lunedì 8 ottobre 2012

IL GIARDINO DELLA GIOVINEZZA CHE IL MONDO NON CONOSCE

Ricordate quel milione di giovani, per l’anno santo del 2000, a Roma, attorno a papa Wojtyla? Cantavano “Jesus Christ, you are my life”. I giornali laici li sbeffeggiarono dicendo che in realtà quella era una fede di facciata, superficiale. Era vero? Che ne è di loro? Chiara Corbella è la risposta. La sua storia sta commuovendo il mondo. Chiara è una bella ragazza nata a Roma nel 1984. La sua famiglia, credente, frequenta il “Rinnovamento carismatico cattolico” in cui anche lei è cresciuta. A 18 anni, nel 2002, durante un pellegrinaggio a Medjugorje, conosce Enrico, si innamora e dopo pochi mesi sono fidanzati. E’ un rapporto vivace e turbolento, fatto pure di rotture, stando al suo racconto. La vicinanza dei frati francescani aiuta i due giovani a fare le scelte decisive. Si sposano il 21 settembre 2008 ad Assisi. Presto Chiara si trova incinta. Ma qui accade il primo dramma. Maria, la bambina che porta in grembo, ha una grave malformazione per la quale non potrà vivere al di là della nascita. Chiara ed Enrico decidono egualmente di accoglierla, anzi con un amore più grande, sebbene molti si stupissero e suggerissero un aborto terapeutico. La bambina nasce, ma muore dopo trenta minuti. Quel giorno Chiara disse ai suoi che non importava la durata di una vita: per lei quella mezz’ora con sua figlia era stata uno dei doni più preziosi della sua esistenza. “Ho pensato alla Madonna” ricorda Chiara “anche a lei il Signore aveva donato un Figlio che non era per lei, che sarebbe morto e lei avrebbe dovuto vederlo morire sotto la croce. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che forse non potevo pretendere di capire tutto e subito e forse il Signore aveva un progetto che io non riuscivo a comprendere”. Presto arriva una seconda gravidanza. Incredibilmente anche stavolta si annunciano malformazioni gravi e i due giovani si preparano egualmente ad accogliere Davide come il loro bimbo amato. Poi si scopre che anche lui non avrebbe potuto sopravvivere dopo la nascita. Più avanti, nel gennaio 2011, Chiara, in un incontro pubblico dirà: “Il Signore ha voluto donarci dei figli speciali, Maria e Davide, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita. Ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e gioia sconvolgenti”. Quel giorno aggiunse una cosa che sconvolse tutti, una nuova gravidanza e una diagnosi di tumore per lei: “Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco che sta bene e nascerà tra poco, ma ci ha chiesto anche di continuare a fidarci di Lui, nonostante un tumore che ho scoperto poche settimane fa che cerca di metterci paura del futuro. Ma noi continuiamo a credere che Dio farà anche questa volta cose grandi”. Il piccolo Francesco è nato sano nel maggio del 2011. Chiara – per non perdere il figlio – ha deciso di non curarsi come il carcinoma richiedeva. Solo dopo il parto ha affrontato l’operazione e le dolorose chemioterapie, nella speranza di essere ancora in tempo. Invece il mercoledì santo di quest’anno ha saputo dai medici che il tumore aveva vinto e lei era in pratica una malata terminale. Chiara è morta a 28 anni il 13 giugno di quest’anno. In una lettera al suo piccolo Francesco ha scritto: “Vado in cielo ad occuparmi di Maria e Davide e tu rimani con il papà. Io da lì prego per voi”. Poco prima della “nascita al cielo” Chiara ha ringraziato: “Vi voglio bene! A tutti!”. Il funerale non è stato un funerale. C’erano più di mille persone. C’era la foto del bel volto di Chiara la quale ha voluto che a ciascuno fosse dato il segno di una vita che comincia: infatti tutti hanno avuto un vasetto con una pianticina. Il cardinale Vallini, Vicario del Papa, ha detto: “abbiamo una nuova Gianna Beretta Molla”. Si riferiva alla giovane dottoressa morta nel 1962 e canonizzata nel 2004 da Giovanni Paolo II. Anche lei, incinta, avendo scoperto un tumore all’utero, rifiutò le cure che avrebbero fatto male al bambino che portava in grembo e dopo il parto morì. Un paragone impressionante. Chiara è proprio una ragazza dei nostri giorni. Su Youtube c’è un filmato di venti minuti dove, col suo simpatico accento romano, racconta l’inizio della sua vicenda. A un certo punto dice: “Il Signore mette la verità dentro ognuno di noi, non c’è possibilità di fraintendere”. Il marito Enrico, richiesto di spiegare oggi queste parole di Chiara, ha detto: “Quella frase si riferisce al fatto che il mondo di oggi, secondo noi, ti propone delle scelte sbagliate di fronte all’aborto, di fronte a un bimbo malato, di fronte a un anziano terminale, magari con l’eutanasia… Il Signore risponde con questa nostra storia che un po’ si è scritta da sola: noi siamo stati un po’ spettatori di noi stessi, in questi anni. Risponde a tante domande che sono di una profondità incredibile. Il Signore, però, risponde sempre molto chiaramente: siamo noi che amiamo filosofeggiare sulla vita, su chi l’ha creata, e quindi alla fine ci confondiamo da soli volendo diventare un po’ padroni della vita e cercando di sfuggire dalla Croce che il Signore ci dona. In realtà” ha continuato Enrico “questa Croce, se la vivi con Cristo, non è brutta come sembra. Se ti fidi di Lui, scopri che in questo fuoco, in questa Croce non bruci e che nel dolore c’è la pace e nella morte c’è la gioia”. Poi ha detto: “Quando vedevo Chiara che stava per morire, ero ovviamente molto scosso. Quindi ho preso coraggio e poche ore prima gliel’ho chiesto. Le ho detto: ‘Chiara, amore mio, ma questa croce è veramente dolce come dice il Signore?’. Lei mi ha guardato, mi ha sorriso e con un filo di voce mi ha detto: ‘Sì, Enrico, è molto dolce’. Così, tutta la famiglia, noi non abbiamo visto morire Chiara serena: l’abbiamo visto morire felice, che è tutta un’altra cosa”. Il padre di Chiara, Roberto, imprenditore, che aveva un incarico in Confindustria, quando ha saputo che le chemio per la figlia non avevano dato risultato positivo, ha scritto una lettera con la quale annunciava di ritirarsi da quell’incarico per stare più vicino alla famiglia “ma anche per fare una scelta di vita: aiutare il prossimo”. In una toccante testimonianza a TV2000 (anch’essa reperibile su Youtube) ha raccontato che, paradossalmente, quando, a Pasqua, hanno saputo che non c’era più niente da fare è iniziato “un periodo splendido per la nostra famiglia… abbiamo vissuto insieme come mai… tutti uniti per cercare salvezza di Chiara… che stando alle sue parole è avvenuto in maniera diversa”. Il signor Roberto ha sussurrato: “ho imparato da mia figlia che non conta la durata di una vita, ma come la viviamo. Ho capito da lei in un anno più di quanto avevo capito nella mia intera esistenza e non posso sprecare questo insegnamento”. Poi ha ricordato che Chiara, vivendo “vicissitudini che avrebbero messe al tappeto chiunque, non ha subito, ma ha accettato. Lei si fidava totalmente. Era certa che se il Signore le dava da vivere una cosa voleva dire che era la cosa giusta”. Chiara suonava il violino e amava ripetere: “siamo nati e non moriremo mai più”. C’è un giardino nel mondo dove fioriscono queste meraviglie. Dove accadono cose stupende, inimmaginabili altrove. E’ la Chiesa di Dio. Nessuno dei potenti e dei sapienti lo conosce. Per loro e per i loro giornali la Chiesa è tutt’altro. I giornali strapazzano il Vaticano e Benedetto XVI per Vatileaks. I riflettori dei media sono tutti per i Mancuso, i don Gallo, gli Enzo Bianchi. O per ecclesiastici da loro ritenuti “moderni”. Ma nel luminoso giardino di Dio, che Benedetto XVI ama e irriga, fioriscono silenziosamente giovani come Chiara. Non solo nelle terre dove il nome cristiano è bandito come il Pakistan, la Cina, Cuba o l’Arabia Saudita. Ma anche tra noi. In quel giardino Gesù passa davvero, affascina e chiama anche questa generazione e noi vediamo i figli diventare gli amici del Salvatore del mondo. Sono invisibili ai media, ma grandi agli occhi di Dio. Antonio Socci - Da “Libero”, 7 ottobre 2012

Il Mistero si vede anche quando “tutto gira”

«Contemplerò ogni giorno il volto dei Santi per trovare riposo nei loro discorsi», recita un’antifona delle lodi. Di questi tempi, sento l’urgenza nel mio cuore di contemplare i volti nei quali vedere quello misericordioso di Dio! Il mondo è pieno di persone che scrivono libri su qualsiasi argomento e in particolare nel mondo cattolico in riferimento alle diverse virtù cristiane. Ma sono pochi coloro che ci introducono a vedere il volto dei Santi contemporanei, che ci testimoniano nel quotidiano cosa significhi vivere la carità, condividere le sofferenze altrui e immedesimarsi con il dolore e la speranza dell’altro. Tutti sono disposti a dare consigli e forse anche a pregare per le persone in difficoltà, ma il cuore è lontano dall’impregnarsi del dolore del fratello. Condividere un momento è facile per tutti, ma come direbbe San Paolo: «Farsi povero con i poveri, debole con i deboli» è una posizione ancora lontana dal nostro modo di vivere. Veramente, come affermerebbe Drogo, protagonista del romanzo di Buzzati Il deserto dei Tartari, ognuno è solo nel suo dolore, che è totalmente personale. Osservo questo accompagnando a morire i moribondi! C’è una grande solitudine dell’essere umano di fronte al Mistero che chiama. Ma quanto è necessaria, invece, la presenza di qualcuno che ci prenda per mano per accompagnarci in questi ultimi passi verso il compimento della vita! L’energia di questa missione, quell’energia che mi impedisce di fuggire davanti al dolore o alla morte, la trovo esclusivamente nella mia relazione con Cristo, che ogni momento si fa presente nei volti dei Santi che mi circondano. Stare al loro fianco, accarezzarli, pregare con loro, tenergli la mano, significa sperimentare quel riposo spirituale che loro stessi, nel loro drammatico dolore, mi testimoniano. Guardarli in faccia è il migliore trattato sulla carità, sulla paternità, sul senso e il perché della vita. Non solo, ma anche coloro che stanno al fianco di questi Santi trovano la possibilità di riconoscere che solamente Cristo può essere, anche per loro, la ragione per cui lottare ogni giorno. La suprema carità è quella di lasciarsi trascinare, provocare dalla modalità attraverso la quale i Santi ci comunicano la pace e la gioia della vita. In questi giorni ho ricevuto da amici alcune lettere di persone malate di cancro, nelle quali raccontano come questa circostanza sia per loro la modalità più preziosa per amare Cristo, per scoprire, come afferma don Giussani, che «Cristo non è “qualcosa” di giustapposto, ma è “qualcosa” dentro». paldo.trento@gmail.com Carissimo amico, ti voglio scrivere perché ciò che ho dentro il mio animo, non riesco a trattenerlo. La seconda chemio è andata piuttosto meglio della prima. Sebbene fossi altrettanto “rincoglionito”, nauseato e insonne, ho sopportato meglio il tutto. Il guaio è stata la bronchite che è sopraggiunta dopo una settimana e che è durata tanto. Avevo paura che non passasse in tempo per la terza chemio. Invece, oggi ho avuto la conferma che è passata, che gli esami vanno bene e domani mattina sarò in ospedale per “ciucciarmela” tutta. Ma la cosa che vorrei raccontarti è l’incredibile letizia e pace che sto vivendo in questi mesi. Ho sentito stamattina per telefono una nostra amica, che è in cura da tre mesi per una leucemia fulminante e anche lei ora è ricoverata e ha iniziato la sua terza chemio. Alcuni giorni fa mi ha chiamato un altro amico, anche lui leucemia, in cura da circa 10 mesi, con un autotrapianto già fatto e un altro previsto prossimamente. La cosa incredibile è stata che tutti e tre ci testimoniavamo la letizia che aveva investito la nostra vita. Da quando abbiamo saputo del tumore la nostra vita è cambiata, tanto da dire che non abbiamo mai vissuto una letizia così grande. Perché? Come riusciamo a dire così? Siamo pazzi o c’è qualcosa di vero? Perché vediamo spesso persone sane il cui volto non è lieto? Quando mi hanno detto del tumore (e pensavano a qualcosa di più grave di quello che poi si è rivelato) la prima reazione è stata di rabbia perché questo rompeva totalmente i miei progetti. Ma il mio cuore desiderava solo una cosa: come posso essere felice, ora, con questa notizia? Cosa può dare risposta a questo mio desiderio? O meglio, chi mi può soddisfare in questa drammaticità? Chi mi salva in questo istante? Che senso ha la mia vita? Avevo bisogno di una risposta, tutto di me era teso ad avere una risposta. Il resto non mi interessava e non mi bastava. Volevo ritornare in Toscana da mio figlio e dai miei nipoti e ciò che mi si prospettava, mi spaventava moltissimo, quasi mi terrorizzava. Non volevo pensare alla fatica (purtroppo già ben sperimentata nella mia vita) delle cure, ricoveri, esami eccetera. Il desiderio del mio cuore, ti assicuro, era semplice e terribilmente vero, senza fronzoli e sentimentalismi. Ebbene, da questa risposta è nata una “botta di vita” impressionante, imprevista e stupefacente. Chi l’avrebbe pensato che un tumore ti sconvolga la vita tanto da dire che non l’ho mai vissuta così lietamente come in questi ultimi mesi. Il mese che ero in Toscana avevo un gran mal di stomaco (il tumore che si manifestava) ma, in un certo senso, è stato un periodo che mi ha “preparato”. La bellezza del tempo, dei tramonti, la compagnia dei miei cari e degli amici, la nascita della mia nipotina, erano tutti segni dell’abbraccio di Cristo a me. Ogni momento che vivevo, percepivo questo abbraccio pieno di bellezza e Mistero. Vivevo con stupore tutto e continuamente ringraziavo chiedendomi come potevo ricambiare questo amore che sentivo su di me. Perciò non pensiamo che “certe domande” nascono solo da circostanze “brutte” e che l’unica possibilità per capire che cos’è la vita è quando succedono circostanze dolorose. Poi, quando mi sono “trovato” questo tumore addosso, l’impotenza di darmi una risposta con le mie forze era evidente e il bisogno di pienezza che il mio cuore letteralmente gridava, mi ha spalancato la ragione e mi sono trovato a guardare semplicemente la realtà che avevo attorno, che non era diversa da quella che avevo prima, solo che ora la guardavo con un cuore trepidante di verità. E mi sono ri-accorto del Suo abbraccio in una presenza carnale e fedele come è stata ed è mia moglie. Segno e Mistero coincidono. Lei è stata la riscoperta del Sacramento del matrimonio. Cristo presente che mi sostiene, mi abbraccia, mi accarezza, mi sta vicino, mi “serve”, mi con-forta, mi con-sola, mi guarda, mi ama. In modo sempre più completo e totale. Perché io sia più me stesso, più uomo e la mia vita più vita. Poi don Carrón, il lavoro di scuola di comunità che mi ha costantemente educato a questo sguardo stupefatto della realtà (non ce ne rendiamo conto abbastanza della Grazia che lo Spirito ci ha fatto partecipando al carisma del movimento), padre Aldo Trento che mi ricorda nelle sue preghiere. Il miracolo degli amici che mi vengono a trovare e la compagnia dei miei figli e delle loro famiglie. Tutto ciò che ho attorno, la casa, i mobili, le tende, i piatti, eccetera. Nulla è scontato perché vedo le cose, le persone, il tumore, il mondo intero come un dono: per me! Chi sono io perché Tu te ne curi? Mi ami di un amore infinito e hai pietà del mio niente. Com’è possibile essere tristi dentro questa consapevolezza? Che grande letizia c’è nel mio cuore anche soffrendo con i dolori e i fastidi della malattia. È questa l’esperienza che vivo in questi mesi. Il bello è che sono qui a “far niente”, vivendo il tempo in attesa che la tossicità della chemio passi per poterne fare un’altra. È incredibile, stupefacente il constatare che non è il “fare” cose, magari importanti, che ti rende lieto. Che bello!! Ti svegli al mattino e già l’aprire gli occhi è pieno di gratitudine; poi l’abbraccio di Nella che mi dà il “buon giorno”; poi la colazione, le tazzine, i biscotti, il miele; poi le cure; poi le lodi, le preghiere al don Gius e alla Madonna e la lettura della scuola di comunità, di Tracce; poi il riposo perché sono talmente “rincoglionito” che non mi stanno aperti gli occhi; poi il pranzo; tutto mi commuove perché tutto mi è dato da Lui, mi parla di Lui, è segno di Lui; è Lui. Ogni giorno di più Lo desidero dentro questa realtà che mi viene incontro in modo così diverso da come la pensavo, ma così stupefacente che il mio cuore sobbalza letteralmente dalla gioia (il mio medico mi ha detto che ho i battiti del cuore alti). Perciò pieno di gratitudine offro tutto di me, così come sono, la mia sofferenza, il mio tempo e le mie giornate a Cristo, partecipando alla sua croce per il bene di tutti. lo gli chiedo che questa mia offerta sia un poco per te e per tutti gli amici del gruppo di scuola di comunità, in modo tale che il lavoro su di sé che don Carrón ci chiede continuamente, porti frutti di santità personale. Abbandonato totalmente nelle Sue braccia e alla Sua volontà così misteriosa, certo che Lui fa le cose bene, ti do un grande abbraccio. Lettera firmata Carissima, mi ha confortato molto la tua visita di ieri perché ho avuto innanzitutto la percezione che la tua presenza era “segno” evidente della tenerezza di Cristo nei miei confronti. Ho proprio gustato la tua visita. Nei nostri colloqui siamo andati al cuore dei problemi. «Vivere è Cristo e morire un guadagno»; cosa abbiamo di più caro se non Cristo presente ora? Cosa desideriamo per i nostri figli se non che vivano questo rapporto con Colui che risponde al desiderio del nostro cuore? Mia moglie mi raccontava dell’incontro di ieri sera con don Carrón e mi diceva che era stata colpita da una sua osservazione finale. Quando diceva che il problema non è nemmeno quello di un cambiamento, ma quello di gustare la Sua presenza. È questo che cambia tutto. E la Sua presenza mi sta rendendo le giornate così liete che vivo costantemente nello stupore. Com’è possibile non annoiarsi stando praticamente sdraiato quasi tutto il giorno a “far niente”? Eppure ogni attimo offerto, abbracciando e abbandonandomi alla croce di Cristo (attraverso questa mia condizione) è così prezioso che vale la pena viverlo. Offro perciò anche un poco della mia sofferenza per te e la tua famiglia. Davvero l’unica nostra “preoccupazione” è dire il nostro sì che rende vita qualsiasi situazione e che rende possibile la Sua presenza ora. Grazie. Un abbraccio. Lettera firmata - Post apocalypto - Aldo Trento 7 ottobre, 2012

sabato 6 ottobre 2012

Gesù, il “grande sconosciuto”. Interviste a Camisasca e Santoro

Oggi Cristo è sempre più estraneo anche agli stessi cattolici. Per i vescovi Camisasca e Santoro è questo lo scopo del Sinodo e dell’Anno della fede. «Mostrare la bellezza che il cristianesimo introduce nella vita»
Un anno per riporre al centro la questione di Dio, che secondo Benedetto XVI è il “grande sconosciuto” del mondo contemporaneo. L’11 ottobre prossimo inizierà l’Anno della fede indetto dal Papa, verrà inaugurato mentre è in pieno svolgimento il Sinodo dei vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (7-28 ottobre 2012). L’evidente preoccupazione di Benedetto XVI è ben espressa dalla domanda evangelica: «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?». Sulla terra vuol dire anche nella Chiesa, e pare questo il cruccio di Papa Ratzinger, che nel documento in cui spiega perché ha voluto l’Anno della fede, scrive: «Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggiore preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta Fidei). Che cosa sia la fede Benedetto XVI l’ha detto sin dalla sua prima enciclica: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est). Ora convoca un Sinodo per discutere con i vescovi come l’evangelizzazione, il cui obiettivo è la realizzazione di questo incontro, debba rinnovarsi, possa farsi “nuova”. “Nuova evangelizzazione” è una formula introdotta da Giovanni Paolo II, che di fronte alla distinzione tra missione ad gentes e missione nei paesi dell’antica cristianità, spiegava: «I confini fra cura pastorale dei fedeli, nuova evangelizzazione e attività missionaria specifica non sono nettamente definibili, e non è pensabile creare tra di esse barriere o compartimenti stagni. (…) Le Chiese di antica cristianità, alle prese col drammatico compito della nuova evangelizzazione, comprendono meglio che non possono essere missionarie verso i non cristiani di altri paesi e continenti, se non si preoccupano seriamente dei non cristiani in casa propria: la missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo per quella ad extra, e viceversa» (Redemptoris missio).
Momenti di energia e stanchezza - Abbiamo chiesto a due vescovi che hanno esperienza di entrambe le dimensioni del problema di aiutarci a capire l’indirizzo e l’impulso che Benedetto XVI ha voluto dare alla Chiesa con questo Sinodo e con l’Anno della fede. Il primo è monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, a lungo missionario “ad gentes” in Brasile dove ha guidato la diocesi di Petropolis. Il secondo è monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia. L’abbiamo interpellato, prima che fosse pubblicata la sua nomina, in quanto fondatore e superiore generale della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo che forma sacerdoti per le missioni ed è presente in più di venti paesi, in Europa, Stati Uniti e nelle cosiddette “terre di missione”. Per monsignor Camisasca non si capisce e non si entra nell’Anno della fede se non si risponde alla domanda: «Perché la fede è interessante per ogni uomo? La sfida di questo momento è che la fede sembra ai più qualcosa di non interessante, oppure interessante soltanto per taluni, o per alcuni aspetti dell’esistenza, o solo in alcuni momenti». Richiesto di spiegare come e quando l’interesse per la fede si è ridotto nei termini da lui descritti, Camisasca dice che «l’allontanamento di intere generazioni dalla Chiesa si è manifestato nel ’68, ma ha radici più lontane». Il dilemma è conosciuto: è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità? «Io penso – risponde Camisasca – che la storia della Chiesa è una storia complessa: essa vive momenti di grande energia e poi momenti di stanchezza, come è nella vita dell’uomo. I momenti più vivi sono i momenti della sua santità. Sono momenti di verità segnati da qualcosa di imponderabile, ma anche portatori di una novità nella storia». Imponderabile? «Tu non puoi fabbricare madre Teresa, non puoi fabbricare Giovanni Paolo II, non puoi fabbricare padre Pio. Ma di fatto la possibilità della Chiesa di parlare a tutti gli uomini ha la sua radice nella santità. E sono proprio i santi coloro che mostrano come il cristianesimo sia realmente un umanesimo».
Il battesimo e la missione - Monsignor Santoro, uno dei quattro vescovi italiani chiamati a partecipare al Sinodo direttamente da Benedetto XVI, ci risponde al telefono di ritorno da una visita all’Ilva di Taranto, e spiega così “l’umanesimo” evocato da Camisasca: «Ritengo essenziale questo nuovo annuncio che parte dalla fede, che è dono, come messo bene in evidenza dal Santo Padre, cioè l’incontro del Mistero con la vita dell’uomo e la sua condizione. Nei paesi di antica tradizione cristiana è come se tutto ciò fosse ovvio, un’eredità del passato già conosciuta ma non sperimentata, di fatto non profondamente conosciuta. È necessario, proprio in questi paesi, riproporre la fede come risposta alle domande della persona, del suo cuore. Questo può accadere attraverso la testimonianza della novità che il Mistero produce a livello umano». Quanto ai paesi di nuova o ancora non compiuta evangelizzazione, per Santoro «il problema è una proposta di novità in cui si mostra la bellezza che il cristianesimo introduce nell’esistenza». Sono due situazioni diverse, sottolinea Santoro, «in una c’è come da smontare una struttura consolidata di già saputo e quindi di già scartato, nell’altra c’è una facilitazione, ma anche lì se non si mostra il fascino della fede le persone saranno vittime del secolarismo, o delle nuove sette che fanno della fede una proposta di successo immediato nel lavoro e nell’amore. In entrambe le situazioni è necessario mostrare la fede come pienamente adeguata all’esperienza umana». La fede può essere «interessante per l’uomo – insiste Camisasca – perché è l’incontro con quell’Uomo che ci rende uomini. Quindi, in un senso reale e profondo, la fede è qualcosa che riguarda tutti. Non c’è uomo venuto al mondo che non sia destinato a incontrare Gesù. Ma le modalità di questo incontro sono decise da Dio: sono personali, sono diverse e talvolta molto strane. Qui si capisce la fede come dono, perché questo incontro è donato a ciascuno secondo modalità differenti. A molti di noi, in Occidente, è stato donato attraverso il battesimo. La scoperta che la fede sia la strada verso la pienezza dell’umano per ogni persona rende il nostro battesimo un fatto missionario che ci porta a incontrare gli altri uomini, ad aiutarli a scoprire le vie che portano a Gesù. Sarà poi il Signore a farsi incontrare da loro». Testimoniare la carità - La scelta del battesimo nasce nella famiglia, che oggi sembra un valore del passato, ma per Camisasca il problema non è «ricostruire il passato, ma la continuità fra le generazioni senza la quale non c’è vita del popolo, della famiglia, della persona. La persona vive infatti degli affetti e delle ragioni che la precedono e che vuole trasmettere». Come allora trasmettere la fede, cioè le sue ragioni, in un mondo che vanta i successi dell’autonomia della ragione in campo culturale e morale vissuta in contrapposizione alla fede? «Io penso – dice Santoro – che il rapporto tra fede e ragione sarà una delle questioni notevoli di questo Sinodo, ma non in senso accademico, quanto piuttosto nel contesto del rapporto tra umanità e Mistero, tra condizione umana e dono di Dio. Nel nostro mondo secolarizzato è importante la testimonianza della carità, coniugare la fede e la carità, non appena gestendo servizi religiosi o sociali, ma mostrando che il Signore risponde alla condizione umana: la nostra miseria, in tutti i suoi aspetti materiali e spirituali e in tutte le sue dimensioni, è accolta e abbracciata dall’amore del Signore. Quindi, una fede amica della ragione che sa condividere il bisogno dell’uomo nella carità». http://www.tempi.it/

mercoledì 3 ottobre 2012

La vita come vocazione

Giornata d’inizio anno degli adulti e degli studenti universitari di Cl. Mediolanum Forum, Assago (Milano), 29 settembre 2012
JULIÁN CARRÓN «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Questa è la promessa di Gesù, che lo Spirito Santo ci porterà alla verità tutta intera. Perché abbiamo questo bisogno? Perché la verità viene continuamente minacciata dalla sua riduzione, cioè dall’ideologia. Anche noi corriamo sempre questo rischio nel modo di guardare la realtà e noi stessi, di concepirci, di concepire l’avvenimento cristiano, di vivere la vocazione. Non ridurli e non ridurci è una grazia che dobbiamo invocare, mendicare da Colui che Cristo ci ha indicato, lo Spirito. Solo Lui ci può portare a quella autocoscienza vera di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno per vivere. Perciò cominciamo il nostro gesto mendicandoLo. Canti: - Discendi Santo Spirito - Il mio volto Intervento di DAVIDE PROSPERI Innanzitutto saluto tutti i presenti qui, ad Assago, e quanti sono collegati in Italia e all’estero. Anche quest’anno abbiamo scelto di ritrovarci insieme come inizio, e già in questo c’è una novità che riaccade ogni volta, che è data dalla Presenza che affermiamo ritrovandoci per riprendere il cammino insieme. Lo scopo di questo momento non è tanto quello di segnalare una parola nuova, ma innanzitutto di aiutarci a non perdere il gusto del cammino. Un anno fa, proprio qui ad Assago, Carrón citava una frase di don Giussani del 1995: «La radice della questione è il fattore costitutivo di ciò che c’è, e la parola più importante per indicare il fattore più importante di quel che c’è è la parola presenza. Ma noi non siamo abituati a guardare come presenza una foglia presente, un fiore presente, una persona presente, non siamo abituati a fissare come presenza le cose presenti» (Milano, 1 febbraio 1995). Ecco, noi siamo qui oggi per aiutarci a riconoscere questa presenza. Comincio subito col dire che il fatto più significativo che ci è stato dato di vivere quest’anno è stato senz’altro l’avvio della causa di beatificazione di don Giussani. Dico il più significativo per noi, come spunto acuto di consapevolezza di quello che ci è accaduto incontrando il carisma a lui donato. Siamo chiamati a prendere coscienza che quello che ha investito la vita di tanti incontrando l’esperienza del movimento non è nostro, ma è per tutta la Chiesa e per il mondo. Da questo punto di vista, una cosa che mi si è più chiarita quest’anno è proprio un aspetto fondamentale del compito che abbiamo davanti al carisma. Non si tratta di spingere avanti il discorso di Giussani, i contenuti della sua predicazione; infatti quello che abbiamo vissuto manifesta come il nostro contributo stia innanzitutto nell’esperienza che viviamo e nel giudizio che diamo su quello che accade, perché questo giudizio è messo continuamente alla prova, a nudo, nella sua verità dalle circostanze che Dio ci dà da vivere. Come don Giussani stesso ricordava: «Le circostanze per cui Dio ci fa passare sono fattore essenziale e non secondario della nostra vocazione, della missione a cui ci chiama» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino. In cammino, Marietti, Genova 1999, p. 63). A questo riguardo, agli Esercizi della Fraternità Carrón sottolineava: «Il Signore, sempre presente nella storia, ha voluto suscitare nel mezzo del ventesimo secolo un carisma come cammino per conoscere Cristo, proprio in questa situazione culturale in cui ci troviamo a vivere, perché l’humus culturale che gli illuministi hanno introdotto in Europa determina in gran parte il nostro modo di vivere il reale e di vivere la fede ([...] che riduce la fede a sentimento, a devozione o a etica). Per questo la storia di don Giussani è così significativa, perché ha vissuto le nostre stesse circostanze, e ha dovuto affrontare le stesse sfide e gli stessi rischi, ha dovuto fare lui stesso il cammino» (J. Carrón, «Non vivo più io, ma Cristo vive in me», suppl. Tracce, n. 5/2012, p. 20). Io capisco che questo è il primo mandato che ci viene consegnato: accettare di fare lo stesso cammino, prendendolo sul serio fino in fondo, senza sconti. Così, ciò che ci fa certi in questo cammino non è tanto l’aver capito quello che ci è stato detto (o, peggio, il pensare di averlo capito), quanto piuttosto quello che rende sicuro il passo è l’essere stati presi, afferrati, essere attratti da un’esperienza di verità totalizzante come quella che ci ha affascinato incontrando quest’uomo e tutto ciò che da lui è nato. Come ha detto papa Benedetto qualche settimana fa ai suoi ex studenti in un’omelia a Castel Gandolfo, ciascuno di noi può ridurre la fede, il cristianesimo, a discorso, come una verità che noi pensiamo di possedere, e proprio per questo, a volte, siamo accusati di intolleranza, e il Papa dice: non è che sbagliano quando ci dicono così, perché «nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! [un’esperienza] Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, [...] pellegrini della verità» (Benedetto XVI, Omelia alla S. Messa a conclusione dell’incontro con il “Ratzinger Schülerkreis” , Castel Gandolfo, 2 settembre 2012). Riguardando a posteriori i contenuti della proposta dell’anno passato (dalla scorsa Giornata d’inizio anno a tutto il lavoro di Scuola di comunità, fino agli Esercizi della Fraternità), ci accorgiamo che tutta la traiettoria educativa è stata prima di tutto un giudizio sull’esperienza fatta, piuttosto che un richiamo a una posizione da assumere per il futuro. Abbiamo vissuto molte circostanze che ci hanno anche messo alla prova, che ci hanno sfidato su una posizione originale: o si tiene il legame col ceppo, con l’origine di quello che ci ha preso, oppure è diventato chiaro che l’alternativa è il prevalere di un’analisi, si diventa reattivi; è una tentazione irresistibile. Pensiamo, ad esempio, alla vicenda della crisi economica, tutti ne abbiamo risentito e quanti anche tra di noi ne sono stati investiti, talvolta con danni tremendi. Eppure, proprio partendo dalla nostra storia, abbiamo tentato un giudizio originale con il quartino «La crisi, sfida per un cambiamento»; e questo giudizio è stato - direi con sorpresa - un fattore di presenza e di incontro con tanta gente che ha voglia di rimettersi in marcia, e che non si è ancora concluso, ma prima ancora è stato una molla che ha messo in moto noi. Davanti a tutto quello che sta succedendo abbiamo detto che la realtà è positiva, non per una ingenuità, ma perché vediamo tanti anche tra di noi che ci testimoniano che la realtà, in quanto c’è, così com’è, è una grande provocazione, l’occasione per un cambiamento, per un miglioramento, perché è più grande di noi e quindi c’è una speranza. Per cui, per essere realisti, non possiamo aspettarci di ridurre quello che c’è alla nostra misura, a quello che sapevamo già, al punto in cui ci sentivamo sicuri, ma dobbiamo accettare di aprirci per poter crescere. Poi si è inasprita un’aggressione mediatica anche su Cl in quanto tale, l’abbiamo visto soprattutto sui giornali, mossa soprattutto dal dibattito sulla politica, e anche qui - lo ricordiamo bene - la lettera di Carrón, pubblicata su Repubblica il primo maggio, ha spiazzato tutti, dentro e fuori il movimento, perché ha posto una provocazione sulla radice della questione. Ci siamo ripetuti spesso, quest’anno, l’affermazione di don Giussani: «Quando [...] la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a minacciare la vivacità di una nostra espressione e quando una egemonia culturale e sociale tende a penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona» (L. Giussani, «È venuto il tempo della persona», a cura di L. Cioni, Litterae Communionis CL, n. 1, gennaio 1977, p. 11). Nel contesto generale di sospetto, di livore e - diciamolo pure - anche di menzogna in cui abbiamo vissuto e che abbiamo respirato, questa lettera, pubblicata proprio su uno dei giornali più accanitamente lontani come impostazione del pensiero, ha aperto un varco a uno sguardo nuovo, a una possibilità nuova di guardare le circostanze, che ci sono date per la costruzione di un bene più grande. Un giudizio vero non è sempre immediato, ma certamente è un giudizio che muove. «Per questo - diceva nella lettera - non abbiamo altra lettura di questi fatti se non che essi sono un potente richiamo alla purificazione, alla conversione a Colui che ci ha affascinato. È Lui, la sua presenza, il suo instancabile bussare alla porta della nostra dimenticanza, della nostra distrazione che ridesta in noi ancora di più il desiderio di essere suoi» (J. Carrón, «Carrón: da chi ha sbagliato un’umiliazione per Cl», la Repubblica, 1 maggio 2012). Non c’è giudizio del mondo che possa vincere sull’affermazione di chi siamo: siamo Suoi. Sotto Natale un’amica raccontava che un giorno sua figlia è tornata a casa dalla scuola media un po’ turbata. C’era stata l’annuale festa natalizia ed era rimasta colpita da un suo compagno che aveva perso il papà. Allora questa ragazzina ha detto: «Mamma, io non so se ce la farei ad essere felice al suo posto», perché lo vedeva spesso contento, anche alla festa l’aveva visto contento. Allora sua mamma, come fanno di solito le mamme, ha cercato subito di “correre ai ripari” spiegandole che la madre di quel bambino è una gran donna, che non gli mancherà nulla, eccetera. Ma tutte queste spiegazioni, certamente vere, alla figlia non bastavano, perché lei aveva visto una cosa ancora più vera, nella sua semplicità di bambina aveva visto più in profondità: era stata ferita. Il Mistero aveva aperto una breccia e si era affacciato. Lei aveva intravisto in quel suo compagno una grandezza straordinaria, inimmaginabile, aveva visto che aveva un destino (noi siamo fatti per la felicità), e per questo si era fatta subito una domanda su di sé, perché anche lei aveva un destino. E noi abbiamo fatto un Meeting questa estate per cercare di dire che cos’è questo destino: la natura dell’uomo, la sua consistenza, quello per cui si alza ogni mattina e si impegna in tutte le sfide che si trova ad affrontare, la sua grandezza è il rapporto con l’infinito. Allora possiamo vedere che Dio ci ha dato questo anno per renderci più consapevoli di quello che noi siamo, dell’ideale al quale siamo attaccati e per cui viviamo, e ce lo ha chiarito attraverso le circostanze che ci ha dato, anche quelle magari non sempre immediatamente desiderabili. Proprio per questo, incominciando il nuovo anno, ti chiediamo: che cosa vuol dire tutto quello che ci è capitato? Che cosa permette di imparare a vedere quello che c’è dentro le circostanze e che tante volte si fa così fatica a vedere? Questo lo sentiamo particolarmente urgente perché, senza poter riconoscere la vera consistenza delle cose, è molto arduo percorrere il sentiero per il compimento del proprio destino umano. JULIÁN CARRÓN Mi auguro, anzitutto, che ciascuno riprenda quanto ha appena detto Davide, perché è una testimonianza di che cosa vuol dire fare un cammino, è una sintesi del percorso fatto che ci aiuta tutti a fissarlo con consapevolezza nella memoria, in modo tale che non si perda. Che cosa c’entra - mi chiede - tutto quanto ci è capitato e continua a capitarci con l’urgenza di imparare a vedere quello che sta dentro le circostanze e che tante volte facciamo così fatica a vedere? Questo lo sentiamo particolarmente urgente perché, senza poter riconoscere la vera consistenza delle cose, è molto arduo percorrere la strada per il compimento del proprio destino umano. 1. CONSISTENZA E CIRCOSTANZE La fatica a percepire quel che sta dentro le circostanze ha a che vedere con la «egemonia culturale e sociale [che] tende a penetrare il cuore» (L. Giussani, «È venuto il tempo della persona», op. cit., p. 11) di ciascuno di noi. Colpisce che Benedetto XVI - non cede su questo punto -, rivolgendosi alla Cei, abbia cominciato proprio da qui, da questa riduzione che non è senza conseguenze: «La razionalità scientifica e la cultura tecnica, infatti, non soltanto tendono ad uniformare il mondo, ma spesso travalicano i rispettivi ambiti specifici, nella pretesa di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste. Così il potere delle capacità umane finisce per ritenersi la misura dell’agire [...]. Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto» (Discorso all’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, 24 maggio 2012). Ma come può essere sfidata questa riduzione della ragione? È sfidata dalla realtà, dalle circostanze, come don Giussani - tenetelo sempre a mente - ci ha indicato nel decimo capitolo de Il senso religioso: le domande della ragione si destano nell’impatto con la realtà. «La vita è questa trama di circostanze che, assediandoti, ti toccano e ti provocano (“provocano”: qui c’è la radice della più bella parola cristiana sulla vita: “Vocazione”)» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, Bur, Milano 2007, p. 387). Ci sono tantissime testimonianze di questo, ne leggerò solo qualcuna. «Sono psicologa in ospedale, dove mi occupo di gravidanza. Una donna e suo marito hanno cercato per molto tempo un figlio e a febbraio, finalmente, la gravidanza tanto attesa arriva. Un mese dopo, alla donna viene diagnosticato un tumore ai polmoni con metastasi diffuse in gran parte del corpo. Al primo contatto non le viene data alcuna speranza di sopravvivenza. Con il proseguimento della gravidanza le viene consigliata l’interruzione. Prima di conoscerla personalmente, incontro un’ostetrica che mi riferisce che loro hanno cercato di entrare il meno possibile nella stanza di questa donna perché il carico da portare è troppo. E un ginecologo dice: “Io cerco di entrare solo per lo stretto indispensabile, perché è un finale già stabilito”. La prima volta che incontro questa donna in stanza presento, come faccio di solito, il servizio offerto dall’ospedale, ma mi accorgo di essere in imbarazzo e mi fermo poco. La volta successiva entro in punta di piedi, rimango da sola con lei, che mi racconta di sé, del dolore acuto nel corpo, della difficoltà a comprendere come, dopo un miracolo (essere rimasta incinta, quello che tanto desiderava), possa esserle stata data una punizione (il tumore con le metastasi). Più rimango davanti a lei, più la mia solita veste professionale da sola non regge, non trovo appigli, mentre si aprono dentro di me le stesse domande sue, lo stesso grido, che mi porto fuori dalla stanza, dove inizio a intuire che la mia capacità professionale non c’entra, che c’è di più [pensiamo di cavarcela con la nostra razionalità scientifica, ma la realtà ci spinge, ci sfida ridestando le stesse domande: c’è di più!]. Quella donna incinta e malata mi rimette di fronte a tutta la mia umanità bisognosa dentro il mio ruolo professionale». La ragione del valore delle circostanze è semplice: «Dio non fa nulla per caso» (L. Giussani, Qui e ora. 1984-1985, Bur, Milano 2009, p. 446). Questa è l’unica lettura vera del reale, delle circostanze. Altro che dietrologie (in cui tante volte ci fermiamo fino a stancarci)! Le circostanze, belle o brutte che siano, tutte, sono modi attraverso cui il Mistero ci chiama. Non sono, come tante volte noi le interpretiamo secondo la nostra misura (cioè il nostro razionalismo), la fregatura da sopportare. Hanno uno scopo ben preciso nel disegno di Dio. Quale scopo? Lo si capisce bene a partire dalla concezione di realtà che don Giussani non si è mai stancato di comunicarci e di testimoniarci. Rileggiamo che cosa diceva davanti a una sfida ancora più drammatica di adesso, quando intorno al sessantotto il movimento fu decimato: «Nella vita di chi Egli chiama, Dio non permette che accada qualche cosa, se non per la maturità, se non per una maturazione di coloro che Egli ha chiamati. Questo vale innanzitutto per la vita della persona, ma ultimamente e più profondamente per la vita della sua Chiesa, perciò, analogamente, per la vita di ogni comunità [...]. Dio non permette mai che accada qualche cosa, se non per una nostra maturità, per una nostra maturazione. Anzi [ecco il test che Giussani propone per verificare se stiamo diventando più maturi], è proprio dalla capacità che ognuno di noi e che ogni realtà ecclesiale ha (famiglia, comunità, parrocchia, Chiesa in genere) di valorizzare come strada maturante ciò che appare come obiezione, persecuzione, o comunque come difficoltà, è dalla capacità di rendere strumento e momento di maturazione questo, che si dimostra la verità della fede» (L. Giussani, «La lunga marcia della maturità», Tracce, n. 3/2008, p. 57). In che cosa consiste, dunque, la nostra maturazione? È la maturazione della nostra autocoscienza, è la generazione di un soggetto in grado di avere consistenza in mezzo a tutte le vicende della vita. Perché le circostanze introducono una lotta: «Allora, è la lotta che ci tiene svegli, e questa lotta è la trama normale della vita: ci tiene svegli, cioè ci matura la consapevolezza di ciò che è la nostra consistenza o la nostra dignità, che è un Altro» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., p. 389). Le circostanze, perciò, ci sono date perché maturi in noi la consapevolezza di ciò che è la nostra consistenza, affinché noi prendiamo veramente coscienza che la nostra consistenza è un Altro. Per vedere bene qual è la modalità con cui noi di solito affrontiamo queste sfide, basta che facciamo un paragone col canto che abbiamo appena cantato, Il mio volto, e che ci lasciamo colpire da esso. Perché questo canto - mi sono sorpreso a pensarlo spesso negli ultimi tempi - sarebbe quasi impossibile che qualcuno di noi lo scrivesse oggi... «Mio Dio, mi guardo ed ecco scopro / che non ho volto; / guardo il mio fondo e vedo il buio / senza fine [verificate che cosa facciamo noi quando vediamo il buio senza fine, come lo affrontiamo, come reagiamo, come ci agitiamo, e poi paragoniamolo con quel che dice il canto]. // Solo quando mi accorgo che tu sei, / come un’eco risento la mia voce / e rinasco» (A. Mascagni, «Il mio volto», Canti, Coop. Ed. Nuovo Mondo, Milano 2007, p. 203). Quante volte, davanti al buio, ciascuno di noi si sorprende a fare il percorso che descrive il canto? E invece quante volte arriviamo al buio e ci agitiamo cercando una conferma al di fuori dell’esperienza per aggrapparci a qualcosa? Per questo dico: oggi chi sarebbe in grado di comporre un canto così? Immaginate, invece, se ogni volta che uno è nel buio, facesse quello che il canto dice: guardare il fondo, senza rimanere a un uso ridotto della ragione, fin quando riconosce il Tu che è al fondo di ogni buio. Che autocoscienza di sé acquisterebbe ogni volta! Che capacità di vivere nella verità di sé, non determinato costantemente dal buio, non dovendo costantemente fuggire dal buio, perché ha incontrato lì, in fondo al buio, in fondo al reale, in fondo a se stesso, che cosa lo costituisce! E qual è il segno? Non che ho altri pensieri o altri sentimenti. No! Lo riconosco da un fatto reale: che io rinasco. Come dice questa lettera: «Carissimo Julián, la vita, seguendo, diventa ogni giorno più affascinante. Ogni istante in cui prendo coscienza di chi sono e del rapporto con il Signore che, solo, rende la mia persona salda e lieta, diventa la possibilità di camminare verso il mio compimento. Sono una casalinga, ho tre figli; e sono una grande avventuriera. Non mi sono mai sentita schiacciata dalla solitudine inevitabile che la mia vita mi regala e dalla fatica di un lavoro che non risulta pubblico (come cambiare pannolini o preparare pappe ai bambini), perché davvero, finalmente, dando credito alla verità di quello che sempre ci dici (come sempre ci diceva don Gius), tutte le volte che si affaccia sull’orizzonte del quotidiano un qualche senso di soffocamento o di menzogna, mi accade di pensare a te, penso al mio io, a Chi lo sta facendo in quell’istante, e immediatamente scopro il rapporto unico e grande che mi costituisce, e tutto torna al suo giusto posto e respiro l’aria fresca della mia libertà, l’aria fresca della Sua presenza. Io voglio solo ringraziarti perché in questi anni sto iniziando realmente a conoscere e a seguire don Giussani, e perché non passa giorno in cui ogni circostanza - oserei dire anche il mio male, il mio peccato - mi accorgo e domando che possa essere la grande occasione per fare il mio passo certo e consapevole verso il mio destino. Questa è la grande speranza per me, per i miei cari e per tutto il mondo». Allora capite perché le circostanze sono parte essenziale della vocazione: perché ci sfidano, perché se a volte non fossi nel buio più buio, potrei vivere senza accorgermi del Mistero, senza il bisogno di rendermi veramente cosciente di che cosa sono e del fatto che Lui c’è; e così rinascere. «Autocoscienza è la capacità di riflettere su di sé fino in fondo [che non vuol dire rimanere in una introspezione psicologica]. Ma se uno riflette su se stesso fino in fondo in modo totalmente cosciente, incontra un Altro, perché dicendo “io” in modo totalmente autocosciente, m’accorgo che io non mi faccio da me» (Raduno di sacerdoti, 9-16 settembre 1967, La Verna (Ar), Archivio Cl). E quando mi rendo conto che non mi sono fermato a metà strada, che sono arrivato a questo Altro? Per un ragionamento? Per un sentimento? Per un autoconvincimento? Perché rinasco! Io mi domando: in tutto questo periodo in cui siamo stati così sfidati dalle circostanze, quante volte ci è capitato di essere costretti a fare questo percorso, fino a rinascere nel riconoscimento del Tu? Io, vi confesso, ho dovuto farlo una infinità di volte, altrimenti vi garantisco che non sarei più qua. Perché uno può essere dall’altra parte del mondo e gli arriva per email l’ultimo articolo del giornale che ci attacca pesantemente, e lì non c’è spazio per la fuga: o uno si lascia determinare dalla reazione e ridurre a questo per tutta la giornata, o ricomincia a fare un percorso e riconosce ancora una volta di non essere quello che dicono i giornali, ma legame con Uno che lo fa. Davanti a ogni circostanza e a ogni sfida, che sono costanti, io sono costretto a decidere se rimanere nel lamento oppure se guardarla come la possibilità attraverso cui il Mistero chiama me al rinnovamento della mia autocoscienza. Il problema non è che ci tolgano il buio, o che ci risparmino certi attacchi; «il vero nostro problema è uscire dall’immaturità» (L. Giussani, «La lunga marcia della maturità», op. cit., p. 70), cioè iniziare a dire “io” da uomini veramente coscienti di quel che sono. Per questo è il tempo della persona. Perché la nostra immaturità non è generata - come a volte pensiamo - dagli altri o dalle circostanze o dagli attacchi che ci troviamo ad affrontare. Non confondetevi: gli altri non hanno il potere di generare questa nostra immaturità, ma mettono soltanto in evidenza che c’è, ci rendono coscienti fino a che punto siamo inconsistenti, ce lo fanno scoprire; ci fanno scoprire che tante volte noi siamo più determinati dalle circostanze che dall’autocoscienza. Allora la questione non è lamentarsi delle circostanze - quanto tempo perdiamo in uno sterile lamento! -, ma uscire dall’immaturità. Il Signore vuole farci uscire dall’immaturità generando un soggetto così consistente che sia in grado di sfidare qualsiasi buio, qualsiasi circostanza, qualsiasi problema. Altrimenti noi nel reale non ci saremo, tenteremo di fuggire, come vediamo accadere intorno a noi: i medici non entrano più nelle stanze dei malati perché c’è troppa realtà per starle davanti. E noi pensiamo di poter stare davanti a tutte le sfide senza avere consistenza? Così si introduce uno sguardo diverso sulle circostanze, e si capisce qual è il senso della vita come vocazione: «Vivere la vocazione significa tendere al destino per cui la vita è fatta. Tale destino è Mistero, non può essere descritto e immaginato. È fissato dallo stesso Mistero che ci dà la vita. Vivere la vita come vocazione significa tendere al Mistero attraverso le circostanze in cui il Signore ci fa passare, rispondendo ad esse. [...] La vocazione è andare al destino abbracciando tutte le circostanze attraverso cui il destino ci fa passare» (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, SEI, Torino 1995, pp. 49-50) (non quelle che scegliamo noi, come se le potessimo decidere noi, ma tutte). Che il Signore ci faccia camminare al destino attraverso circostanze avverse è qualcosa di misterioso, la Bibbia ce lo ricorda sempre: «Le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Quando facciamo attenzione ci accorgiamo che questo, paradossalmente, è così conveniente per la generazione di un soggetto che senza di questo noi ci perderemmo nella banalità più assoluta, nella distrazione più superficiale, nella riduzione più tremenda. Perché tutte le circostanze attraverso cui il Mistero ci fa camminare al destino sono per risvegliare il nostro soggetto umano, in modo tale da avere il vigore che gli consente di vivere in qualsiasi contingenza. È la verifica della fede, è la verifica dell’avvenimento cristiano: se il cristianesimo è in grado di generare un soggetto consistente, non fuori dalla realtà, non nella nostra stanza, ma nel reale così come il reale ci sfida. E qual è il vigore, qual è la forza dell’io? Dove si trova? La forza dell’io è soltanto nell’autocoscienza. Perciò tutte le circostanze per cui il Signore ci fa passare sono per maturare in noi «l’autocoscienza, una percezione chiara ed amorosa di sé, carica della consapevolezza del proprio destino e dunque capace di affezione a sé vera, liberata dall’ottusità istintiva dell’amor proprio. Se smarriamo questa identità, nulla ci giova» (L. Giussani, «È venuto il tempo della persona», op. cit., p. 12). 2. GLI ELEMENTI DELLA NOSTRA AUTOCOSCIENZA Gli elementi della nostra autocoscienza ce li ha ricordati il Papa nel suo messaggio al Meeting di Rimini, lo scorso agosto. a. Dipendenza originaria: «Fatti» «Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore. L’uomo è una creatura di Dio [tutti sappiamo queste frasi, tutti le sappiamo, io per primo, ma se non le riscopriamo rispondendo alle circostanze, rimangono lì nel cassetto delle nostre conoscenze inutili, e poi tutti siamo spiazzati da qualsiasi circostanza; per questo, vi prego (come chiedo per me stesso) di non soccombere alla tentazione di pensare che già lo sappiamo. Non lo sappiamo! Altrimenti vivremmo con una intensità che noi tante volte nel quotidiano ci sogniamo]. Oggi questa parola - creatura - sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare “scomoda” poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro - non gestibile dall’uomo - che entra a definire in modo essenziale la sua identità; un’identità relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati». Questo non ce lo può togliere alcuna circostanza, alcun potere, alcun attacco, perché costituisce la verità di noi più dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti o delle nostre reazioni, o degli altri: non sono gli altri a definire che cosa siamo noi; noi siamo questa dipendenza originaria, e quando questa dipendenza originaria non è così consapevole, allora siamo in balìa di tutti, lo vediamo al lavoro, nei rapporti, con gli amici, leggendo i giornali, stando da soli. Eppure, sottolinea Benedetto XVI, «questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio» (Benedetto XVI, Messaggio al XXXIII Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, 10 agosto 2012). «Ma il peccato originale?», ci domandiamo spesso. Continua il Papa: «Il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo [cioè il desiderio di respirare, il desiderio di uscire dal bunker], quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. [...] “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua”. [...] Non solo la mia anima, ma ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di “falsi infiniti” che possano soddisfare almeno per un momento» (Ivi). Siamo talmente costituiti da questo Mistero che ci vuol bene, che neanche noi, con tutto il nostro male, possiamo ridurre questa sete. Allora questa sete grida, grida, grida Lui, grida che c’è qualcosa in me che resiste, che permane dopo tutte le mie distrazioni, dopo tutto il mio male, dopo tutto il mio confondermi. Dite se non rimane la sete, che è il segno di qualcosa di irriducibile, un dato: siamo fatti per l’infinito. Questo è il nostro destino. Questo dato è il primo elemento della nostra autocoscienza, di una percezione chiara e amorosa di sé. La dipendenza originaria costituisce la verità di noi: siamo frutto di un atto di amore di Dio. Siamo! E nessuno sbaglio, nessuna distrazione, nessuna circostanza, nessun dolore può cancellare il fatto che io ci sono. E se ci sono, il Mistero che mi fa mi sta gridando, per il fatto di esserci: «Tu sei un atto di amore Mio. Tu sei fatto per Me ora, sei fatto a Mia immagine e somiglianza». E allora acquista tutta la sua portata la frase che tutti “sappiamo” e che ci farebbe respirare, se noi ne prendessimo consapevolezza: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò» (Gen 1,27). Questo, ci dice don Giussani, è il fondamento dell’affezione a sé (e noi che tante volte andiamo a mendicare le briciole che cadono dalla tavola di qualche potente!): «L’affezione a se stessi non può essere motivata da quel che si è; è motivata dal fatto che si è, è la sorpresa di sé come dono di qualcosa d’altro, come grazia, come sorpresa di essere, come fatto di un altro. Se la prima cosa che fa Dio è amarti, qual è l’imitazione più immediata di Dio? L’imitazione di Dio è la sorpresa di amarsi, di volersi» (Memores Domini, 8 ottobre 1983, pro manuscripto). «Se uno non ha amore, se uno non ha tenerezza per se stesso, imita Dio in niente; se uno non imita Dio nell’amare, non può imitare Dio, perché la prima cosa, e fondamentale, con cui Dio si rivela all’uomo che è fatto a Sua immagine e somiglianza, la prima somiglianza con Dio è amare sé. Perché la prima cosa che fa Dio è amarti» (Memores Domini, 3 maggio 1987, pro manuscripto). Ciascuno può fare il paragone tra la coscienza che ha di sé e ciò che dice don Giussani; non per lamentarci di quanto siamo ancora inconsistenti, ma per gustare una promessa, per riscoprire la possibilità di non perdere quel che ci diciamo. b. Avvenimento cristiano: «Suoi» A noi è successo un altro fatto, che costituisce il secondo elemento della nostra autocoscienza e che risponde a una domanda che spesso anche noi ci facciamo e che il Papa ha formulato così: «Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa [guardate che verbo usa!] sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’Incarnazione, dal momento in cui il Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana» (Benedetto XVI, Messaggio al XXXIII Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, op. cit.). Come ciascuno di noi sa che è successo proprio così, che queste non sono parole dette a vanvera? Perché anche noi, come Giovanni e Andrea, siamo stati presi, fino al punto che ciascuno può dire: mai sono stato me stesso come quando Tu mi sei accaduto. Questo è il contenuto dello sperimentare Cristo. Il secondo dato del contenuto della mia autocoscienza, dunque, è Cristo che mi è successo nella vita, che mi ha fatto sperimentare me stesso con una intensità, con una grandezza, con una pienezza che io non riesco a riprodurre con tutti i miei tentativi. Il contenuto della mia autocoscienza, del sentimento di me, è che il mio io sei Tu, Cristo. Tu sei me, Tu sei il mio vero io. Per questo si può sintetizzare il contenuto della mia autocoscienza con le parole di san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Ciascuno può guardare e vedere fino a che punto è questa autocoscienza di Cristo a dominare le giornate, oppure se è una frase scolpita sul muro, ma di cui non abbiamo un contenuto reale di esperienza. Il Papa ci ricorda la gioia e la gratitudine che invadeva la vita dei primi cristiani: «Infatti, nel Cristianesimo delle origini era così: l’essere liberato dalle tenebre dell’andare a tastoni, dell’ignoranza - che cosa sono? perché sono? come devo andare avanti? -, l’essere diventato libero, l’essere nella luce, nell’ampiezza della verità. Questa era la consapevolezza fondamentale. Una gratitudine che si irradiava intorno e che così univa gli uomini nella Chiesa di Gesù Cristo» (Benedetto XVI, Omelia alla S. Messa a conclusione dell’incontro con il “Ratzinger Schülerkreis” , op. cit.). Tutti sappiamo quanto Giussani fosse talmente dominato da questa coscienza, al punto tale da fare dire al cardinale Martini: «Ecco, tu, ogni volta che parli, ritorni sempre a questo nucleo, che è l’Incarnazione, e - con mille modi diversi - lo riproponi» (C.M. Martini citato in J. Carrón, «Carrón: sono addolorato, potevamo collaborare di più», Corriere della Sera, 4 settembre 2012). Che cos’era, ogni volta, sentirlo parlare! A questo punto il Papa tira le fila: «Nulla allora [dopo l’Incarnazione] è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino». È stupefacente come prosegue il Papa: «Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità» (Benedetto XVI, Messaggio al XXXIII Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, op. cit.). Capite? Vivere la vita come vocazione è camminare al destino attraverso ogni cosa, che non è più banale e insignificante, ma acquista la capacità di richiamarci all’autocoscienza. Le circostanze ci sono date per risvegliare questa autocoscienza, non perché le circostanze possano darci quello che abbiamo detto (il fatto di esserci e il fatto che Cristo ci accada), ma perché le circostanze ci aiutano a scoprire carnalmente, sperimentalmente che cosa vuol dire Cristo e che cosa vuol dire il fatto che io ci sono, perché il Signore ci fa camminare al destino attraverso tutte le circostanze che fa capitare. Per questo: «Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita» (Ivi). Il Signore richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere uomini, fatti per l’infinito. E questo è quello che documenta la Rivelazione, che tutto quanto ci è dato, ci è dato per la nostra maturazione, per crescere in questa autocoscienza. Perciò questo è il tempo della persona, il tempo di ciascuno di noi, perché ciascuno è chiamato, attraverso circostanze particolarissime, a rispondere a Cristo che chiama. E rispondere alla situazione e alla provocazione è impossibile, se non ci mettiamo in gioco con tutto noi stessi. Perché, solo la persona può non soccombere a questa situazione, proprio per la natura dell’io. Quello che è in gioco in tutto questo è la lotta accanita per non ridurre l’io a tutti i fattori antecedenti. 3. LA STRADA DELLA CERTEZZA Questo lo documenta in modo spettacolare san Paolo. Anche a lui l’incontro con Cristo ha segnato la vita, tanto da capovolgere tutto ciò che considerava un valore: «Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,3-11). Ma anche a lui, che aveva questa chiarezza su Cristo, niente è stato risparmiato, anzi; basta guardare le circostanze che ha dovuto affrontare: «Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (2 Cor 11,24-28). È impressionante! Ma attraverso tutto ciò in cui il Signore lo ha fatto passare, che cosa è emerso sempre più potentemente alla coscienza di san Paolo? Che «noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio» (2 Cor 4,7-15). Tutto quello che gli viene dato è per lui, è per conoscere di più Gesù, la forza della Sua risurrezione, la potenza di Colui a cui lui ha affidato la vita. Questa è una umanità tutta traboccante di gratitudine, che nasce ancora più consapevolmente perché il Mistero non ha risparmiato alcunché a Paolo. Queste circostanze, che sono parte della Rivelazione - le lettere di san Paolo sono parte della Rivelazione, non sono aneddoti o aggiunte decorative -, dicono il metodo di Dio: Dio non ci risparmia alcunché affinché possa crescere questa gratitudine sconfinata. Allora vivere la vita come vocazione con questa coscienza (che cioè portiamo questo contenuto in vasi di creta) è la strada per non essere appiattiti nell’ottusità e nella opacità della nostra coscienza, in modo tale che la certezza di Cristo possa diventare sempre più nostra. Noi non metteremo in discussione le nostre “idee” su Cristo a meno che Lui stesso non sfondi costantemente la nostra riduzione, facendoci sperimentare Chi è. L’esito di questo metodo di Dio lo descrive lo stesso Paolo: la certezza acquisita. «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,31-39). Se noi non siamo vincitori in mezzo a tutta la situazione di egemonia culturale in cui siamo chiamati a vivere, qual è la ragionevolezza della fede? Perché sarebbe ragionevole credere in Cristo? Invece se qui, proprio qui, in mezzo a tutto quello che stiamo dicendo, a tutto quello che stiamo vivendo, a tutte le sfide che ci troviamo ad affrontare, vediamo che siamo più che vincitori in Lui (non per merito nostro, ma perché Cristo ci ha amati), questo genera una consistenza che è unica. La persuasione di cui parla san Paolo è la certezza dell’autocoscienza. Chi non desidera almeno un grammo di questa certezza? Allora, è solo se noi vediamo all’opera la contemporaneità di Cristo che siamo veramente vittoriosi. Essere vittoriosi non vuol dire «prendere il potere». Essere vittoriosi vuol dire vedere la vittoria di Cristo, anche se siamo spogliati di tutto. Essere vittoriosi significa essere traboccanti della Sua presenza. Per questo, dobbiamo decidere dove troviamo la risposta al desiderio di felicità che ci scopriamo addosso perché siamo fatti per l’infinito. Solo così potremo collaborare alla missione della Chiesa, che «non è l’accanimento del proselitismo, ma una testimonianza che lascia trasparire l’attrattiva di Gesù, è lo struggimento perché tutti siano salvati» (A. Scola, Alla scoperta del Dio vicino, Centro Ambrosiano, Milano 2012, p. 31), come ci ha ricordato il cardinale Scola nella sua recente lettera pastorale. Davanti a testimoni come san Paolo possiamo vedere che cosa può diventare Cristo per noi, in modo tale che, anche nelle circostanze più pressanti, sempre di più il contenuto della nostra autocoscienza ci riempia di silenzio, urga dentro di noi la memoria di Cristo come la cosa più preziosa, la cosa più desiderabile, a cui dare tempo, a cui dare spazio, a cui dare il nostro cuore. Se non abbiamo sempre di più il desiderio di questa memoria, se non ci sorprendiamo desiderando questo silenzio per dare spazio alla memoria, noi siamo già vinti, perché abbiamo ceduto sul contenuto dell’autocoscienza e quindi l’abbiamo svuotata di quel che ci è capitato e ce la siamo fatta riempire da quello che vuole il potere. Essere in silenzio è vivere questa coscienza di Cristo, è la capacità di pensare e invocare Cristo. Per questo, per imparare a pregare bisogna amare il silenzio, cioè il sentimento profondo di sé come persona incamminata verso una meta che è il mistero di Cristo. Deve diventare maturo, sempre più maturo e grande il silenzio. Se noi non arriviamo a fare in modo diverso quello che facciamo di solito, se il silenzio non è prendere coscienza di sé per riempire la nostra persona (a volte già riempita di tutte le distrazioni, di tutte le preoccupazioni, di tutte le cose da fare), se noi non diamo lo spazio al prendere di nuovo coscienza di noi, saremo travolti da tutt’altro. Perché il silenzio è riprendere coscienza del proprio rapporto con la grande presenza del mistero del Padre. È così che possiamo, poi, affrontare il reale con negli occhi, nella coscienza, Lui. Come il cieco nato. Non che il cieco nato lo guarisca e poi lo tiri fuori dal reale per paura che gli venga tolto quello che gli ha dato. No. Con negli occhi quella Presenza che l’ha guarito, Gesù lancia il cieco nella mischia, non lo tira fuori. Cioè: Cristo genera un io in grado di vivere il reale, come il cieco che ha la semplicità di riconoscere che prima non ci vedeva e adesso ci vede. La sua coscienza era determinata da quello che gli era successo. Con questa autocoscienza può stare davanti a tutti, non perché sia più potente, ma per questa semplicità nell’aderire a quello che gli è capitato. Questa è la potenza dell’autocoscienza - e nell’ultimo arrivato! -, e tutti i sapienti tra i farisei nulla hanno potuto rispetto a un io che aveva questa autocoscienza. Così possiamo stare davanti a qualsiasi circostanza, come ci ha testimoniato una nostra carissima amica davanti alla morte, in un dialogo che ha avuto con il marito (che me lo ha scritto) quando ha saputo quello che stava per succedere: «Mi ha detto: “Io sono tranquilla, non ho paura, perché c’è Gesù. Ora nemmeno sono più angosciata per te e per i bimbi, perché so che siete nelle mani di un Altro”. E io: “Ma non sei triste?”. “No, non sono triste. Sono certa di Gesù, anzi, sono curiosa di quello che mi capiterà, di quello che il Signore mi sta preparando. Forse dovrei essere triste, ma non lo sono. Mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia”. “Ma va’”. “Certo, sarebbe stato meglio il contrario”. E io, sorridendo perché già incredibilmente confortato dal miracolo appena visto, le dico: “È proprio vero, soprattutto per i bambini”. Questo è stato senza dubbio uno dei più bei momenti dei diciassette anni (dodici di matrimonio e cinque di fidanzamento) passati insieme. Se non il più bello». Con una consistenza così si può guardare tutto, fino alla soglia del destino. Noi abbiamo un testimone a cui non è stato risparmiato alcunché: don Giussani. «Mia forza e mio canto è il Signore» (Es 15,2): «Mentre diciamo così, non diciamolo con gli occhi sbarrati e riempiti della presenza degli altri! Ma diciamo questa parola, ripetiamo questa frase con negli occhi la presenza di Cristo, che è la verità di tutto quel che c’è qui, la verità ultima di tutto quel che c’è qui: “Ogni cosa in Lui consiste”. [...] “Mia forza”, perciò mia arma di battaglia, e “mio canto”, vale a dire mia dolcezza che rimane nella battaglia, bellezza che mi trascina nella battaglia, che mi dà sostegno nella battaglia, durasse un’ora o durasse cento giorni. Anzi, c’è la battaglia che è tutta la vita. Che nel vivere io tenga presente Gesù! Questo l’amicizia nostra ci promette: un aiuto a incrementare, ad avanzare, a camminare dentro questa memoria, Dio santo! È una promessa dentro ogni battaglia - mentre c’è la battaglia, attraverso tutto il tempo della vita che sia lotta e fatica - a entrare sempre di più dentro il Tu; perché il “Tu” è a un presente: “Mia forza e mio canto sei tu”. Ecco, che questo Tu coincida con la Sua faccia, coincida col Suo nome. Nome: è una presenza in tutta la sua forza e suggestività, potenza e dolcezza» (L. Giussani, L’attrattiva Gesù, Bur, Milano 1999, pp. 184-185). Così - con questo negli occhi - possiamo disporci a iniziare il prossimo 11 ottobre, nella grande compagnia di tutta la Chiesa, l’Anno della Fede che il Papa ha voluto indire per «riscoprire e riaccogliere questo dono prezioso che è la fede, per conoscere in modo più profondo le verità che sono la linfa della nostra vita, per condurre l’uomo d’oggi, spesso distratto, ad un rinnovato incontro con Gesù Cristo via, vita e verità» (Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, op. cit.). TESTO IL MIO VOLTO: Mio Dio, mi guardo ed ecco scopro che non ho volto; guardo il mio fondo e vedo il buio senza fine. Solo quando mi accorgo che tu sei, come un eco risento la mia voce e rinasco come il tempo dal ricordo. Perché tremi mio cuore? Tu non sei solo, tu non sei solo; amar non sai e sei amato, e sei amato; farti non sai e pur sei fatto, e pur sei fatto. Come le stelle su nei cieli, nell'Essere tu fammi camminare, fammi crescere e mutare, come la luce che cresci e muti nei giorni e nelle notti. L'anima mia fai come neve che si colora come le tenere tue cime, al sole del tuo amor.

Pregare è stare con Dio come con un amico, ma la preghiera non è individualista

Benedetto XVI, durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, è tornato a soffermarsi nella catechesi su una delle fonti privilegiate della preghiera cristiana: la sacra liturgia, “partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo”. La Chiesa – ha detto il Papa - si rende visibile in molti modi: nell’azione caritativa, nei progetti di missione, nell’apostolato. Però il luogo in cui la si sperimenta pienamente come Chiesa è nella liturgia, “atto nel quale crediamo che Dio entra nella nostra realtà e noi lo possiamo incontrare, lo possiamo toccare”. Nella liturgia “ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine”. Ma nella nostra vita – domanda il Papa - riserviamo uno spazio sufficiente alla preghiera? “La preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo (cfr ibid., 2565). Quindi la vita di preghiera consiste nell’essere abitualmente alla presenza di Dio e averne coscienza, nel vivere in relazione con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le nostre altre relazioni”. La preghiera cristiana – ricorda il Santo Padre – consiste nel “guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo”... “ ... parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui”. Il cristiano “riscopre la sua vera identità in Cristo”. E trovare la propria identità in Cristo significa giungere a una comunione con Lui. Pregare – aggiunge il Papa – significa “elevarsi all’altezza di Dio” e partecipando alla liturgia, “facciamo nostra la lingua madre della Chiesa”: “Naturalmente questo avviene in modo graduale, poco a poco. Devo immergermi progressivamente nelle parole della Chiesa, con la mia preghiera, con la mia vita, con la mia sofferenza, con la mia gioia, con il mio pensiero. E’ un cammino che ci trasforma”. Ma come si impara a pregare, come crescere nella preghiera? “Guardando al modello che ci ha insegnato Gesù, il Padre nostro, noi vediamo che la prima parola è ‘Padre’ e la seconda è 'nostro'. La risposta, quindi, è chiara: apprendo a pregare, alimento la mia preghiera, rivolgendomi a Dio come Padre e pregando-con-altri, pregando con la Chiesa, accettando il dono delle sue parole, che mi diventano poco a poco familiari e ricche di senso”. La liturgia - spiega il Papa - non è una “specie di auto–manifestazione della comunità”, ma è invece l’uscire dal semplice "essere-se-stessi" ed entrare “nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre”. La liturgia implica universalità: “La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo ‘noi’ universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’’io’, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa”. "Non si può pregare Dio in modo individualista". "La liturgia non è un nostro 'fare', ma è azione di Dio in noi e con noi. Non è il singolo – sacerdote o fedele – o il gruppo che celebra la liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa": “Anche nella liturgia della più piccola comunità è sempre presente la Chiesa intera. Per questo non esistono ‘stranieri’ nella comunità liturgica. In ogni celebrazione liturgica partecipa assieme tutta la Chiesa, cielo e terra, Dio e gli uomini”. La liturgia cristiana, “anche se si celebra in un luogo e uno spazio concreti, ed esprime il ‘sì’ di una determinata comunità, è per sua natura cattolica”: “… proviene dal tutto e conduce al tutto, in unità con il Papa, con i Vescovi, con i credenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi. Quanto più una celebrazione è animata da questa coscienza, tanto più fruttuosamente in essa si realizza il senso autentico della liturgia”. Nelle riflessioni sulla liturgia – conclude il Santo Padre – l’attenzione è centrata spesso sul come renderla attraente, interessante ma si rischia di "dimenticare l’essenziale: la liturgia si celebra per Dio e non per noi stessi", è opera del Signore. Dobbiamo lasciarci guidare da Dio e dal suo Corpo che è la Chiesa. Al termine dell'udienza generale, Benedetto XVI ha ricordato che domani si recherà in visita al Santuario di Loreto, nel 50.mo anniversario del celebre pellegrinaggio del Beato Papa Giovanni XXIII in quella località mariana, avvenuto una settimana prima dell’apertura del Concilio Vaticano II. “Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera nel raccomandare alla Madre di Dio i principali eventi ecclesiali che ci apprestiamo a vivere. L’Anno della fede e il Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione. Possa la Vergine Santa accompagnare la Chiesa nella sua missione di annunciare il Vangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo”. http://it.radiovaticana.va

I bambini ci guardano

Non c’è compito più difficile e affascinante per un sacerdote di parlare di Dio ai bambini. Molti pensano che per i piccoli non sia ancora giunto il tempo di ascoltare temi così elevati. Si vede che non hanno mai veramente ascoltato un bambino, ricevuto le sue confidenze. Anch’io, che ho solo esperienze di zio e pro-zio, so benissimo che l’infanzia è l’epoca dello stupore e dei “perché?”
, epoca metafisica e religiosa per eccellenza, momento favorevolissimo per iniziare una catechesi con i piccoli. Loro non hanno bisogno di essere obbligati a pensare, a capire, a ricordare. Per un bambino è naturale chiedersi, guardando un giocattolo: «Chi l’ha fatto?», e guardando il cielo: «Chi vi abita?». È naturale per lui, di fronte al misterioso esserci delle cose, sentirle come animate e familiari compagne di viaggio. Il bambino percepisce le voci che vengono dalle piante, dagli animali, dai volti, non perché è un visionario, ma perché non è distratto dalla vita. È tutto concentrato su ciò che sta accadendo nell’istante. Nei piccoli è quasi spontanea la passione per le storie e per la storia. Perciò, come non bisogna aver paura di parlare loro di Dio, del Paradiso, della preghiera, degli angeli, nello stesso modo non bisogna pensare che non siano interessati alla storia. Adamo, Noè, Mosè, Davide… attraverso la nostra narrazione (che oggi può essere facilmente arricchita da brevi spezzoni di filmati) diventano, prima ancora dei personaggi dei cartoni animati, i loro eroi, che si imprimeranno per sempre nella loro memoria. Li porteranno dentro di sé anche quando penseranno di averli dimenticati. Allo stesso modo l’umanità luminosa di Gesù, le avventure di san Pietro e di san Paolo, li introdurranno ai tempi più maturi dell’esistenza che necessitano di memorie fondamentali e piene di realistica speranza. I bambini ci obbligano a riscoprire la nostra fede, a scuoterci di dosso tutto ciò che è abitudine o dovere e a rivivere, con la leggerezza e la letizia dell’infanzia, la consapevolezza talvolta ardua della maturità. di mons.Massimo Camisasca vescovo eletto di Reggio Emila-Guastalla http://www.sancarlo.org

domenica 30 settembre 2012

"DOBBIAMO ESSERE TUTTI E SEMPRE CAPACI DI APPREZZARCI E STIMARCI A VICENDA"

CASTEL GANDOLFO, domenica, 30 settembre 2012 di seguito le parole rivolte oggi a mezzogiorno durante la recita della preghiera dell'Angelus da papa Benedetto XVI ai fedeli e ai pellegrini convenuti a Castel Gandolfo. ***
Cari fratelli e sorelle! Il Vangelo di questa domenica presenta uno di quegli episodi della vita di Cristo che, pur essendo colti, per così dire, en passant, contengono un profondo significato (cfr Mc 9,38-41). Si tratta del fatto che un tale, che non era dei seguaci di Gesù, aveva scacciato dei demoni nel suo nome. L’apostolo Giovanni, giovane e zelante, vorrebbe impedirglielo, ma Gesù non lo permette, anzi, prende spunto da quella occasione per insegnare ai suoi discepoli che Dio può operare cose buone e persino prodigiose anche al di fuori della loro cerchia, e che si può collaborare alla causa del Regno di Dio in diversi modi, anche offrendo un semplice bicchiere d’acqua ad un missionario (v. 41). Scrive a questo proposito Sant’Agostino: «Come nella Cattolica – cioè nella Chiesa – si può trovare ciò che non è cattolico, così fuori della Cattolica può esservi qualcosa di cattolico» (Agostino, Sul battesimo contro i donatisti: PL 43, VII, 39, 77). Perciò, i membri della Chiesa non devono provare gelosia, ma rallegrarsi se qualcuno esterno alla comunità opera il bene nel nome di Cristo, purché lo faccia con intenzione retta e con rispetto. Anche all’interno della Chiesa stessa, può capitare, a volte, che si faccia fatica a valorizzare e ad apprezzare, in uno spirito di profonda comunione, le cose buone compiute dalle varie realtà ecclesiali. Invece dobbiamo essere tutti e sempre capaci di apprezzarci e stimarci a vicenda, lodando il Signore per l’infinita ‘fantasia’ con cui opera nella Chiesa e nel mondo. Nella Liturgia odierna risuona anche l’invettiva dell’apostolo Giacomo contri i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6). Al riguardo, Cesario di Arles così afferma in un suo discorso: «La ricchezza non può fare del male a un uomo buono, perché la dona con misericordia, così come non può aiutare un uomo cattivo, finché la conserva avidamente o la spreca nella dissipazione» (Sermoni 35, 4). Le parole dell’apostolo Giacomo, mentre mettono in guardia dalla vana bramosia dei beni materiali, costituiscono un forte richiamo ad usarli nella prospettiva della solidarietà e del bene comune, operando sempre con equità e moralità, a tutti i livelli. Cari amici, per intercessione di Maria Santissima, preghiamo affinché sappiamo gioire per ogni gesto e iniziativa di bene, senza invidie e gelosie, e usare saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni. [Dopo la preghiera dell'Angelus, il Papa ha salutato i pellegrini provenienti dai vari paesi nelle diverse lingue. In italiano ha detto:] Seguo con affetto e preoccupazione le vicende della popolazione dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, oggetto, in questi giorni, di attenzione anche da parte di una Riunione di alto livello, presso le Nazioni Unite. Sono particolarmente vicino ai profughi, alle donne e ai bambini, che a causa dei persistenti scontri armati subiscono sofferenze, violenze e profondi disagi. Invoco Dio, perché si trovino vie pacifiche di dialogo e di protezione di tanti innocenti e affinché torni al più presto la pace, fondata sulla giustizia, e sia ripristinata la convivenza fraterna in quella popolazione così provata, come pure nell’intera Regione. (…) Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, incominciando dai membri del rinnovato Consiglio pastorale della parrocchia di Castel Gandolfo. Cari amici, come sapete, domani rientrerò in Vaticano; con affetto vi dico «arrivederci» e vi prego di portare il mio saluto all’intera comunità. Saluto il Gruppo Scout di Bisuschio e il Lions Club di Castellabate Cilento Antico. Vorrei rivolgere anche il mio augurio alla nuova missione «Gesù al centro», della Diocesi di Roma, che in questa settimana si svolgerà nel territorio di Ostia. Prego per questo momento forte di testimonianza e di annuncio. A tutti voi, cari amici, buona domenica! [© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana]