giovedì 17 settembre 2015

Carrón, la bellezza (di Dio) ci salverà


Il successore di Don Giussani mostra la continuità fra Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Senza temere il dissenso

Ricordo la sperdutezza di don Julián Carrón dopo il suo primo intervento da capo di Comunione e Liberazione a Roma, poco dopo la morte di don Luigi Giussani, nel febbraio del 2005. Aveva appena presentato un libro di interviste del suo predecessore ( Un caffè in compagnia , Rizzoli) che aveva fermamente voluto lui, proprio lui, prete dell'Estremadura, figlio di contadini, che a dieci anni entrò in seminario sentendo la chiamata mentre raccoglieva le patate con suo papà sotto un tetto di ciliegi.Era una serata piovosa. Passeggiavamo nelle stradine intorno al Pantheon, quella cupola enorme, perfetta, e lui silenzioso, imperfetto, con la sua giubba nera sulle spalle di teologo-contadino, e mia moglie gli diede un bacio, improvvisamente, per dirgli grazie, coraggio, come per aiutarlo a portare un peso immane, quasi come Frodo a cui il Destino assegnò l'anello e la cosa gli era capitata, non l'aveva voluta, ma accettava il compito.
Quel peso era ed è guidare Comunione e Liberazione. Qualcosa da esserne schiacciati. Dagli attacchi esterni, sì. Ma questo è il meno. Il movimento ci ha fatto il callo. A essere squassante è la responsabilità di indirizzare i cuori, di indicare la strada non della politica o dell'economia, ma del destino personale di tantissima gente in cento Paesi del mondo. E non solo del loro, ma di quelli che costoro incontreranno. Venendo poi dopo un gigante come don Gius la tentazione irresistibile poteva essere quella di quietarsi nell'esistente, piluccando dal grandioso patrimonio giussaniano il pizzino giusto al momento giusto, imitandolo in tono minore, conservando, mantenendo, agitando il turibolo sul carisma pietrificato del fondatore.
Carrón non si è fatto stritolare. Non dice forse il Vangelo «il mio carico è leggero, il mio giogo è dolce»? Così ha appoggiato quel peso sulle ali dello Spirito Santo. Non sto facendo mistica a buon mercato. Parlo dello Spirito Santo che prende la carne e ossa di un cardinale recalcitrante e lo fa successore di Pietro. Carrón invece che copiare per risparmiarsi la fatica, si è immedesimato con il metodo di don Giussani. Amare la bellezza, farsi colpire da essa, comunicarla al mondo perché ciascun uomo trovi la risposta alla domanda che ha in cuore, lasciandosi guidare a sua volta dal Papa. Non semplicemente essere approvati dal Papa, ma averlo come padre, farsi leggere il carisma, che è la forma dell'adesione alla fede, dal successore di Pietro, lui che è successore di don Gius. Questo gli ha consentito una straordinaria scoperta, che nessuno fa mai: la continuità assoluta tra gli insegnamenti e il magistero di Benedetto XVI e quelli di Francesco. Entrambi constatano che non siamo più in un'età di lotta al cristianesimo (vedi le sedi di CL incendiate a centinaia negli anni '70 nel silenzio dei mass media), dove era importante una presenza vigorosa nell'arena pubblica. E neppure siamo in età semplicemente post-cristiana. Siamo in un mondo a-cristiano, resta qualche baluginio, ma non è più possibile fare riferimento all'evidenza di certi valori, pretendere che siano riconosciuti al di fuori della fede. Non perché non siano attingibili dalla ragione. Ma senza che sia allargata dalla fede, essa non ragiona più. L'unico modo di scuotere la ragione è la testimonianza disarmata della bellezza, che ferisce con uno stupore inatteso chiunque conservi, seppellita sotto i detriti di civiltà morte, «quella domanda a cui solo Dio è risposta» (Wojtyla). Oggi sono «crollate le evidenze morali» (Ratzinger), occorre affacciarsi su questo panorama desolato con la fiaccola della misericordia senza alcuna precondizione (Bergoglio). Solo la testimonianza vale. Un incontro tra persone, del tipo di quelli al tempo dei pagani, prima che la Chiesa avesse il potere. Nella libertà, mai nella costrizione.
Questo è il punto. Sia i laudatores sia gli “scomunicatores” sostengono che Francesco ha rotto con Benedetto, Giovanni Paolo e la tradizione. Mentre Carrón racconta e dimostra come Bergoglio trovi e applichi soluzioni nuove sviluppando l'autocoscienza della Chiesa, che resta se stessa, con il suo intatto patrimonio dottrinale.
Scrisse Romano Guardini nella sua Essenza del cristianesimo : «Nell'esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Il Tu di cui qui si parla è Gesù Cristo, bellezza disarmata, come l' Ecce Homo .
Tutto questo per dire che esce il primo libro italiano di questo prete spagnolo ed è una cosa importante. Il titolo del volume è spiazzante rispetto allo stereotipo dei «panzer di Dio». Si intitola La bellezza disarmata (Rizzoli, pagg. 364, euro 18). La bellezza è Cristo, disarmato l'autore. E vuole che siano disarmati, senza alcuna volontà di dominio e neppure di egemonia, i suoi ciellini e con loro tutti i cristiani. Non impugna la spada, neanche quella della polemica dialettica, se non contro coloro che, appunto, pretendono di affermare il primato dei valori nati dal cristianesimo a prescindere dalla bellezza disarmata di Cristo, dalla sua inermità.
Rispetto all'idea di un movimento ecclesiale con la testa indietro, girata verso epiche battaglie in piazza, pronto a denunciare relativismo culturale e laicismo, c'è un gran salto. La domanda è: questo balzo di coscienza chiesto da Carrón è temerario o è piuttosto temerario e disperante cozzare ostinatamente contro la porta chiusa? Il metodo della bellezza disarmata di Ratzinger-Bergoglio-Carron somiglia a quello di Cristo in Palestina o hanno ragione quelli che avvertono tutto ciò come un tradimento, addirittura come una violenta mutazione genetica della stessa sostanza del cristianesimo?
Giudichi il lettore. Secondo me, gli verrà voglia di incontrare Carrón.

«La bellezza disarmata» in un mondo dove crollano le evidenze - recensione di A. TORNIELLI


La copertina del libro
LA COPERTINA DEL LIBRO

Esce oggi il primo libro italiano di don Julián Carrón, il successore di don Giussani alla guida di Comunione e Liberazione: nella società che non riconosce più i valori come tali i cristiani non possono creare nulla di nuovo se non con la loro testimonianza di vita.



«Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell'abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile». Chi l'ha scritto? «Sorprende che a pronunciare queste parole - afferma Julián Carrón - sia un Papa e non un accanito relativista».

Il Papa in questione è Benedetto XVI, la citazione è tratta dal discorso del Pontefice al Bundestag, e serve a don Carrón per ricordare che «il crollo delle evidenze è la cifra della crisi attuale, della condizione umana nell'Occidente di oggi»: non si può più dare per scontato ciò che scontato non è. E ogni tentativo di presenza cristiana, se non riparte dall'essenziale, cioè da una personale testimonianza della «bellezza disarmata» della fede, è destinato non soltanto a fallire, ma anche a rendersi repellente.

«La bellezza disarmata» (Rizzoli, pp. 374, € 18) è il primo libro italiano di don Julián Carrón, dal 2005 alla guida del movimento di Comunione e Liberazione. Il sacerdote spagnolo ha rielaborato, riscritto e sistematizzato in questo volume in libreria da oggi vari suoi interventi di questo primo decennio come successore di don Giussani. Ma ci sono anche capitoli del tutto inediti, come quello nel quale Carrón riflette su «verità e libertà» nella società occidentale, caratterizzata dal «crollo delle evidenze» e dunque dal mancato riconoscimento di quei valori che hanno costruito la civiltà cristiana. «La questione che ci si pone - scrive l'autore - è quale sia la strada di una positiva riscoperta di ciò che appartiene alla verità dell'esperienza umana, in vista di una rinnovata fondazione della vita comune nella nostra società plurale».

Carrón valorizza il passaggio dell'«Evangelii gaudium», nel quale Papa Francesco rileva come i cristiani non possano insistere solo su questioni legate alla morale in ambito personale e sociale, ma sia il tempo di un annuncio missionario che si concentri sull'essenziale. Un giudizio, quello del Papa, che mette in discussione quelle modalità di presenza e di predicazione monotematiche, fissate soltanto su alcune battaglie.

«Come nella nota parabola - scrive l'autore nel libro - si vorrebbe togliere la zizzania dal campo, perché essa è pericolosa per la libertà. Il padrone del campo ha invece un pensiero ben diverso. Egli lascia crescere tutto, perché sa che il positivo sarà vincitore. È la certezza di Gesù: la potenza del seme sarà più grande».

Nella società caratterizzata dal crollo delle evidenze, la situazione dei cristiani di oggi è per certi versi più simile a quella dei primi cristiani, e alla loro testimonianza della bellezza delle fede incontrata e della novità di vita che ne scaturiva. Un messaggio, quello contenuto nel libro, che valorizza l'insegnamento di don Giussani, ed è destinato ad alimentare il confronto anche all'interno dello stesso movimento di CL.

Carrón, i cristiani e il letargo dell'Occidente


Un percepibile malessere permea le nostre città occidentali. Una crisi demografica senza precedenti – come di gente che non ha più voglia di continuare la sua storia. Il diritto a nascere, ad avere un padre e una madre, il senso del matrimonio, la stessa differenza biologica fra uomo e donna, tutto viene messo in discussione. Si può pensare di “affittare” l’utero di una donna per averne un figlio, o chiedere, e ottenere, di essere aiutati a morire. Le evidenze che fino a cinquanta anni fa erano il fondamento del nostro convivere, si sgretolano. Assistiamo a un moltiplicarsi di pretesi “diritti” individuali, come l’esasperazione del tentativo di autodeterminarsi, nell’illusione di essere, così, più felici.
C’è tra i cristiani chi si affanna a ribadire i valori della tradizione, ma sembra a volte una fatica di Sisifo, che non ferma l’avanzare del “nuovo mondo”. Quello che profeticamente don Luigi Giussani intuì già nel 1985, quando scrisse: «È come se non ci fosse più nessuna evidenza reale se non la moda, perché la moda è un progetto del potere». Julián Carrón, erede di Giussani alla guida di Comunione e liberazione, nel suo La bellezza disarmata (Rizzoli, pagine 364, euro 18.00) da oggi in libreria, ripercorre questa crisi, questi, come li chiamò Heidegger, «sentieri interrotti». Una riflessione profonda sull’oggi e su quello che i cristiani hanno a fare, a fronte di ciò che l’autore definisce, senza sconti, un «crollo delle evidenze» in cui le generazioni precedenti hanno vissuto. Il «misterioso, denso letargo» in cui galleggiano molti occidentali è, secondo Carrón, il risultato di una riduzione dell’Io, dell’originario desiderio di vita e felicità dell’uomo, ad opera di una cultura dominante che, come avvertiva già Bernanos, logora, impoverisce, confonde. Il pericolo attuale è insomma quello denunciato da Giovanni Paolo II, quando ventilò l’abolizione dell’uomo, del desiderio del cuore dell’uomo, da parte del potere. 
Minaccia a fronte della quale non basta contrapporsi dialetticamente, o richiamarsi a valori non più universalmente condivisi. La sfida è più radicale, e secondo Carrón ci porta al centro della Evangelii gaudium di Francesco, quando vi si afferma che per alcuni la battaglia per la difesa dei valori è divenuta più importante rispetto alla comunicazione della novità di Cristo. Osservazione da meditare, alla luce del richiamo di Francesco: Cristo “primerea”, viene prima, precede ogni cosa. Da meditare anche nell’eco di Giovanni Paolo I: «Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole».
Abbiamo bisogno, è stato detto, di testimoni, più che di maestri. Di uomini che abbiano incontrato Cristo e siano capaci di mostrare la bellezza di questa sequela. La umana bellezza del cristianesimo, o come nel titolo di questo libro, “la bellezza disarmata”. Quel fascino che si trasmette senza proclami, che non spinge l’altro a difendersi, ma semplicemente si contagia, se incontriamo qualcuno che vive in un modo diverso, e più umano. «Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo diritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità»: questo è Ratzinger. È interessante come la voce di pontefici diversi riecheggi nel libro come in un’unica assonanza, riassumibile nella sintesi delle parole di Benedetto XVI all’inizio della Deus caritas est: il cristianesimo non è una decisione etica, ma un incontro.
Parola, quest’ultima, cara a don Giussani e ai suoi, incontro come scintilla che fa nascere una domanda, e intravedere il principio di una risposta. Il testo di Carrón pare dunque un tornare sulle righe de Il senso religioso, il libro fondante di Giussani, e rivisitarlo, mostrandone tutta la profezia, oltre quarant’anni dopo; alla luce di Francesco, del suo travolgente “Cristo primerea”, del ricordarci che prima di ogni parola o legge o valore c’è Cristo, e l’incontrarlo nella faccia di un uomo. Dalle parole di Giussani a Ratzinger a Francesco, il filo di un ritorno all’essenziale. 
Perché questa è in verità l’unica forma in cui il cristianesimo si tramanda, di madre in figlio, da professore ad alunno, da amico a amico: attraverso un uomo. Tutto il resto viene dopo, dentro a questa pienezza: il desiderio di avere dei figli cui trasmettere questa certezza, o di sposarsi per sempre, contando sulla grazia di Cristo, che ci accompagni. Quanto fragili sono le parole, anche le più dotte, a fronte di chi ci testimonia che si può vivere così, più intensamente uomini, in Cristo. Carrón cita il teologo e mistico bizantino Nicolas Kabasilas: ci occorrono «uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura (..) Questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso. Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale, e l’intensità del desiderio Chi sia colui che ha scoccato il dardo». 
A una tale bellezza i cristiani sono convocati. A questo dovremmo educare, nella accezione più ampia del termine, i nostri figli. Non a piccoli desideri, a un tranquillo quieto vivere. Ma a riconoscere nella realtà il segno buono che la marchia nel profondo, e a lasciarsi, dalla “bellezza disarmata” di Cristo, sedurre e condurre, per i suoi sentieri. Marina Corradi

venerdì 11 settembre 2015

Vera accoglienza significa fermare la guerra


Profughi dalla Siria
«Dico che il punto centrale non è accogliere e ospitare i profughi, ma è fermare il conflitto alle radici. Tutti devono essere coinvolti, dall’Occidente alle nazioni arabe, dalla Russia agli Stati Uniti. Questo è ciò che aspettiamo, la pace… Non parole sui migranti e discorsi sull’accoglienza. Mai più la guerra». Più chiaro di così il patriarca melchita, Gregorio III Laham, non poteva certo essere, e la sua non è certo una voce isolata: da anni ormai i vescovi iracheni e siriani continuano a chiedere un intervento militare dai paesi occidentali per porre fine alle sofferenze della popolazione, e le voci si sono alzate ancora di più in queste settimane che vedono i cattolici italiani ed europei concentrati soltanto sull’accoglienza.
Già, l’accoglienza. È l’invito pressante che sta facendo il Papa, per soccorrere quanti sono arrivati sui barconi e non solo. «Una famiglia per parrocchia», aveva chiesto nell’Angelus di domenica scorsa: una preoccupazione anche educativa, perché tutti si impari a non voltare lo sguardo da un’altra parte davanti a queste tragedie personali e collettive.
Eppure le parole di Gregorio III non possono lasciarci indifferenti; non abbiamo imparato nulla se ci giriamo dall’altra parte o mettiamo i tappi nelle orecchie quando questi vescovi siriani e iracheni intervengono. Non dicono di mettere da parte l’accoglienza, ma ci dicono che c’è un concetto più ampio e profondo di accoglienza, che non si limita a provvedere un tetto e un piatto a coloro che ormai sono già nelle nostre città. Compito importantissimo anche questo, ci mancherebbe, ma non esaurisce l’orizzonte dell’accoglienza, che è farsi carico di tutti i bisogni della persona che si ha davanti. «Davanti alle guerre che stravolgono il Medio Oriente, il nostro desiderio come cristiani e come Chiesa è quello di rimanere nel nostro Paese, e facciamo di tutto per tener viva la speranza». Così ha spiegato in questi giorni all’agenzia Fides il gesuita mons. Antoine Audo, vescovo di Aleppo dei Caldei e Presidente di Caritas Siria.
Bisogna essere consapevoli che l’arrivo in Europa di tanti siriani è un colpo alla speranza di un futuro dei cristiani in Siria, in Iraq e in Medio Oriente. 
La situazione ad Aleppo, nel resto della Siria e anche dell’Iraq è più che drammatica, ma il desiderio è restare, ricostruire un futuro nella propria terra. Dice ancora mons. Audo: «Non ce la sentiamo di dire alla gente: scappate, andate via, che qualcuno vi accoglierà. Rispettiamo le famiglie che hanno i bambini e vanno via. Non dirò mai una parola, un giudizio non benevolo su chi va via perché vuole proteggere i suoi figli dalle sofferenze. Ma per noi è un dolore vedere le famiglie partire, e tra loro tante sono cristiane. È un segno che la guerra non finirà, o che alla fine prevarrà chi vuole distruggere il Paese». 
A fuggire peraltro sono i giovani, quelli che hanno la forza fisica e hanno anche la possibilità di pagarsi il passaggio per l’Europa: «È un fenomeno grave, di disperazione. Ma è quello che sta accadendo. Vuol dire che qui rimarranno solo i vecchi». 
La pur necessaria accoglienza per chi comunque è riuscito ad arrivare in Europa non può evitare di affrontare il problema alla radice, là dove si combatte. «L’Isis va fermata» ripete da due anni il Patriarca di Babilonia dei Caldei, monsignor Louis Sako, e con lui tutti i preti e i vescovi di cui abbiamo sentito la testimonianza in questo tempo. E l’Isis non si ferma con le chiacchiere, ma su questo punto si continua a sorvolare, anzi – come dice ancora mons. Audo - «in Occidente dicono di fare tutto in difesa dei diritti umani, e con questo argomento continuano anche ad alimentare questa guerra infame». 
Oggi è su questo che bisogna insistere e sfidare i governi occidentali e non solo. Fermare la guerra, neutralizzare l’Isis e le altre formazioni jihadiste, viene prima di qualsiasi altra preoccupazione geopolitica. Se non si prende questa decisione, anche l’accoglienza ai profughi diventa un esercizio di ipocrisia

Il Vicario di Cristo a casa mia. Diario di un incontro (anzi tre)

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Fin dalla prima volta che ho avuto la grazia di incontrare papa Francesco, dopo soli 15 giorni dalla sua elezione, celebrando con lui la Messa nella casa Santa Marta, sono rimasto colpito dalla tenerezza con cui ha parlato e ha ascoltato padre Paolino e me. Sono stati minuti intensi, durante i quali abbiamo potuto conoscerci e sinteticamente riferirgli quello che la Divina Misericordia compie ad Asunción usando la fragilità di due sacerdoti senza alcun titolo accademico. Quello che ci ha detto lui non lo ricordo nemmeno: la commozione di sentirci abbracciati era più grande di tutte le parole pronunciate. Stavamo vivendo un momento molto difficile e avevamo bisogno solo della sua paternità.

Un anno dopo, il Nunzio apostolico mi ha detto: «Sono stato a far visita al Santo Padre, mi ha chiesto come stava padre Aldo e io ho dovuto rispondergli che non lo sapevo, perché era molto tempo che non lo vedevo. Sarebbe opportuno che tu stesso venissi in Italia con me per celebrare la Messa con il Papa e rispondere alla sua domanda». Il secondo incontro con il Vicario di Cristo è stato ancora più sorprendente del primo. È avvenuto l’8 gennaio 2015. C’era suor Sonia con me. «Santità – gli ho chiesto – quando verrà in Paraguay? Desidererei che lei venisse a benedire e inaugurare la clinica da poco costruita». Mi ha risposto, ripetendolo due volte: «Ma io vengo questo anno in Paraguay!». La notizia è arrivata immediatamente nel paese, tuttavia molti non mi credevano.
Sette mesi dopo il Papa è arrivato. Difficile immaginare che potesse ritagliare uno spazio nel programma per noi. Ma alle 11 di sabato 11 luglio mi ha chiamato il Nunzio apostolico: «Il Santo Padre tra le 14.30 e le 15 farà una visita alla clinica». Non potevo crederci.

Già molte ore prima del suo arrivo, la strada, gli alberi, i balconi e perfino i tetti delle case prospicienti la clinica erano stipati di giovani che aspettavano il Papa. Entusiasmo alle stelle. I bambini della scuola Pa’i Alberto e i ragazzi della scuola professionale Pa’i Lino, tutti con la divisa di gala, hanno formato due cordoni per tenere libero il passaggio e fare anche da chierichetti al Santo Padre. Il Papa è arrivato alle 15.30, e la grande quantità di persone, impazzite per questo regalo, ha messo a dura prova il servizio d’ordine. Tutti volevano toccarlo, chiedere la benedizione. Era uno scenario evangelico, perché dentro questa moltitudine c’erano infermi, poveri, persone che hanno bisogno di tutto. Come al tempo di Gesù, tutti desideravano toccarlo.
È stato un momento unico per me: accogliere nella mia casa il Vicario di Gesù. Siamo entrati in clinica e lui, dopo aver baciato alcuni infermi, con un mazzo di rose bianche si è diretto alla cappella del Santissimo, si è fermato alcuni minuti in adorazione, poi ha posto i fiori ai piedi dell’immagine della Madonna di Caacupé. Nel frattempo gli ammalati e i poveri lo aspettavano nel salone multiuso. Il suo incontro con loro è stato un evento di gioia: quando è entrato, vedendo tutte queste persone, ha allargato le braccia, come a manifestare il suo amore a ognuno, e ha impartito la benedizione a tutti.

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Un’Idea in regalo
Prima di lasciare la clinica, dopo averla benedetta e inaugurata, mi ha detto una parola, la più importante per me e per la Fondazione: «Grazie padre, e avanti!». Non mi sento degno di questo “grazie”, perché io ero e sono un cucchiaio in mano a un Muratore, ma quell’imperativo, “avanti”, è per me e per i miei amici la certezza che questa opera è del Signore e non un capriccio o un progetto di padre Aldo. Il mio unico merito è stato di obbedire alla realtà, come luogo dove il Mistero manifesta la sua chiamata, attraverso segni e vocazioni particolari.
Quella di papa Francesco è stata una visita tanto desiderata quanto insperata. Come insperato è stato il regalo che ci ha fatto, donandoci la Fiat Idea, la vettura utilizzata in Paraguay in alternativa alla papamobile. Lunedì 13 luglio il Nunzio mi ha chiamato dicendomi: «Papa Francesco mi ha detto di regalare l’auto ai poveri della Fondazione San Rafael». La notizia è stata oggetto di interesse, non solo da parte dei miei poveri, ma anche dei media che non potevano credere che fosse vera la decisione del Santo Padre. Anche per me è stata una sorpresa: chi sono io perché il Papa mi consegni l’auto utilizzata nella sua permanenza in Paraguay?
Invito i lettori a pregare per me, affinché nulla sia cancellato dalla mia mente, dal mio cuore: la sorpresa che il Papa mi ha fatto visitando la mia numerosa famiglia, in particolare i malati terminali, i bambini vittime di abusi e violenza.
paldo.trento@gmail.com

mercoledì 9 settembre 2015

Aprirsi a Cristo per creare una cultura della fede

Pontificale_Santa Maria Nascente
Nel Pontificale presieduto in Duomo per la festa di Santa Maria Nascente il cardinale Scola ha presentato la Lettera pastorale che guiderà il cammino della Diocesi anche nel contesto dei prossimi eventi promossi dalla Chiesa universale e italiana


Il desiderio e la scelta di superare quel misto di «scetticismo e speranza» che caratterizza ogni nuovo inizio, per andare oltre un’inconfessata e sorda insicurezza e il fin troppo diffuso peccato di debolezza e fragilità. E fare questo perché convinti di potere e volere ritrovare, nel proprio cuore profondo, il pensiero di Cristo aprendosi a esso in ogni momento della vita quotidiana e creando così un’autentica cultura della fede.
In Duomo, col solenne Pontificale presieduto dal cardinale Scola come tradizione nella festa della Natività di Santa Maria Nascente, ha preso avvio l’anno pastorale. La Cattedrale è gremita, concelebrano il cardinale Tettamanzi, tutti i Vescovi ausiliari (cui si aggiungono, tra gli altri, l’Arcivescovo di Gorizia, il milanese monsignor Carlo Redaelli, e monsignor Emilio Patriarca), il Consiglio Episcopale Milanese, il Capitolo della Cattedrale, e oltre duecento sacerdoti. Nel Pontificale si svolge anche il Rito di ammissione dei Candidati al Diaconato e al Presbiterato di sedici giovani della nostra Diocesi e di uno proveniente dal Centrafrica e dei sette Candidati al Diaconato permanente. E così la “ripartenza” è il momento e modo attraverso cui l’Arcivescovo delinea il senso complessivo della Lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo, resa pubblica oggi e che guiderà la nostra Chiesa per il biennio 2015-2017.
«Occorre sconfiggere la tentazione dell’insicurezza che può diventare scetticismo e produrre l’oblìo del “per Chi?”. L’Anno Santo della Misericordia illumina il cammino pastorale indicato dalla Chiesa ambrosiana per i prossimi due anni: educarsi al pensiero di Cristo, avere i suoi stessi sentimenti - nota il Cardinale -. Attraverso il lavoro personale e comunitario sulla Lettera pastorale, insisto su questo soprattutto con i sacerdoti, si tratta di assumere il dono e il compito di pensare secondo Cristo, cioè di riconoscere nella persona di Gesù, immedesimandosi in Lui, il criterio per guardare, leggere e abbracciare tutta la realtà e, nello stesso tempo, il dono e il compito di pensare Lui attraverso tutte le cose della vita. Non è niente di intellettualistico, ma è qualcosa che sta nell’esperienza comune di tutti i giorni e occorre vivere “insieme”, come comunità cristiana, perché il pensiero di Cristo è, sempre e in modo indisgiungibile, un sentire con la Chiesa, in intima unione con il popolo santo di Dio, secondo il criterio della pluriformità nell’unità, vera e propria legge della communio».
Un lavoro, quello proposto dalla Lettera, che si situa nella riforma attuata in questi ultimi anni dalla Chiesa di Milano, vòlta a definire il profilo di una Chiesa “in uscita”, capace di andare incontro all’umano a 360°, perché il campo è il mondo e nulla è estraneo ai cristiani. E sono molti gli eventi che attendono questa Chiesa “aperta”, già nel prossimo trimestre: l’Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo (a cui il Cardinale parteciperà come uno dei Vescovi eletti dalla Conferenza Episcopale Italiana e ratificato dal Santo Padre); l’iniziativa dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati; il prossimo Convegno ecclesiale di Firenze sul tema “In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo”, il cui lavoro verrà proseguito in Diocesi attraverso l’iniziativa dei “Dialoghi di vita buona” (al via a novembre), «concepiti laicamente insieme a esponenti di altre religioni e visioni della vita - spiega l’Arcivescovo – Tenteremo di riflettere su aspetti comuni e decisivi per la vita di tutti i soggetti che abitano la società plurale. Infatti siamo in una posizione, noi uomini post-moderni, assai difficile: un’epoca, quella moderna, si è chiusa. E ora? I Dialoghi di vita buona vorranno dare, in merito, un contributo alla città e a tutte le terre ambrosiane». E, infine - ultima, ma non ultima - la visita pastorale, definita feriale che inizierà stasera stessa e di cui il Vicario generale, monsignor Delpini, legge a conclusione, il Decreto di Indizione.
Arcidiocesi di Milano

Solennità della Natività della Beata Vergine Maria
Ct 6, 9d-10; Sir 24, 18-20; Sal 86; Rm 8,3-11; Mt 1,18-23

Inizio dell’Anno Pastorale



Duomo di Milano
8 settembre 2015


Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano


1. «Ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile, mandando il proprio Figlio» (Epistola, Rm 8,3). Le parole dell’Apostolo Paolo spalancano davanti a noi l’orizzonte della speranza cristiana che ci permette di dire, con tutta verità e certezza: “È possibile ricominciare”. Alla ripresa di un nuovo Anno Pastorale, può capitare di rintracciare nel nostro cuore, più o meno consapevolmente, soprattutto a mano a mano che passano gli anni, un misto di speranza e di scetticismo. Al desiderio di riprendere la strada insieme alle comunità alle quali siamo stati inviati, si può aggiungere una sorda, magari inconfessata insicurezza che, se non riesce a fermare la nostra dedizione, qualche volta la priva di letizia. Le nostre debolezze e fragilità, i nostri peccati, sono a volte così persistenti, così noiosamente regolari, da insinuarci il dubbio che, alla fine, non potremo cambiare. Di fronte a questa tentazione – bisogna chiamarla con il suo nome! – ci ripetiamo con l’Apostolo: «Ciò che era impossibile Dio lo ha reso possibile mandando il proprio Figlio», perché lo Spirito di risurrezione abita in noi (cf. Epistola, Rm 8,10-11).

2. Noi, infatti, siamo il popolo testimone e protagonista dell’ “impossibile” compiuto da e in Gesù Cristo. Lo mostra bene l’odierna solennità della Natività della Beata Vergine Maria. In essa la Chiesa contempla l’aurora della salvezza: nella nascita di Colei che sarà Vergine e Madre del Redentore, contempliamo la caparra della grazia dell’impossibile realizzato. L’impotenza della legge è vinta perché lo Spirito genera la nostra appartenenza a Cristo (cf. Epistola, Rm 8,9).
Solo se custodiamo la certezza di quanto il Padre di misericordia  opera in noi e in mezzo a noi è ragionevole rinnovare l’impegno di dedicare la vita al servizio del Signore e della Chiesa.
Carissimi candidati al diaconato e al presbiterato, sia la vostra disponibilità ad offrire la vita a Cristo a servizio del popolo santo di Dio, sia quella della Chiesa ad accogliere, nella persona dell’Arcivescovo, il vostro proposito, hanno una solida ragion d’essere. «Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, [e] abita in voi» (Epistola, Rm 8,11) e darà «la vita anche ai vostri corpi mortali» (Epistola, Rm 8,11). È la prospettiva battesimale, tanto cara al nostro padre Ambrogio, del “con-morire” e del “con-risorgere” in Cristo che già segna l’esistenza terrena del cristiano.

3. Sconfiggere la tentazione dell’insicurezza che può diventare scetticismo e produrre l’oblìo del “per Chi?” operiamo, è probabilmente una delle azioni più potenti della misericordia di Dio.
Dopo l’Anno della Vita Consacrata, che ha visto impegnata la Chiesa tutta nel riconoscimento di questo dono dello Spirito alla comunità cristiana, il Santo Padre ha voluto indire un straordinario Anno Santo della Misericordia perché tutti «abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (Misericordiae vultus 2).
Lungo quest’anno vogliamo vivere questo mistero centrale della nostra fede attraverso gesti di pellegrinaggio e riconciliazione, anche sacramentale, e attraverso la pratica delle opere di misericordia corporali e spirituali. Già da oggi sono disponibili le prime indicazioni per vivere bene in Diocesi questo tempo straordinario di perdono e perciò di gioia.

4. L’Anno Santo della Misericordia illumina il cammino pastorale indicato dalla Chiesa ambrosiana per i prossimi due anni: educarsi al pensiero di Cristo. Attraverso il lavoro personale e comunitario sulla Lettera pastorale, si tratta di assumere il dono e il compito di pensare secondo Cristo, cioè di riconoscere nella persona di Gesù il criterio per guardare, leggere e abbracciare tutta la realtà e, nello stesso tempo, il dono e il compito di pensare Lui attraverso tutte le cose. E questo “insieme”, come comunità cristiana, perché il pensiero di Cristo è, sempre e in modo indisgiungibile, un sentire con la Chiesa, in intima unione con il popolo santo di Dio, secondo il criterio della pluriformità nell’unità, vera e propria legge della communio.
Il lavoro proposto dalla Lettera pastorale costituisce un ulteriore passo nel percorso di riforma – il termine se ben inteso non è eccessivo – che la nostra Chiesa ha avviato da qualche decennio. Cito solo il peso dato alla Parola di Dio, la nascita delle Comunità Pastorali, il lavoro sull’iniziazione cristiana. Affronteremo ora la questione del posto decisivo della famiglia come soggetto diretto di evangelizzazione per giungere alla formazione del clero con la proposta di “processi da avviare” e di esercizi di comunione. Passi di riforma che hanno come orizzonte proprio l’evangelizzazione, il rinnovamento della Chiesa come “Chiesa in uscita”, così come ha già mostrato l’iniziativa Evangelizzare la metropoli, che riprenderà martedì 27 ottobre con l’intervento del Patriarca dei Maroniti Card. Boutros Bechara Rai su Evangelizzare il Medio-Oriente.

5. Nel primo trimestre di quest’Anno Pastorale avranno luogo due eventi ecclesiali che segneranno in maniera speciale il nostro cammino.
In primo luogo l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo, a cui parteciperò personalmente come uno dei Vescovi eletti dalla Conferenza Episcopale Italiana e ratificato dal Santo Padre. L’iniziativa dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, che in questi giorni comincia il suo lavoro, vuol essere un aiuto offerto dalla nostra Chiesa mediante un maggior coinvolgimento diretto del Vescovo con le famiglie ferite. A proposito dell’Assemblea sinodale Ordinaria mi preme sottolineare che il compito a cui il Santo Padre chiama la famiglia cristiana è, anzitutto, quello della testimonianza personale e comunitaria del bell’amore, con cui la Lettura di oggi (Lettura, Sir 24,18) esalta la nascita della Vergine nella 
prospettiva della Santa Famiglia, vera e propria «scuola del Vangelo» come ebbe a dire il Beato Paolo VI a Nazaret nel 1964.
Nella preghiera sui doni tra poco reciteremo: «Ci soccorra, o Dio, l’umanità del tuo Unigenito». Il prossimo Convegno Ecclesiale di Firenze sul tema In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo, che da noi è stato preparato anche dal Discorso di Sant’Ambrogio – Un nuovo umanesimo per Milano e le terre ambrosiane – aiuterà le Chiese in Italia a riflettere sull’umanità del Figlio di Dio come proposta di forme di umanesimo incarnate nella storia, mai definitive eppure tese ad intercettare le domande dei nostri contemporanei ed a contribuire all’edificazione della buona vita civile. La nostra Chiesa proseguirà il lavoro proposto dal Convegno Ecclesiale di Firenze attraverso l’iniziativa dei Dialoghi di vita buona. Concepiti laicamente insieme ad esponenti di altre religioni e cosmovisioni tenteranno di riflettere su aspetti comuni e decisivi per la vita di tutti i soggetti che abitano la società plurale. Infatti un’epoca, quella moderna, si è chiusa. Ed ora?

6. Con il Consiglio episcopale milanese, e dopo averne discusso nell’intensa assemblea partecipata da tutti i decani, ho deciso di indire nella data di oggi una Visita pastorale che durerà fino al 31 maggio 2017. Fra poco verrà reso pubblico il decreto di indizione. Insieme, Arcivescovo, Vicari di Zona, decani, sacerdoti, religiosi e fedeli laici, attraverso pochi gesti molto semplici – si è parlato di una Visita pastorale feriale – di verificare la ricezione delle priorità pastorali indicate in questi anni a partire dai quattro pilastri della vita della comunità cristiana primitiva. La Visita pastorale potrà essere un catalizzatore dei non pochi processi ed iniziative cui abbiamo fatto riferimento.

7. «Giuseppe, figlio di Davide, non temere…» (Vangelo, Mt 1,28). Giuseppe è stato il primo ad assecondare il miracolo dell’impossibile operato dallo Spirito. Guardiamo a lui come sicuro paradigma per lavorare all’opera di Cristo redentore.
La Santa Famiglia sostenga e protegga i cammino della nostra Chiesa. Amen. 

lunedì 7 settembre 2015

Papa Angelus: ogni parrocchia ospiti famiglia di migranti. Non basta dire "coraggio, pazienza!"

 - AFP
Il dramma dei migranti scuota le coscienze: non basta dire “coraggio, pazienza!”: Il Papa all’Angelus ha chiesto gesti concreti di solidarietà a tutte le Chiese e i fedeli d’Europa, in vista del Giubileo della Misericordia.
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 6 settembre 2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) racconta la guarigione di un sordomuto da parte di Gesù, un evento prodigioso che mostra come Gesù ristabilisca la piena comunicazione dell’uomo con Dio e con gli altri uomini. Il miracolo è ambientato nella zona della Decapoli, cioè in pieno territorio pagano; pertanto quel sordomuto che viene portato da Gesù diventa simbolo del non-credente che compie un cammino verso la fede. Infatti la sua sordità esprime l’incapacità di ascoltare e di comprendere non solo le parole degli uomini, ma anche la Parola di Dio. E san Paolo ci ricorda che «la fede nasce dall’ascolto della predicazione» (Rm 10,17).
La prima cosa che Gesù fa è portare quell’uomo lontano dalla folla: non vuole dare pubblicità al gesto che sta per compiere, ma non vuole nemmeno che la sua parola sia coperta dal frastuono delle voci e delle chiacchiere dell’ambiente. La Parola di Dio che il Cristo ci trasmette ha bisogno di silenzio per essere accolta come Parola che risana, che riconcilia e ristabilisce la comunicazione.
Vengono poi evidenziati due gesti di Gesù. Egli tocca le orecchie e la lingua del sordomuto. Per ripristinare la relazione con quell’uomo “bloccato” nella comunicazione, cerca prima di ristabilire il contatto. Ma il miracolo è un dono dall’alto, che Gesù implora dal Padre; per questo alza gli occhi al cielo e comanda: “Apriti!”. E le orecchie del sordo si aprono, si scioglie il nodo della sua lingua e si mette a parlare correttamente (cfr v. 35).
L’insegnamento che traiamo da questo episodio è che Dio non è chiuso in sé stesso, ma si apre e si mette in comunicazione con l’umanità. Nella sua immensa misericordia, supera l’abisso dell’infinita differenza tra Lui e noi, e ci viene incontro. Per realizzare questa comunicazione con l’uomo, Dio si fa uomo: non gli basta parlarci mediante la legge e i profeti, ma si rende presente nella persona del suo Figlio, la Parola fatta carne. Gesù è il grande “costruttore di ponti”, che costruisce in sé stesso il grande ponte della comunione piena con il Padre.
Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio! Questo è nostro, è il nostro peccato.
Eppure all’origine della nostra vita cristiana, nel Battesimo, ci sono proprio quel gesto e quella parola di Gesù: “Effatà! - Apriti!”. E il miracolo si è compiuto: siamo stati guariti dalla sordità dell’egoismo e dal mutismo della chiusura e del peccato, e siamo stati inseriti nella grande famiglia della Chiesa; possiamo ascoltare Dio che ci parla e comunicare la sua Parola a quanti non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli inganni del mondo.
Chiediamo alla Vergine Santa, donna dell’ascolto e della testimonianza gioiosa, di sostenerci nell’impegno di professare la nostra fede e di comunicare le meraviglie del Signore a quanti incontriamo sul nostro cammino.
APPELLO
Cari fratelli e sorelle,
la Misericordia di Dio viene riconosciuta attraverso le nostre opere, come ci ha testimoniato la vita della beata Madre Teresa di Calcutta, di cui ieri abbiamo ricordato l’anniversario della morte.
Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere “prossimi”, dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: “Coraggio, pazienza!...”. La speranza cristiana è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura.
Pertanto, in prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi. Un gesto concreto in preparazione all’Anno Santo della Misericordia.
Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma.
Mi rivolgo ai miei fratelli Vescovi d’Europa, veri pastori, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello, ricordando che Misericordia è il secondo nome dell’Amore: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Anche le due parrocchie del Vaticano accoglieranno in questi giorni due famiglie di profughi.
Dopo l'Angelus:
Ora dirò una parola in spagnolo sulla situazione tra Venezuela e Colombia. En estos días, los Obispos de Venezuela y Colombia se han reunido para examinar juntos la dolorosa situación que se ha creado en la frontera entre ambos Países. Veo en este encuentro un claro signo de esperanza. Invito a todos, en particular a los amados pueblos venezolano y colombiano, a rezar para que, con un espíritu de solidaridad y fraternidad, se puedan superar las actuales dificultades.
Ieri, a Gerona in Spagna, sono state proclamate Beate Fidelia Oller, Giuseppa Monrabal e Faconda Margenat, religiose dell’Istituto delle Suore di San Giuseppe di Gerona, uccise per la fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Malgrado le minacce e le intimidazioni, queste donne rimasero coraggiosamente al loro posto per assistere i malati, confidando in Dio. La loro eroica testimonianza, fino all’effusione del sangue, dia forza e speranza a quanti oggi sono perseguitati a motivo della fede cristiana. E noi sappiamo che sono tanti.
Due giorni fa sono stati inaugurati a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, gli undecimi Giochi Africani, a cui partecipano migliaia di atleti da tutto il Continente. Auspico che questa grande festa dello sport contribuisca alla pace, alla fraternità e allo sviluppo di tutti i Paesi dell’Africa. Salutiamo gli africani che stanno facendo questi undecimi Giochi.
Saluto cordialmente tutti voi, cari pellegrini venuti dall’Italia e da vari Paesi; in particolare, la corale “Harmonia Nova” di Molvena, le Suore Figlie della Croce, i fedeli di San Martino Buon Albergo e Caldogno, e i giovani della diocesi di Ivrea, giunti a Roma a piedi sulla via Francigena.
A tutti auguro una buona domenica. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!