venerdì 9 novembre 2012

BANCO ALIMENTARE - VERSO LA COLLETTA


LE “10 RIGHE”

La crisi continua a cambiare la vita di molte persone. L’unica possibilità è
sopravvivere, sperando che tutto prima o poi passi? Perché riproporre
proprio oggi la Colletta Alimentare? Che novità ci attendiamo?

Anche dentro le difficoltà, io esisto e non mi sto dando la vita da solo,
sono fatto e voluto in questo istante da Dio: questo, come disse
don Giussani, “è il tempo della persona”. Solo la riscoperta di questo rapporto
originario permette di vivere ogni cosa da uomini: perché tutto è
occasione per incontrare Chi mi sta dando la vita ora. Questa è la novità
che attendiamo: poterLo incontrare ancora.

Per questo ti invitiamo a partecipare insieme alla Giornata Nazionale della
Colletta Alimentare: fare la spesa per chi ha più bisogn
o



Accadrà anche quest’anno. Con l’anziano che regala il suo buono pasto. O la zingara che offre una bottiglia di olio perché aiutata a sua volta. E poi il mondo dei volontari. Dove succede di ritrovarti vicino un avversario politico per imballare pasta e pelati. Tante storie che superano i confini della Giornata di Raccolta. Siamo andati vedere cosa rimane di quegli incontri. Scoprendo vite cambiate. E salvate

C’è stato l’anziano che si è presentato mostrando il buono pasto con cui fa la spesa ogni giorno: «Ho solo questo, ma oggi lo spendo per voi». O la vecchietta che, entrata al discount per un litro di latte, ne è uscita con mezzo. Nell’altra mano, una scatola di legumi: «Vorrei fare di più, ma davvero non posso...». E l’uomo con mille obiezioni davanti alla pettorina dei ragazzi che l’hanno fermato, salvo poi scaricare il bagagliaio dell’auto pieno di alimenti per farli inscatolare ai volontari. Poi c’è la conoscente della volontaria che si presenta alla raccolta: «È grande quello che fate». «Vieni anche tu a darci una mano l’anno prossimo». «Perché aspettare un anno? Oggi pomeriggio sono libera...». O, ancora, l’anonimo che per anni ha inviato fiori alle volontarie di un supermercato, in segno di gratitudine.
Lasciano senza fiato le storie, le testimonianze e i fatti che ruotano intorno a un evento nato in sordina nel 1997, e oggi diventato il più grande gesto di carità d’Italia: la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare. Sono i numeri a dirlo. Quelli dell’anno scorso, per esempio. Cinque milioni di donatori, 120mila volontari di tutte le età sparsi in 9.000 esercizi italiani. E 9.600 tonnellate di alimenti raccolte, tra carne in scatola, legumi, prodotti per l’infanzia...
Cinque milioni di persone. Se si mettessero una davanti all’altra la fila sarebbe lunga 2.500 chilometri. Da Milano a Messina, andata e ritorno. Ma l’Italia, la Colletta, la attraverserà anche quest’anno, l’ultimo sabato di novembre come da tradizione, il 24.
Tradizione, certo. E per tanti lettori un appuntamento fisso da tempo. Eppure non scontato, come invece può capitare che diventi quando lo si segna in agenda tra le “cose da fare”. «Quest’anno poi sarà ancora di più una sfida», dice Marco Lucchini, direttore e tra i fondatori storici del Banco Alimentare che organizza la Colletta. Gli ultimi dati prodotti da Censis e Confcommercio parlano chiaro: una famiglia su cinque quest’anno non è stata in grado di arrivare a fine mese senza intaccare i risparmi o indebitarsi. E le previsioni per il prossimo quinquennio dicono di aumenti di spesa pro-capite intorno agli 800 euro annui. Hai voglia a chiedere alla gente di fare la spesa per altri. «E invece si può fare», dice Lucchini: «Proporre la Colletta è proporre di andare a fondo di cosa può sostenere la vita anche nelle difficoltà». È un’occasione, per tutti. Ma che vuol dire?
Quel “tutti” è davvero tanto. Milioni di persone. Di storie diversissime, che varcano le porte automatiche del supermercato, magari preda dell’umore della giornata. In quel piccolo punto di tempo e spazio, quel giorno dell’anno in un negozio chissà dove, ecco, quell’occasione accade. Sempre. L’esito è misterioso. Qualcuno può andarsene indifferente. Qualcun altro può sentirsi sfidato e starci.

Il silenzio di Enzo. Davanti a Mohamed, per esempio, si sono fermati in tanti quando il ragazzino egiziano si è messo a tradurre in arabo le dieci righe per gli avventori musulmani del market vicino alla moschea di Milano. Per non dire di Rita, da anni capo-équipe per la Giornata in un centro commerciale di Roma, che ne ha viste tante da aprirci un blog zeppo di storie. Da suo fratello, manager aziendale, trascinato dai figli a guidare furgoni per la spola col magazzino, a Enzo, un anziano che diventato cieco, pur di partecipare, se ne sta ore seduto in silenzio vicino a lei. E Fabio, vecchio avversario politico di Rita all’Annuziatella. «Durante una rissa in una notte di attacchinaggi per il referendum sull’aborto ci prendemmo a secchiate di colla». Solo che poi la capo-équipe se lo ritrova al supermercato. Anche lui trascinato dai figli. «L’anno scorso non è potuto venire, così ci ha scritto: “Vi auguro non di raccogliere un chilo in più dell’anno scorso, ma di incontrare più persone possibile, con cui condividere uno sguardo, un abbraccio”».
Uno sguardo che ad alcuni ha cambiato la vita. Prendiamo Massimo, di Cesena. Imprenditore poco più che cinquantenne, settore trasporti. Lui la Colletta l’ha incrociata una decina d’anni fa. Gli avevano chiesto la disponibilità per dei camion e per un magazzino. «L’occasione per un po’ di pubblicità, più che per fare un bel gesto». Così il primo anno, poi il secondo... «A un certo punto mi sono accorto di essere uno di loro. Che l’interesse iniziale veniva sempre meno, sostituito dal rapporto con le persone che facevano il Banco. Un’amicizia imprevista, anno dopo anno. La Colletta era andata “oltre” il giorno della raccolta». E Massimo è sempre più coinvolto.
«Qualche anno fa ho proposto di iniziare la Giornata con una messa nel magazzino per tutti i volontari. Oggi, la sera prima, alcuni dipendenti, anche musulmani, mi aiutano a preparare l’altare per l’indomani. Bisogna farlo bene, che celebra il Vescovo...». Ma perché la messa? «Cristo è l’origine di quel gesto. E ciò che in quel gesto mi ha cambiato la vita. Non sei tu a creare nulla. Capisci cosa vuol dire, detto da un imprenditore? E poi gli imprevisti, i progetti che saltano. Inizi a vedere che anche le cose che non vanno ti sono date. E le vivi in modo diverso».
Cristo, l’origine di tutto. «Io sono fatto e voluto in questo istante da Dio. Solo la riscoperta di questo rapporto originario permette di vivere ogni cosa da uomini. Perché tutto è occasione per incontrare chi mi sta dando la vita ora. Questa è la novità che attendiamo: poterLo incontrare ancora». È un estratto dalle “dieci righe” che il Banco Alimentare ha pubblicato anche quest’anno per lanciare la Giornata. «Rischiando un dialogo con tutti», dice Federico Bassi, responsabile nazionale della Colletta. «Non proponiamo di fare la Colletta per uno spirito solidale, ma per riscoprire che la vita ci è data, e che è possibile, desiderabile, incontrare oggi Chi mi sta dando la vita ora, in questo istante».

Fino a cambiare casa. Anche spostandosi di settanta chilometri, se serve. Dalla Lomellina a Saronno per fare la raccolta, come Felice. «Me la buttò lì mio cugino Paolo, nel 2005: “Vieni, facciamo questa cosa... qualche ora...”». Non aveva mai visto nulla di simile. Ci è tornato l’anno dopo, e quelli dopo ancora. «Ultimamente ho iniziato a fare un po’ di carità anche dalle mie parti, in altre opere. Oltre la Colletta...». Come crescesse sempre di più il bisogno di rivedere la stessa bellezza. Si può perfino decidere di cambiare casa, per quegli amici. Come è accaduto a Paola, che nel far la spesa qualche anno fa conosce la Colletta. Con Anna e gli altri volontari di quel super nasce un’amicizia così intensa che andare ad abitare vicino a loro diventa vitale.
Per alcuni la Colletta è diventata un lavoro. Patrizia abitava vicino alla prima sede del Banco della Lombardia: «Non sapevo neppure fosse lì. Conoscevo la Colletta, giusto quella». Poi i figli, la necessità di una lavoro. Ora nella nuova struttura del Banco a Muggiò, un magazzino di 3.600 metri quadri nell’hinterland milanese, fa la segretaria generale. Diciotto dipendenti, dai magazzinieri al direttore, Marco Magnelli, e quasi cinquecento volontari, per lo più pensionati, divisi in turni settimanali, a gestire derrate alimentari che vengono raccolte tra aziende e supermercati. C’è da scaricare i camion, stipare la merce, e poi selezionare e ricondizionare le confezioni. «Con un unico criterio», spiega Magnelli: «Tu lo metteresti sulla tua tavola?». Tra i volontari c’è anche il presidente, Gianluigi Valerin, manager di un’azienda del campo energetico: «Oggi serviamo più di 1.200 enti caritativi. E la domanda aumenta sempre di più. Certo, ho la preoccupazione che l’opera cresca, che vada avanti. Ma senza mai venir meno all’origine». Così, due volte al giorno, suona la campana che chiama tutti a dire l’Angelus. «Chiarisce lo scopo di quello che facciamo», spiega Valerin davanti a quattro universitari che stanno per iniziare la loro caritativa a Muggiò: «Come ci ha detto il cardinale Scola, siamo presi a servizio per imparare ad amare. Allora, c’è un giorno privilegiato che si chiama Colletta, ma gli altri 364 hanno la stessa dinamica. Sono dati per maturare questo».
Una quotidianità che conosce bene Giancarlo, fotoreporter in pensione, che oggi, volontario, gira tutti i giorni col furgone di Siticibo, altra maglia della Rete Banco Alimentare, a ritirare i pasti avanzati nelle mense aziendali per riconsegnarli alle opere di carità: «Anche per me è nato tutto con la Colletta. L’ho sempre fatta, ma avevo il desiderio di vedere dove finiva quello che veniva raccolto. Poter guardare quelle facce... Fare tutto questo è per essere più uomo io». Alla giornata dell’anno scorso era al magazzino di Rho, uno di quelli che raccoglie gli alimenti della Giornata. «In meno di un mese finisce tutto. Le opere di carità vengono a ritirare gli scatoloni direttamente lì». La Colletta rappresenta circa il 10 per cento delle “entrate” del Banco, il resto viene dalle eccedenze, dall’Unione Europea e dalle donazioni.
«Alla Fiera di Rho, c’erano anche dei carcerati in permesso per dare una mano», racconta Giancarlo. «Era uno spettacolo. E chi non ha avuto il permesso l’ha fatta direttamente in carcere, come a Bollate grazie all’associazione Incontro e Presenza». A Pescara il permesso lo ha ottenuto Said. Con la notte prima passata a pensare a come sarebbe stata la libertà. Sei ore da trascorrere in un supermercato: «Ogni minuto, ogni secondo. Ogni incontro quel giorno mi ha consegnato un valore. E la mia vita è cambiata», dirà a un anno di distanza.

«Anche noi». Il 24 novembre toccherà anche ai minorenni reclusi nel carcere napoletano di Nisida. L’invito ai ragazzi arriva da un operatore che dall’estate coordina un progetto coi piccoli detenuti, e loro nel frattempo gli si sono affezionati come a un padre. «Cca’ nisciuno fa niente pe’ senza niente! Ma se ci state voi, ci siamo anche noi», gli hanno risposto.
È per l’iniziativa di uno che si “pone” che un altro può aderire. Che poi è la dinamica dell’incontro: «Quest’anno come mai, su questo, saremo messi alla prova», dice Federico Bassi: «Niente sacchetti gialli all’ingresso. Anche perché non ci sono soldi, certo. Ma il fatto è che la Colletta è innanzitutto un incontro: c’è se ci sei tu, non può più essere solo un gesto a cui aderire con il “pilota automatico”».
«Non finisci mai di stupirti e commuoverti. Ogni anno è sempre uguale e sempre nuovo». Mario Amati è stato tra quelli che la Colletta l’hanno portata in Italia, nel 1997. «Il mio “primo” supermercato era in piazza Diocleziano, a Milano. Avevamo visto la raccolta l’anno prima in Francia. Era una buona idea. Ricordo che a Parigi, verso le 4 del pomeriggio, col super ormai vuoto, si presentò una donna di colore: aveva un carrello pieno e un sacchetto in mano. Il volontario allungò la mano verso il sacchetto. “No, è mio questo, il carrello è per voi”. Pensai che non avrebbe mai funzionato da noi. L’anno dopo a Milano, stessa ora, stessa scena. Un anziano. Ecco, lo scetticismo era sconfitto». Anzi, dice, quel miracolo si ripete ogni anno. «Con gente che viene apposta a fare la spesa per la raccolta, come una coppia di anziani che vedo da anni, o i titolari di studi legali trascinati dai dipendenti che si prestano a far pacchi. E quella zingara che si presenta con la sportina piena: “Io sono una di quelle che riceve”...».
Anche a Federica è successo un paio di anni fa. Al supermercato dove fa la volontaria entra una madre con un bimbo nel passeggino: «Signora buongiorno, vuole aderire alla Colletta Alimentare». La donna è titubante: «Ma veramente, io...». «Signora. Non si preoccupi, se vuole possiamo parlarne...», risponde Federica pronta ad affrontarla con mille spiegazioni convincenti. «È che io sono una di quelle aiutate». Un risveglio, per lei che era scesa in campo felice di fare la Colletta, un gesto bello e utile, con quegli amici poi. E invece... «Mi sono accorta che stavo limitando tutto a quello. Per chi lo stavo facendo davvero?» E poi il cuore che le scoppia davanti a quella donna: «Avevo davanti a me Cristo. Si era reso presente dando un volto al mio essere là. Non ricordavo più neppure di avere le mani congelate. Avevo davanti a me il volto di Cristo».

giovedì 8 novembre 2012

IL PAPA E IL VERO «DESIDERIO» MAI SAZI E BANALI



  

 O
gni desiderio umano è «eco di un de­siderio fondamentale, che non è mai pienamente saziato», ha detto ieri il Papa. Antica verità cristiana proclamata da Ago­stino, 'inquietum est cor nostrum donec requiescat in te' - inquieto è il nostro cuo­re, finché non riposi in Te. E sa benissimo, il Papa, e lo ha aggiunto subito, che molti nostri contemporanei replicherebbero di non saper nulla di que­sto desiderio di Dio, di non avvertirlo af­fatto. Ma ancora una volta Benedetto ar­gomenta, di nuovo spiega: come lo stes­so amore umano, se nel tempo matura e decanta e si fa trasparente, riveli che nem­meno la persona amata basta alla fine, per essere sazi davvero.
  In quel misterioso desiderio. (Nel tempo in cui ogni desiderio è ammesso e gridato e rivendicato come un diritto, la domanda di Dio è forse l’unica diventata indicibile e come clandestina). Ma proprio in un’epo­ca 'refrattaria' al trascendente, china sul qui e sull’ora e su ciò che le nostre mani sanno prendere e trattenere, Benedetto XVI rivendica, nell’Anno della Fede, la possibilità di riaprire un cammino verso il senso religioso della vita. Parla di una «pedagogia del desiderio», della neces­sità di rieducare noi stessi al desiderio ­il più grande e negato. La pedagogia di Benedetto sta in due soli punti. Primo, imparare o reimparare il gusto delle gioie autentiche, «dalla più tenera età». Le gioie vere per il Papa sono la famiglia, l’amici­zia, la carità, ma anche l’arte, e la natura. A questo, dice, dobbiamo ritornare, per «produrre anticorpi» alla banalizzazione in cui viviamo. (E suona quasi strano co­me un uomo che ci immaginiamo solo nelle stanze del Vaticano, lontano dalle nostre comuni giornate, sappia così be­ne quanto possa succedere di ritrovarsi, la sera, schiacciati dalla mole di parole vuote, e televisive litanie di accuse e rab­bia, e musica sempre accesa, e dal vocìo di una rete virtuale cui non si sfugge).
  C’è un bisogno, profondo, di fare silenzio e tornare a ciò che davvero ci alimenta. L’a­micizia, la memoria che ci lega ai vecchi, e quella bellezza che in sé contiene un pre­sentimento del vero. Che sia un verso di Dante o l’armonia di una chiesa o le note di un violino. O l’ora dell’alba, quando tut­to sembra vergine e nuovo. O semplice­mente le foglie degli alberi in questo no­vembre, di uno straordinario oro. C’è un’ur­genza, grande, di mostrare e dire queste cose ai figli. O magari di seguirne lo sguar­do, se sono piccoli, e più capaci di noi nel riconoscere nel salto da fiera di un gatto u­na bellezza antica, che li incanta.
  Il secondo punto della pedagogia del desi­derio sta nel «non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto». Nel ricordare che nulla di finito può bastare al cuore del­l’uomo. E nel tendere così, «disarmati», verso ciò che da soli non ci possiamo prendere. L’inquietudine dunque come compagna di strada: ma l’inquietudine bella di chi, pur non possedendo e non vedendo ancora faccia a faccia, tuttavia ostinatamente procede. Certo di una me­ta, oltre la fine della strada. E attento ai se­gni, come quei contadini che dal colore del tramonto sanno l’alba che verrà, e dal tacere degli uccelli la tempesta che arri­va. Di modo che la pedagogia di Bene­detto potrebbe stare in questa descrizio­ne dei Magi, da lui stesso fatta nell’ultima Epifania: «Erano persone dal cuore in­quieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto. Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso e insistente».
  Così erano quei tre, che non avevano cer­tezza di trovare ciò che andavano cercan­do. Partiti da così lontano, e soli, la notte, nella immensità del deserto. Mentre forse i cammellieri, come ha immaginato il poe­ta Eliot, nei bivacchi tra loro mormorava­no che i padroni erano dei pazzi a abban­donare casa e ricchezze, per cercare che cosa? E non alzavano gli occhi a quella stra­na, splendente luce nel cielo; e parlavano di soldi, e bevevano. E, di quell’istante for­midabile del tempo, non vedevano niente.
 
MARINA CORRADI 

«Se la fede non diventa novità di vita, rimane opinione». Il vescovo Negri racconta il sinodo



Novembre 8, 2012 Matteo Rigamonti
Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di San Marino e Montefeltro, in un incontro a Monza ha spiegato i contenuti del sinodo, cui ha partecipato su invito del Papa
PERCHE’ LA CHIESA. «Se si vuole parlare della Chiesa oggi – ha esordito Negri – non si può che partire dalla nostra esperienza di uomini». Ma proprio la sua esperienza di uomo, prima che di prete e di vescovo, gli ha insegnato che oggi ad essere in crisi non è tanto la nozione di Chiesa, quanto piuttosto l’idea di “mistero”; e «quando si parla di Chiesa, in primo piano c’è sempre la parola “mistero”», perché «è il mistero di Cristo che si dà nella sua Chiesa». Gesù Cristo, infatti, «non è finito in un libro o in un’impostazione morale; è finito nel Suo popolo». Per questo, «per capire Cristo e la Chiesa oggi bisogna capire prima il mistero». Altrimenti è inevitabile scadere in una «riduzione intimistica» del fenomeno religioso. Del resto, anche Reinhold Neibuhr già aveva compreso che «non esiste risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone». E questo vale anche per l’uomo contemporaneo che «crede solo nella sua istintività» e «per risolvere i suoi problemi, non sa fare altro che affidarsi alla tecnica e alla tecnologia che è l’ultima delle tecniche» in una società ormai in preda a un «individualismo teso solo al raggiungimento del benessere».
MISTERO E MODERNITA’. È «la modernità che ha provato a eliminare il mistero», ha provato a ricacciare l’uomo nella totale «separazione tra ragione e mistero», respingendo l’idea stessa di “mistero”. «Nulla di misterioso ci sarebbe dunque nell’esperienza umana». Peccato che questo «filo conduttore imponente della modernità, che con i totalitarismi del Novecento è divenuto ideologia dominante, fino a portare gravi conseguenze nella vita della società», non è riuscito a «cancellare dal cuore stesso dell’uomo il bisogno di altro, del mistero». Nemmeno ora che è rimasto vittima degli innumerevoli “ismi” della storia. Nel cuore di questo uomo che, come diceva Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, ricordato da Negri, «è annichilito ma non distrutto», il mistero, infatti, «anche se in negativo, è ancora presente». L’uomo, diceva Pascal, supera infinitamente l’uomo. E l’uomo, anche oggi, «vuole veder Dio, anche quando non gli sembra più possibile».
LA SAMARITANA E UN FATTO. È a questo punto che Negri entra nel vivo dei contenuti del sinodo di Roma. Perché non c’è uomo o donna che non abbia provato a sentirsi, almeno una volta nella vita, come la donna di Samaria che, «come genialmente l’ha descritta il Papa ai padri sinodali, si trova accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza, ma senza risorse reali per colmare la sete della vita. È una donna – continua Negri – che si trova nella stasi di una vita puramente reattiva». Ebbene, è a questa donna, che è ciascuno di noi, che «si presenta un uomo che si propone di camminare con lei». Una «proposta incredibile».
UN UOMO, NON UN’IDEA. «Il cristianesimo – spiega Negri – è questo fatto: il Mistero che si fa presente, si dice in una presenza: quello che voi non potete conoscere, io ve l’annuncio». Una presenza carnale, irriducibile, che «accetta la sfida della storia, dicendo: “io sono Dio”». È sorprendente per la sua concretezza il passaggio del Catechismo della Chiesa Cattolica che monsignor Negri cita per rendere evidente la storicità di questo fatto: «Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazareth, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” (Gv 13,3), “disceso dal cielo” (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. [...] Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”».
E OGGI? «Il Cristo nella Sua totalità, spiegava già Sant’Agostino, è il Cristo nella Chiesa – incalza il vescovo di San Marino – è qui che permane la Sua potenza di Crocifisso e Risorto». La Sua presenza, infatti, continua nella «struttura sacramentale della Chiesa». La potenza di Dio viene così «racchiusa nella materialità del pane e del vino», di una carnalità. Per questo anche noi oggi «Cristo lo incontriamo nel Suo popolo, nelle circostanze obiettive e concrete della vita», attraverso «l’assunzione critica delle questioni in cui ci imbattiamo». Ed è proprio «il mistero di Cristo alla base del mistero della Chiesa». Qui sta anche il compito dei cristiani oggi, spiega Negri, approfondendo il contenuto del sinodo sulla Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: «Indirizzare lo sguardo degli uomini al mistero di Cristo».
LA BATTAGLIA DELL’EDUCAZIONE. Il tema dell’educazione è stato al centro dell’intervento di monsignor  Negri nell’aula sinodale. «È soltanto nell’educazione che la fede diviene esperienza reale» e offre quella «forza morale che serve per camminare dietro al Signore». Infatti, solo verificando la pertinenza della fede alle esigenze della vita, proprio quelle che attanagliano la Samaritana seduta con l’animo vuoto sopra il pozzo, la fede «diviene esperienza di una presenza che ci cambia e dilata il cuore e la ragione». Se così non fosse la fede non diventerà mai «la novità della vita». Anzi, nel tempo, diventerà «opinabile». Ma c’è un test per verificare la fede per un cristiano? Sì. È «il primo richiamo che Gesù fa nel Vangelo: “metanoeite”, letteralmente “convertitevi”, convertite l’intelligenza, cambiate mentalità». È questo il «punto sintomatico di un modo nuovo di ragionare». Perché «la Chiesa ti educa nella misura in cui ti fa capire che la fede diventa cultura». Se no «rimane astratta». Qui «si gioca la maturità cristiana: in noi e nel mondo che desidera vedere questa mentalità nuova in noi». La fede che, come diceva anche San Carlo Borromeo, è «forma del cuore, della nostra umanità»; la fede che «abilita i credenti a comprendere meglio l’uomo», la fede di don Carlo Gnocchi che «formava un carattere nuovo e diverso». E questa è la «proposta che noi portiamo alla libertà di ciascuno». Ma ciò «non sarà possibile senza la certezza» sul mistero di Cristo.
E SE SBAGLIAMO? «Il tradimento – conclude Negri rispondendo alle domande del pubblico – non è altro che la conseguenza della miseria degli uomini. Certo, l’incoerenza svuota la vita della persona che fa esperienza dell’umiliazione. Ma il tradimento, prima di essere un tradimento morale è ideale. Noi dobbiamo essere responsabili, e chiedere di essere aiutati, in questa coerenza ideale. Allora uno matura. E diventa puro, cammina verso la purezza, come Egli è puro». Questo ha ricordato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di San Marino e Montefeltro, ieri sera a Monza in un’aula gremita e attenta. Proseguendo con certezza sulla strada di quel pellegrinaggio che la Chiesa, come dice il De Civitate Dei di Sant’Agostino, conduce «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio».


Matteo Rigamonti - 
http://www.tempi.it 

mercoledì 7 novembre 2012

Lasciate perdere Report. Cl è questa “cosa” che ci ha reso la vita entusiasmante


Lettera a Tempi di Peppino Zola, tra i primi aderenti del movimento di Comunione e Liberazione, «contro cui in questi giorni è in atto una vera e propria campagna di calunniosa disinformazione»

Carissimo Direttore,
anche se non sono più iscritto all’albo degli avvocati, vorrei, per un’altra volta, fare il difensore di una “cosa” che, peraltro, non ha bisogno di essere difesa, perché non è mia, essendo nelle mani di un Altro.
Si tratta di “Comunione e Liberazione”, contro cui in questi giorni è in atto una vera e propria campagna di calunniosa disinformazione e di oltraggiose falsità. Vorrei subito dire che Cl è la cosa più cara che ho nella vita; cara, perché mi ha aperto ad una vita nuova, nella direzione giusta. Tramite Cl, Dio ha avuto pietà del mio nulla e mi ha immesso in un cammino entusiasmante.
Ero, oramai, lontano dalla Chiesa quando, nell’autunno del 1955, don Luigi Giussani entrò per la prima volta nella classe IE del liceo classico Berchet di Milano. Entrò un uomo quasi di corsa, deciso, certo, combattivo, affascinante nel ragionare e nel farci ragionare. Non immaginavo certo che l’incontro con quella persona avrebbe cambiato la direzione della mia intera esistenza.
A dire il vero, ci vollero tutti e tre gli anni del liceo per farmi entrare pienamente nell’esperienza cristiana. All’inizio ero affascinato da don Giussani, ma anche molto prevenuto nei confronti dei ragazzi che cominciavano a seguirlo: li sentivo molto “diversi” da me e, per questo, mi mettevano a disagio. Il Signore ha avuto molta pazienza con me e mi ha, per così dire, spinto dolcemente verso la comunità cristiana, attraverso alcuni episodi che mi costrinsero liberamente a prendere posizione a suo favore. La comunità cristiana al Berchet (si chiamava G.S.) era ancora piccola, ma era già avversata. Durante una assemblea studentesca, venne presentata una mozione (primo firmatario Antonio Del Pennino) con cui si chiedeva che GS fosse espulsa dalla scuola: io votai contro di essa, anche se la mozione passò:  il giorno dopo quel grande preside che era Joseph Colombo la annullò. Quando ero in terza, GS organizzò un convegno sulla libertà di educazione, il che provocò grandi polemiche: poiché io avevo apertamente aderito all’iniziativa, ricevetti in classe un pesante rimbrotto dal professore di Lettere, che si tramutò anche in un cattivo voto per la maturità.
Fin dall’estremo inizio, la presenza di GS, cioè di cattolici che avevano il coraggio di presentarsi come tali di fronte a tutti, provocò molte adesioni, ma anche molti contrasti, apparentemente inspiegabili. O meglio, sono spiegabili perché l’attuale cultura relativista, che in teoria dovrebbe essere sommamente tollerante, in effetti non sopporta che vengano espresse identità forti e decise, anche se pacifiche. Entrai definitivamente in GS nell’autunno del 1958: in estate don Giussani mi aveva consigliato di leggere un libretto di Raoul Follereau, che letteralmente mi sconvolse e, posso dire, mi convertì. Quando raccontai la cosa a don Giussani, gli dissi anche che, però, che non me la sentivo di entrare in GS, perchè c’erano ancora tante cose che non capivo. Egli mi disse: «È facendo che si capisce». Ed io mi impegnai concretamente. E da allora è iniziata una vita molto intensa, durante la quale ho cominciato a capire che cosa volesse dire Gesù, quando parlava di “centuplo” quaggiù. Posso dire di aver vissuto, grazie alla sequela a Gesù ed alla Sua Chiesa, attraverso lo sguardo a don Giussani e l’appartenenza fedele al movimento di Comunione e Liberazione, una vita piena di gusto e di senso. Una vita che mi ha suggerito tanti impegni, dalla scuola alla famiglia, dalla società alla politica, dalla vita personale a quella comunitaria. Una vita con qualche errore, ma, grazie a Dio, sempre nella stessa direzione e ciò anche se l’appartenenza a CL non è mai stata né comoda né facile, perchè il movimento ha sempre tenuta dritta la barra verso un’unica preoccupazione, che è stata, è e sarà sempre quella di testimoniare che solo Gesù può integralmente salvare l’uomo e che Gesù non è una cosa astratta, ma vive tra di noi là dove «due o tre sono uniti nel Suo nome».
Il delirio di onnipotenza dell’uomo moderno non può accettare che sia un Altro a tirarci fuori dai guai. Proclamare che è Cristo a salvarci fa arrabbiare il potere , soprattutto quello culturale. CL ha subito anche gravi attacchi fisici, perché il pensiero unico imperante non ne accettava la presenza. Oltre agli attacchi fisici è dilagata da sempre la campagna calunniosa e denigratoria nei nostri confronti. Il culmine della falsità è stato raggiunto quando la Stampa di Torino (FIAT) pubblicò in prima pagina la “notizia” che CL era finanziata dalla CIA. In meno 48 ore un centinaio di sedi di CL vennero assaltate ed alcune bruciate. Qualche anno dopo il Tribunale riconobbe che quella notizia era una pura fandonia, ma intanto il danno era stato fatto. Soprattutto, rimase in tanti una immagine sbagliata del nostro movimento, il quale, però, continuò a crescere non solo in Italia ma anche in tutto il mondo (oggi è presente in 80 Paesi).
Ma perchè CL, al contrario di ciò che è successo a molti movimenti rumorosi e guardati sempre con rispetto dalla cosiddetta grande stampa, è andata avanti ed, anzi, si è ingrandita? A parte la più seria considerazione di S. Paolo secondo cui l’avventura di Cristo nel mondo è invincibile, penso che CL non sia stata schiacciata dal peso degli attacchi di quello che il vangelo chiama “il mondo”, perchè il carisma passato attraverso don Giussani è così pieno di ragioni e di fascino che ha potuto attraversare vittoriosamente sia i nostri errori (per i quali don Carron ha avuto il coraggio di chiedere scusa) sia l’incomprensione dei nemici della presenza di Cristo nel mondo.
Non posso non difendere CL, perché, attraverso la guida possente e tenera di don Giussani (ed ora di don Carron), il movimento mi ha fatto incontrare Gesù e la Sua Chiesa in modo credibile, affascinante e ragionevole, mi ha reso facile ciò che per molti è difficile, se non impossibile; mi ha reso familiare il mistero della incarnazione di Dio, dando un senso a tutta la mia vita; mi ha fatto sperimentare la presenza di Cristo nella unità di coloro che gli dicono di sì; mi ha sorretto instancabilmente nelle ragioni persuasive che rendono bella e buona la vita cristiana; mi ha sempre spinto “oltre” le mie visioni e le mie aspettative; mi ha sostenuto nei momenti non facili con affetto e comprensione; mi ha corretto quando occorreva; mi ha fatto percepire la poesia della vita, ma anche la lotta dura che occorre affrontare perchè la verità non venga affossata; mi ha sempre testimoniato la speranza di Cristo, anche di fronte alle prove ed ai lutti.
Quindi, difenderò sempre CL fino alla morte e difenderò sempre tutti i fratelli che ne fanno parte: anche quelli che avessero sbagliato, perché Gesù è venuto per gli ammalati e non per i sani. E mi dispiace per tutti coloro che, per pregiudizi conformistici e ideologici, non riescono neppure a percepire la bellezza che si perdono.
Con affetto
Peppino Zola

martedì 6 novembre 2012

Dopo la partecipazione al Sinodo dei Vescovi:Lettera di Don Julian Carron del 01/11/2012

FRATERNITÀ DI COMUNIONE E LIBERAZIONE associazione di diritto pontificio civilmente riconosciuta
 https://www.fraternita.comunioneliberazione.org/documenti/lettere/letterafrat_IT_061112.pdf

Cari amici,

appena tornato dal Sinodo dei Vescovi, voglio condividere con voi quello che ritengo più decisivo dell’esperienza vissuta, come indicazione per il nostro cammino. 

Come sapete, il tema del Sinodo era «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Il punto di partenza era stata la constatazione, oggi palese a tutti, che la fede non è più un presupposto ovvio. Questa situazione non riguarda soltanto la fede come esperienza personale, ma ha delle conseguenze anche sulla vita delle nazioni, per cui terre feconde possono diventare deserto inospitale. Di questa «desertificazione» vediamo già non pochi segni: l’emergenza educativa, la crisi economica, la confusione politica, la mancanza di fiducia, la violenza nei rapporti, l’esasperazione della vita sociale... Forse il segno più significativo di questa desertificazione è l’incapacità di intravvedere un punto di ripresa, perfino da parte degli osservatori più acuti, sempre pronti a rilevare ciò che manca, ma impotenti quando si tratta di offrire suggerimenti per ripartire.

In questo contesto, è commovente vedere che una istituzione come la Chiesa, con duemila anni di storia alle spalle, sia ancora libera di mettersi in discussione. Tanto è vero che uno dei richiami più spesso ascoltati nell’aula sinodale è stato quello relativo all’urgenza della conversione. Tutti eravamo consapevoli che per far rifiorire il deserto non basta cambiare strategie e neppure una messa a punto dei piani pastorali. Occorre una vera e propria conversione personale ed ecclesiale. C’era la consapevolezza che senza conversione non ci può essere nuova evangelizzazione. Semplicemente perché anche noi, membri della Chiesa, partecipiamo di quell’indebolimento della fede che ci ha portato all’attuale situazione. Non per niente, il Santo Padre ha indetto un Anno della Fede, proprio per aiutarci a riscoprire il dono e la bellezza della fede.

Da dove ripartire, dunque?

Fin dal primo giorno del Sinodo il Papa ha posto la domanda fondamentale: «Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza?» (8 ottobre 2012). 
E ha indicato con chiarezza la risposta: «Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato».

Il nostro contributo si può inserire solo nel dinamismo messo in moto da Dio stesso attraverso il suo Spirito. «Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire − con Lui e in Lui − evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre» (Benedetto XVI, 8 ottobre 2012). Solo chi si lascia afferrare da Dio, che è diventato vicino in Cristo, potrà rispondere alla sfida della nuova evangelizzazione. «I veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi» (Benedetto XVI, 28 ottobre 2012). 

Sentendo la chiamata alla conversione che veniva dall’aula sinodale, non ho potuto evitare di ricordare il richiamo che ci fece don Giussani tanti anni fa a Viterbo, invitandoci a «recuperare la verità della nostra vocazione e del nostro impegno». Perché anche noi, ci diceva, corriamo il rischio di «ridurre il nostro impegno a una teorizzazione di metodo socio-pedagogico, all’attivismo conseguente e alla difesa politica di esso, invece che riaffermare e proporre all’uomo nostro fratello un fatto di vita».
Don Giussani domandava: «Ma un fatto di vita dove si appoggia? Dov’è la vita? La vita sei tu». Eppure tante volte a noi questa posizione sembra troppo poco concreta, inincidente storicamente, una sorta di «scelta religiosa». Infatti, continuava don Giussani, «per molti di noi che la salvezza sia Gesù Cristo e che la liberazione della vita e dell’uomo, qui e nell’aldilà, sia legata continuamente all’incontro con lui è diventato un richiamo “spirituale”. Il concreto sarebbe altro: è l’impegno sindacale, è far passare certi diritti, è la organizzazione, e perciò le riunioni, ma non come espressioni di una esigenza di vita, piuttosto come mortificazione della vita, peso e pedaggio da pagare ad una appartenenza che ci trova ancora inspiegabilmente in fila». E concludeva: «Il recupero della verità del nostro metodo per il rilancio della vita in noi, tra noi e là dove siamo, deve partire da capo. Dobbiamo riprendere coscienza dell’inizio di tutta la dinamica».

Qual è stato l’inizio? 

«Il Movimento è nato da una presenza che si imponeva e portava alla vita la provocazione di una promessa da seguire. Ma poi abbiamo affidato la continuità di questo inizio ai discorsi e alle iniziative, alle riunioni e alle cose da fare. Non l’abbiamo affidato alla nostra vita, così che l’inizio ha cessato molto presto di essere verità offerta alla nostra persona ed è divenuto spunto di una associazione, di una realtà su cui scaricare la responsabilità del proprio lavoro e dalla quale pretendere la risoluzione delle cose.
Quello che doveva essere l’accoglienza di una provocazione e quindi un seguire vivo è diventato obbedienza all’organizzazione».

Per poter offrire ai nostri fratelli uomini un fatto di vita, occorre che maturi in ciascuno di noi una autocoscienza tale della nostra dipendenza originale da farci rinascere in qualsiasi buio; ed è necessario essere talmente presi dall’avvenimento di Cristo che la Sua memoria domini le nostre giornate, perché mai sono di più me stesso come quando Tu, Cristo, mi accadi e mi invadi con la Tua presenza. Così potremo vivere la vita come vocazione, dove «ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità» (Benedetto XVI).

Affinché la nostra vita possa essere così cambiata, occorre la nostra disponibilità alla conversione, cioè alla sequela, secondo l’invito di don Giussani: «La sequela è il desiderio di rivivere l’esperienza della persona che ti ha provocato e ti provoca con la sua presenza nella vita della comunità, è il desiderio di partecipare alla vita di quella persona nella quale ti è portato qualcosa d’Altro, ed è questo Altro ciò cui sei devoto, ciò cui aspiri, cui vuoi aderire, dentro questo cammino».

Solo chi è disponibile a seguire un maestro, cercando di riviverne l’esperienza, potrà dare un contributo all’altezza della situazione. «Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia” (Sal 125,3)» (Benedetto XVI, 28 ottobre 2012). Solamente diventando «creature nuove» potremo mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, facendo trasparire nella realtà quotidiana la novità che ci è capitata, attraverso la diversità con cui viviamo la vita di tutti, dal lavoro al tempo libero, nel modo diverso di usare la ragione e la libertà, di affrontare le circostanze, la vita e la morte, di rispondere ai bisogni dei nostri fratelli o di partecipare alla vita pubblica.

In questi tempi, davanti a quanto accade al nostro movimento, mi viene spesso alla mente l’esperienza del popolo d’Israele. Mi auguro che non ci debba capitare quello che è successo ad esso: rifiutandosi di ascoltare i richiami dei profeti, il popolo fu portato in esilio. Solo allora, spogliato di tutto, capì dove stava la sua vera consistenza. Israele si fece umile e divenne una presenza in grado di rendere testimonianza al suo Signore, libero da qualsiasi pretesa egemonica di identificare la propria sicurezza con un possesso e con una riuscita umana. Attraverso la durezza di quella circostanza − l’esilio −, Dio purificò il Suo popolo e lo fece risplendere in mezzo a tutti. 

Ricordando che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato» (don Giussani), aiutiamoci a camminare dentro la memoria di Lui, obbedendo alla voce del Mistero che ci chiama attraverso quel grande testimone che è Benedetto XVI. Se ci risparmiassimo questo che è “il” lavoro della vita, mancheremmo al compito della testimonianza per cui il Signore ha suscitato il carisma del movimento nella Chiesa, che continua a destare curiosità e interesse, come ho potuto verificare anche al Sinodo. 

Se seguiamo con semplicità − come in tanti mi testimoniate di continuo −, non ci perderemo il meglio che bussa alla porta delle nostre giornate, come ci ricordava sempre don Giussani: «È una promessa dentro ogni battaglia − mentre c’è la battaglia, attraverso tutto il tempo della vita che sia lotta e fatica − a entrare sempre di più dentro il Tu; perché il “Tu” è a un presente: “Mia forza e mio canto sei tu”».

Un abbraccio 

don Julián Carrón

sabato 3 novembre 2012

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón - Milano, 31 ottobre 2012

Testo di riferimento: La vita come vocazione, Tracce-Litterae communionis, n. 9, ottobre 2012, pp. I-XVI.
Canti: · Favola · Razón de vivirhttp://www.youtube.com/watch?v=7P9Uu3BqrlI&feature=related
il testo italiano: 

Per decidere se continuare a mettere questo sangue nella terra,
questo cuore che batte la sua marcia al sole e alle tenebre
Per continuare a camminare sotto il sole per questi deserti,
per sottolineare che sono vivo in mezzo a tanti morti

Per decidere, per continuare, per sottolineare ulteriormente e prendere in considerazione
Ho solo bisogno che tu sia qui, con i tuoi occhi luminosi…….


Oh ... fuoco d'amore e guida, ragione per vivere la mia vita ...
Oh ... fuoco d'amore e guida, ragione per vivere la mia vita .

Per alleggerire il pesante fardello dei nostri giorni,
questa solitudine che abbiamo, isole perse!
Per governare questa sensazione di perdere tutto,
per valutare da che parte andare e scegliere come .

Per alleggerire, per governare, per valutare e prendere in considerazione
Ho solo bisogno che tu sia qui, con i tuoi occhi luminosi…….


Oh ... fuoco d'amore e guida, ragione per vivere la mia vita ...
Oh ... fuoco d'amore e guida, ragione per vivere la mia vita .

Per mettere assieme la bellezza e la luce senza perdere distanza,
per essere con voi, senza perdere l'angelo della nostalgia
Per scoprire che la vita va, senza che si perda nulla
e considerare che tutto ciò è bello e non costa nulla

Per mettere assieme, per essere con voi, per scoprire e prendere in considerazione
Ho solo bisogno che tu sia qui, con i tuoi occhi luminosi…….


Oh ... fuoco d'amore e guida, ragione per vivere la mia vita ...
Oh ... fuoco d'amore e guida, ragione per vivere la mia vita  -
Gloria -
Cominciamo il nostro cammino di Scuola di comunità dopo la Giornata di inizio anno, su cui tutti abbiamo lavorato durante questo mese. Le questioni che sono emerse o le esperienze che ci aiutano a capire sono il motivo del nostro lavoro; aiutiamoci insieme a rispondere alle questioni o a testimoniarci a vicenda l’esperienza che abbiamo fatto. Da alcuni mesi mi ritrovo a pranzo, circa una volta al mese, con due colleghi che erano stati alla presentazione di gennaio della Scuola di comunità. Hanno esteso l’invito a un altro collega, e addirittura mi sollecitano loro a questo pranzo, mi richiamano alla puntualità, a fissare la data. Il dialogo è serratissimo su domande continue che hanno sulla vita, sul loro modo di concepire la realtà e il rapporto di lavoro. Di questo sono sorpreso, perché con loro entra in gioco la mia esperienza, non tanto sulle risposte plausibili che posso dare o non dare, ma su quel che vivo. Questo fatto innanzitutto fa emergere come il metodo dell’esperienza, che tu ci indichi in continuazione, è decisivo per me, ma è decisivo anche per loro, è decisivo per tutti, perché in questo modo si riesce a stare insieme in modo intenso; lì è bandita la banalità, il parlare per parlare non esiste, neppure c’è la necessità di mettere a tema il fatto che bisogna essere in un certo modo: si sta in un certo modo perché interessa stare in quel modo. Noto, però, un’impressionante riduzione che vedo emergere dal loro fare certe domande, dal loro rispondere tentativamente alle domande che fanno nel dialogo. Una riduzione a mio avviso inconsapevole, perché è così normale che si possa stare al mondo, vivere, avere un rapporto con la realtà in un certo modo ridotto che non fa, sostanzialmente, più notizia. Allora io sono uscito dall’ultimo dialogo con una domanda forte su che cosa possa vincere realmente questa riduzione, e nei giorni successivi ho tentato di darmi una risposta e ho detto, senza dubbio: solo l’avvenimento di Cristo può vincere questa riduzione, la può battere in modo continuativo nel tempo. Ma mi sono reso conto che questa risposta, finché restava teorica, non mi era assolutamente sufficiente. Dopodiché arriva l’attesa Giornata di inizio anno, quel che tu dici sulle circostanze, sulla sfida della realtà, sull’autocoscienza, e qualche giorno dopo leggo l’articolo su Tracce.it su Francesca, di cui tu hai parlato durante la Giornata di inizio anno. Leggo d’un fiato e io, che non sono molto facile alle lacrime, mi commuovo fino a piangere. È emerso in modo imponente che la contemporaneità di Cristo era quella questione lì, per me la contemporaneità di Cristo si manifestava in quel modo lì, nel modo con cui questa donna, come esito del rapporto con Lui, ha cambiato il modo di vedere la circostanza, addirittura fino non a sopportare la circostanza, ma ad amarla, cosa inaudita normalmente e per me sicuramente non consueta. Io capisco che ho bisogno di questo, perché mi rendo conto che quando vivo in modo ridotto non vivo; apparentemente vivo, ma non vivo. Ho bisogno assolutamente che questa riduzione venga battuta nell’istante, senza dover aspettare –domani, dopodomani – un ipotetico eventuale cambiamento. Quando alla Giornata di inizio anno abbiamo citato il Papa a proposito della «egemonia culturale», stavamo indicando proprio questa riduzione di cui tu parli. Anche persone che ci tengono a pranzare insieme, con questa serietà con i propri bisogni, da cui è esclusa ogni banalità, non possono vincere da loro stessi questa riduzione. Infatti, in che cosa consiste questa riduzione? Che io non percepisco la realtà in tutta la sua portata, in tutta la sua grandezza. Allora questo può essere vinto soltanto –dicevamo –, primo, dalla realtà stessa che ci provoca e che ci apre di nuovo la ferita che rende 2 impossibile la riduzione, e, secondo, dalla contemporaneità di Cristo. Perché Cristo è venuto attraverso un fatto, per far presente una modalità di stare nel reale tutta spalancata, senza riduzione. E allora, se c’è o non c’è la contemporaneità, questo si documenta nella modalità con cui noi parliamo delle cose, cioè nell’uso diverso della ragione. E quando uno lo percepisce non può non desiderare questo: «Ho bisogno di questo, ho bisogno di questa circostanza». Quel che ha introdotto Cristo nella vita è proprio questo. Infatti, in quanti ha provocato un certo scompiglio la frase del don Gius che abbiamo letto alla Giornata di inizio anno («Dio non fa nulla per caso»)! Mi scrive uno di voi: «Caro Julián, al punto uno [della lezione] si dice che Dio non fa nulla per caso, che Dio non permette mai che accada qualche cosa se non per la nostra maturità. Tutto quel che ci accade, nel bene o nel male, è Dio che quantomeno lo permette, perché comunque è Lui il punto finale su tutto. “Ma ti cambia saperlo?”, mi chiede mia moglie. Nelle circostanze buone, in realtà, posso anche non saperlo. Invece quelle cattive, negative, molte sono conseguenze di azioni o arrivano dagli uomini stessi, ma altre non si capisce da dove partono, a volte sembrano casuali, e mi interessa capire se ho a che fare con un Dio che è mio alleato e amico, o un Dio inventore di prove, ostacoli, dispetti più o meno simpatici». Ritorniamo, con questa questione, a qualcosa che fatichiamo a capire: perché Dio non ci ha risparmiato la storia? Se voleva condividere con noi la felicità che viveva, perché non ci ha risparmiato il tempo della vita terrena? Rispondo: perché Dio, che avrebbe potuto crearci già nell’eternità, non ha voluto imporlo; ha stimato così tanto la libertà che ci ha fatto e ci ha creato nella storia affinché ciascuno di noi potesse rispondere. Non ci ha creato in una situazione sbagliata, ci ha creato in una situazione positiva per cui il rapporto con Lui era la situazione normale che la Bibbia descrive come il paradiso terrestre, dove il rapporto con Dio era la realtà normale. Ma, siccome ci ha generato liberi, l’uomo, Adamo ed Eva, e poi tutti gli altri, hanno dovuto decidere, e hanno preferito affermare altro, e da allora ci troviamo a vivere la vita in un mondo dove dobbiamo costantemente decidere, in ogni circostanza, perché ogni circostanza è data per questo. «Vivere la vocazione significa tendere al destino per cui la vita è fatta. […] Vivere la vita come vocazione significa tendere al Mistero attraverso le circostanze in cui il Signore ci fa passare, rispondendo ad esse. [...] La vocazione è andare al destino abbracciando tutte le circostanze attraverso cui il destino ci fa passare (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, SEI, Torino 1995, pp. 49-50)» a volte ci troviamo ad affrontare circostanze – come dice il nostro amico nella lettera – generate dal male degli altri, perché questo mondo è segnato dal male. Allora, se c’è la libertà di mezzo, sempre c’è la lotta, amici. La vita è una lotta, la vita è una prova, dice la Bibbia. Dunque, in queste situazioni Dio è un alleato o ci ha lasciato da soli? Dio è un alleato, Dio ci ha fatto per il bene e noi sappiamo –eccome! – quanto possiamo dire di no a tanto bene ricevuto, fino al punto di complicarci la vita in continuazione. Non soltanto ci ha creato per il bene, ma Dio ha dato tutto, perfino Suo Figlio, come dice san Paolo: «Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi [sì, è un alleato, Dio è per noi], chi sarà contro di noi? Egli [Dio] che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma Lo ha consegnato per tutti noi [sì, è un alleato, Dio non ha risparmiato Suo Figlio], non ci donerà forse ogni cosa insieme a Lui? Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi, è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi». Questa è la certezza di Paolo. Può concepire Paolo, dopo aver visto questo, che Dio non sia un alleato? Impossibile. Che cosa vuol dire che Dio non ha risparmiato suo Figlio, che pure ha inviato per accompagnarci? «Mentre ancora Egli parlava [nell’orto degli Ulivi] ecco arrivare Giuda, uno dei dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni mandata dai capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo. Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì”, e Lo baciò. Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui?”. Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e Lo arrestarono. Ed ecco: uno di quelli che erano con Gesù [tradizionalmente si dice sia Pietro] impugnò la spada [il Mistero si era forse “distratto” e aveva bisogno della spada di quellolì!], la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio [questa è la modalità con cui noi guardiamo, di solito, la realtà]. Allora Gesù gli disse: “Rimetti la tua spada al suo posto perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno; o credi che Io non posso pregare Mio Padre che metterebbe subito a Mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora, come si compirebbero le Scritture secondo le quali così deve avvenire?». Non è che il Mistero, il Padre, si 3 sia distratto, si sia addormentato, e abbia lasciato che Lo prendessero, Gli mettessero le mani addosso e Lo portassero alla morte (come pensa Pietro: occorre dare una mano al Mistero tagliando l’orecchio a qualcuno)! Il problema è che Pietro, e ciascuno di noi, si trova davanti uno sguardo sulla realtà che è diverso. «Pensi che Mio Padre non abbia legioni di angeli da mettere in campo per asfaltarli tutti?». Basta uno sguardo così, e vediamo la differenza tra la modalità con cui noi guardiamo la realtà e quella in cui la guarda un Altro. Quando diciamo che «Dio non fa nulla per caso», non diciamo che sia Dio a generare la morte di Suo Figlio. Per poter mostrare agli uomini tutta la Sua grandezza, nemmeno a Suo Figlio risparmia la prova! Se noi non abbiamo questo sguardo che Gesù ha introdotto nella vita, allora non possiamo entrare in alcun buio. Perché proprio in quel momento, quando tutti introducono il sospetto se Dio sia amico o avversario, Gesù testimonia la Sua diversità. Lì, non fuori, non guardando i tori dagli spalti (mentre noi siamo nella prova, Lui ci guarda dal Cielo). No! Entrando lì, testimonia che neanche lì siamo da soli! Non ci lascia da soli, Dio non ha lasciato da solo Suo Figlio. Il dialogo che Cristo ha avuto prima del Suo arresto è con Suo Padre, e tutto il resto è secondario rispetto a quel dialogo; il dialogo è con il Padre (non Lo chiama “padrone”), e proprio per questa certezza che ha del Padre, Cristo può stare davanti a qualsiasi circostanza, anche quella che neppure Lui come uomo capisce del tutto: «Passi da Me questo calice». Se noi non ci immedesimiamo così col Vangelo, che cosa succede? Che noi rimaniamo sconvolti, come scrive un altro: «Sono rimasto molto provocato da ciò che ci dicevi a proposito delle circostanze: belle o brutte che siano, tutte sono un modo attraverso cui il Mistero ci chiama, non sono, come pensiamo noi, secondo la nostra misura, la fregatura da sopportare, hanno uno scopo ben preciso nel disegno di Dio [è come dice Gesù a quei due che vanno a Emmaus: “Ma siete stolti? Ma non avete capito che doveva compiersi la Scrittura? Che il disegno di Dio era un altro? Non riuscite a capire?”], perché nella vita di chi Egli chiama Dio non permette che accada qualcosa se non per la sua maturità. Questa frase, citata all’inizio, mi ha lasciato alquanto indifferente, perché erano cose già sapute, nulla di nuovo sotto il sole; ma più tu parlavi, più ripetevi sempre questo concetto, più come un tarlo tutto ciò ha iniziato a fare breccia dentro di me, tanto è che a un certo punto mi sono chiesto: ma per me questa frase è veramente vera o in fondo poi nella vita mi pongo secondo altri criteri? Ho constatato come il giudizio di fondo in realtà sia un altro, tant’è che molte volte mi lamento di quello che mi viene dato da vivere e soffoco. Nell’affrontare le sfide che la vita quotidianamente mi fa, questa ipotesi non la prendo minimamente in considerazione [l’ipotesi non la prendiamo in considerazione, perché noi pensiamo di sapere già che cosa è la realtà!]. Ho intuito per la prima volta, forse, la portata di ciò che ci dicevi come pretesa, la portata che ha sulla vita, e sono uscito dall’incontro veramente desideroso di scoprirlo vero durante questo nuovo anno, che a oggi è alquanto imprevedibile, dato che mi laureo tra meno di un mese. Stamattina poi, mentre ero a fare la tesi in aula, viene una mia compagna del corso con la quale sono molto legato e mi accorgo dagli occhi che qualcosa non va. Su mia insistenza mi dice che suo padre ha fatto delle analisi, che hanno riscontrato dei grossi problemi e che nel pomeriggio sarebbe partita per Milano. Lì son stato messo all’angolo; non ero in grado di dirle niente, perché qualsiasi cosa mi sembrava falsa e totalmente inadeguata a rispondere a quegli occhi. Così, non riuscendo a starle di fronte, ho cercato il modo di cambiare argomento e poi mi son rimesso davanti al computer a lavorare. Mentre ero lì, però, ripensavo a tutto ciò e mi chiedevo: ma anche se non riesco a parlare, veramente io non ho proprio nulla da dirle, oppure nella vita qualcosa di diverso è accaduto? Così mi sei subito venuto in mente, e quando è tornata le ho detto: “Senti, io di fronte a questo fatto di tuo padre non mi sento niente da dirti, ma sabato sono stato a un incontro e mi ha molto colpito, ti do il testo”. Mi sono accorto di come di fronte a tale circostanza l’ipotesi che ci hai lanciato durante la Giornata di inizio anno, la pretesa cristiana, è l’unica in grado di reggere l’urto, l’unica che mi ha permesso di non soffocare, tanto è che il gesto di darle il testo è stato l’unico adeguato che mi sono sentito di compiere». Se noi non facciamo un percorso, se noi non raggiungiamo una certezza, quando arriviamo a questi momenti non siamo in grado di dire alcunché, perché qualsiasi cosa ci sembra falsa, totalmente inadeguata. Invece quando uno, attraverso tutto quello che gli capita nella vita, dall’incontro fatto alle circostanze che non gli 4 vengono risparmiate, fa un cammino, che cosa succede? Ecco che cosa scrive un’altra amica: «Dico con fatica che ho iniziato a fare seriamente il cammino di verifica cui continui a richiamarci. Dico con fatica perché accorgersi che la propria vita non sgorga dall’incontro fatto è drammatico e faticoso e quindi ti chiede di cambiare lo sguardo che hai sulle circostanze; è il lavoro dell’istante. Pochi giorni fa sono andata a trovare una collega malata, che nel giro di quattro mesi non è più in grado di camminare da sola e mi ha accolto dicendomi che desidera morire, anche per non pesare a suo figlio. È nato un dialogo in cui le dicevo che lei c’è, che la vita non dipende da lei, che deve prendere sul serio tutto il desiderio di bene che non è cancellato dalla malattia, e che la nostra compagnia può diventare interessante per tutti e due. Alla sua affermazione che io posso parlare così perché ho la fede, di schianto le ho chiesto che guadagno ha a soffocare quella domanda di senso e di bisogno di essere salvata che la sua malattia impone. Quando alla fine l’ho salutata mi ha detto: “Devo imparare che io non sono solo la mia malattia” [ha incominciato a non ridurre sé alla malattia]. Quello che però mi ha sorpreso è stata la mia posizione: la malattia deve aprire al significato. Guardare così la realtà era un guadagno per tutti, era talmente vero che non avevo paura di dirlo. Finalmente il foglio bianco (come dice Il senso religioso) rimaneva bianco nonostante il sentimento [è un giudizio che si imponeva per la sua evidenza]. Mi sono sentita unita e quindi felice, forte di uno sguardo sulla realtà a cui il lavoro di Scuola di comunità mi ha educato, ma che la mia verifica mi ha ridato come certezza». Se noi non riusciamo a fare questo percorso umanissimo, davanti alle sfide della vita non apriamo bocca. Mi raccontava un altro di un dialogo sul lavoro con un accanito comunista (molto ostile a noi, sempre arrabbiato con noi per tutte le vicende dei giornali) a cui ha dato il testo dell’articolo di Tracce su Francesca e suo marito: «Guarda, smetti un attimo con il tuo rancore e leggi questo». Quello lo legge, si mette a piangere ed esce fuori dalla stanza perché non ce la fa. E quando torna gli dice: «Ma se voi avete questo, perché non ce lo dite?! Se uno può stare davanti alla vita e davanti alla morte così, voi, che avete ricevuto questo, perché non ce lo dite?!». Noi siamo al mondo per questo, ma per poterlo dire e non tacere, perché non risulti inconsistente, perché non risulti banale davanti a un dramma o davanti a qualsiasi circostanza, davanti al quotidiano, occorre una certezza. «Dio non fa nulla per caso» perché è la verità della realtà. Io penso che o questa è una frase valida solo per noi che ci crediamo oppure è un’evidenza schiacciante. E se è un’evidenza schiacciante non ho problemi a tirarla fuori di fronte a chiunque; invece se ho problemi a tirarla fuori è perché non è un’evidenza schiacciante. Il problema è che per me l’evidenza tante volte significa che deve essere qualcosa di automatico: se è evidente, deve essere qualcosa di automatico. E invece sto vedendo che io devo avere la possibilità di abituarmi a guardare l’evidenza. Per esempio, al lavoro io faccio delle indagini al microscopio e mi affianca una ragazza che deve imparare; quando guardo alcune immagini, vedo delle cose, dei particolari, perché sono anni che guardo quelle immagini; per lei quelle cose non hanno significato, perché non le ha mai viste, quindi per lei quelle cose non sono un’evidenza, ma in realtà ci sono e io le vedo. La differenza è che io le vedo perché sono abituata a vederle, sono anni che le vedo, e quando gliele faccio notare diventano anche per lei un’evidenza. Quindi credo che per me il cammino più importante è avere qualcuno nella vita che mi permette di guardare le evidenze che ci sono, senza spaventarmi e senza aspettarmi di vederle automaticamente. Si capisce questo? Cioè: non è che lei vede delle cose che non ci sono, che se le inventa e convince l’altra che ci sono. No, è quello che diceva il don Gius: vedeva certe cose che gli altri non vedevano, non perché non ci fossero, ma per colpa di una situazione culturale, di quella egemonia che ci impedisce di riconoscere tutta la portata del reale. Noi abbiamo usato un’altra frase per dire lo stesso: che noi non riconosciamo come presenza le cose presenti; per noi la presenza di certe cose non è una presenza, non è un’evidenza come il riconoscere: questo è un foglio bianco. E allora, come dice lei, non ci manca il coraggio (perché uno non ha bisogno di alcun coraggio per dire che il foglio è bianco), ma la semplicità di dirlo. Quando è un’evidenza, quando è qualcosa che è palese – come quando uno dice il risultato della partita: «Ha vinto il Milan quattro a zero» –, non c’è qualche 5 difficoltà, è un dato. La questione è che avere questa familiarità con la realtà, non ridotta, non è una cosa automatica. Perché? Perché tante volte, lo sappiamo benissimo, noi riduciamo; per questo, se non facciamo un percorso che ci abitui, che ci educhi (usiamo la parola giusta) a entrare nella totalità della realtà, noi la riduciamo. Infatti l’educazione è proprio questo: una introduzione alla realtà totale, non soltanto a una realtà ridotta. E perché davanti a certe cose non diciamo una parola chiara? Perché in fondo non siamo certi di questo: che la vita è data a noi, a ciascuno di noi, per condividere la pienezza di Dio. Suo Figlio ha dato la vita, è il destino della vita; non è che le cose debbano andare più o meno bene, il problema della vita è l’eterno, e se noi non abbiamo questa prospettiva, siamo i più disgraziati degli uomini, dice san Paolo; se noi non abbiamo tutta la prospettiva della vita, noi davanti a certe cose non diciamo nulla. Perché noi stiamo riducendo la vita all’apparenza, mentre il significato della vita è Cristo, e questo si può dire in qualsiasi circostanza; ma occorre una certezza per l’evidenza che ognuno ha nella propria vita, altrimenti uno non lo dice. E poi incomincia a dire che le circostanze sono sconvolgenti. Sì, ma molto più sconvolgente sarebbe che ci fossero queste circostanze e che non ci fosse il significato! Questa sarebbe la vera disgrazia! Per questo, quando quel comunista vede certe cose e ci dice: «Ma voi che cosa fate con questo?!», lo fa perché spesso non è questo quello che testimoniamo. A me ha colpito il tuo intervento al Sinodo e quando l’ho preso tra le mani e l’ho letto, ho detto: ma questo è vero, è vero, è la verità di me, è la verità dell’esperienza nostra, abbiamo un alleato che è il cuore (tant’è che ho detto: ma chissà come è sobbalzato il cuore del Papa a sentire queste parole). Quando dici che abbiamo questo cuore che è un alleato, che è un avvenimento, l’imbattersi in un’umanità cambiata: questa è la storia, è sempre stato così, è la storia e riaccade così oggi. E su questo voglio raccontare un fatto. Quest’estate ero stato invitato dagli amici di Rimini a fare un incontro sul lavoro; avevano invitato uno scultore, artista, falegname, un personaggio straordinario con un’umanità, una passione, uno sguardo, una profondità che non avevo mai visto. Tanto per dire un fatto: a cena un amico gli chiede: «Ma come posso attivare la responsabilità dei miei collaboratori?». E quest’uomo, mangiando, senza neanche tirare su la testa, gli dice: «Riconoscere il valore della persona è attivare la sua responsabilità». Insomma, in questa cena conosco il figlio, ci scambiamo il cellulare e ci sentiamo a metà luglio; poi non ci siamo più sentiti. Ieri inaspettatamente mi chiama e mi dice se ci possiamo vedere. Ci incontriamo, e tutto il tempo con lui era una testimonianza di come era stato cambiato da quell’incontro con questi amici, di come in azienda si fa fatica, la crisi la sente tantissimo, ma come lui ormai non è più solo, non è più solo! Non è riuscito a venire alla Giornata di inizio anno, gli hanno girato i tuoi appunti e dice: «Guarda, io posso leggere una pagina, una pagina e mezza al giorno, non di più perché c’è troppa roba». Una compagnia infinita. Poi mi dice: «Guarda sono stato a un incontro con artisti non della nostra esperienza, e li ho visti tutti morti e mi sono chiesto: ma perché questi sono morti e invece questi altri sono così vivi? Perché questi non seguono, non riconoscono la bellezza». E poi continua a dirmi: «Ma sai perché non riconoscono la bellezza? Perché hanno paura di rimanerne feriti». E lì ancora un sobbalzo: è così, perché la verità ti segna, tu dovrai sempre farci i conti, e poi devi decidere, prendere posizione. Allora dopo gli ho letto il tuo intervento al Sinodo, è ancora affamato: «Ma devi girarmelo, ne ho bisogno». Questo è un incontro. Grazie. Io ho una domanda. Volevo partire dall’intervento del Papa sull’egemonia culturale; a un certo punto, parlando della razionalità scientifica e tecnica, dice: «Anche una terra feconda rischia di diventare deserto inospitale e il buon seme venire soffocato». Ora, questo essere terra feconda o terreno inospitale capisco su di me che dipende da quello che tu dici: innanzitutto è una scelta, è quello che ne Il senso religioso don Giussani definiva opzione fondamentale. Però tu dopo parli della percezione di sé: percezione di sé e del proprio destino e quindi affezione a sé vera, liberata dall’ottusità istintiva dell’amor proprio. Ora, capisco che questo essere terra feconda o terreno inospitale è direttamente proporzionale a questa percezione di sé. Cioè: o la percezione amorosa 6 del proprio destino, o l’ottusità istintiva dell’amor proprio. Ora, per me non è sempre chiaro nel dettaglio delle circostanze capire quando sono mossa da un’affezione a me e quando, invece, sono mossa dall’ottusità dell’amor proprio. Tra l’altro, una cosa che mi colpisce, è che anche nel concetto di amor proprio c’è la parola amore; non voglio essere filosofica, però è come se il diavolo si insinuasse comunque in una modalità non proprio sempre riconoscibile. Certo, certo. Ma tu lo vedi nei rapporti, quanto tu ami l’altro e sei disponibile ad affermare l’altro, il suo destino, il bene dell’altro, e quando invece sei tesa ad affermare te anche nel rapporto con l’altro. E questo è una lama sottilissima, no? Lo facciamo nei rapporti, lo facciamo nel lavoro. Ci piace fare il lavoro bene, ma è affermare il lavoro o affermare noi? Le opere nascono per rispondere a un bisogno e a volte per rispondere a questo bisogno ci mettiamo tutto, ma a un certo punto se non abbiamo più mezzi dobbiamo fermarci; invece a volte vogliamo andare avanti non già per affermare l’opera, ma per affermare noi stessi, perché se facciamo un’opera più grande qualche gloria la guadagniamo anche noi… Lì si incomincia a introdurre l’ottusità dell’amor proprio. Tu hai mai pensato perché Gesù considera una tentazione quando il diavolo Gli dice nel Vangelo: «Ma fai che queste pietre diventino pane»? Avrebbe fatto l’ong più grande dell’universo, avrebbe risolto il problema della fame nel mondo per il resto della vita, meglio di così si muore! Risposta a un bisogno: la gente sarebbe stata contenta. Perché non accetta? Perché la considera una tentazione? Perché tra una cosa e l’altra c’è l’affermazione di sé, l’ottusità dell’amor proprio. Allora, che cosa fa la differenza tra la vera affezione a sé e l’ottusità dell’amor proprio? Anche se tu fai la ong più grande dell’universo, sarà sempre una goccia rispetto al bisogno tuo, perché tu sei fatta per l’infinito! Anche se tu affermi fino all’infinito qualcosa di te, non è questo che ti compie, perché quello che ti compie è riconoscere l’infinito. È soltanto questa la vera affermazione di te, che ti rende libera dall’ottusità dell’amor proprio e che ti consente di obbedire. Se il Mistero ti dà per fare tre, fai tre, perché tu non hai bisogno di fare cinque per affermare te stessa; infatti anche se riuscissi a farlo, sarebbe inutile, perché sarebbe una goccia nell’oceano del tuo bisogno dell’infinito. Ma noi siamo così scemi – scusate – che pensiamo, a causa della mancanza di chiarezza di cosa siamo, di affermare di più noi stessi attraverso queste gocce. Ma questa è un’ottusità, è una incapacità di percepire le cose come stanno. Tanto è vero che dopo averlo fatto siamo vuoti, perché non è che la gente non faccia migliaia di tentativi. In che cosa si vede che è ottusità dell’amor proprio e non vera affezione a sé? Perché l’una ti lascia vuoto e l’altra ti dà una tenerezza verso di te che non puoi darti da te. E con la presenza dell’Infinito, con il riconoscimento di Colui che ti fa adesso, con tutta la tenerezza del Mistero, tu non hai bisogno di altro. Hai solo bisogno di riconoscere Qualcuno che ti sta dando adesso a te stesso; altrimenti non potrai avere un istante di tenerezza vera con te, di affezione vera a te, e quindi cercherai nell’ottusità dell’affermazione di te, nell’amor proprio, quello che non riesci ad avere, quello che non riconosci come dato a te. Così ti metti per una strada che come unica cosa ti porterà a incastrarti sempre di più, perché anche se riesci a passare sopra tutti i cadaveri che vai lasciando per la strada, sarà inutile, non funziona, neanche come logica, neanche come strategia. Fino a questo punto siamo ottusi! Una cosa è che uno lo faccia per debolezza, un’altra è che lo faccia perché non capisce, perché se uno capisse, non perderebbe il tempo a percorrere questa ipotesi che, se anche riuscisse in qualche cosa, non ti risolverebbe alcunché, anzi ti lascerebbe con un buco più grande di quello che avresti voluto risolvere. Per questo ci conviene capire certe cose. Ma questa è una strada che impariamo soltanto percorrendola. Perché tante cose ci risultano faticose? Perché, non capendo, complichiamo ancora di più le cose; se invece incomincio a prendere sul serio che cosa succede quando io riconosco di essere fatto così, di essere amato così (ma a noi sembra astratto rispetto a tutto quello che abbiamo in testa, e ci sembra più concreto riuscire, rimanendo vuoti), se uno non incomincia a rendersi conto di che cosa è successo nell’incontro, di che cosa significa Cristo, in modo che il suo io trabocchi di gratitudine, di affezione a sé, allora avrà bisogno di affermare l’ottusità dell’amor proprio. Dobbiamo costantemente imparare il contenuto della nostra autocoscienza. Sei fatta per l’infinito, e allora agisci per quella inquietudine che hai dentro. Non è che sei in pace come se questa inquietudine non definisse ogni fibra del tuo essere. Devi cercare, perché urge, urge! Allora, se cerchiamo per la 7 strada sbagliata, complichiamo la vita nostra e quella degli altri. Questo per dire il cammino che abbiamo davanti. È questo quello che il Papa ci ha ricordato al Sinodo, su cui volevo dire una parola finale. Diceva domenica scorsa nella messa conclusiva, parlando del cieco Bartimeo (quel cieco che, sentendo che passa Gesù, incomincia a gridare, e gli altri cercano di farlo tacere): «Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita [il deserto, il deserto di cui parlava: deserto inospitale] e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò […] hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza». Sono le tante persone che hanno bisogno di un nuovo incontro con Gesù perché hanno perso la coscienza del Battesimo. Questo è ciò che la Chiesa col Sinodo ha voluto ancora riconoscere, come dice il Papa all’Angelus: «È solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità che risponde alle attese dell’uomo di ogni epoca». Ma come possiamo trasmettere questa novità? Nessuno più, davanti a questo deserto inospitale, pensa che basti una strategia pastorale diversa. E questo nel Sinodo è emerso chiaramente. Perciò in questo mese nell’aula sinodale si è sentito tante volte esprimere il desiderio della conversione; se noi non ci convertiamo, non potremo portare ai nostri compagni di strada, vicini, colleghi, questa novità in questa terra che è diventata inospitale (come in tanti sappiamo). Allora il Papa riassumeva: i veri protagonisti della vera evangelizzazione sono i santi, non gli strateghi, i santi! «Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore». Per questo vogliamo rispondere a questa urgenza che ha la Chiesa, e lo possiamo fare perché proprio per questo ci è stata data la grazia del carisma. Noi siamo testimoni di come, senza questa nuova evangelizzazione, tanti di noi forse non sarebbero qui, perché avevano sentito parlare di Cristo e avevano pensato che fosse scontato, che non interessava la vita. Siamo stati scelti, ci è stata data questa grazia per poterla comunicare agli altri; ma potremo comunicarla non attraverso una strategia, ma soltanto attraverso la nostra diversità, se nel modo di stare nel reale sapremo ridestare l’interesse per il cristianesimo, per Cristo. E questo lo possiamo comunicare solo vivendolo noi. Per questo il percorso che faremo quest’anno non può avere altro scopo che, come dice il Papa introducendo l’Anno della Fede, riscoprire Cristo, riscoprire la bellezza di Cristo. Soltanto così possiamo diventare anche noi testimoni, lì dove siamo. La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 28 novembre alle ore 21.30. Riprenderemo il testo All’origine della pretesa cristiana perché, come tutti sappiamo, è il percorso della fede che hanno fatto gli apostoli. Il Papa ha indetto l’Anno della Fede e per questo noi ci uniamo alla Chiesa, facendo il percorso della fede dei discepoli, affinché possiamo anche noi fare lo stesso loro percorso. Riprenderemo il sesto capitolo: «La pedagogia di Cristo nel rivelarsi». Accompagneremo il lavoro di Scuola di comunità con alcuni brani del Papa che saranno pubblicati su Tracce di novembre e nei mesi: come avete visto, da quando è incominciato l’Anno della Fede, il Papa ha cominciato le catechesi del mercoledì sulla fede. Che cosa possiamo fare di meglio che vivere l’Anno della Fede accompagnati da don Giussani e dal Papa? Non penso che abbiamo qualcosa di più interessante da fare. Ricordo che è attivo un indirizzo mail a cui potete inviare domande o brevi interventi sulla parte della Scuola di comunità a tema. Vi chiedo di inviarli entro la domenica sera precedente al nostro incontro in modo tale da avere tempo di leggerli. L’indirizzo mail è: sdccarron@comunioneliberazione.org e vi raccomando di usarlo solo ed esclusivamente per la Scuola di comunità. Giornata nazionale della colletta alimentare. La proposta della Giornata nazionale della colletta alimentare, che si terrà sabato 24 novembre organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare, è l’occasione anzitutto per chi vi partecipa di vivere un gesto di gratuità con la coscienza che san 8 Paolo ci ricorda: «Gratuitamente avete ricevuto». È questa coscienza che possiamo testimoniare sia a quanti saranno con noi ad aiutare a collaborare al gesto, sia a quelli che si fermano per dare il loro contributo per la colletta. Anche questo è un gesto che si può ridurre, oppure si può vivere come un gesto in cui si condivide il cibo e il gusto del vivere, e la fede, e le ragioni per cui lo facciamo. A volte si creano spazi di dialogo con le persone che si incontrano con cui possiamo interloquire su quello che abbiamo a cuore e che, come dicevo prima, tanti aspettano. È con questa coscienza che intendiamo vivere poi anche il gesto delle tende proposte da Avsi durante il periodo natalizio. Veni Sancte Spiritus

giovedì 1 novembre 2012

Un bel giorno da capire e vivere di nuovo

QUESTO TEMPO DI CRISI, NOI E I SANTI
Tra le feste dell’anno, quella di Ognissanti sembra avere perso il suo smalto più delle altre. Se nella 'religione civile' vi è ancora posto per il Natale e la Pasqua, la ragione per far festa il primo novembre sembra perdersi nel ricordo, quando i santi erano venerati e invocati come se fossero di casa nostra. Familiari nella vita come un papà o una sorella. Quando serviva un esempio per educare i figli o i fedeli, genitori e preti si facevano in quattro per trovare nelle agiografie l’episodio di un santo che facesse al caso. Santi sì, ma con i piedi in terra, e ce n’era per tutti. Anche loro imbrigliati nei guai di noi tutti, ma con lo sguardo alto e Gesù nel cuore. Vicini a noi, perché sono come avremmo desiderato essere noi: donne e uomini veri. Nel bisogno si correva da loro, i santi, a chiedere man forte per ottenere da Dio una grazia, o anche solo un consiglio, un’illuminazione per una scelta difficile. Ce n’era uno per ogni circostanza: san Gerardo per le partorienti, santa Lucia per riacquistare la vista, sant’Antonio per trovare gli oggetti smarriti, san Giuseppe per morire bene, e la lista non finiva mai. Ma è soprattutto l’idea di santità che è venuta meno. E non è stata sostituita da nessun’altra idea che le sia pari. Gli ideali (se ancora qualcuno di essi è popolare) volano basso, talvolta rasentano il fango, e cambiano così velocemente da non costituire più la bussola della vita. Non sono le zucche vuote di Halloween ad avere preso il posto della festa di Ognissanti, ma è il vuoto delle grandi passioni dell’uomo, quelle per il bello, il vero, il bene, il giusto, l’eterno. La nostra vita sembra consumarsi nella preoccupazione di non perdere quello che siamo piuttosto che di diventare quello a cui la vita ci chiama. Così i bambini non diventano mai giovani, i giovani mai adulti e gli adulti non riescono ad accettare di invecchiare e dover morire. Il santo non è un soggetto eccezionale, un pezzo raro o un reperto dell’archeologia cristiana. È un uomo o una donna che sono veramente tali. Le loro immagini e le statue stanno dovunque (non solo nelle chiese e nei musei) e i loro nomi sono scritti sulle strade delle nostre città perché loro, i santi, sono dappertutto, in mezzo a noi. Se diciamo di non averne incontrato nessuno è perché viviamo distratti e non ci siamo accorti della stoffa vera dell’umano, la santità. Il retore romano Mario Vittorino, annunciando pubblicamente la sua conversione, diceva: «Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo». In tempi di crisi, poi, parlare di santità appare come un lusso che non ci possiamo permettere. Presi come siamo dal tenere insieme la carretta del lavoro e della casa, abbiamo tirato i remi in barca e ci lasciamo portare dalle correnti, dove tira il vento, navigando a vista e sotto costa, senza prendere mai troppo il largo. Nulla sembra essere così lontano dal nostro orizzonte come la possibilità di cambiare rotta. La santità è la grande opportunità perché, cambiando sé stesso, l’uomo non resti prigioniero delle circostanze della vita che non può scegliere né modificare. E questo accade solo lasciandosi cambiare da un Altro. La sfida che la santità è per l’uomo di ogni tempo, anche il tempo della crisi, non consiste in un appello a un ulteriore slancio morale, ma nell’accettare che la ripresa di noi stessi e del mondo sia una gratuità, una novità imprevedibile e inattesa. «Non è a forza di scrupoli che un uomo diventerà grande. La grandezza arriva, a Dio piacendo, come un bel giorno» (Albert Camus). E sarà il giorno di una grande festa, quella dei santi. ROBERTO COLOMBO -http://edicola.avvenire.it