiani, ma per noi che siamo già cristiani] - e che di fronte a questa nostra casa abbattuta rifaccia le mura. [...] È in questo la difficoltà maggiore nei confronti [...] del cristianesimo autentico: è attraverso qualcosa d’altro - che viene dal di fuori - che l’uomo diventa se stesso» (L. Giussani, «È sempre una grazia», in È, se opera, suppl. 30Giorni, febbraio 1994, pp. 57-59). 

Questo, insiste Giussani, «non piace»: attenzione, non piace a noi! Vediamo in noi una resistenza, perché ciascuno pretende di avere già le idee chiare. Pensiamo a certi dialoghi tra di noi: ciascuno ha già un suo giudizio sulla situazione, su ciò che occorrerebbe fare, tutti sappiamo già, e noi chierici di più di tutti! Per questo, che sia qualcosa d’altro, che viene dal di fuori, a ricostruire le nostre mura distrutte, non piace, «perché [...] dà ospitalità a qualche cosa che non corrisponde alla nostra fantasia e a una nostra immagine di esperienza, che appare astratto nella sua pretesa. [Così] [...] ci si arresta [questa frase dovremmo scolpircela tutti davanti agli occhi!] [...] in un’aspirazione impotente a rimediare o in una pretesa fraudolenta, mentitrice, vale a dire: si identifica il rimedio con la propria immagine [qualunque immagine ciascuno si faccia] [con la propria] volontà di rimediare [Ci facciamo un’immagine e ci affidiamo alla nostra volontà di rimediare portando avanti ciò che abbiamo in testa] [...]. Così nasce il “discorso” sui valori morali, perché il discorso sui valori morali sottende che il rimedio alla dissoluzione venga dalla forza di fantasia e di volontà dell’uomo: “Mettiamoci insieme, che rimedieremo!”» (ibidem, p. 59).

CRISTO È VENUTO PER RISVEGLIARE LA NOSTRA CAPACITÀ DI CONOSCERE IL REALESe non ci aiutiamo a uscire dalle nostre immagini e dai nostri pensieri, se non smettiamo di accanirci nel tentativo di realizzarli con le nostre azioni, non risponderemo alla sfida attuale. La situazione che descrive don Giussani è la stessa che ci ricorda la Chiesa lungo la sua storia: «I precetti della legge naturale [cioè le evidenze più grandi per l’uomo] non sono percepiti da tutti con chiarezza ed immediatezza [a causa della riduzione del nostro io, che anche noi viviamo]. Nell’attuale situazione, la grazia e la Rivelazione sono necessarie all’uomo peccatore perché le verità religiose e morali [cioè le evidenze] possano essere conosciute “da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza alcuna mescolanza di errore”» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1960). Questa è la situazione: lo affermava già nell’Ottocento, parlando della conoscenza di Dio, il Concilio Vaticano I, poi ripreso nel Catechismo. Perciò, in un documento sul medesimo tema, la Commissione teologica internazionale dichiara: «Bisogna dunque essere modesti e prudenti quando si invoca l’“evidenza” dei precetti della legge naturale» (Commissione teologica internazionale, Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale, 2009, n. 52). Questa condizione si è aggravata per l’influsso della secolarizzazione e per questo la condizione dell’uomo contemporaneo è caratterizzata proprio dal crollo delle evidenze.

Non era dunque distratto don Giussani quando, per rispondere a questa situazione, ci ha comunicato il cristianesimo, non per convincerci delle sue idee, ma perché potessimo vedere di nuovo la realtà così com’è; ci ha detto che Cristo è venuto proprio per risvegliare in noi il senso religioso, per risvegliare la nostra capacità di conoscere il reale. Se non ci rendiamo conto di questo, finiremo con il tamponare qua e là alcune conseguenze, ma senza aiutare veramente l’uomo a vedere. La situazione è infatti radicalmente cambiata: non è che le persone vedano l’evidenza e la neghino - perché cattive o chiuse -; non la vedono proprio, e questo fa parte del venire meno dell’umano che abbiamo costantemente davanti. Se noi possiamo dire di vedere, è solo perché siamo cristiani, perché il fatto di Cristo ci rimette nella condizione di vedere. Altrimenti penseremmo anche noi come tutti. Non serve allora rimproverare l’altro perché non vede - lo possiamo fare, ma è inutile! -: occorre dare all’altro un reale contributo, aiutandolo a venire fuori da questa situazione bloccata e a rivedere di nuovo la realtà.

Mi ha colpito un’osservazione del cardinale Scola, contenuta in una intervista al quotidiano la Repubblica nei giorni del Sinodo sulla famiglia. Mi sembra preziosa per noi e per questo la ripropongo. Parlando dell’oggi in cui si trova la Chiesa, dice: «Il confronto con la rivoluzione sessuale [come ultimo tentativo dell’individuo di salvarsi da sé, secondo tutte le immagini che ciascuno si può costruire] è una sfida forse non inferiore a quella lanciata dalla rivoluzione marxista» (A. Scola, «Il no ai divorziati resta, ma non è un castigo e sugli omosessuali la Chiesa è stata lenta», intervista a cura di Paolo Rodari, la Repubblica, 12 ottobre 2014, p. 19). Sono due tentativi, a livello sociale o a livello individualistico, di salvarsi da sé. 

Di fronte a questa nuova sfida, che coinvolge la Chiesa e noi stessi, abbiamo nella nostra storia (mi riferisco alla vita del movimento, lungo la quale don Giussani ci ha accompagnato) la risorsa che ci consente di affrontarla. Tuttavia, a volte mi sembra che, non avendo imparato abbastanza da questa storia, ripetiamo alcuni errori del passato. E mi stupisce che non abbiamo ancora colto in tutta la sua densità ciò che abbiamo detto nella prima lezione degli Esercizi della Fraternità, proprio rileggendo la nostra storia: come don Giussani ha affrontato la sfida della rivoluzione marxista nel Sessantotto e come ha giudicato il nostro tentativo di rispondere ad essa. Siccome non ne abbiamo fatto tesoro, possiamo ripetere gli stessi tentativi e gli stessi errori. 

UNA INSICUREZZA ESISTENZIALE, CHE FA CERCARE L’APPOGGIO NELLE COSE CHE SI FANNODon Giussani diceva che dietro i nostri tentativi, tutti desiderosi di rispondere alla situazione, c’era «“una concezione efficientistica dell’impegno cristiano, con accentuazioni di moralismo”. Altro che accentuazioni: con riduzione intera a moralismo! [perché non capivamo, in fondo, di che cosa si trattava] [...]. Seconda conseguenza [...] [è] l’incapacità a culturalizzare il discorso, a portare la propria esperienza cristiana fino al livello in cui essa diventa giudizio sistematico e critico, e quindi suggerimento di modalità d’azione. [...] Terza conseguenza: la sottovalutazione teorica e pratica dell’esperienza autorevole, dell’autorità» («La lunga marcia della maturità», Tracce, n. 3/2008, pp. 63-64). 

Perché accadeva questo, secondo don Giussani? A causa di una ingenuità, «l’ingenuità dell’uomo che dice: “Adesso vengo io a mettere a posto le cose” [...] Che malinconia!» (ibidem, p. 61). Che malinconia, veramente, perché tanti di quei tentativi nascevano e nascono - lo possiamo constatare anche oggi - «da una insicurezza esistenziale, cioè da una paura profonda, che fa cercare l’appoggio in proprie espressioni. Questa osservazione, che abbiamo già fatto una volta, è di capitale importanza. Uno che è pieno di insicurezza, o che ha una paura e un’ansia esistenziale al fondo, dominante, cerca la sicurezza in cose che lui fa: la cultura e l’organizzazione. [...] È una insicurezza esistenziale, è una paura di fondo, che fa concepire come proprio punto d’appoggio, come ragione della propria consistenza, le cose che si fanno culturalmente o organizzativamente». Ma la cosa più terribile è ciò che egli osserva subito dopo: così tutte le cose che facciamo, «tutta l’attività culturale e tutta l’attività organizzativa non diventano espressione di una fisionomia nuova, di un uomo nuovo», perché sono segni della nostra paura esistenziale. Infatti, continua Giussani, «se fossero l’espressione di un uomo nuovo, potrebbero anche non esserci, quando le circostanze non lo permettessero, ma quell’uomo starebbe in piedi. Mentre, invece, tanta nostra gente qui presente, se non ci fossero queste cose, non starebbe in piedi, non saprebbe per che cosa è qui, non saprebbe a che cosa aderisce: non sta, non consiste, perché la consistenza della mia persona è la presenza di un Altro» (Uomini senza patria. 1982-1983, Bur, Milano 2008, pp. 96-97).

Se noi non facciamo tesoro di questa storia, anche continuando a prendere iniziativa, con il nostro fare, agitandoci, non toccheremo l’origine ultima della questione, resteremo, come don Giussani ci ricorda, nell’ingenuità. 

APPROFONDIRE LA NATURA DEL SOGGETTO CHE AFFRONTA I PROBLEMIRiprendendo l’esperienza del Vangelo, egli sottolinea che la persona, la persona ridotta dal potere, «ritrova se stessa [solo] in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro. 1986-1987, op. cit., p. 182). Se questo non succede, tutti i nostri tentativi di rispondere alle nuove sfide, a questa riduzione per cui l’uomo si può accontentare di tutte le immagini di sé che si costruisce, secondo una modalità che può essere diversa rispetto a quella della rivoluzione precedente, non avranno alcun esito. Se l’uomo non ritrova se stesso, non potrà che uscire ancora più ridotto dai suoi sforzi di risolvere il problema. Vediamo già quanto i tentativi di tanti nostri contemporanei siano incapaci di cogliere la natura dell’io e quindi di rispondere alle sue esigenze ultime.

Che cosa fa Gesù per ridestare l’uomo, per risollevarlo da questa situazione? Incontra le persone, mette davanti a loro una presenza umana - la Sua - non ridotta. Perché soltanto imbattendosi in Lui, nella Sua presenza, nella coscienza chiara che Lui ha di sé, nella Sua capacità di rendersi conto di qual è la densità e l’attesa del cuore, può risvegliarsi la loro umanità, la percezione della portata della loro esigenza, ed esse possono di conseguenza non perdere tempo cercando soluzioni che non sono in grado di rispondere adeguatamente. Per questo, Giussani insiste che «la soluzione dei problemi che la vita pone ogni giorno “non avviene direttamente affrontando i problemi, ma approfondendo la natura del soggetto che li affronta”» (in A. Savorana, Vita di don Giussani, Bur, Milano 2014, p. 489), cioè approfondendo la natura dell’io, la natura del proprio desiderio. Non sta dicendo una banalità, perché è solo se l’io si rende conto di sé fino a questo livello, che potrà liberarsi da tutte le presunte soluzioni e le stupidaggini che ha in testa, come accade anche a noi. 

Ma a questo punto, noi siamo davanti allo stesso problema che aveva già identificato con grande chiarezza Romano Guardini: noi possiamo anche dire che «è Cristo che ridesta la nostra umanità», ma la questione è: «Chi protegge Cristo da me stesso? Chi lo mantiene libero dall’astuzia del mio io [da una riduzione operata da me] che vuole sfuggire a un vero dono di se stesso? E la risposta è: la Chiesa» (R. Guardini in H.B. Gerl, Romano Guardini. La vita e l’opera, Morcelliana, Brescia 1988, p. 45), che ci raggiunge in questa epoca, particolarmente, attraverso il carisma. Allora, se non ci rendiamo conto di chi salva Cristo e il carisma da noi stessi, perdiamo Cristo e il carisma per la strada. 

LA RESPONSABILITÀ DEL CARISMA CHE CIASCUNO HAPer questo fa sempre bene ritornare al famoso intervento di don Giussani Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l’opera di un Altro (in L. Giussani, L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, pp. 65-70). In esso egli ci ha dato tutti gli strumenti per la strada. In quel testo ci dice che il carisma è stato dato a lui per grazia, ma deve passare a tutti noi, affinché siamo investiti da esso. «Ognuno ha la responsabilità del carisma; ognuno è causa di declino o di incremento dell’efficacia del carisma [...]. Perciò questo è un momento in cui la presa di coscienza della responsabilità per ognuno è gravissima come urgenza, come lealtà e come fedeltà. È il momento della responsabilità che del carisma si assume ciascuno», perché «oscurare o diminuire [questo] [...] vuol dire oscurare o diminuire un’intensità di incidenza che la storia del nostro carisma ha sulla Chiesa di Dio e sulla società di oggi». Ma nel tentativo di farlo diventare nostro, e non possiamo non desiderarlo, nella «versione personale che ognuno dà del carisma cui è stato chiamato, [...] quanto più uno ne diventa [veramente] responsabile, tanto più [esso] passa attraverso il suo temperamento, attraverso quella vocazione irriducibile a qualsiasi altra che è la sua persona». Per la sua concretezza storica, ognuno del carisma può fare ciò che vuole: «Ridurlo, parzializzarlo, accentuarne aspetti a danno di altri (rendendolo mostruoso), piegarlo a un proprio gusto di vita, a un proprio tornaconto, abbandonarlo per negligenza, per caparbietà, per superficialità, abbandonarlo a un accento in cui la propria persona si trovi più a suo agio, trovi più gusto e faccia meno fatica» (L’avvenimento cristiano, op. cit., p. 68).

Ecco, dunque, «la grande questione: ognuno [di noi], in ogni suo atto, in ogni sua giornata, in ogni suo immaginare, in ogni suo proposito, in ogni suo agire, deve preoccuparsi di paragonare i criteri con cui agisce con l’immagine del carisma come è emerso alle origini della storia comune. [...] Il paragone col carisma è [...] la preoccupazione più grande che metodologicamente e praticamente, moralmente e pedagogicamente si deve avere. Altrimenti il carisma diventa pretesto e spunto per quello che si vuole; copre e avalla qualcosa che si vuole noi» (ibidem, pp. 68-69). 

Proprio per limitare questa tentazione, che riconosceva essere di ciascuno di noi, don Giussani ci ha invitato a «rendere comportamento normale il paragone col carisma come correzione e come ideale continuamente risuscitato. Dobbiamo rendere tale paragone abitudine, habitus, virtù. Questa è la nostra virtù: il paragone col carisma nella sua originalità». Era il 1992 quando diceva questo, e aggiungeva: «Per ora, il paragone [è] ultimamente con la persona determinata con cui tutto è cominciato [cioè lui stesso]. Io posso essere dissolto, ma i testi lasciati e il seguito ininterrotto - se Dio vorrà - delle persone indicate come punto di riferimento, come interpretazione vera di quello che in me è successo, diventano lo strumento per la correzione e per la risuscitazione; diventano lo strumento per la moralità. La linea dei riferimenti indicati è la cosa più viva del presente, perché un testo può essere interpretato anch’esso; è difficile interpretarlo male, ma può essere interpretato così. Dare la vita per l’opera di un Altro implica sempre un nesso tra la parola “Altro” e qualcosa di storico, concreto, tangibile, sensibile, descrivibile, fotografabile, con nome e cognome. Senza questo si impone il nostro orgoglio, questo sì effimero, ma effimero nel senso peggiore del termine. Parlare di carisma senza storicità, non è dire un carisma cattolico» (ibidem, pp. 69-70).

Questo paragone è cruciale per noi, altrimenti siamo lasciati a noi stessi. Accade lo stesso con Cristo: chi salva Cristo da noi stessi? Chi salva il carisma da noi stessi? Perché, alla fin fine, con le stesse parole possiamo fare minestre diverse, con la stessa Bibbia si possono fare tante denominazioni cristiane diverse, come vediamo. 

Qui si gioca la nostra capacità di stare davanti alle nuove sfide con tutta la potenza del carisma che ci è stato consegnato. E qual è il punto decisivo del nostro contributo originale? In che cosa don Giussani identifica la missione di Cristo? Cristo non è venuto a risolvere i problemi dell’uomo, ma a educare il senso religioso, cioè a ridestare l’io mettendolo nella posizione giusta per affrontarli. «Gesù Cristo non è venuto nel mondo per sostituirsi al lavoro umano, all’umana libertà o per eliminare l’umana prova - condizione esistenziale della libertà -. Egli è venuto nel mondo per richiamare l’uomo al fondo di tutte le questioni, alla sua struttura fondamentale e alla sua situazione reale. [...] Non è compito di Gesù risolvere i vari problemi, ma richiamare alla posizione in cui l’uomo più correttamente può cercare di risolverli. All’impegno del singolo uomo spetta questa fatica, la cui funzione d’esistenza sta proprio in quel tentativo» (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, pp. 124-125). 

Se il carisma non è in grado di educare gente capace di affrontare le sfide attuali, non c’è speranza per noi. Oggi, per esempio, i giovani devono andare in giro per il mondo, perché in Italia spesso non trovano un lavoro adeguato; se il carisma non è in grado di fare crescere persone capaci di stare davanti a questo contesto culturale mutato, non possiamo certo pensare di «mettere delle porte alla campagna» - come diciamo in Spagna - per evitare il problema, non possiamo mettere password di accesso da tutte le parti, a tutte le porte. L’unica speranza è che si generi un soggetto in grado di stare in questa situazione proprio per l’esperienza di pienezza che il carisma gli fa vivere. Se il movimento non è un’esperienza presente, confermata da essa, dove io trovo la conferma della verità delle cose, noi soccomberemo. Ce lo ricordava don Braschi parlando dei primi cristiani: come potevano vivere in quel modo davanti a certe sfide? Solo per la consapevolezza della grazia ricevuta.

«NESSUNO GENERA, SE NON È GENERATO»Perciò, davanti al crollo delle evidenze, tutto il problema è se si genera un soggetto in grado di avere una consapevolezza tale della propria natura, della propria esigenza umana, da non lasciarsi travolgere da immagini ridotte e soluzioni parziali, che non danno alcuna soddisfazione. L’esperienza cristiana realmente vissuta rende l’io libero da tutti i tentativi parziali, lo fa traboccare di gioia e di pienezza, ponendo davanti a tutti una umanità veramente desiderabile. Infatti, ciò che colpisce non sono le opinioni diverse sulle cose, ma una umanità vera, piena, in cui ci si imbatte. A questa umanità diversa l’uomo, qualsiasi sia la latitudine in cui vive, non si può sottrarre, come raccontava un ragazzo che ha vissuto alcuni mesi in Texas. Le persone che avevano a che fare con lui gli dicevano: «Non abbiamo mai visto un’umanità così». Si ripete oggi la stessa reazione che i primi avevano davanti a Gesù. Non sono le opinioni religiose che muovono le persone, ma una umanità vera, piena. Occorrerà poi dare tutte le ragioni di tale diversità, ma il primo contraccolpo è l’incontro con una umanità vera, non ridotta.

Che cosa dobbiamo vivere noi per poter educare un soggetto in grado di affrontare il reale? Ritorniamo al punto iniziale: «Nessuno genera, se non è generato» (L. Giussani, «La gioia, la letizia e l’audacia. Nessuno genera, se non è generato», Litterae Communionis-Tracce, n. 6/1997, p. IV), cioè se non si lascia generare ora dal carisma, da quella storia che costantemente ci offre tutti gli strumenti per fare la strada. La grazia di don Giussani è stata di non avere avuto altra preoccupazione che questa generazione, come se avesse previsto la situazione in cui noi, oggi, ci troviamo a vivere sempre di più. Tutti gli altri si preoccupavano di altre cose, pur giuste, ma davano per scontato il soggetto che avrebbe dovuto affrontare i problemi. Chi ha dato tutta la sua vita per questa generazione dell’io, di cui noi siamo testimoni, è stato don Giussani. 

Noi saremo fedeli al carisma, il carisma potrà sussistere nella storia, se crescerà questa capacità del movimento di generare adulti come lui, così traboccanti della presenza di Cristo, così lieti della loro esperienza di Cristo, da potere testimoniare davanti a tutti chi è Cristo. Non c’è un’altra strada, ci dice sempre papa Francesco, che la testimonianza di una vita traboccante della Sua presenza, così che chiunque ci incontra possa fare parte di questa pienezza che a noi è stata data per grazia, ma che dobbiamo avere di continuo la semplicità di accogliere, di ricevere, e senza la quale noi smarriamo il rapporto con la realtà. Per questo aiutiamoci, amici, sosteniamoci a vicenda in questa educazione.

La luce che viene dalla nostra storia - come ci siamo detti agli Esercizi della Fraternità - è un contributo a ritornare all’origine: solo così possiamo vivere in questo contesto storico con una diversità di sguardo e secondo una modalità originale di presenza nel reale. Come ci ha detto il Papa, senza un punto di appoggio in qualcosa di essenziale - e l’essenziale è Cristo -, noi non potremo evitare di spaventarci davanti alle nuove sfide. L’essenziale, il ritorno all’essenziale, a cui don Giussani ci ha sempre richiamato e al quale adesso ci invita papa Francesco, è cruciale per noi; altrimenti sarà difficile essere sufficientemente liberi per cercare nuove forme e modi per comunicare la verità incontrata, come ha scritto il Papa nel messaggio al Meeting.

GESTI DI UMANITÀ NUOVA CHE SUSCITANO UN INTERESSERitornando sempre all’essenziale, noi saremo in grado di porre davanti a tutti una presenza, una modalità nuova di stare nel reale, incontrando la quale le persone possano superare il disagio profondo che impedisce loro di assumersi una responsabilità personale dentro le circostanze. Per far fronte con responsabilità alle sfide attuali deve accadere qualcosa che ridesti tutto l’io, così che possa ricominciare a guardare le cose con sufficiente chiarezza e aderire a ciò che di nuovo riconosce come evidente. Senza questo noi non potremo rispondere, non potremo dare un contributo reale alla situazione attuale. 

Il nostro contributo originale, quello per cui don Giussani ha cominciato tutto, consiste nel ricostruire un soggetto che sia in grado di riconoscere la verità, l’evidenza delle cose, e di aderirvi. È questo che rende appassionante il momento storico che stiamo vivendo: il fatto che le persone, vedendo in certi gesti l’evidenza di qualcosa di vero, pur in mezzo all’indifferenza generale (che è un sintomo del venire meno del soggetto), comincino a interessarsi, restino attratte. Ricordate come don Giussani descriveva una presenza originale? «Non si costruisce una realtà nuova con dei discorsi o dei progetti organizzativi, ma vivendo gesti di umanità nuova nel presente» (Dall’utopia alla presenza. 1975-1978, Bur, Milano 2006, p. 66), vale a dire gesti nei quali uno può vedere, toccare con mano, ciò che lo rende più se stesso. E quando uno scopre questo, comincia a cambiare. Gesti di umanità nuova, cioè di amicizia.

Ma uno sguardo all’altezza dell’umano, una compagnia che porti il destino esiste solo in forza della presenza di Cristo, perché senza la presenza di Cristo noi non vediamo né possiamo fare niente. «Cristo coincide con l’esperienza che io faccio di me», ha detto di recente un amico. Questo è il superamento del dualismo: Cristo coincide con l’esperienza che io faccio di me, nel mio rapporto con il reale. E si vede che Cristo è presente non appena perché dico: «Cristo» - tanti lo possono dire -, ma perché io faccio un’esperienza diversa di me, come capacità di cogliere la realtà e di essere libero, non definito dal contesto che mi circonda.

Noi siamo insieme per questo. Ma dobbiamo prendere ancora più consapevolezza della natura della sfida, se vogliamo dare un contributo reale alla situazione presente. Altrimenti cercheremo di tamponare le conseguenze: il che per un certo tempo potrà anche essere utile, ma non sarà quello a cambiare veramente le cose. Questo vuol dire che avremo bisogno di tempo: cominciamo a piantare degli ulivi sapendo che forse noi non vedremo i frutti, tranne che in certi momenti, in certe persone. Proprio per questo è ancora più decisivo che sappiamo identificare bene lo scopo per cui siamo al mondo. Don Giussani lo aveva capito molto bene, molto prima di altri: Cristo è venuto per risvegliare l’uomo; e la Sua presenza è documentata dal fatto che chi Lo riconosce si rapporta diversamente con il reale, vive intensamente ogni circostanza che gli è data. Solo se facciamo esperienza di questo, possiamo comunicarlo agli altri, dando le ragioni della nostra fede, muovendo quindi
qualcosa nella ragione di chi incontriamo. Altrimenti il nostro contributo sarà pari allo zero. 

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