sabato 22 dicembre 2012

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón 19 dicembre 2012


La copertina di ''All'origine della pretesa cristiana''

Testo di riferimento: All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2011, pp. 71-84; Lettera
alla Fraternità, 1 novembre 2012.
Canti:
• The Things That I See


• Il mistero


Gloria

Ci eravamo dati come lavoro quello di rintracciare, nell’esperienza che
 viviamo, alcuni dei tratti di ciò che dice il capitolo sesto de All’origine
della pretesa cristiana, perché altrimenti noi nonfacciamo un’esperienza
come quella dei discepoli con Gesù; il risultato non è lo stesso se uno fa
un ragionamento o commenti sul testo oppure se fa la stessa esperienza
degli apostoli. Una persona concui parlavo questa settimana mi ha detto:
«Io incomincerei a domandare, a partire dalla prima  pagina del capitolo:
di chi ci siamo scoperti in questo mese domandare: “Chi è costui?”».
Tante volte abbiamo letto questa domanda, ma ci siamo mai sorpresi,
davanti a qualcuno, a dire spontaneamente: «Chi è costui?»? «Vorrei rac
contarti una cosa molto semplice che mi è successa e che mi ha conferma
to quello che hai detto all’ultima Scuola di comunità rilanciando il lavoro
su di essa: “Non cerchiamo di fare commenti sul testo, ma di rilevare
situazioni in cui è successo qualcosa di quello che dice il testo, perché se
è un’esperienza noi dobbiamo poterla fare adesso,altrimenti non possiamo
fare il cammino […] attraverso cui il Mistero ha rivelato veramente la Sua
pretesa unica”. Una sera mio figlio mi ha raccontato di come è stato
davanti al fatto che la morosa lo ha lasciato. Mentre parlava io avvertivo
qualcosa dentro di me per cui – per la maturità, la veritàe la corrispondenza
con cui parlava con il suo cuore davanti a quella circostanza – era palese
che era successo qualcosa. Alla fine, quasi con le lacrime agli occhi guardo
mio marito e dico: “Ma chi è questo?”. E all’improvviso mi sono venute in
mente le prime cinque righe della Scuola di comunità, quando Giussani
dice:“L’eccezionalità del comportamento di Gesù era tale che anche
l’evidenzadel suo contesto familiare, della sua storia personale non valeva
più a definirlo. E così emergeva quella domanda: ‘Chi è mai Costui?’”. Io ho
fatto esperienza di questo perché sentendo mio figlio mi dicevo: io lo
conosco, so chi è e come è fatto, conosco i suoi limiti e i suoi difetti; ma
a un certopunto ho dovuto cedere a una Presenza che in quel momento
mi si rendeva presente attraverso di lui. Questo è mio figlio, ma non è
più mio figlio. È vero che senza tanti ragionamenti mi è stato evidente
riconoscere il Mistero presente, perché in quel momento era la cosa
che più corrispondeva,era l’unica risposta che potevo dare a ciò che mi
stava succedendo [come dice la Scuola di comunità: «La sua risposta
inimmaginabile si addiceva all’evidenza che da Lui emanava»].
Attraverso questo fatto sto anche imparando ad amare la Scuola di
comunità, perché ora capisco che è per me, e non sono parole senza
senso, ma la chiave che mi permette di aprire le porte per entrare con
un’ipotesi positiva dentro la vita». È soltanto se uno fa questa esperienza,
attraverso fatti di questo tipo, gesti impliciti e concreti, reali, che può
capire: si crea il contesto di comprensione per capire. Quando noi
ignoriamo i fatti che allargano sempre di più la ragione, a un certo
momento noi non capiamo più, e non perché non abbiamo l’intelligenza
per capire o perché siamo diventati di colpo stupidi; no, semplicemente
perché non possiamo capire: il metodo descritto dalla Scuola di
comunità è così decisivo che senza di esso non è possibile capire in
un modo ragionevole quello che don Giussani ci dice.
Rimangono frasi di cui uno non ha alcun riscontro nell’esperienza che fa.
E per questo avevamo ripetuto che occorreva essere attenti ai fatti,
perché è attraverso di essi che uno capisce; infatti, come dice Giussani,
«una definizione deve formulare una conquista già avvenuta».
Quando qualcuno ci dà una definizione (che è quel che facciamo di solito)
cerca di farci capire attraverso una spiegazione. Ora, ciascuno deve fare il
paragone tra come si pone lui nella vita e come si pone Gesù con la Sua
pedagogia. Noi tante volte partiamo dalla definizione; ma don
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Giussani dice che se la definizione non è una conquista già avvenuta nella
mia esperienza, non la capisco, la riduco e la faccio diventare, come ac-
cade in tante occasioni, «l’imposizione di uno schema». Perciò, in questa
pedagogia è cruciale essere attenti a tutti i segni attraverso cui Lui sirivela.
E per questo la volta scorsa avevamo terminato rileggendo il testo di
Guardini: la «rivelazione della divinità [non avviene] attraverso
manifestazioni irruenti e con azioni grandiose, ma un continuo, silenzioso
trascendere i limiti delle umane possibilità». E vi invitavo a trovare
nell’esperienza segni di questo continuo, silenzioso trascendere i limiti
delle umane possibilità,perché altrimenti, se di questo non troviamo
traccia, allora quella di don Giussani resta soltanto una “lezione” di
don Giussani, e il cristianesimo è già relegato nel passato, ma passato
passato! Invece,che sia vero quello che afferma Guardini ce lo dicono a
volte gli ultimi arrivati, come questa universitaria che, appena incontrati
i nostri amici, lo riconosce: «Circa un mese fa la mia vita ha avuto una
svolta finalmente. Finalmente dopo giorni e mesi di totale apatia ho
incontrato qualcosa di così bello e grande che non potevo più rimanere
al punto in cui ero prima. Ma prima dov’ero?
Vivevo i giorni sperando che passassero in fretta, senza avere la minima
cognizione di quello che stesse capitando attorno a me, ma soprattutto
dentro di me. Ho vissuto settembre con ansie e angosce, terrorizzata d
all’arrivo in università, non sapendo che mi avrebbe atteso la scoperta più
grande, la riscoperta di me, la vera me, che si era assopita e che avevo
dimenticato. Grazie a una compagna del liceo, a settembre sono arrivata in
università e Qualcuno, ne sono certa, ha voluto farmi un dono, il regalo
inaspettato di cui sono grata e che mi ha cambiato la vita: il fatto di aver
assistito alla presentazione del mio Corso di Laurea fatta da alcuni
universitari il 20 settembre, mi ricordo perfino la data con certezza, e di
aver conosciuto subito dopo, nell’atrio, quelle persone mi ha lasciato una
sensazione che ancora mi commuove [dentro un limite le era giunto
qualcosa che ancora la commuove]. Quelle persone mi avevano già colpito
senza sapere nulla di loro, del movimento, di don Giussani, di Carrón, si
capiva però che c’era qualcosa di diverso, che quella familiarità fra loro
non era scontata [una familiarità; sembrerebbe normale, ma una che arriva
coglie la diversità: non era scontata]. Sono tornata a casa contenta
dell’esperienza fatta e un po’ più convinta della scelta universitaria.
Durante la prima settimana di corsi le mie compagne mi hanno detto:
“Noi andiamo alla Scuola di comunità. Vieni con noi?”. Io istintivamente
sono andata con loro, spinta dalla curiosità. […] Ho ricordi vivi della
Scuola di comunità, ma soprattutto di come mi sono sentita quando è finita:
le uniche parole che potevo pronunciare erano “ma che bello! Una cosa
così non l’ho mai vista e vissuta!”. La sera mi sono domandata: perché tra
tutte le persone che ci sono in università ho incontrato proprio loro del
movimento? È solo un caso oppure Qualcuno vuole qualcosa da me? […]
A tutti quelli che criticano, agli amici con cui mi sono dovuta confrontare e
che all’inizio non capivano (molti tuttora sono scettici) posso dire solo:
grazie; grazie, perché se loro non mi avessero opposto le loro ragioni io
non avrei trovato le mie, non sarei andata a fondo. La contesa dialettica
mi ha costretta a ragionare, a confrontarmi, spiegando a me e a loro
quello che ho trovato. […] Questo, a mio avviso, è il segno più tangibile
della presenza di Cristo. Non sono tanto le discussioni che si possono
fare in merito, ma la bellezza che traspare da tutte le persone che ho
incontrato in questo mese». Per questa ragazza quel continuo trascendere
i limiti delle umane possibilità era qualcosa di così concreto che non
poteva non riconoscerlo. Allo stesso modo mi sonoarrivate tantissime
testimonianze, nelle quali ciascuno mette a fuoco un punto. Come quando
la Scuola di comunità, descrivendo i tratti di questo percorso, si sofferma
a rilevare che Gesù aggrava la richiesta. «Mi ha molto colpito che tu
abbia sottolineato come Gesù aggravi la richiesta. Ma ciò che mi ha
colpito è che questo non abbia una piega negativa (come il termine
“aggravare”sembrerebbe sottintendere), ma tutta positiva. Gesù aggrava
la richiesta. Perché è ragionevole seguire? Gesù aggrava la richiesta.
Per la mia felicità [non è che aggravi la richiesta, come tante volte
interpretiamo, per un moralismo; no, aggrava la richiesta per la mia
felicità!]. Questo mi era evidente da come tu lo dicevi, la tua certezza
mi colpiva, ma questo non mi poteva bastare e mi sono chiesto come
potessi io confermare che fosse vero [ecco tutto il lavoro da fare] che
Gesù ha aggravato la richiesta per il mio bene [se uno non verifica questo
nell’esperienza, come dice Giussani, non potremo resistere nella fede
perché tutto dice il contrario, e noi perdiamo la vita pur
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seguendo]. Ho guardato alla mia vita e mi sono sorpreso a riconoscere
che quando il Signore mi ha tolto qualcosa di caro era perché mi legassi
di più a Lui. Quante volte dentro la mia vita ci sono stati strappi molto
forti, perfino negli affetti più significativi, e dire “sì” al modo con cui Dio
mi si è presentato ha significato sempre un “di più”; quel che ho perso
ha sempre aperto a un centuplo imprevisto, come con tanti amici persi,
con tanti volti che sono andati, e questo rende più acuta la domanda di
che cosa mi faccia rimanere. Gesù aggrava la richiesta per farmi gustare
la vita[altrimenti non sarebbe ragionevole, perché questo è il paradosso
del cristianesimo: che più uno si coinvolge nel rapporto con Lui (che
sembra togliere qualcosa) più gusta la vita: “Chi Mi segue avrà
il centuplo”]. Oggi non riesco a rispondere in un altro modo se non
sorpreso e grato che tutto ciò che ho perso è infinitamente meno rispetto
a ciò che ho guadagnato, del gusto che mi è diventato familiare come
mai avrei pensato. Che Gesù aggravi la richiesta significa semplicemente
che vuole che io mi attacchi a Lui, e questa è l’unica cosa che vale [cioè
che Lui tiene alla nostra felicità]».Per questo don Giussani continua il
percorso fino a sfidare il nocciolo del centro dell’io nel «a causaSua».
C’è una documentazione quasi  elementare di questo, come scrive uno
di voi: «Alcuni giorni fa in ufficio un collega parlando di sé ha detto:
“Io sono qui in questa città e mi sono trasferita da un’altra a causa di
mio marito”. In quel preciso momento l’ho collegato con quanto dice
la Scuola di comunità in merito al progressivo rivelarsi di Cristo,
quando si pone al centro dell’affettività e della libertà dei suoi discepoli:
a causa Sua. È normale che l’uomo nel suo agire e nelle sue scelte
affermi un motivo o una causa che lo determinano». La questione è
qual è, la persona a causa della quale uno è disponibile a fare questo
passaggio. Ma questo è soltanto l’inizio, come scrive un’altra
persona: «Ti scrivo un fatto semplicissimo che però per me è stato
nuovamente decisivo. La scorsa Scuola di comunità, quando ci hai
sfidato a documentare quale fosse la pretesa di Gesù, mi sono
davvero sentita toccata sul vivo e più di altre volte, spesso, nella
giornata ripensavo a quanto ci avevi detto. L’altra sera mio marito,
arrivato dal lavoro tardi, è uscito dopo poco per andare alle
prove del coretto. Io sono rimasta di nuovo a casa con le bambine,
di cui una con l’influenza e la piccola (nemmeno due mesi) che dalle
dieci in avanti ha iniziato a piangere ininterrottamente come
solo i neonati sanno fare. All’inizio ho retto, verso le undici e trenta ho
iniziato con il dirmi che il coro era una cosa bella e che andava bene
così, alle dodici e trenta ero arrabbiata e basta: “Ecco, mio marito non
mi considera, non mi guarda, non si accorge.” Quando è arrivato ero
addirittura troppo stanca per discutere, per cui ho fatto pesantemente
notare l’ora e sono andata a dormire. Il giorno dopo, però, per me la
partita non era finita e non mi bastava pensare di aver ragione.
Continuavo a pensare che avrei voluto dire di più a mio marito, insomma,
ad arrovellarmi e a incastrarmi in mille questioni, non ero soddisfatta.
E a un tratto mi sono chiesta: ma se fosse arrivato prima, il mio disagio
si sarebbe risolto, la mia impotenza sarebbe stata risolta? E mi sono
accorta che neanche mi sarebbe bastato che mio marito fosse arrivato
prima; il mio disagio era più grande, il mio grido più grande, la mia
impotenza più grande, la mia domanda più grande anche di questo, e
così mi sono chiesta: ma di chi è lo sguardo che desideravo ieri sera?
Mi basta quello di mio marito? Quando sono veramente felice?
Quando respiro? “Gesù si imponeva alla propria persona nel cuore
dei sentimenti naturali e si colloca a pieno diritto come la loro radice
vera: ‘Chiama il padre o la madre più di me non è degno di me’ [uno
che percorre tutto il cammino umano e vede che non basta questo,
comincia a capire che quando Gesù si pone nel cuore degli stessi
sentimenti naturali non è per mettere il naso dove nessuno L’ha
chiamato, per interferire, proprio lì, nella nostra tana, ma perché è lì,
nella profondità dell’io di ciascuno di noi, dove viene fuori qual è il vero
bisogno]. No, neppure i miei affetti più cari mi bastano [non è che si
collochi lì dove nessuno deve mettere il naso; no, è che nient’altro basta
a te stesso o a te stessa!]. Guardarli senza  riconoscere prima di tutto
il legame con Chi mi fa ora genera solo una pretesa in me e mi sembra
di tradirli. Gesù tante volte l’ho toccato con mano: “Solo l’essere Tua
è la mia possibilità di essere felice, è il Tuo sguardo che desidero. Tu
mi volevi anche ieri sera e adesso mi vuoi così come sono, e mio marito
e i figli sono il segno di questo abbraccio, ma non perché sono sempre
adeguati, ma perché Tu li fai ora come strada per me” [Solo quando
uno accetta di percorrere tutto quel percorso può arrivare a riconoscere
la presenza di Cristo non come interferenza, ma come grazia]. In quel
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momento, in quell’istante, sono cambiata [“sono cambiata”: ecco da che
cosa si verifica che la fede è un’esperienza presente, confermata da essa,
senza la quale non possiamo resistere in un mondo in cui tutto dice il
contrario], ero lieta, tutto mi è stato ridonato, e mi sono vergognata nello
scoprire con che pretesa avevo guardato a quei rapporti così cari. Ricado
un giorno sì e uno anche, e mi sembra davvero di essere come Pietro, che
un attimo prima è tutto di Gesù e uno dopo – dici tu – pensa che Dio si sia
distratto ed entra con la sua misura. Ma ora questo mio limite non mi
inganna più, perché sto scoprendo piano piano che Lui è irriducibile e
continua a chiedere di me e a correggermi nella realtà. E comunque ho
visto che il mio desiderio è infinito e che solo Gesù può compierlo.
Gesù è Colui di cui ho bisogno adesso, ora. Da qui, che amore e
passione per ogni volto, strada e aspetto della strada che devo
percorrere!». Percorrere il capitolo della Scuola di comunità
dal di dentro dell’esperienza è l’unica cosa che ci può fare capire qual
 è la promessa che esso ha dentro. È tutto diverso fare commenti sul
testo rispetto a rivivere – come vediamo – l’esperienza che un altro fa.
Dico il mio percorso. Prima e dopo essere venuta a conoscenza dei
fatti che coinvolgono alcuni membri del movimento, mi è capitato di
vivere giornate segnate dal dolore e dalla costernazione,cogliendo
ancora una volta l’occasione di constatare come l’appartenenza a
questo popolo è costitutiva, tocca le fibre profonde del mio essere.
Tuttavia come non si potrebbe gustare la bellezza della luce senza
la percezione drammatica del buio, allo stesso modo sto maturando
la consapevolezza che non potrei sperimentare così pienamente e
profondamente quella “febbre di vita” che ci comunica continuamente
e instancabilmente il don Gius senza attraversare dentro dime il deserto
che è di questo mondo e che non mi è estraneo . Quando sono
chiamata ad affrontare questa sofferenza mi accade Gesù che mi
chiede di farGli compagnia davanti alla croce. È il Mistero che irrompe
secondo una modalità che sfida la mia ragione, che mi consente di non
vivere in modo farisaico o borghese la mia fede. Perciò accogliere me
stessa coincide con l’accogliere il Mistero e, dunque, accogliere la
realtà nella sua verità. Ma tutto questo io non lo avrei scoperto senza
seguire la via che il don Gius ci indica. In questo senso, vedendo la
Scuola di comunità di oggi, capisco sempre meglio il significato di
un avvenimento importantissimo accadutomi durante gli anni
dell’università quando l’ho incontrato personalmente. Non è
nonostante il niente che sono, ma proprio in virtù e dentro di esso che
la mia responsabilità, senza personalismi o “ruolismi”, s’è giocata
fino in fondo in opere nate all’interno di questa storia comune, non
da ultima la mia
famiglia, avendo l’occasione di accorgermi che la mia vita nella fede
del Dio vivente è realmente un capolavoro. Grazie. A proposito
dei fatti leggo un’altra testimonianza di uno (che è stato scosso e ha
fatto un percorso): «Partendo dai fatti accaduti in questi giorni,
desidero raccontarti con un esempio come il lavoro di Scuola di
comunità mi sta aiutando a stare di fronte a quel che accade, e
desidero anche porti una domanda. Alla Scuola di comunità del 31
ottobre mi aveva molto colpito come tu avevi commentato il brano del
Vangelo in cui si racconta dell’apostolo che sguainando la spada taglia
l’orecchio a una delle guardie che andavano ad arrestare Gesù; avevi
concluso dicendo: “Questo è il modo normale con cui noi ci rapportiamo
alla realtà”. La cosa mi aveva colpito anche se non capivo dove mi
incrociasse questa questione, perché non riuscivo a reperire nella mia
esperienza fatti e circostanze riconducibili a questo esempio. Mai mi
sarei immaginato quanto fosse invece pertinente a me. E questo me
l’hanno svelato i fatti di questi giorni. Era così tanta la rabbia che ho
cominciato a inviare mail agli amici per gridare il mio sdegno.
Tra le risposte che mi sono arrivate due in particolare mi hanno
ulteriormente infastidito: dicevano che è in queste circostanze che si
vede chi è il Signore per me. Provavo un grande disagio, tipico di
quando si è arroccati a difendere una posizione che in cuor nostro
sappiamo bene non essere vera [“in cuor nostro”: quando il cuore
funziona – e funziona! – non è che possiamo  far finta, non è che
possiamo giocare]. Il tarlo di questo fastidio che  mi lasciava un
grande disagio mi ha fatto tornare alla mente l’episodio dell’orecchio
mozzato e improvvisamente ho capito quanto fosse  vero quello che
avevi detto: stavo brandendo la mia spada anziché  guardare alla
vera natura di quello che stava accadendo. E qual era
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la vera natura di quanto stava accadendo? Che il Mistero alza la
pretesa nei miei confronti sfidandomi fino al profondo di me stesso,
chiedendomi: “Ma tu a cosa tieni veramente? A cosa sei legato? Tieni
di più a Me, al fatto che tutti Mi possano incontrare o a una forma
costruita da mani di uomo?”. Questa sfida fa tremare i polsi perché il
passo successivo è che possono impedirci di fare qualunque cosa, ma
allora la mia vita, la mia persona, le nostre persone possono diventare
per il mondo intero spettacolo della vittoria di Cristo attraverso
un’umanità cambiata. E qui si allaccia la domanda che desidero farti.
In questi mesi la mia vita è dominata da due evidenze: da una parte, il
prendere atto continuamente del mio essere una somma di limiti ed
essere bisognoso di tutto, dell’essere incapace di coerenza (per dirla
all’incirca con san Paolo: faccio il male che non voglio e non il bene
che vedo e che desidero); dall’altra parte, subisco il fascino e
l’attrattiva che suscita l’umanità di persone che appartengono
totalmente a Lui. Capisco che lo spazio che c’è tra queste due evidenze
è il terreno, il campo da gioco della mia libertà, ma spesso mi ritrovo
la sera a vergognarmi per come ho passato la mia giornata nella
dimenticanza di Lui. Perché accade così? Perché queste due evidenze
che dovrebbero portare nella stessa direzione dell’aderire al bene che
vedo non sono sufficienti? Qual è il punto della correzione che mi viene
chiesto?». Il punto della correzione che ti viene chiesto è, semplicemente,
lasciarsi di nuovo attrarre dal fascino che ci è capitato, perché questo ci
consente di riconoscere anche i nostri limiti proprio perché – come
abbiamo detto nella lettera dopo il Sinodo – «a nulla fuorché a Gesù il
cristiano è attaccato». Proprio per questo fascino possiamo guardare i
nostri limiti e possiamo guardare i limiti di quel che facciamo, perché
qualsiasi tentativo nostro, pur fatto con tutta la buona volontà, sarà sempre
limitato, come ogni tentativo umano, e non perché facciamo le cose in
modo sbagliato. Quindi, che cosa c’è di strano in questo? Come se ci
sorprendessimo che la fragilità sia fragile e che il tentativoumano sia,
appunto, un tentativo umano. Don Giussani usava questa espressione,
che mi piace tanto perché definisce benissimo la cosa: il nostro è un
tentativo “ironico”, sempre imperfetto, sempre pieno di limiti. Allora il
problema non è che non accadano certi fatti, perché vediamo tante
persone che davanti a tutto quello che accade maturano, riconoscono
ancora di più la grazia che ci è stata data, e quindi crescono in questo
fascino, non sono sconfitte dalle loro sconfitte, perché è qui dove
si vede la diversità che Cristo genera. E questo ci consente di
correggere ciò che occorre correggere eventualmente. Noi dobbiamo
essere costantemente disponibili alla modalità con cui ci guida il
Mistero che ci affascina, perché possiamo essere spogliati di certe cose,
ma nessuno ci può impedire di testimoniare la bellezza di Colui che ci
ha incontrato, come il popolo di Israele è stato portato in esilio e quella
è diventata l’occasione della testimonianza tra i pagani. Che problema
c’è? Come vedete, il Signore alza la pretesa, per noi e per la nostra
conversione, per la nostra appartenenza sempre più pura, sempre più
limpida a Lui; non perché possiamo dare meno testimonianza, ma
affinché possiamo darla in modo più splendente, secondo un disegno
che non è il nostro. «Nelle ultime Scuole di comunità locali a cui ho
partecipato ho vissuto un certo disagio per come si è parlato di recenti
dolorosi fatti che ci hanno coinvolti. Mi è parso dagli interventi che il
problema fosse quello di difendere il movimento, ribadendo che nulla
è intaccato di esso – e ciò mi è chiarissimo – o sdrammatizzando.
Ho sentito frasi del tipo: “Non sono scandalizzato da quanto è successo,
 noi siamo uguali a tutti gli altri, e come gli altri sbagliamo” o: “Quanto
accaduto mi rimette più velocemente sul cammino”. Ho sentito rispondere
che questi interventi sono il segno che si sta camminando bene. Io non so
come sto camminando, ma ho la percezione dello scandalo e della
responsabilità anche nei confronti degli altri che ci guardano. Non ci
diciamo sempre che il cristianesimo deve essere visibile sulle nostre
facce e nel nostro agire? Io, pur comprendendo alcuni interventi,
lontana dal ridurre il mio disagio a un giudizio sulle persone, ho la
sensazione che il nostro essere preoccupati di non coinvolgere la
nostra esperienza con quanto accade sia un modo di non guardare
in faccia ciò fino in fondo, per eludere una domanda che per me è
urgente e che rivolgo ora a te: perché, pur educati nella strada del
cristianesimo da don Giussani in modo così illuminato e con tale
testimonianza, sbagliamo? Qual è il punto in cui e per cui smettiamo
di seguire e ci adeguiamo ai criteri del mondo? E ancora: se siamo
uguali agli altri in tutto e per tutto – come mi è stato detto – a che vale
l’esperienza del movimento?». Sono questioni che, come vedete,
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oltrepassano i limiti in cui possono trovarsi alcuni, e colpiscono il
centro dell’esperienza di ciascuno, perché se non troviamo risposta
a queste domande non vediamo la ragionevolezza ultima della fede.
A che cosa vale l’esperienza del movimento? O, in altre parole, a
che cosa vale essere cristiani? Per questo noi non possiamo
sottovalutare la sfida, se non la guardiamo fino in fondo e non la
giudichiamo, allora rimaniamo con addosso il virus del sospetto
(«In fondo, vale veramente a pena?»). Perciò è decisivo questo
punto. Il Signore avrebbe potuto risparmiarci questa sfida, ma,
come ci siamo detti tante volte, questo è per la nostra maturazione;
e matura chi accetta la sfida che viene dal reale, dai fatti, aldilà del
fatto di chi abbia ragione o torto. Tutti abbiamo sentito la sfida,
anche soltanto per le notizie diffuse. La nostra appartenenza ci
consente di guardare i fatti? Che razza di appartenenza è la nostra?
Se appartenessimo a un luogo in cui per appartenere dovessimo
negare i fatti, non sarebbe umano. Perché? A che cosa siamo stati
educati? Riandiamo alla terza premessa de Il senso religioso: amare
la verità più di noi stessi. Se noi non siamo educati a guardare la verità
più di noi stessi e ad amare la verità più di noi stessi, significa che noi
non seguiamo la proposta che ci viene fatta! E così non siamo in grado
di stare davanti alla realtà. Soltanto se noi amiamo la verità più di noi
stessi, possiamo veramente non soccombere alle opinioni, alle
interpretazioni, e possiamo aderire alla realtà così com’è e riconoscere
il bene che c’è nelle persone e ciò che ci può essere di sbagliato. Se noi
non giudichiamo questo, rimaniamo nella palude. Lo vediamo
costantemente in altri aspetti del vivere. Facciamo un esempio eclatante
per aiutarci a capire. Vediamo cosa succede nella società quando
davanti alla questione dell’aborto si dice: «Cerchiamo di fare leggi che
giustifichino l’aborto, affinché ciascuno possa essere legittimato a
farlo». Avete conosciuto donne che abbiano abortito? Questo assetto
legislativo ha risolto il loro problema del rapporto con se stesse? Il
giudice più grande che abbiamo è il nostro cuore (anche se ci illudiamo
che sia soggettivo). E come in questo esempio, così succede in tutto.
Per questo, se non ci educhiamo a questo riconoscimento sarà difficile
darci pace. È esattamente ciò che il Papa ci ha testimoniato in tante
occasioni. Perciò aiutarci in questo cammino è fondamentale, come ci
testimoniano ancora due contributi con cui concludo. Il primo: «“Grandi
cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Il Signore si serve di tutto, prende
tutto e restituisce centuplicato. Io e mio marito[che è morto] non siamo
mai rimasti soli, e la Provvidenza mai ci ha fatto mancare il suo amore e
la sua compagnia attraverso il volto degli amici che ci hanno sostenuto,
a volte portati letteralmente in braccio. Potrei fare qui una marea di esempi.
Così non abbiamo mai avuto paura di fronte alla vita e alla morte. Mi son
sentita dire: “Tuo marito è sempre stato realista”. In un biglietto della
spesa ha scritto: “Stare all’esperienza. Una strada tracciata, basta seguire
le orme”. L’ho trovato nel riordinare le cose dopo la sua morte. Ci sono
stati momenti duri, ma presi per mano siamo stati accompagnati a
guardare quello che stava succedendo. Ho pensato: ma quando ci dici
di stare alla realtà che cosa intendi comunicarci? Poi ho capito. Vuol
dire stare all’esperienza, cioè stare a ciò che imparo guardando ciò che
sta accadendo, perché dentro a quello che mi stava e ci stava
accadendo, lì dentro, c’è la presenza del Mistero che fa tutte le cose».
E la seconda: «Che terribili e belli sono i tempi per noi! Tutto il bene
che c’è stato rimane e nessuno lo può cancellare. Continuavo a
ripetermi che il bene ricevuto era un dato oggettivo, che  l’esperienza
non si cancellava, ma il risultato era che io non mi davo pace. Ero
addolorata e incredula [“Non mi davo pace”: il male fa male; sono
cose che riguardano tutti; tutti quanti, perché di fronte a certe cose, la
cosa più terribile è che se noi non facciamo il cammino per cui
diventiamo più certi, un’ombra rimane in noi e poi saremo incapaci
di accompagnare gli altri a superare le difficoltà], e in ultima analisi
non presente alla realtà, con i miei bambini e in casa. Mi sentivo come
i discepoli di Emmaus: triste perché abbandonata. Poi ho riletto il sesto
capitolo di All’origine della pretesa cristiana, e mentre leggevo era
come se Gesù mi stesse chiedendo, come ai suoi discepoli, se ero
disposta a metterLo al centro della mia affettività e libertà anche in
questa circostanza, se ero disposta a riconoscerLo, amarLo e seguirLo,
perché il bene ricevuto fino a quel momento era il Bene con la lettera
maiuscola, cioè Lui. E mi sono detta: ma io, onestamente, posso fare
ancora esperienza di questo bene? Sinceramente che cosa può
impedire che riaccada? C’è qualcosa o qualcuno che non mi permette
di vederLo e dire di ‘sì’? Allora ho ripreso in mano la lettera che ci
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hai scritto dopo il Sinodo, e ho letto più volte il pezzo di Giussani sulla
sequela [perché questa è la strada attraverso cui possiamo venir fuori
ancora più certi]: “La sequela è il desiderio di rivivere l’esperienza
della persona che ti ha provocato e ti provoca con la sua presenza
nella vita della comunità, […] è il desiderio di partecipare alla vita di
quella persona nella quale ti è portato qualcosa d’Altro, ed è a questo
Altro ciò cui sei devoto, ciò cui aspiri, cui vuoi aderire, dentro questo
cammino”. Ma io a cosa sono devota? A cosa aspiro? A cosa voglio
aderire? Voglio fare questo cammino? Mi sono guardata intorno e cosa
ho visto? Tanti volti: mio marito, i miei figli, amici cambiati, tu, la Scuola
di comunità, il Papa con tutto quello che ci dice, e mi sono detta: certo
che posso dire di sì, eccome se posso [questa domanda è per ciascuno
di noi; eccome se posso, ma questa è una decisione che ciascuno deve
prendere, una verifica che ciascuno deve fare, perché senza fare la
verifica che vince in continuazione, quel che prevale sarà l’ombra]! E
improvvisamente mi sono sentita in pace e tranquilla, rappacificata
con tutti. La mente mi si è sgombrata da tutti i pensieri malevoli che
la riempivano [i pensieri malevoli ci riempiono la testa, e quindi queste
vicende ci riguardano tutti] e ho intuito un po’ più concretamente la
questione della contemporaneità di Cristo che ci dicevi agli Esercizi,
e perché non funzionasse ripetermi in continuazione che il bene
ricevuto rimaneva come giudizio su quello che era accaduto [ma è
chiaro, non basta ripetere, occorre fare esperienza: se la sequela non
è fare esperienza, quando arriviamo a certi momenti della vita, non ci
basta]. Se il bene non è presente ora, non serve, è astratto e, in
questa situazione, più che mai inutile. Non serviva a darmi pace,
a farmi sentire grata, desiderosa di rimettermi al lavoro su tutto –
pensa, persino a fare la mamma! –. Intravedo l’opportunità per me in
questa condizione di andare al fondo della mia vocazione, cioè di
poter dire “Tu” a Gesù, e ho fatto esperienza che niente me lo può
impedire». Questa è la sfida che abbiamo davanti, perché se il
Signore non ci ha risparmiato niente è per la nostra maturazione.
Ma questo non può essere uno slogan che ci ripetiamo per
accontentarci; no, dobbiamo vedere nella nostra esperienza che questo
ci fa maturare, ci fa crescere, ci fa venir fuori dalla confusione, senza
che rimangano ombre. La sfida è molto più grande di quanto possiamo
 immaginare: veramente il Mistero aggrava la richiesta!
Significa che il Signore vuole cose grandi da noi, che ci sta facendo
nuovi se noi accettiamo senza paure la sfida del reale, per poter
emergere con una consistenza e con una purità infinitamente più
grandi, come ha detto il Papa oggi nell’udienza sulla Madonna,
all’interno delle catechesi per l’Anno della Fede: «Il saluto
dell’angelo a Maria è quindi un invito  alla gioia, ad una gioia
profonda, annuncia la fine della tristezza che  c’è nel mondo di
fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte,  alla cattiveria,
al buio del male che sembra oscurare la luce della  bontà divina.
È un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona  Novella.
[…] Incontriamo [sullastrada] momenti di luce, ma incontriamo
anche passaggi in cui Dio sembra a assente, il suo silenzio pesa nel
nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello
che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il
dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostrafiducia – come
Abramo e come Maria – tanto più Egli ci rende capaci, con la sua
presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella
certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa
uscire da se stessi e dai propri progetti [cioè convertirci]. Come ha
potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede
così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia
nell’azione di Dio? […] Maria collocava ogni singolo elemento,
ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo
conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio.
Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò
che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia
interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne [cioè li giudica], e
acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire».
È per questo che Cristo è diventato carne: per poterci accompagnare
in questo cammino. Perciò accettare il disegno attraverso cui Lui ci
conduce sarà per noi la possibilità di toccare con mano la Sua
vittoria; e sarà, forse, qualcosa di diverso da ciò che noi
abbiamo in testa, ma sarà comunque una vittoria.
8
Il testo dell’Assemblea nazionale della CdO è stato pubblicato
come “Pagina Uno” sul Tracce di questo mese. Invito tutti a
leggerlo perché mi sembra possa aiutarci ad aver presente i
criteri con cui stare davanti alle sfide della situazione attuale, e a
giudicare le iniziative in cui tanti sono mobilitati.
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 30 gennaio
alle ore 21.30. Riprenderemo il contenuto degli Esercizi del Clu,
che sarà pubblicato con un libretto allegato al Tracce di gennaio.
Abbiamo deciso di renderlo disponibile a tutti perché quello che
è avvenuto agli Esercizi del Clu ci sembra un contributo a vivere
l’Anno della Fede e per mostrare che cosa è la fede. Il contenuto
degli Esercizi è stato, infatti, intrecciato di tante domande e di
testimonianze che hanno fatto emergere che Cristo è così
contemporaneo da riaccadere riaccade attraverso una umanità
presente. Il titolo stesso degli Esercizi: «Qualcuno ci ha mai
promesso qualcosa? E allora, perché attendiamo?», è una
domanda che interpella tutti. Offrire come contributo quanto è
emerso agli Esercizi penso sia un bene per tutti. Perciò vi
chiediamo di proporlo e diffonderlo anche ai vostri
amici e nei vostri ambienti, perché la realtà urge.
Veni Sancte Spiritus

Buon Natale a tutti, anche a tutti coloro che sono in collegamento video.




http://www.youtube.com/watch?v=UDBw3VqKzF8



venerdì 21 dicembre 2012

Con l'audacia del realismo/ dal dialogo all'Assemblea generale di Compagnia delle Opere.



   LA CRISI E LA PERSONA
Bernhard Scholz( presidente Compagnia delle Opere) . Questi tempi sono caratterizzati da una difficoltà per chi fa opere e impresa. Tutto sembra venire giù come durante un terremoto. Nell’assemblea scorsa, abbiamo riscoperto come essere liberi e non schiavi delle circostanze e come vivere con una capacità costruttiva che tanti ci hanno testimoniato. Oggi ci troviamo a navigare “controvento”, che cosa ci può aiutare ad avere audacia e realismo?
Julián Carrón (presidente Fraternità Comunione e Liberazione). È solo con tremore che accetto l’invito dei miei amici di rivolgermi a voi che siete i veri protagonisti in questo terremoto. La ragione per cui può essere utile parlarvi è aiutarvi a rendervi più consapevoli che ciascuno di voi, imprenditori o coinvolti a vario titolo nella azienda, siete persone. Può sembrare la scoperta dell’acqua calda, ma non mi sembra che sia così banale. È proprio questo che tutti danno per scontato, riducendo la persona alle proprie capacità. Ma la persona è una. Dire che l’imprenditore è una persona vuol dire che prima di qualsiasi altra cosa ha bisogno di una consistenza personale senza la quale tutto il resto, a cominciare dalle sue capacità, risulta insufficiente. È fin troppo evidente oggi che il terremoto colpisce il centro del proprio io, la sua consistenza. In questo senso la crisi può essere una occasione preziosa per scoprire la verità di sé, dove è la propria consistenza, e così porre un fondamento adeguato per affrontare la situazione, la sfida che abbiamo davanti e che non è mai slegata dall’esercizio della propria professione.
Ma che cos’è l’io di ciascuno di noi? Il genio di Dante viene in nostro aiuto: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende» (Purgatorio, XVII, vv. 127-129). Dove un io così costituito, con questo desiderio di bene che ci costituisce, può trovare la propria consistenza per potere resistere in mezzo a un terremoto? È proprio qui la sfida più vera delle circostanze che ci troviamo ad affrontare. Per trovare una risposta non bastano opinioni, interpretazioni, chiacchiere, che lasciano il tempo che trovano. Occorre che ciascuno guardi nella propria esperienza (o nell’esperienza altrui) che cosa ha la consistenza di tenerlo in piedi. San Tommaso ci fornisce il criterio della consistenza: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa, IIae, q. 179, a.1 co). Per avere consistenza, dunque, occorre trovare quell’affetto in grado di sostenere la vita, proprio perché poggia tutto sulla propria soddisfazione.
È a questo livello che come cristiani possiamo offrire il nostro semplice contributo: se noi per primi accettiamo la verifica della fede nelle odierne circostanze. Solo chi ha fatto questa verifica, infatti, può fornire la conferma che solo Cristo, presente nella Chiesa, corrisponde alle esigenze costitutive del cuore dell’uomo. Come ha ricordato mercoledì scorso Benedetto XVI, «Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene [di cui parla Dante] radicati nell’anima di ogni uomo» (Udienza generale, 21 novembre 2012). Solo Cristo, quindi, assicura una soddisfazione tale da generare un affetto capace di sostenere la vita in qualsiasi eventualità, rivelandosi un’ancora sicura in mezzo al terremoto. È qui dove si vede se la sfida delle circostanze ha maturato in noi una certezza che ci consente di offrire ai nostri fratelli uomini un punto d’appoggio sicuro. Solo Lui può essere il fondamento adeguato di un’amicizia operativa come la vostra. Infatti, solo nella compagnia di amici veri sarete in grado di guardare la realtà della vostra azienda con verità, senza essere vinti dalla paura che vi impedisce di riconoscere come stanno le cose, unica condizione per poterle affrontare con qualche possibilità di successo. Una compagnia di amici che vi sorregga a guardare tutti i segni della situazione in cui ciascuno si trova senza censurarne nessuno, che vi incoraggi e vi sostenga nella disponibilità a riconoscere e obbedire all’indicazione di tutto quello che occorre cambiare, che vi suggerisca e vi aiuti ad avere l’audacia di prendere delle decisioni anche rischiose che siano più adeguate per affrontare le sfide che avete davanti. 
Tutto, se confermato nell’esperienza, vi farà scoprire il valore più prezioso della vostra amicizia: quello di essere sostegno a uno sguardo più vero sul reale. Paragonato a questo, qualsiasi altro tornaconto o vantaggio di qualunque tipo è troppo poco, per tempi di terremoto e non.
San Tommaso ha colto bene la natura della sfida: «Dalla natura scaturisce il terrore della morte, dalla grazia scaturisce l’audacia [parola che avete scelto come titolo di questo incontro]» (cfr. S. Tommaso d’Aquino, Super Secundam ad Corinthios, 5, 2). «“Dalla grazia scaturisce l’audacia” vuol dire allora: da una Presenza diversa da noi scaturisce in noi l’audacia» (L. Giussani, Un avvenimento di vita, cioè una storia, Edit-Il Sabato, Roma 1993, p. 308). Potrò avere l’audacia di cui ho bisogno solo se sono disponibile a poggiare tutto quanto su quella presenza, su quella compagnia vera che mi offre il punto d’appoggio per rischiare. Perciò, diceva don Giussani, «emblematica dell’audacia è La navigazione di Andrea Pisano (una piccola scultura […]). Vi si stagliano due discepoli sulla barca che, fendendo le acque del lago, remano, tanto tesi quanto calmi e sicuri, verso l’altra riva: dietro di loro, sulla barca, c’è Gesù. Il cammino, il passaggio, la traversata verso il destino, diventa infatti possibile solo quando c’è una presenza (se uno fosse da solo a remare, gli si annebbierebbe la vista, subito si fermerebbe). Il cammino diventa semplice se c’è una presenza, cioè, diciamo subito la parola: se c’è una compagnia» (Ivi).

L’ORIGINE E L’OPERA

Scholz. Tante opere e imprese associate alla CdO nascono da persone appartenenti all’esperienza cristiana, spesso vissuta nel movimento di Comunione e Liberazione. Come questa origine si riverbera nell’opera? Come si riverbera nell’impresa? 
Carrón. Ti ringrazio di questa domanda perché in questi tempi è particolarmente urgente chiarire qual è il rapporto tra il movimento di Comunione e Liberazione e le opere fatte da persone educate nel movimento.
1) Lo scopo del movimento di Comunione e Liberazione è educativo: educare persone che possano poi, assumendosi la propria responsabilità, prendere l’iniziativa di generare opere; e questa è una responsabilità affidata totalmente all’adulto. Il movimento non entra nella gestione dell’opera, perché sarebbe come ammettere che il movimento non è capace di generare adulti che si prendano la propria responsabilità; e questo sarebbe il fallimento totale dell’esperienza di un movimento come il nostro. Non è che il movimento si disinteressi delle opere. No. Il movimento si interessa, è presente svolgendo il compito suo proprio, cioè attraverso la generazione dell’adulto. Don Giussani era talmente convinto che il movimento poteva generare soggetti adulti che ha lasciato totalmente nelle mani delle persone la responsabilità dell’opera che creano; non ha sentito il bisogno di mettere un «guardiano» per tenere sotto osservazione le persone. Ha scommesso e “rischiato” tutto sulla consapevolezza della responsabilità degli adulti. 
2) L’opera è interamente di chi la fa, quindi non c’è un’opera “del” movimento. Il movimento non ha opere, tranne l’Istituto Sacro Cuore che don Giussani ha voluto come un esempio per tutti nell’ambito educativo. Per questo, nessun’altra opera è sotto la responsabilità diretta del movimento. Il movimento non fa parte del Consiglio di amministrazione di questa o quell’opera, e quindi, non facendone parte, non si assume la responsabilità delle decisioni che prende un Consiglio di amministrazione. Mi sembra che la questione sia semplice.
Tutte le persone che come adulti decidono di dare vita a un’opera, devono avere la consapevolezza della loro responsabilità totale dell’opera. Questo è particolarmente importante perché a volte si nota proprio una mancanza di questa consapevolezza. E così può capitare che si lascino andare le cose su cui occorrerebbe intervenire, invece di assumersene la responsabilità come adulti. Se tutti fossero veramente consapevoli della loro responsabilità, certe cose non accadrebbero.
Questa è una chiamata alla responsabilità personale in quanto adulti, e quindi è una sfida a crescere in questa autocoscienza nel modo di gestire le opere in cui siete coinvolti. Questa assunzione di responsabilità è una parte di questa crescita del soggetto che tutti ci auguriamo. È questa la responsabilità del laico che la Chiesa vuole che ciascuno si assuma, affinché nel fare le cose possa testimoniare tutta la novità della vita cristiana, tutta la novità che nasce dalla creatura nuova. Per questo mi sembra che ci sia tanta strada da fare, e non perché non ci siano tante esperienze stupende tra di voi, ma perché occorre imparare da quello che accade, o dalle possibili deficienze che si possono rilevare nelle opere, per prendere consapevolezza ed evitare sbagli o rischi che ci si trova tante volte ad affrontare.
La capacità di un adulto - che partecipa dell’esperienza di Comunione e Liberazione - di generare opere è un segno della vivacità del movimento, della sua energia educativa di generare persone sensibili ai bisogni degli altri e in grado di mettersi insieme per realizzare iniziative, opere, che costituiscano risposte adeguate ai bisogni. A questo non rinunceremo mai. Quante volte resto senza parole davanti a tanta creatività, iniziativa e generosità! Questo è il frutto dell’educazione ricevuta nel movimento di Comunione e Liberazione. È una cosa bellissima, che testimonia la capacità che ha la fede di generare soggetti in grado di diventare protagonisti attraverso la realizzazione di opere. Una tale ricchezza di iniziative è un fatto, un dato evidente a tutti, e non può essere messa in discussione a causa dei limiti di ciascuno o degli sbagli che chiunque può commettere. Anzi, riconoscerli, chiedere scusa e correggersi rappresenta la possibilità di riprendere coscienza della propria responsabilità nelle opere in cui ci si impegna. Non si può mettere a rischio tale ricchezza per una mancanza di responsabilità personale.
Fa parte di questa responsabilità, oltre al realismo e alla prudenza nel realizzare le opere che Dio permette di fare, il far risplendere in esse la loro diversità, per esempio, nel modo di trattare il personale così come nel modo di rapportarsi ai clienti e ai fornitori. Sembrano segni quasi banali, ma tutti sappiamo che “gridano” la diversità di un’opera. 
Ma prima di finire questo punto, vorrei approfittare di questa occasione per dire una cosa a riguardo della CdO, spesso presentata dai giornali come il «braccio economico» di Cl e che porta taluni a pensare che Cl dipenda economicamente dalla CdO. Niente di più lontano dalla realtà.
Fin dall’inizio il movimento è vissuto esclusivamente grazie ai sacrifici economici delle persone che vi aderiscono. Chi appartiene al movimento, si impegna a versare mensilmente una quota di denaro liberamente stabilita, il cosiddetto «fondo comune», che don Giussani ha sempre indicato come gesto educativo a una concezione comunionale di ciò che si possiede, alla coscienza della povertà come virtù evangelica e come gesto di gratitudine per quello che si vive nel movimento. Proprio per la ragione educativa detta, non è rilevante l’entità della quota che ciascuno versa, ma la serietà con la quale si rimane fedeli all’impegno preso. Per sostenere la vita delle nostre comunità in Italia e nel mondo e le iniziative caritatevoli, missionarie e culturali, il movimento di Comunione e Liberazione non ha bisogno d’altro; e per questo siamo liberi da tutto e da tutti nello svolgere il nostro compito come movimento.

LA RESPONSABILITÀ

Scholz. Spesso l’appartenenza alla Chiesa o a un movimento ecclesiale viene vista come un limite alla responsabilità personale, mentre tu insisti sul fatto che proprio una tale appartenenza favorisce l’assunzione di responsabilità. In che cosa consiste questo potenziamento della responsabilità attraverso un’appartenenza?
Carrón. Tutto dipende da come si concepisce il nesso tra appartenenza e responsabilità. Ci sono tipi di appartenenza che, invece di aiutarlo a maturare, a crescere nella sua responsabilità, si sostituiscono al soggetto che appartiene. Quasi che l’appartenenza a un certo gruppo potesse risparmiare il rischio di una responsabilità personale e giustificasse come un a priori il proprio comportamento. C’è, invece, una appartenenza che genera la persona nella sua responsabilità, nella sua libertà, nella sua iniziativa. Appunto, risveglia tutte le energie nascoste del soggetto. 
«La dimensione comunitaria - diceva don Giussani - rappresenta non la sostituzione della libertà, non la sostituzione della energia e della decisione personale, ma la condizione dell’affermarsi di essa. Se io metto un seme di faggio sul tavolo, anche dopo mille anni (posto che tutto rimanga tale e quale) non si svilupperà niente. Se io prendo questo seme e lo metto dentro la terra, esso diventa pianta. Non è l’humus che sostituisce l’energia irriducibile, la “personalità” incomunicabile del seme: l’humus è la condizione perché il seme cresca.
La comunità è la dimensione e la condizione perché il seme umano dia il suo frutto. Per questo la vera persecuzione, la più intelligente, è quella che ha usato il mondo moderno, non quella che ha usato Nerone con il suo anfiteatro. La vera persecuzione non sono le fiere, non sono neanche i lager. La persecuzione più accanita è l’impedimento che lo Stato cerca di realizzare all’esprimersi della dimensione comunitaria del fenomeno religioso.
Così per lo Stato moderno l’uomo può credere tutto quello che vuole, in coscienza: ma fino a quando questa fede non implichi come suo contenuto che tutti i credenti siano una cosa sola e che perciò abbiano il diritto di vivere e di esprimere questa realtà. Impedire l’espressione comunitaria è come tagliare alle radici la alimentazione della pianta; la pianta poco dopo muore» (L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 2010, pp. 182-183). Mi sembra che abbiamo davanti tanti esempi di che cosa accade quando si impedisce questa possibilità, questa espressione comunitaria decisiva per il crescere delle persone.
Il test dell’appartenenza è la sua capacità di far fruttificare il seme, cioè di generare adulti con una capacità di stare nel reale, di giudicare, di capire la realtà, di essere disponibili all’ascolto di essa. A questo livello non bastano affermazioni di principio. Occorrono testimonianze che documentino che le persone fioriscono nell’appartenenza e che l’appartenenza genera le persone.

Scholz. Ci sono persone che con il loro talento e temperamento hanno avuto il dono di creare opere e imprese. Si sono messe in gioco personalmente, si sono assunte una propria responsabilità. Ma in alcuni casi questo impegno personale diventa un personalismo, un accentramento su di sé, con una relativizzazione dei criteri oggettivi. Questo personalismo si evidenzia, poi, anche nella difficoltà del passaggio generazionale. Da dove nasce questo personalismo e quale sarebbe la strada per una reale valorizzazione della persona responsabile?
Carrón. Il personalismo è un tentativo sbagliato di risolvere il problema della vita, di raggiungere quel compimento per cui valga la pena vivere. Peccato che quel tentativo nasca dall’incapacità di capire la natura dell’io e dal non aver trovato risposta adeguata alle sue esigenze. «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito», abbiamo ricordato al Meeting scorso. Se non ci rendiamo conto che siamo «fatti per l’infinito», cerchiamo consapevolmente o inconsapevolmente di rispondere al nostro bisogno umano - dicevi - con un «accentramento su di sé» che non potrà mai soddisfare il desiderio d’infinito che ci costituisce. Oltre che sbagliato, il personalismo è inutile per rispondere all’esigenza per cui si fa.
Ma questo personalismo è possibile soltanto grazie alla connivenza di tutti coloro che pensano di risolvere il problema della loro vita scaricando la loro responsabilità su chi esercita tale personalismo, il cosiddetto «responsabile» (tutti possiamo essere conniventi con questo personalismo). Allora «il rapporto con il responsabile, quando è seguito perché è il capo dell’organizzazione sulla quale si sono scaricate tutte le speranze e dalla quale si pretende l’attuazione del proprio progetto, tende ad essere assolutamente chiuso in una dipendenza individualistica.

L’obbedienza che si instaura è obbedienza all’organizzazione, di cui il responsabile è il punto cruciale e il guardiano, e questo elimina la creatività delle nostre persone, perché tutto è stabilito e definito dalla struttura a cui si aderisce, tutto diventa schema» (L. Giussani, Il rischio educativo, SEI, Torino 1995, p. 63).
Come si esce dal personalismo?
Dal personalismo si esce come si esce da qualsiasi idolatria: trovando una presenza talmente vera che provoca per la promessa di compimento che la sua stessa esistenza pone davanti a noi. Solo chi si rende bene conto della vera natura del proprio bisogno umano può capire che quello che risponde ad esso è soltanto la sequela di quella presenza che ci provoca per la promessa che contiene. Ma la chiave sta nella concezione stessa della sequela. La sequela non può essere concepita come un eseguire ordini di uno sul quale si ha scaricato la propria responsabilità con la speranza che l’altro risolva il problema della propria vita.
«La sequela è il desiderio - diceva don Giussani - di rivivere l’esperienza
 della persona che ti ha provocato e ti provoca con la sua presenza nella vita della comunità, è la tensione a diventare non come quella persona nella sua concretezza piena di limiti, ma come quella persona nel valore a cui si dà e che redime in fondo anche la sua faccia di povero uomo; è il desiderio di partecipare alla vita di quella persona nella quale ti è portato qualcosa d’Altro, ed è questo Altro ciò cui sei devoto, ciò cui aspiri, cui vuoi aderire, dentro questo cammino» (Ibidem, p. 64).
Solo uno impegnato nel rivivere l’esperienza della persona che l’ha provocato, può arrivare all’Altro, a Colui in cui trova ciò a cui aspira: non avendo più bisogno di accentrare tutto e tutti su di sé, può finalmente liberarsi da ogni personalismo.
Solo un uomo così può suscitare nell’altro il desiderio di seguire, di implicarsi e, così facendo, aiuta i suoi collaboratori a diventare se stessi, mettendoli in condizione di offrire il proprio contributo all’opera comune. In questo modo, tutte le risorse umane sono messe al servizio dell’opera.

giovedì 20 dicembre 2012

Il Papa sul “Financial Times”: cristiani impegnati nel mondo, liberi da ideologie e compromessi

“Tempo di impegno nel mondo per i cristiani”: è il titolo di un articolo di Benedetto XVI pubblicato oggi dal “Financial Times”. Il Papa sottolinea, in questo “editoriale sul Natale”, che i cristiani sono animati da una visione del destino umano così nobile che “non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare”. L’articolo del Pontefice, informa la Sala Stampa vaticana, nasce da una richiesta venuta dalla redazione del quotidiano economico inglese che - prendendo spunto dalla pubblicazione dell’ultimo libro di Joseph Ratzinger sull’infanzia di Gesù - ha chiesto al Papa una sua riflessione sul Natale. Una richiesta che il Santo Padre ha accettato con disponibilità. Già in passato, il Papa aveva risposto positivamente ad alcune richieste di altri media, come la Bbc, proprio in occasione del Natale, e la trasmissione Rai “A Sua immagine”, in occasione della Pasqua. Anche in questi casi, conclude la Sala Stampa, si è trattato di occasioni per parlare di Gesù e del suo messaggio ad un ampio uditorio, nei momenti salienti dell’anno liturgico cristiano. 

“Rendi a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Parte da questa fondamentale affermazione di Gesù l’articolo del Papa sul “Financial Times”. Benedetto XVI afferma innanzitutto che queste parole di Gesù mettono in guardia nei confronti “sia della politicizzazione della religione sia della deificazione del potere temporale, come pure dell’instancabile ricerca della ricchezza”. Nell’articolo, il Papa sottolinea dunque che l’umile nascita di Gesù “ci sfida a ripensare le nostre priorità, i nostri valori” ancor più “alla fine di un anno che ha significato privazioni economiche per molti”. Cosa possiamo “apprendere dall’umiltà, dalla povertà, dalla semplicità della scena del presepe?”, si chiede il Papa. Il Natale, risponde, “può essere il tempo nel quale impariamo a leggere il Vangelo, a conoscere Gesù non soltanto come il Bimbo della mangiatoia, ma come colui nel quale riconosciamo il Dio fatto uomo”.

E’ nel Vangelo, scrive il Papa, che “i cristiani trovano ispirazione per la vita quotidiana e per il loro coinvolgimento negli affari del mondo, sia che ciò avvenga nel Parlamento o nella Borsa”. E avverte: “I cristiani non dovrebbero sfuggire il mondo; al contrario dovrebbero impegnarsi in esso”. Ma, precisa, “il loro coinvolgimento nella politica e nell’economia dovrebbe trascendere ogni forma di ideologia”. Ecco perché, sottolinea, “quando i cristiani rifiutano di inchinarsi davanti ai falsi dèi proposti nei nostri tempi non è perché hanno una visione antiquata del mondo”. Al contrario, scrive, “ciò avviene perché sono liberi dai legami dell’ideologia e animati da una visione così nobile del destino umano, che non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare”. Ed è questo che è anche successo talvolta lungo la storia quando i cristiani “non hanno potuto accondiscendere alle richieste fatte da Cesare”. Dal culto dell’imperatore romano ai regimi totalitari del secolo scorso, osserva, “Cesare ha cercato di prendere il posto di Dio”.

I cristiani, scrive ancora il Papa, “combattono la povertà perché riconoscono la dignità suprema di ogni essere umano creato a immagine di Dio e destinato alla vita eterna”. I cristiani, soggiunge, “operano per una condivisione equa delle risorse della terra perché sono convinti che, quali amministratori della creazione di Dio”, abbiamo il dovere “di prenderci cura dei più deboli e dei più vulnerabili”. I cristiani, ribadisce, “si oppongono all’avidità e allo sfruttamento nel convincimento che la generosità” e l’amore, insegnati da Gesù, “sono la via che conduce alla pienezza della vita”. La fede cristiana, non manca poi di affermare, “implica l’urgenza del compito di promuovere la pace e la giustizia per tutti”. Questi fini, si legge nell’articolo, “vengono condivisi da molti” e per questo “è possibile una grande e fruttuosa collaborazione fra i cristiani e gli altri”. Il Papa conclude il suo articolo rammentando che la nascita di Gesù “segna la fine dell’antico ordine”. Adesso, scrive, “vi è un nuovo re, il quale non confida nella forza delle armi, ma nella potenza dell’amore”. Dalla mangiatoia, è il suo augurio natalizio, Cristo “ci chiama a vivere da cittadini del suo regno celeste, un regno che ogni persona di buona volontà può aiutare a costruire qui sulla terra”. Alessandro Gisotti

mercoledì 19 dicembre 2012

Udienza generale. Il Papa: l'umiltà del Dio Bambino e di Maria vincono le potenze del mondo

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Cari fratelli e sorelle,
nel cammino dell’Avvento la Vergine Maria occupa un posto particolare come colei che in modo unico ha atteso la realizzazione delle promesse di Dio, accogliendo nella fede e nella carne Gesù, il Figlio di Dio, in piena obbedienza alla volontà divina. Oggi vorrei riflettere brevemente con voi sulla fede di Maria a partire dal grande mistero dell’Annunciazione.
«Chaîre kecharitomene, ho Kyrios meta sou», «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Sono queste le parole - riportate dall’evangelista Luca – con cui l’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria. A prima vista il termine chaîre, “rallegrati”, sembra un normale saluto, usuale nell’ambito greco, ma questa parola, se letta sullo sfondo della tradizione biblica, acquista un significato molto più profondo. Questo stesso termine è presente quattro volte nella versione greca dell’Antico Testamento e sempre come annuncio di gioia per la venuta del Messia (cfr Sof 3,14; Gl2,21; Zc 9,9; Lam 4,21). Il saluto dell’angelo a Maria è quindi un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella.
Ma perché Maria viene invitata a rallegrarsi in questo modo? La risposta si trova nella seconda parte del saluto: “il Signore è con te”. Anche qui per comprendere bene il senso dell’espressione dobbiamo rivolgerci all’Antico Testamento. Nel Libro di Sofonia troviamo questa espressione «Rallégrati, figlia di Sion,… Re d’Israele è il Signore in mezzo a te… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (3,14-17). In queste parole c’è una duplice promessa fatta ad Israele, alla figlia di Sion: Dio verrà come salvatore e prenderà dimora proprio in mezzo al suo popolo, nel grembo della figlia di Sion. Nel dialogo tra l’angelo e Maria si realizza esattamente questa promessa: Maria è identificata con il popolo sposato da Dio, è veramente la Figlia di Sion in persona; in lei si compie l’attesa della venuta definitiva di Dio, in lei prende dimora il Dio vivente.
Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”. Anche in questa espressione si chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che in modo unico ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti. Ella vive interamente della e nellarelazione con il Signore; è in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo; è inserita in una storia di fede e di speranza nelle promesse di Dio, che costituisce il tessuto della sua esistenza. E si sottomette liberamente alla parola ricevuta, alla volontà divina nell’obbedienza della fede.
L’Evangelista Luca narra la vicenda di Maria attraverso un fine parallelismo con la vicenda di Abramo. Come il grande Patriarca è il padre dei credenti, che ha risposto alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra in cui viveva, dalle sue sicurezze, per iniziare il cammino verso una terra sconosciuta e posseduta solo nella promessa divina, così Maria si affida con piena fiducia alla parola che le annuncia il messaggero di Dio e diventa modello e madre di tutti i credenti.
Vorrei sottolineare un altro aspetto importante: l’apertura dell’anima a Dio e alla sua azione nella fede include anche l’elemento dell’oscurità. La relazione dell’essere umano con Dio non cancella la distanza tra Creatore e creatura, non elimina quanto afferma l’apostolo Paolo davanti alle profondità della sapienza di Dio: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33). Ma proprio colui che - come Maria – è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al proprio volere ed è una spada che trafigge l’anima, come profeticamente dirà il vecchio Simeone a Maria, al momento in cui Gesù viene presentato al Tempio (cfr Lc 2,35). Il cammino di fede di Abramo comprende il momento di gioia per il dono del figlio Isacco, ma anche il momento dell’oscurità, quando deve salire sul monte Moria per compiere un gesto paradossale: Dio gli chiede di sacrificare il figlio che gli ha appena donato. Sul monte l’angelo gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito» (Gen 22,12); la piena fiducia di Abramo nel Dio fedele alle promesse non viene meno anche quando la sua parola è misteriosa ed è difficile, quasi impossibile,  da accogliere. Così è per Maria, la sua fede vive la gioia dell’Annunciazione, ma passa anche attraverso il buio della crocifissione del Figlio, per poter giungere fino alla luce della Risurrezione.
Non è diverso anche per il cammino di fede di ognuno di noi: incontriamo momenti di luce, ma incontriamo anche passaggi in cui Dio sembra assente, il suo silenzio pesa nel nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia - come Abramo e come Maria - tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.
Vorrei soffermarmi ancora su un aspetto che emerge nei racconti sull’Infanzia di Gesù narrati da san Luca. Maria e Giuseppe portano il figlio a Gerusalemme, al Tempio, per presentarlo e consacrarlo al Signore come prescrive la legge di Mosé: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfrLc 2,22-24). Questo gesto della Santa Famiglia acquista un senso ancora più profondo se lo leggiamo alla luce della scienza evangelica di Gesù dodicenne che, dopo tre giorni di ricerca, viene ritrovato nel Tempio a discutere tra i maestri. Alle parole piene di preoccupazione di Maria e Giuseppe: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», corrisponde la misteriosa risposta di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,48-49). Cioè nella proprietà del Padre, nella casa del Padre, come lo è un figlio. Maria deve rinnovare la fede profonda con cui ha detto «sì» nell’Annunciazione; deve accettare che la precedenza l’abbia il Padre vero e proprio di Gesù; deve saper lasciare libero quel Figlio che ha generato perché segua la sua missione. E il «sì» di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce.
Davanti a tutto ciò, possiamo chiederci: come ha potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia nell’azione di Dio? C’è un atteggiamento di fondo che Maria assume di fronte a ciò che avviene nella sua vita. Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo - è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio. Un altro cenno all’atteggiamento interiore di Maria di fronte all’azione di Dio lo troviamo, sempre nel Vangelo di san Luca, al momento della nascita di Gesù, dopo l’adorazione dei pastori. Si afferma che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); in greco il termine è symballon, potremmo dire che Ella “teneva insieme”, “poneva insieme” nel suo cuore tutti gli avvenimenti che le stavano accadendo; collocava ogni singolo elemento, ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio. Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 1,45), esclama la parente Elisabetta. E’ proprio per la sua fede che tutte le generazioni la chiameranno beata.
Cari amici, la solennità del Natale del Signore che tra poco celebreremo, ci invita a vivere questa stessa umiltà e obbedienza di fede. La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.

Blanca e la compagnia di Dio. «Il lungo cammino che mi ha portata dritta all’altare» L


Da quando la Divina Provvidenza ha messo “mano all’opera” in favore dei malati terminali, soli, abbandonati o rifiutati dalle cliniche o i mendicanti della strada, quasi tutti malati di Aids, non mi sono mai stancato di dire ogni giorno: se le opere di carità che la Divina Provvidenza ha costruito, per coloro che secondo il mondo non valgono niente, non ci aiutano a conoscere, amare, servire e annunziare Cristo, preferisco che si concludano. Non sono venuto in Paraguay con un progetto né con l’ipotesi di costruire ciò che ora esiste. Anzi, se avessi saputo ciò che Dio aveva in mente, avrei probabilmente detto di no. Sono venuto in Paraguay per un altro motivo, inviato da don Giussani. Non sapevo cosa mi aspettasse.
Per quindici anni il mio unico impegno è stato quello di trovare me stesso. Dopo quindici anni di “passività”, passati a gridare, a supplicare il Signore che mi desse la grazia di dire “Io”, sono fiorite le opere che hanno visto come protagonista una compagnia che si è formata tra di noi, sacerdoti e laici impegnati. Per questo motivo l’unico scopo della Clinica e delle altre opere è quello che chi arriva incontri Cristo. Mi commuove vedere come non ci sia giorno in cui qualcuno non si dedichi totalmente a Cristo.
Durante questi otto anni di costruzione della Clinica (l’attuale) sono andate in Paradiso più di mille persone, tutte morte con il nome di Gesù sulle labbra. Credo che non esista opera più grande che quella di accompagnare un paziente terminale nel suo incontro con Cristo. Oltre a questa, c’è un’altra occupazione, non meno importante. Molte persone, sia malati sia gente che lavorava con noi, vivevano in concubinato e durante questi anni hanno chiesto di ricevere il Battesimo e gli altri Sacramenti. In particolare le persone impegnate nel lavoro con noi hanno voluto sposarsi nella Clinica, circondate dai malati terminali. La testimonianza che segue è un esempio commovente di un cammino educativo che è sfociato nell’ultimo matrimonio celebrato qualche tempo fa.
Se un ospedale o qualsiasi opera non è il frutto della passione per Cristo e un cammino educativo per poter dire «Tu, o Cristo mio», non solo non resisterebbe all’usura del tempo, ma non sarebbe neanche utile per gli ammalati. La Clinica esiste prima di tutto perché i pazienti riconoscano Gesù e affinché possano morire “in pace”, come affermano i malati coscienti della morte prossima. A cosa serve un ospedale se non è chiaro questo punto? Servirebbe solo per posticipare per un po’ di tempo la morte, mentre lo scopo di ogni Clinica è quello di sperimentare quello che recitiamo nel Credo: «Propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de coelis». E la parola salute abbraccia tutto l’umano, tutta la realtà nella quale viviamo, oltre alla salvezza eterna. La parola “salute” nella mia esperienza indica un presente che accade e salva la totalità dell’umano, mentre la parola “salvezza” indica lo scopo della vita.
paldo.trento@gmail.com
Molto prima di arrivare nella Clinica della Divina Provvidenza ho sofferto di un grave problema di salute. Ero molto distante da Dio ed è stata proprio la gente di Chiesa quella che più mi ha aiutata ad andare avanti. Loro mi venivano a trovare e mi invitavano in una comunità vicino a casa mia. Ho cominciato a riavvicinarmi a Dio, a interessarmi, perché volevo conoscerlo, ad andare in chiesa per confessarmi, per partecipare alla Messa. Ho deciso di separarmi dal padre dei miei figli e iniziare un percorso dentro la mia comunità. Un giorno un’amica, che lavorava già da molto tempo nella parrocchia di San Rafael, mi ha detto che nella Clinica c’era un lavoro per me. Sono venuta senza informarmi se avrei ricevuto denaro o meno, perché l’unica cosa che avevo dentro di me era un grande bisogno di venire qui.
Ciò che mi ha impressionata di più è stata la bellezza della parrocchia e della Clinica in particolare, un luogo talmente bello che mi parlava della presenza di Dio tra di noi. Quando ho visto il Santissimo Sacramento esposto mi sono resa conto che il Signore mi stava chiamando a intensificare la mia relazione con Lui e da quel momento non mi sono più allontanata da Dio. Ho iniziato a chiedergli senza stancarmi che mi aiutasse a capire cosa volesse da me. Dopo quattro anni di lavoro in questo luogo, ho conosciuto il mio futuro marito che stava lavorando alla costruzione della nuova Clinica. Avevamo in comune entrambi il fascino per questo luogo e io chiedevo sempre al Signore che se questa persona fosse stata un motivo per allontanarmi da Lui avrei preferito che ci separasse.
Questo ragazzo voleva formare una vita con me, voleva diventare mio sposo. Vedeva il sacrificio che facevo per i miei figli, come parlavo di Dio e di quello che imparavo giorno per giorno nelle omelie e nelle catechesi di padre Aldo. Ci siamo conosciuti e frequentati fino ad arrivare a decidere di sposarci. Padre Aldo è stato felice di ricevere questa notizia e noi due ci siamo messi nelle sua mani. Anche se il mio fidanzato aveva molta fretta di sposarsi, padre Aldo ci ha detto di avere pazienza, di aspettare, perché ci avrebbe sposati nella cappella della nuova Clinica, una volta terminata. Ci ha promesso che saremmo stati la prima coppia a inaugurarla e ci siamo sentiti abbracciati e ansiosi all’idea che giungesse quel momento. Dopo due anni di preparazione al matrimonio, siamo arrivati, domenica 4 marzo, convinti del perché e per quale scopo fossimo lì. Dio sarebbe stato da quel momento il pilastro della nostra vita, del nostro matrimonio.
È stata una serata speciale, Dio sa veramente come fare le cose. Il suo tempo non è il nostro. Quel giorno si è compiuta la promessa. Mi sono sentita in famiglia, come in casa, e anche i nostri parenti hanno percepito la stessa comunione, la presenza di Cristo in questo luogo. È stato più importante ciò che hanno visto con i loro occhi che tutto quello che gli avevo raccontato. I giovani volontari della Clinica ci hanno dedicato una serenata: è stato tutto molto familiare. Durante la Messa si celebrava anche il battesimo del bimbo della Casa “Chiquitunga”, luogo di accoglienza per adolescenti incinte. Ci siamo tutti riuniti come se fossimo parte di una grande famiglia. Tutto quello che ha detto padre Aldo durante la Messa mi ha commossa molto, ma una delle frasi che mi ha più colpita è stata quando ha detto che il mio futuro marito non solo aveva partecipato alla costruzione materiale della nuova Clinica, ma soprattutto alla costruzione della sua vita. Ci siamo sentiti entrambi figli di padre Aldo: parlava a ognuno di noi e ci faceva capire che per lui è molto più importante che i suoi figli si costruiscano la loro vita piuttosto che tutte le opere che possono sorgere.
Ringrazio padre Aldo per essere sempre un “papà” per noi, una guida spirituale sicura. La sua testimonianza di vita nelle opere, ci ha spinti a metterci nelle sue mani. Vederlo ci permette di credere in quello che dice e fa. È grazie alla formazione che ho ricevuto giorno dopo giorno che il matrimonio è diventato per me una necessità.
Un altro fatto importante successo durante il matrimonio è stata la morte di Hipólito, un paziente della Clinica. Solo qui si può vivere abbracciando la gioia e il dolore. È stato molto significativo per me, perché noi due in maniera diversa stavamo ricevendo una benedizione dall’alto. Quando l’ho saputo ho avuto la certezza che dal Paradiso lui avrebbe vegliato sul mio matrimonio, lui sarebbe stato il mio angelo.
Ricordo che una volta Hipólito mi ha aiutata a vivere la realtà. Una sera sono entrata nella sua stanza per salutarlo, perché sarei andata qualche giorno in vacanza e lui mi ha chiesto di portargli ad aggiustare un suo vecchio orologio. Gli avevo risposto che non ci sarei stata nei giorni successivi, ma subito mi sono ricordata che era Cristo che me lo stava chiedendo, quindi ho preso l’orologio, l’ho portato ad aggiustare e sono ritornata in Clinica durante la mia vacanza. Hipólito era felice, mi ha ringraziato molto e mi ha benedetto perché stavo per sposarmi. Il giorno del mio matrimonio ho vissuto tutto ciò che Dio ha preparato, un cammino secondo la sua volontà. Sono grata a padre Aldo per tutto e chiedo al Signore che non si stanchi mai. Lo ringrazio per averci formati, perché il tesoro più prezioso che abbiamo in Clinica è la formazione, cioè la catechesi settimanale che presto o tardi trasforma i nostri cuori.
Blanca

Scola: il Dio vicino è il vero regalo


 L’arcivescovo di Milano scrive ai bambini


 « C osa vale di più: aspettare qual­cosa o aspettare qualcuno?». Ma soprattutto «che cosa è più bello?» tra i due aspetti. È il passaggio cen­trale della Lettera di Natale che il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha de­ciso di inviare ai bambini della sua arcidio­cesi. Una Lettera che significativamente ha voluto proprio intitolare: «Aspettiamo qual­cuno ». «Natale è sicuramente la festa più attesa di tutte le feste dell’anno – scrive il cardinale – . Tutti i bambini l’aspettano. Man mano che i giorni passano, l’attesa aumenta». Ecco al­lora che «si fa il presepe, l’albero di Natale, a scuola e all’oratorio di preparano recite e spettacoli, nelle classi dei più piccoli tra voi c’è un grande fervore di lavoretti, molti han­no il calendario dell’Avvento e ogni giorno a­prono una porticina». Non solo. «Si scrivo­no lettere a Gesù Bambino o a Babbo Nata­le – aggiunge l’arcivescovo – che mi piace immaginare come un vecchietto simpatico che gli fa da fattorino, per alleggerirgli un po’ il lavoro». Insomma un clima di grande at­tesa, di grande trepidazione. E proprio a que­sto punto il cardinale Scola richiama l’at­tenzione dei bambini sul senso della festività del 25 dicembre. «Voglio farvi una domanda – dice –: a Natale si aspetta qualcosa o si a­spetta qualcuno?». Ed ecco l’invito a riflettere proprio su questo. E per aiutare i bambini il cardinale fa un esempio molto semplice: «Pensate a quanto aspettate il papà o lamamma che la sera tornano dal lavoro. Ma­gari qualcuno riesce a tornare solo una vol­ta la settimana, forse anche di meno...». Ma la gioia dell’arrivo di una persona, «quando il papà o la mamma arrivano... niente fini­sce ». Invece un regalo «non è difficile che fi­nisca in un angolo, dimenticato».
  Allora a Natale è più bello «aspettare Qual­cuno ». «A Natale noi aspettiamo Lui, Gesù bambino, il Figlio di Dio che ha voluto farsi uno di noi per essere il Dio vicino e farci com­pagnia per sempre». Insomma «il regalo più bello è Gesù» dice nella sua Lettera il cardi­nale, che conclude svelando il segreto «per non stancarci delle cose che ci vengono re­galate: condividerle con altri». E di condivi­sione e vicinanza l’arcivescovo di Milano par­la anche nelle altre due Lettere di Natale che ha voluto riservare alle famiglie («Tenere ac­cesa la speranza») e ai malati. Anche in que­sti due scritti il pensiero va comunque ai più piccoli. «Conservo scolpite indelebilmente nel cuore, alcune immagini di bambini se­gnati dalla malattia in braccio alle loro mam­me – scrive nella Lettera ai malati –. Lì il dolore è così abbracciato all’a­more da venire quasi as­sorbito ». Un abbraccio che il cardinale Scola ag­giunge ai suoi auguri a chi passerà il Natale nel­la sofferenza. Un augurio esteso a tutte le fa­miglie con l’altra Lettera, in cui si sente an­cora l’eco dell’Incontro mondiale delle fa­miglie di maggio-giugno scorsi. «Per le fa­miglie oggi i tempi sono difficili – riconosce Scola, ma forse è ancora più difficile tenere accesa la speranza, questa indomabile cer­tezza della bontà dell’essere uomini, del di­segno buono in cui è inserita la nostra vita e quella del mondo». Proprio per questo, con­clude l’arcivescovo di Milano, «guardiamo tutti insieme con occhi semplici al bimbo di Betlemme come lo guar­darono sua madre e san Giuseppe. Da subito nel nostro cuore rinascerà la certezza che Dio è vicino e con essa la vera gioia del Natale». 
ENRICO LENZI 
“Buon Natale”: «Gli auguri di Natale sono diversi da quelli del tuo compleanno, quello per cui la mamma e il papà organizzano in tuo onore una festa a cui tu inviti gli amici. Ascolta un po’ in cosa consiste questa differenza. A Natale io e te ci scambiamo gli auguri, ma la festa non è anzitutto per noi. È per un altro: Gesù Bambino. Noi siamo gli invitati».
«Per cogliere bene il senso del compleanno di Gesù, del Natale - prosegue il cardinale Scola - tu ed io, insieme, dobbiamo fare un passo. Dobbiamo riconoscere che Gesù è vivo e cammina con noi. Ci accompagna a scuola, in casa, nel gioco con gli amici... in una parola: nella vita. Se è presente in mezzo a noi, si capisce che ci inviti al suo compleanno». E conclude: «Questa libertà, piena di domande, è il dono del Natale di Gesù Bambino. Adesso si capisce perché a Natale ci facciamo gli auguri. Dire agli altri “Buon Natale” è ricordare a tutti che Gesù Bambino è il regalo più bello che gli uomini hanno ricevuto».