venerdì 19 settembre 2014

Il segreto dei grandi come Candia? La preghiera


Papa Francesco in preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: «Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera, quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione». Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio: alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.
L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, gliene asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.
Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, informazioni,  preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e a mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.
Cos’è la preghiera e perché pregare? É mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza. E  raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.
Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perché fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. É la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. É il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.
Il Venerabile (presto Beato) Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Quando stava costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c'erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: «Questo è il mio rifugio per pregare» e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: «Il mio monastero».
Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: «Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l'amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti». 
Ho chiesto ad Adalucio perché gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo.«Perché faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sé ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev'essere Dio!».Piero Gheddo

La scomparsa della gratitudine

anteprima
Benedetto XV: la scomparsa della gratitudine
Il centenario della prima guerra mondiale è stato celebrato da moltissime iniziative di carattere culturale, sia nel mondo cattolico come fuori. A parte la debolezza di tante interpretazioni, di tante riletture - vuoi celebrative di questo evento terribile, vuoi giustificative - quello che mi ha colpito dolorosamente è l’assenza di qualsiasi riferimento al grande Papa Benedetto XV, che ha legato tanta parte del suo breve ma intensissimo pontificato a fronteggiare il problema della guerra sia dal punto di vista intellettuale e culturale, sia soprattutto dal punto di vista delle conseguenze etiche e sociali. Benedetto XV scrisse di suo pugno il 31 agosto 1917 una nota a tutti i capi dei Paesi belligeranti, chiedendo loro in maniera autoritativa la cessazione di quella inutile strage. Le cancellerie di tutto il mondo, soprattutto quelle europee e nordamericane, respinsero l’intervento del Papa rendendolo oggetto di disprezzo e comunque di dileggio, con una sola eccezione: quella dell’imperatore d’Austria e Ungheria, il beato Carlo d’Asburgo.
La lettura che il Papa ha fatto dell’avvenimento della prima guerra mondiale è di singolare profondità dal punto di vista intellettuale e di carattere etico, nella linea che era stata di Leone XIII e che sarà poi sviluppata adeguatamente dal grande magistero di Pio XI e di Pio XII: egli lesse la prima guerra mondiale come l’inizio della fine della cosiddetta età moderna e individuò con chiarezza le ragioni della guerra. Se essa ha conseguenze di carattere etico, sociale, nazionale e internazionale e mondiale, ha un cuore più profondo, che è la posizione culturale, una antropologia soggiacente alla modernità. Si tratta di una antropologia per cui il potere è tutto, il perseguimento del potere deve essere attuato ad ogni costo, per cui chi detiene il potere o chi si prepara a sostituire i detentori del potere è autorizzato a tutto, anche a sacrificare 15 milioni di uomini, come accadde nella prima guerra mondiale. Questo intervento è stato lucidissimo e profetico, se paragonato allo svolgimento dei successivi magisteri, e va posto nel contesto delle iniziative di carattere caritativo e sociale che il Papa realizzò lungo tutto l’arco del periodo della guerra fino alla sua fine: una serie di iniziative straordinarie per lenire i dolori e per ricongiungere i prigionieri con le proprie famiglie (soltanto in Italia si calcola che le iniziative della Santa sede fruttarono il ritorno a casa di oltre un milione di prigionieri e di feriti). L’intervento forte sul piano culturale, poi documentato da questa straordinaria e implacabile capacità di carità, era contrappuntato da una indicazione di veri e propri suggerimenti politici sui vari scenari della guerra. Il Papa intervenne a suggerire una dopo l’altra le soluzioni che si dovevano mettere in atto nei vari campi in cui si combatteva la guerra. Non parliamo poi del fatto che il Santo padre Benedetto XV, così ignorato («un Papa sconosciuto», hanno detto alcuni storici in recenti biografie dedicate a Giacomo della Chiesa) per primo nel suo intervento Maximum illud chiarì che i missionari dell’Occidente dovevano andare nei Paesi di missione svincolati della propria cultura di partenza, cercando di immedesimarsi con le culture che incontravano; oggi si direbbe inculturare la fede. Una personalità gigantesca, nella brevità del suo pontificato. La Chiesa ha mostrato quella straordinaria capacità di giudizio e di carità che è il vanto del cattolicesimo lungo tutta la sua storia.
Su questo Papa è caduto il silenzio, un silenzio pieno di disagio forse perché la sua immagine pubblica, così piccola, così mingherlina, così caratterizzata da qualche difetto fisico, non otteneva il gradimento dell’opinione pubblica. L’unico a parlare di questo Papa sconosciuto, a decenni di distanza è stato il suo successore Benedetto XVI, che nel suo primo intervento chiarì che il senso del nome scelto da lui, Benedetto, era per annodare il suo pontificato a questo suo grande predecessore in una situazione culturale, spirituale, ecclesiale, sociale e politica così simile a quella in cui Benedetto XV svolse la sua attività.
Ora io capisco che Benedetto XV non sia simpatico al laicismo che, nonostante tutte le nostre variegate e inconsistenti illusioni odia la realtà cristiana, la presenza cristiana, il mistero di Cristo e la sua tradizione. Capisco che non abbia simpatie per colui che nella fragilità della sua vita affermava una presenza più grande della sua, l’unica presenza in grado di affrontare e di risolvere i problemi di quel tempo, come la Chiesa, proponendo Cristo di fronte all’uomo di ogni tempo, lo propone come la via, la verità e la vita, cioè l’unica possibilità di redenzione autentica.
Ma come spiegare questo silenzio ottuso e pesante del mondo cattolico? Come non avere a cuore di presentare i momenti più grandi della nostra storia, anche quelli più drammatici, con la consapevolezza di nutrire la coscienza e il cuore dei cristiani di oggi, soprattutto dei giovani, con una consapevolezza critica della nostra storia, che è un grande movimento che investe l’intelligenza e il cuore di oggi e lo abilita a vivere profondamente il presente per preparare un futuro diverso? Come è povera una società che vive soltanto istintivamente nel presente e come è non meno povera una Chiesa legata esclusivamente al qui ed ora, che non radica il presente nella tradizione del passato e quindi non è in grado di progettare su questo presente un futuro adeguato!
Una volta il mio grande amico, il cardinale Giacomo Biffi, mi disse amaramente, ricordando momenti della storia della Chiesa a cui aveva partecipato, che la gratitudine è una virtù rara. Forse è vero quello che il cardinale dice, ma è ancora più grave prendere atto che la gratitudine è una virtù che sta scomparendo anche nella vita della Chiesa.
Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Papa: Evangelii gaudium, tante persone "stanche e sfinite" attendono la Chiesa



Ai partecipanti all'Incontro internazionale "Il progetto pastorale di Evangelii gaudium", Francesco sottolinea la necessità dell'ascolto e della vicinanza umana come chiave per un'evangelizzazione efficace. "Il nostro compito non è fatto da una convulsa serie di iniziative o da un'ordinata codificazione. Facciamo il bene, ma senza aspettarci la ricompensa. Seminiamo e diamo testimonianza".


 -Il Vangelo di Matteo racconta la "compassione di Gesù che, davanti alle folle, le vede stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore". Questa immagine ricorda le tante persone "stanche e sfinite" che "attendono la Chiesa, attendono noi! Come poterle raggiungere? Come condividere con loro l'esperienza della fede, l'amore di Dio, l'incontro con Gesù? E' questa la responsabilità delle nostre comunità e della nostra pastorale". Così papa Francesco ha introdotto il suo discorso ai partecipanti all'Incontro internazionale "Il progetto pastorale di Evangelii gaudium" organizzato dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, in corso in Vaticano dal 18 al 20 settembre.
Il compito del pastore e il cuore del suo impegno, ha aggiunto, devono nascere dall'ascolto e dall'incontro, ma sono sostenute dalla preghiera e dalla meditazione. Nelle difficoltà come nelle delusioni che sono presenti non di rado nel lavoro pastorale, "abbiamo bisogno di non venire mai meno nella fiducia nel Signore e nella preghiera che la sostiene".
Parlando della sua esortazione apostolica, il papa spiega che essa ha un "significato programmatico e dalle conseguenze importanti" perché "tratta della missione principale della Chiesa, cioè evangelizzare! Ci sono dei momenti, però, in cui questa missione diventa più urgente e la nostra responsabilità ha bisogno di essere ravvivata".
Francesco invita a non arrendersi al pessimismo: "In mezzo a realtà negative, che come sempre fanno più rumore, noi vediamo anche tanti segni che infondono speranza e danno coraggio". Tuttavia, bisogna rendersi conto di "quanta povertà e solitudine purtroppo vediamo nel mondo di oggi! Quante persone vivono in grande sofferenza e chiedono alla Chiesa di essere segno della vicinanza, della bontà, della solidarietà e della misericordia del Signore. Questo è un compito che in modo particolare spetta a quanti hanno la responsabilità della pastorale".
Davanti a tante esigenze pastorali, avverte il Papa, "corriamo il rischio di spaventarci e di ripiegarci su noi stessi in atteggiamento di paura e difesa. E da lì nasce la tentazione della sufficienza e del clericalismo, quel codificare la fede in regole e istruzioni, come facevano gli scribi, i farisei e i dottori della legge del tempo di Gesù. Avremo tutto chiaro, tutto ordinato, ma il popolo credente e in ricerca continuerà ad avere fame e sete di Dio".
C'è poi nel lavoro pastorale un altro aspetto che rischia di divenire un ostacolo: "Non rincorriamo, per favore, la voce delle sirene che chiamano a fare della pastorale una convulsa serie di iniziative, senza riuscire a cogliere l'essenziale dell'impegno di evangelizzazione. A volte sembra che siamo più preoccupati di moltiplicare le attività piuttosto che essere attenti alle persone e al loro incontro con Dio". Cedendo a questa tentazione si rischia una "pastorale senza preghiera e contemplazione", che "non potrà mai raggiungere il cuore delle persone. Si fermerà alla superficie senza consentire che il seme della Parola di Dio possa attecchire, germogliare, crescere e portare frutto".

Quindi, conclude il pontefice, servono "pazienza e perseveranza. Non abbiamo la 'bacchetta magica' per tutto, ma possediamo la fiducia nel Signore che ci accompagna e non ci abbandona mai. Nelle difficoltà come nelle delusioni che sono presenti non di rado nel nostro lavoro pastorale, abbiamo bisogno di non venire mai meno nella fiducia nel Signore e nella preghiera che la sostiene. Non dimentichiamo, comunque, che l'aiuto ci viene dato, in primo luogo, proprio da quanti sono da noi avvicinati e sostenuti. Facciamo il bene, ma senza aspettarci la ricompensa. Seminiamo e diamo testimonianza. La testimonianza è l'inizio di un'evangelizzazione che tocca il cuore e lo trasforma".

Il Papa: la gente ferita ci chiede vicinanza


"Ho detto alcune volte che la chiesa mi sembra un ospedale da campo: tanta gente ferita, e chiedono a noi vicinanza, chiedono a noi quello che chiedevano a Gesù: vicinanza, prossimità, e con questo atteggiamento degli scribi, dottori della legge e farisei mai, mai, faremo una testimonianza di vicinanza".

Il Papa, a braccio, ha insistito su una evangelizzazione di "attenzione e prossimità", che si guardi da ipocrisie e abitudini codificate, incontrando in aula Paolo VI in Vaticano circa duemila tra catechisti e operatori pastorali, laici e religiosi, di 60 Paesi del mondo, che da ieri a domani prendono parte a un convegno organizzato dal Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, e intitolato "Il progetto pastorale della Evangelii Gaudium". 

Dopo il saluto del presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, mons. Rino Fisichella e prima di cominciare il suo discorso, il Papa ha protesto il braccio verso la sala, come volesse chiudere in un solo abbraccio e le persone e la scultura della Risurrezione di Pericle Fazzini, che troneggia sullo sfondo dell'aula. E ha detto: "anche ringrazio per la bellezza, questa bellezza, la bellezza di questa cornice di vita".

"Non abbiamo la 'bacchetta magicà per tutto" ma "la fiducia del Signore non ci abbandona mai" e il suo aiuto "ci viene dato, in primo luogo, da quanti sono da noi avvicinati e sostenuti", è stata la riflessione conclusiva offerta ai partecipanti, tra cui anche diversi vescovi ed ecclesiastici. Nel discorso molti echi della Evangelii Gaudium, una sorta di documento programmatico del pontificato, testo forte in cui il papa latinoamericano chiede una chiesa in uscita, che cammini in primo luogo verso le periferie. Papa Bergoglio stasera ha esordito ricordando che "evangelizzare fa parte della missione principale della Chiesa, ma ci sono dei momenti in cui questa missione diventa più urgente e la nostra responsabilità ha bisogno di essere ravvivata". 

Altri aspetti su cui si è soffermato: la presenza comunque di "tanti segni che danno speranza e danno coraggio" pur "in mezzo a realtà negative, che sempre fanno più rumore"; il "rischio di spaventarci e di ripiegarci su noi stessi in atteggiamento di paura e difesa", atteggiamento "da cui nasce la tentazione della sufficienza e del clericalismo, quel codificare la fede - ha detto il Pontefice - in regole e istruzioni, come facevano gli scribi, i farisei e i dottori della legge al tempo di Gesù. Avremo tutto chiaro, tutto ordinato, ma il popolo credente e in ricerca continuerà ad avere fame e sete di Dio".

E a questo punto ha inserito la considerazione a braccio sulla prossimità richiesta dai "feriti" nell'"ospedale da campo", a cui non si può guardare con atteggiamento farisaico. Papa Francesco ha anche invitato i pastori a "uscire in diverse ore del giorno per andare ad incontrare quanti sono in ricerca del Signore, a raggiungere i più deboli e i più disagiati per dare loro il sostegno di sentirsi utili nella vigna del Signore, fosse anche per un'ora soltanto".  Sollevando gli occhi dal testo, si è fermato, ha guardato a lungo l'orologio con aria divertita e ha aggiunto: "non sono ancora le cinque del pomeriggio", "allora abbiamo ancora tempo che Gesù venga a trovarci". 

Infine l'invito a "fuggire la voce delle sirene che chiamano a fare della pastorale una convulsa serie di iniziative, senza riuscire a cogliere l'essenziale dell'impegno di evangelizzazione": "una pastorale senza preghiera e contemplazione non potrà mai raggiungere il cuore delle persone". "Facciamo il bene - ha concluso papa Francesco - ma senza aspettarci ricompensa".

Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio. 
Sono contento di prendere parte ai vostri lavori e ringrazio Mons. Rino Fisichella per la sua introduzione. Voi lavorate nella pastorale in diverse Chiese del mondo, e vi siete riuniti per riflettere insieme sul progetto pastorale della Evangelii gaudium. In effetti io stesso ho scritto che questo documento ha un “significato programmatico e dalle conseguenze importanti” (n. 25). E non potrebbe essere altrimenti quando si tratta della missione principale della Chiesa, cioè evangelizzare! Ci sono dei momenti, però, in cui questa missione diventa più urgente e la nostra responsabilità ha bisogno di essere ravvivata. Mi vengono in mente, anzitutto, le parole del Vangelo di Matteo dove si dice che Gesù «vedendo le folle, ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (9,36). Quante persone, nelle tante periferie esistenziali dei nostri giorni, sono “stanche e sfinite” e attendono la Chiesa, attendono noi! Come poterle raggiungere? Come condividere con loro l’esperienza della fede, l’amore di Dio, l’incontro con Gesù? E’ questa la responsabilità delle nostre comunità e della nostra pastorale.

Il Papa non ha il compito di «offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea» (Evangelii gaudium, 51), ma invita tutta la Chiesa a cogliere i segni dei tempi che il Signore ci offre senza sosta. Quanti segni sono presenti nelle nostre comunità e quante possibilità il Signore ci pone dinanzi per riconoscere la sua presenza nel mondo di oggi! In mezzo a realtà negative, che come sempre fanno più rumore, noi vediamo anche tanti segni che infondono speranza e danno coraggio. Questi segni, come dice la Gaudium et spes, devono essere riletti alla luce del Vangelo (cfrn n. 4 e 44): questo è il “tempo favorevole” (cfr 2 Cor 6,2), è il momento dell’impegno concreto, è il contesto dentro il quale siamo chiamati a lavorare per far crescere il Regno di Dio (cfr Gv 4, 35-36).
 
Quanta povertà e solitudine purtroppo vediamo nel mondo di oggi! Quante persone vivono in grande sofferenza e chiedono alla Chiesa di essere segno della vicinanza, della bontà, della solidarietà e della misericordia del Signore. Questo è un compito che in modo particolare spetta a quanti hanno la responsabilità della pastorale: al vescovo nella sua diocesi, al parroco nella sua parrocchia, ai diaconi nel servizio alla carità, ai catechisti e alle catechiste nel loro ministero di trasmettere la fede… Insomma, quanti sono impegnati nei diversi ambiti della pastorale sono chiamati a riconoscere e leggere questi segni dei tempi per dare una risposta saggia e generosa. Davanti a tante esigenze pastorali, davanti a tante richieste di uomini e donne, corriamo il rischio di spaventarci e di ripiegarci su noi stessi in atteggiamento di paura e difesa. E da lì nasce la tentazione della sufficienza e del clericalismo, quel codificare la fede in regole e istruzioni, come facevano gli scribi, i farisei e i dottori della legge del tempo di Gesù. Avremo tutto chiaro, tutto ordinato, ma il popolo credente e in ricerca continuerà ad avere fame e sete di Dio. C’è una seconda parola che mi fa riflettere.
 
Quando Gesù racconta del padrone di una vigna che, avendo bisogno di operai, uscì di casa in diverse ore del giorno per chiamare lavoratori nella sua vigna (cfr Mt 20,1-16). Non è uscito una sola volta. Nella parabola Gesù dice che è uscito almeno cinque volte: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio. C’era tanto bisogno nella vigna e questo signore ha passato quasi tutto il tempo per andare nelle strade e nelle piazze del paese a cercare operai. Pensate a quelli dell’ultima ora: nessuno li aveva chiamati; chissà come si potevano sentire, perché alla fine della giornata non avrebbero portato a casa niente per sfamare i loro figli. Ecco, quanti sono responsabili della pastorale possono trovare un bell’esempio in questa parabola. Uscire in diverse ore del giorno per andare ad incontrare quanti sono in ricerca del Signore.
 
Raggiungere i più deboli e i più disagiati per dare loro il sostegno di sentirsi utili nella vigna del Signore, fosse anche per un’ora soltanto. Un altro aspetto: non rincorriamo, per favore, la voce delle sirene che chiamano a fare della pastorale una convulsa serie di iniziative, senza riuscire a cogliere l’essenziale dell’impegno di evangelizzazione.
 
A volte sembra che siamo più preoccupati di moltiplicare le attività piuttosto che essere attenti alle persone e al loro incontro con Dio. Una pastorale che non ha questa attenzione diventa poco alla volta sterile. Non dimentichiamo di fare come Gesù con i suoi discepoli: dopo che questi erano andati nei villaggi per portare l’annuncio del Vangelo, ritornarono contenti per i loro successi;ma Gesù li prende in disparte, in un luogo solitario per stare un po’ insieme con loro (cfr Mc 6,31).
 
Una pastorale senza preghiera e contemplazione non potrà mai raggiungere il cuore delle persone. Si fermerà alla superficie senza consentire che il seme della Parola di Dio possa attecchire, germogliare, crescere e portare frutto (cfr Mt 13, 1-23). So che tutti voi lavorate molto, e per questo voglio lasciarvi un’ultima parola importante: pazienza. Pazienza e perseveranza. Non abbiamo la “bacchetta magica” per tutto, ma possediamo la fiducia nel Signore che ci accompagna e non ci abbandona mai. Nelle difficoltà come nelle delusioni che sono presenti non di rado nel nostro lavoro pastorale, abbiamo bisogno di non venire mai meno nella fiducia nel Signore e nella preghiera che la sostiene. Non dimentichiamo, comunque, che l’aiuto ci viene dato, in primo luogo, proprio da quanti sono da noi avvicinati e sostenuti. Facciamo il bene, ma senza aspettarci la ricompensa. Seminiamo e diamo testimonianza. La testimonianza è l’inizio di un’evangelizzazione che tocca il cuore e lo trasforma. Grazie del vostro impegno! Vi benedico e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.
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Il Papa: l'identità cristiana si compie con la nostra resurrezione


Il percorso del cristiano si compie nella Resurrezione. E’ quanto affermato da Papa Francesco nell’omelia mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice, commentando le parole di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, ha sottolineato che i cristiani sembrano aver difficoltà a credere alla trasformazione del proprio corpo dopo la morte. Papa Francesco ha incentrato l’omelia sulla prima lettura che vede San Paolo impegnato a fare una “correzione difficile”, “quella della Resurrezione”. L’Apostolo delle Genti si rivolge alla comunità dei cristiani a Corinto. Costoro credevano che “Cristo è risorto” e “ci aiuta dal Cielo”, ma non era chiaro per loro che “anche noi resusciteremo”. “Loro – ha detto Francesco – pensavano in un altro modo: sì, i morti sono giustificati, non andranno all’inferno – molto bello! – ma andranno un po’ nel cosmo, nell’aria, lì, l’anima davanti a Dio, l’anima soltanto”.
Del resto, ha proseguito, anche San Pietro “la mattina della Resurrezione è andato di corsa al Sepolcro e pensava che lo avessero rubato”. E così anche Maria Maddalena. “Non entrava nella loro mente – ha osservato – una resurrezione reale”. Non riuscivano a capire quel “passaggio nostro dalla morte alla vita”, attraverso la Resurrezione. Alla fine, ha commentato il Papa, “hanno accettato quella di Gesù perché lo hanno visto”, ma “quella dei cristiani non era capita così”. Del resto, ha rammentato, quando San Paolo va ad Atene e incomincia a parlare della Resurrezione di Cristo, i greci saggi, filosofi, si spaventano:
“Ma la resurrezione dei cristiani è uno scandalo, non possono capirlo. E per questo Paolo fa questo ragionamento, ragiona così, tanto chiaro: ‘Se Cristo è risorto, come possono dire alcuni tra voi che non vi è resurrezione dai morti? Se Cristo è risorto, anche i morti risusciteranno’. C’è la resistenza alla trasformazione, la resistenza a che l’opera dello Spirito che abbiamo ricevuto nel Battesimo ci trasformi fino alla fine, alla Resurrezione. E quando noi parliamo di questo, il nostro linguaggio dice: ‘Ma, io voglio andare in Cielo, non voglio andare all’Inferno’, ma ci fermiamo lì. Nessuno di noi dice: ‘Io resusciterò come Cristo’: no. Anche a noi è difficile capire questo”.
“E’ più facile – ha ripreso – pensare a un panteismo cosmico”. E questo perché “c’è la resistenza ad essere trasformati, che è la parola che usa Paolo: ‘Saremo trasformati. Il nostro corpo sarà trasformato’”. “Quando un uomo o una donna deve subire un intervento chirurgico – ha rilevato il Papa – ha molta paura perché o gli toglieranno qualcosa o gli metteranno quell’altra cosa … saràtrasformato, per così dire”. E ha ribadito che “con la Resurrezione, tutti noi saremo trasformati”:
“Questo è il futuro che ci aspetta e questo è il fatto che ci porta a fare tanta resistenza: resistenza alla trasformazione del nostro corpo. Anche, resistenza all’identità cristiana. Dirò di più: forse non abbiamo tanta paura dell’Apocalisse del Maligno, dell’Anticristo che deve venire prima; forse non abbiamo tanta paura. Forse non abbiamo tanta paura della voce dell’Arcangelo o del suono della tromba: ma, sarà la vittoria del Signore. Ma paura della nostra resurrezione: tutti noi saremo trasformati. Sarà la fine del nostro percorso cristiano, quella trasformazione”.
Questa “tentazione di non credere alla Resurrezione del morti – ha proseguito – è nata” nei “primi giorni della Chiesa”. E quando Paolo ha dovuto parlare su questo ai Tessalonicesi, “alla fine, per consolarli, per incoraggiarli dice una delle frasi più piene di speranza che ci sono nel Nuovo Testamento, e dice così: ‘Alla fine, saremo con Lui’”. Ecco, ha detto Francesco, cos’è l’identità cristiana: “Stare con il Signore. Così, con il nostro corpo e con la nostra anima”. Noi, ha soggiunto, “resusciteremo per stare con il Signore, e la Resurrezione incomincia qui, come discepoli, se noi stiamo con il Signore, se noi camminiamo con il Signore”. Questa, ha ribadito, “è la strada verso la Resurrezione. E se noi siamo abituati a stare con il Signore, questa paura della trasformazione del nostro corpo si allontana”.
La Resurrezione, ha detto ancora, “sarà come un risveglio”. Giobbe ci dice: “Io lo vedrò con i miei occhi”. “Non spiritualmente – ha fatto notare il Papa – no”, “con il mio corpo, con i miei occhi trasformati”. “L’identità cristiana – ha avvertito – non finisce con un trionfo temporale, non finisce con una bella missione”, l’identità cristiana si compie “con la Resurrezione dei nostri corpi, con la nostra Resurrezione”:
“Lì è la fine, per saziarci dell’immagine del Signore. L’identità cristiana è una strada, è un cammino dove si sta con il Signore; come quei due discepoli che ‘stettero con il Signore’ tutta quella serata, anche tutta la nostra vita è chiamata a stare con il Signore per – alla fine, dopo la voce dell’Arcangelo, dopo il suono della tromba – rimanere, stare con il Signore”.

AFORISMA DI VENERDÌ 19 SETTEMBRE 2014

Dove non c'è amore mettete amore, e raccoglierete amore.”

San Giovanni della Croce 
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PARELUIS di Vasken Berberian: "Il vero amore fra due persone non bada ai condizionamenti sociali, né a cos’è ammissibile e cosa no. Nasce senza una ragione particolare, almeno spiegabile; le leggi dell’amore sono scritte in un linguaggio incomprensibile alla ragione”.  
Havete!
Don Carlo

giovedì 18 settembre 2014

“Per favore, non siate Vescovi con scadenza fissata”.Discorso di Papa Francesco ai nuovi vescovi

Papa Francesco ha incontrato oggi,  nella Sala Clementina in Vaticano, i nuovi vescovi nominati nell’ultimo anno. Nel suo discorso, il Santo Padre è tornato su un aspetto a lui molto caro che dovrebbe caratterizzare il pastore di una comunità: l’amore verso il popolo che gli è stato dato da Dio e la sua vicinanza ad esso. Così come già espresso nel discorso che fece il 19 settembre 2013, quando parlò di evitare la tentazione di essere “vescovi da aeroporto”, in questa circostanza il Papa ha detto ai nuovi presuli di non essere vescovi con la scadenza già fissata, come “medicine che perdono la capacità di guarire”. “Non siate spenti e pessimisti – ha continuato il Santo Padre – la vostra vocazione non è di essere guardiani di una massa fallita, ma custodi dell’Evangelii gaudium”.


Queste le parole di Papa Francesco presenti nel video:
“Per favore, non siate Vescovi con scadenza fissata, che hanno bisogno di cambiare sempre indirizzo, come medicine che perdono la capacità di guarire, o come quegli insipidi alimenti che sono da buttare perché oramai resi inutili. È importante non bloccare la forza risanatrice che sgorga dall’intimo del dono che avete ricevuto, e questo vi difende dalla tentazione di andare e venire senza meta, perché ‘nessun vento è favorevole a chi non sa dove va’”.
“Pertanto, non Vescovi spenti o pessimisti, che, poggiati solo su sé stessi e quindi arresi all’oscurità del mondo o rassegnati all’apparente sconfitta del bene, ormai invano gridano che il fortino è assalito. La vostra vocazione non è di essere guardiani di una massa fallita, ma custodi dell’Evangelii gaudium, e pertanto non potete essere privi dell’unica ricchezza che veramente abbiamo da donare e che il mondo non può dare a sé stesso: la gioia dell’amore di Dio”.
“Amate il popolo che Dio vi ha dato, anche quando loro avranno commesso grandi peccati’, senza stancarvi di ‘salire dal Signore’ per ottenere perdono e un nuovo inizio, anche al prezzo di veder cancellate tante vostre false immagini del volto divino o le fantasie che avete alimentato circa il modo di suscitare la sua comunione con Dio”.
“E l’accoglienza sia per tutti senza discriminazione, offrendo la fermezza dell’autorità che fa crescere e la dolcezza della paternità che genera. E, per favore, per favore, non cadete nella tentazione di sacrificare la vostra libertà circondandovi di corti, cordate o cori di consenso, poiché nelle labbra del Vescovo la Chiesa e il mondo hanno il diritto di trovare sempre il Vangelo che rende liberi”.
“Dialogate con rispetto con le grandi tradizioni nelle quali siete immersi, senza paura di perdervi e senza bisogno di difendere le vostre frontiere, perché l’identità della Chiesa è definita dall’amore di Cristo che non conosce frontiera. Pur custodendo gelosamente la passione per la verità, non sprecate energie per contrapporsi e scontrarsi ma per costruire e amare”.
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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI NUOVI VESCOVI NOMINATI NEL CORSO DELL'ANNO
Sala Clementina
Giovedì, 18 settembre 2014

Cari Fratelli,
sono lieto di incontrarvi ora personalmente, perché in verità devo dire che in qualche modo già vi conoscevo. Non tanto tempo fa siete stati presentati a me dalla Congregazione per i Vescovi o da quella per le Chiese Orientali. Siete i frutti di un lavoro assiduo e della instancabile preghiera della Chiesa che, quando deve scegliere i suoi Pastori, vuole attualizzare quell’intera notte passata dal Signore sul monte, alla presenza del Padre suo, prima di chiamare quelli che ha voluto per stare con Lui e per essere inviati nel mondo.
Ringrazio pertanto nelle persone dei Signori Cardinali Ouellet e Sandri tutti coloro che hanno contribuito a preparare la vostra scelta come Vescovi e si sono prodigati per organizzare queste giornate di incontro, sicuramente feconde, nelle quali si gusta la gioia di essere Vescovi non isolati ma in comunione, di sentire la corresponsabilità del ministero episcopale e la sollecitudine per l’intera Chiesa di Dio.
Conosco il vostro curriculum e nutro grandi speranze nelle vostre potenzialità. Ora posso finalmente associare la prima conoscenza avuta dalle carte a dei volti, e dopo aver sentito parlare di voi, posso personalmente ascoltare il cuore di ciascuno e fissare lo sguardo su ciascuno per scorgere le tante speranze pastorali che Cristo e la sua Chiesa ripongono in voi. È bello veder rispecchiato nel volto il mistero di ciascuno e poter leggere quanto Cristo vi ha scritto. È consolante poter constatare che Dio non lascia mancare alla sua Sposa i Pastori secondo il suo cuore.
Cari Fratelli, il nostro incontro si svolge all’inizio del vostro cammino episcopale. È già passato lo stupore suscitato dalla vostra scelta; sono superate le prime paure, quando il vostro nome è stato pronunciato dal Signore; anche le emozioni vissute nella consacrazione ora si vanno gradualmente depositando nella memoria e il peso della responsabilità si adatta, in qualche modo, alle vostre pur fragili spalle. L’olio dello Spirito versato sul vostro capo ancora profuma e al tempo stesso va scendendo sul corpo delle Chiese a voi affidate dal Signore. Avete già sperimentato che il Vangelo aperto sul vostro capo è diventato casa dove si può abitare con il Verbo di Dio; e l’anello nella vostra mano destra, che alle volte stringe troppo o qualche volta rischia di scivolare, possiede comunque la forza di saldare la vostra vita a Cristo e alla sua Sposa.       
Nell’incontrarvi per la prima volta, vi prego principalmente di non dare mai per scontato il mistero che vi ha investito, di non perdere lo stupore di fronte al disegno di Dio, né il timore di camminare in coscienza alla sua presenza e alla presenza della Chiesa che è prima di tutto sua. In qualche parte di sé stessi bisogna conservare al riparo questo dono ricevuto, evitando che si logori, impedendo che sia reso vano.        
Ora consentitemi di parlarvi con semplicità su alcuni temi che mi stanno a cuore. Sento il dovere di ricordare ai Pastori della Chiesa l’inscindibile legame tra la stabile presenza del Vescovo e la crescita del gregge. Ogni riforma autentica della Chiesa di Cristo comincia dalla presenza, da quella di Cristo che non manca mai, ma anche da quella del Pastore che regge in nome di Cristo. E questa non è una pia raccomandazione. Quando latita il Pastore o non è reperibile, sono in gioco la cura pastorale e la salvezza delle anime (Decreto De reformatione del Concilio di Trento IX). Questo diceva il Concilio di Trento, con tanta ragione.
Infatti, nei Pastori che Cristo dona alla Chiesa, Egli stesso ama la sua Sposa e dona la sua vita per lei (cfr Ef 5,25-27). L’amore rende simili coloro che lo condividono, perciò tutto quanto è bello nella Chiesa viene da Cristo, ma è anche vero che l’umanità glorificata dello Sposo non ha disprezzato i nostri tratti. Dicono che dopo anni d’intensa comunione di vita e di fedeltà, anche nelle coppie umane le tracce della fisionomia degli sposi gradualmente si comunicano a vicenda ed entrambi finiscono per assomigliarsi.
Voi siete stati legati da un anello di fedeltà alla Chiesa che vi è stata affidata o che siete chiamati a servire. L’amore per la Sposa di Cristo gradualmente vi consente di imprimere traccia di voi nel suo volto e al tempo stesso di portare in voi i tratti della sua fisionomia. Perciò serve l’intimità, l’assiduità, la costanza, la pazienza.
Non servono Vescovi contenti in superficie; si deve scavare in profondità per rintracciare quanto lo Spirito continua a ispirare alla vostra Sposa. Per favore, non siate Vescovi con scadenza fissata, che hanno bisogno di cambiare sempre indirizzo, come medicine che perdono la capacità di guarire, o come quegli insipidi alimenti che sono da buttare perché oramai resi inutili (cfr Mt 5,13). È importante non bloccare la forza risanatrice che sgorga dall’intimo del dono che avete ricevuto, e questo vi difende dalla tentazione di andare e venire senza meta, perché “nessun vento è favorevole a chi non sa dove va”. E noi abbiamo imparato dove andiamo: andiamo sempre da Gesù. Siamo alla ricerca di conoscere «dove dimora», perché non si esaurisce mai la sua risposta data ai primi: «Venite e vedrete» (Gv 1,38-39).
Per abitare pienamente nelle vostre Chiese è necessario abitare sempre in Lui e da Lui non scappare: dimorare nella sua Parola, nella sua Eucaristia, nelle «cose del Padre suo» (cfr Lc 2,49), e soprattutto nella sua croce. Non fermarsi di passaggio, ma lungamente soggiornare! Come inestinguibile rimane accesa la lampada del Tabernacolo delle vostre maestose Cattedrali o umili Cappelle, così nel vostro sguardo il Gregge non manchi di incontrare la fiamma del Risorto. Pertanto, non Vescovi spenti o pessimisti, che, poggiati solo su sé stessi e quindi arresi all’oscurità del mondo o rassegnati all’apparente sconfitta del bene, ormai invano gridano che il fortino è assalito. La vostra vocazione non è di essere guardiani di una massa fallita, ma custodi dell’Evangelii gaudium, e pertanto non potete essere privi dell’unica ricchezza che veramente abbiamo da donare e che il mondo non può dare a sé stesso: la gioia dell’amore di Dio.
Vi prego inoltre di non lasciarvi illudere dalla tentazione di cambiare di popolo. Amate il popolo che Dio vi ha dato, anche quando loro avranno “commesso grandi peccati”, senza stancarvi di “salire dal Signore” per ottenere perdono e un nuovo inizio, anche al prezzo di veder cancellate tante vostre false immagini del volto divino o le fantasie che avete alimentato circa il modo di suscitare la sua comunione con Dio (cfr Es 32,30-31). Imparate il potere umile ma irresistibile della sostituzione vicaria, che è la sola radice della redenzione.
Anche la missione, resasi così urgente, nasce da quel «vedere dove dimora il Signore e rimanere con lui» (cfr Gv 1,39). Solo chi incontra, rimane e dimora acquisisce il fascino e l’autorevolezza per condurre il mondo a Cristo (cfr Gv 1,40-42). Penso a tante persone da portare a Lui. Ai vostri sacerdoti, in primis. Ce ne sono tanti che non cercano più dove Lui abita, o che dimorano in altre latitudini esistenziali, alcuni nei bassifondi. Altri, dimentichi della paternità episcopale o magari stanchi di cercarla invano, ora vivono come se non ci fossero più padri o si illudono di non aver bisogno di padri. Vi esorto a coltivare in voi, Padri e Pastori, un tempo interiore nel quale si possa trovare spazio per i vostri sacerdoti: riceverli, accoglierli, ascoltarli, guidarli. Vi vorrei Vescovi rintracciabili non per la quantità dei mezzi di comunicazione di cui disponete, ma per lo spazio interiore che offrite per accogliere le persone e i loro concreti bisogni, dando loro l’interezza e la larghezza dell’insegnamento della Chiesa, e non un catalogo di rimpianti. E l’accoglienza sia per tutti senza discriminazione, offrendo la fermezza dell’autorità che fa crescere e la dolcezza della paternità che genera. E, per favore, non cadete nella tentazione di sacrificare la vostra libertà circondandovi di corti, cordate o cori di consenso, poiché nelle labbra del Vescovo la Chiesa e il mondo hanno il diritto di trovare sempre il Vangelo che rende liberi.
Poi c’è il Popolo di Dio a voi affidato. Quando, nel momento della vostra consacrazione, il nome della vostra Chiesa è stato proclamato, si riverberava il volto di coloro che Dio vi stava donando. Questo Popolo ha bisogno della vostra pazienza per curarlo, per farlo crescere. So bene quanto si è reso deserto il nostro tempo. Serve, poi, imitare la pazienza di Mosè per guidare la vostra gente, senza paura di morire come esuli, ma consumando fino all’ultima energia vostra non per voi ma per far entrare in Dio coloro che guidate. Niente è più importante che introdurre le persone in Dio! Vi raccomando soprattutto i giovani e gli anziani. I primi perché sono le nostre ali, e i secondi perché sono le nostre radici. Ali e radici senza le quali non sappiamo che cosa siamo e nemmeno dove dovremo andare.   
Alla fine del nostro incontro, consentite al Successore di Pietro che vi guardi profondamente dall’alto del Mistero che ci unisce in modo irrevocabile. Oggi, vedendovi nelle vostre diverse fisionomie, che rispecchiano l’inesauribile ricchezza della Chiesa diffusa in tutta la terra, il Vescovo di Roma abbraccia la Cattolica. Non è necessario ricordare le singolari e drammatiche situazioni dei nostri giorni. Quanto vorrei quindi che risuonasse, per mezzo di voi, in ogni Chiesa un messaggio di incoraggiamento. Tornando alle vostre case, ovunque esse siano, portate per favore il saluto di affetto del Papa e assicurate alla gente che è sempre nel suo cuore.
Vedo in voi le sentinelle, capaci di svegliare le vostre Chiese, alzandovi prima dall’alba o in mezzo alla notte per ridestare la fede, la speranza, la carità; senza lasciarvi assopire o conformare con il lamento nostalgico di un passato fecondo ma ormai tramontato. Scavate ancora nelle vostre sorgenti, con il coraggio di rimuovere le incrostazioni che hanno coperto la bellezza e il vigore dei vostri antenati pellegrini e missionari che hanno impiantato Chiese e creato civiltà.
Vedo in voi uomini capaci di coltivare e di far maturare i campi di Dio, nei quali le giovani seminature attendono mani disposte ad annaffiare quotidianamente per sperare raccolti generosi.
Vedo infine in voi Pastori in grado di ricomporre l’unità, di tessere reti, di ricucire, di vincere la frammentarietà. Dialogate con rispetto con le grandi tradizioni nelle quali siete immersi, senza paura di perdervi e senza bisogno di difendere le vostre frontiere, perché l’identità della Chiesa è definita dall’amore di Cristo che non conosce frontiera. Pur custodendo gelosamente la passione per la verità, non sprecate energie per contrapporsi e scontrarsi ma per costruire e amare.
Così, sentinelle, uomini capaci di curare i campi di Dio, pastori che camminano davanti, in mezzo e dietro al gregge, vi congedo, vi abbraccio, augurando fecondità, pazienza, umiltà e molta preghiera. Grazie.



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