giovedì 8 settembre 2016

Educarci al pensiero di Cristo, centro del cosmo e della storia, con cui siamo chiamati a verificare ogni nostra azione.





ARCIDIOCESI DI MILANO

Solennità della Natività della Beata Vergine Maria
Ct 6, 9d-10; Sir 24, 18-20; Sal 86; Rm 8,3-11; Mt 1,18-23

Inizio dell’Anno Pastorale

Rito di ammissione dei Candidati al Diaconato e al Presbiterato

Duomo di Milano, giovedì 8 settembre 2016
Ct 6, 9d-10; Sir 24, 18-20; Sal 86 (87); Rm 8, 3-11; Mt 1, 18-23

Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano


1. «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo… salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Vangelo, Mt 1,20-21).
Carissimi vescovi, presbiteri e diaconi, religiose e religiosi,
carissimi candidati al Diaconato e al Presbiterato,
carissime sorelle e fratelli in Cristo,
le parole che l’angelo rivolge in sogno a Giuseppe ci dicono che Dio è sempre all’opera tra i suoi. Anche oggi tra noi. Da questa certezza nasce il modo con cui vogliamo guardare, in questa ripresa di Anno pastorale, al travaglio del tempo presente definito da papa Francesco come «cambiamento d’epoca, più che epoca di cambiamento» (Firenze, 10 novembre 2015). Siamo chiamati a vivere con speranza affidabile questo frangente storico. Celebrare in Duomo la solennità di Maria Nascente, aumenta in noi la certezza che Gesù «salverà il suo popolo» (Vangelo, Mt 1,21).

2. Entrati negli ultimi mesi dell’Anno Giubilare della Misericordia, siamo già testimoni del bene grande che questa grazia speciale ha portato nella vita di tanti cristiani e non solo.
Gli eventi sociali, politici ed economici che hanno accompagnato l’Anno della Misericordia fanno emergere l’imprescindibile urgenza di educarsi alla mentalità (pensiero) e ai sentimenti di Cristo. Vogliamo crescere nella dimensione culturale della fede, intesa non librescamente ma a partire dall’esperienza, per proporre con gioia a tutte le donne e a tutti gli uomini della nostra società plurale che Cristo Risorto, Verità vivente e personale, non cessa di venire al nostro incontro.
Durante l’Anno pastorale che oggi riprende, vi chiedo di approfondire ulteriormente la Lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo consegnatavi lo scorso anno. Continuiamo a seguire l’itinerario di Pietro e degli apostoli alla sequela di Gesù. Lo Spirito del Risorto condurrà in tal modo la nostra Chiesa a conoscere sempre meglio il mistero di Cristo pensando «secondo Lui e pensando Lui attraverso tutte cose» (Massimo Confessore).
Come avevo promesso non vi invierò quest’anno un’altra Lettera pastorale, ma ho creduto utile offrirvi delle brevi indicazioni pratiche, ispirate all’educazione al pensiero di Cristo, in appoggio al calendario diocesano. Queste indicazioni sono già da oggi a vostra disposizione.

3. Mi preme richiamare la Visita pastorale che abbiamo voluto feriale. Essa individua un “tempo favorevole” per la “conversione missionaria”, per l’uscita verso le periferie esistenziali e geografiche. Avendo ormai visitato più della metà dei decanati della diocesi, desidero innanzitutto esprimervi la mia gratitudine. Sono rimasto edificato dalla notevole qualità della preparazione e dalla numerosa e consapevole presenza dei fedeli alle assemblee ecclesiali di apertura della Visita. Come ripeto spesso, esse non sono un semplice riunirsi di fedeli, ma un prolungamento della celebrazione eucaristica. Sant’Ignazio di Antiochia dice che i cristiani sono gli iuxta dominicam viventes.
Nella seconda parte della Visita pastorale, che è già ampiamente in atto, i vicari di zona, insieme ai decani e agli organismi di comunione, stanno già incontrando in modo più capillare diverse comunità di ogni decanato.
A partire da oggi, sotto la guida del Vicario Generale, si svolgerà il lavoro di verifica. Verificare sarà identificare il passo che ogni comunità è chiamata a compiere in questo specifico frangente storico. Individuando il bisogno più acuto di ogni zona, decanato, comunità pastorale, parrocchia o aggregazione di fedeli  si cercherà di affrontarlo personalmente e comunitariamente con energia. Una comunità, per esempio, potrà sentire il bisogno di rispondere in modo più adeguato al tema dei migranti che si affacciano sul suo territorio; un’altra sarà chiamata a far fronte all’emergenza educativa dei preadolescenti e dei giovani; una terza non potrà non assumere la necessità di valorizzare gli anziani (i nonni in particolare); una quarta cercherà strade per una Chiesa povera per i poveri…
Il senso (significato e direzione) della Visita pastorale si lascia illuminare dall’affermazione dell’Epistola: «… Lo Spirito di Dio abita in noi» (Epistola, Rm 8,9). Anche mediante la Visita pastorale lo Spirito datore di vita rinnoverà e renderà belle ed affascinanti le nostre realtà ecclesiali.

4. La solenne Eucaristia dell’8 settembre è tradizionalmente l’occasione in cui la Chiesa “ammette” i candidati al diaconato transeunte e al presbiterato e quelli che riceveranno il diaconato permanente. Ho avuto modo in quest’ultima settimana di incontrare sia gli uni che gli altri. Con l’ammissione la Chiesa ambrosiana toglie il velo della riservatezza alla loro scelta vocazionale. La rende pubblica. La Chiesa accoglie pubblicamente, anche quest’anno, la disponibilità di questi giovani. Il mio cuore è carico di gratitudine sia per i ventisei candidati al diaconato e al presbiterato, sia per i tre candidati al diaconato permanente, di cui due sono sposati. Ringrazio di cuore spose e figli dei diaconi permanenti per la magnanimità con cui stanno accogliendo la scelta dei loro cari.
Carissimi, questo impegno che ora assumerete vi domanda di invocare la crescita del vostro rapporto personale con Cristo, di imparare a darGli del Tu. È il tratto essenziale della preghiera cristiana che esige la vostra piena immanenza di comunione con Gesù, Maria, i Santi e tutti i fratelli, in particolare col presbiterio. Tutti abbiamo scoperto che il ministro ordinato dev’essere un uomo di buone relazioni. Questo è necessario ma non basta. Onestamente dobbiamo riconoscere che tra noi il contenuto della relazione di comunione ancora troppo di rado si radica esplicitamente nel dono che ci fa la Trinità in Gesù Cristo, attraverso il sacramento della Chiesa. In questa dimensione verticale sta la sua origine e la sua crescita. La comunione cristiana non può ridursi alla sua dimensione orizzontale. Vissuta nella sua pienezza la comunione genera in noi il solido convincimento che tutto ciò che ci è dato dal Dio provvidente, anche la prova, perfino l’umiliazione è per il nostro bene. Infatti il sì alla vocazione, qualsiasi cosa succeda, si fonda, come ebbe a dire il priore di Tibhirine al confratello terrorizzato davanti al martirio, su una vita già liberamente donata: «Tu hai già dato la tua vita entrando in questo monastero».
I nostri sono tempi in cui diventa sempre più chiaro che il martirio – quello del sangue, quello della pazienza, quello dell’umile lavoro quotidiano – è l’orizzonte dell’esistenza cristiana. L’Epistola ci dice con grande forza chi è l’artefice della nostra offerta, sempre allo stesso tempo personale e comunionale: «Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene» (Epistola, Rom 8,9b).

6. Ci aiuti in questo affascinante percorso l’intercessione di Maria Nascente. Ella è la Madre del bell’amore «Io sono la madre del bell’amore» (Lettura, Sir 24,18), di quell’amore che afferma l’altro come un bene, anche il nemico, perché ama senza nulla chiedere in cambio ed ama in ogni istante come se fosse l’ultimo istante. A Maria Nascente affidiamo quindi, pieni di fiducia, i candidati, le nostre persone, le nostre comunità e il cammino di questo Anno pastorale. Amen.

Quell'idea confusa di Dio che ci richiama a evangelizzare


Terremoto centro Italia (24 agosto '16)

La terribile prova del terremoto che il nostro popolo ha subìto recentemente mi trova profondamente solidale con tutti coloro che hanno sofferto, soffrono e soffriranno per i prossimi anni. Sono anche ammirato per il grande coraggio, la grande capacità di sopportazione delle persone e per la dedizione dimostrata dalle centinaia e centinaia di volontari che sono immediatamente intervenuti: è una testimonianza che è stata data in maniera corale. Il popolo italiano è veramente un popolo che ha un’ultima ragionevolezza di fondo e una benevolenza che gli impedisce di tradurre tutto in termini di ideologie e di reazione.
Ma proprio per questo occorre esplicitare alcune considerazioni che soprattutto per chi ha come me una responsabilità di educazione della comunità ecclesiale si impongono.
È evidente che c’è una differenza tra due parti del nostro popolo: ci sono coloro che – più avanti negli anni - conservano la consapevolezza di una tradizione cristiana che li fa stare nelle tragedie e fronteggiarle con un ultimo e fiducioso abbandono alla presenza di Dio, che è padre, che non mente e non compie ingiustizie. Ma è anche vero che una parte più consistente del popolo, vive la quotidianità senza riferimento alla presenza di Dio, che viene tirato fuori in questi momenti come il presunto o reale colpevole di tutto quello che accade.
Così si finisce per accettare che Dio sia messo in un tribunale, diventi un imputato di colpe che innanzitutto dimostrano una assoluta inconsapevolezza e una assoluta confusione nel concetto di Dio. Molti hanno gravissime responsabilità in questo senso. Dio è diventato un termine che viene diffuso senza una sufficiente consapevolezza della sua identità, della sua realtà e delle differenze che esistono tra le varie confessioni e professioni di fede in Dio.
Diversi vescovi e sacerdoti sono dovuti scendere in campo per difendere Dio dall’accusa di essere stato il responsabile del terremoto, ma tutto questo dimostra che è molto diffusa nel mondo una concezione di Dio che almeno a me cristiano, cattolico e vescovo risulta lontanissima dal Dio che io proclamo, padre del Nostro Signore Gesù Cristo, padre della misericordia. E secondo tale inaccettabile concezione Dio può essere chiamato a divenire responsabile di vicende nelle quali si gioca l’autonomia della realtà naturale, i suoi ritmi, le sue leggi; si giocano le difficoltà delle condizioni di vita di molti ambienti ma soprattutto si gioca la irresponsabilità di alcune realtà umane storiche e sociali, come comincia a risultare evidente per quel che riguarda la gestione irresponsabile e incosciente delle opere di ristrutturazione programmate quando era necessario programmarle.
Questo Dio che è lontano viene chiamato in causa secondo una impostazione irragionevole, prima che non cattolica. Si sono usate espressioni come “il silenzio di Dio”, che non hanno alcun contenuto di carattere ideale e pratico. 
Mi ha molto colpito questa confusione sul termine Dio; questo relativismo, come avrebbe detto Benedetto XVI. Questo Dio di cui ciascuno ha il suo. Colpisce un aspetto particolare della grande vicenda della presenza di Dio nel mondo e nella storia. Perché Dio, in Cristo, è una presenza nel mondo e nella storia, abita corporalmente fra di noi, come dicevano i padri della Chiesa. È presente come un evento guardando il quale, seguendo il quale, non mutano le circostanze della vita - nel senso che vengono forzosamente eliminati i condizionamenti e le contraddizioni - ma l’uomo che crede in Gesù Cristo è in grado di stare di fronte alla vita con un’ultima consistenza che gli impedisce la disperazione.
Il nostro popolo – sia cattolico che non – ha bisogno di un’opera generosa di evangelizzazione e di rievangelizzazione. In questo contesto, dove le vicende sembrano dilagare nella vita dell’uomo e spingerlo ad atteggiamenti inconsulti e reattivi, è necessario che la Chiesa proclami con forza e con chiarezza la novità della presenza di Dio in Gesù Cristo come grande evento che rende buona la vita e che fa vivere nella buona e nella cattiva sorte un legame che nessuna circostanza materiale storica e nessuna colpa morale potrà mai distruggere. Il dolore è stato forte e il dolore è forte, ma il dolore cristiano non è disperato.
Credo che questa opera di evangelizzazione debba indicare anche i tempi e i modi di una educazione cristiana del popolo. E consenta al popolo di non essere travolto dalle vicende, ma di vivere nelle vicende quotidiane della storia - personale sociale e storica – con un’ultima certezza, che non deriva dalla ragione, dalla scienza o dalla politica; con una pace che deriva dalla presenza di Cristo.
Noi uomini di Chiesa, guardando a questo momento e vivendo con forza la condivisione di queste fatiche e dolori come esemplarmente hanno fatto i vescovi delle zone terremotate, dobbiamo sentirci richiamati a rinnovare la nostra opera educativa, davanti a una cosa terribile che sconvolge la vita della persona e della società.
Il terremoto distrugge la quotidianità della vita e crea una situazione di artificiosa riduzione della libertà degli uomini e dei gruppi perché non possono più impostare l’esistenza secondo quella libertà che costituisce l’elemento fondamentale della vita sociale. Il terremoto è grave non per il momento in cui si produce, ma per quella situazione di precarietà, di incertezza, di insicurezza, di limitazione della libertà umana personale e sociale che è la vera tragedia. 
Credo che questa sia la cosa che dobbiamo capire: la Chiesa non può sottrarsi al compito di evangelizzazione e di educazione, altrimenti Dio sarà sempre più assente dalla vita quotidiana, diventerà sempre più un concetto su cui si dibatte in modo artificioso e forzoso, nei mezzi di comunicazione sociale. E su questo Dio di cui si discute o su cui si discute, non scalda il cuore. Mentre in Cristo Dio è venuto per scaldare il cuore dell’uomo, di ogni uomo, in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. 
Insomma noi siamo sfidati sulla evangelizzazione e sulla educazione di un popolo cristiano capace poi di interloquire efficacemente con tutti i nostri fratelli che vivono con noi nelle varie situazioni della vita, e dare perciò il nostro contributo originale e significativo a una società in cui le differenze di cultura, di identità, di professione, di fede, devono esprimere la ricchezza della vita umana. E non omologare forzosamente il popolo dentro una concezione materialista, edonista, tecno-scientifica che vive tutti i giorni senza Dio e lo chiama improvvisamente in causa in cose in cui Egli non c’entra assolutamente.
Mons.Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

martedì 30 agosto 2016

Terremoto. Mons. Pompili: “Dio non è il capro espiatorio”


Ad Amatrice, il vescovo di Rieti celebra i funerali di 29 vittime. E proclama: “Non ti abbandoneremo, uomo dell’Appennino”

Un funerale voluto dal popolo dopo tante polemiche. Per desiderio dei residenti e del sindaco, le esequie di una parte delle vittime del terremoto nell’Appennino centrale sono stati celebrati ad Amatrice e non a Rieti, come precedentemente stabilito dalla prefettura.
Sotto una pioggia che ha reso ancor più malinconico lo scenario, intorno alle sei di sera, presso la tensostruttura adibita per l’occasione, sono giunte le bare di 29 vittime. Solo una piccola parte, dunque, delle 291 totali.
Accanto all’altare, la statua di una Madonna rimasta indenne dalle scosse sismiche e posta in cima ad un mucchio di macerie: il simbolo della misericordia di Dio, più forte della stessa morte umana, anche la più crudele ed improvvisa.
Mentre il primo dei funerali, celebrato ad Ascoli sabato scorso, aveva coinvolto le vittime della provincia marchigiana, oggi è stata la volta della provincia più colpita, quella reatina. Molte delle famiglie hanno però preferito optare per le esequie private o di celebrarle nei paesi di origine.
A concelebrare con monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, i vescovi emeriti della diocesi sabina, e monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, giunto in rappresentanza di papa Francesco.
Presente alla cerimonia funebre anche un vescovo ortodosso, in ragione della presenza tra le vittime di immigrati moldavi e rumeni. Qua e là, dispersi tra la folla, i volti delle massime cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il presidente della Camera, Laura Boldrini, il presidente del Senato, Pietro Grasso.
Il grido di dolore di una donna irrompe allorché monsignor Pompili pronuncia il nome di sua figlia tredicenne, una dei minorenni deceduti nel sisma, assieme a due fratellini di tre anni e tre mesi, di cui spiccano le due piccole bare bianche. Tutti e 291 i morti di Amatrice e dintorni sono stati ricordati in ordine alfabetico dal vescovo, compresi quanti hanno già ricevuto le esequie e chi ancora le deve ricevere.
Al momento dell’omelia, monsignor Pompili ha menzionato la prima lettura, tratta dal libro delle Lamentazioni, che descrivendo la distruzione di Gerusalemme, che sembra quasi evocare “la devastazione di Amatrice e di Accumoli. Sembra di risentire i sopravvissuti: un rumore assordante, pietre che precipitano come pioggia, una marea asfissiante di polvere. Poi le urla. Quindi il buio”.
Pompili ha poi raccomandato non cercare in Dio un “capro espiatorio” ma, al contrario, di “guardare in quell’unica direzione come possibile salvezza”. Non è infatti il terremoto che uccide, ha detto il presule, ma “uccidono le opere dell’uomo”.
“I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti”. Senza i terremoti del passato, ha aggiunto, non sarebbe possibile ammirare l’ecosistema appenninico attuale, né vi sarebbero gli uomini che attualmente lo abitano, né altre forme di vita.
L’invito è quindi quello ad ascoltare Gesù che dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. Parole che sono “un balsamo sulle ferite fisiche, psicologiche e spirituali di tantissimi”, sebbene “non basteranno giorni, ci vorranno anni”.
La mitezza che Gesù stesso evoca è “una ‘forza’ distante sia dalla muscolare ingenuità di chi promette tutto all’istante, sia dall’inerzia rassegnata di chi già si volge altrove. La mitezza dice, invece, di un coinvolgimento tenero e tenace, di un abbraccio forte e discreto, di un impegno a breve, medio e lungo periodo”.
Lontana dalla “querelle politica” o dallo “sciacallaggio di varia natura”, la popolazione locale è chiamata a “far rivivere una bellezza di cui siamo custodi. Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta. Abitiamo una terra verde, terra di pastori. Dobbiamo inventarci una forma nuova di presenza che salvaguardi la forza amorevole e tenace del pastore”.
In conclusione il vescovo ha pronunciato in messaggio in forma poetica: “Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’. Non ti abbandoneremo uomo dell’Appennino: l’ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’alba ancor ti stupirai”.
A fine celebrazione hanno preso la parola i sindaci di Accumoli, Stefano Petrucci, e di Amatrice, Sergio Pirozzi, che hanno rincuorato i loro concittadini, incoraggiandoli a diventare parte attiva nella ricostruzione. “Dopo la morte c’è la resurrezione – ha detto Pirozzi, visibilmente emozionato – siamo pronti a fare la nostra parte. Nei momenti di emergenza, l’Italia è una grandissima nazione”. Il commovente abbraccio tra il sindaco e il vescovo ha segnato la fine della cerimonia.

Baroncini, le confessioni di un vecchio leader di CL



La lunga vita sacerdotale? «È vedere realizzata la promessa di Dio». Don Giussani? «Per me ha significato scoprire che Gesù Cristo è la salvezza per tutti gli uomini, scoprire l’orgoglio di essere cristiani». Comunione e Liberazione? «Non ha ancora realizzato la genialità di Giussani». A parlare così è don Fabio Baroncini, che del movimento fondato dal servo di Dio don Luigi Giussani non è soltanto uno della prima ora, ma è stato parte del ristretto gruppo di amici che per 40 anni ha condiviso con Giussani la responsabilità del movimento. 
Lo incontro in un caldo pomeriggio di fine luglio nella canonica della sua parrocchia di San Martino a Niguarda, un paesino inglobato nella città di Milano, a due passi dal famoso Ospedale Maggiore Ca’ Granda. A 74 anni, e dopo 30 anni da parroco in questa chiesa, tra pochi giorni lascerà questa casa parrocchiale perché si è dovuto dimettere per motivi di salute e si trasferirà in un nuovo appartamento. Incontrandolo oggi, in questo uomo alto e magro, reso curvo e fragile dalla malattia, che cammina con difficoltà e parla con un filo di voce, apparentemente è difficile riconoscere quel prete “montanaro” che con agilità fuori dal comune guidava i suoi ragazzi su tutte le montagne delle Alpi – anche in escursioni notturne – per fare apprezzare il gusto della bellezza del Creato. Eppure, proprio in questa fragilità risalta ancora di più un’energia che non viene dall’uomo, quello spirito indomito e quella urgenza di rendere presente a tutti il fatto cristiano che ancora oggi, a dispetto della debolezza fisica, lo vede girare instancabilmente per tante famiglie, gruppi, comunità di giovani e vecchi di Cl, per rendere presente il carisma di don Giussani. Don Fabio Baroncini ha appena celebrato i 50 anni di sacerdozio: venti anni passati da coadiutore a Varese, dove è stato l’anima di una delle comunità più numerose e vivaci di Cl e che per l’occasione gli ha dedicato una grande festa, e poi trenta da parroco a Milano.
Don Baroncini, come sintetizzerebbe questi 50 anni di vita sacerdotale?Sono la testimonianza della fedeltà di Dio al compito che ci dà, alla vocazione cui ci chiama. Arrivato a 50 anni della mia ordinazione sacerdotale vedo oggi che il Signore è stato fedele. All’inizio ho dovuto rischiare sulla speranza, cioè sulla certezza che il futuro mi avrebbe restituito quello che io desideravo, quando tutto apparentemente sembrava dire il contrario. Oggi, dopo 50 anni di vita sacerdotale, dico che questa fedeltà di Dio l’ho verificata.
Come si concretizza questa fedeltà? In cosa consiste questa promessa realizzata?Consiste nel fatto che la mia vita così com’è, con le sue banalità quotidiane, può essere un’offerta a Dio attraverso la quale tanta gente, mi pare di poter dire, abbia creduto in Gesù Cristo. 
In 50 anni di sacerdozio sono sicuramente tanti i fatti e le suggestioni che varrebbe la pena fossero raccontati. Ma quale aspetto in particolare l’ha colpita?Mi ha sempre colpito la stima di cui sono stato circondato come prete, da tanta brava gente. Ricordo che quando sono diventato parroco qui a Niguarda, andai a parlare con monsignor Ferrari, che era vicario generale di Milano. E lui mi disse: “Guarda, a Niguarda troverai tanta brava gente, che ti darà quello che potrà. E infatti a Niguarda la cosa che mi ha stupito in questi tempi recenti è di quanto la gente voglia bene ai suoi preti. 
Come ha riconosciuto la sua vocazione?Non lo so. Voglio dire che riflettendo sulla decisione di andare a prete ho fatto l’analogia e il paragone con la decisione di sposarsi. Ho sempre detto ai miei interlocutori: non sapreste dirmi neanche voi perché avete scelto quella persona da sposare. Potete solo dirmi che sapevate che era lei che volevate sposare. Così io non so perché né cosa voleva dire essere prete, io so che volevo diventare prete. E questa strana convinzione mi ha accompagnato fin da piccolino, dai tempi delle mie vacanze estive con mia nonna in Valtellina, dove pregavo perché si realizzasse quello che Dio voleva da me.
Eppure non è entrato in un seminario minore, come molti a quel tempo.No, sono entrato in seminario a 19 anni, dopo il diploma di ragioneria.
Come ha inciso la sua famiglia nella vocazione?Da mio padre ho preso la serietà dell’esistenza come criterio del vivere. Da mia madre la fedeltà alla parola data, cioè: se uno si impegna in una cosa deve portarla fino in fondo.
Fin da piccolo lei sentiva questo desiderio di diventare prete, ma nell’adolescenza, prima di entrare in seminario, ci sono stati incontri che l’hanno confermata e aiutata in questa convinzione?Sono assolutamente debitore alla misericordia di Dio di avermi fatto incontrare don Luigi Giussani.
Quanti anni aveva?14 anni, sessanta anni fa.
Che cosa ha significato don Giussani per la sua vita?Ha significato la possibilità di scoprire che Gesù Cristo è la salvezza per gli uomini (Efesini, capitolo 1). E che io avrei potuto assumermi le mie responsabilità di uomo facendo il cristiano, servendo Gesù Cristo. Cioè Cristo centro della storia dell’umanità. Ho imparato che le condizioni storiche mi erano date come modo di realizzazione di questo compito, di questa vocazione: «Ricapitolare tutte le cose in Cristo, quelle del cielo e quelle della terra, principati e potestà, perché qui non c’è più né greco né giudeo, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma siamo uno solo in Cristo».
Con il servo di Dio don Giussani lei ha vissuto tantissimi anni fianco a fianco, ha condiviso la responsabilità nel movimento. Cosa ricorda maggiormente di questa compagnia con don Giussani?L’orgoglio di essere cristiani. La profonda verità umana dell’essere cristiani. Quello che mi ha sempre colpito è questo. Quando ero piccolino, mi sembravano più umanamente vivaci quelli non cristiani, per così dire quelli non fedeli alle pratiche. A differenza di questo, stando con Giussani ho scoperto che si poteva essere umanamente pieni e realizzati proprio nell’essere cristiani, nel seguire Cristo.
A Varese lei ha passato vent’anni e attorno è nata una grande comunità. Cosa di questi anni ricorda in modo particolare?La verifica, il vedere documentato che Cristo messo al centro dell’esperienza umana rende più umano il vivere. 
A Varese lei è stato coadiutore, a Milano parroco. Insomma, lei è stato sempre in parrocchia, sembra quasi un paradosso se si considerano le tante critiche che hanno accompagnato Cl e i suoi – più o meno presunti - rapporti conflittuali con le parrocchie.Invece ho imparato da don Giussani che il movimento da lui fondato era un movimento ecclesiale, non era avulso dalla vita della Chiesa, ma era per la realtà della Chiesa. Facendo il prete ho potuto scoprire che questo era vero. Sono una delle poche persone che conosco soddisfatte di essere prete.
Nella storia di Cl, in questi 60 anni, si è passati attraverso tante fasi storiche, molto diverse fra loro, sia nella società sia nella Chiesa. Cosa permane del carisma?Questo sono ancora curioso di scoprirlo oggi. Aspetto la fine della mia vita per capirlo di più. Ma mi sembra che sia l’annuncio cristiano preso nella sua integralità. Questa mi sembra sia stata la genialità vera di don Giussani: scommettere tutto sull’annuncio cristiano come fatto, come evento.
In questa fase della vita lei deve affrontare una nuova prova, una malattia che curiosamente la accomuna ancora una volta a don Giussani…Preferirei non parlarne, perché siamo agli inizi e non capisco ancora cosa voglia dire. Ma c’è un episodio della vita di don Giussani che mi è ritornato prepotente alla memoria in questi giorni. Nel 1972 con don Giussani condividevo la responsabilità degli universitari degli atenei milanesi: Giussani seguiva la Cattolica e la Statale, io gli altri atenei. Una volta ero arrabbiato con gli universitari, sono andato da Giussani e gli ho detto: “Gius, fai una delle tue lezioni sulla decisione”. “Perché mi dici così?”, mi risponde lui. «Perché gli universitari sono sul pero, non si decidono mai a prendere sul serio la storia che hanno sottomano». E lui mi disse: “Vedi Fabio, nel 1941-42 io ero in seminario, c’era la guerra, e ho preso la tubercolosi, mi hanno mandato a casa. Per sei mesi sono vissuto chiuso nella stanzetta di casa mia, non avevo più la forza di decidere niente, potevo soltanto offrire la mia impotenza, cosa che ho fatto per sei mesi. Vedevo mia mamma entrare dalla porta nella stanza, la vedevo piccolina così, distante da me, con in mano la ciotola del brodo, che era l’unica medicina che c’era al tempo della guerra”. Fine. Io ricordo lucidamente che mi sono detto: “Bene, non vuole fare la lezione sulla decisione; il movimento è suo, s’arrangi”. Poi qualche mese dopo ritornando sulla questione mi sono sorpreso a stupirmi di come il Signore da un uomo impotente abbia tirato fuori un movimento di decisionisti. In altre parole, Dio fa quello che vuole.
Vede, ogni prete all’inizio del cammino sacerdotale sceglie una frase. La mia è tratta da Efesini 1, 6: In laudem gloriae gratiae eius (a lode della gloria della sua grazia). Dio ha fatto tutto questo a lode della sua gloria. È questo che dobbiamo gridare a tutti. 
Ha citato l’Università. Da allora lei continua tutt’oggi a seguire le comunità di universitari. Riesce a fare un confronto tra i giovani degli anni ’70-'80 e quelli di oggi? Cosa è cambiato?Penso sia Il fattore ideologico. Allora si era vissuto il ’68, e questo voleva dire un entusiasmo, una progettualità, un’apertura, uno sguardo positivo sul futuro, una lotta per questo. Oggi mi sembra che tutto questo si stia riducendo a un sentimento.
Che la fase storica sia molto diversa non c’è dubbio, ma oggi si sente molto questa retorica sui tempi che sono cambiati, per giustificare un cambiamento nel modo di comunicare la fede alle persone. Invece stupisce come le cose dette, scritte da don Giussani e da voi ripetute nel tempo rimangano sempre attuali.Questo stupisce anche me. È proprio vero. Piuttosto, l’unica cosa a cui si deve stare veramente attenti è a non perdere noi l’entusiasmo della proposta che facciamo.
Il cardinale Giacomo Biffi diceva che noi dobbiamo preoccuparci di credere, non di essere credibili.È sempre stato acuto Biffi, guardava bene aldilà delle apparenze. Questa esigenza di essere credibili ha travolto la vita della Chiesa. Anche se la cosa è giusta in sé e per sé, non bisogna farla diventare il dio del metodo cristiano. Altrimenti Dio Padre sarebbe ridotto a portatore dei valori umani.
In chi la conosce, una delle cose che ha sempre colpito è la capacità di presentare autori della letteratura anche molto diversi fra loro - da Dostojevski a Eliot, da Milosz a Peguy, da Dante a Manzoni – in un modo affascinante, facendo sentire questi autori come nostri contemporanei. E la cosa stupisce ancora di più perché lei ha una formazione scolastica tecnica, non umanistica. Qual è il segreto di questo fascino?È l’educazione ricevuta da don Giussani. Bastava seguire il metodo che Giussani dettava. È lui che ha sempre voluto che si affrontassero questi autori, facendo il paragone tra la nostra vita e la loro proposta. 
All’inizio degli anni ’90 don Giussani chiese che la rivista del movimento, Litterae Communionis, dedicasse una serie di articoli ai paesi islamici. Eravamo ben lontani dagli anni della rinascita islamica, del fondamentalismo e degli attentati terroristici. Eppure don Giussani suggeriva che quello sarebbe stato il tema del futuro. Cosa vedeva lui nell’islam?Questa è la forza profetica di don Giussani, che è sempre stata rilevante. Glielo ha riconosciuto perfino Bertinotti. L’islam aveva una presa popolare formidabile, entrava dentro in merito ai problemi umani determinando l’atteggiamento della gente. Comunque la sua idea era: chissà che Dio non voglia che l’islam si converta attraverso questa ultima prova a cui è sottoposta la Chiesa. Certo, non aveva alcun sentimento d’inferiorità. 
Se lei oggi dovesse scrivere il suo testamento spirituale, rivolgersi a tutti quelli che l’hanno seguita, ai suoi amici: cosa le preme di più comunicare?Paradossalmente direi la stessa cosa che disse un famoso giudice milanese dimettendosi: resistere, resistere, occorre resistere. Era anche l’insegnamento di mio padre che era un vecchio socialista, come struttura di pensiero non politicamente. Diceva: l’uomo vero è quello che lavora, quello che si impegna, mica come i preti che non fanno niente tutto il giorno (sorride). E questo era mio padre che era un grand’uomo.
Resistere. Cosa vuol dire?Essere fedeli alla storia così come il Signore ce l’ha rivelata, come ce l’ha fatta vivere. Se uno viveva ai tempi di sant’Agostino, l’esperienza cristiana era nel riconoscimento della genialità di Agostino. Oggi viviamo tempi in cui il riconoscimento della genialità di Giussani aspetta ancora di essere realizzato, ed è contraddetto proprio all’interno del movimento. In sé questa resistenza non ha alcun accento di caparbietà. È solo la scoperta che Dio si serve di tutta la storia per manifestarsi. Noi non dobbiamo essere fedeli alle nostre idee ma a ciò che ci è accaduto. 
Riccardo Cascioli

lunedì 15 agosto 2016

Buona festa dell'Assunta


La festa dell'Assunta ci ricorda che anche noi come lei possiamo andare in cielo, tutto di noi è stato redento. Un giorno quelli che sono di Cristo saranno tratti dall'utero della terra in cui sono sepolti. E come il neonato tratto dall'utero della mamma piange, ma poi trova i baci, gli abbracci, la gioia di chi lo aspettava, così anche noi troveremo in cielo i baci del Padre e della Madre.

lunedì 18 luglio 2016

ANGELUS


V. Angelus Domini nuntiavit Mariae;
R. Et concepit de Spiritu Sancto.
Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc, et in hora mortis nostrae. Amen.
V. Ecce ancilla Domini.
R. Fiat mihi secundum verbum tuum.
Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc, et in hora mortis nostrae. Amen.
V. Et Verbum caro factum est.
R. Et habitavit in nobis.
Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc, et in hora mortis nostrae. Amen.
V. Ora pro nobis, sancta Dei Genetrix.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
Oremus:
Gratiam tuam, quaesumus, Domine, mentibus nostris infunde; ut qui, Angelo nuntiante, Christi Filii tui incarnationem cognovimus, per passionem eius et crucem, ad resurrectionis gloriam perducamur. Per eundem Christum Dominum nostrum.
R. Amen.

La preferenza del perdente

" Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare…
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco." P. P. PASOLINI