domenica 26 marzo 2017

Lettera di don Luigi Giussani alla fraternità di CL

lettera che don Luigi Giussani scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione il 22 giugno 2003, di ritorno da un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto
Cari amici,
dopo il pellegrinaggio a Loreto, la personalità della Madre di Cristo ha giocato un ruolo che ora capisco quanto sia decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino.
Vi mando il testo di alcune mie riflessioni chiedendovi umilmente di domandare tutti i giorni allo Spirito che ci doni l’aiuto necessario: come ai primi Apostoli.
Vi assicuro che cercherò di offrire compagnia a qualsiasi interrogativo, dubbio o incertezza perché il nostro cuore rimanga fedele.
Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.
1) L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” – che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata -.
È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la era Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
«Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo.

 2) La persona, il tu della persona è il luogo della garantita nobiltà generatrice, nella coscienza continua (sempre superiore a se stessa) della grande promessa, che domina tutta l’azione dello Spirito: Dio crea l’uomo e rappresenta l’invadenza del desiderio, è un desiderio senza fine come è per noi il fuoco di un dinamismo infinito rispetto a una sorgente provvisoria. Dio è la misura dell’invadenza del desiderio, essendo Dio la misura del desiderio. Solo tenendo presente Dio, uno si accorge che quello che ha addosso è una sorgente senza limite.
Questo vuole dire che lo Spirito suscita nell’uomo la parola, il disegno, che lo definisce. E questa parola coincide con un potere missionario, cioè ritorna sui campi della propria terra come provocante sfida.
3) La totalità dell’impegno della persona rende “uno”, un unicum, quello che sarebbe provvisoria luce partecipativa: ultima eterna formula del Mistero amoroso, la vertiginosa drammaticità in cui il tu precipita, dal di dentro di tutte le cose, in un abbraccio cosmico.
4) L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero.
Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità.
5) La carità riluce, dunque, come unica forma della moralità, che appare come estasi di speranza, inesauribile speranza. «Se’ di speranza fontana vivace».
La speranza passa come luce negli occhi e come ardenza nel cuore di quell’Essere che definisce la ricompensa dell’attesa umana: non è un premio perché l’io sia bravo, ma perché l’io vive l’estasi della speranza.
La speranza è una formula vivace, gioiosa e, nel suo impeto, nella sua purezza di contenuto, detta l’immagine di tutta l’umanità: la carità come forma della moralità.
Come quando Gesù fu di fronte al giovane ricco: «Va’, vendi tutto quello che hai e vieni con me!»; essendo quelle parole la forma della moralità, il ragazzo non aveva molta forza e non Lo seguì.
Tutto quello che accade è grazia, e tutta la grazia è in quel Tu in cui avviene l’adempimento.
6) Nel cuore dell’uomo, dalla misericordia sino al perdono e dalla ricchezza senza fondo, la gioia si addensa come luce senza confine, che assicura l’intensità della bontà creatrice.
7) La “musica” umana è il palco su cui tutto accade: e il Mistero diviene il popolo umano e il “coro” dell’Infinito. Si realizza così un’enfasi di personalità cristiana: ci si alza al mattino per andare a messa, per farsi curare, per andare a lavorare, per i figli… ci si alza per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo!
Auguri a voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità.

venerdì 24 febbraio 2017

Omelia di Benedetto XVI al funerale di don Giussani

CELEBRAZIONE DELLE ESEQUIE DI MONS. LUIGI GIUSSANI
OMELIA DEL CARD. JOSEPH RATZINGER
Duomo di Milano
Giovedì, 24 febbraio 2005
  

Cari Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, 
"I discepoli gioirono nel vedere Gesù". Queste parole del Vangelo ora letto ci indicano il centro della personalità e della vita del nostro caro don Giussani.
Don Giussani era cresciuto in una casa - come disse lui stesso - povera di pane, ma ricca di musica; e così, sin dall'inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza; non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia.
Già da ragazzo ha creato con altri giovani una comunità che si chiamava Studium Christi. Il loro programma era: parlare di nient'altro se non di Cristo, perché tutto il resto appariva come perdita di tempo. Naturalmente ha saputo poi superare l'unilateralità, ma la sostanza gli è sempre rimasta. Solo Cristo dà senso a tutto nella nostra vita; sempre, don Giussani, ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il Cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il Cristianesimo è un incontro; una storia d'amore; è un avvenimento.
Questo innamoramento in Cristo, questa storia di amore che è tutta la sua vita era tuttavia lontana da ogni entusiasmo leggero, da ogni romanticismo vago. Vedendo Cristo, realmente, ha saputo che incontrare Cristo vuol dire seguire Cristo. Questo incontro è una strada, un cammino; un cammino che attraversa - come abbiamo sentito nel Salmo - anche la "valle oscura". Nel Vangelo, abbiamo sentito proprio l'ultimo buio della sofferenza di Cristo, della apparente assenza di Dio, dell'eclisse del Sole del mondo. Sapeva che seguire è attraversare una "valle oscura"; andare sulla via della croce, e tuttavia vivere nella vera gioia.
Perché è così? Il Signore stesso ha tradotto questo mistero della croce, che in realtà è il mistero dell'amore, con una formula nella quale si esprime tutta la realtà della nostra vita. Il Signore dice: "Chi cerca la sua vita la perderà e chi perde la propria vita la troverà".
Don Giussani realmente voleva non avere per sé la vita, ma ha dato la vita, e proprio così ha trovato la vita non solo per sé, ma per tanti altri. Ha realizzato quanto abbiamo sentito nel Vangelo: non voleva essere un padrone, voleva servire, era un fedele "servitore del Vangelo", ha distribuito tutta la ricchezza del suo cuore, ha distribuito la ricchezza divina del Vangelo, della quale era penetrato e, servendo così, dando la vita, questa sua vita ha portato un frutto ricco - come vediamo in questo momento - è divenuto realmente padre di molti e, avendo guidato le persone non a sé, ma a Cristo, proprio ha guadagnato i cuori, ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo.
Questa centralità di Cristo nella sua vita gli ha dato anche il dono del discernimento, di decifrare in modo giusto i segni dei tempi in un tempo difficile, pieno di tentazioni e di errori, come sappiamo.
Pensiamo agli anni '68 e seguenti: un primo gruppo dei suoi era andato in Brasile e qui si trovò a confronto con la povertà estrema, con la miseria. Che cosa fare? Come rispondere? E la tentazione fu grande di dire:  adesso dobbiamo, per il momento, prescindere da Cristo, prescindere da Dio, perché ci sono urgenze più pressanti; dobbiamo prima cominciare a cambiare le strutture, le cose esterne, dobbiamo prima migliorare la terra, poi possiamo ritrovare anche il cielo. Era la tentazione grande di quel momento di trasformare il cristianesimo in un moralismo, il moralismo in una politica, di sostituire il credere con il fare. Perché, che cosa comporta il credere? Si può dire:  in questo momento dobbiamo fare qualcosa. E tuttavia, di questo passo, sostituendo la fede col moralismo, il credere con il fare, si cade nei particolarismi, si perdono soprattutto i criteri e gli orientamenti, e alla fine non si costruisce, ma si divide.
Monsignor Giussani, con la sua fede imperterrita e immancabile, ha saputo, che, anche in questa situazione, Cristo e l'incontro con Lui rimane centrale, perché chi non dà Dio, dà troppo poco e chi non dà Dio, chi non fa trovare Dio nel volto di Cristo, non costruisce, ma distrugge, perché fa perdere l'azione umana in dogmatismi ideologici e falsi. Don Giussani ha conservato la centralità di Cristo e proprio così ha aiutato con le opere sociali, con il servizio necessario l'umanità in questo mondo difficile, dove la responsabilità dei cristiani per i poveri nel mondo è grandissima e urgente.
Chi crede deve attraversare anche la "valle oscura", le valli oscure del discernimento, e così anche delle avversità, delle opposizioni, delle contrarietà ideologiche che arrivavano fino alle minacce di eliminare i suoi fisicamente per liberarsi da questa altra voce che non si accontenta del fare, ma porta un messaggio più grande, così anche una luce più grande.
Monsignor Giussani, nella forza della fede, ha attraversato, imperterrito queste valli oscure e naturalmente, con la novità che portava con sé aveva anche difficoltà di collocazione all'interno della Chiesa. Sempre se lo Spirito Santo, secondo i bisogni dei tempi, crea il nuovo, che in realtà è il ritorno alle origini, è difficile orientarsi e trovare l'insieme pacifico della grande comunione della Chiesa universale. L'amore di don Giussani per Cristo era anche amore per la Chiesa, e così sempre è rimasto fedele servitore, fedele al Santo Padre, fedele ai suoi Vescovi.
Con le sue fondazioni ha anche interpretato di nuovo il mistero della Chiesa.
Comunione e Liberazione ci fa subito pensare a questa scoperta propria dell'epoca moderna, la libertà, e ci fa pensare anche alla parola di sant'Ambrogio "Ubi fides est libertas". Il Cardinale Biffi ha attirato la nostra attenzione sulla quasi coincidenza di questa parola di sant'Ambrogio con la fondazione di Comunione e Liberazione. Mettendo in rilievo così la libertà come dono proprio della fede, ci ha anche detto che la libertà, per essere una vera libertà umana, una libertà nella verità, ha bisogno della comunione. Una libertà isolata, una libertà solo per l'Io, sarebbe una menzogna e dovrebbe distruggere la comunione umana. La libertà per essere vera, e quindi per essere anche efficiente, ha bisogno della comunione, e non di qualunque comunione, ma ultimamente della comunione con la verità stessa, con l'amore stesso, con Cristo, col Dio trinitario. Così si costruisce comunità che crea libertà e dona gioia.
L'altra fondazione, i Memores Domini, ci fa pensare di nuovo al secondo Vangelo di oggi:  la memoria che il Signore ci ha dato nella Santa Eucaristia, memoria che non è solo ricordo del passato, ma memoria che crea presente, memoria nella quale Egli stesso si dà nelle nostre mani e nei nostri cuori, e così ci fa vivere.
Attraversare valli oscure. Nella ultima tappa della sua vita don Giussani ha dovuto attraversare la valle oscura della malattia, dell'infermità, del dolore, della sofferenza, ma anche qui, il suo sguardo era fisso su Gesù, e così rimase vero in tutta la sofferenza, vedendo Gesù, poteva gioire, era presente la gioia del Risorto, che anche nella passione è il Risorto e ci dà la vera luce e la gioia e sapeva che - come dice il Salmo - anche attraversando questa valle, "non temo alcun male perché so che Tu sei con me e abiterò nella casa del Padre". Questa era la sua grande forza:  sapere che "Tu sei con me".
Miei cari fedeli, cari giovani soprattutto, prendiamo a cuore questo messaggio, non perdiamo di vista Cristo e non dimentichiamo che senza Dio non si costruisce niente di bene e che Dio rimane enigmatico se non riconosciuto nel volto di Cristo.
Adesso il vostro caro amico don Giussani ha raggiunto la sponda della Vita e siamo convinti che si è aperta la porta della casa del Padre. Siamo convinti che, adesso, pienamente, si realizza questa parola: vedendo Gesù gioirono, gioisce con una gioia che nessuno gli toglie. In questo momento vogliamo ringraziare il Signore per il grande dono di questo sacerdote, di questo fedele servitore del Vangelo, di questo padre. Affidiamo la sua anima alla bontà del suo e del nostro Signore.
Vogliamo in quest'ora pregare anche particolarmente per la salute del nostro Santo Padre, ricoverato di nuovo in ospedale. Il Signore lo accompagni, gli dia forza e salute. E preghiamo perché il Signore ci illumini, ci doni la fede che costruisce il mondo, la fede che ci fa trovare la strada della vita, la vera gioia.
Amen!
    
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mercoledì 21 dicembre 2016

Natale

«Perché Gesù viene? Come può l'uomo di oggi stare davanti a questa notizia? E il Natale, che cos'è? Natale è l'amore di Cristo all'uomo. L'Essere nuovo entra nel mondo. L'Essere nuovo come prima non c'era, nella novità del suo comunicarsi agli uomini. Un Essere nuovo entra nel mondo, il mondo del Dio vero. Un Essere nuovo in tutto il profilo del mondo, in quel luogo, fiorì. Tutto viene da Lui, ma qui la novità di una vita predomina. Una nuova creatura vince l'antica. L'antica creazione alla nuova si oppone, ma col Natale il calore ritorna nel mondo, e tutto riecheggia all'appello divino, al Mistero che c'è. L'impossibile, cioè il Mistero, è immeritato dall'uomo. Eppure qui avviene un fuoco, una affezione che avvolge, un calore che predomina nell'immenso atrio del mondo, nello spazio eterno. Qui è il presentimento di una cosa nuova che infervora, e tutto tende a fare diventare concreto. E proprio per questo suscita una grande devozione».
(Luigi Giussani)

sabato 17 dicembre 2016

La Bellezza

 "L'occhio guarda, per questo è fondamentale. E' l'unico che può accorgersi della bellezza. La visione può essere simmetrica, lineare o parallela in perfetto affiancamento con l'orizzonte. Può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perchè la bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. Dunque la bellezza si vede, perchè è viva e reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Che certe volte si sveli non c'è dubbio.. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l'ordito minimo della realtà. Occhi che non vedono più, che non sono più curiosi, che non s'aspettano che accada più niente. Forse perchè non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade LEI passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio".
P.P. Pasolini 

mercoledì 26 ottobre 2016

TENTATIVI DI PROTESTANTIZZARE LA FEDE



Nella Coscienza religiosa nell'uomo moderno, pubblicato per la prima volta nel 1985, il teologo fondatore di Comunione e Liberazione ha dato un contributo fondamentale ad affrontare il tema della difficoltà della fede all'interno o, meglio, di fronte alla modernità.

Don Giussani era ben consapevole che la modernità non era certamente, in blocco, una realtà negativa da cui i cristiani dovessero guardarsi, ma conteneva una tendenza anticristiana ovvero quella che l'uomo potesse tranquillamente prescindere da Dio nella concezione della sua vita, dei suoi rapporti con la realtà e dello svolgimento della sua vocazione umana, perché Dio sarebbe ormai diventato una presenza sostanzialmente disturbante l'autonomia dell'uomo. Le pagine che egli ha dedicato al laicismo, che di fatto copre il vuoto lasciato dalla tradizione cristiana, rimangono ancora oggi pagine di profonda intelligenza e di straordinario vigore.

La modernità non è totalmente negativa ma contiene un punto di rifiuto radicale del cristianesimo come esperienza di vita e di cultura. Oggi il laicismo rappresenta la prosecuzione rigorosa di questa umanità e società senza Dio, in cui al cristianesimo viene lasciato uno spazio di vita e di azione solo se adeguatamente consentito dalla mentalità laicista dominante.

In questo impatto con gli esiti ultimi della modernità, il laicismo è quello più evidente e definitivo. A partire da tale contesto, don Giussani ci spiega che la Chiesa corre alcune gravi tentazioni. La prima è quella di una protestantizzazione del fatto cristiano ed è una protestantizzazione che noi, a più di trent'anni di distanza da questo volume, possiamo verificare giorno per giorno e che si è diffusa in maniera devastante nel tessuto della vita ecclesiale e della vita cristiana. La protestantizzazione della fede si potrebbe anche definire come la riduzione dell'evento a una gnosi, a un discorso di cui la ragione umana possiede la chiave di lettura e gli elementi determinanti. La protestantizzazione dà alla fede quel carattere soggettivistico che la fa diventare un'espressione della singolarità individuale dell'uomo, soprattutto delle sue esigenze psicologiche e affettive. Questo copre totalmente l'ontologia, ovvero fa passare dall'ontologia alla psicologia e alla dimensione meramente affettiva: la fede diventa una cosa che «si sente». Quando poi cesserà il sentimento della fede, la fede non avrà più nessun peso nella vita dell'uomo.

Credo che dobbiamo seriamente interrogarci, noi cristiani, se questo non costituisca la mentalità vincente all'interno del mondo cattolico ovvero quel modo non cristiano di pensare la fede che, come diceva il Beato Paolo VI, è penetrato nella struttura della Chiesa e si diffonde in maniera progressiva. Il contrappunto a questa protestantizzazione è ciò che Giussani chiama il moralismo che si basa sull'asserto che la fede, come soggettivismo individualistico, acquisterebbe una credibilità nel mondo – al di là dello spazio della coscienza individuale – soltanto perché produce frutti sociali. Il cristianesimo inteso come una struttura finalizzata a iniziative pratiche, socio-politiche, nella quale la fede verifica la sua capacità di trasformazione del mondo, ma una trasformazione che dipende dall'individuo e dalla sua progettualità e non più dall'evento della fede.

Io sono convinto che così tocchiamo il fondo di una crisi ecclesiale che è ancora presente come tendenza rigorosa e vigorosa nonostante i grandi pontificati di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e nonostante le preoccupazioni espresse continuamente da Francesco.

Siamo ancora nella necessità di avere coscienza e di riproporre la frase iniziale dell'enciclica Deus Caritas est: «“Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino».

Il cristianesimo non è una spiritualità soggettiva e neppure un impegno socio-politico, ma è l'incontro con la persona di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che permane nella Chiesa e in essa può essere ritrovato e seguito. Dire che queste questioni sono superate e che oggi il problema sia un atteggiamento più morbido nei confronti della cosiddetta modernità, sinceramente mi sembra soltanto una irresponsabilità.

da STUDI CATTOLICI - «OPPORTUNE ET IMPORTUNE» di mons. Luigi Negri

sabato 15 ottobre 2016

Omelia di don Carlo Venturin Dedicazione del Duomo – 16/10/2016

Dedicazione del Duomo – 16/10/2016
Is 60, 11-21​Porte sempre aperte
1Pt 2, 4-10​Carta di identità della Chiesa
Salmo 118​“Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre “
Eb 13, 15-21​Dio abita la Chiesa ed è il Pastore
Lc 6, 43-48​Costruire bene la Chiesa

MISERICORDIAE VULTUS
DUOMO - CHIESA SEMPRE IN “FIERI”
❶ Ogni anno, la terza Domenica di ottobre ricorda la terza di ottobre 1418, quando avvenne, da parte di Papa Martino V,la consacrazione dell’altare nuovo del Duomo e sempre alla terza di ottobre 1577 la Dedicazione del Duomo, a Maria nascente, da parte di San Carlo Borromeo.
❷ La liturgia usa metafore e immagini, per ricordare ciò a cui la Cattedrale allude: le pietre, bellissime e cariche di memoria. La Cattedrale allude a un CONVENIRE, non è una costruzione per singoli o per turisti, bensì l’opportunità, per i credenti e non, di radunarsi. Isaia richiama le “porte sempre aperte… per lasciare entrare la ricchezza delle genti” . Non solo Chiesa, ma “Città del Signore”, “luce eterna”, “i giusti piantagioni del Signore”. Una “CITTA’ dinamica”, mai con una forma definitiva (la fabbrica del Duomo - come la comunità dei credenti, mai terminata e in continuo rifacimento). Tutto il Salmo è un inno-ringraziamento per la presenza di Dio tra gli umani: “un a meraviglia ai nostri occhi”. S. Pietro usa la metafora di PIETRE VIVE, che prendono vita da Cristo “PIETRA VIVA”. La seconda letturaindica l’atteggiamento del vivere da credenti: “Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace”.
❸ La “Costruzione” è sempre pericolante, avverte Luca, come una casa in zone di terremoti. Per questo  parla di edificio ben costruito “antisismico”: “Fondamento sulla roccia, profondo, costruito bene”, per potersi radunare, con-venire. La Cattedrale racconta con le sue pietre, variegate e innumerevoli, che la fede non è un fatto di singoli ( basterebbe una camera per pregare ). La Cattedrale racconta che a Dio andiamo non ignorando gli altri, non un cammino elitario. Racconta che noi siamo parte di un popolo, che ci appartiene una dimensione corale, di cui il nostro radunarci in una chiesa è segno luminoso e concreto. Non solo: la Cattedrale narra che la fede del popolo di Dio oggi deriva da donne e uomini, volti, mani, voci dei secoli trascorsi, compagni di viaggio, come noi per le generazioni future.
❹ La Cattedrale è come una CITTA’, città del convenire, cui allude Isaia: la Cattedrale-CITTA’ dalle porte aperte, sia di giorno che di notte “per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti” (“Il villaggio di cartone” di  Ermanno Olmi ). Una CITTA’, che non mette al centro se stessa, ma il Signore, Lui la “Pietra angolare”, Lui “Luce vera che illumina ogni persona”.
❺ La parola di Gesù mette in guardia da possibili fraintendimenti: “Perché mi invocate: Signore, Signore e non fate quello che vi dico?” La liturgia non mette in secondo piano la frequenza alle celebrazioni, necessaria, ma richiama anche l’essenza di essa: l’importanza della BONTA’. Una parola un po’ scolorita, banalizzata. Il Vangelo parla di frutti buoni, che vengono da un albero BUONO: si parla di un uomo buono, che dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il BENE. Papa Francesco così descrive il buono: “La misericordia parte dal cuore e arriva alle mani”. Come a dire che il vero Tempio-Cattedrale è il cuore, da cui originano “frutti buoni”.
❻ Luca parla anche di frutti cattivi della società, dei singoli, della parrocchia, delle ingiustizie, degli interessi personali, dei compromessi al ribasso. L’Evangelista va oltre; la misura è il cuore buono di ciascuno e insieme, come le singole gocce che insieme formano l’oceano. Non serve avvelenare la società, la chiesa, la terra con il pessimismo dilagante e ammorbante. Occorre dare spazio alla BONTA’, che ne innesca molte altre: una vita più umana, più sopportabile, rendere più respirabile l’aria, comprendere i drammi del tempo presente e futuro, prendersene cura, sostenendo la fiducia e la speranza. Queste la radici BUONE, che danno frutti BUONI.
❼ La Cattedrale con la sua simbologia diventa Cattedrale umana, da cui fluisce, come da un fiume carsico, la BONTA’ per l’universo intero,
❽ Ho scoperto per caso una pittura di Picasso: “Ronde de la jeunesse” (Il girotondo della gioventù  del 1961), una visione di pace che egli attende dalla danza della gioventù, che esprime bellezza, vivacità, gioia. Con pochissime pennellateviene creato un movimento ordinato in ritmi espressi da quattro gruppi di figure, appena accennate, distinte per colori. All’interno di questo gruppo in cerchio vi è la colomba con il ramoscello di ulivo. Il girotondo disegna una danza, nella quale tutto è incluso, senza che niente sia escluso. E’ la cattedrale descritta da Isaia. La forza del dipinto sta nella pregnanza simbolica, che parla di legami, di vicinanza, di distacchi, di relazioni, di armonia, di ritmi, di gioco, di bellezza. E’ la città interpretata non come chiusura, ma aperta, mobile. Un “muro mobile”. Esso è costituito da dodici figure leggiadre, danzanti che si muovono in sintonia ed esportano il simbolo –colomba in ogni luogo in cui vanno a danzare, insieme, includendo, recando frutti BUONI.    “ LA CATTEDRALE UMANA ARMONICA”.

Don Carlo

compleanno

«Carissimo/a, è la prima volta ch’io ti faccio gli auguri per il tuo compleanno. È la prima volta che ne so la data. E nel compiere questo lieve atto di amicizia provo una gioia così grande, ch’io mi meraviglio di me stesso. Immagini se tu non fossi nato, quale meravigliosa cosa di meno ci sarebbe al mondo? Una meravigliosa cosa che c’è perché è tutta un dono. Il compleanno è il giorno in cui fisicamente si sente l’amore di Dio che ci ha fatti, potendoci non fare: «prior dilexit nos»: ci si sente «fatti», con stupore. È il giorno in cui si adora nostro papà e nostra mamma: lo strumento sensibile. Crea tante altre cose meravigliose! È un augurio così violento, quasi lo facessi a me stesso. Sento la tua gioia, di trovarti tra i tuoi monti. Auguri anche di goderti tanto anche questi».
Auguri don Giuss