sabato 24 marzo 2012

L’incontro come Grazia


Che cosa è l’uomo mortale, perché Tu ti ricordi di lui, il figlio di Adamo, perché Tu te ne prenda cura?» (Sal 8, 5).
«Mosè disse a Dio: Ma chi sono io?» (Es 3, 11).
«E io dissi: Ah, Signore Jahvè, vedi non sono neppure capace di parlare; io non sono che un ragazzo!» (Ger 1, 6).
«Signore..., io non sono degno che tu entri in casa mia...» (Lc 7, 6).
È la coscienza della gratuità assoluta degli interventi di Dio nella storia ch’è il valore più puro e obiettivo della vita cristiana. Perché non esiste verità più grande e dolce ed esaltante: gli incontri, che Egli ha creati per far parte del Suo regno gli uomini – noi! – sono dono altamente puro, che la nostra natura non avrebbe neanche potuto immaginare, prevedere: dono puro al di sopra di ogni capacità della nostra vita, «Grazia».
Gesù Cristo nel suo Corpo Mistico riassume tutto questo regno della «Grazia», della soprannaturale bontà della potenza di Dio. Come fu Grazia per gli ebrei di duemila anni fa l’esistenza fra loro di Gesù di Nazareth e l’incontrarLo per la strada, è la stessa Grazia per gli uomini di oggi l’esistenza della Chiesa nel mondo e l’incontrarLa nella loro società.

E non solo il fatto dell’incontro, ma anche la capacità di intenderne il richiamo è dono di Grazia:
«... Tu sei beato, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’han rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17).
«... In quel tempo disse Gesù: “Io ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così ti è piaciuto. Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio, e nessuno conosce perfettamente il Figlio tranne il Padre; e nessuno conosce perfettamente il Padre tranne il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo...”» (Mt 11, 25-27). «... Egli rispose loro: Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli: a essi invece non è dato...» (Mt 13, 11).

E la stessa capacità di verificare questo richiamo, di riconoscere il valore è dono di Grazia. «... E io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga in eterno con voi, lo Spirito cioè di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce; ma voi lo conoscerete, perché dimorerà in voi e sarà in voi...» (Gv 14, 16-17).
«... Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà in mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi suggerirà tutto ciò che io vi ho detto...» (Gv 14, 26).
«... Io ho manifestato il Tuo nome agli uomini che mi hai dato nel mondo; erano tuoi e Tu me li hai dati ed essi hanno conservata la Tua parola. Ora riconoscono che tutto quanto Tu mi hai dato viene da Te...» (Gv 17, 6-7).
«... Lo Spirito stesso attesta allo spirito nostro che siamo figli di Dio» (Rm 8, 16).

E la capacità di aderire e di realizzare la proposta cristiana è dono di Grazia: «... Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto Egli lo recide e ogni tralcio che porta frutto lo rimonda, perché ne produca anche più. Voi siete già mondati dalla parola che vi ho annunziata. Restate in me e io resterò in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé medesimo, se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, e voi i tralci. Colui che rimane in me e io in lui porta abbondanti frutti, perché, senza di me, non potete far nulla» (Gv 15, 1-5).
«... Così parlò Gesù. Poi elevati gli occhi al cielo disse: “Padre, l’ora è venuta: glorifica il Tuo figliolo affinché il Tuo figliolo glorifichi Te; come Tu gli hai dato ogni potere sopra ogni carne, affinché dia la vita eterna a tutti coloro che Tu gli hai dato. E la vita eterna è questa, che conoscano Te solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”» (Gv 17, 1-3).
«... Io ho fatto loro conoscere il Tuo nome e lo farò conoscere affinché l’amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26).
Perché la mente e il cuore dell’uomo non sono mai adeguati ai passi che Dio fa verso di lui: la stessa soprannaturale bontà che fa assumere al mistero di Dio «forma di servo e figura d’uomo» (san Paolo) in Cristo e nella Chiesa, proporziona anche lo spirito e la sensibilità dell’uomo a queste meraviglie, altrimenti esse rimarrebbero come luce per un cieco o parole per un sordo, come per i nostri orecchi gli ultrasuoni, che sono come il silenzio.
Anche l’incontro, dunque, con quel brano di Chiesa che è la comunità cristiana dell’ambiente in cui ci si trova è «Grazia», è un dono della potenza di Dio. E occorre la Grazia anche per intendere il richiamo di coloro che ne fanno parte e di chi guida, e per impegnarsi a verificare questo loro richiamo e per aderire ed essere fedeli alla loro proposta.A questo punto possiamo capire quale sia l’espressione di una vera disponibilità e impegno di fronte al richiamo cristiano: è l’atteggiamento di domanda, di preghiera. La norma dell’incontro cristiano rende immediatamente consapevole l’uomo sincero della sproporzione fra le sue forze e i termini stessi della proposta, consapevole della eccezionalità del problema posto da un simile messaggio. Il senso della propria originale dipendenza, che è l’aspetto più elementare della religiosità naturale, dispone perciò l’animo semplice a riconoscere che tutta l’iniziativa può essere del mistero di Dio, e l’atteggiamento ultimo da assumere è quello umile di chi chiede di vedere, di capire, e di aderire. È talmente fondamentale questo atteggiamento di preghiera che esso è proprio tanto ai credenti che a chi ancora non crede, tanto a Pietro che esclama: «Credo, Signore, ma aumenta la mia fede», quanto all’Innominato che grida: «Dio, se ci sei, rivelati a me».Una disponibilità e un impegno col fatto cristiano che non si traducano in domanda, in «preghiera», non sono sufficientemente veri perché non badano con intelligente lealtà a ciò che significa la proposta che si è chiamati a verificare: «Viene l’ora che chiunque vi uccide crederà di rendere culto a Dio. E faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me» (Gv 16, 2-3).

Questo della domanda e della preghiera è il punto in cui la coscienza dell’uomo inizia la sua partecipazione al mistero di Colui che lo crea. E il nostro spirito sente quindi le vertigini di questo Mistero che tutto, assolutamente tutto fa, quando riflette che anche questa iniziale attività di domanda e di preghiera è resa possibile solo da un dono del Creatore: «Nessuno può dire: Signore Gesù, se non nello Spirito Santo» (1Cor 12, 3). «Lo Spirito Santo sostiene la nostra debolezza perché noi non sappiamo né cosa si ha da chiedere nella preghiera, né come convenga chiederlo; ma lo Spirito in persona intercede per noi con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26).
La liturgia della Chiesa ci educa a guardare questa iniziativa ineffabilmente profonda di Dio su di noi quando ci fa dire: «I nostri voti, Signore, che tu prevenendoci ci ispiri, degnati poi di accompagnarli con il tuo aiuto».


Anche l’incontro e l’impegno con la più umile comunità cristiana d’ambiente, fatta da solita gente, non si liberano da una impurità che altera giudizi e rapporti, se non sono accolti in quella disponibilità umile e attiva – vigile – del cuore, che è genuino, anche se embrionale, vago e confuso, impeto di preghiera.

Un brano di don Luigi Giussani tratto da Appunti di metodo cristiano, libro edito a Milano da Gioventù studentesca nel settembre 1964, con il nihil obstat di monsignor Carlo Figini e l’imprimatur della Curia ambrosiana, e dedicato a Paolo VI con queste parole: «Al Papa dell’Ecclesiam Suam come espressione del meditato e fedele tentativo dei suoi studenti di Milano»

mercoledì 21 marzo 2012

Fine o inizio?

Il quarto e ultimo gesto di catechesi con l’arcivescovo Angelo Scola, in preparazione della Pasqua. «Cristo è padrone di ogni dolore». Cosa vuol dire questo per noi? «Che in ogni relazione il sacrificio non annulla il possesso, lo potenzia»

Nelle ultime tre stazioni della Via Crucis, Gesù muore in croce, è deposto e messo nel sepolcro. Sembra la fine di tutto, ma è davvero così? «Immedesimiamoci con il quadro che abbiamo davanti, la Crocefissione di Mosè Bianchi. Cosa vediamo?», domanda l’arcivescovo Angelo Scola nell’ultimo incontro dell’Itinerario di Quaresima. «Un corpo teso nell’ultimo spasimo della morte, le braccia aperte nel gesto d’implorazione, il volto non reclinato, ma proteso verso il Padre. Questo è l’abbandono estremo di sé». Poi lo sguardo si sposta sulla figura di Maria Maddalena che sta ai piedi della croce: «Il corpo chiuso in se stesso, le mani sugli occhi per non vedere lo strazio dell’Amato: è un abbandono che diventa estrema desolazione. In lei c’è tutta la tragedia della fine. In Gesù tutta la speranza certa dell’inizio». Continua Scola: «Abbiamo seguito la Croce fino a qui, come Maria Maddalena, con il cuore piegato dal dolore per i nostri peccati. Ora decidiamo di seguirLo con la massima consapevolezza, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Cristo, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo».

«Gesù disse: È compiuto! E chinato il capo, consegnò lo spirito», dice il Vangelo di Giovanni. Gesù muore in croce. Rebora descrive così quel momento: Immobile è tutto, un istante che è eterno. Solo si muove l’inesausto amor del Signore. «Dopo duemila anni, questo amore raggiunge noi qui, oggi, e tutti gli uomini», sottolinea Scola: «Il Figlio è trafitto dall’orrore di queste tenebre. Patisce la nostra intima lontananza da Dio. A Lui questa lontananza non era affatto famigliare (come invece spesso è per noi), era quanto di più estraneo potesse capitargli. Solo il Figlio fattosi uomo sa cosa possa significare perdere un padre. Si porta il lutto fin nell’intimo del suo cuore. Ma l’amore di Dio è così ricco che può assumere anche questa forma di oscurità, e assumerla per amore del nostro oscuro mondo». Giovanni parla della morte di Cristo come di una consegna: «Consegnò lo spirito». È il dono supremo. «Amici, contemplando il Crocefisso», commenta Scola, «impariamo il significato del sacrificio, parola che noi vorremmo evitare sempre. Eppure non è una condanna, ma diventa la condizione dell’amore vero che libera l’altro, non che lo lega. Solo passando dal cuore di Cristo trafitto noi possiamo conoscere il Suo amore. Questo inesausto amore potrebbe cambiare il nostro sguardo sui nostri affetti feriti, sui nostri cari ammalati, soprattutto su quelli che si trovano in stato terminale».

Il silenzio del Sabato Santo è il momento di «massima distanza». Gesù viene deposto dalla croce. Rilke commentando il mistero di questo istante dice che Gesù è «padrone dei dolori». «È proprio così», commenta Scola: «A Lui appartiene ogni sofferenza e dolore degli uomini, perché li ha acquistati con il prezzo della sua vita». Il silenzio del sepolcro dice «l’universale solidarietà del Crocefisso: non c’è spazio né tempo che non siano attraversati e redenti dal Signore. Non c’è persona che rimanga esclusa. Di più. In Lui l’uomo è posto nella condizione di capire che la gratuità è la legge di ogni rapporto. Perché è la gratuità che rende stabile ogni rapporto». E continua: «Cosa vuol dire questo per noi? Che in tutte le relazioni, da quelle più intime e costitutive – tra lo sposo e la sposa, tra genitori e figli -, a quelle tra amici, compagni di lavoro, fino a quelle domandate dalla ricerca del bene comune e dell’edificazione della civiltà della verità e dell’amore, il sacrificio non annulla il possesso che l’amore genera. Anzi è la condizione che lo potenzia. L’amore è dono di sé e non può esistere se vogliamo sottrarci alla croce».

Gesù viene deposto nel sepolcro. Giovani spiega che «presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi». Nel versetto precedente aveva parlato di una gran quantità «di mirra e aloe». Benedetto XVI, nel secondo volume di Gesù di Nazaret, scrive che la sepoltura di Gesù è regale: «Il genere della Sua sepoltura lo manifesta come re. Nei momenti in cui tutto sembra finito, emerge in modo misterioso la Sua gloria». «Chi non riconosce la grandezza del Crocefisso?», domanda Scola: «Ciò che fa problema è riconoscere Cristo risorto qui e ora. Eppure è solo la Sua dolce presenza, vivente in mezzo a noi, che ci ha convocato qui a pregare insieme. Lui ci ha rassicurati: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”». Continua: «Gesù, che ogni giorno e in tutti i luoghi si offre a noi nell’Eucarestia, modella le nostre esistenze secondo la “forma” della Sua esistenza: una vira grata, donata, salvata per salvare». Sine dominico non possumus: lo dissero i martiri di Abitene di fronte al divieto di Diocleziano a celebrare la Messa. «Possiamo ripeterlo anche noi con sempre maggior consapevolezza. Riprendiamo, in questo tempo santo che ci separa dalla Pasqua, la bella tradizione di partecipare alla Santa Messa quotidiana. L’Eucarestia è il gesto di preghiera per eccellenza, scuola di preghiera e di vita, paradigma dell’esistenza cristiana. È germoglio di Resurrezione».

Infine, l’Arcivescovo propone un nuovo appuntamento: martedì 27 marzo, risponderà (via tv, radio e web) a tutte le domande che i fedeli hanno inviato, sul percorso fatto insieme in questi quattro gesti lungo la Via della Croce. Il dialogo sarà trasmesso alle 21 da Telenova, Radio Marconi e www.chiesadimilano.it.
Il cammino non finisce, come ricordato ieri l'Arcivescovo nella preghiera conclusiva: «Concedici, o Signore, di conoscerTi, come i discepoli di Emmaus, risorto e vivo, gustando la Tua compagnia e annunciandola instancabilmente, con l’entusiasmo e l’audacia dei primi, a tutti i nostri fratelli uomini».

di Francesca Mortaro - www.tracce.it

sabato 17 marzo 2012

«Nel sacrificio, tutto diventa vero»

15/03/2012 - Il terzo incontro della catechesi dell’Arcivescovo di Milano, Angelo Scola, in preparazione alla Pasqua. La meditazione continua sulla Via del Calvario, fino alla crocefissione. «L'ultima parola sulla vita dell'uomo non è più la morte»

«Stasera vogliamo percorrere la strada in cui Lui ci amò fino alla fine. Vogliamo prostrarci ai Suoi piedi, come la Maddalena nel dipinto di Hayez». Così l’arcivescovo Angelo Scola apre il terzo appuntamento dell’itinerario di Quaresima nel Duomo di Milano: «La morte di Gesù vince la nostra comune morte. Stiamo ai piedi della Croce come quella donna e chiediamo a Lui di compiere l’esperienza vera dell’amore nel rapporto con Dio, con il prossimo e con noi stessi». La meditazione si concentra su Gesù che incontra le donne di Gerusalemme, cade la terza volta, è spogliato delle vesti e viene inchiodato alla croce. I testi di Mario Luzi, Olivier Clément, Georges Bernanos e Thomas Stearns Eliot, aiutano «il nostro cammino a farsi preghiera».

Gesù incontra, sulla Via del Calvario, le donne di Gerusalemme che si battevano il petto. «Ma voltandosi verso di loro disse: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli"», spiega Scola, «il testo biblico potrebbe riferirsi ad un’usanza propria delle donne aristocratiche di Gerusalemme, di preparare bevande calmanti e di porgerle ai condannati, in un gesto di materna compassione». Ma Gesù le richiama. «Lui, stremato lungo la Via Dolorosa, ha la forza per correggere il loro pianto, e anche il nostro, che è fatto di distrazione. Apre alla compassione e supera la parte sentimentale e istintiva». E continua: «Non possiamo volgere lo sguardo a Gesù senza la coscienza di essere peccatori. Troppo spesso le nostre giornate sono segnate dalla distrazione, dalla dimenticanza, il nostro cuore così è arido e imperturbabile. Signore, donaci le lacrime che sciolgono la colpa e il pianto che merita il perdono. Insegnaci a chiamare per nome il nostro peccato». Come avranno reagito le donne al richiamo di Gesù? Eliot traduce il loro sgomento: «Dio ha sempre lasciato una speranza, uno scopo. Ma, adesso, siamo macchiate da un terrore nuovo. Ora ci ha abbandonato». «Anche Lui sulla Croce ha gridato queste parole. Ma ha accettato di sperimentare il dolore della separazione con il Padre amato», commenta l’Arcivescovo, «si è abbassato volontariamente a fare, in nostro favore, l’esperienza del dolore e della sofferenza più radicale: la perdita dell’Amore». Scola invita a compiere, in questo «benedetto» tempo di Quaresima, un piccolo atto di pietà: «Prendiamo fisicamente in mano il crocefisso. Il Suo sguardo ci muoverà a riconoscere il nostro peccato».

Cade per la terza volta. «Si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Il suo silenzio è insolito. "Fu eliminato dalla terra dei viventi", dice Isaia. È la solitudine più radicale, il Crocefisso è il più emarginato degli uomini». La terza caduta, per il peso che aveva sulle spalle, dice di quanto sia grave la Sua solitudine: «L’uomo abbandonato a se stesso non può che rimanere schiacciato dal peso del male. Ma Gesù accetta di essere schiacciato. Mentre noi ci ribelliamo, Lui è paziente». Aggiunge Scola: «Così fanno anche i martiri. Ricordiamo il martirio dei nostri fratelli cristiani perseguitati, in troppe parti del mondo, per la verità e per la giustizia. Noi ci scandalizziamo di fronte alla "strana necessità del sacrificio".
Eppure è nel sacrificio che tutto diventa vero». Il Vangelo di Giovani racconta che «quando ebbero crocefisso Gesù, presero le sue vesti, e la tunica». Il Signore viene spogliato. «La Sua nudità», commenta Scola, «ci riporta alla nudità del primo Adamo. Ma c’è una radicale differenza. Non siamo più di fronte ad all’innocenza originaria dove il corpo risplendeva in tutta la sua natura relazionale, come segno di comunione con Dio e con l’altro. L’uomo era nudo perché nulla nascondeva la sua verità, il rapporto con il Creatore. Ora, invece, dopo la rottura della relazione costitutiva con Dio, la nudità, ferita mortalmente da quella perdita, soffre e si vergogna». L’uomo oggi sembra accettare e nascondere questa vergogna, ma le «posture originarie dell’io», non si strappano via. Nel Giorno del Giudizio «saremo nudi davanti a Dio», sottolinea Scola, «l’umiliazione del Crocefisso testimonia che senza la verità legittimata dall’amore, alla lunga, non viene rispettata la dignità di ogni uomo e di ogni donna. In tempi come i nostri è grande la tentazione di dire "addio alla verità" per accomodarsi in una sorta di "rassegnazione gaia"». Poi un invito, soprattutto per i fedeli laici, ad edificare, anche in questa società così plurale, la civiltà della verità e dell’amore.

«Poi lo crocefissero». Gli evangelisti lo descrivono con termini sobri, senza quella «spettacolarizzazione del dolore, purtroppo così abituale per la comunicazione massmediatica di oggi». Non servono tante parole. Il corpo del Signore si lascia morire sulla Croce: «Fa esplodere la consapevolezza del male mortale», spiega l’Arcivescovo, «oggi non si sente più questa consapevolezza. Una delle censure più pesanti della mentalità dominante è quella che riguarda il riconoscimento del proprio peccato. Tutt’al più, quando il disagio diventa incontenibile, se ne tollera un travestimento. Chi ha coscienza del proprio peccato, invece, prova dolore davanti all’amore del Crocefisso e da Lui mendica la liberazione dal male». Bernanos descrive la sofferenza dell’Innocente: «La Terra e l’Inferno non hanno potuto andare più in là di quella birbanteria». Nella morte di Cristo è vinta la nostra comune morte.
«L’ultima parola sulla vita dell’uomo allora non è più la morte», conclude Scola, «ma la gloria del Crocefisso risorto».
di Francesca Mortaro

Per dirgli «caro»



Chi ci legge da un po’, lo sa. All’accostarsi della Pasqua - come del Natale -, la copertina di Tracce è dedicata a quello che Comunione e Liberazione chiama «il Volantone». Immagine e frasi che il movimento diffonde ovunque, per dire a chiunque in maniera sintetica e potente che cosa ci sta a cuore in questa circostanza storica, che significato hanno per noi e per la proposta che portiamo al mondo i momenti più forti dell’anno. Accade dal 1982, trent’anni esatti. E ogni anno c’è un’attesa profonda, acuta, di conoscere volti e parole destinate a farci compagnia nei prossimi giorni, nella quotidianità del lavoro, nei rapporti con i colleghi, tra le pareti di casa.
Bene: quest’anno, la sorpresa è doppia. Perché la frase del manifesto che avete visto in copertina è già uscita, esattamente nel 1988. E ha segnato a tal punto la nostra storia che don Giussani la volle nel “Volantone permanente” di Cl, quello che esprime in qualche modo la natura stessa del movimento. L’avete già letta, quindi. E quell’espressione, «ciò che abbiamo di più caro», è così incisiva ed efficace da essere stata usata, anche di recente, in alcuni passaggi cruciali della nostra vita: incontri, lezioni, documenti. Perché, allora, riproporla adesso?

Togliamo di mezzo un equivoco possibile: non si tratta di una ricorrenza. Certo, sono trent’anni dal riconoscimento pontificio della Fraternità di Cl. Ed è un momento storico, perché a sette anni dalla morte - come potrete leggere - ha preso il via la causa di beatificazione e canonizzazione di don Giussani. Ma non si tratta di rievocare né celebrare nulla. Il punto è che quel Volantone descrive l’oggi. Esprime l’urgenza di oggi.
È adesso che è urgente. Oggi che crisi e difficoltà mostrano ancora di più come sia arduo e arido vivere da uomini «dopo Gesù, senza Gesù», come scriveva Péguy. Oggi che Benedetto XVI ha proclamato un «anno della fede» per richiamare il suo popolo a non partire dalle conseguenze etiche, sociali, civili dando per scontata l’origine della fede stessa: Cristo. Oggi che la proposta educativa del movimento - quella Scuola di comunità che sta riprendendo in mano All’origine della pretesa cristiana, il testo in cui don Giussani va al cuore dell’avvenimento di Cristo - sta rimettendo tutti, noi e i nostri fratelli uomini, davanti alla drammatica domanda di Dostoevskij che campeggiava sulla copertina dell’ultimo Tracce: un uomo di oggi «può credere proprio» alla divinità di Gesù Cristo?
La nostra vita dipende da quella risposta (come si vede benissimo nell’intervista a Sandro Lombardi, uno dei maggiori attori italiani). Risposta non teorica, ma drammatica. Perché a sfidarci non è una formula astratta, un discorso ripetuto, ma un fatto. Qualcosa che la Pasqua rimette davanti a tutti: la Sua Resurrezione. Ovvero, la Sua Presenza qui e ora.

Se riproponiamo il “Volantone permanente” è perché è Cristo a permanere, «centro del cosmo e della storia», come diceva il beato Giovanni Paolo II. Con la Resurrezione ha conquistato la storia una volta per tutte. L’ha già fatta Sua, per sempre. Ha già cambiato i connotati di tempo e spazio. Eppure, proprio per l’affezione che ha per noi, per la tenerezza che ha per ogni istante di ogni giornata di ognuno di noi, ci sfida ora. Permette alla nostra libertà di poterLo riconoscere ora, in ogni istante di ogni giornata.
Permane, per sempre. E insieme accade, ora. Perché diventi nostro. Perché possiamo dirgli «caro».

sabato 10 marzo 2012

ALL'ORIGINE DELLA PRETESA CRISTIANA/ Fare il ritratto a Dio




02/03/2012 - Occorreva che Dio si facesse carne perché imparassimo a credere alle cose della carne. Si è fatto uomo perché imparassimo a credere nell'uomo. Lo scrittore Alessandro D'Avenia si confronta con il percorso della Scuola di comunità


In una classe elementare c'è una bambina di sei anni che non presta mai attenzione, tranne che quando si disegna. Quando viene il momento di disegnare la bimba è capace di acciambellarsi sul foglio lasciando tutto il resto del mondo fuori. La maestra le chiede cosa stia disegnando e la bambina senza guardarla, ma continuando a disegnare le risponde: «Sto disegnando un ritratto di Dio». La maestra, stupita commenta: «Ma nessuno sa a cosa somigli Dio». La bambina risponde: «Lo saprà fra un minuto».

Questa storia mi sembra rappresenti magnificamente l'introduzione al percorso sul senso religioso. Questa bambina cerca Dio e lo fa attraverso il suo talento: il disegno. Il resto non le interessa. E lei sa che può riuscire a ritrarre Dio, a dispetto della diffidenza della maestra. Il senso religioso di quella bambina è vivo e autentico. Lei crede, perché crede nel disegnare e nel disegnare pone le domande ultime di ogni cuore umano.

«Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?» (Gv 3.12). Non c'è frase del vangelo che forse io ami di più di questa. Non c'è frase del vangelo che spieghi meglio di ogni altra cosa sia il senso religioso. Come dice la stessa parola si tratta di un vero e proprio senso, come i cinque sensi, ma con il pregio di riunificare in uno spazio unico: sensi, cuore, mente. Gesù si lamenta con i suoi interlocutori della loro incapacità di credere alle cose della terra, prima ancora di quelle del cielo, e della impossibilità di spiegare quelle del cielo senza aver prima creduto a quelle della terra. Come si può far crescere la vita dello spirito se prima non si abbraccia con fede assoluta la terra? In fondo Cristo stesso è questa risposta. Si fa carne perché impariamo a credere alla carne. Si fa uomo perché impariamo a credere nell'uomo.

Spesso i miei alunni si stupiscono quando parlo della fede in termini di conoscenza di un amico, di un amore profondo per una persona. Se non si ha “il senso” della relazione con Dio la fede è ridotta a morale, condotta, prassi. In fondo è impossibile credere perché non si vede, non si tocca, non si annusa Dio. Hanno ragione. Ma il loro punto di vista è ristretto. Non hanno ancora scoperto che per credere in Dio bisogna prima credere alle cose della terra. Se non credi nei tuoi talenti, nella tua capacità di ragionare, di amare, se non ti appassioni a qualcuno e a qualcosa, come puoi mai accedere alle domande ultime che poi aprono la strada alla vita dello spirito.

Spesso viviamo la fede come una serie di pratiche che ci consentono di essere buoni. Invece la vita dello spirito è molto più reale della rivista che avete in mano. È la presenza della vita della Trinità in noi e di noi dentro quella vita. Senza questa realtà non avreste in mano quella rivista, perché non ci sareste. Tutto questo è così vero e radicale che non lo vediamo. Come l'aria che respiriamo: diamo per scontato che ci sia, ma senza non potremmo vivere. È proprio quando le cose diventano ovvie che abbiamo smesso di porci domande su di esse.

La vita dello spirito ha le sue leggi come quella del corpo. Ha bisogno di essere nutrita e accudita. Ma questo per noi fatti di corpo, di un corpo spiritualizzato, o di uno spirito nella carne, è possibile solo attraverso il corpo e la carne. Per questo abbiamo bisogno di credere alle cose della terra, perché sono l'unica via di accesso al senso religioso.

“Senso” in italiano vuol dire non solo “apparato sensoriale”, ma anche “direzione” e “significato”. Chi non crede nelle cose della terra, non arriverà mai a cogliere il significato delle cose della terra, né tanto meno a cogliere la direzione da dare ad esse e alla propria vita immersa in esse.

«Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita in senso non ce l'ha». Così cantava Vasco qualche anno fa. Trovare il senso alla vita è usare i sensi per credere alla vita, solo così le cose della vita, il suo essere così attaccata a me da darla per scontata, si aprirà al significato che essa ha e mi catapulterà nella domanda di ogni pastore errante su questa terra: ed io che sono? Solo i sensi aperti al dialogo con la Luna, il suo credere alla Luna e ai suoi movimenti regolari, lo costringono alla domanda sul senso delle cose. Ecco che il senso religioso, una specie di orecchio, naso, occhio, pelle, lingua interiori coglieranno la risposta di una creazione che è dono, di una carne che è tempio della Trinità, la risposta capace di dare una direzione, un senso, a quella vita.

La vita ha senso proprio perché non glielo diamo noi, ma perché emerge da sé stessa, dal dna che la Trinità ha impresso nelle cose. Ogni cosa, ogni persona dice: io sono dono per te. Ogni cosa ogni persona dice: io voglio essere amata. Ma riusciremo a non sospettare delle cose, delle persone, della realtà, di noi stessi? Riusciremo a credere nelle cose della terra? Solo questa fede a tutti accessibile ci porterà a credere nelle cose del cielo.

Per questo Giussani può dire nell'introduzione del volume secondo del PerCorso: «Tutti gli impeti con cui l'uomo è spinto dalla sua natura, tutti i passi del moto umano – moto cosciente e libero –, tutti questi passi, cui lo slancio originale induce l'uomo, sono determinati, resi possibili e realizzati in forza di quell'impulso globale e totalizzante che è il senso religioso...» e la vita umana «risulta perciò progetto sviluppato da quell'impeto globale, del senso religioso».

Noi siamo chiamati alle domande ultime come quella bambina e troveremo risposta attraverso il nostro disegnare, attraverso quello che siamo e amiamo. Attraverso le cose della terra crederemo e faremo il ritratto a Dio. E scopriremo che era un autoritratto.

mercoledì 7 marzo 2012

«Prende su di sé tutti i nostri "no"»


08/03/2012 - Martedì 6 marzo, il secondo incontro della catechesi dell’Arcivescovo Angelo Scola in preparazione alla Pasqua. Al centro della meditazione i personaggi che Gesù ha incontrato sulla Via della Croce: la Vergine Maria, il Cireneo e la Veronica

«Penso al peso che portano le persone sofferenti, i carcerati, chi vive per strada. Ma penso anche a noi, ad ognuno di noi qui, quando siamo di fronte alle prove che appesantiscono le nostre giornate: non siamo mai soli. Gesù è con ciascuno e con tutti». L’Arcivescovo di Milano Angelo Scola comincia così la sua omelia nel secondo incontro dell’Itinerario di Quaresima. Al centro della meditazione gli incontri che Gesù ha fatto sulla via della Croce. Il quadro di Gaetano Previati, Via Crucis - Gesù incontra la madre, aiuta a immedesimarsi con quell’uomo che «liberamente si lascia imporre la Croce sulle spalle caricandosi così del nostro dolore fino a morirne. Prende su di sé tuto il male dell’uomo, tutto il suo “no”. Tutti i nostri “no” che sono “no” alla totalità».

Nella quarta stazione della Via Dolorosa, Gesù incontra Maria. «O croce che farai? El figlio mio torrai. E che ne apponerai che non ha en sé peccato?», Jacopone da Todi nei suoi versi mette sulle labbra di Maria un dialogo, o meglio un «monologo straziato», con la croce. Le parole del Caligaverunt di De Victoria scoprono tutto il dramma: «I miei occhi sono annebbiati dalle mie lacrime: considerate, popoli tutti, se c’è un dolore uguale al mio». «Nel quadro di Previati, la madre precede la piccola compagnia che segue il Figlio: fino al momento estremo della croce. Maria precede anche noi, stasera, ci conduce al Signore», spiega Scola. «Lei è veramente madre di Gesù e nostra. Fa ciò che dovrebbe fare ogni madre: condurre il figlio al padre, all’Altro. C’è bisogno della famiglia perché diventiamo uomini compiuti». Per questo Scola invita tutti a rivolgersi ogni sera alla Madre Santa per affidarLe «la nostra persona e la nostra vocazione», recitando una preghiera, «magari in ginocchio».

Il Cireneo è stato l’unico uomo che ha potuto aiutare Gesù nella sua sofferenza. «A lui solo è stato concesso di collaborare con l’opera di salvezza. E non importa se il suo gesto è del tutto casuale». Era un uomo che rientrava dal lavoro, stanco e desideroso di tornare a casa in fretta, ma che cedette ad una «misteriosa costrizione. Proprio come noi che siamo qui stasera e che abbiamo ceduto alla stessa misteriosa costrizione». Cosa insegna l’episodio del Cireneo? «Ci dice che dalla compassione nasce la solidarietà», sottolinea l’Arcivescovo: «Lo vediamo bene negli aspetti decisivi della nostra vita quotidiana: gli affetti, il lavoro, il riposo. La compassione rappresenta un fattore di coesione sociale, può essere principio di società giusta e umana. Ci spinge fino a farci carico del male e del dolore di coloro che non riescono a portarlo sulle proprie spalle». Il Cireneo stana anche «il tarlo che talvolta rode la nostra fede: è impossibile che uno solo sia il Salvatore di tutti». Come ci raccontano le parole di Peguy lette in cattedrale: «Felice colui che lo vide nel tempo, e che pure non lo vide che una volta». Così commenta Scola: «È la potenza universale della grazia di un incontro che dà alla vita un nuovo orizzonte e la conversione decisiva. Si apre lo spazio della felicità».

Gesù incontra Veronica. «Lei seppe riconoscerlo anche sotto la maschera ripugnante della sofferenza, senza apparenza né bellezza, senza splendore per poterci piacere», commenta Scola. «La bellezza è in questo volto sfigurato che ci dice la disponibilità di Dio a dare la Sua vita per noi. Il sacrificio oggettivo non annulla il desiderio di felicità che abita nel nostro cuore. Anzi lo compie». La Veronica si è inginocchiata, ha soccorso Gesù. «Come lei migliaia di cristiani si spendono personalmente in opere di carità in tutto il mondo. Decidiamo anche noi, in questo tempo di Quaresima, di donare un po’ del nostro tempo libero ai malati e ai soli».

Settima stazione: Gesù cade la seconda volta. «Viene soggiogato dal Maligno, insultato e maltrattato», spiega Scola. «Per liberarci si carica di tutti i nostri peccati. Non dei peccati in generale, del mio e del tuo, quelli precisi, che sappiamo, perché non esiste un noi generico, come non esiste un tu generico». L’uomo cosa fa di fronte al suo peccato? «Noi tendenzialmente lo rimuoviamo, scarichiamo, lo gettiamo su altro e su altri». Si cerca un capro espiatorio come con lo tsunami, i terremoti, la tragedia del Concordia, anche davanti al male morale. «Questa è una de-responsabilizzazione contraria alla verità dell’umano. Invece i nostri atti ci seguono. Senza espiazione l’io non trova pace. Il perdono di Dio esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe e la disponibilità ad espiarle». Poi l’Arcivescovo ricorda le tre parole chiave della Quaresima - preghiera, carità e digiuno - da seguire nel cammino che conduce alla Pasqua. Alla fine, l’invito a pregare «chiedendo la grazia del dolore dei nostri peccati», che non è un semplice senso di colpa, «ma un giudizio della ragione contrita e commossa».

sabato 3 marzo 2012

Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón 29/02/2012


Testo di riferimento: All’origine della pretesa cristiana, capitoli I e II, Rizzoli, Milano 2011, pp. 3-31.

• Non son sincera
• Romaria
Gloria

Colpisce che dalla prima riga dell’Introduzione don Giussani abbia una preoccupazione decisiva che noi – se vogliamo seguirlo e capirlo – non possiamo saltare. Per questo ritengo questo paragrafetto iniziale decisivo: non possiamo renderci conto pienamente di cosa voglia dire Gesù Cristo se ciascuno di noi non ha questa presa di coscienza tenera e appassionata di sé. Allora, in che
cosa ci ha aiutato questa insistenza di don Giussani nel lavoro che abbiamo fatto su questi due capitoli che pongono a tema quello che sono io?


Andando avanti nel tempo, mi invade un po’ la preoccupazione che io possa cambiare, che io possa diventare grande, e che il tempo che passa non mi faccia tornare indietro, cioè che sia utile alla mia vita. Insomma: un livello di performance sempre maggiore. E mi ha colpito – per me è stato un regalo, una grazia – quello che hai detto il 25 gennaio: «Ciascuno di noi è stato afferrato da Cristo. Quanto più uno è stato afferrato, tanto più è proteso nella corsa per afferrarLo ancora. [È
qui che mi colpisce:] Ciò che si persegue non è più in ultima istanza nemmeno il cambiamento, cioè una nostra misura del centuplo, ma la Sua presenza, il rapporto con Lui, come accade in ogni rapporto amoroso pienamente umano: niente soddisfa se non la presenza della persona amata.
Questo pone nel mondo una figura d’uomo irriducibile, che non si accontenta di alcun obiettivo “intermedio”». Mi ha regalato una pace di fondo, perché io sono quest’uomo, e desidero essere irriducibile e continuare a essere innamorato in questo modo, perché mi sembra che oggettivamente io non posso fare a meno di Gesù.

Tante volte dietro le parole che usiamo c’è già la questione di fondo: noi riduciamo, senza neanche renderci conto – come diceva lui all’inizio –, la natura del cristianesimo a un certo tipo di cambiamento, a una performance. Perché succede questo? Questa è la questione più decisiva che noi dobbiamo affrontare, perché tutti del cristianesimo sappiamo tante cose, ma la maggioranza delle volte in cui ne parliamo lo riduciamo; lo riduciamo a etica, a un’immagine di cambiamento, a
dottrina, a qualcosa di già saputo, lo riduciamo a una performance (dover essere secondo un certo modello), a un sentimento o a un successo nel senso di riuscita. Per questo mi colpisce che don Giussani dica subito dopo, nella Introduzione: «Non considerare il cristianesimo in modo comunque riduttivo [questa è la questione!] dipende dalla comprensività e completezza con cui uno percepisce
[…] il senso religioso». Se noi riduciamo il senso religioso, cioè la natura del nostro io,inevitabilmente riduciamo il cristianesimo. Faccio un esempio che abbiamo usato altre volte: è evidente che capitava lo stesso anche ai discepoli, anche loro desideravano un cambiamento, anche loro desideravano la riuscita, e quando l’hanno ottenuta erano tutti gasati e pensavano: «Vedi? Il cristianesimo è questo». Come Gesù corregge i discepoli? Da dove nasce lo spostamento? Nasce dallo sguardo che Gesù ha su di loro, lo sguardo che coglie, senza ridurlo, il loro senso religioso, il
dramma del loro io: «Guardate, amici, che se voi vi rallegrate di questo, questo non vi servirà per alzarvi domani mattina». Attenzione: non è che i discepoli non L’avessero davanti, non è un problema soltanto di averLo davanti, ce L’avevano davanti, carnalmente – e noi tante volte ci lamentiamo di non averLo! –, presente, ma questo non bastava per cogliere la diversità, per cogliere la vera natura di Lui. Tanto è vero che loro sono più contenti di quella riuscita che di averLo davanti, e Gesù deve spostarli, deve introdurli al loro mistero, deve renderli consapevoli, deve
introdurli a quella coscienza tenera e appassionata di loro stessi, senza la quale non potranno capire

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che la vera gioia, che la vera risposta è nel rapporto con Lui, nel loro essere stati scelti. Vedete quanto vale l’obiezione che spesso facciamo di non esser “fortunati” come i discepoli? Non è questa la questione, perché loro hanno tutto quello che noi ci lamentiamo di non avere, eppure non basta per cogliere automaticamente chi è Cristo, e perciò per trovare il fondamento alla vera gioia che è il rapporto con Lui. Mancava loro questa coscienza di sé, che Gesù coglie in loro, quello sguardo con cui Gesù li guarda. Attenzione: non è che Gesù “crea” quello che sono loro, no, Gesù semplicemente non accetta di ridurli a quello a cui loro si riducono da se stessi, cioè li guarda secondo la loro verità. Se questo non diventa esperienza in noi – dice Giussani –, inevitabilmente ridurremo il cristianesimo; possiamo parlare del cristianesimo come avvenimento, possiamo parlare di tutto usando tutte le sacrosante parole, ma appena apriamo bocca tutto è ridotto. Perché non basta dire le parole per cambiare la concezione di sé, occorre un’esperienza, uno sguardo su di sé che è decisivo. E per questo sono fondamentali questi primi due capitoli. Mi domando: chi di noi, nel lavoro fatto in queste settimane, ha letto qualcosa che lo ha spostato nel modo di concepire se stesso? Perché questa è la Scuola di comunità. Chi, di tutti quanti siamo qui, può raccontarci
qualcosa in cui ha visto, ha toccato con mano una percezione di sé diversa? Altrimenti ridurremo Cristo.


A proposito di spostamento io volevo raccontarti come un fatto successo fra ieri e oggi è la verificadi questo. Fin dal 25 gennaio, ma anche proprio lavorando su questi capitoli, continuava a lavorarmi dentro tantissimo quello che tu dicevi, cioè che la verifica del passaggio dal senso religioso alla fede è un io umano diverso che si pone nel reale. Una carissima amica mi aveva fatto notare tutta una serie di particolari di me, di come stavo lavorando e di come mi stavo approcciando alla realtà, che mi facevano perfettamente capire che io invece avevo un modo
assolutamente analitico di lavorare, esattamente come tutti, quindi con contributo al mondo pari a zero. E questa è la prima verifica. Succede un fatto. Faccio la cardiologa, ho iniziato da poco a lavorare e, vuoi l’inesperienza vuoi la paura di sbagliare vuoi tante cose, comincio la guardia, e ricevo una chiamata per una consulenza a una donna di cui peraltro mi aveva già parlato un mio collega. Secondo me non era una richiesta da fare, non c’era bisogno di chiamarmi; questa donna
era stata già valutata dal centro di riferimento il giorno prima, quindi cosa potevo aggiungere io? Già durante la chiamata non le ho mandate a dire alla collega che mi aveva coinvolto. E con questa posizione assolutamente ridotta e preconfezionata, come se la realtà fosse il luogo della paura, sono andata su. Faccio la mia consulenza, chiudo la cartella e me ne vado a casa. Ma a me non tornavano i conti, non mi tornavano proprio! Avevo un vuoto dentro, clamoroso. Tu continui a
dire: «La verifica è un io diverso»; io invece mi ritrovavo ad aver lavorato come tutti: ridotta io, ridotto tutto il mio desiderio di costruire sul lavoro, ridotto il rapporto con quella paziente (infatti l’ho anche guardata poco). Non mi tornavano i conti.
E perché non ti tornavano i conti? Perché non avevi fatto la performance?
No, clinicamente io non avevo dubbi, ma non era la verità di me che mi dicevi tu, non era la verità di quella realtà. E mi colpiva perché dentro quella realtà io mi stavo rendendo conto che invece io sono stata guardata diversamente, e quelle parole che continuavano a rimbombarmi nella testa mi ridicevano la strada. Per cui oggi prendo e ritorno in quel reparto, ritrovo la persona con cui ho
parlato al telefono e le dico: «Io innanzitutto mi voglio scusare per come mi sono approcciata ieri».E da lì è partita una discussione interessantissima, mi si è aperto un mondo, al punto che alla fine le ho detto: «Senta, io non sono tornata qui per un dubbio clinico, ma proprio per me, per questo dubbio di verità». Alla fine riprendo la cartella e vado a riparlarne con il consulente di quel reparto, che ci capisce più di me; ritirando fuori tutto il caso mi ha fatto anche notare dei particolari clinici che non avevo approfondito. Per cui ritorno per la terza volta in quel reparto – l’orgoglio è un mio tratto inconfondibile, non sarei mai tornata indietro per un’idea o per un pensiero –, ricerco quella collega e le dico: «Mi scusi, ieri l’ho quasi insultata e oggi sono qui…».
Alla fine mi ha detto: «Ma no, si impara, è dinamica la cosa. Grazie di esser tornata». E io ho pensato: con questo approccio diverso, che mi ha permesso di avere un visione completa sulla
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realtà, addirittura Cristo mi insegna a lavorare! Io con la mia analisi non ero riuscita a venirne fuori, era un rapporto ridottissimo che svuotava me. Oggi, quando sono tornata a casa, mi son detta: questa è un’altra vita, è un’altra possibilità. Io questa cosa l’ho verificata, non me la tolgo più.

Grazie. La vita può essere un’altra cosa!

Racconto quello che vedo che mi sposta realmente nella vita, ma poi vorrei porre una domanda. Ciò che realmente mi permette di stare di fronte a tutto me stesso, a tutta la domanda che sono, alla realtà, è un rapporto che abbraccia tutta la mia vita, un rapporto molto concreto con certe persone che mi mostrano che posso stare di fronte alle mie domande, posso non aver paura di quello che vivo. La domanda che mi rimane, e che ho visto anche molto emergere fra di noi, è come questo atteggiamento possa rimanere, perché anche quando io sono in rapporto con queste persone, poi, è
come se mi bloccassi, come se dicessi: bene, adesso sono a posto, ho trovato la risposta. Non capisco allora cosa vuol dire quando si continua a dire che la risposta aumenta la domanda. In che senso il rapporto con Cristo continua a spalancare la mia umanità, continua a far mantenere aperta la domanda? Perché mi succede questo: nelle cose “normali” è chiara come dinamica (l’esempio che fai sempre dell’innamoramento è chiarissimo perché di fronte alla persona amata io non spero che venga meno la domanda né che venga meno la risposta), ma di fronte alle domande ultime è come se mi concepissi sempre in maniera diversa.

Qual è la diversità?
Ti trovi ancora incastrato. Come è possibile? Io ho incontrato la risposta, come è possibile che invece ancora emerga questa esigenza? Io ho incontrato quello che risponde, quello che rende pieno il rapporto, come è possibile che invece mi trovi ancora così bisognoso? Quando mi succede che non soffoco? Quando sono di fronte a qualcuno che rispalanca tutto il mio io. Però poi è come se subito lo riducessi, pensando: bene, allora sono a posto.

E allora? Così come tu capisci che cosa succede nella dinamica dell’innamoramento, tu devi guardare che cosa succede quando riconosci Cristo presente, se questa stessa dinamica si riproduce lì. Altrimenti noi incominciamo a immaginare. La dinamica non è diversa, semplicemente è cento volte tanto, perché quanto più è eccezionale una presenza che ti trascina… Immagina davanti alla eccezionalità di Gesù come si scatenava la domanda: ma chi è costui? E questo nel tempo veniva meno oppure quanto più vedevano le cose che faceva tanto più lo stupore cresceva? Mi spiego? Ma questo possiamo comprenderlo non come spiegazione (che tu già sai, tra l’altro), ma soltanto come sorpresa davanti a quel che accade. Tu puoi capirlo non facendo girare la testa, ma guardando che cosa succede quando ti succede, e potrai trovare risposta. Perché vedrai che la dinamica, allora, non sarà diversa, come vediamo nei discepoli. Ma tu lo devi documentare nella tua esperienza stessa, nella carne della tua esperienza.

La cosa impressionante è che il fatto è accaduto ora, per quel che mi riguarda, perché mi ero fatta una scaletta e me l’hai ribaltata positivamente, nel senso che mi sono proprio ritrovata con quello che dicevi degli apostoli e del percorso che hanno fatto, che non è diverso dal nostro, perché il Padre eterno mi ha spostato due volte, per benino, rimettendomi davanti alla domanda che facevi tu: dov’è la vera soddisfazione? Un anno fa, più o meno, ho trovato un lavoro che mi corrispondeva tantissimo, soddisfaceva proprio quel pezzettino che secondo me mancava per la mia
riuscita, la famosa riuscita.

Questa è già la prima questione: noi scambiamo costantemente “corrispondenza” con “riuscita”, e questo dice già la riduzione che noi facciamo dell’io.

È vero, anche perché, in fondo, era come una domanda sulle mie capacità: ce la faccio, non ce la faccio. Allora: esperienza bellissima, devo dire straordinaria, non posso dire diversamente, facciamo anche un bellissimo evento, va benissimo; però, a un certo punto, nel massimo della soddisfazione c’è stata una frazione di secondo in cui ho detto: è tutto qui? E lì, nel massimo della soddisfazione – dovevo proprio attraversarla tutta – ho detto: eh, no, a me quello che interessa è il
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rapporto con Gesù. Mi veniva in mente la frase: «Sei Tu che mi manchi in tutto ciò che mi piace», perché, in fondo in fondo, io questa frase la capivo intellettualmente, ma non ero arrivata fino ad attraversarla tutta nell’esperienza. Questo fino a metà novembre. Primi di dicembre: rivoluzione copernicana, le risorse vengono improvvisamente a mancare, per fartela breve si stoppa tutta la faccenda – rimane il rapporto, il che è ancora più doloroso perché comunque si era creato, si è
creato, c’è ancora, un rapporto di grande amicizia – e di punto in bianco mi mandano a casa. E lì c’è stato il secondo spostamento, perché dentro una fatica economica pazzesca (devo dire che non c’è mai stata una fatica così) mi sono detta: è cambiata la forma, ma non è cambiata la domanda, Lui mi sta richiedendo dov’è la mia consistenza. Venerdì vado a rincontrare quella persona, non so se riprenderemo, ma quello che non mi porta più via nessuno è stata questa esperienza.

Ma tu da questo cosa hai imparato? Spiegami bene in che cosa tu hai percepito quello a cui noi cerchiamo di rispondere: che cosa è Cristo. Perché tante volte non soltanto sbagliamo a identificare due cose che sono diverse – riuscita e corrispondenza –, ma anche scambiando Cristo con qualsiasi immaginazione ci viene. E questo alla fine dove ci porta? Che noi di Cristo non abbiamo colto che cosa è.

Però davvero se manca quell’umano, quella percezione di sé così chiara, che poi è quello che vince…

È per questo che mi interessa; non mi interessa che noi non sbagliamo, perché se attraverso uno sbaglio tu hai imparato questo, è la cosa migliore che ti è capitata nella vita! Altrimenti noi perché dobbiamo seguire Cristo, qual è l’interesse che ha Cristo per noi, qual è la differenza tra Cristo e qualsiasi altra cosa?

Proprio per la verità di me, per la consistenza di me.


Esatto. Ma io posso capire la diversità di Cristo, perciò cogliere che cosa è Cristo, rendermi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo, dice Giussani, soltanto se non riduco l’io, se non riduco il mio io. Per questo guardate cosa dice appena dopo il brano che vi ho letto prima: «Se, perciò, il mio scopo è quello di situare l’emergenza del cristianesimo, è utile recuperare alcuni
aspetti decisivi del senso religioso». Non riprende, adesso, il senso religioso come un ornamento, ma proprio per lo scopo di capire che cos’è il cristianesimo, perché – dice – senza di questo noi non lo capiamo, noi lo riduciamo. Questo «coincide con la dimensione razionale, [con tutta l’esigenza della ragione] con la ragione nel suo aspetto ultimo e profondo, [coincide con quell’]impulso globale e totalizzante che è il senso religioso, [coincide] con l’urgenza di un raggiungimento totale e
di una esauriente completezza». Se noi non abbiamo la lealtà, questo sguardo pieno di tenerezza verso noi stessi, riduciamo il cristianesimo. Scusate, queste cose se le sta inventando Giussani oppure sta descrivendo che cosa è ciascuno di noi? Se questa è la descrizione della stoffa di cui siamo fatti, questo ciascuno deve cercare di sorprenderlo nelle viscere del proprio io, «nascosto […] dentro ogni dinamismo, dentro ogni movimento della vita umana, la quale risulta perciò progetto
sviluppato da quell’impeto globale [che chiamiamo] senso religioso». Guardate che tutto quello che sta dicendo don Giussani è così decisivo che il cristianesimo nel tempo moderno si è ridotto proprio perché la prima cosa che si è ridotta è stato l’io! Ecco perché Giussani qui sta dicendo una cosa decisiva per noi, perché senza questo inevitabilmente riduciamo il cristianesimo, anche se usiamo tutte le parole cristiane. Per questo vi prego di non saltare questi passaggi, di non voltare pagina e dire: «Io questo lo so già, del senso religioso mi sono occupato l’anno scorso»; non lo sappiamo, non lo sappiamo! Anzi, è la cosa che meno sappiamo, oso dire, perché lo si vede da come parliamo delle cose. Infatti, che cosa dovrebbe essere sempre più presente, consapevole, familiare? Il senso del mistero che siamo noi. Ma questo, lo vediamo tante volte, è l’ultimo pensiero che abbiamo, e per questo ci arrabbiamo con noi stessi, ci arrabbiamo con il reale, cerchiamo cose che, una volta
trovate, comunque non servono. Don Giussani dice: «Questa imperitura situazione di sproporzione e di inarrivabilità [il fatto che io non riesco ad arrivare] facilita l’insorgere nella coscienza dell’idea di mistero». Senza che questo cresca costantemente nella nostra autocoscienza di uomini, inevitabilmente noi ci rapportiamo all’avvenimento cristiano riduttivamente, e lo scambiamo con
qualsiasi altra cosa (come ai discepoli è capitato di scambiarlo con qualsiasi altra cosa). Perché?

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Perché in fondo noi non ci siamo resi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo. Ma questo non è un problema di performance, non è un problema legato all’essere più bravi o al fare meno sbagli; è il problema di percepire correttamente la realtà, di cogliere in un modo veramente e pienamente cosciente che cosa voglia dire Cristo. Se noi saltiamo questo pensando che è già chiaro, noi leggeremo il resto del libro e lo continueremo a ridurre con la conseguenza inevitabile che ci perdiamo il meglio. Perché lo garantisco: ci perdiamo il meglio! Soltanto quando prendiamo consapevolezza di noi stessi, allora ci rendiamo conto di che grazia rappresenta Gesù Cristo.

A pagina 11 della presentazione citi don Giussani: «Il cristianesimo avviene in comunione, ma si gioca tutto nella libertà della persona». Ti chiedo un approfondimento in termini di metodo proprio rispetto a questa cosa. In relazione alla compagnia, infatti, tu dici dopo: «Il nostro sostegno non può avere altra logica […] che quella della testimonianza. […] Alla pretesa cristiana posso
rispondere solo io davanti al Signore». Nel recente passato mi è stato dato di vivere alcune circostanze in determinati ambiti legati al movimento, che si sono rivelati essere una grande occasione di verifica della mia fede. In questi contesti sono stata costretta a paragonare l’esperienza in atto di rigenerazione, direi quasi rivoluzione, del mio io, anche grazie soprattutto al lavoro che ci stai facendo fare, con un certo tipo di atteggiamento che oserei definire di rinuncia al
proprio cuore e, quindi, di rinuncia a Cristo. Queste esperienze hanno acuito in me l’inquietudine, anzi, in un certo senso me l’hanno fatta riscoprire come una risorsa – io sono molto affezionata a san Paolo quando dice: «La realtà invece è Cristo, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, e morire è un guadagno»–, però ho sempre percepito la realtà come qualcosa fuori di me. Questa esperienza è come se mi avesse dato una grande occasione di scoprire come Cristo mi sorprende
attraverso la mia inquietudine e come la mia inquietudine è una risorsa, che è un po’ quello che dicevi prima tu, anche perché è stato uno strumento per non rimanere incastrata in certe dinamiche. Quindi queste esperienze hanno acuito in me l’inquietudine, costringendomi a una rinnovata mendicanza che mi fa riconoscere di più come compagni di cammino – questo è un passaggio – i pubblicani di evangelica memoria. Lo cito come atteggiamento, perché recentemente ho sentito a Messa questo passo del Vangelo, e mi sembrava proprio che mi corrispondesse. «Il pubblicano invece fermatosi a distanza non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato a differenza dell’altro [che era il fariseo] perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Dentro questa dinamica che sto descrivendo mi ha colpito tantissimo – leggo un pezzettino – l’omelia del Santo Padre nella solennità dell’Epifania del Signore: «Il cuore inquieto […] è il cuore che, in fin dei conti, non si accontenta di niente che sia meno di Dio e,
proprio così, diventa un cuore che ama. Il nostro cuore è inquieto verso Dio e rimane tale, anche se oggi, con “narcotici” molto efficaci, si cerca di liberare l’uomo da questa inquietudine». Torno al discorso iniziale; ebbene, nell’esperienza a cui faccio riferimento ho visto come la compagnia a volte rischia, invece di essere un luogo di testimonianza viva, di ridursi a uno dei tanti “narcotici”
di cui parla il Papa. Si tratta di uno stravolgimento del metodo che invece di favorire una piena consapevolezza di sé e del proprio essere fatti per il Mistero, per l’infinito – «di che mancanza è questa mancanza?» –, tende piuttosto ad appiattire il desiderio e la domanda, e a favorire il famoso atteggiamento del tapis-roulant. Di contro, la fedeltà a quella che Newman chiama “coscienza” e
che don Giussani definisce “cuore”, meglio ancora, e Benedetto XVI “cuore inquieto”, viene interpretata come individualismo o autonomia o, peggio ancora, come mancanza di tensione all’obbedienza. Quindi è come se in certi contesti – questa è la percezione che ho avuto io – l’io non dovesse esistere più. Allora la domanda è: come se ne viene fuori? Anche perché a volte (non voglio fare di tutta l’erba un fascio) mi sembra quasi che una persona debba scegliere tra la compagnia e il proprio cuore.

Questa è un’alternativa che non si pone. Ma questo a cui tu ci richiami è fondamentale, perché ciascuno – altrimenti occorrerebbe cancellare il Vangelo! – è chiamato per nome: Giovanni, Maria,Zaccheo, Matteo... Ciascuno è chiamato per nome, ciascuno è chiamato a rispondere in prima
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persona, perciò non c’è, come dicevamo in un certo momento, niente di più personale che questa risposta. Può essere che a volte noi possiamo ridurre il nostro modo di stare insieme, ma questo non sarà mai la compagnia totale del movimento; possiamo ridurre alcune modalità di vivere la compagnia, ma non la compagnia di per sé, perché la compagnia, fin tanto che il Signore ci dà la grazia di viverla secondo il carisma che ci è stato dato, sarà sempre un aiuto per vivere la realtà. Poi,
in certi modi, possiamo usarla – per dirla con il Papa – come un “narcotico”. Mi spiego: per quello che ci è capitato, tendenzialmente facciamo un’esperienza del vivere migliore di quasi tutti gli uomini che conosciamo, ma questo può essere, come per i discepoli, qualcosa che, invece di creare una tensione sempre più intensa, ci fa accontentare sempre di più; invece di introdurre una tensione introduce una calma che appiattisce. Voglio essere chiaro: questo non sarà mai la compagnia
cristiana, bensì una deformazione sempre in agguato della compagnia cristiana. Per questo non possiamo soccombere a questa alternativa compagnia-io, perché il cammino lo facciamo insieme; anche soltanto leggendo don Giussani troviamo tutto quello di cui abbiamo bisogno per sentire questa tensione, un richiamo al vero dentro la nostra compagnia (anche se tutti noi fossimo ridotti).
Ma basta soltanto un istante, per come stiamo insieme o per quello che ci diciamo quando stiamo insieme, per rimettere in moto tutta la tensione nel nostro io. E quando qualcuno nei nostri ambienti vuole ridurre questa dinamica occorre sfidarlo, perché senza un luogo come la Chiesa, un luogo come il movimento dove costantemente siamo ridestati, noi soccomberemmo all’appiattimento totale. Per questo la compagnia è decisiva per l’io, ma la compagnia è fatta di “ii” vivi, e questo è quello a cui dobbiamo tendere e che dobbiamo domandare. Perché è così che diventiamo veramente
compagni: quando ci testimoniamo a vicenda che cosa è vivere. Tutto quanto abbiamo affrontato questa sera è fondamentale testimoniarcelo a vicenda nel modo con cui noi stiamo nel reale e viviamo nel reale. Per questo voglio rilanciare di nuovo questa sfida a ciascuno di noi. Questi capitoli sono decisivi perché senza averli presenti, noi, inevitabilmente, ridurremo Cristo, non potremo veramente renderci conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo. Uno mi scrive che questo può succedere soltanto con Cristo presente; e questo è vero, perché lo stiamo vivendo
già dall’interno della fede. Tuttavia dire “Cristo presente” non può essere un alibi, perché anche dall’interno della fede questo sguardo, questa coscienza attenta, tenera e appassionata di me stesso è qualcosa a cui devo educarmi costantemente. Infatti, quando l’anno scorso abbiamo ripetuto tante
volte che Cristo è venuto a educarci al senso religioso intendevamo proprio dire che è venuto a educarci a questa percezione dell’io. Per questo crescere nella percezione del Mistero è decisivo per poter cogliere chi è realmente Gesù Cristo.
Per la prossima volta leggeremo i capitoli terzo e quarto di All’origine della pretesa cristiana. Mi interessa sottolineare due cose per questo lavoro. Una è che in questo capitolo emerge la domanda di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?». È questa domanda che deve continuare a essere presente lavorando su questi capitoli: che cosa può rendere ragionevole rispondere a questa domanda. E di questo un passaggio decisivo è quello che leggeremo nel terzo capitolo sul capovolgimento di
metodo. Perciò vi lancio questa domanda: in che cosa sorprendo il capovolgimento di metodo nella mia vita? Se sono ancora sul senso religioso o sono già sulla fede, in che cosa lo sorprendo? Perché questo primo paragrafo così decisivo tutti lo possiamo ripetere, ma tante volte nella pratica della vita noi, pur usando le parole cristiane, stiamo ancora utilizzando il metodo del senso religioso. In che cosa scopro che è successo in me il capovolgimento di metodo nell’esperienza, in modo tale che questo non resti ridotto soltanto a una spiegazione intellettuale non sapendo di che cosa stiamo parlando nell’esperienza stessa? Perché se questo non si capisce, vuol dire che sarà difficile – meglio: impossibile – rendersi veramente conto di che cosa vuol dire Gesù Cristo, anche se pensiamo di saperlo perché usiamo certe parole cristiane. Per questo vi do questo suggerimento di metodo per aiutarci nel lavoro.
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La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 28 marzo alle ore 21,30.
Riprenderemo i capitoli terzo e quarto di All’origine della pretesa cristiana.
A proposito della Scuola di comunità, vi invito a leggere sul nuovo sito di CL (nella sezione appositamente dedicata alla Scuola di comunità) la sintesi di alcuni incontri di responsabili con don Giussani, in cui descrive che cosa è la Scuola di comunità e ne spiega il metodo; è un aiuto ad averlo più consapevolmente presente.
È in uscita il Volantone di Pasqua.
In un momento storico in cui il Papa ha indetto l’Anno della fede e in cui stiamo facendo la Scuola di comunità con a tema la fede in Cristo, come ci ha detto don Giussani, con gli occhi degli apostoli, per percorrere la strada che hanno fatto loro – dall’impatto con la sua umanità alla domanda sulla sua divinità –, riproporre il testo del Volantone permanente del movimento (uscito nel 1988),
accompagnato dall’immagine di Cristo del Masaccio – che esprime l’attrattiva, la potenza della Sua divinità ora –, ci sembra per noi e per tutti il giudizio più consono alla situazione attuale in cui stiamo vivendo.
Usiamolo perciò nei nostri ambienti. È un’occasione per dire a tutti questo giudizio sulla storia nostra e di tutti. Lo leggo per farlo presente a tutti: «L’imperatore si rivolse ai cristiani dicendo: “Strani uomini… ditemi voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi: che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. Allora si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: “Grande sovrano! Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo
stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». Mi sembra che, da quanto abbiamo visto questa sera, cominciamo a capire che non è ovvio che cosa abbiamo di più caro. Tante volte ci sorprendiamo a scoprire che quello che abbiamo di più caro non è proprio Cristo stesso, ma altre cose che sono conseguenze, non la Sua presenza, non la Sua persona. Il Volantone quindi, è un giudizio, un richiamo, per una memoria di che cosa è il cristianesimo. Avendolo davanti per tutto l’anno ci auguriamo, come avevamo detto alla presentazione della Scuola di comunità, che cresca
sempre di più il desiderio di Cristo, ma questo è legato a quello che dicevamo oggi: potremo non desiderare altro che questo, se capiamo di che cosa abbiamo bisogno; se invece il bisogno si riduce, potremo farne a meno e accontentarci di qualcosa di meno di Lui.
Il Libro del mese per marzo è Il Maestro e Margherita di Bulgakov.
Abbiamo proposto questo romanzo perché, in rapporto alla Scuola di comunità che stiamo facendo,può offrire una riflessione sull’importanza della storicità di Cristo che è riscontrabile attraverso i fatti e le loro conseguenze.
Sul numero di febbraio della rivista e sul sito di Tracce potete trovare una presentazione e un articolo che possono essere di aiuto alla lettura e al significato delle invenzioni fantastiche del romanzo stesso.
Veni Sancte Spiritus