martedì 6 dicembre 2011

Il Natale in casa Cupiello tra i carcerati

PESCARA 06/12/2011 - Nella città abruzzese una platea affollatissima ha assistito allo spettacolo di De Filippo. Un cast d'eccezione: sedici detenuti. La possibilità di «far emergere il buono che c'è in noi». Una scoperta per tutti: dal recluso al magistrato


Una scena dello spettacolo


Dopo lo spettacolo, al momento di salutare la regista perché il pullman deve inesorabilmente rimettersi in viaggio per il carcere di Chieti, Pasquale Molitierno si commuove, e dietro quegli occhiali forse un po’ troppo grandi per il suo viso scende qualche lacrima. Paola Capone, che da settembre sta lavorando con lui e altri quindici detenuti-attori per la messa in scena di Natale in casa Cupiello, gli fa una carezza e gli regala un sorriso. Quella lacrima e quella commozione sono il contraccolpo evidente di fronte a qualcosa di grande che Pasquale e gli altri detenuti di Chieti stanno vivendo da qualche mese, e che sabato 3 dicembre è culminato a Pescara con la messa in scena della famosa commedia di Eduardo de Filippo, di fronte ad un pubblico di oltre cinquecento persone. La stessa commozione era trapelata nelle parole di Cristian Di Marzio, che a nome di tutti al termine dello spettacolo aveva detto: «Niente può cancellare il desiderio di bellezza che c’è in noi. Oggi quel desiderio si è realizzato, e vogliamo ringraziare di cuore quanti hanno permesso che ciò potesse accadere. Con questa rappresentazione non solo abbiamo avuto la possibilità di misurarci con un pubblico vero, ma anche di far emergere il buono che c’è in noi e invertire la rotta. La nostra speranza è che sia l’inizio di un rapporto che non finisce oggi. Se non finirà, vorrà dire che l’eco del nostro desiderio avrà lasciato una traccia indelebile».
Lo spettacolo - un vero e proprio trionfo, con applausi ripetuti - è stato il momento culminante di un percorso di valorizzazione che sta avvenendo dentro il carcere di Chieti, grazie alla direttrice Giuseppina Ruggero, all’educatrice Annamaria Raciti, al magistrato di sorveglianza Maria Rosaria Parruti, al comandante della Polizia Penitenziaria Valentino Di Bartolomeo, e alla regista Paola Capone. Una passione educativa che, a maggio di quest’anno, si è incrociata con la visita di Mauro Moretti, presidente del Centro Servizi per il Volontariato di Pescara, e Lorenzo Di Flamminio, consulente dello stesso Csv, invitati ad una rappresentazione teatrale al termine della quale una detenuta aveva detto: «Non soffocate questo nostro desiderio di bellezza». «Quella frase – racconta Moretti - ci ha veramente impressionati. Da quel momento è nata un’amicizia con i vertici della Casa Circondariale di Chieti, continuata con la presentazione in carcere del libro di Emmanuel Mounier Lettere sul dolore; una visita insieme a loro al Meeting di Rimini e, infine, l’idea di mettere in scena una nuova rappresentazione teatrale. Ci ha colpito lo straordinario tentativo di valorizzazione dell’umano che rappresenta davvero la possibilità di una costruzione del bene comune. Da far conoscere a tutti». Per questo motivo lo spettacolo è stato inserito all’interno dell’annuale evento “Volontariamente” che si è aperto con un convegno sul tema: “Siamo stati visitati da qualcuno molto grande”. Dove sono intervenuti: Riccardo Ribera D’Alcalà, padre di Giulia affetta da una grave malformazione e che per i medici non doveva nascere e che invece è diventata un grande segno del Mistero nella vita sua e di tanti amici che hanno iniziato a frequentare la loro casa; Pietro Del Vecchio, volontario della mensa della Caritas di Pescara e detenuto; Valentina Palleri, con una figlia malata, ma capace di suscitare in lei una grande fede; Mariagrazia Figini, della Fondazione Cometa di Como, che ha sottolineato come l’incontro con ciò che compie il desiderio di ogni uomo è in grado di cambiare la vita, e di renderla utile per sé e per gli altri.
In questo percorso, un ruolo particolare è stato quello del magistrato Maria Rosaria Parruti, che ha creduto nel valore dell’iniziativa fino al punto di concedere a sedici detenuti il permesso-premio per la rappresentazione di Pescara. Al termine dello spettacolo, è stata proprio il magistrato a spiegare il perché di questa sua decisione, a partire dal contenuto della commedia: «Luca Cupiello considerava il mondo come un grande giocattolo: aveva come unica preoccupazione il presepe vissuto come la messa in scena degli auguri natalizi per i regali destinati alla moglie. Ha vissuto nell’illusione di aver creato una famiglia felice, e si avvia a morire nell’illusione che il mondo sia come lui lo aveva sempre creduto. È un uomo che non è diventato adulto, cioè capace di guardare la realtà per quello che è e di assumersi le relative responsabilità. Sia per chi è dentro il carcere sia per chi è fuori, la vita è questa possibilità di crescere, di maturare, di diventare adulti, cioè coscienti della realtà, delle proprie responsabilità e di non rimanere in preda delle proprie illusioni. Questa realtà è pienamente vivibile e da non fuggire, perché Qualcuno ci viene incontro. Nella mia esperienza di magistrato di Sorveglianza quello che verifico è che la possibilità di ripartire, di ricominciare c’è quando c’è un amore presente, della donna, dei figli, di un amico. Il mio augurio è che il Natale sia per noi l’occasione di scoprire e cominciare a sperimentare che la realtà che siamo chiamati a vivere, anche se dura, faticosa, può essere vissuta come tale, e non deve essere fuggita, perché Qualcuno ci ama davvero».
di Piergiorgio Greco -FONTE : http://www.tracce.it

lunedì 5 dicembre 2011

Fare doni, rito vecchio e nuovo - Qualcosa che importa

C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi di antico. Un fenomeno consueto ma che ha connotati nuovi, a cui bisogna trovare un nome nuovo. Intendo quella u­suale eccitazione che sale piano in questi giorni e che riguarda i regali di Natale. Ma forse bisognerà trovare dei nomi nuovi. Perché le cose cambiano. E se pur oc­chieggiano da vetrine e spot i soliti inviti, le "clamorose" offerte, i "mai visti" scon­ti e le "sensazionali" offerte, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. La solita bella eccita­zione si sta forse venando di una ponde­ratezza nuova. Insomma, è come se la nor­male, abituale eccitazione di pensare a co­sa regalare a figli amici parenti, fosse abi­tata da una nuova inquietudine, da un so­spetto, o meglio da una domanda. Men­tre si comincia a dare un’occhiata, anco­ra senza troppo impegno, a vetrine e pro­mozioni, mentre si fanno i primi svagati sondaggi su desideri e gusti, un pensiero rintocca nel profondo: ma cosa ha davve­ro senso regalare? Certo, la crisi ci ha insegnato a misurare con altra attenzione il denaro, a valutare con più senso critico il valore vero di og­getti, di beni che a volte beni veri e pro­pri non sono, ma sfizi, lussi piccoli o gran­di, e a riconoscere come superfluo quel che ieri ci pareva necessario. Ma non è solo una sorta di "complesso morale" de­terminato dalle notizie sulla crisi e dalla realtà di minori risorse a muovere questa strana cosa nuova e antica che chiame­rei "eccitazione pensosa" al regalo.

Cre­do che ci sia qualcosa di più profondo. Come se la circostanza della crisi avesse almeno in parte aiutato a mettere a fuo­co meglio anche il valore del farsi regali. Da un lato, infatti, il gesto del donare qualcosa sfugge a qualsiasi calcolo. È bel­lo fare doni anche se si ha poco. Anche se le risorse diminuiscono. Donare è un at­to non superfluo. Si può rinunciare a pa­recchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uo­mo che non dona è diventato meno uo­mo. Nella gratuità "assurda" di fare un re­galo anche quando sono aumentati i no­stri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un mo­mento in cui si devono più attentamen­te fare i conti, risiede un barlume di vero intorno alla nostra natura: l’uomo è fat­to per donare, per donarsi. C’è un impeto positivo che fa parte della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così piccolo ma evidente e tenace – può illuminare non solo il breve episodio del periodo dei re­gali di Natale, ma potrebbe indicare qual­cosa di importante a riguardo della vita sociale. Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valenza pubblica, nei campi dell’assi­stenza e dell’educazione e in altri settori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della società e della sua organizzazione non più im­prontata al sospetto e alla mortificazione burocratica e impositiva. Dall’altro lato, questa eccitazione pensosa che ci prende nel periodo di Natale è una sottolineatu­ra del bene che sono i legami, le relazioni che compongono concretamente e esi­stenzialmente la vita di una persona.

L’uomo è un essere che dona e che ha le­gami. Il fatto che tali legami siano ogget­to di attenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa princi­pale della nostra vita (anche in un’epoca di crisi) non sta nella chiusura egoistica, paurosa e calcolatrice in termini di diritti e doveri. Non si ha vera società intorno al­l’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventan­do bisogni e diritti in astratto, ma intorno alla persona come nodo di relazioni vi­venti, nelle quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto. L’uomo che dona e che non è fatto per la solitudine è il regalo di Natale che tutti possiamo ricevere mentre iniziamo a pensare quali regali belli – ma belli davvero – fare, siano essi piccole co­se graziose o beni che vogliamo restino come nostra eredità.

Davide Rondoni - © avvenire

sabato 3 dicembre 2011

Neanche nella scuola c'è posto per Cristo


Non ricordo di aver studiato al liceo o all’università neppure una poesia dedicata alla nascita di Gesù. Devo ritornare con la memoria agli anni delle elementari, quando ai maestri piace tanto raccontare le storie. Iniziava così la poesia: «- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!/ Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei./ Presso quell'osteria potremo riposare,/ ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.// Il campanile scocca/ lentamente le sei.// - Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?/ Un po' di posto per me e per Giuseppe?/ - Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;/ son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe». La poesia si intitola «La notte santa».

L’autore è Guido Gozzano. Quante volte la mia figlia maggiore, che ha appena iniziato l’avventura della scuola primaria (quella che si chiamava fino a qualche anno fa elementare), mi chiede: «Papà mi racconti una storia?». La dimensione del racconto è, del resto, la più bella, la più affascinante, quella che conquista. A tutti noi, anche quando siamo cresciuti, piace scoprire nuove storie. Ebbene, c’è una storia che è più grande di tutte le altre, c’è una storia che ci commuove perché ci racconta di un Dio che si è fatto carne, che è diventato un bambino indifeso, come lo siamo stati tutti noi, ha fatto il falegname per tanti anni finché non ha iniziato la missione. Non ci ha fatto prediche, ma si è piegato sul nostro niente, ci ha amato ed abbracciato come un padre e una madre fanno con il proprio figlio, ha condiviso con noi uomini il suo tempo, rivelandoci il Mistero del Padre, l’amore, è morto in croce per redimere i nostri peccati ed è resuscitato.

Quanti tra quelli che hanno conosciuto quell’uomo Dio, Gesù, sono morti pur di dare testimonianza di Lui! Sono morti i primi apostoli duemila anni fa, come sono morti poi nei due millenni successivi milioni e milioni di martiri. O sono tutti pazzi oppure hanno davvero visto e incontrato qualcosa di straordinario. Orbene, una storia come questa, che sia considerata vera o falsa o addirittura poco pertinente alla nostra vita, meriterebbe di essere conosciuta, di essere studiata. Una statistica condotta negli ultimi mesi, resa nota nel recente viaggio di Benedetto XVI in Germania, afferma che il 75 per cento dei giovani tedeschi non si pone il problema di Dio. Un dato davvero allarmante, perché attesta che, in realtà, la maggior parte dei giovani non si pone il problema del proprio io, cioè del destino che li attende: siamo cibo per vermi o persone uniche e irripetibili, pensate nella mente di Dio e che vivranno in eterno?

Nelle scuole, però, non si racconta più la storia della nascita di Gesù. In molte scuole è addirittura proibito rappresentarla con un presepe, sarebbe un’intollerabile violenza nei confronti di chi non crede o di chi appartiene ad altre religioni. Non ho mai sentito dire che a scuola non si studi Napoleone perché ha saccheggiato molte terre dell’Europa, ha distrutto e ridotto a stalle molte chiese, ucciso tanti uomini appartenenti a una moltitudine di popoli diversi. Eppure, non si è mai raccontato che Gesù abbia compiuto azioni tanto atroci, anzi! Inoltre, le prove che Gesù Cristo sia esistito sono altrettanto certe di quelle relative all’esistenza di Napoleone.

È un fatto storico la nascita di Gesù così come lo è la morte di Napoleone celebrata ne «Il 5 maggio», in cui Manzoni tra l’altro testimonia che «più superba altezza / al disonor del Gòlgota / giammai non si chinò». Le antologie scolastiche escludono qualsiasi testo che racconti la storia di Gesù scritto dai grandi letterati (come del resto gli intellettuali cattolici sono spesso esclusi dai canoni letterari o relegati a ruoli del tutto marginali). Perché accade questo? Forse perché gli scrittori e i poeti non hanno raccontato la storia di Gesù? Certo che no. Infatti, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria, si sono cimentati con la nascita di Gesù. Vorrei per l’occasione dell’attesa di questo Natale ricordare solo alcuni nomi tra i tanti letterati contemporanei, cioè di quell’epoca che è considerata atea o irreligiosa e che, invece, risente ancora fortemente, talvolta magari in maniera incosciente, della tradizione e del fatto cristiani. Tutti hanno sentito il fascino di raccontare questa storia.

Pensate, persino D’Annunzio (1863-1938) che spesso ha dissacrato e vilipeso volontariamente il nome di Gesù e che ha proseguito, come Carducci, l’irridente sberleffo al Crocefisso dalla cui passione è stato menomato il mondo, come lui si esprime in un carteggio con l’amico architetto del Vittoriale. D’Annunzio ha sempre deliberatamente contrapposto la propria brama di affermazione narcisistica al Verbo incarnato secondo la fede cristiana. La parodia ha quasi sempre accompagnato la produzione dannunziana in maniera ostentatamente provocatoria e mordace. Eppure anche D’Annunzio si confronta con l’evento della nascita di Gesù. Scrive una poesia ai Re magi: «Una luce vermiglia/ risplende nella pia/ notte e si spande via/ per miglia e miglia e miglia.//O nova meraviglia!/O fiore di Maria!/Passa la melodia/ e la terra s'ingiglia.//Cantano tra il fischiare/ del vento per le forre,/ i biondi angeli in coro;/ ed ecco Baldassarre/ Gaspare e Melchiorre,/ con mirra, incenso ed oro».

Un secolo prima di Gabriele D’Annunzio, dopo la conversione, A. Manzoni (1785-1873) dedica gli «Inni sacri» ai momenti principali della vita di Gesù. In «Natale» il poeta, dopo essersi soffermato sulla redenzione del peccato originale, esclama: «Ecco ci è nato un Pargolo,/ ci fu largito un Figlio:/ […] all'uom la mano Ei porge,/ che sì ravviva, e sorge/ oltre l'antico onor». Manzoni si commuove per un evento così grande, quello di un Dio che si è degnato di farsi povera carne: «E Tu degnasti assumere/ questa creata argilla?/ qual merto suo, qual grazia/ a tanto onor sortilla/ se in suo consiglio ascoso/ vince il perdon, pietoso/ immensamente Egli è». Il Figlio di Dio si è rivelato ai semplici, ai pastori che «senza indugiar, cercarono/ l'albergo poveretto/ que' fortunati, e videro,/ siccome a lor fu detto/ videro in panni avvolto,/ in un presepe accolto,/ vagire il Re del Ciel».

Molti non sanno che Lui è nato, allora duemila anni fa, come oggi. Non attendono la sua venuta, non lo credono a noi contemporaneo, lo pensano una bella favola o ancor di più lo hanno cancellato dalla memoria: «Dormi, o Celeste: i popoli/ chi nato sia non sanno;/ ma il dì verrà che nobile/ retaggio tuo saranno;/ che in quell'umil riposo,/ che nella polve ascoso,/conosceranno il Re». Un giorno tutti sapranno e Lo riconosceranno. Quest’inno risale al 1813. Vent’anni dopo, nel 1833, proprio nel giorno di Natale morirà l’amata moglie Enrichetta Blondel. Per la circostanza comporrà, incompiuto, l’inno sacro «Il Natale del 1833».
di Giovanni Fighera- fonte http://www.labussolaquotidiana.it

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón Milano, 30 novembre 2011



Testo di riferimento: Il senso religioso, capitolo XII, Rizzoli, Milano 2010, pp. 167-173.
• L’uomo cattivo
• Amazing grace
Il capitolo su cui abbiamo lavorato è: «L’avventura dell’interpretazione». Ci siamo detti di guardare quale esperienza della libertà abbiamo fatto.

Da quando sono andato in pensione sto facendo la caritativa quasi a tempo pieno al Banco Alimentare. Sabato alla Colletta ho girato alcuni supermercati per raccogliere volti e voci della gente, poi al magazzino di Rho con i ragazzi del Clu, i detenuti, e un gruppo di profughi africani; tantissime storie di festa e di condivisione del donare. Tanto o poco, ma per tutti è stato possibile donare scatolette, tempo, amicizia. Una mamma ha festeggiato il compleanno portando alla Colletta gli amici; il vescovo di una grande città, in visita, si è
impossessato dei sacchetti e li ha distribuiti lui stesso nel negozio; i miei nipotini si sono impegnati a lungo a dividere le scatolette.
Per tutti una misura diversa, un impegno diverso nello stesso atto, e con l’intuizione, almeno, delle stesse ragioni. La mattina successiva un nostro amico, che come noi aveva fatto il volontario alla Colletta, è stato colpito da un’emorragia cerebrale; ora è in condizioni gravi all’ospedale. Tutti
preghiamo per lui e siamo con i suoi. Questo brusco passaggio, in poche ore mi
ha reso evidente due cose. Primo: la Colletta è certamente un’esperienza di
popolo, ma il modo di viverla fino in fondo non può che essere del tutto personale, secondo le regole (quindi il volantino, lo scatolone da fare bene, le etichette da attaccare) ma che diventano subito una spinta a vivere quest’occasione per me, per fare bene quello che mi chiedono, e nel giudicare come io rispondo, con che libertà io rispondo. Secondo: i conti del tuo essere di fronte al Mistero li fai davvero quando capisci che non ti è tolta la fatica e nemmeno il dolore, ma che puoi essere aiutato a interpretarlo, tu. Così le ragioni del rapporto con tua moglie, con i figli, con gli amici, non dipendono dall’umore, e l’esperienza della Colletta non si ferma al risultato tecnico. Solo così vale la pena spendersi per
la serenità in famiglia e per raccogliere più tonnellate di alimenti da mettere bene in ordine. Per questo ieri ho rinnovato la riconoscenza grande per la compagnia del movimento al cuore e alla ragione, che da anni ci educa a questa interpretazione (penso al giudizio sulla crisi e alla sottolineatura degli attuali gesti di caritativa). Ci troviamo così di fronte alla festa della Colletta o
al dolore della malattia da soli, entusiasmati o impauriti, ma sempre accerchiati dalle ragioni e dalla speranza. Così appaiono quasi identiche nei loro ambiti diversi, da un lato, le dieci righe del volantino della Colletta nelle quali quest’anno per la prima volta abbiamo messo il nome di Cristo, dall’altro, la
corona del Rosario recitato ogni pomeriggio per il nostro amico. È diversa la
provocazione della circostanza, ma il filo di ciò che incontri è identico. Vorrei dire, e lo dico con un certo tremore, che davvero nulla più mi può spaventare se
sono sempre presente a questa fedele e instancabile amicizia.

Grazie. Questo è l’aiuto che il Mistero presente in mezzo a noi ci offre per
educarci a un uso della ragione così spalancata. Chi avrebbe mai pensato che, attraverso un gesto di educazione alla carità,cioè a questo bisogno sterminato che noi siamo, avrebbe potuto sperimentare subito quanto questo serve per affrontare la malattia dell’amico. Quelli che proponiamo non sono gesti senza nessi; sono
per un’educazione a vivere le sfide della vita. E davanti a queste sfide ciascuno, poi, verifica se è stato ai gesti proposti in modo veramente personale, che non vuol dire in modo isolato, ma all’interno di un popolo.

Questa settimana ho provato a rispondere alla tua domanda su quando abbiamo fatto l’esperienza di essere liberi. E l’unico esempio che ho rintracciato è stato questo: un giorno al lavoro ho
2
assistito un mio paziente che è stato molto male per tantissimo tempo, e mi
sono impegnata totalmente. A un certo punto, gli ultimi dieci minuti, entra in stanza una mia collega e non fa altro che passarmi una siringa; esce dalla stanza, si imbatte nei parenti e racconta loro brevemente come sono andate le cose, come sta, cosa abbiamo fatto. I parenti le hanno detto (a momenti si
inginocchiavano ai suoi piedi): «Ti ringraziamo tantissimo, sei una stella», e per tutta la mattina pendevano dalle sue labbra. Quando ho visto questa scena sono rimasta agghiacciata, ho pensato: ho speso tutta la mattina io con questo paziente, arriva lei gli ultimi dieci minuti e si prende tutti i meriti. Sono rimasta veramente malissimo. Nelle ore che sono passate da lì alla fine del turno ero incattivita, ero diventata acida con la realtà tutta, tant’è che a un certo punto la mia collega mi ha
detto: «Ascolta, ma che cosa hai?». Fatto sta che timbro, esco, salgo in macchina, mi siedo e mi dico: «Qual è il problema?». Sono rimasta impressionata, perché mi sono detta: il problema è che io ho bisogno di essere affermata, gratificata, riconosciuta. Ripercorrendo – in pochi istanti – quello che era avvenuto quella mattina, sono arrivata a dire: nella mia esperienza che cosa mi fa sentire affermata, voluta, gratificata? Ecco, mentre avevo questi pensieri, solo il fatto di porre
questo giudizio su quali sono i momenti in cui veramente faccio esperienza di essere affermata, voluta e gratificata, mi ha aperto un mondo, mi ha rispalancato la vita. In un istante io sono cambiata, tant’è che mi sentivo di nuovo me stessa, dopo una mattina in cui quasi non mi
riconoscevo. Credo che questo abbia a che fare con quello che ci dicevi la volta scorsa sulla vera natura della ragione, che è apertura alla totalità. Ho dovuto – potevo trascinarmi così, ma era insopportabile, io non mi sopportavo già più! – arrivare a dare questo giudizio, e il pormi queste domande immediatamente mi ha cambiato. Da questo episodio che cosa mi porto a casa? Che io per una mattina intera ho sperato che una goccia togliesse la sete, e quindi sono rimasta incattivita
– e quante volte io mi incattivisco, una marea; se penso alle mie giornate, sono costellate da esempi così –. Fino a che è arrivato un punto che mi ha liberato. E allora avrei una domanda. Don Giussani a pagina 170 fa l’esempio della penombra: oscurità senza senso oppure vestibolo della luce. E dice: «Questa diversità di posizione è esclusivamente una scelta». E più avanti: «L’uomo,
infatti, nella sua libertà afferma ciò che ha già deciso fin da una recondita partenza. La libertà non si dimostra tanto nella clamorosità delle scelte; ma la libertà si gioca nel primo sottilissimo crepuscolo dell’impatto della coscienza del mondo». Quando ho letto questa frase mi son detta: io ho bisogno di capire questa recondita partenza, perché se da essa dipende il fatto che io, tra l’altro, dica la verità, voglio proprio sapere che cos’è.

Volevo insistere su questo perché quello che racconti dice bene che razza di
novità è il lavoro che ci propone don Giussani. Tu sei rimasta incastrata per tutta la mattina perché non si era compiuto il tuo desiderio di essere affermata (peggio: il merito se l’era preso un’altra!). E questo ci blocca, come sappiamo, per ore o per settimane. Ma quello che colpisce davvero è che per uscire da questa situazione non le è dovuto succedere qualcosa di straordinario, non ha dovuto aspettare non so quale contro-fatto così potente da cambiarla rispetto al fatto della mattina al lavoro. No, semplicemente ha usato la ragione secondo la sua natura, e questo è molto più straordinario di qualsiasi altra cosa!
Perché? Perché Cristo è venuto per educarci in un modo tale che noi, usando così la ragione, possiamo uscire dal nostro essere incastrati in qualsiasi momento.
Questo è il vero dono che porta la fede: ridestare la nostra ragione e consentirci
di guardare il reale secondo la sua natura. Ed è questo che ci cambia, ci libera, non dobbiamo aspettare il pim-pam-pum delle circostanze, semplicemente succede. Quando? Quando comincio a essere me stesso, cioè quando io, non potendo sopportare una certa situazione, incomincio a brandire la ragione. E questo è il miracolo più grande: «Guarda che Io ti faccio nuovo, Io ti rendo diverso perché tu non devi aspettare non so che cosa. Se segui Me, questa esperienza di ragione e libertà potrà essere a portata di mano in qualsiasi circostanza».
Quando Giussani ci dice di non aspettarci un miracolo, ma un cammino, intende anche questo: che io ho sempre di più la possibilità di essere creatura nuova, con una conoscenza nuova del reale che non si blocca nella menzogna (perché è una menzogna credere che essere ringraziati dai parenti di un malato che accudisci risolva il problema dell’essere affermati). La vera rivoluzione è la generazione di un soggetto diverso che si pone nel reale diversamente. Con gli stessi ingredienti di
3
tutti – ragione e libertà –, uno non vive più positivisticamente soffocando nel reale, bensì respira a pieni polmoni. E quando ci succede questo, siamo così
stupiti che non possiamo crederci, tanto non ci è familiare; perché – diciamocelo
– a noi è più familiare rimanere fermi per settimane fin quando si affievolisce l’arrabbiatura e poi sparisce, o fin quando succede qualcosa che ci sposta di nuovo.
Ma che io possa avere in mano lo strumento di una ripartenza, questo è quello che ha portato Cristo,ridestando così un soggetto in grado di vivere il reale diversamente.


Nel testo, appena dopo quello che abbiamo letto, don Giussani dice: «Ed ecco l’alternativa in cui l’uomo quasi insensibilmente si gioca: o tu vai di fronte alla realtà spalancato, con gli occhi sgranati di un bambino […] o ti metti di fronte alla realtà difendendoti, quasi con il gomito davanti al viso per evitare colpi sgraditi o inattesi». Rispetto a questo io volevo fare un esempio. Ieri mi è
capitato di imbattermi in una persona che nelle settimane precedenti mi aveva molto ferito, per cui mi sono messa subito in una posizione di difesa, con il gomito davanti agli occhi. Poi ho incontrato una persona di cui non sapevo nulla, che conoscevo a stento; ho dialogato a lungo con lei ed ero in una posizione di
totale apertura, con gli occhi sgranati, con la curiosità di conoscerla.
Ripensando a questi due fatti mi veniva da dire che l’assumere un
atteggiamento o l’altro, cioè che la mia libertà si muove in un senso o in
un altro, è anche conseguenza di un giudizio che io do sulle cose
che mi capitano, per cui il gomito davanti agli occhi era conseguenza di
un giudizio che io ho dato su dei fatti che sono successi. Però io non
voglio saltare, rileggendo questo pezzo di Giussani, il fatto che comunque
capisco che nell’esperienza non è tutto uguale, cioè che io capisco che se
le cose vanno in un modo per me è meglio che se vanno in un altro.
Tornando all’esempio di chi mi ha preceduto, se uno riconosce una cosa che
hai fatto è meglio che se non la riconosce. Però,ripensando ancora alla cosa
che mi era successa ieri, c’era qualcosa che non mi tornava, e quello
che non mi tornava era il fatto che io, pur consapevolmente in una posizione
di difesa giusta, non ero me stessa. Allora ho pensato che dovevo andare a riprendermi che cos’è la libertà e sono andata a rileggermi quello che Giussani dice nel capitolo ottavo de Il senso religioso sulla libertà,a pagina 120: «Ma non solo l’essere libero per un week-end, per una sera […] ma sempre; essere
libero-libero, cioè la libertà, non un momento di libertà […]. Il compimento totale di sé, questa è la libertà». Cioè: è vero che se succede una cosa piuttosto che un’altra questo mi dà una soddisfazione, quindi mi fa essere libero, però non libero-libero. E più avanti: «In un solo caso questo punto, che è l’uomo
singolo, è libero da tutto il mondo, è libero […]: se si suppone che quel
punto non sia totalmente costituito dalla biologia di suo padre e di sua
madre […], ma che sia diretto rapporto con l’infinito». Rileggendo questi
due punti io sono rimasta completamente folgorata, perché ho capito quello che
non mi tornava, cioè che è vero che la mia libertà si è mossa come conseguenza di
un giudizio, ma di un giudizio parziale, perché quello che dicevo di quella
persona non è tutto quello che quella persona è. Tornando al lavoro
stamattina, però, mi sono reimbattuta in quella persona, e mi sono ritrovata in una posizione di difesa, azzerando completamente tutto il percorso che ho fatto ieri. Quindi capisco che non do precedenza a questa definizione di libertà che Giussani insegna.

Questo è molto interessante, di nuovo, perché è vero che è un giudizio; ma il problema è: quando diciamo: «Libertà», che cosa stiamo dicendo? Se Giussani dice che soltanto in un caso l’uomo è libero, se è diretto rapporto con l’infinito, che cosa vuol dire? Se l’uomo è soltanto un pezzo del meccanismo delle circostanze, noi dipendiamo da come vanno le cose; quando qualcuno ci loda ci rallegriamo, e quando non lo fa affondiamo, come tutti. Che novità c’è in questo? Nessuna. Questo è la libertà? No, questa sarebbe una libertà a tempo: quando si compiono più o meno i nostri sogni,allora siamo liberi; e quando no, ci arrabbiamo. Ma – dice Giussani – quello che desideriamo come libertà, cioè come soddisfazione, non è soltanto per un momento, ma per sempre. Questo si vede quando ci troviamo davanti a uno da cui ci difendiamo, o quando qualcuno ci ferisce. La libertà è un bene molto scarso se dipendiamo, come tutti, dal flusso delle circostanze: quando le cose vanno bene, siamo contenti; quando le cose vanno male, affondiamo. Logico. Ma qui dice un’altra cosa, qui dice che la libertà è rapporto diretto con il Mistero! Allora quale errore occorre capire? Che non
4
soltanto io guardo l’altro in modo parziale, ma io guardo prima di tutto me stesso in modo parziale!Perché se io mi rendo conto che sono rapporto con il Mistero, e che è questo che mi rende libero e che mi soddisfa, allora siccome ho già in anticipo questa soddisfazione, posso essere libero dal fatto che qualcuno mi conceda le briciole che cadono dal suo tavolo. Se io non sono a questo livello di libertà
come esperienza, dipendo come tutti dalle briciole; e allora parlare di libertà diventa patetico.
Per questo, o noi dipendiamo da Dio e allora siamo liberi da qualsiasi circostanza, o non dipendiamo da Dio e allora siamo schiavi di qualsiasi circostanza. Senza questo rapporto unico con il Mistero, che è l’unico che soddisfa veramente, la libertà non c’è. E allora anche se abbiamo capito il giorno prima, il giorno dopo ci troviamo con la stessa chiusura, sulla difensiva, perché soltanto
un’esperienza di soddisfazione mi potrebbe dare una partenza diversa. Mi viene in mente spesso in questo periodo la tenerezza di Gesù quando i discepoli tornano dalla missione a cui li ha mandati; erano tutti “gasati”: un successo grande, perfino i demòni erano stati battuti, scacciati via. E Gesù li guarda, trapassando il loro umano: «Ma amici, non rallegratevi per questo, perché questo non vi servirà per alzarvi domani mattina [non è che avessero rubato o che fossero stati in discoteca, no, erano andati in missione per conto Suo!]. Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nel Cielo, cioè perché siete stati scelti, perché partecipate con Me in quel rapporto che è l’unico che soddisfa». Ma siccome non capiamo questo – che siamo stati scelti –, allora dipendiamo dalle briciole del successo. Che esperienza doveva fare Gesù per poter dire: «Guardate che il vero dono,
che il vero bene, che quello che veramente corrisponde è il fatto di essere Miei,
di essere stati scelti»! Eppure per noi sono come le parole di un sapiente che dice cose sagge, non riusciamo neanche a capirne la portata di sguardo, uno sguardo che ha più verità sull’uomo di migliaia di libri in una biblioteca! Senza questo noi non possiamo avere quell’esperienza di libertà che ci rende veramente diversi, aperti, anche quando uno ci ha trattato male, perché noi non dipendiamo da
quello. Non dev’essere una reazione, la nostra; la nostra è una partenza originale! Perché siamo più bravi? No, perché questa partenza tutta gratuita dipende dal rapporto che Cristo ha con il nostro nulla (proprio perché non siamo all’altezza). Perché noi possiamo avere questa partenza tutta spalancata, diversa? Ricordate quel che abbiamo detto il 26 gennaio: noi stiamo facendo questo
percorso dall’interno della fede. Allora facciamo il test: l’esperienza del cristianesimo che facciamo ci rende davvero liberi e aperti al reale? O è come se non fosse successo niente e ci troviamo davanti al reale come tutti? Siamo con gli occhi sgranati, come Giovanni e Andrea, o no? Perché tutta la ragione è lì. E questo ci fa rendere conto che il percorso che stiamo facendo è la cosa più conveniente, perché pian piano farà diventare familiare in noi questa esperienza come modalità di
stare abitualmente nel reale. A proposito di questo voglio aggiungere una cosa leggendo una lettera:«Mi colpisce che don Giussani, da una parte, dice che la natura della ragione costringe la ragione stessa ad ammettere l’esistenza di qualcosa, di un quid. Ma se la ragione è costretta a riconoscere, perché occorre la libertà?». Sembrerebbe che si tratti di qualcosa che, per la dinamica stessa della
ragione, fa fuori la libertà. Ma don Giussani dice: il mondo dimostra qualcosa d’Altro come un segno dimostra ciò di cui è segno. E questo introduce un dramma, perché è vero che è assolutamente evidente come segno, ma il segno immediato mi rimanda oltre, mi rimanda a un Tu supremo. E questo non avviene in maniera meccanica. Dunque, da una parte, la ragione riconosce il segno immediatamente, ma, dall’altra parte, proprio per la natura del segno, si introduce un dramma in cui la libertà deve giocarsi per riconoscere questo Tu. E questo si vede tante volte nella difficoltà che facciamo – e che viene fuori in certe lettere che mi mandate –, per esempio, rispetto all’affermazione che la realtà è positiva. Eccone una: «Un amico in difficoltà, mentre gli parlavo del volantino “La crisi sfida per un cambiamento”, dopo un po’ mi dice: “Dici bene tu, ché non ti tocca più di tanto”. Mi ha chiuso la bocca e mi sono detto: “Ci sono discussioni in cui la testimonianza può persuadere, solo la testimonianza può persuadere”. E poi pensavo: dire a me stesso, nelle prove
che mi dà la vita, che la realtà non gradita è sempre positiva, lo faccio a denti stretti. Questa è la ragione per cui di fronte a prove altrui, ben più drammatiche della crisi, non ho il coraggio di dirlo a chi ne è colpito, soprattutto se non credente, perché penso: le prove pesanti per noi che crediamo sono imitazioni di Cristo sul calvario perché sappiamo che poi c’è la Resurrezione, che Dio non dà
5
mai prove superiori alle nostre forze. Ma dirlo a chi non crede non è facile. Su questa difficoltà io ho alcune domande. Come possono non essere percepite da chi non crede come “preconcetto religioso”, “interpretazione cattolica”, “sforzo volontaristico di autoconvincimento”?». Che la realtà è positiva, allora, è solo un preconcetto nostro? Un’interpretazione cattolica della realtà? O dipende, come abbiamo detto, da un uso della ragione nel senso vero del termine? Io mi domando: se noi diciamo, secondo l’esempio dei fiori che fa Giussani, il fatto che ci siano i fiori sul mio tavolo rimanda a qualcuno che li ha messi lì, questa è un’interpretazione cattolica? È un preconcetto religioso? O per la natura stessa di segno, i fiori rimandano oltre? Se quello che noi stiamo facendo con questo percorso è soltanto per autoconvincerci di più della nostra interpretazione – diciamo –
ideologica e non della verità delle cose, invece di aprirci a tutti, alla fine ci chiudiamo sempre di più. Perché alla fine con chi possiamo parlare? Solo con quelli del “cortile”. Complimenti! Invece è proprio il contrario, ma soltanto un uso della ragione vero ci consente di parlare con tutti. Piero Sansonetti, giornalista
e di formazione comunista, dice questo del nostro volantino sulla crisi: «È un
documento serio, che porta una forte idea politica. Riapre il cuore e il dibattito». Lo dice del nostro volantino, che non credo che sia ambiguo. Vede nel volantino di
Cl sulla crisi un ritorno alla «vera lotta politica», che si fa sulle idee. «La Seconda Repubblica ha visto l’assenza del pensiero cattolico ed il danno è grave quando – in un Paese in cui ha un peso enorme – il cattolicesimo viene messo
alle porte: la politica è stata ridotta a schieramento, uno dei difetti fondamentali del bipolarismo.
Invece questo documento rimette in campo una componente importante e lo fa sui contenuti, su una idea di società». Cioè, quando noi diamo delle ragioni, come abbiamo visto con Sapelli e Campiglio a Milano, come abbiamo visto con Polito e Israel a Roma, come vediamo con Sansonetti, non stiamo nel cortile, ed è questo che ci consente di parlare con tutti. E gli altri capiscono meglio di noi qual è la portata di quello che portiamo. Ma noi pensiamo che questo è il preconcetto religioso, l’interpretazione cattolica, e diciamo: «Gli altri non sono pronti a capirlo», e allora facciamo la“mediazione” per adeguare ciò che, secondo noi, dovrebbero capire. Ma questo è la fine della missione, questo è la fine della testimonianza cristiana! È questo che ha bloccato certa pastorale: tutti devono prepararsi prima che succeda l’incontro. Ma questo è ciò da cui ci ha liberato don
Giussani, che invece afferma: tutti quanti hanno la possibilità di riconoscere il cristianesimo perché hanno il cuore, e quindi lo strumento dato da Dio per riconoscere il vero. Non occorre nessuna mediazione. E se noi riduciamo la proposta perché pensiamo che sia solo un’interpretazione cattolica, siamo noi il problema, non la soluzione! Ma questa non è laicità, questo è clericalismo puro! Noi mediamo contro quello che dice don Giussani, cioè che l’io è rapporto diretto con il Mistero. Quello che dobbiamo favorire è questo. Ma noi insistiamo su altro, come si vede dal prosieguo della seconda lettera che vi leggevo: «E che significa [è la seconda domanda] questa mia riluttanza a dirlo a tutti? Che non sono abbastanza certo della possibilità del reale per tutti? E se non ho il coraggio di dirlo a tutti, è un problema di poca fede o di poca ragione?». Risponda a se stesso.
Perché non ho la libertà di dirlo? Per dire una cosa di cui uno è certo ha bisogno di qualcosa di particolare? Semplicemente lo dice, lo condivide. Quando noi abbiamo l’apertura a cui ci educa la Scuola di comunità, guardate che cosa succede: «Io sto vivendo una situazione difficile. A mia moglie hanno diagnosticato un melanoma alla pelle, un tumore maligno che i dottori dicono fortunatamente esser stato preso in tempo. Non sto a dirti tecnicamente tutto, posso dire che è stata una botta tremenda per me, ma soprattutto per lei. Però oggi, a distanza di un mese dalla diagnosi,
posso dire che questa circostanza difficile ha segnato, ha richiesto, ha comportato un cambiamento mio e di mia moglie. Io posso lucidamente dire che da quel giorno tante cose sono cambiate. Il rapporto con mia moglie è diventato più essenziale e meno banale e più esigente. Oggi lei ha bisogno di avere di fronte un uomo non spaventato, e io il giorno della diagnosi ero distrutto. Come posso aiutare mia moglie? Questa è la domanda che fin da subito ho sentito urgente e che mi ha
fatto muovere, chiedere, cercare ogni giorno, gente come gli amici che hanno portato negli occhi una speranza che io non ho. È cambiata mia moglie. Due settimane prima della diagnosi, in autostrada, mi ha detto che del movimento non gliene importava più nulla, non è colpita da nessuno,non se la sente di seguire nessuno: insomma, la vita va bene anche senza il movimento. La sera
6
stessa della diagnosi la nostra solitudine è stata così dolorosa che lei, da quel giorno, mi ha chiesto sempre di non essere da soli; banalmente, di cercare gente positiva. Stessa cosa per la tua Scuola di comunità. È sempre stato un andare al cinema; oggi è diventato un momento che parla, che ci riguarda e che ci interroga. La realtà possiamo dire che è positiva anche nella malattia? Questa è la mia domanda? Due sere fa a letto lei mi ha detto: “Spero che tutto non torni a essere normale”. Lei, malata, con il tumore! Questa è la grande scoperta, la grande novità che io sto sperimentando oggi.
Non ho mai desiderato nulla di tutto questo, ma devo ammettere che niente fino a oggi ha avuto la forza di rendere più vita la mia vita. Io capisco che questa non posso considerarla una sfortuna. Come posso dire che sia una sfortuna se rende più vero il mio matrimonio? Come posso dire che sia una sfortuna se ha la forza di cambiare mia moglie? Come posso dire che sia una sfortuna se tutto quello che ho sempre saputo – ma non creduto – stando nel movimento oggi diventa esperienza per me?». E questo chi lo scopre? Lo scopre chi ha questa partenza, chi è aperto a che attraverso la
realtà possa capire qualcosa che non capiva. È quello che dice ancora l’ultima lettera con un esempio molto semplice: «Ti scrivo perché lavorando sulla Scuola di comunità e vivendo è emersa una domanda che ci hai fatto: che esperienza facciamo della libertà? Vorrei provare a raccontarti cosa mi accade alcune volte. Venerdì mi è arrivato un forte raffreddore, l’inizio di un’influenza che sommato alla stanchezza per l’intera settimana è stato la scusa perché entrasse in me l’idea di non
partecipare alla Colletta Alimentare dell’indomani. Mentre ci pensavo era evidente che la mia decisione non era ragionevole, cioè io non ero vera fino in fondo, non ero totalmente me stessa. Alla Colletta ci sarebbero stati alcuni miei colleghi e due mie alunne, ma soprattutto io non mi sono mai fatta fermare da un raffreddore, quindi era evidente che il problema non era lì. Ma ormai l’idea di non andare era diventata una decisione e neanche il bellissimo articolo di Giorgio Vittadini su Avvenire del 25 novembre, che mi ha colpito molto, mi ha fatto cambiare idea. Oggi, rileggendo la
Scuola di comunità sono rimasta pietrificata davanti a questa frase: “L’uomo, infatti, nella sua libertà afferma ciò che ha già deciso fin da una recondita partenza. La libertà non si dimostra tanto nella clamorosità delle scelte; ma la libertà si gioca nel primo sottilissimo crepuscolo dell’impatto della coscienza del mondo”. Non è la prima volta che mi succede, è come se andasse in apnea la mia ragione, e non c’è santo che tenga. Fino a oggi, quando mi succedeva una cosa del genere, aspettavo che passasse quel giorno, e poi andavo avanti; ma la cosa a volte mi fa un po’ paura perché desidero che la mia vita non abbia più dei buchi così. Ti avrei voluto scrivere qualche giorno fa per dirti che pian piano sto capendo che la realtà è positiva perché c’è e ti provoca nel bene e nel male (posso fare tanti esempi), ma oggi aggiungo: ti provoca se tu ti lasci provocare». Allora,l’uomo nella sua libertà afferma ciò che ha già deciso nella recondita partenza. E questo è veramente il dramma che ci troviamo davanti perché, come dice don Giussani a pagina 171 alla fine del capitolo, noi quel che ci diciamo lo capiamo soltanto per questo intreccio della libertà e della conoscenza: «Se tu sei “morale”, vale a dire, se tu sei nell’atteggiamento originale in cui Dio ti ha creato [vuol dire che tutti quanti, poiché siamo stati creati da Dio, abbiamo by default questo atteggiamento originale, non è che diciamo: “Ma se non ce l’abbiamo?”; no, noi l’abbiamo tutti,
cerchiamoci un altro alibi; come ha detto il Papa in Germania: noi abbiamo una natura, e la natura nostra è esser fatti con questa ragione, con questa apertura all’infinito, perché siamo rapporto diretto con il Mistero], cioè in atteggiamento aperto al reale, allora capisci». Capiamo quando abbiamo questo atteggiamento, ma esso passa attraverso la nostra libertà. Se questo atteggiamento risulta
alterato, chi è che lo altera? Noi. Alterato, artefatto, bloccato dal pregiudizio: allora sei immorale e non puoi capire. E questo è decisivo perché noi tante volte non ci rendiamo conto che non capiamo né possiamo capire non perché mancano i segni, non perché mancano i dati (lo vedremo la prossima volta), ma perché manca quell’apertura, manca quell’umano di cui parla Giussani in questo capitolo: l’umano intero sta in ciò che è aperto, e solo a chi è così aperto la realtà può svelare il suo significato. Per questo è così decisiva questa nostra educazione alla libertà, che è il tema del prossimo capitolo. Senza educarci a questa libertà, cioè a questa lealtà con l’atteggiamento originale con cui siamo stati fatti, noi non capiamo.
7
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 14 dicembre alle ore 21.30. Riprenderemo il capitolo tredicesimo de Il senso religioso: «Educazione alla libertà». Cerchiamo di identificare da questi indizi che don Giussani ci dà che cosa dobbiamo educare in noi, che cosa ci manca, in che cosa ci siamo scoperti mancanti, e non per un giudizio negativo, per bastonarci, per un esame di coscienza, ma per identificare quello su cui dobbiamo lavorare per poter capire, per non rimanere
incastrati nel reale; e per identificare su che cosa devo insistere e in che cosa devo essere attento per imparare questo sguardo che desidererei avere nel rapporto con il reale. La scorsa settimana, il Papa parlando al Pontificio Consiglio per i Laici ha fatto un discorso che ci ha molto provocato per la corrispondenza al cammino che stiamo facendo. Oltre a raccogliere noi questa provocazione, pensiamo possa essere un’occasione per tutti. Ascoltate cosa dice. «Mi sembra particolarmente importante aver voluto affrontare quest’anno, nell’Assembla Plenaria, il tema di Dio [cioè il senso religioso]: “La questione di Dio oggi”. Non dovremmo mai
stancarci di riproporre tale domanda, di “ricominciare da Dio”, per ridare all’uomo la totalità delle sue dimensioni, la sua piena dignità [cioè lo scopo è questo, non essere più pio]. Infatti, una mentalità che è andata diffondendosi nel nostro tempo, rinunciando a ogni riferimento al trascendente, si è dimostrata incapace di comprendere e preservare l’umano [cioè di mantenere l’umano nella sua dignità, senza che venga meno]. La diffusione di questa mentalità ha generato la crisi che viviamo oggi, che è crisi di significato e di valori, prima che crisi economica e sociale.
L’uomo che cerca di esistere soltanto positivisticamente, nel calcolabile e nel misurabile, alla fine rimane soffocato [vi risulta familiare questo?]. In questo quadro, la questione di Dio è, in un certo senso, “la questione delle questioni” [lo abbiamo visto questa sera, è la questione delle questioni per vivere il quotidiano]. Essa ci riporta alle domande di fondo dell’uomo, alle aspirazioni di verità, di
felicità e di libertà insite nel suo cuore, che cercano una realizzazione. L’uomo che risveglia in sé la domanda su Dio si apre alla speranza, ad una speranza affidabile, per cui vale la pena di affrontare la fatica del cammino nel presente (cfr. Spe salvi, 1). Ma come risvegliare la domanda di Dio, perché sia la questione fondamentale? Cari amici, se è vero che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona” (Deus caritas est, 1), la domanda su Dio [cioè il senso religioso] è risvegliata dall’incontro con chi ha il dono della fede, con chi ha un rapporto vitale con il Signore. Dio viene conosciuto attraverso uomini e donne che lo conoscono: la strada verso di Lui passa, in modo concreto, attraverso chi l’ha incontrato. Qui il vostro ruolo di fedeli laici è particolarmente importante. […] Siete chiamati a offrire una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni campo del pensare e dell’agire. Nella famiglia, nel lavoro,
come nella politica e nell’economia, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e di toccare con mano come con Dio o senza Dio tutto cambia.
Ma la sfida di una mentalità chiusa al trascendente [cioè chiusa al senso religioso] obbliga anche gli stessi cristiani a tornare in modo più deciso alla centralità di Dio. A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede [perché altrimenti non apriamo bocca,
diventiamo come tutti], quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte. In realtà i cristiani non abitano un pianeta lontano, immune dalle “malattie” del mondo, ma condividono i turbamenti, il disorientamento e le difficoltà del loro tempo. Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale. Quante volte, nonostante il definirsi cristiani, Dio di fatto
non è il punto di riferimento centrale nel modo di pensare e di agire, nelle scelte fondamentali della vita. La prima risposta alla grande sfida del nostro tempo sta allora nella profonda conversione del nostro cuore, perché il Battesimo che ci ha resi luce del mondo e sale della terra possa veramente trasformarci». Come vediamo, è una conferma della portata del cammino che stiamo facendo. Per questo abbiamo preparato un volantino con queste parole del Papa: prima di tutto per noi e poi per
diffonderlo a tutti.
8
Sul prossimo numero di Tracce abbiamo deciso di pubblicare, come Pagina Uno, l’assemblea fatta con gli universitari di Scienze a Milano dopo la morte del nostro amico Bizzo, perché ci sembra un’utile testimonianza della verifica del cammino che stiamo facendo: infatti se possiamo dire che la realtà è positiva davanti alla morte, lo possiamo dire dappertutto e in qualsiasi altra circostanza.
Su questo numero troverete anche altri interessanti articoli, come quello che ho letto sulla crisi.
Il libro del mese per dicembre e gennaio è Una certezza per l’esistenza.
Il libro raccoglie alcuni tra i più importanti incontri del Meeting di Rimini di quest’anno. Lo proponiamo perché il valore di quanto accaduto al Meeting quest’estate non rimanga solo alla provocazione del momento, ma possa essere ripreso da noi per una consapevolezza maggiore, e possa essere offerto anche ad altri.
Veni San
cte Spiritus

venerdì 2 dicembre 2011

LA RAGIONE DEI PASTORI



Prendetelo come un test. Scherzoso, ma non troppo. In quanti, leggendo lo “strillo” di questa copertina, avranno pensato tra sé, anche per un istante: «Qualcosa di nuovo? Ma che cosa c’è di nuovo nel Natale? E cosa c’è, invece, di più stabile, ripetitivo, quasi rituale, nella liturgia di avvenimenti che ci attendono nei prossimi giorni?». Prendetelo come un test, appunto.
Niente di più. Però è un indizio. Qualcosa che fa venire a galla, anche per un istante, la tentazione che ci si presenta sempre davanti all’Avvenimento cristiano: è un ricordo, devoto e bellissimo, o un Fatto presente? È accaduto e basta, o accade, ora? «Qualcosa di giustapposto», come dice il Volantone di Natale, qualcosa di cui conosco già i termini essenziali, i fattori, i connotati, o «qualcosa dentro» il mio io e la mia vita, e quindi drammaticamente irriducibile a ciò che so già?
È a quel bivio che cambia tutto. È lì che si può imboccare la strada senza uscita del «già visto» - e lo si può fare di buon passo, addirittura sostenuti da tutto il patrimonio di una storia e di una vita dove “Cristo” e le parole cristiane risuonano così spesso che ormai pensiamo di sapere tutto -, o accettare il dramma di un rapporto vivo, ora. Qualcosa che accade ora. E allora «la coscienza del Mistero presente rende la nostra vita un flusso di novità».

Sono mesi che siamo immersi in una tenace battaglia per spalancare la ragione. Per combattere quello che Benedetto XVI insiste nel definire il “positivismo”, l’idea sterile e soffocante per cui la realtà è solo ciò che si vede e si tocca, null’altro. È una lotta decisiva per la vita, lo abbiamo detto e ripetuto praticamente in tutti gli ultimi editoriali e in molte pagine dei Tracce più recenti. Soprattutto, però, lo viviamo.
Vediamo quando ci manca il fiato a guardare la realtà così e quanto ci torni il respiro a prenderla per quello che è: segno del Mistero.
Ora, in questa battaglia, irrompe di colpo un fatto. È Dio stesso ad accettare la sfida. Per aprire il recinto, per aiutarci a spalancare le finestre - anzi, addirittura a buttar giù le pareti del bunker in cui ci siamo rinchiusi, secondo l’immagine usata dal Papa -, ha deciso di entrarci. Di farsi carne e sangue. Qualcosa che si vede e si tocca ed è così piccolo che a prima vista si può misurare con un’occhiata: un bambino. Ma qualcosa che in quella stessa occhiata porta con sé una possibilità di spalancamento, un’apertura così vertiginosa da spingere chi è più semplice di cuore a inginocchiarsi, come i pastori: un Mistero.

È la sfida suprema alla nostra ragione. Dio in qualche modo diventa “a misura nostra”, prende la forma di qualcosa che possiamo vedere e toccare, per farci riconoscere nel modo più potente possibile che la realtà stessa è più di quello che vediamo. Infinitamente di più. Non possiamo misurarla.
In quel bambino, in quel punto così labile e apparentemente insignificante del mondo e della storia, c’è Tutto. C’è Lui. Ma in quei pastori inginocchiati, spalancati a scorgere la potenza del Mistero in un segno così “piccolo”, ci siamo noi. La nostra ragione, chiamata ad aprirsi a una sproporzione impensabile, ma più reale del reale. E c’è la possibilità che la vita, ogni istante della vita, «oggi, alle undici, all’una, alle sei...», diventi davvero un flusso di novità. Cioè quello che attendiamo. Buon Natale.
Fonte : editoriale http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=316&id_n=25799

Cosa significa che la realtà è provvidenziale .

FELIZ NAVIDAD! - MERRY CHRISTMAS! - JOYEUX NOEL! - FELIZ NATAL! -
BOAS FESTAS! - FROHELICHE WEIHNACHTEN ! - РОЖДЕСТВОМ! - Pozdrevlyayu s prazdnikom Rozhdestva is Novim Godom - Srozhdestvom Kristovym - Wesołych Świąt! - NOLLAIG SHONA! - חג שמח! -
* NATALE HILARE - Kala Christouyenna!- B U O N *** N A T A L E !!!





La lettera di Padre Aldo


Cari amici, mai come in questi tempi sono cosciente del mio niente, della verità di quanto affermava S. Caterina da Siena quando rispondeva a una sua domanda rivolgendosi al Signore: Chi sono io Signore? Nulla, e chi sei Tu Signore? Tutto. Più uno vive intensamente la realtà più entra in questa meravigliosa e drammatica sproporzione fra il proprio essere finito e Lui, l’Infinito. Per cui quando la gente dice per esempio: “le opere di P. Aldo” non fanno altro che aumentare la coscienza di questa mia sproporzione fra il mio niente e Lui che è il tutto. E come vorrei che almeno gli amici vibrassero con me di questa sproporzione perché sarebbe il segno più evidente che ci apparteniamo gli uni agli altri. La corresponsabilità ha qui la sua origine. Uno mi appartiene se con me vive questo “io, Signore sono niente” e “Tu Signore sei tutto”. E questa è una grazia, è un cammino dove il mendicare è continuo per cui se manca questa domanda si può essere insieme da anni, si può essere padri e figli, superiori e sudditi e rimanere estranei l’uno all’altro pur vivendo gomito a gomito. Ciò che mi sostiene in queste opere che non ho mai cercato, perché, come ripeto non sono venuto in Paraguay per questo, è solo questa sproporzione in cui è evidente la Presenza del Mistero che mi chiede tutto. Ma se non fosse evidente questo me ne andrei oggi stesso, perché un uomo non può con le sue forze sostenere neanche un filo d’erba. Solo che c’è come un fuoco ardente, direbbe il profeta, nelle mie ossa e non può impedire che arda. Il solo pensiero che Dio si è fatto carne per me mi fa esultare dalla gioia e per questo non posso non farmi tutto per tutti, accogliendo su queste povere spalle sostenute dalla Madonna quanti bussano alla porta carichi di dolore. Ed è il motivo per cui busso alle porte di tutti perché la Provvidenza che governa il mondo dentro un disegno di amore si serve della realtà, realtà che è tutto il nostro essere, tutta la nostra umanità. Per cui avvicinandosi il Natale voglio ringraziare quanti appartenendo a questa amicizia, a questa iniziativa divina ci accompagnano anche economicamente, seguendo le migliaia di esempi di cui è fatta la storia della carità nella Chiesa. Ora si serve delle nostre povere mani per compiere le sue meraviglie. Si serve di noi per mostrarci cosa può fare un popolo quando riconosce il Signore. La stessa Banca Mondiale attraverso due dei suoi direttori incontrati a Washington dove mi avevano invitato a parlare sulla crisi economica (io che ho la quinta elementare per lo Stato Italiano. . . c’è proprio da ridere) è rimasto colpito dal fatto che il 76% delle risorse nostre per le spese ordinarie sono locali e il 24% straniere. E volevano capire il perché e il per come. Ed è stato bello perché ho potuto dire con la mia esperienza che cosa significa che la realtà è provvidenziale e che non c’è un uomo che quando si lascia educare non diventi protagonista del proprio destino. Ma perché questo accada è necessario vibrare di quella passione di S. Caterina. Per cui mi permetto a nome dei volti di Gesù che soffrono di chiedere a chi mi è amico in occasione del Natale una piccola goccia della libertà per essere parte di quel 24% che aiuta quest’opera. Ringrazio con tutto il cuore gli amici della ONLUS “da zero a uno” per lo slancio con cui ci accompagnano. Mi permetto di allegare il codice IBAN della ONLUS e quella di sempre della UNICREDIT.

P.Aldo

DAZEROAUNO ONLUS

Banca Popolare di Milano

IBAN. IT 60 X 05584 01613 000000031365

_____________

TRENTO ANTONIO

UNICREDIT BANCA

FILIARI DI FONZASO, BELLUNO

CODICE IBAN

IT14 Z 02008 61120 000004701742

giovedì 1 dicembre 2011

LAICI, CIOÈ CRISTIANI



Il volantino di Cl, brani dal discorso del Papa all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici. Città del Vaticano, 25 novembre 2011










Mi sembra particolarmente importante aver voluto affrontare quest’anno, nell’Assemblea Plenaria, il tema di Dio: «La questione di Dio oggi».Non dovremmo
mai stancarci di riproporre tale domanda, di “ricominciare da Dio”, per ridare all’uomo la totalità delle sue dimensioni, la sua piena dignità. Infatti, una mentalità che è andata diffondendosi nel nostro tempo, rinunciando a ogni
riferimento al trascendente, si è dimostrata incapace di comprendere e preservare l’umano. La diffusione di questa mentalità ha generato la crisi che viviamo oggi,
che è crisi di significato e di valori, prima che crisi economica e sociale.
L’uomo che cerca di esistere soltanto positivisticamente, nel calcolabile e nel misurabile, alla fine rimane soffocato. In questo quadro, la questione di Dio è,
in un certo senso, «la questione delle questioni». Essa ci riporta alle domande
di fondo dell’uomo, alle aspirazioni di verità, di felicità e di libertà insite
nel suo cuore, che cercano una realizzazione. L’uomo che risveglia in sé la
domanda su Dio si apre alla speranza, ad una speranza affidabile, per cui vale
la pena di affrontare la fatica del cammino nel presente (cfr. Spe salvi, 1).

Ma come risvegliare la domanda di Dio, perché sia la questione fondamentale?
Cari amici, se è vero che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona»
(Deus caritas est, 1), la domanda su Dio è risvegliata dall’incontro con chi ha
il dono della fede, con chi ha un rapporto vitale con il Signore. Dio viene conosciuto attraverso uomini e donne che lo conoscono: la strada verso di Lui
passa, in modo concreto, attraverso chi l’ha incontrato. Qui il vostro ruolo
di fedeli laici è particolarmente importante. […] Siete chiamati a offrire
una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni
campo del pensare e dell’agire.Nella famiglia, nel lavoro, come nella politica
e nell’economia, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e
di toccare con mano come con Dio o senza Dio tutto cambia.

Ma la sfida di una mentalità chiusa al trascendente obbliga anche gli stessi cristiani a tornare in modo più deciso alla centralità di Dio.A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto
preoccupati della solidità della loro fede, quasifosse un dato acquisito
una volta per tutte.In realtà i cristiani non abitano un pianeta lontano,
immune dalle «malattie» delmondo,ma condividono i turbamenti,il disorientamento
e le difficoltà del loro tempo.Perciò non meno urgente è riproporre la questione
di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale. Quante volte, nonostante il
definirsi cristiani, Dio di fatto non è il punto di riferimento centrale nel
modo di pensare e di agire, nelle scelte fondamentali della vita. La prima
risposta alla grande sfida del nostro tempo sta allora nella profonda
conversione del nostro cuore, perché il Battesimo che ci ha resi luce
del mondo e sale della terra possa veramente trasformarci.

a cura di Comunione e Liberazione