giovedì 2 giugno 2016

Nella morte di Sara, il volto di una società senza Dio


Sara Di Pietrantonio
Come sempre in questi casi si cerca una spiegazione, e c’è chi se la prende con l’imbarbarimento delle periferie abbandonate dalla politica e chi con la violenza di genere. Ma di fronte all’enormità del male, tale che lo stesso assassino si stupisce di essere diventato un “mostro”, ogni possibile spiegazione suona parziale. Mi si permettano solo un paio di brevi riflessioni. 
Il primo aspetto riguarda la presenza del male, che si vorrebbe esorcizzare ma che puntuale si ripresenta per interrogarci. Il male è presente nella storia ed è presente nella vita di tutti noi, non è solo qualcosa di cui imputare gli altri o una generica società. Tutti noi siamo capaci di male, tutti noi abbiamo la potenzialità di diventare “mostri”, perché il male è il frutto del peccato originale e nasce quindi dalla lontananza da Dio. Vale a dire che per uscirne non bisogna tanto concentrarsi sul male, quanto sul perseguimento del bene, cioè vivere la compagnia di Cristo che dal male è venuto a liberarci.
Ed è qui che nasce la seconda riflessione: un mondo che pretende di auto-realizzarsi escludendo Dio, non può che essere sopraffatto dal male. Non può stupire che in una società praticamente atea il male, la violenza, la sopraffazione diventino dominanti. L’esempio più drammatico è proprio quello che riguarda i rapporti affettivi: se si cancella il progetto di Dio sull’uomo e sulla donna, anche la naturale attrazione tra due persone tende a diventare un rapporto “violento”, in cui prevale l’uso dell’altro per la propria soddisfazione, anche morale.

Fortunatamente, solo una piccola parte di questi rapporti finiscono in tragedia, ma ciò non toglie che senza la coscienza di una vocazione, di uno stare insieme per camminare verso il proprio destino volendo il bene dell’altro, si cade inevitabilmente in una drammatica parodia dell’amore. Anche Vincenzo Paduano pensava di amare Sara soltanto perché sentiva una forte attrazione per lei, e oggi magari pensa che l’ha uccisa perché l’amava troppo. E invece non l’amava per niente. È qui il dramma del nostro tempo: non sappiamo più cosa sia l’amore, lo abbiamo ridotto a sentimento. E se a dominare è il sentimento, allora il rapporto con l’altro diventa possesso, si afferma la dittatura dei desideri, e la sopraffazione diviene il modo normale di regolare la convivenza. Oggi poi, tutto questo viene amplificato dalla potenza distruttiva che possono avere i social network.
Qualcuno ieri invocava l’educazione di genere come antidoto a queste esplosioni di violenza, intendendo che ci sia una sorta di guerra dei sessi. Ma è proprio l’educazione di genere che peggiora ulteriormente la situazione, perché si basa sul soggettivismo più radicale: tutto dipende da come mi sento, maschio, femmina o altro; addirittura posso sentirmi cose diverse in giorni diversi. Significa condannare la persona a essere in balìa dei propri sentimenti e delle proprie emozioni. Poi, la sessualizzazione precoce che anche l’Unione Europea sta cercando di imporre ai ragazzi, è un ulteriore incentivo alla strumentalizzazione dell’altro, alla riduzione del rapporto affettivo a pura gratificazione fisica.
La violenza che abbiamo visto concretizzarsi in una periferia romana e che purtroppo abbiamo visto tante altre volte, è solo una delle possibili conseguenze di una concezione malata della persona e del rapporto con gli altri. Non si può pensare di costruire rapporti più umani senza riconoscere e affermare il mistero di Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza; senza desiderare di imitare Cristo, che ha assunto su di sé tutto il male del mondo per salvarci. Come sarebbe possibile rispettare l’altro se non riconoscendogli un valore assoluto e irriducibile, riconoscendogli quella dignità di persona che una società violenta come la nostra vuole cancellare fin dal grembo materno?
Ma valore assoluto e dignità di ogni essere umano vengono solo dal riconoscerci fatti da un Altro
Riccardo Cascioli

1 commento:

Céline Branton ha detto...

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