sabato 29 settembre 2012

Il tempo della crisi è il tempo della persona

Intervenendo ieri alla plenaria del CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa) che si sta svolgendo a Sankt Gallen, in Svizzera, la professoressa Marta Cartabia, docente di Diritto e giudice della Corte Costituzionale in Italia, ha cercato di individuare le emergenze sorte nell’attuale ambiente culturale e politico in crisi.
La sua riflessione ha toccato tre ambiti: il primo riguarda la crisi della politica e della democrazia. Se nel dopoguerra sembrava che ci fosse in Europa un ideale politico che era allo stesso tempo pieno di realismo e rispettava la dignità della persona, oggi sembra che il discorso politico è quasi esclusivamente occupato da preoccupazioni economiche. Un secondo ambito è quello dell’implosione dello “stato sociale”, che per decenni è stato il modello europeo della democrazia sociale. Infine, un terzo ambito è quello che potrebbe essere definito di “crisi antropologica” che sta dando vita ad una “età dei nuovi diritti” dove tutto può diventare diritto perché viene dalla volontà della persona. Secondo la professoressa Cartabia, viviamo in un’epoca paradossale dove il liberalismo economico si è unito a una cultura libertaria sulle questioni di etica pubblica. Prima ancora che chiederci “cosa fare?” di fronte alla crisi, occorre porre di nuovo la domanda “chi siamo?”, “chi è l’uomo della crisi”? Ci si può domandare allora: da dove iniziare per affrontare le crisi? Dallo Stato? Come alcuni pensano, asserendo che, se è lo Stato che ha perso la sua identità ed è incapace di gestire la vita della società, allora è da qui che bisogna ricominciare? Ma forse non sarà questa crisi il segno di una crisi più profonda? Quella della persona? Per la professoressa Cartabia, il tempo della crisi è il tempo della persona e la crisi potrebbe quindi rivelarsi tempo propizio per andare alla profondità dell’esperienza umana. Per una nuova rinascita occorre che sia salvaguardata e praticata un’autentica libertà religiosa, intesa non come mera libertà di culto e di coscienza, ma come libertà dell’uomo di vivere ed esprimere appieno il suo senso religioso e dunque di imprimere al suo rapporto con la realtà e ai suoi rapporti umani, una spinta ideale, generando così germogli di vita nuova. Solo in questo modo, – ha concluso la Cartabia – nasceranno soggetti e comunità costruttori di civiltà. tratto da ZENIT.org.-

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