Nel giardino dell’Eden c’erano due alberi: quello della conoscenza e quello della vita (di cui purtroppo si parla poco...). Nel progetto originario la vita e il suo rapporto con l’uomo (la conoscenza) erano armonici e circolari: non c’era vita senza conoscenza, non c’era conoscenza senza vita, un poeta l’ha chiamata infatti co-nascenza. L’uomo scelse la conoscenza per ergersi a giudice unico della vita. Così la conoscenza stessa si offuscò sostituita da ideologie disumane e la vita si nascose, spesso inchinandosi a surrogati idolatrici che la soffocano.
Kafka diceva che siamo due volte separati da Dio perché abbiamo mangiato dell’albero della conoscenza, ma non di quello della vita. La conoscenza nasce dallo spalancarsi della vita e dall’apertura progressiva della ragione di fronte all’ampiezza della vita. Chi non ama la vita non può conoscerla, chi non conosce la vita non può amarla.
Il catechismo per i giovani sarà ottimo strumento di lavoro per aiutarli a mettere di più la testa al centro della loro fede, per evitare che essa sia il semplice portato di una tradizione o l’emozione instabile di adesione ad un gruppo.
Avevo 15 anni quando cominciai a riflettere in modo personale su quel bagaglio di convinzioni respirate da bambino: le risposte avute in passato non bastavano più. Iniziò così un faticoso processo di studio e vita che mi ha portato alla riappropriazione di ciò che avevo, ma non era ancora mio. Grazie alla presenza costante di persone che non si sottraevano alla sfida delle domande, abbracciavo la fede perché mi conveniva per la mia vita di tutti i giorni: non mi annoiavo mai, ero sempre innamorato e l’amore mi spingeva a voler conoscere di più ciò e chi amavo. Ancora oggi non mi annoio e non voglio tornare indietro: la vita felice si trova là dove il nostro essere non incappa nella morte e se vi incappa non ne resta schiacciato.
In quell’età molti ragazzi si dice perdano la fede. Non so se è vero. Non si perde ciò che non si è ancora trovato o - meglio - che non ci ha ancora trovato. Come può trovarli una fede spesso lontana dai loro quindici anni, fatta di concetti astratti e spesso noiosi (carità, virtù, preghiera) e non concreti e appassionanti (sesso, paura, corpo, amore, morte); una fede che non parte dai loro bisogni, come i seducenti e quotidiani 'non hanno più vino' o 'venite e vedrete'?
I ragazzi vogliono sapere se Cristo è un antidoto per la noia, la paura, la fragilità. Vogliono sapere se c’entra qualcosa con la sveglia la mattina. Vogliono sapere se è adrenalina più di uno sballo, se è estasi più di una pasticca, se è gioia più di una canna. Vogliono sapere se la salvezza, che vuol dire mettere una cosa nell’eternità, riguarda loro, adesso. Che se ne fanno loro di un uomo buono morto duemila anni fa se non c’entra con loro in questo preciso istante in cui sono tristi, soli, annoiati o esaltati, felici, innamorati?
Ha fame di conoscere Dio solo chi ha fame di vita. Diamo loro la vita a sorsate e porranno domande su Dio: amore e conoscenza, due alberi piantati nel cuore dell’uomo. Abbiamo noi il coraggio di rispondere alle loro domande e soprattuto di ascoltarle, come faceva Karol Wojtyla in canoa con i giovani universitari, vero humus della sua teologia del corpo? Il nuovo catechismo è strumento utile ed efficace, ma non basta. La verità deve tornare a sedurre la vita e la vita realizzare la verità. Ciò accade quando la verità si fa vita e viceversa, come scrive Giovanni nel suo Vangelo: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
I libri sono necessari. Cristo è indispensabile.
ALESSANDRO D’AVENIA - Copyright (c) Avvenire
giovedì 14 aprile 2011
mercoledì 13 aprile 2011
RISCOPRIRE LE RADICI E LA FORZA DI UNA PRATICA EDUCATIVA CRISTIANA:Elogio del fioretto
« Papà, cos’è un fioretto?». La domanda è arrivata a bruciapelo a un mio amico quarantenne dal figlio che in classe (quarta elementare) ha sentito pronunciare quella parola dal suo compagno di banco, che gli aveva confidato di come – durante la Quaresima – si fosse impegnato con un fioretto non da poco: niente tv per tre giorni alla settimana. Sacrificio che sta costando fatica al bambino, e che ha incuriosito il figlio del mio amico, digiuno della materia in quanto cresciuto in una famiglia sostanzialmente agnostica.
«Che cos’è un fioretto?» Alla mente del mio amico si sono riaffacciati lontani ricordi d’infanzia, i piccoli-grandi impegni assunti solennemente durante le sue Quaresime degli anni Settanta. A volte riusciva a onorarli, a volte no. Nati da una volontà e da uno spirito di sacrificio di cui va ancora fiero, ma di cui ha smarrito la ragione, come lui stesso ha amaramente ammesso quando me ne ha parlato: «Non so più perché ne valga la pena...».
Un tempo (non secoli fa) erano piuttosto diffusi, i fioretti. Pratica abituale in Quaresima e non solo. Tra i piccoli, ma anche tra gli adulti. Oggi sono una rarità, guardati con sufficienza, con un sorriso di compatimento a stento trattenuto, considerati alla stregua di un ferrovecchio spirituale. Quasi spazzati via dalla secolarizzazione che ha relegato Dio a soprammobile nel salotto buono dei valori, qualcosa che c’è ma, in fondo, non conta poi così tanto nel giorno per giorno.
Fare un sacrificio, perché? Per chi? In nome di cosa? Le domande bussano insistenti alla mente del mio amico quarantenne, provocato dalla domanda del figlio a trovare una risposta convincente. E diventano una sfida anche per me.
C’è un modo di vivere il sacrificio come un 'di meno', un fattore ultimamente negativo, che nasce da una concezione riduttiva del cristianesimo inteso come una sorta di prontuario del 'non fare'. Una concezione oggi piuttosto diffusa (anche tra certi cattolici). Nel libro-intervista con Peter Seewald Luce del mondo ,
Benedetto XVI dice: «Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore: il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva, un’esistenza vissuta sempre e soltanto 'contro' sarebbe insopportabile». Ci sono vari modi per ridurre, anche involontariamente, la portata educativa del fioretto: concepirlo come una rinuncia fine a se stessa o, al massimo, orientata a irrobustire la volontà personale. Oppure, quasi all’opposto, come qualcosa che si fa 'per gli altri' (risparmio per dare un contributo a un’opera meritoria, riduco gli sprechi di energia e di acqua per salvaguardare l’ambiente, ecc.). Tutti obiettivi che hanno una loro nobiltà, ma che ultimamente fanno leva sulla capacità di chi si cimenta nel fioretto, più che sull’attrattiva per Qualcosa di grande. Anzi, di Qualcuno di grande.
«Cristo me trae tutto, tanto è bello», scriveva Jacopone da Todi in una delle sue indimenticabili odi, che a distanza di secoli mantiene inalterata la sua potenza evocativa. È solo se viene mosso da un fascino, da un’attrattiva, che l’uomo può trovare l’energia necessaria al sacrificio. Al
sacrum facere,
al rendere sacro ciò che si fa. Il sacrificio diventa così la chiave di volta dell’esistenza. Per questo, digiuno ed elemosina (i gesti che più vengono richiamati durante la Quaresima) non sono una rinuncia, ma un’affermazione: l’affermazione di un’attrattiva che muove il cuore dell’uomo, gli dà la capacità di 'fare a meno' di qualcosa che il mondo ritiene irrinunciabile per seguire Qualcosa di cui non si può fare a meno se si vuole la vera felicità. «Essere uomini è come una scalata di montagna, con ripide salite – dice ancora il Papa in Luce del mondo
– ma è attraverso di esse che raggiungiamo le cime e possiamo sperimentare la bellezza dell’essere».
È solo per ammirare la bellezza di quelle cime, è solo per il fascino che l’Amato esercita sui nostri cuori, che vale la pena fare un fioretto. Anche oggi, anche in quest’epoca che dimentica l’Amato e insieme ne avverte la struggente nostalgia.
GIORGIO PAOLUCCI -Copyright (c) Avvenire
«Che cos’è un fioretto?» Alla mente del mio amico si sono riaffacciati lontani ricordi d’infanzia, i piccoli-grandi impegni assunti solennemente durante le sue Quaresime degli anni Settanta. A volte riusciva a onorarli, a volte no. Nati da una volontà e da uno spirito di sacrificio di cui va ancora fiero, ma di cui ha smarrito la ragione, come lui stesso ha amaramente ammesso quando me ne ha parlato: «Non so più perché ne valga la pena...».
Un tempo (non secoli fa) erano piuttosto diffusi, i fioretti. Pratica abituale in Quaresima e non solo. Tra i piccoli, ma anche tra gli adulti. Oggi sono una rarità, guardati con sufficienza, con un sorriso di compatimento a stento trattenuto, considerati alla stregua di un ferrovecchio spirituale. Quasi spazzati via dalla secolarizzazione che ha relegato Dio a soprammobile nel salotto buono dei valori, qualcosa che c’è ma, in fondo, non conta poi così tanto nel giorno per giorno.
Fare un sacrificio, perché? Per chi? In nome di cosa? Le domande bussano insistenti alla mente del mio amico quarantenne, provocato dalla domanda del figlio a trovare una risposta convincente. E diventano una sfida anche per me.
C’è un modo di vivere il sacrificio come un 'di meno', un fattore ultimamente negativo, che nasce da una concezione riduttiva del cristianesimo inteso come una sorta di prontuario del 'non fare'. Una concezione oggi piuttosto diffusa (anche tra certi cattolici). Nel libro-intervista con Peter Seewald Luce del mondo ,
Benedetto XVI dice: «Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore: il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva, un’esistenza vissuta sempre e soltanto 'contro' sarebbe insopportabile». Ci sono vari modi per ridurre, anche involontariamente, la portata educativa del fioretto: concepirlo come una rinuncia fine a se stessa o, al massimo, orientata a irrobustire la volontà personale. Oppure, quasi all’opposto, come qualcosa che si fa 'per gli altri' (risparmio per dare un contributo a un’opera meritoria, riduco gli sprechi di energia e di acqua per salvaguardare l’ambiente, ecc.). Tutti obiettivi che hanno una loro nobiltà, ma che ultimamente fanno leva sulla capacità di chi si cimenta nel fioretto, più che sull’attrattiva per Qualcosa di grande. Anzi, di Qualcuno di grande.
«Cristo me trae tutto, tanto è bello», scriveva Jacopone da Todi in una delle sue indimenticabili odi, che a distanza di secoli mantiene inalterata la sua potenza evocativa. È solo se viene mosso da un fascino, da un’attrattiva, che l’uomo può trovare l’energia necessaria al sacrificio. Al
sacrum facere,
al rendere sacro ciò che si fa. Il sacrificio diventa così la chiave di volta dell’esistenza. Per questo, digiuno ed elemosina (i gesti che più vengono richiamati durante la Quaresima) non sono una rinuncia, ma un’affermazione: l’affermazione di un’attrattiva che muove il cuore dell’uomo, gli dà la capacità di 'fare a meno' di qualcosa che il mondo ritiene irrinunciabile per seguire Qualcosa di cui non si può fare a meno se si vuole la vera felicità. «Essere uomini è come una scalata di montagna, con ripide salite – dice ancora il Papa in Luce del mondo
– ma è attraverso di esse che raggiungiamo le cime e possiamo sperimentare la bellezza dell’essere».
È solo per ammirare la bellezza di quelle cime, è solo per il fascino che l’Amato esercita sui nostri cuori, che vale la pena fare un fioretto. Anche oggi, anche in quest’epoca che dimentica l’Amato e insieme ne avverte la struggente nostalgia.
GIORGIO PAOLUCCI -Copyright (c) Avvenire
lunedì 11 aprile 2011
Il Mistero presente, la vittoria sul male

11/04/2011 - In un quartiere di Rio un ragazzo entra armato nella sua ex-scuola e uccide 12 bambini. Gli amici di Cl, scossi da una tragedia che «fa gridare dalla rabbia», pubblicano un volantino. Dove si mettono nelle mani di due testimoni della fede. Ecco il testo:
La scuola di Rio de Janeiro dove è avvenuta la tragedia.
Lo tsunami del Giappone ci ha lasciato tutti senza parole, davanti a tanto mistero non si riesce a dire nulla. Ma, sebbene sembri assurdo, ancora si poteva avere un sollievo finale nel dire che la forza della natura nella storia sempre si fa sentire e si afferma. Ma un giovane di 23 anni che entra in una scuola e spara all’impazzata e ammazza 12 bambini, questo forse è peggio di uno tsunami. Ti fa gridare dalla rabbia. Ti fa ribrezzo. Non c’è proprio un senso, se non il male.
Per chi ha fede c’è un Mistero. Cosa vuol dire realmente che siamo davanti a un Mistero? Mistero, quale è il fatto che Dio si sia fatto uomo, e sia morto e risorto.
Questo fatto (la resurrezione) per noi, cristiani - cattolici praticanti o simpatizzanti, agnostici e atei - è una cosa così risaputa che è diventata una nozione storica o un racconto mitologico. Ma che sia il criterio nel modo di giudicare e guardare tutto oggi, nel mondo di oggi, per noi è molto difficile. Che sia un fatto in grado di cambiare il nostro svegliarci al mattino, il nostro lavorare, il nostro guardare a quello che succede, di bello e di tragico, è una cosa molto difficile per noi moderni. Ma noi moderni abbiamo un vantaggio: siamo quelli che adesso più abbiamo bisogno di Lui, davanti a tutto quello che ci lascia attoniti e senza parole in questo mondo senza Dio noi siamo adesso quelli che più abbiamo bisogno di Dio, di un Dio che è morto e resuscitato e ha bisogno di me. Non un Dio lontano, che quindi non avrebbe avuto bisogno di soffrire e morire per l’uomo, ma un Dio amico che ha compassione del mio niente e mi fa essere e si fa compagnia a me.
Davanti a quanto accaduto in questa scuola vogliamo metterci davanti a due testimoni, che ci dicono che è possibile vivere con un senso, con la certezza della presenza di Dio fatto uomo, ora, non nell’aldilà, senza censurare o dimenticare nulla. Queste parole sono l’esperienza di due uomini che vogliamo guardare, davanti a questo Mistero vogliamo implorare che così diventi il nostro sguardo e la nostra certezza, di una Presenza amica che esiste ora.
«Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14s). La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere - una sorta di concezione religiosa del mondo -, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza. Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato.
Benedetto XVI
L’avvenimento non identifica soltanto qualcosa che è accaduto e con cui tutto è iniziato, ma ciò che desta il presente, definisce il presente, dà contenuto al presente, rende possibile il presente. Ciò che si sa o ciò che si ha diventa esperienza se quello che si sa o si ha è qualcosa che ci viene dato adesso: c’è una mano che ce lo porge ora, c’è un volto che viene avanti ora, c’è del sangue che scorre ora, c’è una risurrezione che avviene ora. Fuori di questo «ora» non c’è niente! Il nostro io non può essere mosso, commosso, cioè cambiato, se non da una contemporaneità: un avvenimento. Cristo è qualcosa che mi sta accadendo. Allora, perché quello che sappiamo - Cristo, tutto il discorso su Cristo - sia esperienza, occorre che sia un presente che ci provoca e percuote: è un presente come per Andrea e per Giovanni è stato un presente. Il cristianesimo, Cristo, è esattamente quello che fu per Andrea e Giovanni quando gli andavano dietro; immaginate quando si voltò, e come furono colpiti! E quando andarono a casa sua... È sempre così fino adesso, fino in questo momento!
Luigi Giussani
Per questo preghiamo per le vittime e per le famiglie che hanno perso i loro amati figli unendoci in preghiera al nostro Arcivescovo don Orani e a tutta la Chiesa di Rio de Janeiro.
Comunione Liberazione - Rio de Janeiro
Dio ama più la nostra libertà che la nostra salvezza

Cari amici,
“Dio ama più la nostra libertà che la nostra salvezza”, ci diceva don Giussani. In questi giorni non solo Paolino ed io, ma tutti abbiamo sperimentato cosa significa questa provocazione che smaschera la nostra possessività, la nostra pretesa sugli altri, magari con la sottile scusa del loro bene. Anna Maria è una bella ragazzina di quindici anni di cui ho l´affido giudiziale, e domenica sera è scappata dalla “Casita de Belen” con Marta di diciassette anni, la mamma della piccola Lucia, la bimba che è morta alcuni mesi fa nella nostra clinica. Immaginate cosa può aver significato per me e Paolino in particolare. Ognuno, pensi cosa proverebbe se le scappasse la figlia di casa. Il dolore è stato grande eppure pieno di una libertà sconosciuta prima, quella libertà che è una totale consegna al Mistero e che diventa preghiera. Le abbiamo cercate, ma niente da fare.
Alle tre della mattina ritorna Marta ed è accolta con gioia dalla “mamma adottiva”, ma di Anna Maria, nessuna notizia. Il giorno dopo, lunedì, avvisiamo la polizia e il giudice che ha in mano il suo caso, che emette un ordine di cattura.
Sono giorni, ore infinite piene di preoccupazione ed anche di una certa rabbia, dovuta ai mille perché e alle pretese che ci portiamo dentro. È l´umano in tutte le sue dimensioni che però non cessa di essere grido, preghiera, supplica. L’impotenza è totale. La prima notte per me è stata un po’ un incubo, ma la fiducia nella Provvidenza era totale. Nella totale impotenza sentivo che il mio amore doveva fare i conti con la libertà di Anna Maria. Ma che sfida, che durezza! Amare la libertà dei propri figli più della loro salvezza, se non sei afferrato dal Mistero non è possibile, se il tuo io non è un “Io sono tu che mi fai” non è neanche ipotizzabile questa posizione. Ma Grazie alla Madonna per me questa certezza è granitica, per cui vincente. E oggi, mercoledì, la bella notizia: Marcello il suo Professore l´ha vista in uno strada. Subito sono andati a prenderla. Quando è arrivata, si è letteralmente aggrappata così alla mia povera persona e l´ho portata in casa, la nostra casa. La guardavo e l´accarezzavo. Era bellissima nella sua sfinitezza. Solo alcune parole in cui le chiedevo se le avevano fatto del male. Poi le ho dato un cioccolatino, come quel giorno con me ha fatto Giussani, abbiamo detto un’Ave Maria. Ho chiamato Paolino l´ha abbracciata con una grande tenerezza. Quindi abbiamo chiamato Diana, la mamma adottiva della “Casita de Belén” numero 2 perché la portasse a fare una doccia e dormire, lasciando a domani tutto il resto. La psicologa l´aspettava per le solite domande, ma Paolino sbrigativamente ha detto: gli psicologi siamo noi per cui facciamo festa e che adesso si faccia una buona dormita. Nel salutarla le abbiamo chiesto: sei felice di essere tornata? E lei: sì, Padre.
Aveva girato, camminato per tre giorni ma quando ormai sfinita, stava tornando a casa. La libertà di Dio e la sua libertà hanno vinto sulle nostre paure, sulle nostre pretese, sul nostro possesso. Ancora una volta quell´io sono Tu che mi fai, che piano piano entra anche nel midollo delle ossa dei miei figli, ha trionfato. Giorni durissimi, ma oggi vedere il trionfo della libertà è davvero commovente, perché Anna Maria è tornata, è salva. E solo chi ama la libertà gioisce perché vede anche la salvezza dei suoi figli.
Certo, amici, non è facile perché tutti i giorni il Signore mi chiede tutto in quest’oasi di dolore, e a volte sembra di non farcela più, e spesso uno sperimenta quel sentimento di dire: “ma, Signore cosa vuoi da me?” Ma subito quel Tu che domina tutto vince.
È una battaglia ogni momento come quella di Giacobbe con l´Angelo…ed è bello che sia così perché è la vita a esigerlo, però è necessario che la mia libertà alla fine si arrenda sempre all´evidenza del Mistero che mi vuole suo.
Grazie amici, perché quanti pregate per me e per i miei figli, avete contribuito al ritorno della nostra Marta e Anna Maria.
Amici, sfidate e lasciatevi sempre sfidare dalla libertà dei vostri figli.
P. Aldo
domenica 10 aprile 2011
Il vero patrimonio

Ci sono poche cose chiare e certe, nella confusione carica di dolore che ci circonda di questi tempi. Una è che non si può vivere di rendita. Non più. Per esempio, non si può appoggiare la nostra tranquillità su equilibri politici consolidati da decenni: stanno saltando nella maniera più imprevedibile, come vediamo di continuo dalle vicende africane. Non si può più pensare che la ricchezza produca di per sé ricchezza, come è accaduto negli ultimi cinquant’anni in Occidente, senza rimetterla in gioco - e a rischio - ora. Persino le certezze di una vita - la casa, i rapporti: tutto - possono essere spazzate via in un attimo o restare ingabbiate in una minaccia di morte che toglie aria al futuro, come sta accadendo nel Giappone scosso dal terremoto e dalla paura nucleare. Un attimo. Ora.
Così, man mano che ti ritrovi a guardare a quei drammi imponenti e vicini - sempre più vicini -, o a rivederli specchiati nell’urto della realtà a portata di mano (la tua casa, il tuo mondo), ti accorgi che la sfida arriva a un livello più profondo. Radicale. Perché anche la tua, di ricchezza, può non bastare. Persino quella che nel tempo è servita a gettare fondamenta in un terreno solido. Un incontro. Una storia alle spalle. Un’educazione. Il patrimonio del cristianesimo, insomma. Quello che molti di noi definirebbero - a ragione - il fattore decisivo della vita, ciò che ha dato forma alla nostra esistenza. Bene: non possiamo vivere di rendita neanche su quello. Neppure una fede ridotta a patrimonio, a tesoro acquisito, genera di per sé, automaticamente, interessi e dividendi sufficienti a vivere ora, a reggere adesso l’urto della realtà. Un po’ come la parabola dei talenti, avete presente? Quella dove il padrone si arrabbia con il servo che ha nascosto la sua moneta sottoterra per mantenerla integra, invece di farla fruttare. Be’, non è che quella moneta siano solo le nostre doti, le nostre capacità (il talento, appunto): è anche ciò che ti è capitato, il patrimonio consegnato dalla fede. Se non viene rischiato ora, nel tempo, non serve. Se non c’è una presenza che ti permette di incrementarlo e farlo fruttare adesso, è inutile. Anzi, può addirittura essere dannoso.
Arriva fin qui la provocazione della Pasqua. Di questa Pasqua. «La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti», come ricorda Benedetto XVI nel brano scelto per il Volantone. Se si toglie questo, siamo morti noi. Perché la fede si riduce a «una serie di idee degne di nota» o ad «una sorta di concezione religiosa», ma «è morta». Resta solo «la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile». E ci ritroviamo «abbandonati a noi stessi». Soli. Incapaci di stare di fronte alle certezze che crollano, in un attimo.
È per questo che Cristo è risorto. Togliendo la pietra del sepolcro, scava anche il terreno dove vorremmo nascondere quello che abbiamo acquisito. Dove a volte ci verrebbe la tentazione di seppellire il patrimonio della fede. E lo fa per restituircelo ora, per farlo fruttare ora. Per togliere dal mondo la nostra solitudine, per sempre.
Nello stesso Volantone, come avrete visto, c’è un altro brano. È di don Giussani. «Ciò che si sa o che si ha diventa esperienza» - e quindi serve a vivere - se «è qualcosa che ci viene dato adesso: c’è una mano che ce lo porge ora, c’è un volto che viene avanti ora, c’è del sangue che scorre ora, c’è una risurrezione che avviene ora. Fuori di questo “ora” non c’è niente!». Ma in questo “ora” c’è Cristo risorto. E possiamo vivere. Buona Pasqua.
venerdì 8 aprile 2011
Appunti dalla Scuola di comunità con Julián Carrón Milano, 6 aprile 2011
Testo di riferimento: L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 2010, pp. 45-58.
• Il mio volto
• La strada
Gloria
L’inizio del capitolo quarto è fondamentale non perderlo, perché ci conferma la strada che stiamo cercando di percorrere. Sempre ci siamo detti che non è un
problema di accanimento su certe parole, che cioè non si tratta soltanto di
ripetere certe cose, ma di sorprenderle in azione. Qui don Giussani ce lo ricorda
di nuovo con la sua consueta preoccupazione metodologica fondamentale:
«Noi siamo fatti per la verità, intendendo per verità la corrispondenza tra
coscienza e realtà, così come abbiamo visto essere la natura del dinamismo razionale. Non sarà inutile ridire che il vero problema per ciò che concerne la ricerca
della verità sui significati ultimi della vita non è quello di una particolare
intelligenza che occorra o di uno speciale sforzo o di eccezionali mezzi necessari
da usarsi per raggiungerla. La verità ultima è come trovare una bella cosa sul proprio cammino: la si vede e si riconosce, se si è attenti. Il problema dunque è tale attenzione». È un problema di attenzione, e questo ci libera dalle obiezioni
che ciascuno può sollevare: «Io non ho una particolare capacità dell’intelligenza,
io non sono capace di uno sforzo speciale, io non ho mezzi straordinari».
Non occorrono, per raggiungere il vero basta l’attenzione! Il metodo che lui ci propone è questa attenzione, come ci indica sin dall’inizio la frase di Carrel: «Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità» (il contrario
porta all’errore). Allora questa sera non occorre fare molti discorsi, occorre raccontare qualcosa che ho scoperto di me sorprendendomi in azione.
Spero che voi smentirete questa mia preoccupazione.
Quello che ho scoperto di me in azione in questo tempo è una sempre più viva mancanza, come una nostalgia che mi aspetta all’apice di tutte le cose; e che per
il lavoro che ci stai facendo fare sta diventando un’apertura, l’attesa di una bellezza e di un bene senza misura. E con questo sguardo talvolta mi scopro a giudicare quello che succede, i rapporti, le cose. Faccio un esempio. Lo scorso
fine settimana sono stato all’estero perché mia moglie era stata invitata alla
festa dei cinquant’anni di un’amica che aveva vissuto con lei ai tempi dell’università e che io avevo conosciuto appena.
Non li vedevamo da vent’anni, quindi non c’era neanche un grande legame, in sé.
Per accompagnarla ho rinunciato a un altro momento cui tenevo molto con degli
amici di sempre, ma ho compreso che lei ci teneva ad andare con tutta la famiglia,
ho sentito che aderire al suo desiderio c’entrava con il bisogno dell’infinito
che mi sentivo addosso, e con questa attesa sono andato. La sorpresa è stata di un gusto, di una bellezza, di una letizia inaspettata con persone quasi sconosciute,
ma riconosciute come testimoni di Lui sulla stessa strada, cambiati dall’incontro
con Cristo vivo. La bellezza umana che ho visto nell’esplicita tensione reciproca a dire il Suo nome come origine di quella bellezza, e insieme la pace, la letizia e la certezza del mio cuore che ho sperimentato, mi hanno fatto riconoscere Lui
all’opera e gustare il valore e il significato dell’amicizia come comunione che libera, persino con degli sconosciuti con cui ho sentito di essere
sulla stessa strada.
Ma che cosa c’entra questo con la mancanza che hai detto all’inizio? Non capisco.
È la questione dell’attenzione: non potevo star lì per fare il turista, era come un’attesa che Lui si manifestasse.
Ma questo era prima o dopo l’azione?
Nell’azione… Poi, il lavoro di questo tempo senz’altro sta educando il cuore.
2
Voi raccontate i fatti e poi aggiungete quello che volete. Ma dall’azione che cosa viene fuori? Che cosa è venuto fuori? Che cosa abbiamo imparato dal tuo intervento questa sera ascoltando quel che
hai detto? Questa è la questione, capisci? A me non interessa che noi la diciamo giusta o no, mi interessa che noi impariamo. E se lo scopo della Scuola di
comunità è far venir fuori i fattori costituitivi del mio io, fino adesso non
abbiamo sentito niente. Grazie.
C’è stata una riunione di lavoro due settimane fa in cui è arrivato un imprenditore molto in gamba, sveglio, capace, che vedevo per la prima volta. E nel trattare con lui l’attenzione è a cogliere qualsiasi elemento, qualsiasi cosa per cui la vita
non è ridotta solo all’aspetto tecnico della riunione. Per cui quello è stato un incontro. Dopo qualche giorno mi scrive: «Mi scusi se mi permetto la libertà di
non essere formale, non è per mancanza di rispetto ma per il rispetto che ho
verso il suo fine modo di pensare e della sua persona. Spero di poter collaborare
con voi [lui è un fornitore e quindi ha interesse a vendere, era venuto per
vendere], ma se non comprerete mai niente non me ne importa nulla perché la vita
non è solo il business. Spero di poterla incontrare nuovamente, perché lei è in
grado di donarmi molto di più». È questo “di più” che emerge nell’impatto con la realtà, nel vedersi in azione; e lui l’ha vista questa cosa.
E tu?
Anche io. Mi ha commosso.
Cosa hai visto di te?
Che io ero lì a una riunione non come una parentesi della vita, perché c’è un desiderio…
Tu dimmi che cosa hai scoperto di te, altrimenti è inutile intervenire perché ciascuno, di qualsiasi cosa parliamo, dice la sua.
Ho scoperto che lì non c’è solo il fatto tecnico (quindi la materialità di me), ma una possibilità per me – come dice qui Giussani – di fare il cammino verso il destino. È questo che…
Grazie. Se non avete niente da raccontare, state zitti e seduti.
Racconto una cosa che è successa appena dopo la Scuola di comunità dell’altra
volta. Sono andata a casa e poco prima di arrivare – non so perché – mi è venuto questo pensiero come un lampo: se in questo momento venisse a mancare qualcuno, sarebbe perché si è compiuto il suo destino. Parcheggio la macchina, salgo in ascensore, si aprono le porte e vedo questa mia vicina di casa in lacrime,
perché era morto improvvisamente un nostro caro amico. Mi sono sorpresa in pace,
che è un po’ quello che caratterizza questo periodo, dove sembra che tutto vada
dove deve andare. Al punto che mi è proprio sembrato quasi che Gesù mi chiedesse: «Tutto quello che hai detto due secondi fa alla Scuola di comunità prova a
ridirmelo di fronte a questo fatto». E la mia risposta d’acchito è stata: «Sì».
Grazie.
Fino a ora il lavoro che ci hai proposto il 26 gennaio è rimasto per me
interessante ma astratto, nel senso che per me era un tentativo mio di mettere insieme il senso religioso e Gesù.
E questo perché? Perché tu hai bellamente ignorato ogni domanda che io ho fatto qua! Proprio per questo faccio le domande. Se noi facciamo la strada come ci viene proposta, come Giussani la propone, cioè a
partire dall’esperienza, come possiamo parlare di astrazione? L’esperienza è
astratta? Soltanto non partendo dall’esperienza possiamo parlare di astrazione,
mi spiego? Allora, quando diciamo queste cose è soltanto perché, malgrado il
testo dica una cosa, noi ci spostiamo. Per questo dico: cerchiamo di essere
attenti, perché è proprio per evitare l’astrazione dei pensieri che dobbiamo
guardare quello che accade nel reale, quello che emerge nell’azione. Allora, raccontami qualcosa di concreto.
Due settimane fa l’io in azione è stato una rivelazione per me. Mia figlia di
sette anni e mezzo è in una fase di grande irrequietezza. Come mamma, sono
passata da una serie di stati d’animo, però mai è stato un lavoro per me questo
suo disagio, mai è stato un punto per arrivare dentro il suo volto e capire il mistero che è (e dentro il mio per capire che mistero sono io). Fino a due settimane
3
fa, quando ho organizzato una serata speciale per lei al cinema con tutti i suoi compagni di classe. Tornando a casa la sera, lei mi dà la mano e mi dice:
«Mamma, non capisco perché questa sera che doveva essere speciale è stata una
delle più brutte». Inizialmente mi sono irritata, quasi fosse un’ingratitudine;
poi però mi sono sorpresa a cercare di capire da cosa dipendesse la sua tristezza.
Ha iniziato a fare un capriccio enorme nel quale però cercava la mia mano. Allora
le ho sorriso di più, e in quel momento, vedendo sciogliersi il suo pianto che
era un grido di autonomia che però voleva arrendersi alla mia presenza, ho capito
di cosa sono fatta io. L’io in azione è stato scoprire la resa a Cristo: che io ho bisogno di abbandonarmi a Cristo come mia figlia ha bisogno di abbandonarsi a me.
E perché devi abbandonarti a Cristo? Non ripetiamo delle frasi…
Perché la mia agognata autonomia è solo una ricerca di Cristo.
Ma la prima questione che dobbiamo capire è che cosa si svela di noi, che cosa si svela di tua figlia in questo accadimento.
Il bisogno che ho, il bisogno della Presenza.
Prima di qualsiasi altra cosa: il bisogno di cui è costituita.
Per cui lei ha giudicato una tristezza in un modo acutissimo: anche la serata speciale che la mamma ti ha preparato cos’è?
Ma invece di darle subito la riposta già preconfezionata, falle capire che cosa ha imparato dalla sua esperienza! L’esperienza che lei ha vissuto di questa mancanza di corrispondenza, che cosa dice di lei? Che cosa può imparare tua figlia di se stessa, anche dopo una festa così ben preparata, curata, fatta con tutta la tenerezza tua?
Il bisogno che è.
Il bisogno, è questo. Non spostare l’attenzione su un’altra cosa.
E quello ha fatto capire il bisogno che sono io, che come madre non posso neanche rispondere totalmente alla sua felicità.
Grazie.
E quindi l’io in azione, che è sempre auto centrato su di me, è diventato il Tu
di Cristo a cui arrendermi.
Ti ripeto ancora una volta: non corriamo in
avanti! Tratteniamo questo: è emersa qual è la natura del tuo io, quali sono i fattori stessi della vita.
Volevo raccontare un fatto strano che mi è successo e che mi ha fatto capire
quanto sono ideologica e schematica nel guardare il mio cuore e quello degli altri. Per la prima volta in vita mia casualmente mi è capitato di lavorare con due
persone che avevano commesso gravi reati in gioventù; uno per motivi politici, l’altro per motivi passionali. Rapportandomi con loro, mi sono accorta che
trattavo il primo meglio perché consideravo il suo desiderio di giustizia
sociale più nobile del desiderio passionale del secondo, facendo la classifica
dei desideri del cuore – perché mi sembra di aver imparato che sono anche i
desideri del cuore che fanno commettere certi peccati –.
Allora mi son detta: probabilmente io guardo anche a me stessa in maniera
schematica e ideologica. È proprio vero che devo ripartire a guardare da zero
cosa desidero e cosa è accaduto nella mia vita.
Grazie.
Ho iniziato la settimana pensando che tutto quello di cui avevo bisogno sarebbe arrivato da una certa cosa.
Perfetto, un’immagine. E cosa è successo?
È successo che questa cosa già il lunedì è crollata, e quindi ho cominciato la settimana in salita, non aspettandomi più alcunché. Leggevo la Scuola di comunità
e dicevo: sì, ma attento a che cosa dal momento che qua non succede niente?
Ed ero un po’ critico anche rispetto alla tua domanda.
Poi è successo che per lavoro ho passato due giorni molto intensi con due colleghi molto affezionati a me, e ho capito cosa vuol dire l’impegno con la realtà tutta.
Nel rapporto con queste
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due persone mi sono riaccorto di quanto ho bisogno di essere serio con la mia
vita, perché vedo come loro si illuminano. E quindi, di riflesso, anche io su
tutto mi sono svegliato.
Da questa tua serietà, da questo tuo impegno con
il reale che cosa hai scoperto di te?
Ho scoperto che io, prima ancora di certe cose, come era quello che mi aspettavo
per la settimana, ho bisogno di prendere sul serio il mio desiderio, perché quando prendo sul serio il mio desiderio poi anche le cose più quotidiane cominciano a significare qualcosa. Si capisce?
Sì, le cose cominciano a significare qualcosa. E tu? Perché qui don Giussani dice che l’io si svela impegnandosi, e che uno che è disoccupato non capisce i fattori costitutivi del proprio io. Io dico: tu, impegnandoti, che cosa hai scoperto di te?
Ho scoperto che la serietà con la vita di cui ho bisogno io è la serietà con le
cose una per una come mi vengono incontro, cioè che non ci sono dei momenti eccezionali…
D’accordo, ma questa è già una generalizzazione. Tu devi raccontarmi un fatto
da cui,impegnandoti, è emerso qualcosa alla tua coscienza, perché questa è la
questione. Non è che non sia vero tutto quello che dite. Il problema è che non
emerge alla nostra coscienza, e perciò la volta successiva partiamo da un’altra immagine, perché se tu non impari qualcosa su di te la prossima volta sei da capo, sempre.
Ho scoperto che… Ho scoperto che mentre ero con loro ero presente a quello che facevo, non arrivavo dicendo: questo pezzo di realtà lo scarto. Non è successo così?
Devo dirtelo io? Me lo stai raccontando tu!
No, dico, è quello che è successo.
Grazie.
Mio marito sta perdendo il lavoro; e questo ha creato molta ansia in lui. E io
sono preoccupata,abbiamo tre figli, ho iniziato a pensare a tutte le conseguenze
di questa cosa. Io insegno e mi sono portata dietro questo fardello; anche quando preparo le lezioni mi sono accorta che ho questo desiderio di scoprire dov’è il
bene dentro questa circostanza tremenda. E stamattina a lezione uno dei miei alunni, a un certo punto, disturba e quindi lo mando fuori dalla porta. Poi, su
suggerimento di una amica, l’ho portato fuori con me sul ballatoio della scuola
e gli ho chiesto che cosa stava succedendo, e lui mi ha raccontato di un
gravissimo disagio familiare. Io l’avevo convocato per fargli un rimprovero,
invece mi sono trovata a pensare al grosso disagio di mio marito: «Guarda che
anche a me sta succedendo una cosa che non avevo previsto e che mi sta
facendo penare tanto, che mi fa soffrire, però ho scoperto che su questo si può camminare insieme.
Io però so, perché lo vedo su di me da un po’ di tempo, che sono voluta bene da
Uno che me l’ha dimostrato e me lo sta dimostrando in tutti i modi. C’è Uno su cui
io posso poggiare tutto e posso essere certa, anche adesso che non Lo vedo nel frangente della fatica di mio marito. Io di questo sono certa, ed è l’unica cosa
che prende anche te nel tuo disagio, che non sei condannato dalle
circostanze perché c’è una possibilità di bene anche per te».
Grazie.
Una collega è rimasta incinta, quindi avevamo il problema di chi avrebbe coperto
i suoi turni. Questo ha minacciato una serie di privilegi che in questi anni ho cercato proprio di difendere. All’inizio non ho mollato, infatti quando un’altra
si è offerta, la reazione è stata: sono salva. Peccato che la partita con il
Mistero non fosse finita lì. Il giorno dopo, proprio questa collega arriva in
lacrime perché il suo desiderio costruttivo sul posto di lavoro è stato un po’
deriso da alcuni altri colleghi. Io di fronte a lei ho avuto un contraccolpo
che mi devo ancora spiegare bene, uno struggimento: ma chi è questa qui davanti
a me che ha questo desiderio di lavorare bene? Non so spiegartelo bene e ho
detto al Mistero: è inutile che guadagno una perfezione astratta, se non
sono disponibile al modo in cui Tu intervieni nella mia vita. Ero lì pronta a difendere la mia posizione, ma capivo che si introduceva un altro fattore; e
ho detto al mio capo: «Entro io in turno». In questa settimana, muovendomi così
ho incominciato a respirare. Si tratta di una modalità un po’ più faticosa
rispetto a quel che avevo in mente io, però a me colpisce che…
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Ma tu che cosa hai imparato di te?
Io ho imparato che in fondo neanche la carriera, la posizione – come dire – di perfezione risponde e mi dà quel respiro che a me ha dato Lui introducendo
questa drammaticità. E la cosa che mi impressiona è che non è che adesso è
tutto chiaro, perché mi sembra proprio di non avere più in mano niente di tante cose.
Grazie.
Torno sull’episodio del nostro amico morto improvvisamente. Il giorno dopo,
quando sono andata a trovare la moglie, lei mi è venuta incontro e mi ha detto:
«Tu che puoi devi chiedere il miracolo». Io l’ho abbracciata e le ho detto: «Chiediamo insieme il miracolo al don Gius e alla Madonna perché io sono certa
che il miracolo accade, anche se non è come lo immaginiamo noi». Quel che
ho capito di me è questa certezza. Se tu la volta scorsa non avessi letto il volantone, questa certezza nel fatto che Lui è risorto… Mi è venuto in mente
quando Lui ha chiesto a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita, credi tu
questo?». E io dico sì, anche se c’è un grande mistero.
Grazie.
Mi sono trovata sul lavoro ad avere di fianco una collega che non dà confidenza
a nessuno. Abbiamo lavorato per quattro ore fianco a fianco fino alla pausa pranzo,
e finalmente cominciava come a sbloccarsi la situazione tra me e lei. Rientro
dopo mezz’ora e lei era tornata a essere un’estranea, come alle otto di mattina.
Mi è venuto un moto di tenerezza nei confronti di lei e di me.
L’ho raccontato a un mio amico, che mi ha detto: «Ecco, tu ti sei accorta che
c’eri, dell’io in rapporto col tu». Questa tenerezza è andata avanti fino al punto che in questi giorni mi sono accorta di tutta l’estraneità che c’è…
E perché c’è questa estraneità? Perché non siamo abbastanza bravi?
No. Per due motivi, mi sono risposta. Per prima cosa, che ho bisogno che mi riaccada... No, questa è la seconda risposta. La prima risposta è che non c’è l’attenzione a me, cioè continuo a non riguardarmi, a non andare a fondo di me.
E la seconda è che comunque… No, non sto rispondendo alla tua domanda.
Grazie per averlo ammesso.
Guardate la fatica che abbiamo fatto questa sera, cosa che non mi spaventa in sé. Ma questo vuol dire che non facciamo ancora quel
che ci propone il don Gius: guardare l’esperienza per sorprendere i fattori costitutivi dell’io. È questo quello che dice, no? Perché la maggioranza delle
volte quello che prevale sono le immagini che noi abbiamo su noi stessi, la maggioranza delle volte noi pensiamo come la vita dovrebbe funzionare. Ma se
siamo leali, dobbiamo ammettere che poi, nell’esperienza, anche quando le cose funzionano secondo il nostro progetto, scopriamo in noi qualcosa di sconosciuto prima. Potrei fare tanti esempi. Ho raccontato spesso di quell’amica della
comunità di Barcellona che lavorava nel consolato italiano e aveva la passione
di dipingere. Il suo sogno era poter fare una grande mostra di presentazione
delle sue tele. Finalmente ce l’ha fatta: successo strepitoso.
Mi ha raccontato poi: «Appena è finita, ho trascorso tutto il pomeriggio
piangendo». Perché? Che cosa ha scoperto di sé che non sapeva prima? Lei aveva un’immagine di sé, del suo desiderio, della sua esigenza: «Se riesco a fare
questo, sarà la fine del mondo!». Era successo, e molto al di là delle
aspettative; e dopo ha pianto per tutto il pomeriggio, perché si è accorta che nemmeno quello era sufficiente per colmare la propria attesa strutturale.
Questo è scoprirsi in azione. Non occorre intelligenza particolare, sforzo particolare: osservandosi in azione, ci si sorprende a scoprire di sé qualcosa
di cui si era a conoscenza teoricamente per averlo letto, ma che emergendo dall’esperienza diventa una novità esistenziale. Questo ci è capitato qualche
volta in questi quindici giorni, a partire da fatti assolutamente normali dell’esperienza? Che cosa ci ha sorpreso? È un problema assolutamente semplice, ma se non ce ne rendiamo conto, dopo l’esperienza continuiamo a rimanere attaccati all’immagine che abbiamo di noi e all’immagine che abbiamo di che cosa ci compie.
Se non partiamo dall’esperienza e non sorprendiamo in azione il
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venir fuori di tutti i fattori del nostro io, noi su questo non ci stiamo, e
poi diciamo “Cristo” in maniera posticcia; non è che Giussani non voglia arrivare
fin lì, fino a dire il Suo nome, ma vuole arrivarci in modo tale che uno Lo percepisca come l’impossibile corrispondenza a ciò che si è sorpreso desiderare
nelle sue viscere, altrimenti la fede sarà ridotta e appiccicata.
Basta che ciascuno pensi a quanti tentativi ha fatto, a quante immagini ha
perseguito in questi quindici giorni, e si renderà conto fino a che punto
l’immagine determina la vita. Non stiamo cercando soltanto di lavorare sul
nostro senso religioso, ma di lavorare sul nostro senso religioso come la
verifica della fede! In altre parole: dopo l’incontro con Cristo questo
dovrebbe essere moltiplicato infinitamente. Eppure a stare a quel che si è
visto stasera è praticamente assente come percezione di sé. Rileggevo in
questi giorni il commento del don Gius alla preghiera dell’Angelus in Tutta
la terra desidera il Tuo volto, dove descrive la percezione che Maria ha avuto
di sé: «Tutta la personalità della Madonna scaturisce dall’istante in cui le è
stato detto: “Ave, Maria” […]. Dall’istante dell’annuncio [Maria] ha assunto
il suo posto nell’universo e di fronte all’eternità. Si è stabilita una sorgente
totalmente nuova di moralità nella sua vita. È scaturito [ecco quello che mi interessa, in particolare] un sentimento di sé profondo, misterioso: una
venerazione di sé, un senso di grandezza pari soltanto al senso del suo niente
a cui non ha mai pensato così». Si capisce? L’incontro della Madonna con
quell’annuncio le ha fatto sorprendere la percezione di sé: un senso della sua grandezza pari soltanto al senso del suo niente. E lo vediamo in tanti passaggi
del Vangelo. Come l’episodio della pesca miracolosa raccontato nel capitolo
quinto del Vangelo di san Luca. Pietro lavora tutta notte, poi arriva la grande pesca, e in lui si svela tutta la sproporzione, e si mette in ginocchio:
«Allontanati da me che sono un niente». Pietro capisce ancora di più se stesso davanti all’imponenza della Presenza, che è proprio quello che dice sempre don Giussani: l’esperienza cristiana dovrebbe darci una consapevolezza ancor più
potente dei fattori costitutivi del nostro io. L’abbiamo cantato all’inizio:
«Guardo il mio fondo e vedo il buio senza fine». Se noi non sorprendiamo questo,
è perché quello che ci manca di più – ci ritornerò agli Esercizi della
Fraternità – è il senso del Mistero. E lo si vede dal fatto che noi,
alla fine, cerchiamo la soddisfazione della vita dove la cercano tutti.
Questa è la verifica alla rovescia: noi in tante occasioni, non lasciando
emergere nell’esperienza tutto il senso del nostro io, pensiamo di poter
rispondere al problema della vita come rispondono tutti, e andiamo dietro
alle cose come tutti… Invece, che spettacolo quando ti trovi davanti una
persona – come mi è capitato questa settimana – che ha questo senso del
Mistero! Questa persona mi raccontava della scena di un film in cui si svolge
un bel pranzo di compleanno in famiglia: il marito è tutto contento e orgoglioso,
la moglie è dominata da un senso di sproporzione.E mi diceva: «Anch’io, come
quella moglie del film, ho addosso un senso di mancanza che non riesco a
estirpare. E io certi dialoghi banali, certi modi di stare insieme non li
sopporto più». «Di che è mancanza questa mancanza?», chiedeva Luzi in una
sua poesia. E questo lo si sorprende non facendo “esercizi spirituali”, ma
durante un pranzo, osservandosi in azione, scoprendo in azione questo senso di
sproporzione che è il segno di che cosa siamo. Se noi non diamo lo spazio a
questa attenzione, all’emergere di questi fattori costitutivi del nostro io,
quello che succede è che le immagini che noi ci facciamo della vita prevalgono,e siamo come tutti. Invece l’Avvenimento cristiano è qualcosa di presente, come
dice il volantone: «L’avvenimento è ciò che desta il presente, definisce il
presente, rende possibile il presente», cioè rende possibile quel senso del
Mistero, quel senso di venerazione di sé, quella consapevolezza della
sproporzione, quel desiderio senza fine. Noi soffriamo di questa mancanza oppure abbiamo l’encefalogramma piatto? Siamo davvero ridestati dall’Avvenimento?
Avremmo dovuto vederlo chiaramente proprio nel lavoro su questo capitolo de
Il senso religioso, in termini analoghi a come Giussani parla della Madonna.
Senza scandalizzarci, vediamo che lunga marcia resta ancora da fare… E allora ci diamo queste settimane che abbiamo davanti per riprendere tutto ciò su cui abbiamo lavorato a partire dal 26 gennaio fino al volantone di
Pasqua.
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 11 maggio alle ore 21.30; riprenderemo l’introduzione degli Esercizi della Fraternità.
7
Durante la Settimana Santa la Chiesa ci propone dei gesti. Possiamo partecipare a questi gesti (anche nostri) per abitudine, con l’encefalogramma piatto, oppure con
la coscienza di questo dramma, se emerge in noi questo, come ha detto il Papa in occasione della morte di Manuela: «Cristo, nella vigilia della Sua passione, ha rinnovato, anzi ha elevato la nostra memoria. “Fate questo in memoria di me”, ha detto, e così ci ha dato la memoria della Sua presenza».
Sapendo che noi non potevamo cavarcela da soli, ci ha dato la Sua presenza per rinnovare ed elevare quella memoria che era ferita, oscurata, dimentica di Dio.
La Settimana Santa è un’occasione per questo, è la tenerezza della Chiesa verso ciascuno di noi per questo.
Vi ricordo che gli Esercizi della Fraternità inizieranno venerdì 29 aprile con la cena alle ore 19 – vi prego di esser puntali – per poter cominciare in salone alle ore 21.
Per la beatificazione di Giovanni Paolo II il 1° maggio a Roma, piazza S. Pietro
sarà aperta dalle ore 5 del mattino e la celebrazione con Benedetto XVI inizierà
alle ore 10.
Il libro del mese per aprile e maggio è il libro di E. Mounier: Lettere sul dolore (appena ripubblicato dalla BUR). È uno dei testi cari a don Giussani, che nel proporci di leggerlo diceva: «È per un intento glorioso che leggo queste pagine,
non per un intento malinconico. La partenza è dal dolore,[…] ma è per l’esplosione
di un miracolo. Se il miracolo è il riverbero nel frangente del tempo della
perfezione e della grandezza, della grandiosità e della totalità dell’Eterno, dell’Infinito, qui questo riverbero c’è. Leggo queste lettere perché può essere,
deve essere, non dico così, ma dico anche così, nella nostra vita quotidiana».
Veni Sancte Spiritus
Buona Pasqua a tutti.
• Il mio volto
• La strada
Gloria
L’inizio del capitolo quarto è fondamentale non perderlo, perché ci conferma la strada che stiamo cercando di percorrere. Sempre ci siamo detti che non è un
problema di accanimento su certe parole, che cioè non si tratta soltanto di
ripetere certe cose, ma di sorprenderle in azione. Qui don Giussani ce lo ricorda
di nuovo con la sua consueta preoccupazione metodologica fondamentale:
«Noi siamo fatti per la verità, intendendo per verità la corrispondenza tra
coscienza e realtà, così come abbiamo visto essere la natura del dinamismo razionale. Non sarà inutile ridire che il vero problema per ciò che concerne la ricerca
della verità sui significati ultimi della vita non è quello di una particolare
intelligenza che occorra o di uno speciale sforzo o di eccezionali mezzi necessari
da usarsi per raggiungerla. La verità ultima è come trovare una bella cosa sul proprio cammino: la si vede e si riconosce, se si è attenti. Il problema dunque è tale attenzione». È un problema di attenzione, e questo ci libera dalle obiezioni
che ciascuno può sollevare: «Io non ho una particolare capacità dell’intelligenza,
io non sono capace di uno sforzo speciale, io non ho mezzi straordinari».
Non occorrono, per raggiungere il vero basta l’attenzione! Il metodo che lui ci propone è questa attenzione, come ci indica sin dall’inizio la frase di Carrel: «Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità» (il contrario
porta all’errore). Allora questa sera non occorre fare molti discorsi, occorre raccontare qualcosa che ho scoperto di me sorprendendomi in azione.
Spero che voi smentirete questa mia preoccupazione.
Quello che ho scoperto di me in azione in questo tempo è una sempre più viva mancanza, come una nostalgia che mi aspetta all’apice di tutte le cose; e che per
il lavoro che ci stai facendo fare sta diventando un’apertura, l’attesa di una bellezza e di un bene senza misura. E con questo sguardo talvolta mi scopro a giudicare quello che succede, i rapporti, le cose. Faccio un esempio. Lo scorso
fine settimana sono stato all’estero perché mia moglie era stata invitata alla
festa dei cinquant’anni di un’amica che aveva vissuto con lei ai tempi dell’università e che io avevo conosciuto appena.
Non li vedevamo da vent’anni, quindi non c’era neanche un grande legame, in sé.
Per accompagnarla ho rinunciato a un altro momento cui tenevo molto con degli
amici di sempre, ma ho compreso che lei ci teneva ad andare con tutta la famiglia,
ho sentito che aderire al suo desiderio c’entrava con il bisogno dell’infinito
che mi sentivo addosso, e con questa attesa sono andato. La sorpresa è stata di un gusto, di una bellezza, di una letizia inaspettata con persone quasi sconosciute,
ma riconosciute come testimoni di Lui sulla stessa strada, cambiati dall’incontro
con Cristo vivo. La bellezza umana che ho visto nell’esplicita tensione reciproca a dire il Suo nome come origine di quella bellezza, e insieme la pace, la letizia e la certezza del mio cuore che ho sperimentato, mi hanno fatto riconoscere Lui
all’opera e gustare il valore e il significato dell’amicizia come comunione che libera, persino con degli sconosciuti con cui ho sentito di essere
sulla stessa strada.
Ma che cosa c’entra questo con la mancanza che hai detto all’inizio? Non capisco.
È la questione dell’attenzione: non potevo star lì per fare il turista, era come un’attesa che Lui si manifestasse.
Ma questo era prima o dopo l’azione?
Nell’azione… Poi, il lavoro di questo tempo senz’altro sta educando il cuore.
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Voi raccontate i fatti e poi aggiungete quello che volete. Ma dall’azione che cosa viene fuori? Che cosa è venuto fuori? Che cosa abbiamo imparato dal tuo intervento questa sera ascoltando quel che
hai detto? Questa è la questione, capisci? A me non interessa che noi la diciamo giusta o no, mi interessa che noi impariamo. E se lo scopo della Scuola di
comunità è far venir fuori i fattori costituitivi del mio io, fino adesso non
abbiamo sentito niente. Grazie.
C’è stata una riunione di lavoro due settimane fa in cui è arrivato un imprenditore molto in gamba, sveglio, capace, che vedevo per la prima volta. E nel trattare con lui l’attenzione è a cogliere qualsiasi elemento, qualsiasi cosa per cui la vita
non è ridotta solo all’aspetto tecnico della riunione. Per cui quello è stato un incontro. Dopo qualche giorno mi scrive: «Mi scusi se mi permetto la libertà di
non essere formale, non è per mancanza di rispetto ma per il rispetto che ho
verso il suo fine modo di pensare e della sua persona. Spero di poter collaborare
con voi [lui è un fornitore e quindi ha interesse a vendere, era venuto per
vendere], ma se non comprerete mai niente non me ne importa nulla perché la vita
non è solo il business. Spero di poterla incontrare nuovamente, perché lei è in
grado di donarmi molto di più». È questo “di più” che emerge nell’impatto con la realtà, nel vedersi in azione; e lui l’ha vista questa cosa.
E tu?
Anche io. Mi ha commosso.
Cosa hai visto di te?
Che io ero lì a una riunione non come una parentesi della vita, perché c’è un desiderio…
Tu dimmi che cosa hai scoperto di te, altrimenti è inutile intervenire perché ciascuno, di qualsiasi cosa parliamo, dice la sua.
Ho scoperto che lì non c’è solo il fatto tecnico (quindi la materialità di me), ma una possibilità per me – come dice qui Giussani – di fare il cammino verso il destino. È questo che…
Grazie. Se non avete niente da raccontare, state zitti e seduti.
Racconto una cosa che è successa appena dopo la Scuola di comunità dell’altra
volta. Sono andata a casa e poco prima di arrivare – non so perché – mi è venuto questo pensiero come un lampo: se in questo momento venisse a mancare qualcuno, sarebbe perché si è compiuto il suo destino. Parcheggio la macchina, salgo in ascensore, si aprono le porte e vedo questa mia vicina di casa in lacrime,
perché era morto improvvisamente un nostro caro amico. Mi sono sorpresa in pace,
che è un po’ quello che caratterizza questo periodo, dove sembra che tutto vada
dove deve andare. Al punto che mi è proprio sembrato quasi che Gesù mi chiedesse: «Tutto quello che hai detto due secondi fa alla Scuola di comunità prova a
ridirmelo di fronte a questo fatto». E la mia risposta d’acchito è stata: «Sì».
Grazie.
Fino a ora il lavoro che ci hai proposto il 26 gennaio è rimasto per me
interessante ma astratto, nel senso che per me era un tentativo mio di mettere insieme il senso religioso e Gesù.
E questo perché? Perché tu hai bellamente ignorato ogni domanda che io ho fatto qua! Proprio per questo faccio le domande. Se noi facciamo la strada come ci viene proposta, come Giussani la propone, cioè a
partire dall’esperienza, come possiamo parlare di astrazione? L’esperienza è
astratta? Soltanto non partendo dall’esperienza possiamo parlare di astrazione,
mi spiego? Allora, quando diciamo queste cose è soltanto perché, malgrado il
testo dica una cosa, noi ci spostiamo. Per questo dico: cerchiamo di essere
attenti, perché è proprio per evitare l’astrazione dei pensieri che dobbiamo
guardare quello che accade nel reale, quello che emerge nell’azione. Allora, raccontami qualcosa di concreto.
Due settimane fa l’io in azione è stato una rivelazione per me. Mia figlia di
sette anni e mezzo è in una fase di grande irrequietezza. Come mamma, sono
passata da una serie di stati d’animo, però mai è stato un lavoro per me questo
suo disagio, mai è stato un punto per arrivare dentro il suo volto e capire il mistero che è (e dentro il mio per capire che mistero sono io). Fino a due settimane
3
fa, quando ho organizzato una serata speciale per lei al cinema con tutti i suoi compagni di classe. Tornando a casa la sera, lei mi dà la mano e mi dice:
«Mamma, non capisco perché questa sera che doveva essere speciale è stata una
delle più brutte». Inizialmente mi sono irritata, quasi fosse un’ingratitudine;
poi però mi sono sorpresa a cercare di capire da cosa dipendesse la sua tristezza.
Ha iniziato a fare un capriccio enorme nel quale però cercava la mia mano. Allora
le ho sorriso di più, e in quel momento, vedendo sciogliersi il suo pianto che
era un grido di autonomia che però voleva arrendersi alla mia presenza, ho capito
di cosa sono fatta io. L’io in azione è stato scoprire la resa a Cristo: che io ho bisogno di abbandonarmi a Cristo come mia figlia ha bisogno di abbandonarsi a me.
E perché devi abbandonarti a Cristo? Non ripetiamo delle frasi…
Perché la mia agognata autonomia è solo una ricerca di Cristo.
Ma la prima questione che dobbiamo capire è che cosa si svela di noi, che cosa si svela di tua figlia in questo accadimento.
Il bisogno che ho, il bisogno della Presenza.
Prima di qualsiasi altra cosa: il bisogno di cui è costituita.
Per cui lei ha giudicato una tristezza in un modo acutissimo: anche la serata speciale che la mamma ti ha preparato cos’è?
Ma invece di darle subito la riposta già preconfezionata, falle capire che cosa ha imparato dalla sua esperienza! L’esperienza che lei ha vissuto di questa mancanza di corrispondenza, che cosa dice di lei? Che cosa può imparare tua figlia di se stessa, anche dopo una festa così ben preparata, curata, fatta con tutta la tenerezza tua?
Il bisogno che è.
Il bisogno, è questo. Non spostare l’attenzione su un’altra cosa.
E quello ha fatto capire il bisogno che sono io, che come madre non posso neanche rispondere totalmente alla sua felicità.
Grazie.
E quindi l’io in azione, che è sempre auto centrato su di me, è diventato il Tu
di Cristo a cui arrendermi.
Ti ripeto ancora una volta: non corriamo in
avanti! Tratteniamo questo: è emersa qual è la natura del tuo io, quali sono i fattori stessi della vita.
Volevo raccontare un fatto strano che mi è successo e che mi ha fatto capire
quanto sono ideologica e schematica nel guardare il mio cuore e quello degli altri. Per la prima volta in vita mia casualmente mi è capitato di lavorare con due
persone che avevano commesso gravi reati in gioventù; uno per motivi politici, l’altro per motivi passionali. Rapportandomi con loro, mi sono accorta che
trattavo il primo meglio perché consideravo il suo desiderio di giustizia
sociale più nobile del desiderio passionale del secondo, facendo la classifica
dei desideri del cuore – perché mi sembra di aver imparato che sono anche i
desideri del cuore che fanno commettere certi peccati –.
Allora mi son detta: probabilmente io guardo anche a me stessa in maniera
schematica e ideologica. È proprio vero che devo ripartire a guardare da zero
cosa desidero e cosa è accaduto nella mia vita.
Grazie.
Ho iniziato la settimana pensando che tutto quello di cui avevo bisogno sarebbe arrivato da una certa cosa.
Perfetto, un’immagine. E cosa è successo?
È successo che questa cosa già il lunedì è crollata, e quindi ho cominciato la settimana in salita, non aspettandomi più alcunché. Leggevo la Scuola di comunità
e dicevo: sì, ma attento a che cosa dal momento che qua non succede niente?
Ed ero un po’ critico anche rispetto alla tua domanda.
Poi è successo che per lavoro ho passato due giorni molto intensi con due colleghi molto affezionati a me, e ho capito cosa vuol dire l’impegno con la realtà tutta.
Nel rapporto con queste
4
due persone mi sono riaccorto di quanto ho bisogno di essere serio con la mia
vita, perché vedo come loro si illuminano. E quindi, di riflesso, anche io su
tutto mi sono svegliato.
Da questa tua serietà, da questo tuo impegno con
il reale che cosa hai scoperto di te?
Ho scoperto che io, prima ancora di certe cose, come era quello che mi aspettavo
per la settimana, ho bisogno di prendere sul serio il mio desiderio, perché quando prendo sul serio il mio desiderio poi anche le cose più quotidiane cominciano a significare qualcosa. Si capisce?
Sì, le cose cominciano a significare qualcosa. E tu? Perché qui don Giussani dice che l’io si svela impegnandosi, e che uno che è disoccupato non capisce i fattori costitutivi del proprio io. Io dico: tu, impegnandoti, che cosa hai scoperto di te?
Ho scoperto che la serietà con la vita di cui ho bisogno io è la serietà con le
cose una per una come mi vengono incontro, cioè che non ci sono dei momenti eccezionali…
D’accordo, ma questa è già una generalizzazione. Tu devi raccontarmi un fatto
da cui,impegnandoti, è emerso qualcosa alla tua coscienza, perché questa è la
questione. Non è che non sia vero tutto quello che dite. Il problema è che non
emerge alla nostra coscienza, e perciò la volta successiva partiamo da un’altra immagine, perché se tu non impari qualcosa su di te la prossima volta sei da capo, sempre.
Ho scoperto che… Ho scoperto che mentre ero con loro ero presente a quello che facevo, non arrivavo dicendo: questo pezzo di realtà lo scarto. Non è successo così?
Devo dirtelo io? Me lo stai raccontando tu!
No, dico, è quello che è successo.
Grazie.
Mio marito sta perdendo il lavoro; e questo ha creato molta ansia in lui. E io
sono preoccupata,abbiamo tre figli, ho iniziato a pensare a tutte le conseguenze
di questa cosa. Io insegno e mi sono portata dietro questo fardello; anche quando preparo le lezioni mi sono accorta che ho questo desiderio di scoprire dov’è il
bene dentro questa circostanza tremenda. E stamattina a lezione uno dei miei alunni, a un certo punto, disturba e quindi lo mando fuori dalla porta. Poi, su
suggerimento di una amica, l’ho portato fuori con me sul ballatoio della scuola
e gli ho chiesto che cosa stava succedendo, e lui mi ha raccontato di un
gravissimo disagio familiare. Io l’avevo convocato per fargli un rimprovero,
invece mi sono trovata a pensare al grosso disagio di mio marito: «Guarda che
anche a me sta succedendo una cosa che non avevo previsto e che mi sta
facendo penare tanto, che mi fa soffrire, però ho scoperto che su questo si può camminare insieme.
Io però so, perché lo vedo su di me da un po’ di tempo, che sono voluta bene da
Uno che me l’ha dimostrato e me lo sta dimostrando in tutti i modi. C’è Uno su cui
io posso poggiare tutto e posso essere certa, anche adesso che non Lo vedo nel frangente della fatica di mio marito. Io di questo sono certa, ed è l’unica cosa
che prende anche te nel tuo disagio, che non sei condannato dalle
circostanze perché c’è una possibilità di bene anche per te».
Grazie.
Una collega è rimasta incinta, quindi avevamo il problema di chi avrebbe coperto
i suoi turni. Questo ha minacciato una serie di privilegi che in questi anni ho cercato proprio di difendere. All’inizio non ho mollato, infatti quando un’altra
si è offerta, la reazione è stata: sono salva. Peccato che la partita con il
Mistero non fosse finita lì. Il giorno dopo, proprio questa collega arriva in
lacrime perché il suo desiderio costruttivo sul posto di lavoro è stato un po’
deriso da alcuni altri colleghi. Io di fronte a lei ho avuto un contraccolpo
che mi devo ancora spiegare bene, uno struggimento: ma chi è questa qui davanti
a me che ha questo desiderio di lavorare bene? Non so spiegartelo bene e ho
detto al Mistero: è inutile che guadagno una perfezione astratta, se non
sono disponibile al modo in cui Tu intervieni nella mia vita. Ero lì pronta a difendere la mia posizione, ma capivo che si introduceva un altro fattore; e
ho detto al mio capo: «Entro io in turno». In questa settimana, muovendomi così
ho incominciato a respirare. Si tratta di una modalità un po’ più faticosa
rispetto a quel che avevo in mente io, però a me colpisce che…
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Ma tu che cosa hai imparato di te?
Io ho imparato che in fondo neanche la carriera, la posizione – come dire – di perfezione risponde e mi dà quel respiro che a me ha dato Lui introducendo
questa drammaticità. E la cosa che mi impressiona è che non è che adesso è
tutto chiaro, perché mi sembra proprio di non avere più in mano niente di tante cose.
Grazie.
Torno sull’episodio del nostro amico morto improvvisamente. Il giorno dopo,
quando sono andata a trovare la moglie, lei mi è venuta incontro e mi ha detto:
«Tu che puoi devi chiedere il miracolo». Io l’ho abbracciata e le ho detto: «Chiediamo insieme il miracolo al don Gius e alla Madonna perché io sono certa
che il miracolo accade, anche se non è come lo immaginiamo noi». Quel che
ho capito di me è questa certezza. Se tu la volta scorsa non avessi letto il volantone, questa certezza nel fatto che Lui è risorto… Mi è venuto in mente
quando Lui ha chiesto a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita, credi tu
questo?». E io dico sì, anche se c’è un grande mistero.
Grazie.
Mi sono trovata sul lavoro ad avere di fianco una collega che non dà confidenza
a nessuno. Abbiamo lavorato per quattro ore fianco a fianco fino alla pausa pranzo,
e finalmente cominciava come a sbloccarsi la situazione tra me e lei. Rientro
dopo mezz’ora e lei era tornata a essere un’estranea, come alle otto di mattina.
Mi è venuto un moto di tenerezza nei confronti di lei e di me.
L’ho raccontato a un mio amico, che mi ha detto: «Ecco, tu ti sei accorta che
c’eri, dell’io in rapporto col tu». Questa tenerezza è andata avanti fino al punto che in questi giorni mi sono accorta di tutta l’estraneità che c’è…
E perché c’è questa estraneità? Perché non siamo abbastanza bravi?
No. Per due motivi, mi sono risposta. Per prima cosa, che ho bisogno che mi riaccada... No, questa è la seconda risposta. La prima risposta è che non c’è l’attenzione a me, cioè continuo a non riguardarmi, a non andare a fondo di me.
E la seconda è che comunque… No, non sto rispondendo alla tua domanda.
Grazie per averlo ammesso.
Guardate la fatica che abbiamo fatto questa sera, cosa che non mi spaventa in sé. Ma questo vuol dire che non facciamo ancora quel
che ci propone il don Gius: guardare l’esperienza per sorprendere i fattori costitutivi dell’io. È questo quello che dice, no? Perché la maggioranza delle
volte quello che prevale sono le immagini che noi abbiamo su noi stessi, la maggioranza delle volte noi pensiamo come la vita dovrebbe funzionare. Ma se
siamo leali, dobbiamo ammettere che poi, nell’esperienza, anche quando le cose funzionano secondo il nostro progetto, scopriamo in noi qualcosa di sconosciuto prima. Potrei fare tanti esempi. Ho raccontato spesso di quell’amica della
comunità di Barcellona che lavorava nel consolato italiano e aveva la passione
di dipingere. Il suo sogno era poter fare una grande mostra di presentazione
delle sue tele. Finalmente ce l’ha fatta: successo strepitoso.
Mi ha raccontato poi: «Appena è finita, ho trascorso tutto il pomeriggio
piangendo». Perché? Che cosa ha scoperto di sé che non sapeva prima? Lei aveva un’immagine di sé, del suo desiderio, della sua esigenza: «Se riesco a fare
questo, sarà la fine del mondo!». Era successo, e molto al di là delle
aspettative; e dopo ha pianto per tutto il pomeriggio, perché si è accorta che nemmeno quello era sufficiente per colmare la propria attesa strutturale.
Questo è scoprirsi in azione. Non occorre intelligenza particolare, sforzo particolare: osservandosi in azione, ci si sorprende a scoprire di sé qualcosa
di cui si era a conoscenza teoricamente per averlo letto, ma che emergendo dall’esperienza diventa una novità esistenziale. Questo ci è capitato qualche
volta in questi quindici giorni, a partire da fatti assolutamente normali dell’esperienza? Che cosa ci ha sorpreso? È un problema assolutamente semplice, ma se non ce ne rendiamo conto, dopo l’esperienza continuiamo a rimanere attaccati all’immagine che abbiamo di noi e all’immagine che abbiamo di che cosa ci compie.
Se non partiamo dall’esperienza e non sorprendiamo in azione il
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venir fuori di tutti i fattori del nostro io, noi su questo non ci stiamo, e
poi diciamo “Cristo” in maniera posticcia; non è che Giussani non voglia arrivare
fin lì, fino a dire il Suo nome, ma vuole arrivarci in modo tale che uno Lo percepisca come l’impossibile corrispondenza a ciò che si è sorpreso desiderare
nelle sue viscere, altrimenti la fede sarà ridotta e appiccicata.
Basta che ciascuno pensi a quanti tentativi ha fatto, a quante immagini ha
perseguito in questi quindici giorni, e si renderà conto fino a che punto
l’immagine determina la vita. Non stiamo cercando soltanto di lavorare sul
nostro senso religioso, ma di lavorare sul nostro senso religioso come la
verifica della fede! In altre parole: dopo l’incontro con Cristo questo
dovrebbe essere moltiplicato infinitamente. Eppure a stare a quel che si è
visto stasera è praticamente assente come percezione di sé. Rileggevo in
questi giorni il commento del don Gius alla preghiera dell’Angelus in Tutta
la terra desidera il Tuo volto, dove descrive la percezione che Maria ha avuto
di sé: «Tutta la personalità della Madonna scaturisce dall’istante in cui le è
stato detto: “Ave, Maria” […]. Dall’istante dell’annuncio [Maria] ha assunto
il suo posto nell’universo e di fronte all’eternità. Si è stabilita una sorgente
totalmente nuova di moralità nella sua vita. È scaturito [ecco quello che mi interessa, in particolare] un sentimento di sé profondo, misterioso: una
venerazione di sé, un senso di grandezza pari soltanto al senso del suo niente
a cui non ha mai pensato così». Si capisce? L’incontro della Madonna con
quell’annuncio le ha fatto sorprendere la percezione di sé: un senso della sua grandezza pari soltanto al senso del suo niente. E lo vediamo in tanti passaggi
del Vangelo. Come l’episodio della pesca miracolosa raccontato nel capitolo
quinto del Vangelo di san Luca. Pietro lavora tutta notte, poi arriva la grande pesca, e in lui si svela tutta la sproporzione, e si mette in ginocchio:
«Allontanati da me che sono un niente». Pietro capisce ancora di più se stesso davanti all’imponenza della Presenza, che è proprio quello che dice sempre don Giussani: l’esperienza cristiana dovrebbe darci una consapevolezza ancor più
potente dei fattori costitutivi del nostro io. L’abbiamo cantato all’inizio:
«Guardo il mio fondo e vedo il buio senza fine». Se noi non sorprendiamo questo,
è perché quello che ci manca di più – ci ritornerò agli Esercizi della
Fraternità – è il senso del Mistero. E lo si vede dal fatto che noi,
alla fine, cerchiamo la soddisfazione della vita dove la cercano tutti.
Questa è la verifica alla rovescia: noi in tante occasioni, non lasciando
emergere nell’esperienza tutto il senso del nostro io, pensiamo di poter
rispondere al problema della vita come rispondono tutti, e andiamo dietro
alle cose come tutti… Invece, che spettacolo quando ti trovi davanti una
persona – come mi è capitato questa settimana – che ha questo senso del
Mistero! Questa persona mi raccontava della scena di un film in cui si svolge
un bel pranzo di compleanno in famiglia: il marito è tutto contento e orgoglioso,
la moglie è dominata da un senso di sproporzione.E mi diceva: «Anch’io, come
quella moglie del film, ho addosso un senso di mancanza che non riesco a
estirpare. E io certi dialoghi banali, certi modi di stare insieme non li
sopporto più». «Di che è mancanza questa mancanza?», chiedeva Luzi in una
sua poesia. E questo lo si sorprende non facendo “esercizi spirituali”, ma
durante un pranzo, osservandosi in azione, scoprendo in azione questo senso di
sproporzione che è il segno di che cosa siamo. Se noi non diamo lo spazio a
questa attenzione, all’emergere di questi fattori costitutivi del nostro io,
quello che succede è che le immagini che noi ci facciamo della vita prevalgono,e siamo come tutti. Invece l’Avvenimento cristiano è qualcosa di presente, come
dice il volantone: «L’avvenimento è ciò che desta il presente, definisce il
presente, rende possibile il presente», cioè rende possibile quel senso del
Mistero, quel senso di venerazione di sé, quella consapevolezza della
sproporzione, quel desiderio senza fine. Noi soffriamo di questa mancanza oppure abbiamo l’encefalogramma piatto? Siamo davvero ridestati dall’Avvenimento?
Avremmo dovuto vederlo chiaramente proprio nel lavoro su questo capitolo de
Il senso religioso, in termini analoghi a come Giussani parla della Madonna.
Senza scandalizzarci, vediamo che lunga marcia resta ancora da fare… E allora ci diamo queste settimane che abbiamo davanti per riprendere tutto ciò su cui abbiamo lavorato a partire dal 26 gennaio fino al volantone di
Pasqua.
La prossima Scuola di comunità si terrà mercoledì 11 maggio alle ore 21.30; riprenderemo l’introduzione degli Esercizi della Fraternità.
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Durante la Settimana Santa la Chiesa ci propone dei gesti. Possiamo partecipare a questi gesti (anche nostri) per abitudine, con l’encefalogramma piatto, oppure con
la coscienza di questo dramma, se emerge in noi questo, come ha detto il Papa in occasione della morte di Manuela: «Cristo, nella vigilia della Sua passione, ha rinnovato, anzi ha elevato la nostra memoria. “Fate questo in memoria di me”, ha detto, e così ci ha dato la memoria della Sua presenza».
Sapendo che noi non potevamo cavarcela da soli, ci ha dato la Sua presenza per rinnovare ed elevare quella memoria che era ferita, oscurata, dimentica di Dio.
La Settimana Santa è un’occasione per questo, è la tenerezza della Chiesa verso ciascuno di noi per questo.
Vi ricordo che gli Esercizi della Fraternità inizieranno venerdì 29 aprile con la cena alle ore 19 – vi prego di esser puntali – per poter cominciare in salone alle ore 21.
Per la beatificazione di Giovanni Paolo II il 1° maggio a Roma, piazza S. Pietro
sarà aperta dalle ore 5 del mattino e la celebrazione con Benedetto XVI inizierà
alle ore 10.
Il libro del mese per aprile e maggio è il libro di E. Mounier: Lettere sul dolore (appena ripubblicato dalla BUR). È uno dei testi cari a don Giussani, che nel proporci di leggerlo diceva: «È per un intento glorioso che leggo queste pagine,
non per un intento malinconico. La partenza è dal dolore,[…] ma è per l’esplosione
di un miracolo. Se il miracolo è il riverbero nel frangente del tempo della
perfezione e della grandezza, della grandiosità e della totalità dell’Eterno, dell’Infinito, qui questo riverbero c’è. Leggo queste lettere perché può essere,
deve essere, non dico così, ma dico anche così, nella nostra vita quotidiana».
Veni Sancte Spiritus
Buona Pasqua a tutti.
giovedì 7 aprile 2011
PASQUA 2011 - Volantone di Comunione e Liberazione
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