martedì 28 gennaio 2014

Cresce il divario fra ricchi e poveri

 Studio Bankitalia: metà delle famiglie campa con meno di 2mila euro .Il loro reddito è peggiorato del 7,3%. Ma il 10% possiede quasi il 50%

Si allarga in Italia l’area della povertà, più tra i giovani che tra gli anziani, mentre i ricchi diventano ancora più ricchi. È l’effetto polarizzante della doppia recessione degli ultimi anni che ha pic­chiato duro sulle famiglie italiane ma non ha colpito tutti allo stesso modo, accen­tuando così le diseguaglianze nella distri­buzione della ricchezza e del reddito. La conferma del fenomeno arriva dall’ultima indagine biennale della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie. I dati sono aggiorna­ti al 2012 e raccolgono dunque soltanto in parte le durissime conseguenze di una cri­si che è proseguita ancora nel 2013.
  Secondo l’indagine, nel biennio preso in e­same il reddito nominale delle famiglie è sceso del 7,3% e la ricchezza del 6,9%, dati che scontano anche il deprezzamento del­le abitazioni. Quella che i tecnici di Via Na­zionale chiamano «povertà pseudoassolu­ta » è salita dal 14 al 16% della popolazione (sfiora il 25% al Sud) e riguarda coloro che hanno un reddito individuale non supe­riore a 7.678 euro, ovvero 15.300 euro per una famiglia di tre persone.
  Nell’Italia dove la classe media tende in buona parte a scivolare all’indietro, la metà dei nuclei vive con meno di 2mila euro net­ti al mese (nemmeno 25mila euro l’anno) e il 20% può contare al massimo su 1.200 euro. Non a caso quasi il 36% delle famiglie ritiene il proprio reddito insufficiente per arrivare alla fine del mese a fronte del 29,9% del 2010. Nello stesso tempo rallenta dopo molti anni la corsa all’indebitamento, segno di una maggiore prudenza ma anche del­l’oggettiva difficoltà ad acquistare una ca­sa: così la quota di chi deve rimborsare un prestito è scesa dal 27,7 al 26,1% ma l’am­montare medio del debito è salito da 44mi­la a 51mila euro. Ancora, secondo Bankita­lia, cresce l’area della vulnerabilità finan­ziaria, condizione che coinvolge chi ha red­dito sotto la media e una rata da rimborsa­re superiore al 30% delle entrate.
  All’estremo opposto della scala sociale in-
 vece la ricchezza (almeno in termini rela­tivi) è cresciuta ancora. Il 10% delle fami­glie più benestanti possedeva il 44,3% del­la ricchezza nel 2008, il 45,7% due anni do­po e il 46,6% nel 2012. La 'torta' si è ristretta ma la fetta detenuta dai ceti più ricchi è o­ra quasi la metà. L’aumento degli squilibri sociali vede i giovani come principali vitti­me mentre gli anziani tengono le posizio­ni. Con l’aumento delle disoccupazione e della precarietà, il reddito è calato soprat­tutto tra coloro che hanno tra i 19 e i 34 an­ni. La crisi peraltro ha solo accentuato una tendenza consolidata. Negli ultimi vent’an­ni, rileva la ricerca, la quota di famiglie a basso reddito tra gli under 35 è aumentata di 11,2 punti mentre tra chi ha più di 64 an­ni è diminuita del 2,8%. Intanto i lavorato­ri autonomi continuano a stare meglio dei dipendenti, ma il loro reddito è sceso dal 144 al 138% della media, mentre gli sti­pendiati sono stabili al 109%. 

LA CHIESA, LA FORZA E LA FATICA DELL’ITALIA . CIÒ CHE VIENE PRIMA

 : Felice famiglia sorridente e rilancio mano insieme nel parco
 

sei vicino, o sei estraneo. O ti stanno a cuore gli altri, la comunità, la gente; o non te ne importa niente. O ti appas­siona pensare, progettare e fare insie­me ad amici e colleghi, o chi ti sta ac­canto è sempre e comunque un 'concorrente' e l’o­biettivo è batterlo e sfruttarlo. A costo di apparire inge­nui visionari, drammaticamente privi di quel cinismo che per alcuni è l’unica arma per emergere, l’atteggia­mento prevalente nella società italiana è il primo, an­che se al secondo è concessa molta più visibilità. Un at­teggiamento che a volte (persino, spesso) può vivere ed esprimersi soltanto in forma di desiderio. Eppure l’Ita­lia delle solidarietà forti, delle relazioni vive e dei lega­mi saldi resiste, come un ricco fiume carsico che scor­re sotto un terreno inaridito. E ha ragione il cardinal Bagnasco, nella sua prolusione al Consiglio perma­nente della Cei, a denunciare quanto gli italiani siano stanchi dell’«io ipertrofico», dell’esuberanza dell’indi­vidualismo, della competizione esasperata che tende a dissolvere proprio i legami affettivi, familiari, comu­nitari; a strangolare proprio la solidarietà, vista come non una risorsa per la ricchezza (spirituale e materia­le) del Paese, ma come un ostacolo di cui sbarazzarsi.
  La Chiesa sa queste cose perché sta in mezzo alla gen­te. Non come una multinazionale che miri a incre­mentarne i consumi, non come un politico furbetto a cui interessa soltanto acchiapparne il voto, non con l’atteggiamento di chi lusinga e seduce; ma come chi è vicino, come chi ascolta, come chi abbraccia. Senza chiedere nulla in cambio. In virtù di questa vicinanza, la Chiesa non ha alcun dubbio nell’indicare le due ve­re, grandi priorità: il lavoro di tutti e, soprattutto, dei giovani, e la famiglia, soprattutto le famiglie che vor­rebbero nascere ma rimangono in attesa, in un grigio e inerte stand-by, perché il lavoro non c’è e le politiche di sostegno neanche. Tutto il resto, per quanto impor­tante, viene dopo. Neppure il grande e prezioso tema della «riforma dello Stato», può mettere tra parentesi le due priorità, i motori del futuro: lavoro e famiglia. Per­ché la dura fatica della gente «è reale».
  Il messaggio va recapitato al palazzo della politica? Sì, ma non solo. Il messaggio è rivolto innanzitutto ai cri­stiani e alle persone di buona volontà, comunque la pensino, ovunque siano, ovunque operino. A chi ope­ra in politica, certamente; ma anche, nello stesso tem­po, a chi sta in grandi aziende le cui decisioni, in meri­to agli investimenti, sono decisivi per il futuro del lavoro, dei lavoratori e delle loro famiglie; e poi a chi agisce nel­le istituzioni, ai professori, agli educatori, ai sindacali­sti, al mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, e ancora ai cristiani e ai laici che lavorano nei mass me­dia, a chi fa arte, a chi fa sport. Ci vorrebbe una grande alleanza, un’unità di intenti che andasse oltre i cam­panili e le appartenenze parziali.
  La «cultura del noi» cresce così, se guardandoci attor­no scopriamo alleati, non volti indifferenti o diffiden­ti. Per questo torna, opportuno e pertinente, l’invito a pensare a una nuova forma di «servizio civile» da offri­re a tutti i giovani e le giovani del nostro Paese. Non è una proposta nuova, da parte dei cattolici italiani. Ma è detta con grande autorevolezza e intensità, perché non più rimandabile. Un periodo, anche breve, della propria vita messo a disposizione della comunità, a ser­vizio del bene comune, può davvero aiutare i giovani a coltivare il senso di una cittadinanza attiva e piena, fat­ta
 di diritti e di doveri. Ma se i giovani devono avere consapevolezza dei pro­pri doveri, accanto ai propri diritti, il mondo adulto non può continuare a esimersi dal rispondere alla loro ine­vitabile domanda: e il lavoro? Tocca al mondo impren­ditoriale e alla comunità politica fornire risposte che non siano evasive e non respirino nel breve spazio di una campagna elettorale, per poi sparire. Un mondo adul­to non remoto e assente, ma vicino ai giovani e a chi re­sta indietro. Appassionato, non indifferente. Concreto, non retorico. Un mondo adulto con meno fondotinta e più sane rughe sul viso, per poter guardare in faccia senza arrossire i giovani e gli ultimi.  UMBERTO FOLENA 

Il Papa: esultiamo per un goal ma spesso lodiamo il Signore con freddezza

La preghiera di lode ci fa fecondi. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa, commentando la danza gioiosa di Davide per il Signore di cui parla la Prima Lettura, ha sottolineato che, se ci chiudiamo nella formalità, la nostra preghiera diventa fredda e sterile.  

“Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo da questa immagine gioiosa, raccontata nel Secondo Libro di Samuele. Tutto il Popolo di Dio, ha rammentato, era in festa perché l’Arca dell’Alleanza tornava a casa. La preghiera di lode di Davide, ha proseguito, “lo portò a uscire da ogni compostezza e a danzare davanti al Signore” con “tutte le forze”. Questa, ha commentato, “era proprio la preghiera di lode!” E ha confidato che, leggendo questo passo, ha “pensato subito” a Sara, dopo aver partorito Isacco: “Il Signore mi ha fatto ballare di gioia!”. Questa anziana, come il giovane Davide – ha evidenziato – “ha ballato di gioia” davanti al Signore. “A noi – ha poi osservato – è facile capire la preghiera per chiedere una cosa al Signore, anche per ringraziare il Signore”. Anche capire la “preghiera di adorazione”, ha detto, “non è tanto difficile”. Ma la preghiera di lode “la lasciamo da parte, non ci viene così spontanea”:

“‘Ma, Padre, questo è per quelli del Rinnovamento nello Spirito, non per tutti i cristiani!’. No, la preghiera di lode è una preghiera cristiana per tutti noi! Nella Messa, tutti i giorni, quando cantiamo il Santo… Questa è una preghiera di lode: lodiamo Dio per la sua grandezza, perché è grande! E gli diciamo cose belle, perché a noi piace che sia così. ‘Ma, Padre, io non sono capace… Io devo…’. Ma sei capace di gridare quando la tua squadra segna un goal e non sei capace di cantare le lodi al Signore? Di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo? Lodare Dio è totalmente gratuito! Non chiediamo, non ringraziamo: lodiamo!”

Dobbiamo pregare “con tutto il cuore”, ha proseguito: “E’ un atto anche di giustizia, perché Lui è grande! E’ il nostro Dio!”. Davide, ha poi rammentato, “era tanto felice, perché tornava l’arca, tornava il Signore: anche il suo corpo pregava con quella danza”:

“Una bella domanda che noi possiamo farci oggi: ‘Ma come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? So lodare il Signore o quando prego il Gloria o prego il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore?’. Cosa mi dice Davide, danzando qui? E Sara, ballando di gioia? Quando Davide entra in città incomincia un’altra cosa: una festa!”

“La gioia della lode – ha ribadito – ci porta alla gioia della festa. La festa della famiglia”. Il Papa ha così ricordato che quando Davide rientra nel palazzo, la figlia del re Saul, Mikal, lo rimprovera e gli domanda se non provi vergogna per aver ballato in quel modo davanti a tutti, lui che è il re. Mikal “disprezzò Davide”:

“Io mi domando quanto volte noi disprezziamo nel nostro cuore persone buone, gente buona che loda il Signore come le viene, così spontaneamente, perché non sono colti, non seguono gli atteggiamenti formali? Ma, disprezzo! E dice la Bibbia che Mikal è rimasta sterile per tutta la vita per questo! Cosa vuol dire la Parola di Dio qui? Che la gioia, che la preghiera di lode ci fa fecondi! Sara ballava nel momento grande della sua fecondità, a novant’anni! La fecondità che ci dà la lode al Signore, la gratuità di lodare il Signore. Quell’uomo o quella donna che loda il Signore, che prega lodando il Signore, che quando prega il Gloria si rallegra di dirlo, quando canta il Sanctus nella Messa si rallegra di cantarlo, è un uomo o una donna fecondo”. 
Invece, ha avvertito, “quelli che si chiudono nella formalità di una preghiera fredda, misurata, forse finiscono come Mikal: nella sterilità della sua formalità”. Il Papa ha invitato, dunque, a immaginare Davide che danza “con tutte le forze davanti al Signore e pensiamo che bello sia fare le preghiera di lode”. Ci farà bene, ha concluso, ripetere le parole del Salmo 23 che abbiamo pregato oggi: “Alzate, porte, la vostra fronte; alzatevi soglie antiche ed entri il re della gloria. Il Signore, forte e valoroso, è il re della gloria!”
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lunedì 27 gennaio 2014

«L'Italia ha bisogno di lavoro e famiglia» Prolusione del Presidente della CEI

Prolusione ridotta, attenzione ai temi sociali, all'accoglienza degli immigrati e all'educazione. Minore insistenza sui valori non negoziabili. Forte appello per il lavoro

Il nostro Paese non è allo sbando o una “palude fangosa”. Ha i suoi problemi, è vero – e tra questi la mancanza di lavoro (soprattutto per i giovani ) e il mancato sostegno alle famiglie sono i dati più drammatici - ma ha anche in sé le forze per risalire la corrente. Il cardinale Angelo Bagnasco lancia un messaggio di speranza, aprendo il Consiglio permanente, riunito da questo pomeriggio a Roma.

Venerati Confratelli 

1. Lo Statuto della CEI

Con la luce dello Spirito che abbiamo appena invocato nell’adorazione eucaristica, iniziamo la sessione invernale del Consiglio Permanente, ed esprimiamo viva gratitudine al Santo Padre Francesco, che ci ha mostrato particolare fiducia chiamandoci a rivisitare lo Statuto dell’Episcopato Italiano. A distanza di quattordici anni (maggio 2000) dalla sua formulazione, la riprendiamo in mano alla luce delle attuali circostanze storiche, nel segno di una crescente partecipazione, nonché del rinnovato slancio missionario affinché il mondo spalanchi il cuore all’amore di Dio. Dopo aver raccolto il frutto della riflessione che le sedici Conferenze episcopali regionali hanno fatto a partire dal foglio di lavoro, in questi giorni prenderemo in esame il ricco materiale pervenuto, segno della passione con cui abbiamo accolto il compito affidatoci. E decideremo come procedere per un lavoro attento e proficuo, svolto con la necessaria ponderazione che il Santo Padre ci ha raccomandato.

A Papa Francesco va la profonda gratitudine dei Vescovi italiani per l’attenzione costante e la cura affettuosa con cui segue da vicino il cammino della Chiesa italiana. Prova ne è stata di recente la nomina del nuovo Segretario Generale ad interim nella persona del Vescovo di Cassano all’Jonio, S.E. Mons. Nunzio Galantino, che ha colmato il vuoto creatosi dopo l’elezione a Vescovo di Latina - Terracina - Sezze - Priverno di S. E. Mons. Mariano Crociata. Credo di interpretare i sentimenti di tutti esprimendo a Mons. Crociata la nostra grata ammirazione per il lavoro impegnativo svolto negli ultimi cinque anni con intelligente e generosa passione. A Mons. Galantino va la nostra cordiale vicinanza e l’augurio corale di un buon lavoro in questo peculiare momento per la vita della nostra Conferenza Episcopale.

2. “Evangelii gaudium”

In questo orizzonte, abbiamo accolto l’Esortazione Apostolica post-sinodale “Evangelii gaudium”, testo di grande densità che invita, sospinge e guida la barca della Chiesa sulle onde della gioia evangelica. La trama dell’Esortazione è ricca e puntuale: riafferma il Principio della gioia che è il Figlio di Dio fatto carne, indica visioni e criteri, approfondisce verità, offre applicazioni, si rivolge a tutti e sembra indirizzata a ciascuno. Tanta ricchezza è attraversata come da una nota dominante, da un filo d’oro che ispira e unifica, un filo forte e duttile insieme, capace di adattarsi senza spezzarsi: è appunto la gioia del Vangelo accolta nel cuore e offerta al mondo con fiduciosa passione. È questa gioia sottile e profonda, forte e gentile (cfr il beato Newman), che vogliamo testimoniare, singolarmente e insieme, ai nostri amati sacerdoti, alle comunità cristiane, a tutti, coscienti che la gioia di cui siamo ministri non deriva da noi, né dall’assenza di difficoltà e prove. La nostra gioia nasce dalla fede in Gesù, il Figlio di Dio venuto sulla terra per congiungerla al Cielo. Sì, la nostra gioia è Cristo, e nulla ce la può togliere. Siamo anche noi testimoni di quanto afferma il Papa, e cioè che “il grande rischio del mondo attuale (…) è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata”. E siamo consapevoli che “anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita”: allora prevale il lamento e si spegne il sorriso. Ma – con il Papa – siamo anche certi che “questo non è il desiderio di Dio” (Evangelii gaudium, 2). Diciamo queste parole non perché ci riteniamo immuni da un tale pericolo che nasce da una fede creduta ma a volte poco vissuta, né per fare i censori arcigni, ma solo per esserecompagni di strada, fedeli alla paternità che ogni Vescovo ha ricevuto dallo Spirito: una paternità che è dono straordinario e compito drammatico verso tutti.

3. Una foresta che cresce

Vorremmo che in questi giorni la gente ci sentisse particolarmente vicini, che potesse ascoltare una parola di prossimità, che avvertisse almeno un’eco del divino Maestro. Noi – lo diciamo quasi sottovoce tanto grande è la grazia che ci tocca – conosciamo la vita delle persone, e ne vogliamo testimoniare la dignità, il senso della famiglia, la capacità di dedizione e di sacrificio, la bontà spesso eroica di ogni giorno. Restiamo ammirati della loro fede umile e semplice, e vorremmo che questa foresta buona e silenziosa avesse più voce degli alberi che cadono rumorosi. La fede e la bontà diffuse hanno radici profonde e antiche, che raggiungono il ceppo vivo degli Apostoli e si alimentano alla sorgente della preghiera, dei sacramenti, della carità verso i deboli, della comunità ecclesiale, della testimonianza missionaria. Ispirano la devozione popolare, segno di un “sentire” religioso diffuso che è un vero patrimonio del nostro Paese.

4. Dio c’entra

Insieme ai nostri sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, conosciamo le vostre gioie e speranze,uomini del nostro tempo; ma anche tocchiamo le sofferenze che non mancano, le preoccupazioni e le angosce che attraversano le vostre esistenze. Come voi, anche noi sappiamo che “la gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto” (id. 6). Vorremmo per questo essere gli umili “collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24), aiutandovi affinché poco alla volta la gioia della fede cominci a destarsi o a ridestarsi “come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie (…) ‘Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie. Si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà… È bene aspettare in silenzio la sua fedeltà’ ” (id). Vorremmo far risuonare alta e mite la voce dei secoli e ripetere al mondo moderno che Dio c’entra con la vita, non è lontano e indifferente, non è nemico oscuro della gioia ma ne è la perenne sorgente, non è concorrente geloso della libertà ma ne è la più sicura garanzia. Vorremmo ripetere con i grandi testimoni del Vangelo, con i Dottori della fede, che Dio è dalla parte dell’uomo, e che nulla è più stupefacente di un’esistenza comune e di un cuore semplice che vive con Lui.

5. La cultura del “noi”

Non è forse questo messaggio che risuona oggi come una novità cercata spesso a tentoni, desiderata e attesa sapendo che essa esiste in qualche parte di questo mondo affaticato e amato? Messaggio antico che risuona come nuovo e sorprendente in una cultura che sembra una bolla di fantasmi, di miti vuoti, di apparenze luccicanti, di bugie promettenti. E non è forse vero che questo messaggio, che cammina attraverso i secoli e i millenni, prima o poi ha il potere di penetrare – o almeno di interrogare e scalfire – le incrostazioni del cuore, le sordità accumulate, le frenesie del tempo? Esso ha il fascino di un mistero che attrae e ridesta l’anima ad un modo diverso di vivere con se stessi, con gli altri, con il creato: una forma di vita di cui tutti abbiamo nostalgia e che intuiamo essere la nostra casa! Se Dio c’entra con la vita di ciascuno, infatti, allora ognuno c’entra con la vita degli altri. E questo capovolge i rapporti, il modo di guardarci, di stare insieme; supera ogni forma di intolleranza, e permette di accogliere fratelli e sorelle che per disperazioneapprodano sui nostri lidi, col desiderio di trovare una integrazione rispettosa e serena. Ma, su scala più ampia, capovolge anche i rapporti tra gli Stati, le Nazioni, i Popoli, perché la giustizia regni e cresca la pace: realtà invocata – la pace – e ancor tanto ferita nella carne dei poveri di Paesi anche vicinissimi a noi, dove, anziché le vie del dialogo onesto, si continua a perseguire la strada disumana della violenza e delle persecuzioni. Il “noi” capovolge anche il modo di fare economia e finanza, politica e lavoro. Capovolge perché non è più l’iperindividualismo a dettare legge, l’io con la sua vanità e i suoi egoismi a dominare la scena; non sono più le logiche spietate di un mercato selvaggio a strangolare i senza volto, né il ghigno della solitudine che spaventa, ma il “noi” che non fa scarti umani e che non lascia ai bordi della strada nessun debole aggredito e spogliato dai briganti di turno. Abbiamo a che fare con un io ipertrofico e un noi impoverito, come se il noi attentasse all’io di ciascuno. Ma è proprio il “noi” che ispira la cultura dell’incontro e del dialogo, per cui ci si ascolta al fine di comprendersi senza finzioni. In questa ottica, forse sono da ripensare seriamente anche delle forme organiche di servizio civile, che siano delle tappe di vita e dei tirocini del “noi”, “cattedre pratiche” di fraternità, di giustizia e di pace, dove si respira il gusto di vivere e di operare insieme per il bene di tutti.  Il “noi” sta alla base di quella visione antropologica veramente umanistica per cui – anche per chi non crede – la persona non solo vive di relazioni ma è relazione; i diritti e i doveri restano tali e i desideri restano desideri; alle cose si riconosce la loro specifica natura, e le differenze vengono dichiarate per quello che sono con rispetto e senza smanie di omologazioni forzate o violente. Nel nostro occidente, sembra di assistere ad uno strano paradosso: quanto più si parla di società e di bene comune, di rispetto e di diritti, tanto più si rivela arrogante il disegno oscuro di omologare tutto e tutti, quasi di azzerare di fatto le identità e le culture, le tradizioni e i valori.

6. Evangelizzazione e educazione

La densa Esortazione di Papa Francesco ha uno scopo preciso subito enunciato: “desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (id. 1). A questa meta i Vescovi guardano con tensione rinnovata, mentre percorriamo il cammino del decennio sulla sfida educativa: “Il compito educativo oggi è una missione chiave, chiave, chiave!” (Papa Francesco, Svegliate il mondo. Colloquio con i Superiori Religiosi, “La Civiltà Cattolica” 2014, I, pag. 16). Come spesso ci siamo detti, infatti, il compito educativo ha in Gesù Cristo il suo modello e la sua intrinseca forza. Ne è fonte e culmine, principio e meta. Come nell’omelia e nella catechesi mai può essere dato per scontato il Kerygma, ma sempre deve essere ripreso e riproposto, cosìnell’opera educativa dobbiamo interiormente partire dal mistero di Cristo per giungere ad esplicitarlo come sorgente e criterio di vita buona e di umanità piena. Dove trovare, infatti, un fascino maggiore e una spinta più avvincente, per chi percorre l’avventura educativa, se non il mistero del Kerygma? “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (id. 164). Se è vero che tutta la comunità cristiana ha il compito e la grazia di educare senza mai smettere di formare se stessa, allora comprendiamo che l’evangelizzazione è la radice mai scontata dell’educazione: senza, infatti, l’opera educativa perde luce e forza, diventa tecnica.
7. Educazione e scuola
In questo quadro, una sola parola, profondamente convinta e appassionata, ci sia consentito dire a proposito della scuola. Essa, dopo la famiglia dove il papà e la mamma sono i naturali e irrinunciabili maestri, è un grande spazio di istruzione e educazione dei giovani nelle diverse età. Compito affascinante, quello di insegnare ed educare al contempo. Compito non sempre dovutamente riconosciuto dalla società, ma sempre ampiamente apprezzato dalla Chiesa. Anche la Chiesa, infatti, ha nel suo DNA la missione di evangelizzare e di educare il popolo di Dio nelle varie età della vita. Incisiva è la recente parola del Papa: “Le Università sono un ambito privilegiato per pensare e sviluppare questo impegno di evangelizzazione in modo interdisciplinare e integrato. Le scuole cattoliche, che cercano sempre di coniugare il compito educativo con l’annuncio esplicito del Vangelo, costituiscono un contributo valido all’evangelizzazione della cultura, anche nei Paesi e nelle città dove una situazione avversa ci stimola ad usare la creatività per trovare i percorsi adeguati” (id. 134). A questo proposito, non possiamo – per ragioni di giustizia – non rilevare ancora una volta la grave discriminazione per cui, nel nostro Paese, da un lato si riconosce la libertà educativa dei genitori, e dall’altro la si nega nei fatti, costringendoli ad affrontare pesi economici supplementari. In questa sede vogliamo ringraziare pubblicamente e confermare la nostra crescente stima verso le comunità cristiane e gli Istituti religiosi che resistono con altissimi sacrifici per non chiudere le loro scuole, spesso anche di grande prestigio storico e culturale. Ogni anno, chiudere delle scuole cattoliche – di qualunque ordine e grado – rappresenta un documentato aggravio sul bilancio dello Stato, un irrimediabile impoverimento della società e della cultura, e viene meno un necessario servizio alle famiglie.

Per sostenere l’importanza decisiva della scuola tutta, dell’educazione e della libertà educativa, i Vescovi Italiani hanno promosso un evento pubblico per sabato 10 maggio p.v. in Piazza San Pietro, al quale il Santo Padre Francesco ha dato non solo la sua approvazione, ma ha assicurato la sua personale presenza. A questo atto tutti sono invitati, tutti coloro che – a prescindere dal proprio credo – sono convinti della posta in gioco per i giovani, le famiglie, la società.

8. Vangelo e società

Il Kerygma ha a che fare anche con la realtà nella sua interezza, “possiede un contenuto ineludibilmente sociale” (id. 177): “evangelizzare (infatti) è rendere presente nel mondo il Regno di Dio” (id. 176), e quindi “dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana” (id. 178). Per queste ragioni, come Pastori, non possiamo esimerci dal dire una parola sul contesto sociale che viviamo, consapevoli di dover dare voce a tanti che non hanno voce e volto, ma che sono il tessuto connettivo del Paese con il loro lavoro, la dedizione, l’onestà. Come ho già detto, vogliamo testimoniare la bontà e serietà che impastano il nostro popolo, e che ispirano largamente l’ethos profondo della gente, delle famiglie, di tante istituzioni. L’Italia non è una palude fangosa dove tutto è insidia, sospetto, raggiro e corruzione. No. Dobbiamo tutti reagire ad una visione esasperata e interessata che vorrebbe accrescere lo smarrimento generale e spingerci a non fidarci più di nessuno. A questo disegno, che lacera, scoraggia e divide – e quindi è demoniaco –, non dobbiamo cedere nonostante esempi e condotte disoneste e approfittatrici. Ci si può approfittare del denaro, del potere, della fiducia della gente, perfino della debolezza e delle paure, ma nulla deve rubarci la speranza nelle nostre forze se le mettiamo insieme con sincerità. Tanto più che il Signore è venuto sulla terra per stare con noi!
Ci sentiamo altresì confermati dal Santo Padre quando scrive che “i Pastori, accogliendo gli apporti delle diverse scienze, hanno il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone (…) Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito del privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. (…) Ne deriva che la conversione cristiana esige di riconsiderare specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune” (id. 182). In forza di questo nostro dovere, facciamo appello affinché la voce dei senza lavoro, che sale da ogni parte del Paese, trovi risposte più efficaci in ogni ambito di responsabilità. Non è ammissibile che i giovani – che sono il domani della Nazione – trovino la vita sbarrata perché non trovano occupazione: essi si ingegnano, sempre più si adattano, mantengono mediamente la fiducia e la voglia di non arrendersi nonostante esempi non sempre edificanti. Noi Pastori li conosciamo, vorremmo dire per nome, e lo testimoniano anche le svariate iniziative di sostegno alla progettualità giovanile presenti nelle diocesi (Progetto Policoro, Prestito della Speranza, varie forme di microcredito). Nonostante questi segni, ci sentiamo impotenti a corrispondere nei modi adeguati. A livello pubblico si vedono impegno e tentativi, segnali promettenti, ma i mesi e gli anni non aspettano nessuno. Quale progetto di vita è possibile per le giovani generazioni? Il dibattito sulla riforma dello Stato, nei suoi diversi snodi, è certamente necessario, ma auspichiamo che ciò non vada a scapito di ciò che la gente sente più bruciante sulla propria pelle, e cioè il dramma del lavoro: la povertà è reale!
Da tempo è all’attenzione della pubblica opinione la situazione insostenibile delle carceri italiane. La Chiesa, consapevole che il sistema carcerario è segno della civiltà giuridica e non solo di un Paese, è presente ogni giorno accanto ai detenuti tramite i Cappellani e i volontari, ai quali chiunque può riferirsi, favorendo anche così la funzione rieducativa della pena. Ai detenuti, alla polizia penitenziaria e alle amministrazioni, rivolgiamo il nostro pensiero di Pastori, e auspichiamo una situazione più dignitosa per tutti. In particolare, incoraggiamo quanti scontano una pena a fare di questo tempo un’occasione di riflessione e di ricupero per affrontare il rientro nella società.

Nel giorno consacrato alla memoria dell’Olocausto la Chiesa italiana si stringe attorno ai fratelli ebrei perché la ferita incancellabile di quella tragedia sia di monito per tutti e si scongiurino episodi di intolleranza e di provocazione come accaduto di recente a Roma.

In occasione del capodanno dei cinesi esprimiamo vicinanza affettuosa a quanti vivono e lavorano nel nostro Paese, auspicando che le condizioni di vita possano crescere secondo le attese della dignità umana e mai più si ripetano eventi luttuosi, come quelli di recente verificatisi tragicamente a Prato.        

9. Il Sinodo sulla famiglia
Il singolo ha bisogno di lavoro per avere dignità e sostentamento, ma ha anche bisogno di legami sicuri e stabili, ha bisogno di fare famiglia. Ma anche la società ha bisogno di lavoro e di famiglia: altrimenti, che società sarebbe? Se da una parte dobbiamo avere come obiettivo un livello di prosperità per tutti, affinché tutti possano accedere al bene dell’educazione, dell’assistenza sanitaria, della casa, dall’altra bisogna favorire la partecipazione attiva alla vita comunitaria, così che nessuno sia preda della solitudine, e soprattutto non senta di essere superfluo. La persona non è mai inutile, ma la società civile deve far sì che ognuno possa sentirsi utile per quello che è.

Entriamo così in quella realtà peculiare e ineguagliabile che il fondamento della società e la sua prima forma naturale, la famiglia. Grande e capillare è stato il lavoro di consultazione in vista del prossimo Sinodo. Le nostre Chiese hanno lavorato intensamente e nei tempi indicati: ora sarà la Segreteria Generale del Sinodo che – con l’ausilio di tanto patrimonio – stenderà l’Instrumentum laboris. È tempo di grande fermento, tempo di grazia. In questo momento, nel contesto del nostro Paese, non possiamo non rilanciare quanto ha affermato Papa Francesco con estrema chiarezza: “La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri, e dove i genitori trasmettono la fede ai figli” (id. 66). Per questa sua intima natura la famiglia deve essere sostenuta da politiche più incisive ed efficaci anche in ordine alla natalità, difesa da tentativi di indebolimento e promossa sul piano culturale e mediatico senza discriminazioni ideologiche.

Vi ringrazio, cari Confratelli, per la cordiale attenzione: affidiamo i nostri lavori alla materna benedizione di Maria, la Grande Madre di Dio, e a san Giuseppe suo sposo. Alla loro intercessione affidiamo i nostri sacerdoti, le comunità, l’amato nostro Paese.

Aforisma di lunedì 27 gennaio

“Chi misericordia ha, misericordia trova.” 
Anonimo

Vigile attenzione

"È fuor di dubbio - scrive Cristiana Dobner - che Auschwitz è una sorta di monumento, nel senso che raccoglie e testimonia l'efferatezza nazista e il dolore patito da Israele e da chi con Israele condivise il destino di non essere nazista o di essersi opposto al regime dominante. Però se fosse solo così, sarebbe ancora troppo poco, le ceneri sarebbero inerti. Auschwitz è ben di più, è memoria attiva, zikkaron, fertile, è cenere calda che trasmette vita. Non nel paradosso poetico che da morte dona vita, ma nella concezione biblica che conosce per esperienza che il Creatore vigila come sentinella e non dimentica il suo popolo. La sua è una memoria sempre attuale".
E se l'interrogativo immediato è "dov'era questo Creatore quando Israele subiva lo sterminio nazista?", esso però nella sua angoscia risulta monco, perché carente di una seconda parte: "Io, dov'ero, quando Israele subiva lo sterminio nazista?". Io non c'ero è risposta fasulla, perché il mio legame con tutta la storia mi interpella e mi pone su di un terreno che richiede risposta. Io, oggi, dove sono? Da che parte sto? Abito Auschwitz e mi proietto sulla storia oppure lo lascio al suo passato e così dono fertilizzante ai pregiudizi che hanno lastricato la strada che conduce ad Auschwitz? Ecco allora la necessità della memoria viva, palpitante. Uno zikkaron che attivi richiami e generi sempre rapporti chiari, liberi, di autentico apprezzamento.


(©L'Osservatore Romano 26 gennaio 2014)

Papa Francesco: grazie ai tanti sacerdoti santi che danno la loro vita nel silenzio

La Chiesa non si può capire come semplice organizzazione umana, la differenza la fa l'unzione che dona a vescovi e sacerdoti la forza dello Spirito per servire il popolo di Dio: è quanto ha affermato Papa Francesco nella Messa presieduta stamani a Santa Marta. Il Pontefice ha ringraziato i tanti sacerdoti santi che danno la vita nell'anonimato del loro servizio quotidiano. 
http://www.youtube.com/watch?v=gZbFl2RTEX0
Commentando la prima lettura del giorno, che parla delle tribù d’Israele che ungono Davide come loro re, il Papa spiega il significato spirituale dell’unzione. “Senza questa unzione – ha affermato - Davide sarebbe stato soltanto il capo” di “un’azienda”, di una “società politica, che era il Regno d’Israele”, sarebbe stato un semplice “organizzatore politico”. Invece, “dopo l’unzione, lo Spirito del Signore” scende su Davide e rimane con lui. E la Scrittura dice: “Davide andava sempre più crescendo in potenza e il Signore Dio degli eserciti era con lui”. “Questa – osserva Papa Francesco - è proprio la differenza dell’unzione”. L’unto è una persona scelta dal Signore. Così è nella Chiesa per i vescovi e i preti:

“I vescovi non sono eletti soltanto per portare avanti un’organizzazione, che si chiama Chiesa particolare, sono unti, hanno l’unzione e lo Spirito del Signore è con loro. Ma tutti i vescovi, tutti siamo peccatori, tutti! Ma siamo unti. Ma tutti vogliamo essere più santi ogni giorno, più fedeli a questa unzione. E quello che fa la Chiesa proprio, quello che dà l’unità alla Chiesa, è la persona del vescovo, in nome di Gesù Cristo, perché è unto, non perché è stato votato dalla maggioranza. Perché è unto. E in questa unzione una Chiesa particolare ha la sua forza. E per partecipazione anche i preti sono unti”.

L’unzione – prosegue il Papa – avvicina i vescovi e i preti al Signore e dà loro la gioia e la forza “di portare avanti un popolo, di aiutare un popolo, di vivere al servizio di un popolo”. Dona la gioia di sentirsi “eletti dal Signore, guardati dal Signore, con quell’amore con cui il Signore ci guarda, tutti noi”. Così, “quando pensiamo ai vescovi e ai preti, dobbiamo pensarli così: unti”:

“Al contrario non si capisce la Chiesa, ma non solo non si capisce, non si può spiegare come la Chiesa vada avanti soltanto con le forze umane. Questa diocesi va avanti perché ha un popolo santo, tante cose, e anche un unto che la porta, che l’aiuta a crescere. Questa parrocchia va avanti perché ha tante organizzazioni, tante cose, ma anche ha un prete, un unto che la porta avanti. E noi nella storia conosciamo una minima parte, ma quanti vescovi santi, quanti sacerdoti, quanti preti santi che hanno lasciato la loro vita al servizio della diocesi, della parrocchia; quanta gente ha ricevuto la forza della fede, la forza dell’amore, la speranza da questi parroci anonimi, che noi non conosciamo. Ce ne sono tanti!”.

Sono tanti – dice Papa Francesco – “i parroci di campagna o parroci di città, che con la loro unzione hanno dato forza al popolo, hanno trasmesso la dottrina, hanno dato i sacramenti, cioè la santità”:

“’Ma, padre, io ho letto su un giornale che un vescovo ha fatto tal cosa o che un prete ha fatto tal cosa!’. ‘Eh sì, anche io l’ho letto, ma, dimmi, sui giornali vengono le notizie di quello che fanno tanti sacerdoti, tanti preti in tante parrocchie di città e di campagna, tanta carità che fanno, tanto lavoro che fanno per portare avanti il loro popolo?’. Ah, no! Questa non è notizia. Eh, quello di sempre: fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce. Oggi pensando a questa unzione di Davide, ci farà bene pensare ai nostri vescovi e ai nostri preti coraggiosi, santi, buoni, fedeli e pregare per loro. Grazie a loro oggi noi siamo qui!”.
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