martedì 14 giugno 2016

I muri che salvano

porta latina
di Costanza Miriano
Da fuori forse posso anche dare ogni tanto l’impressione di essere una persona solida e realizzata, soprattutto a chi non mi conosce da vicino (gli altri lo sanno che sono pazza come una cavalla). Io, che mi conosco bene, sono certa guardandomi indietro di essere stata miracolosamente e misericordiosamente salvata più volte dal combinare non so quali disastri esistenziali, salvata un passo prima e a volte a dire il vero anche qualche centimetro dopo. Il fatto è che il nostro cuore è un groviglio incomprensibile anche a noi stessi. E questo, ne sono certa, vale per tutti. Non esistono persone rispettabili, esistono persone che fanno finta meglio delle altre. Sono stata salvata perché mi sono fidata delle cose che alcune persone mi avevano annunciato.
Ognuno trova il suo codice per decodificare il mistero che è il suo cuore. Chi crede nella Buona Notizia crede che è Gesù Cristo che svela l’uomo all’uomo. Crede che è lui che cerchiamo quando vaghiamo qua e là indecisi se ascoltare noi stessi o un’altra fonte di informazione sulla realtà – che è poi il primo dei comandamenti. Ascolta, Israele. Ascolta, non ti fidare solo del tuo cuore. Fidati di questa Buona Notizia che ti è arrivata (se non altro perché è la più bella di tutte e vale la pena di scommetterci su). Chi prova a fidarsi decide di appoggiarsi al deposito della fede tramandata nei millenni e confermata dalla vita dei santi, decide di legarsi a una compagnia di fratelli, decide di essere figlio di una madre, la Chiesa, maestra di umanità.
La Chiesa, nonostante la miseria dei suoi figli – tutti, laici e chierici – ha un dono speciale, il magistero, che è infallibile per dono dello Spirito Santo. Da brava mamma la Chiesa rompe le scatole ai suoi figli, ma lo fa perché li conosce più di chiunque altro, e li ama più di quanto li ami il mondo (che permette tutto ma non perdona nulla, mentre la Chiesa permette poco, ma perdona tantissimo, tutto). I muri che costruisce una mamma sono muri per proteggere i suoi figli. Prima di tutto i muri salvano noi da noi stessi, e dall’azione positiva – in senso etimologico – che il nemico continuamente tenta con noi. Il nemico, dunque, per la Chiesa non è mai il fratello. E’ sempre nel nostro cuore. Siamo noi. Siamo noi che abbiamo un cuore inaffidabile, un cuore che può diventare avido infedele ambizioso maligno, se non mendichiamo continuamente lo Spirito Santo che, lui solo, può renderci capaci di bene. Io ho bisogno dei muri. Come ho detto, mi accorgo di quante volte mi abbiano salvata. Spero che continuino a proteggermi, perché io senza muri non sono niente. Non so neanche chi sono, io, senza i comandamenti e la maternità della Chiesa e la paternità di Dio. I muri che mi hanno salvata sono stati quelli sui principi, quelli che non mi hanno lasciata sola nel giudizio, quelli che mi hanno permesso di trovare qualcuno a cui obbedire, quando capivo che non potevo fidarmi solo di me stessa.
Per questo quando sento parlare di abbattere i muri – adesso se non fai almeno un tweet contro i muri non firmi più un contratto a Hollywood, per non parlare di quanto giovi parlare di ponti alla candidatura per le presidenziali Usa – io vorrei tanto capire. Il mio nonno materno costruiva muri. La sua impresa costruì anche la casa dove sono cresciuta. Ricordo che per tutta l’infanzia nel fine settimana si andavano a guardare i lavori, che noia per me che non capivo come da quella collina piena di sassi e ulivi si sarebbe potuta ricavare una cameretta tutta mia. I lavori sembravano non finire mai, ma quei muri sono diventati il posto che ci ha custoditi, noi fratelli, finché fossimo in grado di abitare altre case. E sono il posto in cui torniamo quando vogliamo stare insieme. Se i muri hanno delle porte sono una cosa non solo buona, ma necessaria. Per questo voglio capire cosa intende chi parla. Forse è più chiara, la Clinton, quando dice direttamente che “codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e condizionamenti strutturali dovranno essere cambiati”, anche con la forza. Per quanto mi riguarda mi possono anche bombardare – con le bombe o con i modelli culturali – ma io le mie “credenze religiose” me le tengo strette perché sono quello che fa di me quella che sono. Senza, sono una canna vuota.
Anche il Papa parla spesso di abbattere muri, ma in ben altro senso. L’Amoris Laetitia non ha toccato nessuno dei paletti che sostengono questi muri. Ne sono certa. Ma sono altrettanto certa che ci sono alcuno passaggi volutamente lasciati aperti perché, affidando ai sacerdoti il compito di valutare le situazioni una per una – pur rimanendo fermi i punti che abbiamo ricevuto dal Vangelo e dalla tradizione – Francesco ha voluto che per ognuno la speranza della conversione fosse aperta fino all’ultimo giorno della sua vita. Questo è un Papa che non parla solo, e neppure principalmente, all’Europa. Parla ai più lontani dei lontani, quelli che “manco le basi” – come si direbbe a Roma – e allora capisco benissimo il senso di spalancare, aprire, nel desiderio di recuperare tutti per portarli dentro questi muri che sono lì dove erano sempre stati. Come ha detto un amico sacerdote, la Chiesa è una madre molto, molto prolifica, che prende in braccio ora uno ora l’altro dei suoi figli. E adesso in braccio non ci sono i figli un po’ più grandicelli, quelli che magari sembrano stare in braccio da soli. I famosi figli maggiori. Diciamo la verità, oltre a non stare in braccio, ultimamente stanno prendendo qualche bella sculacciata; io non sono contraria per principio a qualche energica correzione. L’importante però è che anche i figli maggiori possano sentire ogni tanto la paternità vicina e affettuosa, una carezza. Perché anche loro, anche se “stanno sempre col Padre”, come dice la parabola, fanno tanta fatica. Perché il cuore dell’uomo è lo stesso per tutti. Per i vicini e per i lontani. Il cuore dell’uomo è sempre bisognoso di guarigione. È sempre un cuore da cui “escono” come dice Gesù cattiverie in continuazione, e anche i figli maggiori non devono mai smettere di medicare lo Spirito per essere capaci di un qualche bene. Anche chi sembra rimanere nella sua vita rispettabile fa fatica, ha dubbi, ha bisogno di un abbraccio gratuito, di un regalo ogni tanto. Ha bisogno di conferme.
L’altro giorno con un’amica abbiamo passato in rassegna le vite di un sacco di gente (due amiche con un po’ di tempo a disposizione sono pericolose). Una Spoon River. Vite devastate, scombinate, assurde a vederle da fuori. Quasi tutti sono stati uomini e donne che hanno deciso di ascoltare il cuore, e che si ritrovano in situazioni più dolorose di quelle dalle quali cercavano di scappare. Per loro, certo, l’unica parola possibile è un abbraccio misericordioso. Silenzioso e senza prediche. Sapendo che la “punizione” sarà la loro stessa vita devastata. Ma questo abbraccio sinceramente io credo che già ci sia, nella Chiesa. Io non ho mai ricevuto parole dure o di condanna, neanche quando le avrei meritate. Ho sempre ricevuto comprensione e perdono. Quello che secondo me è mancato nelle vite dei nostri amici devastati è stata la certezza che i muri sono una custodia per te, qualcosa che ti salva da te stesso, qualcosa che è per la tua vera e profonda felicità, qualcosa che è per il tuo vero bene. Chi ti mette un limite, un divieto, chi ti dice un no, è chi non si rassegna a vederti sprecare tutto. Chi ti dice che il sesso è dentro al matrimonio, che l’apertura alla vita ti conviene, che la famiglia è fatta di un uomo e di una donna, è chi veramente ti vuole bene, ti vuole custodire salvare e far fiorire. L’inganno è sempre questo, dal giardino dell’Eden in poi: farci credere che Dio ci vuole fregare. Ma credo che nell’attuale relativismo questo inganno sia endemico, e sia anche a livello dottrinale in certe parti della Chiesa.
Oggi quello che manca all’Occidente – diversamente che alle parti più lontane e non evangelizzate del mondo – non è l’annuncio della misericordia (una parola a cui i più, intorno a me, mi sembrano abbastanza indifferenti), e neanche il senso del peccato – quello è scritto dentro di noi – ma la certezza che i comandamenti, i muri, le regole, i limiti, sono per la nostra felicità vera e piena e profonda, e che il peccato invece rende infelici. Manca un’alfabetizzazione umana, un’educazione affettiva, manca l’annuncio fondamentale su chi è l’uomo, e Chi è l’unico che può guarire il suo cuore malato, folle, disorientato.

1 commento:

Céline Branton ha detto...

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