sabato 23 gennaio 2010

DOMANI RACCOLTA NELLE CHIESE UN SEGNO DI LUCE CI CHIAMA A FEDELE SOLIDARIETÀ

Mentre i titoli su Haiti scompaiono dalle prime pagine di molti quo­tidiani, uno scarno, inosservato lancio d’agenzia della americana Catholic News Agency aggiunge un particolare sul ritrovamento, sotto alla cattedrale di Port-au-Prince il 20 gennaio, del cor­po del vicario generale Charles Benoit. Quando è stato dissepolto dalle mace­rie il vicario, afferma la Cna, stringeva fra le mani la pisside con le ostie con­sacrate. Dunque Benoit, colto in chie­sa dal terremoto, prima di cercare di fuggire ha avuto il pensiero di portare in salvo ciò che gli era più caro: il cor­po di Cristo custodito nel tabernacolo. Non ce l’ha fatta. Le volte gli sono crol­late addosso in un fragore di tuono, in una apocalisse di urla e di pietre.
Come l’anziana donna trovata viva due giorni fa sotto la cattedrale, il corpo del vicario doveva essere così coperto di polvere da sembrare una statua. Una statua con quel vaso avvinto al petto, nell’irrigidimento della morte; in una stretta più forte della morte.
Che Chiesa viva dev’essere quella un cui pastore, faccia a faccia col proprio ultimo istante, rimane fisso col cuore al corpo di Cristo, fedele fino all’ultimo respiro. La Chiesa viva di Haiti ha pa­gato il suo tributo alla strage: ancora trenta seminaristi mancano all’appel­lo. Il nunzio apostolico, Bernardito Au­za, percorre le vie della città incenerita cercando di portare conforto, e a chi gli chiede di cosa c’è bisogno risponde u­milmente: «Abbiamo un infinito biso­gno di tutto». Di tutto, anche se l’aeroporto della città è intasato di generi di prima emergen­za, e accanto al Catholic Relief Services decine di agenzie di ogni parte del mon­do cercano di curare e assistere la po­polazione. C’è «un infinito bisogno di tutto», perché l’attenzione dei media si affievolirà presto, e assieme l’onda di e­mozione che questa strage ha solleva­to. Spenti i riflettori, partiti i giornalisti, Haiti resterà con le sue moltitudini di senzatetto, con le sue migliaia di muti­lati e orfani; sola con il suo lutto imma­ne sepolto nel fragore delle ruspe nelle fosse comuni. Chi ricostruirà le case di Port-au-Prince, chi rieducherà chi ha perso una gamba a camminare, chi creerà lavoro per questa folla immen­sa che mangia solo grazie alla carità in­ternazionale? Già i titoli scivolano dal­le prime pagine, come è inevitabile che sia; ma la tragedia di Haiti, piombata su una antica miseria, su endemici ma­li, è una tragedia di lungo corso.
Ci vorrà molto tempo. Ci vorrà una pa­zienza infinita, una miriade di lunghe oscure dedizioni per questo popolo, che forse ora è il più povero del mondo. E così disgraziato che a qualcuno cinica­mente può venire la tentazione di dire: lasciamo perdere laggiù, arrendiamoci. Passata l’emozione svegliata dagli occhi di quei bambini, il rischio è che il mon­do si abitui a sapere di avere, nei Carai­bi, una annichilita isola di disperati.
Ci vorrà molto tempo, e forze, e uo­mini, e denaro. La Chiesa italiana do­mani chiederà ai fedeli, a messa, un aiuto per questo: per una presenza che durerà negli anni, tenace. Per il tem­po che occorre a un bambino mutila­to a riprendere, con le stampelle, a camminare; ai padri, per tornare a da­re da mangiare ai figli; a tanti, di rico­minciare a sperare.
Perché la speranza, è cosa a cui biso­gna essere fedeli. Cocciutamente, an­che quando tutto sembra volerla ne­gare. Fedeli come quel vicario che mentre la navata della cattedrale va­cillava nel mugghio atroce del terre­moto, è tornato indietro e ha afferra­to la pisside con le ostie. Il corpo di Cristo. La Speranza, in persona. Di­cendoci in quel gesto qualcosa di Hai­ti, del suo popolo, della sua fede, che nessuna tv ci ha raccontato. Quasi in una profezia per questa terra, quel cor­po di Cristo sepolto insieme a quelli degli uomini – ma strappato alle ma­cerie, e riportato alla luce.
MARINA CORRADI

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