venerdì 16 ottobre 2015

La «perturbazione» che porta speranza

 Presentazione del libro di don Carrón. Con l'autore, padre Gianfranco Matarazzo e Roberto Lagalla. Con una sfida per tutti: la fede può farsi risposta davanti alla crisi in cui viviamo?

Dobbiamo cominciare dal titolo. Perché da lì sono partiti tutti: i relatori, ma anche gli studenti di Gs e del Clu, che hanno incontrato don Julián Carrón prima della presentazione. Si parte dalla bellezza disarmata di un uomo di 65 anni che arriva di corsa dall’aeroporto di Palermo ed entra nella saletta riservata ai ragazzi con un sorriso impressionante. Chiede come stanno, li ascolta. Tanti si lamentano della situazione dei giovani, ma lui sta lì e li guarda, perché «se guardiamo le cose come stanno le vediamo diversamente». La stessa bellezza disarmata si affaccia nelle parole di uno di quei ragazzi, la cui vita è segnata da difficoltà, che dice: «Io voglio ringraziarti perché con il movimento la mia vita è meravigliosa!». La sua affermazione fa pensare che sappia bene di cosa sta parlando e, soprattutto, che nella realtà c’è veramente qualcosa di imprevedibile ed eccezionalmente corrispondente.

Il tempo è breve. Inizia la presentazione. Siamo nello splendido auditorium barocco del SS. Salvatore, nel centralissimo corso Vittorio Emanuele. La sala è gremita, c’è gente in piediÈ il segno di un’attrattiva, nota Salvatore Taormina, responsabile diocesano della Fraternità di CL, che coordina la presentazione. Qualcosa ha spinto ciascuna di quelle seicento persone fino a lì: molti del movimento, altri no; molti cristiani, alcuni no. Perché il punto è che, come dice nella sua introduzione Taormina, «la sfida è per tutti». Come affermava Mario Vargas Llosa in occasione del recente conferimento da parte dell’università di Palermo della laurea honoris causaci sono ragioni infinite per il conflitto tra l’uomo e il mondo. Qual è la natura di questo conflitto? E, ultimamente, la realtà è amica o nemica? Con queste domande ciascuno si paragona fin dai banchi di scuola. Carrón si è chiesto, in occasione delle stragi di Parigi: «C’è qualcosa che risponde a tutto questo? Noi cristiani crediamo ancora nel fascino vincente della bellezza disarmata di Cristo?». La strada da percorrere è la personalizzazione della fede: evidente nella vicenda normalissima ed eccezionale del beato padre Pino Puglisi. Il suo sorriso, al killer che gli sparava, è stato un principio di novità innanzitutto nella vita dell’assassino e poi per il mondo.

Le questioni sono tutte sul piatto, parola ai relatori, preceduti dal saluto del cardinale di Palermo, Paolo Romeo. Il dramma della nostra cultura, dice riprendendo il testo, è che il soggetto umano, cui tutto si concede perché sia totalmente libero, risulta in pratica un nulla.La speranza è la perturbazione provocata dall’esperienza cristiana. Il Cardinale ha manifestato sincera e viva gratitudine per Carrón e per tutte le persone del movimento che vivono di questo.

Il primo relatore è padre Gianfranco Matarazzo, provinciale dei Gesuiti di Italia e Albania, già intervenuto in occasione della presentazione della biografia di don Giussani, che parla di un «retroterra di comunione» che sta dietro all’incontro. Esordisce manifestando la sua cordialità nei confronti della Sicilia e dell’esperienza del movimento. Proprio questa cordialità è ciò che lo spinge a stare strettamente sul testo, offrendone un’analisi dettagliata e senza sconti.

Matarazzo sottolinea come la bellezza cui si fa riferimento sia quella dell’evento della fede cristiana e della vita che da essa si genera, perché «medicina all’opacità e alla stanchezza è secondo Carrón mettere al centro non una dottrina o una morale, ma l’incontro reale e concreto con una Persona». Più problematico fare i conti con l’aggettivo: sondati i molteplici sensi, il gesuita sfida Carrón a chiarire quale sia quello più pertinente. Si entra dunque nel vivo. Il tentativo è quello di restituire il testo e, allo stesso tempo, metterlo in movimento, offrendo uno spazio per la precisazione e l’approfondimento. In quest’ottica focalizza una decina di «tensioni»: ad esempio, quale rapporto c’è tra il punto di vista prettamente europeo da cui si snoda il testo e la mondialità che costituisce il suo riferimento obbligato? Come si raccordano primato dell’avvenimento e universalità della proposta cristiana? Le domande sono tante, il confronto è serrato. E si spalanca lo spazio del dialogo.

La stessa cordialità e libertà di paragone emerge nell’intervento del secondo relatore, Roberto Lagalla, rettore uscente dell’Università di Palermo, che prova a descrivere l’impatto del libro su una persona normale. L’attenzione è rivolta soprattutto all’emergenza educativa, rispetto alla quale Lagalla individua nella nuova cultura dell’incontro proposta da Carrón, nel ripensamento della fede secondo la chiave antropologica di Giovanni Paolo II, in una parola, nella personalizzazione della fede, una risposta pertinente e convincente. La verità è relazione: dentro questa consapevolezza nuova è possibile affrontare i grandi cambiamenti che stanno attraversando le nostre società.

Padre Matarazzo aveva preso le mosse dal titolo del libro, mentre il rettore ci arriva in conclusione: una bellezza disarmata è qualcosa che non lascia tranquilli. Ma cosa significa che la bellezza è «disarmata»?

Carrón parte raccontando la storia del titolo, un percorso fatto dentro i terribili fatti di Parigi. Dal dolore e dallo sgomento per le stragi viene fuori che la bellezza disarmata esprime cos’è la fede per rispondere al vuoto di senso e allo scacco del desiderio in cui tutti, compresi gli attentatori francesi, siamo immersi. Asia e Africa si muovono verso l’Europa: cosa trova chi viene da noi? Abbiamo qualcosa di attraente da offrire a tutti? Qualcosa che risponda al vuoto generato da una pienezza desiderata e non raggiunta? «Bellezza» è il nome della verità che incontra la libertà dell’io. «Disarmata», perché non attrae che per se stessa. Del resto questo è ciò che c’è di più rispondente all’io: la libertà è ciò a cui non ci sentiamo di rinunciare, come notò Cervantes e recentemente Ratzinger: la libertà è la cifra più profonda della persona. Eppure, noi oggi siamo stanchi della libertà; abbiamo cominciato ad averne paura e stiamo scoprendo che non basta essere privi di costrizioni per aver voglia di usarla. Con questa paura, con questa stanchezza bisogna fare i conti, pena il rischio di travisare la natura del fenomeno che abbiamo davanti. Il testo vuole essere una proposta di risposta, ma, prima ancora, una compagnia nel guardare, il tentativo di prendere sul serio le domande ed aprire un dialogo con tutti.
Adesso tocca a ciascuno accettare la sfida.
Viera Catalfamo

La realtà, insieme al cuore, è la nostra grande alleata



Appunti dalla Giornata d’inizio anno di Gioventù Studentesca
con Julián Carrón 
Milano, Basilica di San Marco, 4 ottobre 2015
                                                    
Canti: Ballata dell’amore vero
La strada
Alberto Bonfanti
 Benvenuti a questo gesto con cui iniziamo insieme un nuovo anno. Saluto tutti voi qui presenti, ringraziando di cuore il parroco, don Luigi Testore, per l’ospitalità in questa bellissima chiesa, e saluto tutti coloro che sono collegati. Ci sono trentadue collegamenti in Italia e otto all’estero: da Lugano e da Friburgo in Svizzera, da Barcellona e Madrid in Spagna, dalla Lituania, dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda, dal Portogallo. Don Giussani ci dice provocatoriamente, e ce lo ha ricordato Davide Prosperi sabato scorso alla Giornata d’inizio anno degli adulti: «La giornata più bella della settimana è il lunedì, perché il lunedì si riinizia, si riinizia il cammino, il disegno, si riinizia l’attuazione della bellezza, della affezione» (L. Giussani, Dal temperamento un metodo, Bur, Milano 2002, p. 31). Anche noi abbiamo ricominciato pieni della bellezza che abbiamo vissuto in vacanza e che tanti di voi hanno documentato, delle domande che i fatti accaduti hanno fatto emergere, talvolta in modo drammatico, del desiderio di comunicare ai nostri compagni questa bellezza che abbiamo vissuto, ma anche, per alcuni, della paura di perdere questa bellezza dentro la routine della quotidianità, che a volte sembra soffocare ogni desiderio. Dentro tutto questo la sfida che tu, Julián – ti ringraziamo perché ci accompagni anche in questo inizio –, ci hai lanciata al Triduo pasquale, a partire dalla quale ci siamo convocati e abbiamo già dialogato con alcuni di voi a Cervinia insieme al nostro amico Davide, è quanto mai attuale: «La realtà, insieme al cuore, è la nostra grande alleata». Insieme al cuore, cioè insieme a quel desiderio di felicità, di verità, di bellezza che non possiamo strapparci di dosso, la realtà è la nostra alleata. Dai vostri contributi emerge un impegno serio a verificare questa sfida e a fare i conti con le domande che nascono da questa verifica. Abbiamo scelto alcuni interventi, alcune domande per aiutarci in questa nuova avventura che si è aperta per ciascuno di noi, certi della positività di ciò che ci attende. La prima domanda la leggo io, perché la persona che l’ha mandata preferisce così; ci sembra importante per la questione che pone. «Rispetto alla Giornata d’inizio spesso al Raggio emergono degli interventi in cui si dice che in ambienti come quelli sportivi o in una vacanza da soli, per esempio, la realtà risulta immediatamente come vuota di senso. A questo spesso si risponde dicendo che anche questa realtà, se guardata fino in fondo, è una possibilità per capire di più e per vivere quello che diciamo a GS. Io vivo una situazione familiare complicata. A me sembra che nelle circostanze in cui vivo quotidianamente ci sia continuamente un vuoto di senso, che viene colmato saltuariamente nelle esperienze di CL. Questo spesso mi fa arrabbiare, perché quando sto male, di solito a causa di attriti familiari, appunto, sto ancora più intensamente male perché provo nostalgia per i momenti di vita autentica vissuti, tant’è che, paradossalmente, preferirei non avere conosciuto GS per abbandonarmi all’idea dei miei parenti: che non c’è nulla. Tuttavia capisco che questa posizione non mi corrisponde, perché io sono esigenza di significato, quindi la mia domanda è: come è possibile che questo vuoto possa essere colmato sempre nella mia vita?»

Julián Carrón.
Buon pomeriggio a tutti. Sono particolarmente contento di poter continuare il cammino insieme perché, da quando vi ho mandato il messaggio in cui vi dicevo che la realtà, insieme al cuore, è la nostra grande alleata, tanti di voi l’hanno preso sul serio, e così sono emerse molte domande. Siamo compagni di cammino per questo. La nostra non è una compagnia sentimentale, non siamo insieme per piangerci addosso o per guardarci tra di noi. La nostra compagnia è per vedere se quello che ci diciamo ci aiuta a entrare nel reale. Se non ci aiuta a vivere, se non percepiamo lo stare insieme, l’appartenere a questa amicizia come pertinente alle esigenze della vita, come ci ha detto sempre don Giussani, prima o poi questa compagnia non ci interesserà più. Quando invece uno la prende sul serio, comincia a vedere quanto possono essere pertinenti le cose che ci diciamo alle domande che la vita ci pone, alle domande che sorgono nel nostro cuore, come dice la lettera che ha appena letto Albertino. Vorrei partire chiarendo che cosa significa per me la parola «alleata». Nella nostra immaginazione tante volte pensiamo che una cosa ci è alleata perché toglie meccanicamente le difficoltà del vivere; per questo, quando le cose non vanno così, quando i problemi non si risolvono meccanicamente, diciamo: ma allora come può essere alleata la realtà? Questa domanda ci fa iniziare un cammino. E già così la realtà si dimostra alleata, perché fa emergere il nostro io, le nostre domande, la nostra ragione, la nostra libertà; ci aiuta a renderci conto che non c’è nulla di meccanico, di automatico nell’uomo. Perché tutto passa attraverso la libertà; tutto è una possibilità, come dice la lettera, davanti alla quale si gioca la nostra libertà. La realtà può essere percepita semplicemente come vuota di senso oppure, se guardata fino in fondo, dice la nostra amica, come una possibilità per capire di più. La realtà è una cosa vuota di senso o una possibilità? Chi potrà scoprirlo? Forse chi fa girare la testa a vuoto? No. Chi rischia, chi corre il rischio di verificare se, in quello che percepisco come privo di senso, c’è una possibilità che non immagino e non intuisco. E allora le circostanze cominciano a diventare alleate perché ci provocano, diventano per noi una provocazione. Ma devo decidere: vuoto di senso o possibilità? Chi potrebbe mettere la mano sul fuoco che la realtà è assolutamente priva di senso? Io vi sfido! Dovete prendere sul serio le vostre domande. Chi può essere così certo che quello che in taluni momenti ci appare come privo di senso lo è realmente? Quante volte vi è già capitato nella vita, anche se siete ancora giovani, di scoprire come reali delle possibilità che non vi erano passate neanche per l’anticamera del cervello? Che aiuto ci dà Shakespeare quando dice: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non nella tua filosofia» (cfr. W. Shakespeare, Amleto, atto I, scena V)! Come possiamo scoprirlo? Solo se accettiamo come una provocazione positiva le circostanze attraverso cui la vita ci fa passare. Perché questo è decisivo? Perché ne abbiamo bisogno? Perché l’esperienza elementare dell’uomo – cioè quella struttura che ci portiamo addosso dalla nascita, fatta di evidenze ed esigenze di verità, di bellezza, di bontà, di felicità − ha bisogno di una provocazione per risvegliarsi. Occorre una provocazione che venga dal di fuori di noi per risvegliare il nostro io, per strapparci al nostro torpore in cui tante volte cadiamo. Don Giussani, infatti, ci diceva che l’«esperienza umana originaria», cioè quello che noi siamo, questo complesso di evidenze e di esigenze per cui io sono uomo, «non esiste attivamente, se non dentro la forma di una provocazione.[...] Vale a dire dentro una modalità in cui è sollecitata» (Dall’utopia alla presenza. 1975-1978, Bur, Milano 2006, p. 193). Quindi il problema veramente radicale è che ci sia una provocazione tale che favorisca la percezione di me stesso come un io che desidera tutto. Sono certi incontri, certe circostanze che mettono in azione la nostra coscienza, la natura originale del nostro io. Lo vedete quando una persona vi piace: in quel momento comincia a emergere tutto il vostro io con tutte le sue esigenze, con tutta la sua capacità di vibrare davanti a uno sconosciuto che vi attira, vi sollecita e vi provoca con la sua presenza, con la sua bellezza; non c’è alcuna possibilità di cancellarlo, tanto vi fa essere voi stessi. L’altro ci provoca a essere noi stessi. La stessa cosa capita in ogni circostanza. Le circostanze sono provocazioni che risvegliano il tuo io, la tua esigenza di capire, di scoprire il significato di tutto; ti destano delle domande. E solo chi prende sul serio queste domande, solo chi vede emergere in sé queste domande è in grado di intercettare la risposta. Infatti solo quando abbiamo delle domande siamo in grado di intercettare le risposte. E se la persona che ha scritto la lettera fa attenzione, si rende conto che in quello che vive ha già un inizio di risposta: riconosce di avere vissuto momenti di vita autentica, e proprio per questo prova una nostalgia di quei momenti. Non è che non le sia accaduto niente, ha vissuto momenti di vita autentica per i quali sente una nostalgia che non riesce a togliersi di dosso, ma poi, davanti alle difficoltà del vivere, preferirebbe non averli mai vissuti e abbandonarsi all’idea di quelli che la circondano. Occorre decidere, ragazzi! Dovete scegliere: essere disponibili ad assecondare quello che avete visto con i vostri occhi o seguire quello che vi dicono gli altri. Volete vivere la vostra vita o preferite che qualcuno la viva al posto vostro? Se non cominciate a decidere di vivere voi, ci sarà sempre qualcuno che vi prenderà in giro. Dovete decidere, perché voi avete vissuto momenti di vita autentica, li avete visti con i vostri occhi, li avete sentiti vibrare nelle fibre del vostro essere. E se qualcuno ti dice − come nella canzone Barco Negro (musica Caco Velho e Piratini, testo D. MourãoFerreira) −: «Sei matta», «são loucas» (sono pazze), tu rispondi: «Sei matto tu, tu lo sei! Io sono veramente certa di quello che mi è capitato». Perché ne sei così certa? Se fate attenzione a voi stessi, trovate in voi lo spunto della risposta: perché quello che ti dicono gli altri non corrisponde a te come quello che ti è capitato. «Capisco che questa posizione», dice lei, «non mi corrisponde perché io sono esigenza di significato». Allora decidete! La vita non vi maltratta e voi non siete dei poveracci che non hanno mai visto niente di veramente chiaro, vivo, attraente, affascinante; lo avete visto e vissuto, tanto è vero che se gli altri vi dicono: «Siete pazzi», questo non vi corrisponde perché voi siete esigenza di significato.Vedete come la realtà vi è alleata? Ma questo non è meccanico, perché occorre che ciascuno assecondi la provocazione della realtà; così potrò vedere emergere davanti ai miei occhi che cosa è la realtà, che cosa sono io e quale promessa mi offre la realtà per il compimento del mio io. Quest’estate è stata una delle più significative per me. Sono riuscita a tenere presente quella promessa, quell’incontro che ho avuto e che riaccade quando sono in questa compagnia. Grazie alla vacanzina e alla vacanza degli adulti mi sono resa conto sempre di più che la realtà non è mia, ma è per me; mi entusiasma pensare che, qualunque cosa accada, la realtà sarà sempre lì. Tutto cambia, però, da come ti poni davanti ad essa. È questo il mio problema, perché all’Equipe di GS Davide Prosperi ci ha detto che è un bene tornare con delle domande, ma io ne ho una sempre presente che mi spaventa: come posso mantenere tutto ciò? Come posso continuare a vivere con questa consapevolezza che la realtà è per me? Io sapevo che dopo l’Equipe e dopo un’estate così vera non ce l’avrei fatta a mantenerla, e per evitare questo mi sono buttata in tutto ciò che stavo facendo, soprattutto le attività di GS, perché è l’unica compagnia che mi aiuta, come diceva Prosperi, a portare il fardello della mia umanità. Con l’inizio della scuola sento che si è annullato tutto quello che avevo costruito; sapevo che sarebbe successo, ma non pensavo sarebbe accaduto così presto. Come posso riuscire a non perdere il mio incontro ogni volta che la realtà mi si pone davanti? È vero che tutto si è annullato? Rispondimi sì o no. No. «No». Non potete mentire a voi stessi. Un pochino. Un pochino, ma non si è annullato tutto, tanto è vero che tu sei qui a fare la domanda. Se si fosse annullato tutto, tu non saresti qui e non desidereresti di non avere perduto quello che ti è capitato. Dunque, il primo dato da riconoscere è questo: non tutto si è annullato, come invece tante volte pensiamo. È molto importante rendersi conto di questo: il fatto stesso che tu abbia posto la domanda indica che non si è cancellato dal tuo io quello che hai incontrato. A voi questo sembra quasi nulla; e invece è cruciale. Perché? Perché resta qualcosa di quello che io ho visto, di quello che mi è capitato; un evento non si può cancellare del tutto dalla vita. È importante rendersene conto, perché in questo modo cominciamo a non spaventarci più quando sembra che tutto sia crollato. Quando vi prende quella paura, guardatela in faccia e domandatevi: è vero o non è vero? Voi non dovete perdere l’occasione. Quando vi viene il sospetto che tutto sia stato annullato e cancellato, che tutto sia un’illusione, che tutto sia stato un sogno, guardate in faccia tutto questo ponendovi la domanda: è vero o non è vero? Se non giudicate se è vero o no ciò che pensate, voi andate in tilt. Se invece giudicate ogni volta che vi assale il dubbio, vi scoprirete sempre più convinti che non è stato unsogno, che non è stato tutto cancellato. Anzi, percepirete che, quando vi sorge questa domanda, è un’occasione preziosa per riscoprirlo ancora, per rendervi conto di quanto è consistente, di quanto dura ciò che avete visto e vissuto. Non dovete autoconvincervi, non dovete raccontarvi delle frottole, non dovete credere a delle “visioni”, semplicemente dovete prendervi sul serio e domandarvi: è vero o non è vero quello che io ho vissuto, è vero o non è vero che quello che ho vissuto non è stato cancellato? Una persona che ha incontrato la comunità cristiana e poi se ne è andata via per anni, addirittura dopo diciassette anni, come mi raccontava un amico, telefona agli amici di un tempo dicendo: «Ma vi vedete ancora?», «Sì». «Posso venire anch’io?». Dopo diciassette anni! «Certo, come mai?». «Perché ho troppa nostalgia!». Sembrerebbe che, dopo diciassette anni, non fosse rimasto nulla, ma quella persona ha visto quello che ha visto, ha visto che c’è un luogo di vita, ha visto che c’è un’esperienza e ha visto che tutti i suoi tentativi fatti andandosene non sono riusciti a dargli neanche un minuto di quella pienezza che aveva vissuto. Noi non abbiamo alcun problema con la realtà, noi non abbiamo paura delle sfide, perché è proprio affrontando le circostanze che vediamo la differenza fra Cristo e qualsiasi altra risposta, ma lo scoprirà solo chi non ha paura di verificarlo nella realtà. Per questo mi colpisce sempre la vicenda del figliol prodigo: si sentiva stretto in casa e se ne è andato. Uno potrebbe pensare: è finito tutto. Ma quando si trova in mezzo ai maiali non può evitare di pensare: «Nella casa di mio padre io stavo bene e perfino i suoi garzoni vivono infinitamente meglio di me che sono qui a mangiare delle ghiande con i maiali» (cfr. Lc 15,16-17). È una visione, la sua? È un’illusione? È fantascienza? Non può dimenticare l’esperienza vissuta nella casa del padre, che sembrava cancellata da tutte le sciocchezze che ha fatto. Quell’esperienza era stata totalmente annullata, come dice la nostra amica? No, perché proprio quanto più si è allontanato tanto più gli è venuta una nostalgia matta di casa. Dio non gli ha mandato un angelo a dirgli: «Poveretto!». Dalle viscere del suo io è scaturito un desiderio di felicità e di pienezza: «Io qui vivo come un maiale quando potrei vivere come un figlio»; e tutto si ripropone con ancora più intensità dell’inizio: se il cristianesimo fosse solo una invenzione per coloro che non hanno provato nulla della vita, dopo avere provato tutto, uno dovrebbe essere veramente convinto che tutto è finito. Ma proprio in quel momento si ripropone tutto ancora con più potenza. Dopo che abbiamo verificato tutti i nostri sogni, tutte le scorciatoie che abbiamo immaginato per raggiungere più in fretta la nostra felicità, proprio in quel momento appare tutta la diversità del cristianesimo. E allora ci si domanda: l’unica alternativa è fare sciocchezze? Andarsene via per diciassette anni? No, c’è un’altra possibilità: quando uno sente questa tentazione può guardarla in faccia, come dicevo prima.Con quello che mi è capitato e che non è annullato del tutto, posso giocarmi ancora la partita in questo nuovo inizio. Le circostanze ti sono date perché, giocandotela di nuovo, tu possa diventare sempre più certa. È solo per gli audaci la vita cristiana. Se preferite una vita facile, andate a cercarla da un’altra parte. L’esperienza cristiana è solo per chi ha il desiderio di vivere un’avventura nella quale non ci raccontiamo delle frottole e siamo costantemente invitati a verificare quello che ci diciamo. Ma per verificarlo occorre giocare sempre di nuovo la partita. E, secondo, giocarla insieme agli amici; non siamo lasciati da soli con i nostri tentativi, perché siamo all’interno di un luogo che costantemente ci rilancia, ci accompagna,risponde alle domande. E così la vita diventa un’altra cosa. Alla fine dell’estate mi sono ritrovata con una voglia matta di tornare a scuola, perché per la prima volta ho sentito l’esigenza di verificare se la bellezza ela felicità che avevo vissuto durantela vacanza di GS e al Meeting fossero veramente parte della realtà, una realtà che per mecomprende per prima cosa la scuola. Se è vero ciò che vivo in questa compagnia, lo deve essere in ogni circostanza, tanto da sentire il desiderio di stare seduta di fronte al mio professore con lo stesso cuore aperto che ho durante una passeggiata in montagna. Da quando è iniziata la scuola mi sto rendendo conto che la sto vivendo a cuore aperto. L’ho percepito quando ho iniziato a sentireil bisogno a fine lezione di uscire di classe e andare a raccontare la mia mattina a una mia amica di GS, a lei come alla mia compagnia. E tutto ciò mi pare bellissimo, perché finalmente queste due realtà che erano distinte, la scuola e GS, adesso sono una cosa sola e sento che, senza il sostegno e soprattutto la presenza dei miei amici, questa realtà che adesso sento alleata e vicina sarebbe distaccata e avversa. Questo inizio scolastico, inoltre, ha suscitato in me diverse domande, soprattutto in relazione al rapporto con la mia compagna di banco, la quale, ogni volta che finiva una lezione a mio parere bellissima, mi mostrava la sua reazione apatica e annoiata, tanto da farmi mettere in dubbio ciò che avevo appena vissuto. Inizialmente mi è sembrato un limite, ma proprio in questo mi sono resa conto che non doveva esserlo e che, anzi, doveva essere qualcosa da cui partire, una sfida.Allora mi sono chiesta,e mi chiedo tuttora, com’è possibile che lei, che ha un cuore come il mio e vive la mia stessa realtà scolastica, non riesca a vedere in ciò che viviamo quello che vedo ioSecondo te, perché? Qual è il punto di partenza per rispondere a questa domanda, quando vediamo che noi abbiamo una serie di esigenze che, a volte, gli altri non riconoscono come loro esigenze o quando noi vediamo certe cose che gli altri fanno fatica a riconoscere? Qual è il punto di partenza per rispondere a tali questioni? La mia esperienza. Bravissima! La tua esperienza. La tua esperienza! Anni fa un universitario domandò a don Giussani qualcosa di simile: «Se […] mi rivolgo all’altro, al compagno che incontro in università, e quello a un certo punto mi dice: “Guarda, questo è un bisogno tuo, ma non è un bisogno mio”?». Don Giussani gli rispose: «Chi ti risponde così è sotto anestesia. Perché? Come fai a saperlo? Tu sai che cosa c’è nel cuore dell’uomo, perché è in te […]. E tu capisci che l’altro non capisce quel che capisci tu perché è bloccato, è anchilosato, è paralizzato, ha il cuore paralizzato» (L’io rinascein un incontro. 1986-1987, Bur, Milano 2010, pp. 364-365).In te certe esigenze si sono destate in un certo momento della tua evoluzione umana, del tuo percorso umano, perché è successo qualcosa, perché ti è accaduto un incontro, qualcosa te le ha risvegliate. Allora tu non devi giudicare la tua compagna, semplicemente devi aspettare che la tua compagna abbia la possibilità di scoprirlo, come è capitato a te. È questa la portata della nostra esperienza: come questa tua compagna può essere sfidata a scoprirlo? Solo se prima di tutto rispondi al bisogno che hai tu, come dicevi all’inizio, di verificare se la bellezza e la felicità che avevi vissuto nella vacanza o al Meeting sono veramente parte della realtà, «se è vero ciò che vivo all’interno della compagnia». Tu ne hai bisogno prima di tutto per te, non solo per rispondere alla tua compagna. La prima questione siamo noi. E proprio perché rispondi a te stessa, potrai mostrare alla tua compagna qual è la novità che Cristo introduce nel modo di vivere il reale. Tu la sfidi vivendo quello che ti è capitato; verificando quello che ti è capitato, tu la stai sfidando: «Vedi come è possibile vivere diversamente lo studio, vivere i rapporti con le compagne, vivere le difficoltà, vivere la stanchezza, vivere il quotidiano che ci schiaccia?». E allora capisci il metodo di Dio, che è lo stesso da sempre: Dio dà la grazia a una persona perché raggiunga tutti, la dà a te perché tu la comunichi a tutti i tuoi compagni. E tu non devi fare chissà quale proclama a lezione, tu devi semplicemente vivere, così che gli altri possano vedere quale novità introduce nella vita Cristo. Non lo scopriranno perché tu lo dici a parole e lo spieghi, perché se non lo vedono in te, nel modo con cui tu reagisci alle cose, non potrà scattare in loro la domanda: «Perché vivi così? Da dove nasce questa tua novità? Da dove nasce il fatto che tu entri in classe contenta e che, avendo a che fare con le nostre stesse sfide, le vivi diversamente? Perché tu non tistanchi mai di ricominciare?». Queste domande ti offrono l’opportunità di rispondere. I tuoi compagni hanno le tue stesse esigenze, ma hanno bisogno, come dicevamo prima, di una provocazione adeguata per scoprire tutte le possibilità del vivere che ancora non conoscono. E come il Signore lo ha dato a te, a un certo punto lo darà anche a loro. Mi stupisce sempre lo spettacolo del rispetto di Dio per la libertà di ciascuno di noi: invece di arrabbiarti con i tuoi compagni o di confonderti perché non capiscono, pensa a Dio che bussa senza sosta e aspetta come un mendicante la nostra risposta.Io vi sfido a trovare qualcuno che ama così tanto la vostra libertà, che ama così tanto la libertà dei vostri compagni. Noi non possiamo amare la libertà dei nostri compagni meno di come la ama Dio. Quest’estate ho subito una grossa ferita affettiva. Ciò che mi ha colpito particolarmenteèche questo rapporto era diventato per mel’occasione principale che Cristo sfruttava per incontrarmi, per farsi presente nella mia giornata, cambiandola in meglio e rendendola piena. Quando questo rapporto si è interrotto lo strappo per me è stato molto doloroso, sia emotivamente sia perché mi sono sentito tradito da Lui. Da chi? Da Cristo. Malgrado la ferita profonda, ho chiesto aiuto ai miei più cari amici che, semplicemente stando con me, mi hanno aiutato ad affrontare la situazione. Scemata l’emozione, mi sono trovato a fare un bilancio di quello che mi era successo e mi sono reso conto che la realtà, nonostante il dolore, era stata mia alleata, perché i rapporti con i miei amici e con i miei genitori erano cresciuti in questa situazione, ma soprattutto il mio rapporto con Cristo era rinato. Nel dolore avevo deciso coscientemente di non recitare le Lodi e questo no a Lui era la prova che era nata in me la coscienza di dipendere da Lui, perché se gli dico di no vuol dire che ha una qualche sostanza. Vedete come rimane? La mia domanda nasce con l’inizio della scuola; la quotidianità mi sta schiacciando, mi sta appiattendo in una apatia che non mi sta lasciando vivere quel rapporto con Lui che mi è diventato vitale,ed è una cosa assurda. Nel momento in cui stavo male riuscivo a viverlo in un certo modo e adesso, nella quotidianità normalissima che ho sempre vissuto, non ce la faccio e per me questo è assurdo. Non sapere come vederLo, come trovarLo nella mia giornata mi sta confondendo. So che ho bisogno di Lui, perché ho visto che nel doloreil rapporto con Cristo ha trasformato la mia ferita in un’occasione per me, ma se ora, nella banalità quotidiana, non riesco più a coglierela Sua presenza, basta un nulla per farmi cadere. Come faccio a coglierLo nella giornata? E soprattutto, come faccio ad arrivare a una costanza in questo rapporto con Lui che resista alle circostanze? Quello che mi stupisce è prima di tutto questa tua affermazione: «Nel dolore avevo deciso coscientemente di non recitare le Lodi», proprio perché avevi il sospetto che in fondo Cristo ti avesse tradito, ma molto acutamente osservi: «Ma questo mio no a Lui era la prova che era nata in me la coscienza di dipendere da Lui», perché uno dice di no quando è già incominciato un rapporto. Il no lo devo dire a qualcuno. Perfetto! E questo è fondamentale, perché in tanti si sarebbero arrabbiati perla loro incoerenza avendo visto soltanto il loro no, come dire: «Io, malgrado questo, ho detto di no».Invece lui, non fermandosi all’apparenza, è andato più a fondo e ha detto: «Ma il mio no è la prova che già è iniziata una familiarità con Lui e sono cosciente di questo proprio perché dico di no, perché posso dire di no».Vedete che nella vita, nell’esperienza che noi viviamo, tutto serve? E questo suo esempio è impressionante, perché anche un no, se uno se ne rende conto, serve; infatti gli consente di essere ancora più consapevole di Colui a cui dice di no. Domani gli dirà di sì, non preoccupatevi di questo. La questione è che io ho già cominciato un rapporto, che non mi concepisco totalmente autonomo, che non mi concepisco da solo.Io ho iniziato a vedere la verità di quello che dicevamo citando Guccini: «Non sono quando non ci sei», quando non ci sei sono da «solo coi pensieri miei» (Vorrei, parole e musica F. Guccini). Perché mi piacciono queste espressioni? Perché dicono che, proprio quando ci concepiamo in autonomia totale e isolati come individui senza rapporti, l’esperienza elementare mi dice che io sono più io quando tu ci sei, quando entra nella mia vita un tu − un amico, la persona amata, la madre −; io sono quando tu ci sei.Che una persona cominci a sperimentarlo è cruciale. Posso avere momenti in cui dico di no per la mia fragilità, per la mia stupidaggine, per la mia testardaggine, ma ho già cominciato a vedere qualcosa di più interessante di tutti i miei no: c’è uno con cui io sono di più io, c’è uno che mi rende più me stesso, come è capitato al figliol prodigo: ha percepito che c’è un luogo, un rapporto più decisivo per vivere che qualsiasi altra cosa, cioè la sua casa e suo padre; potrà fare tutte le stupidaggini del mondo, ma non potrà evitare di ritornare a casa, da suo padre. Pensate a san Pietro: poteva sbagliare tante volte, ma aveva visto, e infatti dice a Gesù: «Dove vado senza di te, Cristo?». Questo è più importante di tutto il resto, compresi tutti i nostri no. Nel tempo, secondo un disegno che non è il nostro,secondo un cammino ancora tutto da scoprire, grazie alla pazienza infinita che Cristo ha con ciascuno di noi, un certo giorno arriveremo a dire anche noi, come Pietro − dopo che Gesù gli ha domandato: «Ma mi ami tu?»; glielo ha chiesto dopo che Lo aveva rinnegato davanti a tutti −: «Non so come, ma tutta la mia tenerezza è per te, Cristo,tutto il mio io è legato a te» (cfr.Gv 21,15-17). Sarà la vittoria anche in voi del legame con Cristo, sarà la vittoria dell’affezione a Cristo. Tutta la mia affezione è per te, Cristo. Pietro non si è spaventato dei tanti sbagli che aveva fatto perché, attraverso tutti i suoi errori,si legava sempre di più a Lui. È questo che stupisce. Per questo tu hai già la risposta alla tua domanda. «La quotidianità mi sta schiacciando, l’apatia non mi sta lasciando vivere quel rapporto con Lui che mi è diventato vitale». Ti domando: come riesci a vivere senza? Punto! Allora l’apatia, la quotidianità che ti schiaccia ti offrono la possibilità di domandarti: «Ma io che cosa faccio qui? Perché non Lo cerco?» È come se Cristo, a partire dalle viscere della tua esperienza, a partire dall’apatia che tu vivi, ti dicesse: «Non ti manco? Puoi vivere senza di me?». Rispondigli! L’apatia, paradossalmente, diventa la spinta alla memoria di Lui.Come la nostalgia quando manca lui o manca lei, anch’essa è occasione per la memoria. L’apatia o la quotidianità diventano un’opportunità per riprendere il rapporto, quel rapporto che in fondo in fondo non si è mai interrotto. In questo momento sento più che mai la presenza di Cristo,e non perché la realtà che mi circonda sia come ho pregato chefosse, anzi,è proprio il contrario. Ovviamente ringrazio Cristo per avermi dato questi amici con i quali io posso essere me stessa e di avermi posto in questa compagnia. Senza di Te, Signore, dove andrei? Il fatto è che i miei desideri certe volte non corrispondono a ciò che Lui vorrebbe per me. C’è una realtà dolorosa che mi è stata posta davanti, ma che allo stesso tempo è un’occasione di crescita per me ed è anche una spinta a farmi aprire sempre di più gli occhi per cercare quella felicità, quel bene più grande che Lui vuole per me. Ogni giorno cerco di capire cosa c’è dietro a questo dolore, perché la realtà, insieme al mio cuore, è la mia più grande alleata. Grazie allo scontro con questa realtà mi rendo conto sempre di più di quanto il mio desiderio di felicità sia grande. «Sia fatta la tua volontà comein cielo così in terra». Mi abbandono a Lui lasciandomi trasportare dalle Sue mani, dicendo sì a questo dolore. Quando sono con i miei amici sto bene, io Gli sorrido e Lo ringrazio. Sento che con loro il mio cammino ha un altro sapore, dolce e semplice. Nonostante tutto ciò, ci sono dei momenti in cui sento che quel cuore, al culmine della gioia, si svuota e la malinconia lo assale. Quando sono a casa molto spesso mi sento così etendo a chiudermi. Ho paura di fuggire, di non poter stare davanti a Cristo perché quando torno a casa mi riposo, ascolto un po’ di musica e sento che mi assale questa malinconia per la qualeio non sento più Cristo al mio fianco come lo sentivo prima. No! Non è per la malinconia che non Lo senti di più, perché proprio la malinconia è la modalità attraverso cui Lui ti sta chiamando: «Ma non ti manco io?». Il fatto è che, comunque, io so che Lui c’è. Io lo so, Lui è sempre al mio fianco, ma sono io che fuggo. D’accordo. Ma la prima cosa da fare è cominciare a vedere con chiarezza che cosa è la realtà, cominciare a guardarla con un giudizio nuovo. La realtà, qualsiasi realtà, non solo quella bella, ma anche quella dolorosa, può essere un’occasione di crescita, come dicevi prima, una spinta a cercare qualcosa d’altro. E questo già dice che stiamo iniziando a guardare la realtà diversamente da come la guardavamo prima, quando la consideravamo solo un disturbo, qualcosa da evitare, da cui fuggire, pensando che non ci fosse niente di buono per noi in una certa circostanza. È da questo che nasce in voi, così come è nata in me, la scoperta della realtà come alleata. Io non l’ho imparato leggendo qualche libro, l’ho imparato come lo state imparando voi, cioè vivendo, vivendo. Quando uno comincia a fare questa esperienza, la realtà gli diventa amica, ogni aspetto della realtà diventa amico. E qualsiasi persona si introduce in questo cammino diventa amica. Per questo uno comincia a riconoscere che gli amici rappresentano un bene per sé. Tu dici: «Nonostante tutto ciò, ci sono dei momenti in cui sento che quel cuore, al culmine della gioia,si svuota e la malinconia lo assale». È proprio il momento, carissima, del tuo rapporto personale con Cristo; altrimenti,se tutto il resto ti bastasse, come potresti entrare in un rapporto unico e personale, assolutamente “tuo” con Cristo? Mi ricordo un racconto di don Giussani: era andato a una festa in cui gli amici salutavano una di loro che tornava dall’estero e lui era tutto stupito dalla bellezza della compagnia, degli amici, dei canti, di tutta l’amicizia che c’era in quel momento di festa; ma, a un certo punto, disse ai presenti: «Se a un certo momento ragazzi non vi viene una voglia matta di dire il Suo nome, tutto questo svanisce» (cfr. L’attrattiva Gesù, Bur, Milano 1999, p. 148). Lo disse in quel momento, non perché tutto andasse male; tutto andava benissimo: bella la compagnia, bella l’amicizia, bellissimi i canti, tutto bello, ma riconoscere che tutto questo non basta dice chi siamo noi e di chi siamo. Per questo nel momento della più grande nostalgia si scatena veramente il rapporto con Lui. La questione è se noi siamo disponibili a entrare in questo rapporto invece di fuggire in Internet, nel telefonino, negli amici, in tutto. Nel momento culminante decidiamo di entrare in quel rapporto unico, altrimenti saremo sempre come una mina vagante, accettiamo che tutto quello che ci accade è la porta per entrare di più nel rapporto con Cristo. Quest’anno è iniziato in modo diverso rispetto agli anni scorsi per una grande fatica; all’inizio pensavo che fosse per lo studio o per la routine che sarebberipresa o perché non ci sarebbero più stati i miei compagni più grandi. Ma mi sono resa conto che era molto più profondo il problema, perché lo studio ha iniziato subito a prendermi e gli amici più grandi continuo a vederli tuttora. Quando abbiamo fatto il primo Raggio e l’ordine del giorno era: «La realtà, insieme al cuore, è la nostra grande alleata», questo mi ha lasciato senza parole, e non per lo stupore, ma perché non avevo nulla da dire, non avevo alcuna esperienza da raccontare. Mentre ascoltavo gli interventi dei miei compagni, cresceva dentro di me un grandissimo senso di risentimento verso di loro, perché avevano qualcosa da dire e io no. Mi sono ritrovata completamente svuotata e con un astio verso questa compagnia perché mi toccava al fondo di me. La cosa che mi ha sconvolto di più è che, nonostante dentro di me crescesse quest’odio verso questa compagnia, io non posso fare a meno di porre qui le mie domande più profonde. Perché, di fronte a una cosa che fa crescere in me questo astio, io sono così legata ad essa? Vivendo con i miei amici, mi sono resa conto anche di un’invidia profonda che mi assaliva nei loro confronti,che aumentava ancora di più questo senso di odio; mi assaliva un’inadeguatezza lacerante, di cui non so la provenienza; nonostante sappia che la realtà può essere mia alleata, mi sembra che non sia né alleata né nemica. Grazie. È bellissimo il percorso drammatico attraverso cui noi scopriamo le cose; più uno va avanti più si rende conto di sé. «Avevo iniziato in modo diverso rispetto agli altri anni e pensavo che fosse la paura della routine, ma la questione era molto più profonda».Vedete? Le circostanze ci fanno comprendere la profondità del dramma umano, la bellezza di cui siamo stati fatti. Senza avere vissuto questo suo inizio della scuola, avrebbe potuto dare per scontato il titolo del primo Raggio: «La realtà insieme al cuore, è la nostra grande alleata». Quando invece uno ha domande così profonde come le ha lei, soltanto il leggere il titolo del Raggio lascia senza parole. Che intensità del vivere qualsiasi cosa! Alloracomincia il dramma, che dobbiamo imparare a vivere bene, perché davanti a questo lei sente crescere un risentimento. Ciascuno deve decidere, perché la libertà è sempre in gioco, è sempre chiamata in causa. La realtà è un segno, ci ha detto sempre Giussani, davanti al quale ciascuno di noi decide. Davanti a che cosa decide? Tu sei davanti a un dato: uno che racconta delle cose belle al Raggio, delle esperienze positive che ha vissuto, da cui ha imparato, e le offre a te e tutti gli amici presenti. E questo è un bene, non ti ha insultato, non ti ha offesa, ha messo davanti a te l’esperienza di un bene che ha scoperto, ti ha offerto il contributo della sua esperienza, del cammino fatto, ha condiviso con te la sua vita. Davanti a questo bene, perfino davanti a un bene come questo, possiamo avere due atteggiamenti: accoglierlo per quello che è, cioè un bene, un desiderio di condivisione, un invito a comunicare la tua esperienza («Mi racconti che cosa hai scoperto tu?»), oppure percepirlo come un giudizio su di noi. Nel secondo caso, tu cominci a incupirti e pensi: «Ma io non ho niente da raccontare». Da questo scaturisce il risentimento. Ma neanche in quel momento siamo lasciati da soli, perché, seguendo il filo del tuo racconto, ti domandi come mai ti senti così legata a un luogo che ti desta questo astio e questo risentimento, tanto da porre lì le tue domande. A noi sembra una contraddizione. Invece no, a volte le due cose coesistono: avvertire un astio e contemporaneamente riconoscere che non possiamo non tornare lì a porre le nostre domande.Che promessa abbiamo percepito in questo luogo, se neanche tutto il risentimento, tutto l’astio che proviamo non possono cancellare quel presentimento di bene che continua, malgrado tutto, a prevalere, a tal punto che ritorno qui ancora oggi! La questione è se noi assecondiamo liberamente ciò che ci è capitato in quel luogo,se ritorniamo a quel luogo a cui ci sentiamo legati – alla fine è un problema di affezione –, se ritorniamo lì nonostante ci lasciamo prendere dal risentimento o dal senso di inadeguatezza che ci fa dire: «Io non sono degna di essere qui». Per questo è stupefacente, lo ripeto, la figura di Pietro: quante volte avrà sentito questa inadeguatezza, quante volte avrà sentito di non essere all’altezza dell’amicizia di Gesù, della preferenza di Gesù, ma allo stesso tempo non ce la faceva ad andarsene via: «Ma dove andrò senza di te,Cristo?». Tutta la mia simpatia è per te, Cristo, tutta la mia simpatia umana è più forte di tutta la mia inadeguatezza. La mia inadeguatezza non conta nulla, perché prevale questa mia simpatia che è quasi viscerale, come quella di un bambino per la mamma: non può non attaccarsi alla mamma. È stupefacente vedere come questo cresce in noi. Come vedi, la realtà è tutt’altro che indifferen[LM1] [LM2]  te, è ciò che costantemente ti sfida a tornare a quel luogo. E quante più domande la realtà ti suscita, fa emergere in te, tanto più queste domande ti spingono a tornare a quel luogo, l’unico dove le tue domande sono prese sul serio. In quali altri luoghi si prendono più sul serio le vostre domande di come facciamo qui? Se ne trovate qualcuno, andate.Vi sfido: ditemi c’è un luogo, oltre a questo, dove per essere voi stessi non dovete cancellare le vostre domande più umane, un luogo dove potete abbracciare tutta la vostra umanità senza censurare niente della vostra inadeguatezza, della vostra incoerenza, del vostro male. A questo punto, puoi capire perché, malgrado tante volte la vita ci faccia accorgere della nostra inadeguatezza, proprio questa inadeguatezza non introduce un sospetto su questo luogo, su questa compagnia, su questa amicizia, anzi, meno male che c’è e meno male che non occorre essere all’altezza. Ti assicuro che se occorresse essere all’altezza, non ci sarebbe posto per me! Questo è il luogo proprio per coloro che non si sentono adeguati, che non si spaventano della loro inadeguatezza, che non hanno bisogno di essere all’altezza per essere accettati. Siamo tutti compagni di Pietro, il primo che Gesù ha scelto non perché era bravo, non perché era adeguato, ma perché aveva, come te, una stoffa umana per cui non poteva, malgrado tutto, non sentire che tutta la sua simpatia umana era per Lui, per Cristo. Si sentiva così legato che niente lo faceva staccare da Lui. Carissimo Julián, quando ho saputo che il titolo scelto per l’apertura di questo nuovo anno era «La realtà, insieme al cuore,è la nostra grande alleata», mi sono commossa profondamente. Nessuna frase poteva essere più corrispondente a quello che ho vissuto in questi primi giorni di scuola e soprattutto durante l’estate. Il mio inizio anno, infatti, si capisce solo se ripenso ai miei mesi di vacanza: prima a Londra e poi al mare mi sono ritrovata a dover affrontare una serie di circostanze che non solo non avevo programmato, ma che non avrei mai voluto. Mi ero fatta la mia idea di come dovesse essere la vacanza perfetta prima dell’ultimo anno e invece è andato tutto al contrario. All’inizio sentivo il peso insopportabile della fatica e della tristezza, continuavo a rimanere bloccata su me stessa e i problemi, e mi dicevo: «Ma perchécapitano questecose?». Dopo alcuni giorni vissuti soffocando,mi si è posta un’alternativa: o stare chiusa nel mio angolino di mondo a guardare e riguardare le cose che non erano come volevo o alzare lo sguardo e accettare con umile obbedienza che esse potessero essere un’occasione privilegiata per diventare grande. È stato un momento di svolta, perché mi si è chiesto di mettere in gioco tutta la grandezza della mia libertà. Infatti sarebbe stato molto più facile rimanere schiava del mio lamento costante e della continua misura di me stessa e degli altri. Poi mi è tornato in mente quando dicevi che, per ingaggiare la lotta di prendere sul serio il desiderio di essere felici, occorre volersi veramente bene. Occorre volersi bene, perché io sapevo chelecose non sarebbero cambiateeche avrei dovuto lottare peresserelibera dalla loro apparenza. In quel momento era necessario che io amassi me stessa eil mio cuorechecosì benesa ciò che glicorrispondee non può mai ingannarsi. Sostenuta dall’amorevole tenerezza di tanti amici, dalla mia famiglia e dalla bellezza dei luoghi che ho visto, ho deciso di alzare lo sguardo e di tenerlo fisso sull’essenziale, sull’Aconcagua, come mi dicesti tu una volta. Allora mi sono riscoperta libera di amare anche la fatica, di non perdermi nelle apparenze, di non fermarmi a ciò che la gente pensa di me e a come dovrei essere. Le circostanze non sono cambiate, anzi, con la morte di una mia amica il dolore è aumentato, ma era tutta una grazia continua, perché Dio si è servito di esse per farmi tirare fuori ancora più realmente tutta la passione del mio cuore. La realtà ha permesso che essa si ridestasse. È emerso prepotentemente, infatti, il desiderio di stare di fronte alla bellezza delle cose che vedevo con sguardo profondo e grato, in contemplazione silenziosa e stupita, di ricercare la purezza e la limpidezza nei rapporti con gli amici, di donarmi totalmente nel sacrificio di aiutare in casa. Tornata dalle vacanze, ero preoccupata, non vedevo tanti amici da tre mesie non sapevo cosa aspettarmi. Allora Dio ha deciso di farmi definitivamente capire che è molto più originale e fantasioso di me con tanti piccoli fatti: la chiamata di un adulto mio amico che mi dice che ci tiene a me, la riscoperta dell’amicizia con una mia compagna tornata dall’America, la preparazione della festa per i primini e il vedere le loro facce stupite, il riabbracciare gli amici e conoscere nuove persone; sono esempi dell’abbraccio paterno con cui è iniziato l’anno. Le materie a scuola si sono fatte straordinariamente interessanti, ogni cosa mi suscita sorpresa. So che mi aspetta un anno faticoso per lo studio e le scelte da prendere, ma per la prima volta non sono spaventata, ho un desiderio immenso di vivere tutto, di amare tutto, ogni persona che incontro, anche quelle che vedo sulla metro e le cose in cui mi imbatto. A volte mi faccio impressione nel ritrovarmi addosso questo cuore così bruciante e vivo, voglioso di camminare. Le piccole sofferenze quotidiane ci sono, sento che spesso fanno male, ma è attraverso di esse che mi viene indicata la strada, è attraverso di esse che capisco che cosa veramente desidero. Tutto quello che capiterà sarà una grazia sovrabbondante che non posso immaginare. Grazie. Tu descrivi bene l’itinerario davanti al quale si trova ciascuno di noi. All’inizio potevi pensare che le circostanze fossero un peso insopportabile, ma dopo qualche giorno ti si è posta l’alternativa: vivere rinchiusa nel tuo angolino o alzare lo sguardo e vivere quella situazione come un’occasione privilegiata per diventare grande. La vita, ragazzi, è vocazione. Dio ci chiama attraverso le circostanze. E solo chi asseconda le circostanze può cominciare a scoprire quello che Lui, il Mistero che fa tutte le cose e che ha molta più fantasia di noi, ha preparato per noi. Chi pensa già di sapere, e quindi chi crede di non avere bisogno di giocarsi la vita rispondendo alle circostanze attraverso cui il Mistero ci chiama, si perde il meglio. Invece quando le asseconda, scopre che Dio è molto più originale e fantasioso di noi, tutto diventa interessante; e uno non è più spaventato, ma ha un desiderio immenso di vivere tutto. Questo accade attraverso le circostanze e la questione più interessante è scoprire, come dice lei, che «attraverso di esse mi viene indicata la strada». La strada non è qualcosa che sappiamo già a priori, perché si scopre la vita vivendo. Dice un poeta spagnolo: «Se hace camino al andar» (A. Machado, «Proverbios y cantares», XXIX, in Campos de Castilla, 1917), si scopre il cammino camminando, si scopre la strada camminando, non è già tracciata nella nostra testa. Per questo, come vi dico sempre, la vita è solo per gli audaci, per chi accetta la sfida della provocazione costante che ci viene rivolta dalle circostanze, che tante volte sono banali, ma è attraverso di esse che il Mistero che ci ha fatti ci convoca per introdurci sempre di più alla pienezza del vivere. Buon anno, amici! Bonfanti. Ringraziamo veramente di cuore Julián per la strada che ci ha indicato, una strada che è per ciascuno di noi e che io, noi, vogliamo percorrere, una strada in cui anche gli strumenti che ci sono dati e che trovate nel foglietto degli avvisi sono da prendere sul serio, ciascuno nel proprio gruppo.
Appendice Altri contributi scritti ricevuti Quest’estate ho dovuto studiare per i debiti. Per questo ho passato molti giorni in biblioteca e in metro. Ovviamente non ne avevo per niente voglia, visto che potevo essere in spiaggia o in qualche altro posto. Era venerdì pomeriggio e tornavo da un giorno di studio in biblioteca. Ho dovuto aspettare la metro quasi quindici minuti e non ne ero entusiasta, perché volevo solo arrivare a casa, buttarmi sul letto e non dover pensare più a niente che avesse a che vedere con lo studio. Quando finalmente è arrivata, sono entrata e mi sono seduta nell’ultimo posto a sinistra. Quel venerdì era uno di quei giorni in cui se trovi qualcuno che non hai voglia di salutare, fai il possibile per non guardarlo e perché non ti guardi; io mi sentivo così rispetto a tutti.Avevo la mia musica e le mie cuffie e pensavo solo ad arrivare a casa, ma in quel momento è successo qualcosa.Ho girato un po’ la testa e ho visto una ragazza incinta che piangeva all’altro lato del vagone. Però non stava piangendo come quando ti bocciano o ti succede qualcosa di non tanto importante: stava piangendo con dolore, con molto dolore. E il dolore era tanto che l’ho notato perfino io e mi sono intristita molto. In quel momento mi si è scombussolato tutto, e ho pensato di avvicinarmi. Però cosa poteva fare una ragazza come me parlando con una persona così triste e che nemmeno conosceva? Mi è sembrata una stupidata parlare con lei o anche solo salutarla, e ho cercato di evitarlo in tutti modi. Ho alzato il volume della musica e ho girato la testa. Ma non potevo, non potevo evitare il dolore di quella ragazza in un modo così meschino. Non potevo far finta di niente dopo averla vista così, e allora qualcosa mi ha mosso ad alzarmi, e più mi avvicinavo, più mi veniva paura e mi venivano domande. Che cosa le avrei detto? Che cosa mi avrebbe detto? Che cosa sarebbe successo? E perché mi stavo avvicinando a lei? Alla fine mi sono seduta vicino a lei, e mi è venuto solo da presentarmi. Le ho detto il mio nome, che l’avevo vista dal mio posto e che qualcosa si era mosso in me. Mi ha detto il suo nome, mi ha guardato e ha iniziato a raccontarmi cosa le succedeva. Non ci potevo credere. Come faceva una ragazza assolutamente sconosciuta a raccontarmi quello per cui stava soffrendo così? Mi ha raccontato che era molto triste e che stava andando a una clinica per abortire. Le ho chiesto perché andava e se voleva tenere la bambina. Lei mi ha detto di sì, ma che la cosa presupponeva moltissime difficoltà e che non si riusciva a vedere con una figlia da curare, da mantenere e a cui star dietro ogni minuto, ma che nonostante questo voleva tenerla. Allora le ho chiesto perché, se voleva tenere la bambina, andava alla clinica. Mi ha guardato senza parlare e di nuovo si è messa a piangere. Io ho visto che aveva paura, paura di essere abbandonata, umiliata dalla gente, maltrattata dal suo fidanzato per aver voluto tenere la bambina, e paura di altre cose che sarebbero potute succedere. Quando alla fine si è calmata mi ha detto che aveva paura e che non voleva perdere ilsuo fidanzato per questo che le stava succedendo. Le ho chiesto se pensava che dopo l’aborto sarebbe stata tranquilla per essersi tolta un peso o se ne sarebbe pentita. Senza dubitare mi ha risposto che se ne sarebbe pentita e che lei voleva già bene alla sua bambina, che iniziava a rendersi conto di che cosa è l’amore di una madre e del sacrificio che c’è dietro e che lei voleva la bambina ugualmente. Se era così sicura, perché andava alla clinica? Mi ha detto che quella stessa mattina il fidanzato l’aveva chiamata mentre beveva una birra con i suoi amici e le aveva detto di andare quel pomeriggio stesso alla clinica perché lui non voleva la bambina. In quel momento sono crollata. Ho pensato: come era possibile parlare di questo per telefono? Le ho detto che mi sembrava terribile e lei mi ha dato ragione. Le ho raccontato anche delle case di accoglienza, delle persone che accolgono, del movimento… E vedevo che più parlavo più si rasserenava un pochino. Ma continuavo a vedere quel dolore così terribile. In quel momento siamo arrivati a una fermata e lei si è alzata ed è corsa fuori. Ma all’improvviso si è girata ed è rientrata. Mi ha guardato, mi ha abbracciato e mi ha detto: «Torno a casa. Non vado alla clinica. Mi sono resa conto che questa figlia di cui sono incinta è del mio fidanzato, ma anche mia, e le voglio un bene dell’anima. Grazie». Ed è uscita.Io sono rimasta in piedi senza sapere cosa fare.Cosa era successo? Chi era quella ragazza? Che cosa sarebbe stato di lei e di sua figlia? Continuavo a pensarci: chi sono io per far cambiare opinione a una persona sconosciuta? Chi sono io perché quella ragazza mi raccontasse tutta la sua storia? Che ruolo ho io in tutto questo? Come staranno ora quella ragazza e sua figlia? Ho chiara solo una cosa. Questo è un vero Mistero, qualcosa che non riesco a capire, ma la felicità che sento adesso per averla accompagnata in quei minuti di metro è incredibile. *** Frequento il quinto anno del Liceo Classico. All’Equipe di GS, la mattina, dopo colazione, ci han detto che ci sarebbero stati l’Angelus e le Lodi prima dell’incontro-assemblea. Io non avevo voglia di andarci (scusate se lo dico, ma voglio essere franca), perché volevo iniziare subito con l’assemblea. Ma nel momento in cui l’ho pensato, mi manda un messaggio una mia amica, dicendomi: «Occhi aperti». Eh, sì! Ho aperto gli occhi! Perché mi sono accorta di quello che avevo davanti. Prima di iniziare le Lodi abbiamo cantato Al mattino e il don è intervenuto dicendo: «Che cosa permette di ripartire la mattina? Di risvegliarti ogni mattina? “Ch’io ti veda, ed è questo il mattino”. Il mendicare di vederLo, stare davanti al tuo desiderio. La preghiera è un mendicare e il mendicare è costitutivo dell’uomo. Per questo preghiamo: per chiedere che ci incontri». Io per tutta l’estate mi ero sentita mendicante e per questo motivo parlava a me direttamente. Mi sono goduta a pieno le Lodi, perché volevo stare attenta alle parole: non volevo dire parole così per dire... infatti, stando ad occhi aperti ho capito che le Lodi sono espressione de “Il desiderio”, perché ogni parola parlava della mia posizione da mendicante! Dopo questa esperienza io e la mia compagnia “scalcagnata” ci siamo richiamati sempre a stare ad “Occhi aperti”! A stare davanti a ciò che ci succede e riconoscerlo. E così ho iniziato la scuola in modo diverso, mendicando che Lui mi incontrasse ogni mattina all’Angelus insieme ai miei amici. Stando ad occhi aperti insieme a quella compagnia, mi sono goduta il primo giorno, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto, eccetera. Ogni giorno in piccole cose che mi sono successe: un semplice sorriso delle mie amiche; un intervento della prof di filosofia sulla sua posizione riguardo al Gender, contraria alla mia, ma che mi ha spinto a informarmi di più, per capire meglio; un incontro in cui si è parlato del bisogno dell’uomo; l’abbraccio di una mia amica che sta passando un periodo difficile della sua vita... l’elenco andrebbe ancora avanti. Uno dei primi giorni di scuola abbiamo avuto la prof di greco. Ho pensato tra me e me: «Oh, adesso ci fa la solita ramanzina sul fatto che siamo passivi, che non stiamo attenti ecc...». Però, al tempo stesso, ho pensato: «Beh, se la realtà è alleata, lo deve essere anche in questo momento!». Così mi sono posta in un altro modo. E poco dopo parlando di Euripide la prof dice: «Euripide mostra nelle sue tragedie che l’uomo non si fa da sé, ha bisogno di qualcos’altro». Questa frase mi ha spiazzato, soprattutto perché detta dalla prof in quel momento. Quella lezione era per me Scuola di comunità tra i banchi di scuola, tra persone non di CL, parlando di un autore accusato dai molti suoi contemporanei di ateismo, pur essendo “religioso” nel senso in cui lo intende don Gius. Riconosco in tutto ciò di aver verificato l’ipotesi della realtà come vera alleata anche nella scuola. L’unica cosa che chiedo per quest’anno che viene è che, in questa compagnia scalcagnata che è GS, ci aiutiamo a tenere gli occhi aperti, per riconoscere la nostra alleata! *** Durante queste vacanze ho scoperto la bellezza dello stare alle cose semplici che mi sono chieste. In particolare, lavorando nella sorveglianza al Meeting, mi era essenzialmente chiesto di attendere. Aspettare l’orario per aprire le porte della fiera, aspettare persone sconosciute e magari anche scorbutiche, che avessero bisogno del mio aiuto. Non capivo il senso dell’attesa: io chi stavo aspettando? I primi due giorni sono stata arrabbiata per questo lavoro che sembrava quasi inutile. Pian piano però l’attesa iniziava a non essermi più così ostile. Col passare dei giorni la compagnia degli altri del mio gruppo ha iniziato a sostenermi: non attendevamo più mezzi addormentati, ma cantavamo, ogni persona che arrivava anche solo per chiedere dove fosse il bagno era un grande evento, una piccola cosa che dava senso all’attesa. Poi il penultimo giorno di lavoro è arrivata per caso a chiedere aiuto una persona cara che non vedevo da tempo. Col suo arrivo una buona parte della mia attesa aveva preso senso. Avevo atteso tutta quella settimana incosciente, ma non invano. Questo non può che darmi fiducia in quel Qualcuno che mi ha donato l’attesa, sapendo prima di me ciò che dovevo aspettare. *** Sono nata con una malattia rara, che mi ha costretto a sottopormi a diverse operazioni alle gambe; poi è successo quello che non sarebbe mai dovuto succedere: il chiodo che mi hanno messo nel femore si è rotto, e con esso il mio femore. Quando questo è successo ovviamente mi è caduto il mondo addosso, ma poi ho capito che tutte le volte che mi hanno operato io ne sono uscita molto felice, con la consapevolezza che tutto quello che mi accade è per me, peril mio bene.Ho addirittura ringraziato Dio non per un’idea, ma perché io l’ho vissuto, l’ho sperimentato, ne ho fatto esperienza. In questa avventura ho riscoperto i miei compagni di classe e la mia famiglia, la mia casa, i miei nonni e tutti coloro che mi circondano. Inoltre sono rimasta spiazzata dalla quantità enorme di amici che hanno pregato per me. Questo fatto è stato per me come una rinascita, perché poco prima di essere operata ero incavolata nera con Dio perché non mi voleva guarire; in realtà ho capito, ho compreso che la guarigione non può essere solo fisica, ma anche morale, tanto che io mi sto ritrovando a ringraziare continuamente il Signore, perché senza questa mia situazione io non sarei quella che sono. Quest’estate ho capito che la realtà è una mia grandissima alleata in quanto senza l’incappo nella realtà (il mio chiodo che si è rotto) io non sarei quella che sono; la realtà mi permette di vivere al meglio le mie giornate e di riscoprire ogni volta che tutto quello che mi è donato è per il mio bene. Prima di tutto questo “disastro” ero molto apatica nei confronti della mia realtà, della mia vita, ero una persona che «non riusciva a vedere i colori della realtà», era tutto in bianco e nero, ma poi la realtà è voluta in modo prepotente entrare nella mia vita, ha voluto farmi capire che lei c’era, che lei c’era sempre stata, ma che io non la volevo guardare, non la vedevo, riducevo tutto a quello che volevo io, per me il resto non contava, non valeva neanche la pena guardarlo. Tutto quello che mi è dato è per me, ma è come se ogni volta lo dovessi riscoprire; ognuno di noi, credo, ha sempre bisogno di qualcosa che lo scuota da tutto quello che il mondo ci propone e che ci fa sempre dimenticare che la realtà è bella per ognuno di noi. *** «La realtà, insieme al cuore, può essere tua alleata?». Questa domanda mi è stata ripetuta numerose volte nell’ultimo anno, diventando ben presto un punto che, probabilmente anche per l’insistenza con cui mi è stata ricordata, esigeva una risposta. Devo dire che inizialmente mi sono trovata a rispondere a questa questione in modo molto scettico. Questo perché quest’anno ho dovuto affrontare fatti, come il tumore di mia nonna, che si imponevano lasciandomi senza la possibilità di fare nulla e solo con una grande sofferenza di fronte alla mia inutilità, che quegli avvenimenti facevano risaltare sempre di più. All’inizio di quest’anno ho incontrato un punto di svolta che mi ha fatta ricredere sulla mia posizione e sul mio scetticismo. Sono stata invitata a partecipare all’Equipe nazionale di GS a Cervinia. Partita da Milano con l’intenzione di vivere quei giorni per me, dopo un anno in cui avevo fatto tutt’altro che fermarmi e guardarmi seriamente, mi sono trovata dopo poche ore già persa. Ho infatti incontrato una persona con cui avevo avuto vari trascorsi; questo fatto mi ha portata a perdere subito di vista l’idea di vivere quei giorni per me; problematiche del tipo «come mi devo comportare con lui?» mi avevano distratta. Quella stessa sera Albertino ci ha detto: «Ricordatevi che siete qui solamente per voi. Dovete prendervi per primi voi sul serio. Quello che date agli altri è una sovrabbondanza che nasce spontaneamente». Quel richiamo a vivere quei giorni per sé hanno fatto la differenza. In primo luogo a Cervinia,raccontando questo fatto a dei miei amici, mi sono vista ringraziare da uno che mi ha detto: «Ti sei presa sul serio già questa sera raccontandoci tutto ciò, mi hai fatto prestare attenzione a quelle parole che mi erano rimaste indifferenti. Se ci fai caso, questa è già una sovrabbondanza che hai dato a me». È inutile dire quanto sia stato grande il mio stupore nel vedere quanto questa sovrabbondanza si sia fatta sempre più presente una volta tornata a Milano, nella mia vita di tutti i giorni. A partire da una mia amica che, non essendo potuta venire a Cervinia, mi aveva chiesto di raccontarle ogni cosa; mettendo da parte una mia svogliatezza iniziale, mi sono trovata a raccontarle tutto quello che mi aveva colpito, capendo ancora meglio ciò che avevo vissuto. È nato un dialogo sorprendente, al punto che il giorno dopo mi ha inviato un messaggio dove mi citava una frase del suo preside che le aveva ricordato una cosa di cui avevamo parlato il giorno prima. Non è sovrabbondanza questa? O una semplice cena con le compagne di classe in cui io e un’altra mia amica, venuta anche lei a Cervinia, ci siamo ritrovate a raccontare per due ore filate tutto quello che ci aveva colpito e come ciò ci aveva già fatte ripartire a Milano. Quello che avevamo raccontato aveva suscitato talmente tanto stupore tra di loro che ci sono venute a ringraziare e di nuovo mi è venuto da chiedere: «Che cos’è questo se non un prendersi sul serio? Che cos’è questa se non una sovrabbondanza?». Mi sono accorta che qualcosa scatta inevitabilmente quando ci si inizia a chiedere: «Ma io cosa desidero per me? Cosa scatena in me questo fatto?». Questo è uno sguardo amorevole che uno ha su di sé e che poi si riflette nel rapporto con l’amico, coi genitori eccetera, al punto da far diventare la scuola, nella quale magari non ci si trova benissimo, un luogo in cui potersi giocare fino in fondo. L’altro giorno in classe abbiamo letto un testo di Pasolini nel quale ad un certo punto scriveva: «È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno / o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo. / È un urlo che vuol far sapere, / […] che io esisto, / oppure, che non soltanto esisto, / ma che so. È un urlo / in cui in fondo all’ansia / si sente qualche vile accento di speranza; [...] / Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa / questo mio urlo voglia significare, / esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine», ed è questo che contiene il prendersi sul serio. Mi sono resa conto che la realtà come alleata non significa che essa si sostituisce a te, semplificandoti ogni cosa, non permettendo che il dolore sia un dato importante nella tua vita; ma significa, appunto, che essa ti fa compiere un passo in primo luogo nella serietà che hai nei tuoi confronti, come lo stesso Pasolini afferma.


sabato 10 ottobre 2015

«Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo»

Gli appunti dagli interventi di Davide Prosperi e Julián Carrón alla Giornata d’inizio anno degli adulti e degli studenti universitari di CL. Mediolanum Forum, Assago (Milano), 26 settembre 2015

JULIÁN CARRÓN
Domandiamo allo Spirito di ridestare in noi una tale affezione a Cristo, un tale attaccamento a Lui che possiamo testimoniarLo in tutte le pieghe del nostro vivere.

Discendi Santo Spirito

La mente torna
I wonder as I wander


DAVIDE PROSPERI

Benvenuti a questo gesto con cui iniziamo un nuovo anno insieme. Saluto anche tutti gli amici che in varie città in Italia e all’estero sono collegati per vivere insieme questo gesto. 
«La giornata più bella della settimana è il lunedì, perché il lunedì si riinizia, si riinizia il cammino, il disegno, si riinizia l’attuazione della bellezza, della affezione» (L. Giussani, Dal temperamento un metodo, Bur, Milano 2002, p. 31). Questa frase di don Giussani dice il motivo per cui non ci stanchiamo mai di ricominciare, perché a questa bellezza siamo attaccati più di qualsiasi altro interesse, e quindi chiediamo alla nostra grande compagnia che ci aiuti a non perderci d’animo, affinché cresca giorno dopo giorno, anno dopo anno, la nostra affezione alla sorgente della bellezza.
Agli Esercizi del 1964 a Varigotti, don Giussani diceva: «Noi dobbiamo lottare per la bellezza, perché senza la bellezza non si vive. E questa lotta deve investire ogni particolare, altrimenti come faremo un giorno a riempire Piazza San Pietro?» (il riferimento è in L. Amicone, «Il 25 aprile di Rimini», Tempi, n. 18/2004, p. 20). Lo scorso 7 marzo l’abbiamo riempita, quella Piazza. Abbiamo chiesto un incontro al Papa per domandare come mantenere quella freschezza dell’inizio che è decisiva perché il nostro movimento continui a essere utile alla Chiesa e al mondo. Chiunque di noi penso sia qui perché ritiene che questa esperienza sia valida per la propria vita. Ma come si può essere sempre più utili alla Chiesa e così servire la gloria di Cristo nel mondo? Il Papa ci ha risposto affidandoci un compito, come ben ricordiamo: «Centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”» (Francesco, Discorso al movimento di Comunione e Liberazione, 7 marzo 2015). 
E Carrón lo ha ripreso agli Esercizi della Fraternità: «Da che cosa possiamo riconoscere questa presenza? Dal fatto che essa ci decentra dalle nostre riduzioni, dalle nostre distrazioni per riportarci al centro, Cristo. (...) Il cristianesimo è sempre un avvenimento» (Una presenza nello sguardo, suppl. Tracce, n. 5/2015, pp. 33-34). Dobbiamo renderci conto che questo indica una direzione, cioè che occorre ricentrarsi sul primato dell’avvenimento, riaprirsi sempre di nuovo a Cristo come avvenimento che è accaduto nella storia passata, e che accade nel presente secondo modalità sempre nuove, che noi siamo chiamati a seguire. Lo abbiamo visto all’ultimo Meeting. Il metodo che Dio usa per entrare nella storia è quello di una libera scelta: la scelta di un uomo, Abramo. In mezzo alla moltitudine degli uomini che tentano di dare un nome al Mistero, un uomo solo viene scelto e viene chiamato per nome dal Mistero, «Abramo...», perché possa dargli del Tu, come un figlio dà del tu a suo padre. Questo stesso metodo descrive la nostra storia.
Infatti una delle cose che mi colpisce del movimento è come tutto ha avuto inizio. Lo si può leggere nel libro di Savorana (Vita di don Giussani, Bur, Milano 2014). Tanti anni fa un ragazzino ha cominciato a sentire uno struggimento che la sua vita non fosse inutile. Non sapeva, non immaginava come avrebbe potuto essere utile, ma l’unica cosa che sapeva per certo è che non avrebbe voluto vivere inutilmente, che qualsiasi cosa il Signore gli avesse chiesto, avrebbe offerto tutto di sé perché la sua vita potesse essere utile al mondo, utile al Suo disegno. E io dico: mi riconosco - mi riconosco -, anch’io ho questo struggimento! Ma questa cosa che abbiamo dentro tutti, il più delle volte non è presa sul serio fino al punto di dire: «Spendo la vita, tutta la mia vita per questo». Invece noi siamo qui oggi perché questo ragazzino è diventato un uomo e poi è diventato vecchio, ed è rimasto tutta la vita fedele a questo struggimento, anzi, fedele a Chi gli ha segnato la strada per compiere questo suo desiderio. Il carisma che ha preso quest’uomo e ha generato un popolo dentro la vita della Chiesa, lo ha preso per il mondo; e noi che siamo stati preferiti, perché non ci era dovuto di incontrare quello che abbiamo incontrato e che tanti non conoscono, noi che abbiamo visto, noi che siamo stati scelti, che abbiamo, per così dire, visto i tratti inconfondibili del volto di Cristo attraverso la testimonianza così persuasiva di una compagnia umanamente decisiva e pacificante per la vita, noi a cui è stato dato di fare esperienza di Cristo come un’attrattiva invincibile, noi siamo stati scelti per il mondo. A noi è stata data questa esperienza di conoscenza, perché ne comunichiamo la bellezza a tutti. Se no, che senso avrebbe la preferenza? Sarebbe un’ingiustizia.
Il cieco nato mi produce sempre la stessa commozione. Questo disgraziato guardava se stesso come lo guardavano tutti: lui era “il suo” male. Una vita senza speranza. E come lui ce n’erano molti e tutti quelli come lui si guardavano nello stesso modo, secondo una certa visione diffusa nel giudaismo di allora: puniti nel fisico perché cattivi, impuri dentro, peccatori! Ma quell’uomo lo scelse quel giorno e il cieco acquistò la vista; e interrogato dai maestri e dai sapienti, rispose: «Io so solo che prima non ci vedevo e ora ci vedo, vedo la realtà, non solo quella fisica, ma vedo la verità di me, di quello che sono io. Io non sono quello che dite voi, io sono quello che ho visto risplendere nello sguardo di quell’uomo che mi fissava, guardava proprio me, il niente che sono, mi guardava con amicizia. Quel giorno fu scelto proprio lui perché, attraverso il suo cambiamento, potesse risplendere la gloria di Cristo, perché anche gli altri come lui conoscessero la verità di sé e del mondo, di tutto, e così fossero liberati. Da Abramo in poi Dio ha sempre usato questo metodo e noi siamo di quel ceppo lì. Per cui la nostra vita diventa utile se è vissuta per lo scopo per cui siamo stati scelti, come ha detto un padre al funerale del suo bambino di tre anni, morto di tumore: «Per l’immaginetta abbiamo scelto questa frase che bene lo descrive: “L’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”».
Ripensando un po’ all’anno passato, a partire dal giudizio sull’Europa e sul crollo delle evidenze - lo ricordiamo bene -, la nostra iniziativa nasce da quella stessa domanda di Giussani: nella situazione in cui ci troviamo, è possibile ancora comunicare Cristo con quel fascino, con quella persuasività di ragione e di affezione che ha investito noi? 
Al Meeting, abbiamo avuto moltissimi incontri con testimoni della fede, così come altri incontri sorprendenti, magari inattesi, come trovate ben documentato nel Tracce di settembre.
Io mi sono chiesto: che cosa colpisce chi incontra una cosa così? Perché uno è colpito? Perché si può dire, come ha fatto per esempio Pietro Modiano, che «solo [per] il fatto che esista un luogo (...) in cui si possano porre questioni del genere», cioè domande vere, «venendo da lontano non mi sento più lontano» (Tracce, n. 8/2015, p. 12)? Questo dice del fondamento di uno stupore.
Quello che uno incontra è un soggetto diverso, un popolo ricco di identità e di storia, e quindi incontra una proposta. Può piacere o non piacere a chi ci incontra, ma il fascino di una presenza originale è nella proposta di quell’esperienza viva che tenta di misurarsi con tutti gli aspetti e gli interessi dell’umano. Lo abbiamo visto, ad esempio, quando abbiamo diffuso il volantino sulle elezioni “Ripartire dal basso”, proponendo, rispetto alla crisi di ideali che caratterizza il nostro Paese, la riscoperta che l’altro è un bene, e non un ostacolo da superare, per la pienezza del nostro io, tanto in politica quanto nei rapporti umani e sociali.
E allora si capisce che l’apertura senza limite, che caratterizza il dialogo in senso cristiano, porta con sé una implicazione irrinunciabile: non può essere vero dialogo, se non in quanto io porto coscienza della mia identità. Questo è il metodo con cui entriamo nel paragone con tutto. Il dialogo vero implica la mia maturità nella coscienza di me stesso. Ne Il rischio educativo don Giussani dice che senza questa maturazione nella coscienza di me, «io resto bloccato dall’influsso dell’altro, oppure l’altro che respingo provoca un irrigidimento irrazionale nella mia posizione. Quindi, è vero che il dialogo implica un’apertura verso l’altro, (...) ma (...) implica anche una maturità di me, una coscienza critica di quello che sono» (Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 121-122). Perciò in molte occasioni in questi anni siamo tornati su due preoccupazioni fondamentali proprio per la costruzione di una società nuova, come ipotesi offerta a tutti: 1) la comunità cristiana, in quanto guidata, è il luogo in cui si scopre a poco a poco come Cristo risponde alle domande del vivere, facendo crescere la confidenza con la verità, alla quale oggi parrebbe quasi impossibile aspirare; 2) questa confidenza certa nella verità che si è incontrata rende, nel tempo, capaci di un impegno vitale nella società, e anche di un’apertura totale, di una libertà che ci consente di esprimere la novità di vita data dall’esperienza cristiana in modo persuasivo e anche affascinante, libero da schemi “immutabili”, che non sempre rispondono alle necessità del nostro tempo. L’ho potuto constatare chiaramente tre settimane fa, partecipando a un incontro con cinquecento ragazzi e insegnanti di GS: quello che ci aiuta a renderci certi, saldi nella consapevolezza della nostra identità cristiana è ciò che ci fa crescere nel cammino verso il destino. Comunque su queste cose avremo modo di tornare quest’anno, leggendo il libro di Carrón appena pubblicato, La bellezza disarmata.
In tutto questo, lasciatemi dire, riconosciamo l’ironia di Dio. All’invadenza del potere, che avanza apparentemente incontrastabile, Cristo non oppone un altro potere, ma una scalcagnata compagnia umana, «una compagnia di uomini» scelti da Lui, perché la Sua presenza non venga mai a mancare nel tempo e nello spazio, e con essa, come disse una volta Giussani con un’immagine stupenda, «contende palmo a palmo il terreno alla notte» (L. Giussani, Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Cinisello Balsamo-Mi 2015, p. 116). Ne abbiamo avute molte di testimonianze, prima tra tutte quella di padre Ibrahim, parroco della comunità latina di Aleppo, che insieme alla famiglia di Myriam e ad altri come loro sono la speranza di un popolo che fa fatica a darsi una ragione per continuare a sperare. Loro continuano una storia, cominciata all’inizio della Chiesa, della cristianità, e sono consapevoli che per questo il Signore li vuole lì in Medioriente, per essere fruttuosi lì. E noi dobbiamo sostenere i nostri fratelli cristiani in questo compito, perché sono un seme; e il seme va difeso.
Oppure quando vedo alcuni dei nostri ragazzi che si vogliono bene come non si crede più possibile oggi, in un modo così puro, intenso e insieme trasparente, spalancato a tutti, vedo in loro la risposta più convincente e contagiosa ai problemi che riempiono le discussioni sulla morale del nostro tempo. Concedetemi di leggervi quello che scrive un nostro ragazzo di 24 anni a un amico: «Io la amo. Ed amo Cristo, sì finalmente posso dire che Lo amo! Lo amo e voglio dargli tutto... voglio dare tutto per il Suo Regno, voglio spendere il resto della mia vita per il Suo Regno, perché sono felice, perché sono grato. Lui mi ha conquistato. (...) E questo attraverso di lei. Amo Lui attraverso di lei e amo lei così tanto, perché capisco che me l’ha data Lui. Il mondo è cambiato per me, io sono cambiato. Tutto è simile a prima eppure tutto è nuovo. (...) Tu lo sai, ho vissuto così tanto tempo tormentato dal desiderio di vederLo Presente nella carne, una carne che potessi vedere e toccare... e poi un fiore è spuntato. All’improvviso. E l’Amore del Padre ha sfolgorato nel mio cuore e nella mia vita. Ora amo la vita, l’amo così tanto, ed amo persino tutto quel che ho sofferto, si lo amo, amo la mia sofferenza perché era sofferenza degna di essere vissuta: la mia sofferenza era il tormento del desiderio di vedere l’Incarnazione, di vedere Cristo incarnarsi nella mia vita... Questo è vivere. Questo è Vita».
La bellezza di una compagnia sacramentale come la nostra, la grandezza del movimento, è che rende possibile voler bene così, perché un ragazzo non potrebbe parlare del suo amore per la ragazza in questo modo senza Cristo, senza l’esperienza dell’umano che nasce nella nostra compagnia: realmente Cristo «compie l’umano». La risposta di Dio alla «crisi» dei tempi non è un discorso, ma l’avvenimento di una bellezza, una bellezza disarmata, appunto. Quale bellezza? Il fatto che l’Infinito, il Divino, possa entrare dentro la carne del rapporto tra un uomo e una donna in carne ed ossa, trasfigurandolo e potenziandone la capacità affettiva al punto tale da renderlo un’immagine di Sé, gloria Sua. Dentro e attraverso il segno, il Mistero si rende realmente già ora sperimentabile, al punto che attraverso l’amore reciproco tra un uomo e una donna, così come nell’amicizia vera, nella comunione cristiana, è realmente l’Infinito che si rende presente. Insomma, questa Bellezza è incontrabile in un segno, in una realtà umana, fragile e “scalcagnata” quanto si vuole, eppure in cui brilla una Presenza che non è di questo mondo. Questo segno è la Chiesa che il movimento ci ha insegnato ad amare. Chi vive del rapporto con questa Presenza tende a riempire tutta la realtà di positività e di speranza. 
Per questo ti chiediamo: come la testimonianza cristiana può rispondere oggi al vuoto e alla paura che rischiano di far perdere il gusto del vivere?


CARRÓN
1. LE CIRCOSTANZE E LA FORMA DELLA TESTIMONIANZA«Le circostanze per cui Dio ci fa passare», diceva don Giussani, «sono fattore essenziale e non secondario della nostra vocazione, della missione a cui ci chiama. Se il cristianesimo è annuncio del fatto che il Mistero si è incarnato in un uomo, la circostanza in cui uno prende posizione su questo, di fronte a tutto il mondo, è importante per il definirsi stesso della testimonianza» (L’uomo e il suo destino, Marietti, Genova 1999, p. 63).
Mi sembra che, dopo il percorso che abbiamo fatto nell’ultimo anno, come diceva ora Davide, possiamo capire di più queste parole di don Giussani. Quanto più uno vuol vivere la fede nel reale tanto più gli interessa capire qual è il contesto in cui si trova. Non per un semplice interesse sociologico, ma proprio per comprendere la natura della testimonianza che siamo chiamati a dare.
Per cogliere quale portata hanno le circostanze nell’identificare la forma della testimonianza a cui siamo chiamati, forse ci può aiutare rileggere il racconto del clown e del villaggio in fiamme citato dal cardinale Ratzinger all’inizio del suo libro Introduzione al cristianesimo, pubblicato nel 1968: «Chi oggi tenti di parlare della fede cristiana (...) avvertirà ben presto quanto sia ostica e sconcertante tale impresa. Avrà probabilmente subito la sensazione che la sua posizione sia descritta per filo e per segno nel noto apologo del clown e del villaggio in fiamme narrato da Kierkegaard. (...) La storiella narra di un circo viaggiante in Danimarca, colpito da un incendio. Il direttore mandò subito il clown, già abbigliato per la recita, a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto perché c’era pericolo che il fuoco, propagandosi attraverso i campi da poco mietuti e quindi secchi, s’appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato al villaggio, supplicando gli abitanti ad accorrere al circo in fiamme, per dare una mano a spegnere l’incendio. Ma essi presero le grida del pagliaccio unicamente per un astutissimo trucco del mestiere, tendente ad attirare il maggior numero possibile di persone alla rappresentazione; per cui lo applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava affatto d’una finzione, d’un trucco, bensì di una amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda... La commedia continuò così finché il fuoco s’appiccò realmente al villaggio e ogni aiuto giunse troppo tardi: villaggio e circo finirono entrambi distrutti dalle fiamme. (...) Chi tenta di diffondere la fede in mezzo agli uomini che si trovano a vivere e a pensare nell’oggi può realmente avere l’impressione di essere un pagliaccio, (...) che si presenta al mondo odierno avvolto nelle vesti e nel pensiero degli antichi, e pertanto nell’impossibilità di comprendere gli uomini dell’epoca nostra e di essere compreso da loro» (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005, pp. 31-33). 
Per questo certe forme di comunicazione della fede oggi appaiono così strane da non essere prese in considerazione, anzi, da suscitare risate.
Possiamo adesso comprendere meglio la preoccupazione che don Giussani ha avuto dall’inizio della nostra storia, fin da quando ha cominciato: quando nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo, quando le chiese erano ancora strapiene e la fede sembrava andare per la maggiore, quando tutte le associazioni cattoliche avevano tantissimi iscritti, don Giussani aveva identificato - come un profeta - il problema. E per non apparire anche lui come un clown, da subito aveva cercato di mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Non è che negli anni Cinquanta non si predicasse la fede - la Chiesa continuava a farlo -, ma tanti già allora non la percepivano più come pertinente alle esigenze della vita. Proprio per questo molti studenti che don Giussani incontrava al Berchet, malgrado provenissero da famiglie cristiane, avevano abbandonato la fede. Don Giussani ha sperimentato sulla propria pelle l’importanza delle circostanze storiche per il definirsi della sua testimonianza. Lui, che conosceva molto bene la dottrina cattolica, si è dovuto interrogare sulla modalità più adeguata per comunicare la verità, la verità di sempre, in un contesto che stava cambiando rapidamente.
Il mondo in cui siamo chiamati a vivere la fede è totalmente diverso da quello del passato anche recente. È un mondo dove la secolarizzazione progredisce, il crollo delle evidenze è davanti a tutti. A questo si uniscono, come conseguenza, una passività, un torpore e una noia che sembrano invincibili e che offuscano gravemente il riconoscimento del reale. Questa situazione è la sfida più grande che ha davanti a sé, oggi, la fede, l’annuncio cristiano. È una sfida che riguarda noi per primi. Se la fede finisce per essere intesa anche da noi come una pagliacciata, se noi per primi non riusciamo a percepirla come pertinente alla vita, comincerà a venire meno anche in noi l’interesse per essa. Immaginate gli altri! 
Ciascuno di noi è costretto a rispondere a questa situazione che gli viene incontro provocandolo. Infatti, diceva don Giussani, «l’esperienza è l’impatto di un soggetto con la realtà, la realtà che come presenza lo invita e lo interroga (“lo problematizza”). Il dramma umano sta nella risposta a questa problematizzazione (“responsabilità”), e la risposta è generata evidentemente nel soggetto. La forza di un soggetto sta nella intensità della sua autocoscienza, cioè della percezione che ha dei valori che definiscono la sua personalità [di ciò che ha di più caro]. Ora, questi valori fluiscono nell’io dalla storia vissuta cui l’io stesso appartiene. (...) La genialità radicale di un soggetto sta nella forza della coscienza di appartenenza. Per questo il popolo di Dio diventa un orizzonte culturale nuovo per ogni soggetto che vi appartenga» (Il senso di Dio e l’uomo moderno, Bur, Milano 2010, pp. 131-132). Perciò da come rispondiamo alle sfide del presente, «si capisce se e quanto viviamo l’appartenenza, che è radice profonda di tutta l’espressione culturale» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino, op. cit., p. 63). 
Don Giussani identifica due modalità di vivere l’appartenenza, da cui scaturiscono due facce culturali con cui il cristianesimo si pone nel mondo: la fede e l’etica, l’avvenimento della fede e i valori etici. La Chiesa - diceva nel 1997 - in tante occasioni «si pone (...) davanti al mondo, non dico dimenticando, ma dando come per supposto e per ovvio (...) il contenuto dogmatico del cristianesimo», cioè «l’avvenimento della fede» (ibidem, pp. 63-64), che viene ridotto «a una priori astratto che è ospitato e alberga nella testa dell’uomo» (ibidem , p. 67), arroccandosi sull’etica, sui valori. È come se dicessimo: «Che cos’è la fede già lo so, adesso devo preoccuparmi di che cosa fare». Così, quasi inconsapevolmente, dando per ovvio il contenuto della fede, ci spostiamo sull’etica. Il volto culturale del cristianesimo non è più, allora, l’avvenimento della fede, ma i valori. 
Nel rispondere alle sfide del vivere, nessuno di noi può evitare di dire cosa ha di più caro, qual è il contenuto sintetico della sua autocoscienza: se l’avvenimento della fede o i valori morali. 
Mi stupisce quanto questo atteggiamento, che tante volte sorprendiamo in noi, cioè quello di dare per scontato l’avvenimento della fede, non risponda, anzi sia in contrasto con l’esperienza elementare del vivere, che costantemente ci documentano, per esempio, certi canti come quello di Mina che abbiamo appena ascoltato, La mente torna (parole G. Mogol, musica L. Battisti). Che cosa dice? Che quando tu arrivi, quando arriva il tu, «la mente torna»; che quando «mi parli tu», io sono io. Ricordate quando abbiamo citato Guccini? «Non sono quando non ci sei» (Vorrei , parole e musica F. Guccini). Solo quando tu ci sei mi strappi dai pensieri miei. Cioè, il «tu» dell’altro fa talmente parte della definizione dell’io da destare l’autocoscienza con cui un io affronta tutto. È dunque il rapporto con un certo «tu» che rende possibile un modo di stare nel reale tutto diverso, più vero, determinato dalla autocoscienza nuova che esso suscita in noi. Perciò, l’appartenenza a questo «tu» definisce la posizione culturale. Chiunque ascolta il canto capisce immediatamente che cosa ha di più caro la persona che lo ha composto: il tu che rende l’io veramente io, finalmente io. 
L’esperienza elementare del vivere mostra quanto bisogno ho di un tu per essere me stesso, per essere io. Il Signore che ci ha fatti sa bene quanto il suo Tu sia indispensabile per il nostro io. Nel suo tentativo di farsi conoscere dall’uomo, il Mistero si è “piegato” a questa esperienza elementare. Infatti, per entrare in relazione con noi si è reso sperimentabile secondo la forma d’esperienza che ci caratterizza, quella del rapporto con un tu, affinché attraverso di lui ogni uomo capisse la portata del Tu del Mistero per sé, per la propria vita. Piegandosi al modo umano di rapportarsi, Dio è entrato nel reale chiamando Abramo, per generare un io tutto intessuto della Sua presenza, una presenza che i mesopotamici contemporanei di Abramo non potevano neanche immaginare - come ha detto al Meeting il nostro amico e professore Giorgio Buccellati -: essi non potevano dare del tu al fato, al destino. 
Che cosa vuol dire tutto questo? Che la scelta di Abramo ha introdotto nella storia una novità, per cui la fede non è semplicemente qualcosa di accessorio, un rito o una pratica devozionale, ma è costitutiva del nostro io, del nostro stare nel reale. La ragione per cui tutto è cominciato con Abramo è il desiderio di Dio: «Facciamo sì che un uomo viva l’esperienza di Noi nelle viscere del proprio io, perché possa vedere che cos’è l’io che Io ho creato. Ma se l’esperienza di questa mia Presenza non vibra dentro le viscere di un uomo come Abramo, l’uomo non potrà capire chi è lui e non potrà capire chi sono Io». Immaginate quale esperienza deve avere fatto il profeta Osea di questa Presenza per dire: «Il mio cuore si commuove dentro di me, / il mio intimo freme di compassione» (Os 11,8). Questo Dio, questo Tu, ha una intensità di vita tale che non può guardarci, rapportarsi a noi, senza questa commozione, senza questa vibrazione, senza questa compassione per il nostro destino. In questo modo ha fatto conoscere all’uomo che cosa è l’uomo, perché niente può ridestare l’io come il vedere un Tu che ha questa commozione per il suo destino. Non stupisce allora che chi è ridestato da questo Tu possa dire, come il profeta Isaia: «Al tuo nome e al tuo ricordo / si volge tutto il nostro desiderio» (Is 26,8). Ciò significa non lasciare fuori della percezione di se stessi il contenuto dell’esperienza della fede. Se noi lo lasciamo fuori dalla modalità con cui diciamo: «Io», la nostra appartenenza sarà a tutto, ma non al Mistero che è entrato nella nostra vita. E perciò daremo testimonianza solo di quello che noi riusciremo a fare, di quello che noi saremo in grado di immaginare, dei nostri tentativi, ma non potremo far trasparire la nostra appartenenza al Mistero, come invece è accaduto a una persona che, arrivata al lavoro, si è trovata davanti un collega che le ha detto: «Ma che cosa ti è capitato? Perché hai questa faccia?». Non aveva ancora fatto niente, ma era apparsa agli occhi del collega una diversità. 
È per questo che, dandoci come domanda per le vacanze: «Quando abbiamo sorpreso e riconosciuto nella nostra esperienza una presenza nello sguardo?», non stavamo ponendo una questione per visionari, per persone a caccia di non so quale esperienza mistica, ma chiamando in gioco chi si è sorpreso a guardare il reale con una novità dentro, coloro per i quali il contenuto dell’esperienza della fede non è scontato. Senza questa novità, senza questa incidenza nel nostro sguardo, la fede, in fondo, si riduce a qualcosa di devozionale che non definisce il modo di stare nel reale, non definisce la vita. 
Per raggiungere il Suo scopo, ci spiega Giussani, «Dio non (...) interviene dall’esterno come clausola soffocante, come sbarre di leggi, prigione in cui essere ingabbiati, ma emerge dal di dentro, sorgente, compagnia profonda senza della quale non potremmo fare nulla. Emerge dal di dentro della nostra esistenza, perché ci costituisce e bisogna portarlo dentro le cose di cui la vita è fatta, perché altrimenti [la vita] non sarebbe vita. Bisogna scoprirlo e seguirlo dentro le realtà dell’esistenza, perché Egli è il Dio dei vivi, e le realtà dell’esistenza sarebbero parvenze di cose, schematiche e formali, senza di Lui. In questo modo siamo chiamati a sperimentare quale sia il senso dell’umano che la modalità del Suo svelarsi, la Sua presenza dentro l’esistenza storica ricorda e produce» (Alla ricerca del volto umano, Bur, Milano 2007, p. 31).
Rileggendo la storia del popolo di Israele, come rileggendo la storia della Chiesa, erede di quel popolo, don Giussani ci mette costantemente davanti due possibilità. Ciascuno di noi, allora come adesso, è posto di fronte a un’alternativa chiara: «Sbarre di leggi» oppure «presenza dentro l’esistenza».
Ma se l’avvenimento della fede, il suo contenuto dogmatico, è dato per ovvio, e tutto si riduce solo a spiegazioni o a dialettica o a etica, quale interesse potrà ancora destare in noi? Non riuscirà a prenderci neanche un minuto. Perché nessuno dei nostri tentativi può produrre la novità umana attraverso cui Cristo ci affascina e ci fa interessare a Lui. Abramo non avrebbe mai potuto produrre un io come il suo, se il Mistero non avesse preso iniziativa attirandolo verso di Sé. Allo stesso modo, Giovanni e Andrea non avrebbero potuto produrre quella novità umana che si è insediata nelle loro vite per l’incontro con Cristo. Oggi sempre di più, ogni uomo, ciascuno di noi e coloro che incontriamo, tutti ci troviamo davanti alla stessa vertigine: in questo nichilismo che ci circonda, in questa situazione di vuoto dilagante dove tutto è uguale a tutto, c’è qualcosa che riesce a prenderci, ad attrarci fino al punto di determinare tutto il nostro io? 
La domanda l’ha identificata papa Francesco nel suo messaggio al Meeting: di fronte alla strana anestesia, «di fronte al torpore della vita, come risvegliare la coscienza?» (Francesco,Messaggio per la XXXVI edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, 17 agosto 2015).
Questa è la domanda decisiva. Con essa tutte le visioni, tutte le proposte devono misurarsi, anche le nostre. Ciascuno di noi, infatti, in ogni sua mossa, prende comunque posizione davanti a questa sfida radicale. Ognuno risponde, implicitamente o esplicitamente, a questa questione nel modo di alzarsi al mattino, di andare a lavorare, di guardare i figli eccetera. Che cosa, dunque, potrà ridestarci dal torpore della vita?

2. L’ATTRATTIVA DELLA BELLEZZA
Come abbiamo detto, l’esperienza elementare dell’uomo ha bisogno di una provocazione adeguata per risvegliarsi; allo stesso modo, l’uomo ne ha bisogno per uscire dal suo torpore. Come sottolinea don Giussani, l’«esperienza umana originaria», ossia il senso religioso, quel complesso di evidenze e di esigenze per cui io sono uomo, «non esiste attivamente, se non dentro la forma di una provocazione. [...] Vale a dire dentro una modalità in cui è sollecitata» (Dall’utopia alla presenza.1975-1978, Bur, Milano 2006, p. 193). Quindi, il problema veramente radicale è che vi sia, che si comunichi una provocazione adeguata che possa favorire il reale riscatto di una percezione di se stessi. Sono certi incontri, infatti, per la provocazione che rappresentano, che mettono compiutamente in azione la coscienza originaria di noi stessi, che fanno emergere il nostro «io» dalle ceneri della nostra dimenticanza, delle nostre riduzioni. 
È questo che fa capire perché, di fronte a chi si scoraggia per la situazione attuale, il Papa ha scritto ancora al Meeting: «Per la Chiesa si apre una strada affascinante, come fu all’inizio del cristianesimo». Proprio questa situazione per lui è un’occasione «affascinante».
Che cosa ha persuaso Zaccheo, Matteo, la Samaritana, l’adultera? Un elenco di leggi, imposte dall’esterno, oppure la Sua diversità? Lo scopriamo dalle loro reazioni. Dicevano infatti: «Non abbiamo mai visto niente di simile» (Mc 2,12). Oppure: «Nessuno ha mai parlato come quest’uomo» (cfr. Gv 7,46). Li trascinava l’esperienza che vivevano con Cristo - «il contenuto dogmatico del cristianesimo, la sua ontologia», per usare l’espressione di Giussani -, che comunicava il mistero della Sua persona, non i valori, che neanche i suoi discepoli riuscivano a capire: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna», dicevano davanti alla sua proposta dell’indissolubilità del matrimonio, «non conviene sposarsi» (cfr. Mt 19,10). Perché gli andavano dietro ancora? E perché la stranezza di Gesù non veniva percepita da loro come quella di un clown? Basterebbe leggere il Vangelo con questa domanda per riscoprirlo tutto di nuovo. 
Non è forse, come dice Giussani, l’avere dato per scontato l’avvenimento della fede e l’essersi spostati sull’etica la ragione per cui i cristiani sono percepiti dagli altri come dei clown? Possiamo difendere la dottrina giusta e gridarla davanti a tutti senza che l’altro si senta minimamente colpito, senza che cambi minimamente il suo modo di guardarci. Possiamo gridare tutte le nostre sacrosante ragioni, possiamo richiamare valori etici pur giusti, senza riuscire a spostare gli altri neanche di un millimetro: anzi, essi ci vedono come dei clown. Un cristianesimo ridotto a insieme di valori o a leggi da rispettare sembra loro una pagliacciata e noi cristiani dei clown, parte del circo.
C’è qualcosa che può scardinare questa situazione? C’è qualcosa in grado di afferrarci e di afferrare gli altri nel profondo, di prenderli fino nel midollo, a tal punto che essi smettano di considerare il cristianesimo come una pagliacciata? Sì, c’è. E allora anche oggi, come ai tempi di Gesù, il cristiano smette di essere identificato con un clown e “costringe” chi lo incontra a iniziare un processo che non si sa dove lo porterà. Mi raccontava un amico sacerdote che vive in Inghilterra: «Una mamma che vedo all’uscita della messa con un bambino piccolo, di un anno e mezzo, mi dice: “Vorrei parlarle del Battesimo”. Non l’avevo mai vista prima. Un paio di settimane dopo vado a casa sua e cominciamo a chiacchierare. Come succede molto spesso in Inghilterra, i genitori non erano sposati. Il bambino era stato concepito in vitro; vengo anche a sapere che hanno un altro embrione congelato [questa è la situazione: un figlio in freezer!]. Io mi dicevo: a questa coppia non posso certo fare la lista della spesa di tutte le cose giuste che non ha fatto, eppure la donna è venuta a cercarmi per un filo di interesse, evidentemente. Allora le domando: “Tu perché sei venuta?”. E lei: “In realtà sono stata battezzata da bambina, avevo vissuto da cristiana, era bello: la scuola, la chiesa, ma poi ho lasciato perdere. Eppure vorrei questa cosa per i miei figli”. Stavo già per andarmene, quando mi sono fermato e le ho detto: “Io capisco che tuo marito è stato malato, che avete avuto tanti problemi, ma una cosa volevo dirti: guarda che Dio, in realtà, non vi ha mai perso d’occhio, non è che si sia sbagliato, si sia dimenticato e non abbia guardato verso di voi; come succede a te con il tuo bambino: tante volte non capisce le tue mosse, le cose che tu permetti, però in realtà tu vedi un bene dentro di lui; anche Dio ti ha guardato sempre, ti ha ben presente e vuole fare qualcosa di grande nella tua vita e nella vita della tua famiglia attraverso i dolori e le cose che ti sono successe”. Quella donna si è messa a piangere e poi ha cominciato a venire in chiesa tutte le domeniche. Io ho capito che non potevo guardare semplicemente alla lista di questioni etiche che non aveva rispettato, perché il punto era che lei potesse trovare una possibilità per la propria vita, come è accaduto; e il resto, pian piano, si risolverà».
Mi sembra un esempio di una partenza, nel rapporto con l’altro, dal contenuto della fede e non dall’etica. 
L’amico sacerdote raccontava poi un altro episodio: «Una signora mi ha scritto una email dicendo: “Vorrei appartenere alla parrocchia”. Vado a trovarla e le dico: “Perché vuoi appartenere alla parrocchia?”. “Perché io voglio questa cosa per me e per i miei figli”. “E cosa vuol dire che vuoi appartenere alla parrocchia? Tu sei cattolica?”. “No”. “Sei anglicana?”. “No, in realtà non sono neanche battezzata”. “Ah, va bene, allora [come capita spesso] tuo marito sarà cristiano e tu ti stai avvicinando alla fede tramite lui”. “No no, mio marito non è cattolico, non è anglicano, non è battezzato neppure lui”. “Allora lo sono i vostri genitori? Ci sarà qualche aggancio con la Chiesa. Insomma, perché vuoi venire?” [pieno di curiosità]. “Ti dico la verità. Io sono babysitter di professione e anche mia mamma lo è, tutti giorni noi mettiamo insieme otto, dieci bambini a casa di mia mamma, che è grande, e ce ne occupiamo mentre i genitori sono al lavoro. In questi anni di lavoro ho visto che i bambini della tua scuola e della tua parrocchia sono diversi, e anche i loro genitori sono diversi; e allora io voglio questa cosa per me. Che cosa devo fare?”. Le ho detto: “Ti faccio conoscere un po’ di mamme, se poi vuoi venire alla Scuola di comunità, ci sono anche persone che si stanno preparando al Battesimo, così vediamo un po’. Puoi venire anche a messa, se vuoi”. “In realtà io pensavo di non potere andare a messa, che fosse vietato perché non sono cattolica; ma, per la verità, di nascosto ci sono andata due volte”. “E cosa è successo?”. “La settimana era diversa perché quei canti, quelle cose... tante cose non le capisco, ma magari una cosa la capisco e mi alimenta per tutta la settimana”. Io posso ammettere che ci sia gente che sta tornando alla fede perché non ha più il pregiudizio e la fede non è più scontata, ma qui è diverso, perché queste persone che incontro non possono nemmeno darla per scontata, semplicemente perché non sanno che cosa sia e quindi non possono neanche avere un pregiudizio». 
Quando questa vita diversa è intercettata suscita stupore, come abbiamo appena visto; o come ci raccontava padre Ibrahim: un musulmano va al pozzo del convento francescano di Aleppo e dice a padre Ibrahim: «Padre, a guardare come la gente viene ad attingere l’acqua, con il sorriso, con una grande pace nel cuore, senza litigi, senza alzare la voce... Io, che ho girato tutta Aleppo e vedo che si ammazzano per attingere ai pozzi, mi meraviglio: voi siete pieni di pace, di gioia (...), voi siete diversi» («Il profumo di Cristo tra le bombe», Tracce, n. 8/2015, p. 26).
Lo stesso stupore ci è testimoniato da un amico che vive in California e che racconta: «Lavoro con gente che ha disabilità dalla nascita e con reduci cui la guerra ha causato forti drammi; tutti i giorni mi scontro con il limite dell’uomo, il limite fisico e anche mentale. Una donna quarantenne, una vita nell’esercito, ha subito anche violenze fisiche, per cui negli ultimi quindici anni ha definito la sua vita come anestetizzata. A causa di questi traumi è stato impossibile per lei vivere un rapporto positivo con la realtà: impossibile andare a fare la spesa al supermercato, perché quando è in mezzo alle corsie del supermercato ha paura che qualcuno la aggredisca; non ha potuto mantenere un lavoro; si svegliava alle tre del mattino sentendo gli uccelli cinguettare: “Impazzivo, li avrei ammazzati tutti! È insopportabile”. Un mese fa, dopo un anno che stiamo insieme a questa donna, lavorando con lei (nel senso di insegnarle un lavoro) e vivendo la vita con lei, ci ha detto: “Mi sveglio alla mattina alle tre; ancora non riesco a dormire, ma ora incomincio a voler bene, a guardare con amore anche gli uccelli che cantano. E questo perché? Perché c’è stato uno sguardo su di me che ha risvegliato tutta l’attesa del mio cuore”». L’amico della California aggiunge: «Questa donna non è del movimento, ma ha usato queste parole: “Il mio cuore ora è vivo”. Perché? “Perché ho visto qualcuno e qualcosa che ha ridestato in me tutta la possibilità di essere me stessa”. La bellezza di questo anno, soprattutto l’incontro col Papa, mi ha fatto capire che l’unica responsabilità che ho è vivere la vita dentro quell’attrattiva che mi ha raggiunto, il resto lo fa Lui, perché è Lui che cambia la vita dell’altro. Qualche settimana fa hanno invitato a una conferenza me e una mia collega per parlare della nostra attività. Normalmente, al momento della presentazione, dicono quello che hai fatto, quello che fai e i titoli che hai. Quindi la persona inizia a descrivere chi siamo, la compagnia per cui lavoriamo, ma a un certo punto si ferma e dice: “Comunque, quello che Guido e Nancy sono è il cuore di quello che noi facciamo”. Questo mi ha commosso, nel senso di mosso: io ho semplicemente vissuto - e questo è impressionante -, senza fare discorsi, e uno che non sapeva niente di me ha potuto dire: “Io guardo a te per il cuore che esprimi, che è la radice di quello che anche noi facciamo”. Che, vedendo te, uno dica: “Io mi identifico col cuore che tu esprimi”, penso che sia la più grande testimonianza che si possa dare e che nasce dal vivere dentro l’attrattiva dell’incontro con Cristo».
Che cosa ha cambiato questa donna, condannata a vivere in modo distorto il suo rapporto con la realtà? La novità che è entrata nella storia con Abramo, che è arrivata fino a noi e si comunica attraverso di noi, quasi senza fare niente di particolare. Noi gliela doniamo semplicemente convivendo con lei. L’esito è semplice: «Comincio a voler bene perfino agli uccelli», gli stessi che prima voleva uccidere. Questo vuol dire che la Presenza che passa attraverso di noi è in grado di cambiare la vita: è così cruciale che, senza di essa, come dice un’altra canzone di Mina, tutto è perduto: «E se domani (...) all’improvviso perdessi te / avrei perduto il mondo intero, non solo te» (E se domani, parole G. Calabrese, musica C.A. Rossi).
Senza questo Tu l’io perde il mondo intero. Perde tutto. Ma noi, dice don Giussani, pensiamo che tutto questo sia come una fiaba! «Quando uno si alza al mattino, quando ha difficoltà o delusioni, ansie o contrattempi, l’immagine di un Altro che accompagna [la vita] (...), che scende fino a lui [così com’è] per restituirlo a se stesso, è come un sogno» (L. Giussani, Alla ricerca del volto umano, op. cit., p. 27). Perciò in ogni momento ciascuno di noi fa il test: il gesto che compie rivela se per lui il contenuto dogmatico della fede è un fatto reale, oppure una fiaba, un sogno. Questo definisce a che cosa apparteniamo. Possiamo anche essere distratti, possiamo rimanere con tutti i nostri limiti, ma il Fatto passa attraverso di noi, se siamo definiti dal contenuto della fede. Lo portiamo in noi a tal punto che esso ridesta negli altri un’affezione al reale. 
Allora, quando noi non viviamo un rapporto pieno di affezione per il reale, quando ci complichiamo la vita e sentiamo il rapporto con la realtà come una violenza, non è perché gli uccelli siano brutti o le circostanze siano contro di noi, non è per la malattia o perché il capo o chi per esso non ci comprenda, o perché tutto sia sbagliato o cattivo. No, no! Il problema è che manca il Tu, quel Tu che rende possibile che tutto - tutto! - diventi amico, perfino gli uccelli, che quella donna prima voleva cancellare.
Che cosa documentano queste testimonianze? Che cosa non ha fatto percepire alle persone incontrate il cristianesimo come una pagliacciata e i cristiani come dei clown? La novità di vita che esse hanno intercettato, dal di dentro della loro esistenza. Nel circo del mondo, con tutti i suoi attori, con tutti i suoi clown, con tutte le interpretazioni in voga, in questo mondo in cui tutto è «liquido» - come dice Baumann -, in cui una cosa vale l’altra, che cosa dunque è così potentemente reale, così attraente da prenderci totalmente, da non volerla perdere? 
«L’uomo riconosce la verità di sé´», sottolineava don Giussani, «attraverso l’esperienza di bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale, non totale quantitativamente, totale qualitativamente! (...) La bellezza della verità` è ciò` che mi fa dire: “È` la verità!”» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, Bur, Milano 2007, pp. 219-220). Attrattiva significa: «Ti traggo a», cioè tu sei tratto fuori da te verso un altro. 
Per questo diceva che «l’uomo di oggi, dotato di possibilità operative come mai nella storia, stenta grandemente a percepire Cristo come risposta chiara e certa al significato della sua stessa ingegnosità. Le istituzioni spesso non offrono vitalmente tale risposta. Ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio [non basta una dottrina, pur ribadita accanitamente, come non basta un elenco di cose da fare]. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. [Quello che fa saltare il circo dei clown è la realtà di Cristo, una realtà così presente da cambiare la vita di uomini che si incontrano sul proprio cammino] È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo scendi subito, vengo a casa tua”» (L. Giussani, Intervento al Sinodo, 1987; in Id., L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, pp. 23-24).
Dove si può trovare questa bellezza che mi attira risvegliando me stesso? Come l’io, disperso nella noia e nel torpore, può ritrovarsi? Ce lo ha detto in maniera definitiva don Giussani: «La persona ritrova se stessa in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva, in una presenza, cioè, che è provocazione a sé. Sprigiona un’attrattiva, vale a dire provoca al fatto che il cuore nostro, con quello di cui è costituito, con [tutte] le esigenze che lo costituiscono, c’è, esiste. Quella presenza ti dice: “Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore; vedi, per esempio, in me esiste”. L’attrattiva e la provocazione al fondo di noi stessi sono date solo da questo» (L’io rinasce in un incontro. 1986-1987, Bur, Milano 2010, p. 182).
L’incontro con questa presenza sprigiona un’attrattiva, fa scattare la scintilla.

3. LA SCINTILLA
«La verità», dice ancora Giussani, «è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! [si impone] Ma, a parte il paragone, la verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove. È quello che chiamavo scintilla. (...) Quella scintilla, quella intuizione che fosse vero per sé, magari filiforme, magari tutta annebbiata, confusa - ma è sbagliato dire confusa [si corregge]; non è stata confusa; almeno per un briciolo, era una scintilla, perciò non confusa -, ha suscitato, magari “pulviscolarmente”, una emozione o commozione nella quale, anche incoscientemente, “ci siamo trovati grati e stupefatti per l’accaduto”, come avete detto. Vale a dire, quella scintilla ha fatto come emergere una povertà di spirito, magari un brandello, un brandellino, come un granellino di polvere, di povertà dello spirito. Quella scintilla è come se fosse stata un fuoco, un tizzone di fuoco che è andato fino all’osso, ha messo a nudo il nostro osso, cioè il nostro cuore, ha attraversato la carne e ha generato un istante, un’esperienza, di povertà di spirito, di semplicità del cuore (“grati e stupefatti per l’accaduto”)». Conclude don Giussani: «La scintilla, questa scintilla, è lo scattare di una coscienza nuova dell’origine di sé» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., pp. 207-208, 215).
Quando qualcuno intercetta questa scintilla in noi, smette di considerarci dei clown.
Scrive un universitario di Architettura: «Eravamo a preparare la mostra sul Duomo di Firenze. L’architetto che l’aveva progettata e avrebbe lavorato con noi durante la settimana del pre-Meeting, arrivati in Fiera nel nostro stand, ci accoglie così: “Ciao, ragazzi, io non sono del movimento di CL, sono stato incaricato di fare questa mostra e sono qui a lavorare con voi”. Appena finito di dire questa frase, si mette i pantaloncini e comincia a lavorare insieme a noi: dipinge, sposta i pesi, stucca... La sera stessa viene a mangiare con noi, dove si ritrovano tutti i volontari. Lavora con noi, mangia con noi, e continua così per cinque giorni. Ne nasce un bel rapporto. La domenica annuncia che sarebbe dovuto tornare a Firenze per lavorare e non sarebbe più tornato. Ma, con nostra grande meraviglia, martedì mattina è in Fiera, pronto per lavorare, felice. “Ragazzi, sono tornato perché avevo troppa nostalgia! Non ho mai visto gente lavorare così. Voi avete qualcosa che gli altri non hanno. Avevo molti pregiudizi su CL prima di venire qui, ma mi concentravo su un punto senza guardare tutto il resto”». 
Un’altra persona racconta: «In quei sette giorni di vacanza ciascuno ha avuto modo di confrontarsi con il fatto che un’altra misura si è fatta spazio tra di noi, e quando accade è impossibile non accorgersene. Se ne sono accorti anche tre amici cinesi che sono da noi in università per uno scambio culturale di due anni e che abbiamo conosciuto alcuni mesi fa. Sono rimasti colpiti da tutto ciò che è accaduto. In primis dal fatto che fosse possibile una familiarità così vera tra persone geograficamente così lontane. Non era mai capitato loro di essere accolti e abbracciati come lo sono stati. Hanno visto all’opera “una carità che li ha commossi”. Matteo ha detto che, per quello che ha visto, la differenza tra la religione cattolica e il buddhismo è che la religione cattolica è una vita, non una serie di riti da compiere, e che lui è molto più attratto da questa vita che ha visto in atto». 
Un’amica universitaria ha trascorso tutta l’estate insieme ad altri compagni, coinvolta dal suo professore in un progetto. Un giorno propone ai suoi amici: «Ragazzi, c’è una cosa bellissima che voi dovete assolutamente vedere». Era il Meeting di Rimini. Ecco che cosa è accaduto: «Per il frutto di tutta l’amicizia che era nata, loro sono venuti ed erano stupiti; stupiti anche di vedere che io stessa, che pure conosco il Meeting, ero stupita, perché lo guardavo attraverso i loro occhi. È stata una giornata incredibile, piena di incontri. Loro erano contentissimi. Quando eravamo in macchina, al ritorno, la ragazza greca mi guarda e mi dice: “Ma che cos’hanno quelle persone?”. Io le rispondo: “Non lo so, che cos’hanno? Dimmelo tu”. E lei: “Sono libere. Sono felici”. E poi: “Quelli che mi hai presentato hanno come un gioco negli occhi. Hanno un gioco negli occhi e sono liberi come piccoli bambini”. E continuava a insistere che io le spiegassi che cos’era quel gioco negli occhi che lei vedeva. Allora le ho detto che era la stessa domanda che mi ero fatta io quando li avevo conosciuti: che cos’è questo gioco? E così le ho raccontato di quello che è successo a me, di come mi sono convertita, le ho detto che quella gente era cattolica. Lei è rimasta di sasso. E ha aggiunto: “Ma allora il cristianesimo è un incontro! Perché a me non piacciono le regole, però quello che dici tu è un incontro e io quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo, perché lo voglio”».
Se la nostra giovane amica non avesse accettato l’imprevisto di una estate diversa dal solito, non avrebbe potuto vedere quello che ha visto. E che cosa ha visto? Quale contraccolpo avviene in una persona quasi sconosciuta davanti a uomini liberi e felici, che hanno un gioco negli occhi. La scintilla la portano negli occhi. «Da dove nasce questo gioco negli occhi?», si domandava. Dal fatto che siano bravi? Nei loro occhi ride un cielo che non è loro. Loro «sono come bambini piccoli». Sono stupiti da quel cielo. Che cosa deve capitare per rendere così “bambino” un adulto? Quella ragazza non sapeva niente del cristianesimo, ma dice: «Quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo». Altro che pagliacciata! Altro che clown! Questo accade adesso, esattamente come duemila anni fa. 
Commentando la vocazione di san Matteo, durante il viaggio a Cuba dei giorni scorsi, papa Francesco ha detto: «Egli stesso, nel suo Vangelo, ci racconta come è stato l’incontro che ha segnato la sua vita, ci introduce in un “gioco di sguardi” che è in grado di trasformare la storia. [La storia! Non solo quell’uomo] Un giorno come qualunque altro, mentre era seduto al banco della riscossione delle imposte, Gesù passò e lo vide, si avvicinò e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò, lo seguì. Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per farlo alzare! Sappiamo che Matteo era un pubblicano, cioè riscuoteva le tasse dagli ebrei per darle ai romani. I pubblicani erano malvisti, considerati anche peccatori, e per questo vivevano isolati e disprezzati dagli altri. Con loro non si poteva mangiare, né parlare e né pregare. Per il popolo erano dei traditori, che prendevano dalla loro gente per dare ad altri. I pubblicani appartenevano a questa categoria sociale. E Gesù si fermò, non passò oltre frettolosamente, lo guardò senza fretta, lo guardò in pace. Lo guardò con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno lo aveva guardato prima. E quello sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi» (Francesco, Omelia, Plaza de la Revolución, Holguín, Cuba, 21 settembre 2015).
Oggi come allora ci sono dei fatti, dei modi di vivere il cristianesimo, che non sono percepiti dagli altri come una pagliacciata, ma come la cosa più affascinante. In questi fatti il contenuto e il metodo coincidono. Sono fatti che non hanno bisogno di alcun tipo di potere aggiunto per imporsi: basta l’attrattiva di quel «gioco negli occhi», di quel «gioco di sguardi». Nessuna medicina, nessuna droga, nessun guru, nessun potere, nessun successo, nessuna strategia è in grado di produrre questo gioco negli occhi.
Questo fa scattare la decisione. «La decisione è generata soltanto dalla scoperta che il proprio io è attratto da un Altro, che la sostanza del mio io, la sostanza del mio essere, il mio cuore, è identica a “essere attratto da un Altro” (...). È questo Altro il senso della dinamica del mio io, di questo mio vivere, di questa dinamica che è il mio vivere. Quando dico: “Io”, dico una dinamica tesa ad altro, a un Altro. Un Altro è ciò che costituisce la mia vita, perché l’Altro mi attira e io sono questo “essere attirato”, sono costituito da questa attrattiva (...) [“Quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo”]. La decisione, dunque, è generata là dove uno scopre questa natura sua, di “essere attratto”, per cui, come dice san Paolo (sempre citato): “Vivo, non io, ma è un’altra cosa che vive in me”. L’attrattiva è infatti: un’altra cosa che vive in me e che mi fa vivere. La decisione viene generata quando scatta questo accorgersi, questa coscienza di un uomo nuovo, di questa novità nella percezione di sé, nel sentimento di sé. Ed è un momento in cui realmente uno concepisce sé - come un uomo e una donna concepiscono il bambino, e lo concepiscono per un’attrattiva -. L’esempio non corre con cento piedi, ma è il più profondo per analogia che si possa fare. È realmente una concezione di sé che viene da questo abbraccio profondo del mio io con l’Altro, di cui scopro, accetto e riconosco l’attrattiva. Senza semplicità di cuore, senza purità di cuore, senza povertà di spirito, questo non avviene, perché, là dove non c’è povertà di spirito, questa attrattiva si subisce, ma non si riconosce totalmente: c’è una riserva, e allora non c’è la “concezione”» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., pp. 216-218).
È questa dinamica che può farci capire il significato del seguire. Lo dico per rispondere a una persona che mi domanda: «Che cosa vuol dire seguire?». Seguire, così come decidere, è facile: «Quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo». Perché seguire è facile? Perché è assecondare l’attrattiva che mi ha preso. Il problema è che tante volte, per noi, seguire non è assecondare l’evento che ci ha preso, con tutta la consapevolezza di quello che accade. Per noi seguire diventa una sorta di volontarismo, un adeguarci a certe norme, a una dottrina, a un insieme di valori da difendere. Mentre don Giussani ci mostra che la sequela è una mossa, una decisione, provocata dall’attrattiva, perché il problema della libertà è se trova qualcosa che sia così affascinante da fare venire la voglia di aderire ad esso! Per questo è come se in ogni parola, in ogni sfida davanti a cui ci troviamo, dovessimo imparare costantemente la natura della fede, la natura del cristianesimo, la sua ontologia. Perché altrimenti le stesse parole cristiane diventano come sassi che non ci dicono più niente. Invece, per capirle basterebbe lasciarsi sorprendere da quei momenti in cui l’avvenimento, la bellezza accade, come abbiamo visto capitare in modo clamoroso al Meeting, durante l’incontro su Abramo e le sfide del presente, quando, appena terminato l’ascolto del violino, il professore Weiler ha reagito al microfono con un respiro profondo. E subito dopo ha aggiunto: «Ci vuole un minuto per recuperare...» («La scelta di Abramo e le sfide del presente», Tracce, n. 8/2015, p. X). È questo! È questo il momento in cui si riparte. Da qui si ricomincia. La sequela nasce da qui: l’attrattiva del violino ha fatto scattare quel respiro profondo. È facile! Anche il seguire, come l’incontro iniziale, è un avvenimento, a cui dobbiamo acconsentire. 
Ma perché, allora, ci sembra tanto difficile, se è così facile?
Il problema è che noi spesso resistiamo a questo metodo, che è il metodo di Dio. E questo è veramente triste: malgrado capitino cose come quelle che abbiamo appena ascoltato, e altre che ci raccontiamo ogni volta che ci troviamo, noi resistiamo e non impariamo da esse. Questo significa la non sequela. Non la non sequela a me - che interesse avrebbe? -, ma la non sequela a quello che Lui fa e che io per primo voglio seguire. Questo è il nostro problema con la sequela: che noi, malgrado vediamo in continuazione che l’avvenimento, l’incontro è l’unico metodo in grado di mettere in moto l’io - è quello che ha fatto Dio con Abramo e con Giovanni e Andrea -, noi continuiamo a pensare che ci sia un’altra modalità, un altro metodo più incidente per attrarre l’io. Invece è facilissimo: basta seguire quello che Cristo fa.
«L’altra sera parlavamo con i miei compagni di corso sulla famiglia e una ragazza non riusciva a capire. Lei è cambiata quando io le ho detto cos’era successo nella mia famiglia. Io sono scappato più volte di casa, ho alzato le mani su mio papà e per due anni non ho parlato con lui. Quello che ha cambiato la mia famiglia non sono state delle leggi o una rivoluzione, ma è stato l’incontro che ho fatto quattro anni fa con i miei amici del movimento. Vivendo dentro questo rapporto, dove tutto il mio male era perdonato, vivendo una bellezza e un gusto della vita nuovi, la mia famiglia è rifiorita. Quel rapporto cambia me e cambia quelli che ho intorno senza che io me ne preoccupi. Le ho raccontato di una mia cugina: lei e la sua famiglia vivono in un’altra città e ogni anno vengono a fare le vacanze da noi. L’anno scorso sono venuti a Natale, abbiamo semplicemente mangiato e aperto i regali insieme. Dopo il pranzo, mia cugina viene da me e mi dice: “Io ho l’impressione che i miei genitori stiano insieme per me, non perché si amano, invece vedo che la tua famiglia è unita, vorrei la stessa cosa”. Quando me lo diceva pensavo: ma cos’è che ha visto? Fino a pochi anni fa la mia famiglia era tutt’altro che unita; io neanche mangiavo con la mia famiglia, prima di venire a Milano. Lei era rimasta colpita da come mangiavamo. Poi mi ha detto: “Quando noi eravamo bambini giocavamo, poi tu sei diventato una bestia, ma adesso vedo che i tuoi occhi sono tornati come quelli di un bambino”. Questa cosa mi aveva colpito, allora io semplicemente l’ho invitata a fare caritativa con i miei amici, abbiamo portato il pacco alimentare alle persone dei quartieri più poveri. E lei mi ha raccontato di quel pomeriggio come del più bello della sua vita. Il giorno dopo che è tornata a casa, mi ha chiamato piangendo: “Mi sento una mancanza addosso che non avevo mai sentito”. All’inizio mi sembrava un po’ sentimentale, però subito dopo mi ha detto: “Stamattina alle sette mi sono svegliata, sono andata in centro paese, in città, sono andata al Comune, all’ufficio giovani, e ho chiesto agli sportelli dove si trovassero quelli di Comunione e Liberazione”».
Ma noi pensiamo di avere un metodo più potente, più incidente storicamente per convincere le persone! Allora io vi domando: qualcuno può pensare davvero che il metodo immaginato da noi possa essere più incidente di quello scelto da Dio? Noi non possiamo pretendere di recuperare con il nostro fare ciò che abbiamo perso nella vita. Questa, dunque, è la nostra responsabilità: non resistere al metodo di Dio.
Ancora una volta don Giussani ci illumina, identificando la ragione ultima di questa resistenza, che non è, come potremmo immaginare, l’incoerenza, ma l’aridità affettiva. «La nostra mancanza radicale, ciò` che ci lascia questa indecisione di fondo è` una incapacità`, una acerbità totale, al gusto della bellezza, al gusto estetico, ed è quindi una resistenza impressionante all’essere pervasi dalla gioia, dalla letizia, perciò` dalla vivezza - dalla vivezza! -. Perché solo ciò che è bello, che ti appare bello, che ti fa vivo, cioè catalizza l’energia della tua vita, è la tua vita. È questa carenza atroce che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità` recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è` quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare. Lo stupore, il ricevere la bellezza è l’inverso: gli occhi (...) spalancati ad ascoltare, a guardare, a ricevere. (...) La vostra [diceva nel 1980 agli universitari] (...) è una incapacità di affezione», causata da una ottusità. La scintilla di cui abbiamo parlato, continua Giussani, «è qualcosa che accade e che è recepito nella misura della nostra capacità affettiva, vale a dire della nostra capacità estetica, di gusto estetico, di senso estetico, cioè della nostra capacità recettiva del bello. Mentre la povertà del cuore, o la semplicità del cuore, è l’atteggiamento etico che permette lo sviluppo estetico. Osservate come guarda le cose un bambino: con gli occhi sbarrati! La bellezza e la vibrazione della realtà entrano a fiotti in lui; invece, noi che siamo lì vicini, siamo ottusi» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., pp. 220, 223). Questa ottusità è ciò che fa sentire la stranezza di cui parla Pavese: «Ti ride negli occhi / la stranezza di un cielo che non è il tuo» (C. Pavese, «Notturno», da Lavorare stanca, 1936-1943 (Le poesie aggiunte), in Le poesie, Einaudi, Torino 1998, p. 82). Don Giussani commentava così questi versi: «Ti ride negli occhi: sei fatto del cielo, per il cielo, da un Altro; e questo ti ride, perché il cuore è sete di felicità e di bellezza. Un cielo che non è tuo, però: non lo vuoi» (Si può vivere così. Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione. Appunti dalle meditazioni di Luigi Giussani, suppl. Tracce n. 6/1995, p. 25). 
Quando rispondiamo alle sfide della realtà, noi lasciamo sempre trasparire la nostra appartenenza, cioè quello che per noi è più caro, e questo diventa la nostra posizione culturale nel mondo. Sono rimasto sbalordito da come don Giussani, pochi giorni dopo la sconfitta al referendum sull’aborto del 1981, parlando a un raduno di responsabili del movimento, aveva identificato il contenuto sintetico dell’autocoscienza di quanti si erano mossi, ciò che avevano di più caro, da cui scaturiva la posizione culturale: «Il punto per la conduzione del movimento che scaturisce da questa vicenda referendaria è la tristezza, è la tristezza nel constatare che l’avvenimento di Cristo non ha giocato e non gioca come il valore della vita». Quello che era accaduto durante il referendum era, dice, l’espressione di quello che capitava nella vita ordinaria delle comunità: «Nella vita normale della nostra comunità e della conduzione del movimento questa trasparenza del valore della fede in noi non c’è. Insomma, è Gesù Cristo che non c’entra con la nostra gente». 
E ci indicava con precisione anche la strada da seguire. Vale la pena ascoltarlo, se non vogliamo perdere di nuovo il treno: «Gesù Cristo deve avere una evidenza in sé per la nostra gente! La direzione è questa. “Io non conosco altro che Cristo” e questo Cristo storico che, come esito, è stato eliminato. Agli altri Cristo diventa presenza, se diventa presenza per me! Sono io la presenza di Cristo: passa attraverso questa comunicazione l’avvenimento della Sua persona, il mistero della Sua persona [come documentano tutte le testimonianze che abbiamo letto]. C’è un corollario a questo punto: capite che il movimento sarà salvato da questa minoranza! Il pezzo portante del futuro è la testimonianza reale» di coloro che aderiscono a Lui. E aggiungeva: «È estremamente difficile, difficile nel senso statistico del termine, trovare della gente che viva veramente, che si metta in compagnia per la santità, cioè per la fede, in Cristo, per imparare la fede, per vivere e testimoniare la fede. E questa difficoltà è aggravata dal fatto che sarà ben difficile statisticamente che i nostri adulti trovino delle guide in questo senso, dei suscitatori in questo senso. Il movimento sarà portato [avanti] da quelli che non sentiranno la minoranza [come era capitato con l’esito del referendum, per il fatto che i contrari all’aborto si erano fermati al 32%] minimamente come minorazione, perché avranno dilatato il loro cuore dal valore. E il valore è uno solo, uno! Perché anche la vita non è valore, se non ci fosse Cristo! L’avvenimento di Cristo. Il movimento sarà portato avanti da chi ha fatto questo incontro, e il segno che avranno fatto questo incontro è la capacità di fraternità, di compagnia». Il movimento sarà portato avanti da coloro che non hanno potuto, come Giovanni e Andrea, cancellare l’esperienza che hanno vissuto con Cristo, il contenuto dogmatico della fede, e stanno insieme per questo. Perciò don Giussani insisteva: «Il futuro del movimento si chiama la testimonianza dell’adulto», aggiungendo una frase delle sue: «Questo è un momento in cui sarebbe bello essere in dodici in tutto il mondo» (FRATERNITÀ DI COMUNIONE E LIBERAZIONE, Documentazione audiovisiva, Consiglio nazionale di CL, Milano, 30-31 maggio 1981). 
In che cosa consiste, allora, la testimonianza? «Essere presenza in una situazione vuol dire esserci in modo da perturbarla, così che, se tu non ci fossi, tutti se ne accorgerebbero. Dove ci sarai, gli altri si arrabbieranno o ti ammireranno, oppure sembreranno essere indifferenti, ma non potranno non riconoscere la tua “diversità”».
Di quale natura è questa testimonianza? «Il vero annuncio lo facciamo attraverso quello che Cristo ha perturbato nella nostra vita, avviene attraverso la perturbazione che Cristo realizza in noi: noi rendiamo presente Cristo attraverso il cambiamento che Egli opera in noi. È il concetto di testimonianza» (L. Giussani, 19 marzo 1979; «1954. Cronaca di una nascita», Appunti da una conversazione con un gruppo di giovani, in Un avvenimento di vita, cioè una storia, EDIT-Il Sabato, Roma 1993, p. 346).
Come abbiamo visto, questa testimonianza, lungi dall’essere irrilevante e dal fare apparire il cristianesimo come una pagliacciata e i cristiani come clown, desta una curiosità, un interesse tale da aprire un dialogo totalmente inaspettato, anche con persone apparentemente lontane. È così che possiamo rispondere all’invito fatto in questi giorni da papa Francesco ai Vescovi americani, che ho sentito come rivolto a me, a noi: «So bene che numerose sono le vostre sfide, e che spesso è ostile il campo nel quale seminate, e non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure, a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze. E, tuttavia, siamo fautori della cultura dell’incontro. Siamo sacramenti viventi dell’abbraccio tra la ricchezza divina e la nostra povertà. Siamo testimoni dell’abbassamento e della condiscendenza di Dio che precede nell’amore anche la nostra primigenia risposta. Il dialogo è il nostro metodo, non per astuta strategia, ma per fedeltà a Colui che non si stanca mai di passare e ripassare nelle piazze degli uomini fino all’undicesima ora per proporre il suo invito d’amore (Mt 20,1-16). (...) Non abbiate paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro né capire fino in fondo che il fratello da raggiungere e riscattare, con la forza e la prossimità dell’amore, conta più di quanto contano le posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del Pastore, non ha diritto di cittadinanza nel suo cuore e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente» (Discorso all’incontro con i Vescovi degli Stati Uniti d’America, Cattedrale di San Matteo, Washington, D.C., 23 settembre 2015).