venerdì 4 luglio 2014

Aforisma di venerdì 4 luglio 2014

"Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti ci sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità".

Dichiarazione di Indipendenza americana 
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Kaliméra di Walter Santagata: "Le nostre azioni, le nostre scelte, le nostre guerre e i nostri atti d’amore sono scritti nel paesaggio: è per questo che ci identifichiamo in esso, come valore simbolico".
Havete!
Don Carlo

giovedì 3 luglio 2014

Aforisma di giovedì 3 luglio 2014

“Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi”.

Martin Luther King
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Kaliméra, non aforisma, da uno storico della cronaca: "vae mihi!" Che tristezza il gergo dalla cintola ai ginocchi risuonato a Strasburgo ieri. Qualcuno gira le terga all’orchestra che suona " l’inno alla gioia "  dal testo del poeta Schiller, con musica di L. V. Beethoven (nona sinfonia). Le terga di persone elette dal popolo europeo, gente di “cultura” si suppone, ma forse non hanno mai frequentato una sala da concerto, o letto qualche libro: la musica usa un linguaggio che unisce gli umani, è universale, tocca i cuori di chiunque allo stesso modo, sinfonico. Beethoven era completamente sordo, quando compose il capolavoro  (inno ufficiale dell’Europa, patrimonio dell’umanità). Il 7 maggio 1824, alla prima al teatro di Vienna, un amico lo girò verso la platea, perché vedesse gli applausi che non poteva sentire. Era il suo testamento, il suo lascito all’umanità. "I gergali" dovrebbero dare ascolto ai versi di Schiller: "chi non capisce la grandezza della GIOIA lasci piangente e furtivo questa compagnia", invece di voltare il fondoschiena. Qualcuno acculturato, nel tentativo di mettere una pezza alle idiozie, ha fatto anche di peggio, ricordando le simpatie di Hitler per Beethoven. Ci sono tanti modi per capire quanto valgono quegli eurodeputati, ma se la musica non li tocca, non c’è nulla da fare se non battere forte le terga di questi emeriti idioti.
Havete!
Don Carlo

mercoledì 2 luglio 2014

Aforisma di mercoledì 2 luglio 2014

Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge.”

San Paolo di Tarso
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Kaliméra del filosofo Salvatore Veca: "Chi ha filo da tessere cerchi di ricucire legami, di rammendare la distanza tra sé e gli altri".
Havete!
Don Carlo

Ciò che rende fertile la vita

valtellinaRaccontare della propria vocazione non è mai facile. C’è sempre qualcosa di misterioso, che resta inesplicabile. Non si possono tirare tutti i fili, però si può intravedere un percorso più grande che si compie passo dopo passo nel tempo della vita. Non so come, non so dare tutte le ragioni, ma ricordo perfettamente che un giorno preciso, dopo aver ascoltato la testimonianza di Alessandro Maggiolini, che era il mio vescovo, sulla sua vocazione, ho detto al Signore che sarei diventato prete, come Lui mi stava chiedendo. Avevo dodici anni.

Un seme nascosto
Grazie alla fede dei miei genitori non ricordo un momento della mia vita vissuto lontano dalla presenza di Cristo. Avevo percepito l’attrattiva della Sua persona anche prima; ma fu solo in quel giorno che mi sentii chiamato per nome. Nessuno, certamente, poté a quel tempo notare ciò che mi stava accadendo. Un seme, quando lo pianti nel terreno, non si vede. Eppure il seme è una presenza segreta che cambia il terreno. Per anni tenni nascosto nel mio cuore il seme della chiamata di Dio, soprattutto perché ne ero spaventato. Tuttavia, dal quel momento, non sarei mai più riuscito a pensare alla mia vita senza l’ipotesi del sacerdozio. Ho sempre saputo che, prima o poi, avrei dovuto obbedire a quella voce.
Il seme ha bisogno di un’unica cosa per crescere: terra fertile. Il resto è già tutto lì fin dal primo momento. Basta seguire ciò che rende fertile la vita, ciò che fa fruttare tutto quello che di buono, bello e vero ho incontrato. Il movimento di Comunione e Liberazione, il carisma di don Giussani, è ciò che rende la mia vita terra fertile per l’opera di Dio. Quando, durante le scuole superiori, incontrai un gruppo di amici di CL capii di aver incontrato la carne di Cristo. Questi amici erano guidati da un giovane prete, don Livio, che era, ed è, per noi una testimonianza della felicità che si vive quando si dà tutto a Cristo. Più stavo con questi amici, più cresceva il desiderio di vivere come loro. Allo stesso tempo, però, avevo paura di rinunciare a tutto subito, e decisi di andare a Milano a studiare Fisica. Non sapevo che Cristo mi stava aspettando per chiedermi di prendere una decisione.
Non c’è nessuna parola che sintetizzi meglio la mia vita cristiana della parola «amicizia»: senza gli amici del movimento Cristo non sarebbe mai stato esperienza concreta nella mia vita. Quando incontrai l’esperienza del CLU a Milano, tutto ciò che Lui mi aveva promesso alle superiori, si andò radicalizzando sempre di più. Con quel gruppo di amici condividevamo tutto e tutto diventava interessante: studiare, interessarsi della politica o semplicemente mangiare assieme.
Tra questi amici c’era una ragazza di cui mi innamorai. Attraverso di lei sperimentai la possibilità di amare totalmente. Se da una parte capivo che un tale amore era il frutto della bellezza della nostra vita, dall’altra intuii immediatamente che non potevo diventare il suo ragazzo. Per la prima volta sentii la “gelosia di Dio”. Fino a quel punto Dio mi aveva ricoperto di doni: la fede, la vocazione, gli amici del movimento… Ma di fronte a quel volto, era Cristo che in maniera del tutto inaudita mi chiedeva qualcosa. Mi stava chiedendo di sacrificare qualcosa di buono, qualcosa che Lui stesso mi aveva dato per rimanergli fedele. Provai a continuare a vivere facendo il finto tonto, come se non stessi capendo, tenendo, per così dire, il piede in due scarpe. Così divenni confuso e triste.

Trapassare il segno
Mi occorsero anni per accettare il sacrificio che Cristo mi stava chiedendo. Riuscii a decidermi perché finalmente mi consegnai a don Paolo Sottopietra, raccontandogli la mia storia. Don Paolo mi aiutò a vedere come Cristo stesse aspettando un “sì”. Era arrivato il momento di passare dall’amore per i segni della presenza di Cristo, all’amore per la Sua Persona. Un tale passaggio, mi spiegava, non sarebbe potuto accadere senza un sacrificio. È una cosa incredibile pensare che Cristo si metta nelle condizioni di aver bisogno di noi, del nostro “sì”. Ma tale è la profondità del suo amore che Egli desidera elevarmi al suo stesso livello. Cristo è geloso del mio sì, desidera che io possa dargli tutto. Vuole rendermi simile a Lui. Se Cristo semplicemente mi donasse tante belle cose, senza desiderare di portarmi al suo livello, allora la sua amicizia non sarebbe vera. Invece Cristo vuole rendermi simile a Lui, ed è questa l’inaudita verità del Suo amore. Ero chiamato a trapassare il segno. Ero chiamato a trapassare l’amore per tutti i miei amici per giungere all’amicizia con Lui.

Consegnare tutta la mia umanità
Il seme deve rompere la terra per poter crescere. Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12, 14). Nel tempo capii che la vita nella verginità implicava non una negazione di me stesso, ma la consegna di tutta la mia umanità. Non avrei mai potuto immaginare che Cristo, poi, mi avrebbe ridato tutto avendolo trasfigurato.
La vita della Fraternità, che cominciò al mio ingresso in seminario, non è altro per me che il compimento di tutto ciò che Cristo ha cominciato nella mia vita. La Fraternità è il luogo concreto dove io posso aderire alla voce di Cristo, dove posso accettare la sua offerta di amicizia. Vi ho chiamato amici, perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre (Gv 15,15). Nella vita della casa, nella appassionante avventura della missione, nella correzione reciproca, nel pregare assieme, nel vivere la liturgia, Cristo ci chiama a diventare come Lui. Perché il vero amico è quello che si consegna tutto all’altro, senza tenere nulla per sé.
Michele Benetti

MEETING 2014 Alle periferie dell'esistenza, basta il potere del cuore?

Ieri a Roma la presentazione della kermesse riminese. Quattordici mostre, oltre cento convegni, testimonianze e spettacoli. Il fil rouge? Il desiderio di uscire e andare incontro agli altri. Su una strada precisa: quella indicata da papa Francesco
La Siria e l'Ucraina. L'Egitto e la Nigeria. Poi, l'Europa. Per capire il filo rosso che percorre il Meeting di quest'anno si parte dalla cronaca: dai cristiani uccisi, dai migranti disperati, dai giovani senza lavoro. Da una realtà che ha i tratti della violenza e della guerra, della povertà umana e della crisi economica. Si comincia da qui per scoprire la portata di questa edizione riminese dal titolo: "Verso le periferie del mondo e dell'esistenza. Il destino non ha lasciato solo l'uomo", che avrà inizio il 24 agosto. «Al Meeting incontreremo degli uomini che ci mostreranno un modo nuovo di rispondere alle sfide che ci troviamo ad affrontare», ha spiegato Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. «Perché il tema cruciale del cambiamento della storia è il cuore dell’uomo, non il potere».

Presentato per la prima volta ieri sera, nella Sala del Tempio di Adriano a Roma, ilprogramma è fitto di appuntamenti. Quattordici mostre, oltre cento convegni, testimonianze e spettacoli che hanno come comune denominatore il desiderio di uscire e andare incontro agli altri, che «sono sempre un bene, un misterioso dato da cui lasciarsi provocare», come si legge nel comunicato ufficiale. Le alternative sono sempre due, ha spiegato monsignor Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu: «O accogliamo l'altro come dono, oppure, considerandolo una minaccia, costruiremo il nostro muro. Ma la storia ci insegna che i muri non reggono. Solo se partiamo dal fatto che l'altro è un'occasione di bene per noi, potremo intraprendere una nuova via». 

La strada è quella indicata da papa Francesco durante il suo viaggio in Terra Santa, quella che il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, ha definito il «potere del cuore», ovvero «amare e vedere nell’altro veramente un fratello». Sulla scia di quanto è accaduto l'8 giugno, in Vaticano, con lo storico incontro di preghiera tra il Papa, il presidente israeliano Shimon Peres e il palestinese Mahmoud Abbas, ad aprire il Meeting sarà padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta e protagonista di quella giornata. Con Monica Maggioni, direttore di RaiNews24, affronterà lo scenario di violenza e di guerra del mondo che soffre e il ruolo del dialogo interreligioso nei processi di pace.

A paragonarsi con il titolo della XXXV edizione, insieme al presidente del Meeting Emilia Guarnieri, sarà invece Aleksandr Filonenko, docente di Filosofia all'Università di Char'kov, in Ucraina, che aiuterà a fare luce anche sui grandi cambiamenti che quest'anno hanno segnato il suo Paese a partire dalle proteste di piazza Maidan a Kiev. Tra gli appuntamenti principali: un focus sulla Siria, con una mostra e diversi incontri a cura di Giorgio Buccellati, professore emerito di Archeologia del Vicino Oriente all'Università della California; approfondimenti sulla situazione internazionale e sul problema dell'immigrazione, che vedranno l'intervento di monsignor Tomasi insieme al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Giuseppe De Giorgi; e poi ancora testimonianze e racconti dal Brasile, dall'Etiopia e dal Kenya. «Storie che dimostrano che il cuore dell'uomo cambia quando trova qualcosa per cui cambiare», spiega Emilia Guarnieri.

«Le periferie, però, non sono solo quelle fisiche e geografiche, ma anche antropologiche, che interrogano la questione educativa», ha sottolineato durante l'incontro di presentazione il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini. «Trovo bellissimo il tema di questo Meeting. Un invito anche per il mondo della scuola, a collegare il centro con le zone più lontane e formare una generazione di maestri in grado di parlare ai propri allievi».
La Giannini non sarà il solo ministro presente a Rimini. Insieme a lei parteciperanno, fra gli altri, anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e quello dello Sviluppo cconomico, Federica Guidi. «Ci sarà l'occasione per parlare di lavoro, riforme, occupazione», ha confermato il presidente della Compagnia delle Opere Bernhard Scholz. Sul tema, non mancheranno interlocutori di rilievo: imprenditori, politici, e rappresentanti delle istituzioni. 

Sfogliando il calendario degli appuntamenti, si ritrovano i nomi di amici di lunga data: il professore egiziano Wael Farouq, il giornalista irlandese John Waters, il giurista ebreo Joseph Weiler e il monaco buddista Shodo Habukawa. Ma anche volti nuovi, come monsignor Javier Echevarrìa, prelato dell'Opus Dei. Scienziati e filosofi, economisti, intellettuali e artisti da tutto il mondo. 

C'è una domanda a cui tutti dovranno rispondere. L'ha spiegato Emilia Guarnieri: «Davanti alle periferie dell'esistenza, basta davvero il potere del cuore? Siamo convinti che l'uomo sia una risorsa adeguata per affrontare tutto quello che stiamo vivendo? La storia millenaria dell'uomo risponde di sì. Anche la più piccola storia del Meeting ce lo dimostra. Gli spettacoli e le mostre che vedremo a Rimini vogliono essere un aiuto ad approfondire questa certezza. Per documentare con l'esperienza che il problema del senso della vita non è una questione per poeti, ma riguarda tutti. Perché «tu non ci crederai», ha concluso Guarnieri citando un celebre passaggio del film La strada di Fellini (a cui è dedicato lo spettacolo inaugurale, ndr), «ma tutto quello che c'è a questo mondo serve a qualcosa». Linda Stroppa

Quella «visita» di Padre Pio nella cella del cardinal Mindszenty


San Pio da Pietrelcina
(©LaPresse)
(©LAPRESSE) SAN PIO DA PIETRELCINA

Nella nuova guida alla chiesa del santo una testimonianza inedita dal processo canonico che rivela la bilocazione del frate e il suo incontro con il primate ungherese in carcere

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO

La figura di san Pio da Pietrelcina, il frate con le stimmate pregato e venerato da milioni di persone, non finisce mai di stupire. Un nuovo tassello è stato appena aggiunto alla raccolta di episodi misteriosi che hanno accompagnato la sua vita. Si tratta di una testimonianza pubblicata in un libro presentato ieri, in occasione del decimo anniversario della dedicazione del nuovo moderno santuario di San Giovanni Rotondo, che accoglie il corpo del frate, e riguarda un fenomeno di bilocazione che avrebbe portato Padre Pio in una cella di Budapest, dov'era rinchiuso il cardinale József Mindszenty, primate d’Ungheria.

Il libro s'intitola «Padre Pio. La sua chiesa, i suoi luoghi, tra devozione storia e opere d'arte» (Edizioni Padre Pio da Pietrelcina), ed è stato scritto da Stefano Campanella, direttore di TeleRadio Padre Pio nonché autore di numerosi saggi sulla figura del santo del Gargano.

Il cardinale Mindszenty era stato incarcerato nel dicembre 1948 dalle autorità comuniste ungheresi e condannato all'ergastolo l'anno successivo dopo un processo farsa che lo accusava di cospirazione contro il governo. Per otto anni rimase in carcere e agli arresti domiciliari, venne liberato durante l'insurrezione popolare del 1956, quindi si rifugiò nell'ambasciata statunitense di Budapest dove rimase fino al 1973, quando Paolo VI lo sollevò dalla guida della diocesi.

Proprio negli anni più duri trascorsi in carcere sarebbe avvenuto l'episodio di bilocazione che avrebbe portato Padre Pio a portare conforto al porporato. A testimoniarlo davanti ai giudici del processo di beatificazione del frate è uno degli uomini che gli furono più vicini, Angelo Battisti, amministratore della Casa Sollievo della Sofferenza nonché dattilografo della Segreteria di Stato vaticana.

Ecco come è descritta la scena della visita di Padre Pio a Mindszenty nel libro: «Il Cappuccino stigmatizzato, mentre è a San Giovanni Rotondo, si reca da lui per portargli il pane e il vino, destinati a diventare corpo e sangue di Cristo, cioè realtà dell’ottavo giorno; in questo caso la bilocazione acquista ancora di più il significato di anticipazione dell’ottavo giorno, cioè della resurrezione, quando il corpo viene liberato dai limiti di spazio e tempo; simbolico è, quindi, il numero di matricola sul pigiama del detenuto: il 1956 è l’anno della liberazione del porporato».

«Come è noto - ha raccontato Battisti nella sua testimonianza agli atti del processo canonico - il cardinale Mindszenty fu arrestato e messo in carcere e guardato a vista. Col passare del tempo si faceva vivissimo il desiderio di poter celebrare la santa messa. Una mattina gli si presenta Padre Pio con tutto l’occorrente. Il cardinale celebra la sua santa messa e Padre Pio gliela serve: poi parlarono e alla fine Padre Pio scompare con quanto aveva portato. Un sacerdote venuto da Budapest, incontrandomi, mi confidò riservatamente il fatto, pregandomi se potevo avere una conferma dal Padre. Gli risposi che se avessi chiesto una cosa del genere Padre Pio mi avrebbe cacciato a male parole».

Ma una sera del marzo del 1965 Battisti al termine di un colloquio, dice al frate stimmatizzato: «Padre, il cardinale Mindszenty ha riconosciuto Padre Pio?». Dopo una prima reazione contrariata, il santo del Gargano risponde: «Che diamine, ci siamo visti e ci siamo parlati, vuoi che non mi abbia riconosciuto?». Confermando così la bilocazione in carcere avvenuta anni prima. «Poi - aggiunge Battisti - si fece mesto e soggiunse: “Il diavolo è brutto, ma lo avevano ridotto più brutto del diavolo!”. Il che sta a dimostrare che il Padre lo aveva fin dall’inizio del suo arresto soccorso, perché non si può umanamente concepire come il cardinale avesse potuto resistere a tutti i patimenti ai quali è stato sottoposto e che lui descrive nelle sue memorie. Il Padre concluse: “Ricordati di pregare per questo grande confessore della fede, che ha tanto sofferto per la Chiesa”».

martedì 1 luglio 2014

Aforisma di martedì 1 luglio 2014

Kaliméra dalla Germania, 1933: "Spauracchio di sterminate masse di ebrei indigenti che sognano di emigrare a Ovest; i matrimoni misti hanno prodotto una straordinaria espugnazione del corpo del popolo tedesco; il diritto di cittadinanza allo straniero è concessione assurda e assolutamente contraria alla legge intrinseca di una autentica vita statale; l’ebreo dovrà essere costretto a rimanere visibilmente tale e rinunciare a esercitare qualsiasi influenza sul popolo ospitante; mescolanza dei popoli e mescolanza razziale vuol dire perdere se stessi, vuol dire decadenza". ( Si sa come andò a finire. C’è da rabbrividire, perché frasi analoghe si continuano oggi a sentire e a propalare come soluzioni di crisi ).
Havete!
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Don Carlo
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"Senza, si compiono disastri,
con, si realizzano miracoli
l’amore rivela Dio e fa grande l’umanità."
Alberto degli Entusiasti