venerdì 29 luglio 2011

Incontrare qualcosa che corrisponda alla nostra attesa




Julián Carrón*
Alfa y Omega, 28 luglio 2011

Quando penso a un giovane di oggi che si sta aprendo alla vita, sono invaso da una tenerezza infinita: come si orienterà in questa babele piena di opportunità e di sfide in cui gli tocca vivere? Basta vedere la televisione, o accostarsi a un’edicola o a una libreria per vedere la varietà di opzioni che si trova davanti. Scegliere quella giusta è un’impresa ardua.
Ma se da una parte è commovente pensare a un ragazzo che si trova davanti a una simile sfida, mi meraviglia ancor di più il fatto che colui il quale ci ha posto nella realtà non abbia avuto alcun ritegno nel correre un simile rischio. Fino al punto di scandalizzare coloro che vorrebbero risparmiarlo a se stessi e agli altri, figli, amici o alunni che fossero.
Il Mistero, tuttavia, non ci ha lanciato nell’avventura della vita senza fornirci di una bussola con cui potessimo orientarci. Questa bussola è il cuore. Nella nostra epoca il cuore è stato ridotto a un sentimento, a uno stato d’animo. Ma tutti noi possiamo riconoscere nella nostra esperienza che il cuore non si lascia ridurre, non si conforma a nessuna cosa. “L’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente”, dice il Papa nel suo Messaggio. E noi lo sappiamo bene.
Perciò, chi prende sul serio il suo cuore, fatto per ciò che è grande, comincia ad avere un criterio per comprendere se stesso e la vita, per giudicare la verità o la falsità di qualunque proposta che spunti all’orizzonte della sua vita. “Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia.”
C’è qualcosa che sia all’altezza delle nostre esigenze più profonde, che possa rispondere al nostro anelito, grande come l’infinito? Molti risponderanno che una cosa simile non esiste, vista la delusione che in tante occasioni hanno sperimentato riponendo la loro speranza in qualcosa che era destinato a deluderli. Ma nessuno di noi può fare a meno di sperare. È irrazionale questa aspettativa? E allora, perché speriamo? Perché è la cosa più razionale: nessuno di noi può affermare con certezza che non esiste.
Ma scopriremo che esiste solo se avremo l’opportunità di incontrare qualcosa che corrisponda veramente alla nostra attesa. Come i primi che incontrarono Gesù: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.
Da quando questo fatto è entrato nella storia, nessuno che ne abbia avuto notizia ha più potuto o potrà stare tranquillo. Tutto lo scetticismo del mondo non potrà eliminarlo dalla faccia della terra.
Resterà là, sull’orizzonte della sua vita, come una promessa che rappresenta la più grande sfida che abbia dovuto affrontare. “Chi mi seguirà riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. Solo chi ha il coraggio di verificare nella vita la promessa contenuta nell’annuncio cristiano potrà scoprire che esso è capace di rispondere alla sua attesa. Senza questa verifica non potrà esistere una fede all’altezza della natura razionale dell’uomo, vale a dire, capace di continuare a essere interessante per lui.

* presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

La forza di un nome di uomo

Cosa è essere la 40 esima o 41 esima vittima di una guerra lontana, in terra Afghana? Essere un nome che quasi nessuno ricorda se non chi lo ha sempre pronunciato e fissato in qualche luce del centro e del sud d'Italia. Essere la 40esima o 41esima vittima per una mina, un attacco, un cavolo di sbaglio o di fatalità in una guerra che non tocca le nostre case, di cui parlano giusto i politici tra loro (e quelli che hanno i nomi di questi uomini 40esimi, 41esimi cuciti nel sangue e nel sorriso e nel pianto) - essere qualcosa di secondario, di strano in questa cronaca che va dal possibile fallimento dello stato americano alle bustarelle possibili del Pd.
Qualcosa che però ha la forza di un nome inciso nella morte e nella guerra. Una forza che nessuna polemicuzza politica, nessuna caduta o resurrezione di governo ha. La forza di un nome d'uomo inciso nella morte e nella guerra. Una piastra di sole nella terribile perpetua micidiale guerra umana. Si chiamava David, 28 anni, di Ostia nuova. 41esima vittima. Sua madre ha accarezzato a lungo la bara, prima di lasciarla andare. Come una madre antica e futura.
Non è cronaca. E' l'eterno e il tempo che si uniscono e gridano insieme. E insieme possono anche cantare, anche in mezzo alla guerra.
dr - http://www.clandestinozoom.it

martedì 26 luglio 2011

Senza Cristo la ribellione al potere diventa follia»


Oslo, la manifestazione in memoria delle vittime.




di Aldo Trento
26/07/2011 - A Oslo, in un Paese dal "sistema perfetto", «si è inceppato l'uomo». Padre Aldo Trento dalle colonne del Foglio commenta la tragedia: «Ci vuole l'incontro con qualcuno per cui il cuore è fatto, per riprendere in mano la vita»


Mentre tutti sono in vacanza sognando di vincere lo stress di una vita sempre meno vita perché perfino il desiderio, come diceva mesi fa una statistica del Censis, sembra essersi spento nel cuore degli italiani, ci arriva dalla Norvegia la terribile notizia di due attentati con un centinaio di morti. Che schiaffo per tutti! Proprio dalla Norvegia, uno dei paesi più “perfetti” del mondo, dove l’onestà e l’organizzazione sociale sono additate come esempio, è accaduto un fatto che ha sconvolto tutti. Lo sgomento è grande come il dolore per le vittime e le loro famiglie, eppure non possiamo fermarci qui, non possiamo non cercare di capire che cosa si è inceppato in questa macchina “perfetta”.
Che cosa si è inceppato? L’uomo. Il cuore dell’uomo è sempre più stanco dei continui imbrogli cui è sottoposto da un potere dominante che, avendo eliminato Dio (o avendolo ridotto a un’ideologia) è riuscito ad anestetizzare l’uomo facendogli credere che la sua vita dipenda dal potere stesso. Ma quest’operazione, che Luigi Giussani definiva come “effetto Chernobyl”, non poteva e non potrà durare a lungo, perché non ci sarà potere al mondo che possa addormentare fino a ucciderlo il cuore dell’uomo. Anche se in Norvegia, come in ogni parte del mondo, il potere potrà far credere ai suoi concittadini che se vivono è grazie a esso e i cittadini potranno anche esserne grati. Una volta anestetizzati, quest’operazione che pretende di cambiare la genetica umana, non può durare per molto tempo, perché dentro ognuno di noi c’è un Icaro che non sopporta di rimanere impigliato in una gabbia che gli impedisce di volare.
L’uomo, il cuore dell’uomo, è fatto per volare. Perciò o questa esigenza incontra la sua libertà o si trasforma in follia. Non si può arginare quella sete e fame di felicità, di amore, di bellezza, di verità, di giustizia che costituiscono il tessuto del cuore umano. Uno potrà maledire questi battiti, ma non potrà non farci i conti. E se il potere dimentica questa verità, per quanto perfetti siano i suoi sistemi, e anche se l’uomo stesso si dimentica, arriva inevitabilmente il momento della follia e le conseguenze sono state visibili a Oslo. Una follia che può avere come origine anche un cristianesimo ridotto a ideologia. Quando uno non ha incontrato la presenza di Cristo come un fatto che risponde pienamente alle esigenze della ragione e del cuore umano, ma un’idea o un’ispirazione che usa di Cristo, è inevitabile la censura della ragione da cui derivano fanatismo e violenza. Quanti orrori si sono compiuti usando il nome di Cristo, dove Cristo in tutto questo non c’entra niente! Il cristianesimo è un avvenimento verificabile nella sua profonda ragionevolezza solo dentro la realtà vissuta interamente. Cristo ha bisogno dell’uomo nella sua interezza, e l’uomo ha bisogno di Cristo.
Allora di fronte a questa tragedia è urgente, affinché questi fratelli non siano morti invano, prendere sul serio il nostro cuore con i suoi desideri ben espressi nel Salmo 62: «Oh Dio, Tu sei il mio Dio, per te io mi sveglio all’alba, la mia anima ha sete di te, la mia carne ha ansia di te, come terra secca, piena di crepe senza acqua». O come ci ricorda Giuseppe Ungaretti: «Chiuso fra cose mortali (anche il cielo pieno di stelle finirà), perché bramo Dio?». L’uomo è relazione con l’eterno, è relazione con l’Infinito, e se il mio cuore non incontra questo Tu per cui è fatto, non ci sarà sistema sociale, per quanto perfetto sia, che potrà impedirgli la pazzia e tutto ciò che consegue. Se Dio non esiste o è ridotto a un idolo, a ideologia, tutto è possibile. Ma che Dio esiste è il cuore a dircelo! È il cuore che grida: voglio l’Infinito. Il potere moderno nasce prescindendo da Dio, nasce pretendendo di essere lui Dio, di essere lui ciò di cui il cuore ha bisogno, e allora è inevitabile che arrivino questi tsunami che ci fanno tremare. Non bastano i valori per vivere, e ancora meno la pretesa di essere onesti, come da decenni anche nella Chiesa ci ripetiamo. Ci vuole una marcia in più, ci vuole un incontro con qualcuno per cui il cuore è fatto, per riprendere in mano la vita. Ci vuole che riaccada adesso, in piena estate, mentre tutti sono sdraiati come polli senza piume sulle spiagge o come cerbiatti camminando in montagna, quanto è accaduto a Giovanni e Andrea, a Zaccheo, alla Maddalena. Ci vuole l’incontro con quello sguardo in cui il Mistero, ciò di cui è fatto il cuore, si è fatto carne. Ci vuole che lo sguardo di Cristo incroci il nostro. Quello sguardo che ci rende consapevoli che prima della follia c’è il perdono, c’è la misericordia.
È ciò che è accaduto a me quando l’illusione del potere nella sua espressione ideologica mi stava mangiando il cervello, convinto com’ero che Cristo non fosse sufficiente per liberare l’uomo dalla sua follia, e che continua ad accadermi riempiendomi di letizia ogni giorno. La tragedia accaduta in Norvegia interpella la responsabilità che abbiamo come cristiani dentro il mondo. La nostra esperienza di Cristo è il riaccadere di quanto è accaduto a Giovanni e Andrea o è un insieme di valori, una morale, incapace di resistere alle sfide che ci pone il mondo moderno? Chi ci guarda in questi giorni, osservando il nostro volto è affascinato per la bellezza di uno sguardo in cui è evidente la tenerezza di Cristo? Al fanatismo religioso si può rispondere solo mostrando nella vita quotidiana la ragionevolezza della nostra fede. Non c’è niente di più blasfemo che definire il cristianesimo di destra o di sinistra. II cristianesimo è solo Cristo, cioè uomo. Essere cristiano non è aggiungere un aggettivo alla parola “uomo”, ma è il nome proprio dell’uomo, direbbe Giussani, di quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé.
di Aldo Trento
(da Il Foglio, 26 luglio 2011)

domenica 24 luglio 2011

XAVIER TILLIETTE - Il Gesù dei filosofi


Proprio oggi compie novant’anni Xavier Tilliette, padre gesuita francese, decano dei filosofi europei. Durante le sue originali ricerche s’è occupato di grandissimi pensatori, primo fra tutti Schelling, del quale non solo resta il maggior conoscitore vivente, ma colui che in assoluto è riuscito a scandagliare i recessi più ignoti, trovando il filo rosso per comprenderne il proteiforme, svettante e abissale pensiero. Ma il più grande filosofo, con cui ha dialogato intimamente e su cui ha scritto lungo tutta la sua vita, educando schiere di allievi - all’Institut Catholique di Parigi e all’Università Gregoriana a Roma - a scoprirne le profondità di interrogazione, è per Lui Gesù Cristo, il Cristo che è intrinsecamente filosofo. E con Cristo filosofo Tilliette sta ancora intrattenendo colloqui riservati, ora che vive ritirato dall’insegnamento e dalle pubbliche discussioni. Fra le sue opere ricordiamo, presso Queriniana, Filosofi davanti a Cristo (1989) e con Morcelliana La Settimana Santa dei filosofi (1992), Il Cristo della filosofia (1996), L’intuizione intellettuale da Kant a Hegel (2001).

Sono andato a trovarlo per rendergli omaggio, compiendo ancora una tappa del nostro dialogico cammino, intrapreso sulle orme di Schelling. Lo distolgo per qualche ora dalla meditante preghiera che sempre più sembra rapirlo. Ma per lui il colloquio filosofico rasenta spesso quello con Dio, entrambi altamente interrogativi.

Vorrei partire dalla "cristologia filosofica", il tema su cui lei ha più insistito nelle sue ricerche, essendone anche il primo formulatore...
«Il Cristo nella filosofia è una scoperta mia. C’è un Cristo teologico comprensibile solo con tutta la riflessione della filosofia anteriore, con una determinazione veramente filosofica della presenza di Cristo sia nella cultura sia nella filosofia. È importante non confondere la fede in Gesù Cristo, Dio fatto uomo, con il Cristo della cultura, personaggio storico. Il Cristo della filosofia è già un personaggio della cultura. Si passa da una conoscenza empirica, quasi fisica, accidentale, ad una presenza salda e forte nella filosofia. È questa la mia scoperta, il ruolo capitale di Cristo nella cultura umana e quindi prima nella filosofia».

Lei ha inoltre elaborato una distinzione ulteriore. Innanzitutto si è a lungo occupato dei filosofi che hanno studiato la figura di Cristo anche senza essere cristiani, senza provare la fede, da un punto di vista meramente culturale, cosa importantissima e che nessuno aveva precedentemente fatto, ma poi anche ha fatto vedere come ci sia una cristologia filosofica che in Cristo stesso trova il filosofo: Cristo filosofo, che si interroga e interroga noi, che è filosofo...
«Cristo si inserisce nella filosofia come un elemento misterioso ma motore: non solamente un fatto ma anche un atto. Per questo mi sembra che la filosofia, in segreto, sia una cristologia. Ma questo non lo si può dire così, senza ulteriori esplicazioni. Bisogna studiare il ruolo stesso di Cristo nella filosofia, tra i filosofi. L’avevo già fatto all’inizio, ma l’ho tematizzato dopo. I più profondi problemi cristologici appartengono alla filosofia. Come ad esempio la sofferenza. Perché per un filosofo che significa la sofferenza? Poca cosa, un mistero. Ma la filosofia dà la chiave».

La cristologia filosofica ci conduce anche all’escatologia: cosa ne sarà in futuro della sofferenza?
«La cristologia filosofica diventa anche una filosofia della sofferenza e inserisce la sofferenza nella stesura stessa della filosofia».

Escatologicamente parlando, della sofferenza ci sarà una memoria, oppure ci sarà soltanto un’apocatastasi che distrugga tutto il negativo?
«No, ci sarà la ragion d’essere».


Più volte papa Benedetto XVI ha richiamato con efficacia la questione ecologica, ribadendo l’importanza della riflessione teologica sulla salvaguardia del creato, di fronte alle possibilità incombenti di catastrofi ambientali, che possano risultare naturali o antropiche. Cosa può dire in merito una cristologia filosofica quale lei prospetta, ad esempio richiamandosi a quello straordinario passo di san Paolo (Romani, 8), in cui si parla di «attesa trepidante della creazione» per la redenzione dalla «schiavitù alla caducità» a cui è soggetta la natura stessa?
«La negatività, la sofferenza, la negazione, l’ignoranza anche: tutto quello che rimane nella riflessione senza essere realmente assimilato o accettato, tutto questo ricorda il nostro inserimento nel segreto, nel mistero del non conoscibile, concepibile, razionalizzabile. Dobbiamo inserire sofferenza, negazione, male in una forma specifica della filosofia, che è il suo mistero: negativo, non positivo. Questo credo che lo abbiano visto pochi filosofi. I filosofi che indagano la sofferenza, la difficoltà, la pena sono filosofi che appartengono a questa categoria speciale del pensiero, che fa parte della nostra vita».

Un altro grande tema che ha molto approfondito nei suoi studi è quello dell’intuizione intellettuale...
«L’intuizione intellettuale è anche l’intuizione della difficoltà, del male, della solitudine. Ho voluto rifarmi a questa zona negativa attorno alla filosofia e anche attorno al segreto, al mistero della vita, dell’esperienza. Credo che il mistero, il segreto, l’ignoto faccia parte della filosofia».

È il culmine del sapere come dotta ignoranza?
«O come ignoranza senza essere dotta. Bisogna lasciare alla filosofia qualcosa addosso che fa parte dell’al di qua, in cui essa si trova, con una concezione un po’ pessimista della vita. E vedere la filosofia come una scienza sempre in ricerca, in divenire».
Francesco Tomatis

sabato 23 luglio 2011

Risurrezione e fede cristiana - Il seme più piccolo della storia

«La fede cristiana — scrive Benedetto XVI in Gesù di Nazaret — sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere — una sorta di concezione religiosa del mondo —, ma la fede cristiana è morta». Il messaggio cristiano in questa prospettiva sarebbe abbandonato totalmente alla nostra interpretazione soggettiva e risulterebbe valido solo nella misura in cui ci convince. A questo è stato ridotto oggi il cristianesimo, e non meno dai cristiani che dai laici, volendolo rendere conforme alle esigenze della ragione.
Ma solo se Gesù è risorto «è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo». Infatti nella risurrezione di Gesù non si è trattato solo del miracolo di un cadavere rianimato, come nella risurrezione del giovane di Nain, della figlia di Giairo o di Lazzaro: essa ci interesserebbe solo fino a un certo punto. La risurrezione di Gesù — secondo le testimonianze neotestamentarie — è stata invece «l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò — una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini». Non è, dunque, un fatto che appartiene solo al passato: è una «mutazione decisiva», un «salto di qualità» dell’umano. «Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomini, una possibilità che interessa tutti e apre (...) un nuovo genere di futuro per gli uomini».
Con essa accade un avvenimento che riempie di significato la vita degli uomini, inizia una presenza in cui l’esistere comincia ad avere il suo compimento, anche se tale presenza, «condizione definitiva e differente», si pone ancora «nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere».
Si spiega così l’iniziale difficoltà a comprendere dei discepoli. Ma infine essi furono sopraffatti dalla realtà: «è veramente Lui; Egli vive e ci ha parlato, ci ha concesso di toccarlo, anche se non appartiene più al mondo di ciò che è normalmente è toccabile». Una esperienza del tutto incontestabile.
Nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, il vecchio Tiresia insegna al giovane Edipo che «essere cieco non è una disgrazia diversa dall’essere vivo», perché nel mondo non accade nulla di significativo, che valga la pena vedere, nulla a cui si possa dare il nome di bene o di male. «Tutte le cose sono un urto, non altro».
La risurrezione di Gesù si pone dentro il mondo come l’evento in cui ogni altro è riscattato dal non senso, trova consistenza e speranza di salvezza. Ma può veramente essere stato così? Possiamo noi moderni dar credito a una testimonianza del genere? Non è in contrasto con la scienza? La risposta del Papa sovverte queste domande: «Può veramente esserci solo ciò che esiste da sempre? Non può esserci la cosa inaspettata, inimmaginabile, la cosa nuova?». È come se sfidasse la ragione dell’uomo ad accogliere la suprema categoria del pensare, cioè l’apertura incondizionata alla realtà e a ogni possibilità: «Se Dio esiste, non può Egli creare anche una dimensione nuova della realtà umana?». E non è la creazione stessa, in fondo, attesa di questa ultima e più alta «mutazione», di questo definitivo «salto di qualità»? Ed essa non attende forse «l’unificazione del finito con l’infinito, l’unificazione tra l’uomo e Dio, il superamento della morte?».
Solo per una ragione in grado di aprirsi veramente — disponibile a riconoscere anche ciò che non aveva previsto né poteva prevedere — si compie la sua più intima attesa di un significato esauriente dell’esistenza. Certo, la risurrezione di Gesù è entrata nel mondo come qualcosa di «poco appariscente»: a prima vista, «è il seme più piccolo della storia». Reca tuttavia in sé le potenzialità infinite di Dio. E si giova della forza convincente della testimonianza cristiana che, con «coraggio assolutamente nuovo», dopo duemila anni si ripete: in essa albeggia quella condizione umana «definitiva e differente» iniziata nel Risorto. Così la risurrezione del Signore accade oggi.
Francesco Ventorino
Città del Vaticano, 23 luglio 2011. http://www.osservatoreromano.va

domenica 17 luglio 2011

Come salvaguardare il vero «otium».Celebrare l’inutile il segreto della vacanza.

Diceva Platone che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui salvarsi grazie al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari della vita quotidiana, priva della dimensione divina del vivere.

Gli antichi, interpreti del mondo caduto, avevano ragione, ma da quando il Verbo si è fatto carne il lavoro non è condanna, ma benedizione. Nel progetto originario l’uomo è posto nell’Eden per custodirlo e coltivarlo, prima della Caduta, che non ha determinato il lavoro, ma la fatica e la resistenza. La creazione resiste e aspetta nelle doglie del parto che l’uomo la faccia partorire attraverso il lavoro. Lo sa bene ogni artista, che prova a piegare parole, pietre, colori alla bellezza concepita. Cristo lavorò trent’anni da falegname e fece la redenzione tanto quanto gli ultimi tre, ma purtroppo troppo spesso quei trenta, a piallare tavoli a Nazareth, ce li dimentichiamo.

Il lavoro si è di nuovo impregnato della visione pagana. È schiavitù da cui fuggire o contenitore di auto-affermazione, non cura e salvezza di me, della parte di mondo che mi è affidata e delle persone che ci sono dentro. La visione tragica del lavoro origina l’otium come fuga e divertimento dionisiaco: un annullamento dell’io bisognoso di azzeramento, come si fa con il pc quando si sovraccarica. L’otium diventa così terreno fertile per la noia. Questa accidia è la rinuncia alle aspirazioni connaturali alla dignità umana, un ostinato non voler essere sé stessi che ci porta sino alla disperazione, l’altra faccia dell’attivismo workaholic (alcolismo da lavoro).

Ad accidia e attivismo si oppone il vero otium, che non è l’assenza esteriore di lavoro (le ferie), ma uno stato dello spirito, che riposa sia a lavoro sia in vacanza. È un atteggiamento di apertura quieta e silenziosa, di chi riceve in dono la realtà. Solo così si scopre che il lavoro, anche se stanca, non è fatica, ma riposo, e che la vacanza non è vuoto, ma pienezza.

Ne Il piccolo principe c’è un lampionaio che accende e spegne le luci sul suo pianeta, ma il pianeta ha cominciato a girare sempre più veloce e richiede un lavoro frenetico, pur di rispettare la consegna ricevuta. Il lampionaio disperato vorrebbe solo dormire e se ne lamenta con il bambino biondo, che gli suggerisce di «riposare lavorando»: camminare, invece di stare fermo, così da seguire il corso del sole, rimanendo fedele alla consegna, ma soprattutto a se stesso. Ci sono infiniti tramonti da contemplare, di cui il lampionaio si è dimenticato. Egli ha dimenticato il culto, la dimensione rituale dell’esistenza: godere senza possedere, lavorare riposando. Il culto sta al tempo, come il tempio allo spazio. Il tempio era il recinto sacro agli dei, separato dai terreni adibiti al lavoro. Il culto è il tempo strappato ai fini produttivi. Quello delle ferie, se vissuto utilitaristicamente per produrre divertimento diventa tempo senza riposo. Solo il culto protegge la vacanza da questa minaccia, in quanto tempo dedicato all’inutile. Separato dal culto, l’otium stanca.

Come raggiungere il vero otium? Festeggiando i beni del creato secondo i dettami del culto: godere della bellezza, celebrare l’inutile. C’è una razza di oche che dopo un lungo viaggio migratorio, distrutte dalla fatica, trovato lo specchio d’acqua che le salva, non si tuffano a capofitto a bere, ma inscenano una bellissima danza. Persino le oche celebrano ciò che è necessario, senza consumarlo subito. Con la e nella bellezza.

Siamo noi capaci di danzare, celebrare, gioire in questo tempo festivo, nel culto dei sacramenti (da leggere il recentissimo libro di A.Mardegan, «Il sacramento della gioia», per riscoprire che la confessione è una festa) e nella bellezza dei doni del creato, o abbiamo già riempito di disperazione il nostro otium?
Alessandro D’Avenia
Copyright 2011 © Avvenire

sabato 16 luglio 2011

Un dovere da condividere.La legge sulle Dat è un testo vero, utile, concreto



Oggi, una certa corrente di pensiero ritiene che la vita in certe condizioni si trasformi in un accanimento e in un calvario inutile, dimenticando che un’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia consentono anche a chi è stato colpito da patologie altamente invalidanti di continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità e di percorsi inesplorati prima della malattia. In questi tempi in cui si parla sempre più, con scarsa chiarezza, di diritto alla morte, del principio di autodeterminazione, di autonomia del paziente, si deve lavorare concretamente sul riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano che deve essere il punto di partenza e di riferimento di una società che difende il valore dell’uguaglianza e si impegna affinché la malattia e la disabilità non siano (o diventino) criteri di discriminazione sociale e di emarginazione.

Il dolore e la sofferenza (fisica, psicologica), in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili, ma non per questo sono senza significato: ed è qui che l’impegno della medicina e della scienza deve concretamente intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità, e per migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni forma di accanimento terapeutico. Questo è un compito prezioso che conferma il senso della nostra professione medica, non esaurito dall’eliminazione del danno biologico.

La medicina, i servizi sociosanitari e, più in generale, la società, forniscono quotidianamente delle risposte ai differenti problemi posti dal dolore e dalla sofferenza: risposte che devono essere implementate e potenziate e che sono l’esplicita negazione dell’eutanasia, del suicidio assistito e di ogni forma di abbandono terapeutico. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale. Si tratta di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una condizione di malattia: questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società, e favorisce decisioni rinunciatarie.

La legge sulle Dat, va vista anche come uno strumento che ci porterà a riflettere su temi eticamente sensibili, che stimolerà la cultura verso la malattia, la fragilità, la vulnerabilità, la disabilità. Ma sempre più quando si parla di questa nuova legge su vari quotidiani leggiamo che «la posta in gioco è libertà e dignità della vita» che non vererbbero tutelate... Ed ecco, allora, che – come cittadino, come persona con disabilità, come medico – io dico: diritto di morire o libertà di vivere? Eutanasia o accanimento terapeutico? Autodeterminazione o relazione clinica? Il confronto serio e costruttivo con tutti i protagonisti del dibattito in corso passa da una condizione preliminare: intendersi sulle parole, imbastire sine ira ac studio un lessico condiviso. La sensazione, però, che si stia andando in un’altra direzione. A svolgersi è sempre quello che io chiamo "il tema del benpensante", secondo la cui tesi in determinate situazioni di fragilità o di malattia la vita non è più degna di essere vissuta. I benpensanti perdono di vista il nucleo del problema: la vita umana,l’essere umano, la persona.

Si dovrebbe guardare alla vita umana come mistero non riducibile al suo livello biologico e non manipolabile da nessuno. È una questione totalmente e radicalmente "laica" che ha riguardato e riguarda ognuno di noi. La legge proposta guarda in modo incondizionato al bene del paziente, ribadisce l’inviolabilità e l’indisponibilità della vita umana, il "no" sia all’abbandono sia all’accanimento terapeutico, il "no" all’eutanasia e al suicidio assistito. Ed è necessaria, questa legge, perché il valore della vita e la salvaguardia della libertà e della dignità della persona umana non possono più essere lasciate a una qualche decisione dei giudici. È sbagliato dipingerla come una legge che divide, perché può, anzi deve, diventare uno strumento di condivisione per un obiettivo comune: lavorare concretamente sul riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano come punto di partenza e di riferimento di una società che difende il valore dell’uguaglianza.

Un Paese che voglia veramente dirsi civile deve essere in grado di mettere tutti i propri cittadini nella condizione di vivere con dignità anche l’esperienza della malattia e della grave disabilità, promuovendo l’inclusione e non l’esclusione sociale o, peggio ancora, l’isolamento e l’abbandono. Basta nascondersi dietro a falsi ideologismi pregiudiziali sulla definizioni di dignità della vita. La dignità della vita, di ogni vita, è un carattere ontologico che non può dipendere dal concetto di qualità di vita "misurata" in base a un processo utilitaristico. Basta affermazioni del tipo nutrizione e idratazione sono atti terapeutici, artificiali, no, sono semplici strumenti di supporto vitale. Dovremmo però essere anche noi medici a contribuire, assieme alle Istituzioni, a rinsaldare nel nostro Paese la certezza che ognuno riceverà trattamenti, cure e sostegni adeguati.

Si deve garantire al malato, alla persona con disabilità e alla sua famiglia ogni possibile, proporzionata e adeguata forma di trattamento, cura e sostegno. L’indipendenza e l’autonomia del medico, che è un cittadino al servizio di altri cittadini, potranno garantire che le richieste di cura e le scelte di valori dei pazienti siano accolte nel continuo sforzo di aiutare chi soffre e ha il diritto di essere accompagnato con competenza, solidarietà e amore nel percorso di fine vita.

Mario Melazzini - Presidente nazionaleAssociazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLAOnlus), Direttore scientifico Centro clinico NeMo-Milano
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