domenica 4 ottobre 2009

Se i media scoprissero il «sì» della Chiesa - S PESSO DISTORTE LE PAROLE DEL P APA

Nelle stesse ore in cui in Italia si celebrava– tra immancabili polemiche e strumentalizzazioni – una manifestazione per la libertà di stampa, in un autorevole consesso europeo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha affrontato il tema del rapporto tra i media e la Chiesa, specie per quel che riguarda la figura del Pontefice. Quella che può sembrare una vicenda molto, quasi troppo italiana, per le sue esasperazioni ideologiche e per le possibili forzature da ogni parte, diventa invece una questione di ampio respiro se riferita a un contesto più vasto e a riguardo di una presenza universale come quella della Chiesa e del Papa. Il quale, da un lato ha superato la diffidenza di molti media, colpiti dalla forza umile della sua proposta di una fede fondata sulla gioia, e però dall’altro, com’è noto, si è trovato al centro di campagne di stampa distorte e faziose. Un tema così delicato è stato affrontato nel consesso dei rappresentanti degli episcopati europei dal cardinale Bagnasco. In estrema sintesi, il presidente dei vescovi italiani ha ricordato che la Chiesa non tace, non può tacere innanzitutto il suo grande «sì» a Dio e all’uomo in mezzo alle tante vicende del mondo.
«Il più della Chiesa – ha sottolineato il cardinale – è in questo 'sì' con cui risponde all’amore di Cristo, indicando Lui a tutti». Lo scopo della Chiesa, dunque, non è quello di inseguire le opinioni dominanti, o di costruirsi un’immagine.
Il suo scopo è pastorale. Tale libertà di espressione – ben lontano da essere quella caricatura di imposizione che certuni vogliono far credere – porta a volte a dire dei no, o a lanciare degli allarmi quando si vede in pericolo il rispetto incondizionato all’essere umano. Sono dei 'no' che nascono da quel 'sì'. Ai media la Chiesa chiede un comportamento franco nelle critiche ma costruttivo, e di non venir meno al principio di puntare a creare coscienze informate attente al bene comune. E chiede di mostrare innanzitutto il 'sì' che è la Chiesa, invece di ridurre tutto a presunti tentativi di 'scavare fossati 'e 'alzare muri'. Questa volontà di fraintendimento ha fatto comprendere tardi la reale portata di taluni interventi papali. La Chiesa chiedendo per sé libertà dimostra di esser la migliore alleata della libertà. Che è bene altissimo, messo a rischio proprio quando lo si intende come un arbitrio irresponsabile e vanesio, fondato sulla smania di contrapposizione e di successo. Colpisce che in certi Paesi non occidentali, dove pure la repressione politica è forte, la correttezza dei media è la loro maggior fonte di autorevolezza quando si trovano poi a denunciare soprusi e inganni. In Occidente, la perdita di credibilità dei media è causa, insieme al concentrarsi di poteri economici e politici, della perdita di libertà. I cattolici da un lato guardano con preoccupazione tutto questo. Dall’altro, non caricano i media di una responsabilità che essi non devono avere: spesso la realtà della vita della gente, infatti, è ben lungi dalle baruffe in scena su tv e giornali. Alla Chiesa invece interessa la vita reale. Del resto, sappiamo bene che anche Gesù e i suoi discepoli, da quanto emerge nei racconti evangelici, non godevano di rapporti idilliaci con 'la stampa' di allora, con gli scribi e gli opinion leader, impegnati spesso a spargere calunnie sul loro conto. Ma la Chiesa – che prosegue quel Corpo nella storia – non chiede per sé atteggiamenti privilegiati da parte della stampa. Chiede rispetto per tutti. E non ricorre a un uso spregiudicato e fazioso dei media, così come chiede che facciano tutti – per amore vero della libertà.
Chiedendo per sé libertà dimostra di esser la migliore alleata della libertà Che è un bene sempre altissimo
di Davide Rondoni -Avvenire

sabato 3 ottobre 2009

«Ciò che dovrebbe tremare nei nostri occhi tutti i giorni»


02/10/2009 - Appunti dagli interventi di Davide Prosperi e Julián Carrón alla Giornata d’inizio anno degli adulti e degli studenti universitari di Cl della Lombardia (Fiera Rho-Pero, 26 settembre 2009)
JULIÁN CARRÓN
Coscienti del nostro bisogno, domandiamo allo Spirito che porti a compimento - spalancandolo tutto - quel desiderio che ci ha portato fino qua.
Discendi Santo Spirito
Diamo a tutti il benvenuto e salutiamo i nostri amici che sono in collegamento dalle varie regioni d’Italia e dall’estero. È un tentativo ironico - come tutto quello che facciamo - fare una Giornata d’inizio in diretta da Milano. Ma perché sia un gesto non basta essere fisicamente presenti; occorre che ciascuno di noi, in ogni posto dove si trova, sia presente con tutto il proprio io, perché quello che accade possa trovare quell’apertura, quella crepa attraverso cui possa entrare la grazia che il Signore vorrà darci.

DAVIDE PROSPERI
Iniziamo il nostro incontro di quest’anno dal punto in cui abbiamo finito quello dell’anno scorso. L’anno scorso ci eravamo concentrati sul testimone, sull’importanza essenziale del testimone, nel cammino che ci porta verso la maturità della fede, verso la certezza della fede. Come ci ha ricordato Carrón nella sua lettera alla Fraternità appena tornato dal Sinodo, il nostro principale contributo alla Chiesa e al mondo non sta innanzitutto in un’azione culturale, civile o politica (questi sono frutti che maturano come e quando Dio vuole), o tanto meno in alcuna forma di egemonia seppur per scopi nobili, ma precisamente in questo: la testimonianza dell’avvenimento che ha investito la nostra vita, e investendola l’ha resa e la rende, giorno per giorno, diversa, più umana, più capace di gratuità, di letizia, così capace di letizia da risultare invidiabile, magari anche a chi per mille ragioni ci ha sempre criticato... L’abbiamo visto bene al Meeting. Una delle cose che ha colpito maggiormente chi arrivava lì per la prima volta è stata la passione e la gratuità dei “volontari”- volontari che sono lì dando il proprio tempo e le proprie energie, addirittura pagando, per poter contribuire a questo gesto che esprime anche a livello culturale il cuore, la capacità, appunto, espressiva della nostra esperienza -, un fatto inspiegabile con le solite categorie con cui siamo abituati a concepire le cose di ogni giorno. Permettetemi di citare l’editoriale apparso su Il Tempo a firma Roberto Arditti: racconta di essere andato al Meeting scettico per una antica avversione al movimento di Cl «nata e cresciuta negli anni studenteschi. Una giornata a Rimini - dice - mi ha costretto a cambiare radicalmente idea». Davanti a quello che ha visto, si domanda: «Il mondo laico di fine XX secolo cosa ha lasciato ai più giovani? Quale forza “utile” abbiamo saputo costruire? Non trovo risposte convincenti a queste domande, mentre invece i ragazzi del Meeting sono liberi e forti (senza mitizzarli, per carità). Alle undici di sera torno al parcheggio per riprendere l’automobile. C’è una ragazza, seduta da sola su una piccola seggiola di plastica. Mi saluta sorridente e mi accompagna alla macchina. È addetta (volontaria) al parcheggio, capirai che privilegio. Sta lì, con la sua maglietta del Meeting, contenta di quello che fa. E sorride a una persona che incontra per pochi secondi. La sera precedente ero a cena al Billionaire [è uno dei club estivi più esclusivi d’Europa]. Nessuno sorrideva come quella ragazza al parcheggio». Mi riferisco anche a coloro che sono venuti a Rimini a misurarsi con grande lealtà con la proposta che era stata fatta loro, dando coraggiosa testimonianza di come l’avvenimento cristiano diventa un giudizio culturale nuovo, come ci hanno mostrato, ad esempio, Tony Blair e Mary Ann Glendon, per citarne due. E questo perché il testimone non indica solo un modo di fare le cose, ma una concezione nuova della realtà e del proprio rapporto con essa.
Ma l’esperienza di quest’anno ha portato in primo piano anche il rischio di una superficialità, di una concezione ridotta, sentimentale, di ciò che significa «guardare al testimone». Si rischia di ridurre il testimone a un esempio positivo, qualcuno che mi fa provare un sentimento di esaltazione, o di consolazione precaria, un sentimento che però poi se ne va come è venuto, e perciò rimane una insoddisfazione, la sensazione di essere sempre al punto di partenza. E invece il testimone, letteralmente, chi è? Quest’anno spesso ci siamo fatti questa domanda. Il testimone, in senso stretto, è uno che mi racconta un fatto vero, di cui è sicuro perché lo ha visto, ne ha fatto esperienza. Il testimone è uno che mi attesta che il fatto di Cristo è vero, perché ne ha fatto esperienza, lo sa per esperienza, ne è certo perché questo fatto ha cambiato la sua vita ed è presente qui e ora, sempre, come dice il titolo del nuovo libro delle Equipe (Qui e ora. 1984-1985, Bur, Milano 2009). Quindi il testimone è uno che conosce la Verità. Ed è questo che lo rende un soggetto diverso: il fatto che si poggia su ciò che è solido, sull’unico che ha vinto la morte. Mi ha sempre colpito l’insistenza di Giussani sul fatto che nella Bibbia l’idea di verità è espressa attraverso l’immagine della roccia. La verità non è un pensiero, non è un concetto intellettuale. È una Presenza su cui posso stare piantato, su cui posso poggiare tutto il mio io. Una Presenza che mi permette di non sprofondare come dice il Salmo 40: «Mi ha tratto dal fango della palude, i miei piedi ha stabilito sulla roccia» (Sal 40,3). Il testimone è uno che vive tutto piantato sulla roccia. E per questo ti viene da attaccarti.
Ma qui sorge, allora, una prima domanda: se il testimone è quello che abbiamo detto, perché in noi la certezza rimane così debole, pur essendo circondati da tanti testimoni? Questa estate hai cominciato a insistere sul fatto che il testimone non basta. Allora, qual è il passo da fare, dove ci blocchiamo?
Tante volte è come se ci fermassimo, per comodità o, in fondo, per disistima di sé, alla vibrazione per la bellezza degli effetti del fatto, cioè alla vibrazione per la bellezza dei frutti che l’appartenenza a Cristo porta in alcuni momenti o in alcune persone. Ci fermiamo al godimento del fascino dell’umanità di alcuni, senza che questo inneschi - come dire? - un ardore, un desiderio, e perciò un lavoro, un cammino, insomma un movimento verso l’origine nascosta di quella diversità umana.
Questa estate alcuni di noi hanno visto il filmato di don Giussani su Leopardi (all’Assemblea Internazionale Responsabili di Cl - La Thuile, 18-22 agosto 2009 - è stata proiettata la ripresa amatoriale di un incontro con gli studenti universitari del Politecnico di Milano del 1996; ndr). Davanti a questo, personalmente sono rimasto senza parole, rapito da quel modo di sentire, di guardare e sentire l’umano. Ma dopo due giorni, mi sono reso conto che non ci pensavo già più. Ecco: è come se ci fosse continuamente il rischio di fermarsi a un riverbero sentimentale, estetico, anche di fronte alla più grande testimonianza, mentre capisco che il passaggio a cui tu ci stai instancabilmente chiamando è verso un altro livello per cui qualcosa di quegli occhi, di quel modo con cui Giussani parlava dell’umano, entri nel modo in cui noi facciamo tutte le cose, in cui vado al lavoro la mattina, in cui mi ritrovo con gli amici, in cui saluto i miei figli e mia moglie tornando a casa la sera. Come quello che deve avere visto il direttore de Il Tempo in quella ragazza al parcheggio del Meeting. Altrimenti, pur circondato da una moltitudine di testimoni, rimango risucchiato nella confusione, né più né meno di chi non ha fatto il mio incontro.
Ecco perciò la seconda domanda, che in un certo senso contiene la prima: cosa è che vince la confusione?

JULIÁN CARRÓN
1. LA VITTORIA SULLA CONFUSIONE È UN’ESPERIENZA
La confusione la vince un’esperienza, e quello che caratterizza l’esperienza è il giudizio, non - come tante volte vediamo in noi - il riverbero sentimentale che mi provocano le cose. È il giudizio che rende esperienza una cosa che si fa. Per questo don Giussani ci ha testimoniato costantemente che se non vogliamo soccombere alla confusione, «se si vuole diventare adulti - diceva - senza essere ingannati, alienati, schiavi di altri, strumentalizzati», dobbiamo abituarci «a paragonare tutto con l’esperienza elementare», con quell’insieme di esigenze e di evidenze che costituiscono il nostro io. Ma don Giussani è ben consapevole che quello che propone è «un compito non facile e impopolare. Di norma infatti tutto viene affrontato secondo una mentalità comune: sostenuta, propagandata da chi nella società detiene il potere. Cosicché [attenzione!] la tradizione familiare, o la tradizione del più vasto contesto in cui si è cresciuti, sedimentano sopra le nostre esigenze originali e costituiscono come una grande incrostazione che altera l’evidenza di quei significati primi, di quei criteri» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano 1997, p. 13) che costituiscono quelle esigenze. E noi di questo dobbiamo essere consapevoli, perché poi quello che noi chiamiamo “cuore” non è altro che queste sedimentazioni, espressioni della mentalità di tutti; e per questo tante volte ci troviamo, come tutti, smarriti, confusi (basta guardarci in giro). Don Giussani - amici - era ben consapevole di che razza di sfida ci lancia: «La sfida più audace a quella mentalità che ci domina [attenzione!] e che incide in noi per ogni cosa - dalla vita dello spirito al vestito - è proprio quella di rendere abituale in noi il giudizio su tutto alla luce delle nostre evidenze prime, e non alla mercè di più occasionali reazioni [appunto: al riverbero sentimentale delle cose]» (Ibidem, p. 14). Perciò, se noi vogliamo realmente vincere questa confusione, dobbiamo decidere se accettare questa sfida di rendere abituale il giudizio. «L’uso dell’esperienza elementare, o del proprio “cuore”, è dunque impopolare soprattutto di fronte a se stessi, poiché quel “cuore” appunto è l’origine dell’indefinibile disagio da cui si viene presi quando, ad esempio, si è trattati come oggetto di interesse o di piacere» (Ivi). È impopolare davanti a noi stessi: è più facile ripetere quello che dicono tutti, non fare i conti con quell’indefinibile disagio che ci troviamo addosso. Giudicare è l’inizio della liberazione dalla confusione. Ma perché è impopolare? Risponde: «Il ricupero dell’esistenziale profondo [di quel profondo che è sotto tutta questa incrostazione], che permette questa liberazione, non può evitare la fatica di andare controcorrente. Si potrebbe chiamare lavoro ascetico, dove con la parola ascesi si indica l’opera dell’uomo in quanto cerca la maturazione di sé, in quanto è direttamente centrato sul cammino al destino. È un lavoro, e non è un lavoro ovvio [come invece pensiamo tante volte]; è qualcosa di semplice, ma non scontato [per niente!]. Quanto finora detto è da riconquistare, ma viviamo in un’epoca in cui l’esigenza di tale riconquista è più chiara che mai, benché in ogni tempo l’uomo abbia dovuto lavorare per riconquistare se stesso. In termini cristiani questa fatica fa parte della “metanoia”, o conversione» (Ibidem, pp. 14-15).
Che impressione rileggere queste pagine nel contesto attuale in cui ci troviamo! Niente descrive meglio ciò che ci capita. È difficile trovare parole più pertinenti rispetto a questa confusione.
Ma qual è la difficoltà, amici? Che quello che don Giussani ci propone, giudicare, per noi è qualcosa che sentiamo come appiccicato, intellettuale, solo per persone che si complicano la vita. In realtà - pensiamo - vivere è un’altra cosa, fare esperienza è altro, giudicare è solo per tipi complicati o confusi. E perciò non lo prendiamo neanche in considerazione, non ci prendiamo neanche la briga di accettare la sfida e affermiamo: «Ma cosa stiamo a dire! Giudicare? Ma va’ là... Ma siamo seri!».
Il più grande scoglio che abbiamo di fronte alla proposta del carisma - e questo ci capita da anni, è da anni che ce lo abbiamo davanti agli occhi - è capire qual è il problema, riconoscere qual è la questione. Ricordiamo sempre la frase di Chesterton dedicata a noi che siamo sapienti: «Il male non è che i sapienti non vedono la risposta, ma che non vedono l’enigma» (G.K. Chesterton, Ortodossia, Edizioni Martello, Milano 1988, p. 49). Non capiamo di che cosa si tratta, e così ci troviamo descritti benissimo nella frase di Barbara Ward citata ne Il senso religioso: «Gli uomini raramente imparano ciò che credono già di sapere» (pp. 129-130).
Perciò non si tratta prima di tutto di un problema di contenuto, ma di accorgersi di una difficoltà che ci portiamo addosso, di cui subiamo le conseguenze: è come se non riuscissimo a capire l’origine di questo disagio, di questa confusione che ci troviamo addosso, di questa difficoltà a stare nel reale, a vivere nelle circostanze. E perciò, da una parte, ripetiamo dei gesti e, dall’altra parte, subiamo la quotidianità che schiaccia. Vi leggo una lettera: «Don Giussani ha detto, e tu l’hai più volte ricordato, che le circostanze per cui Dio ci fa passare sono fattore essenziale e non secondario della nostra vocazione, della missione a cui ci chiama, e questo è qualcosa di dirompente e appagante nel nostro vivere distratto e affrettato. Eppure io, dopo anni e anni di movimento, faccio fatica a vivere il quotidiano [grazie a Dio, dico io, perché noi possiamo nella nostra testa fare tutti i nostri castelli, ma c’è sempre qualcosa che non torna]: le piccole cose, la semplicità di un gesto usuale con i miei figli, il gioire di un consueto momento in famiglia, sono sempre da me vissuti come un di meno, come se la cosa più importante di quel momento fosse altro (l’incontro di Scuola di comunità, l’assemblea di Tizio o Caio, partecipare alle Tende di Natale, oppure dare la disponibilità per la Colletta alimentare), e mi accorgo che così facendo vivo un’altra realtà, quasi sfuggendo le circostanze che ogni giorno mi sono date da vivere».
Quando leggo queste cose mi viene da piangere. Che tutto quanto facciamo per il movimento non ci serva per vivere il quotidiano… Ma allora a che cosa serve il movimento? Per questo si capisce quanta ragione aveva don Giussani quando ci spingeva a passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale» (Qui e ora. 1984-1985, Bur, Milano 2009, p. 320): infatti il gruppo, appartenere soltanto al gruppo, non basta perché il quotidiano non diventi insopportabile. E per questo proponeva come formula: «Passiamo dal fare il movimento all’esperienza del movimento» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, Bur, Milano 2007, p. 149).
Allora, qual è il problema? È una mancanza di esperienza, cioè di giudizio; ma a noi questo sembra strano, esagerato, perché pensiamo di fare esperienza, ne parliamo sempre, ma confondiamo l’esperienza con ciò che esperienza non è, pensiamo di giudicare, ma il più delle volte ci fermiamo molto prima che il giudizio sia veramente compiuto, ci accontentiamo della reazione o del pregiudizio.
L’esempio più palese è quello che ci capita tante volte con il testimone, perché non è che il testimone sfugga a questo modo di vivere il rapporto con il reale, anche il più grande testimone - come diceva prima Davide - lo possiamo ridurre al riverbero sentimentale, e due giorni dopo ci troviamo daccapo: perché non basta l’esperienza che ha fatto un altro. Il testimone ci mostra una reale possibilità, più umana, di vivere le circostanze in cui siamo chiamati a vivere, ma se questo non ci spinge a fare noi stessi esperienza personale di ciò che il testimone ci mostra, prima o poi il testimone non mi interessa più - mi stufo di tante testimonianze -, perché non diventa mai mio. Per questo, ci ha sempre detto don Giussani, «se ciò che intuisco o presento come valore attraverso una testimonianza, la testimonianza di un altro, io non mi impegno a verificarlo, presto o tardi me ne vado» (cfr. Ibidem, p. 158); se non lo vedo riaccadere in me, nel tempo non mi interessa. E faceva questo esempio: «Uno, a sessant’anni, può avere provato tutto il provabile, ma non per questo è necessariamente una persona “sperimentata”; [che ha fatto veramente un’esperienza, perché] l’esperienza è la capacità di paragone con l’ideale. Altrimenti [attenzione!] non si fa esperienza di niente, si ha il caratteristico atteggiamento di tanti vecchi, pieni di vuoto, di niente» (Ibidem, p. 148).
Questo è il destino, se noi proviamo, proviamo, proviamo… senza fare realmente un’esperienza: diventeremo vecchi vuoti. Per questo insisteva nel passaggio dal fare il movimento all’esperienza del movimento, quello che chiama “personalizzazione”. E la chiave di volta di questo passaggio è il giudizio - quello che noi consideriamo appiccicato, estraneo all’esperienza -, perché è il giudizio che rende esperienza una cosa che si fa.

2. LE RIDUZIONI DELL’ESPERIENZA
Aiutiamoci a capire quali sono le riduzioni dell’esperienza che di solito noi operiamo.
Il guaio è che noi fatichiamo a fare veramente esperienza, e lo si vede dalla confusione. La confusione evidenzia proprio la riduzione che operiamo nell’esperienza, riduzione che è grave, molto grave. Perché è molto grave? Perché indebolisce e vanifica il metodo fondamentale dello sviluppo umano. Perché è questo che Giussani considera esperienza: l’esperienza non è una parola da dire a vanvera, l’esperienza è la strada dello sviluppo della persona, è lo strumento che noi abbiamo nelle nostre mani per il nostro sviluppo, per la nostra crescita. Perciò se noi lo usiamo male o lo riduciamo, tutto quello che capita nella vita è inutile (come ho ricordato al Meeting, citando i Galati), è sterile, non serve, non incrementa il nostro io, non sviluppa la nostra persona, e si può diventare vecchi vuoti pur avendo vissuto tante cose, perché non si è fatta veramente esperienza.
E come viene ridotta questa esperienza? Tante volte per noi l’esperienza è ridotta semplicemente all’impatto che le cose mi provocano. Raccontiamo dei fatti, ma rimane tutto lì, e dopo non resta niente. Questo capita perché generalmente anche da noi l’esperienza è identificata soltanto con l’impatto che le cose mi provocano, con le impressioni avute, che sono tutte reali - non è che usiamo parole a vanvera: no, raccontiamo dei fatti, partiamo da cose reali -, ma sono soltanto impressioni. L’esperienza, perciò, è cieca, meccanica. Quello che noi chiamiamo esperienza spesso non è altro che mero provare, mera sensazione, senza intelligenza, senza giudizio; oppure è soggettiva, in senso deteriore, cioè qualcosa di sentimentale. Don Giussani questo ce lo ha descritto con tutti i tratti: «Di qui tante inadeguate, anche se frequenti, accezioni della parola esperienza [ridotta]: dove cioè per esperienza s’intende [ascoltate l’elenco che segue, in cui ognuno di noi è radiografato] reazione immediata a cose proposte, o il moltiplicarsi di legami per mera prolificazione di iniziative, o l’improvviso fascino o disgusto delle cose nuove, o l’affermazione di una propria elaborazione o di un proprio schema, o un ricordo del passato che non rivive come valore del presente, o addirittura un avvenimento citato per bloccare un’aspirazione o per mortificare ideali» (Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, p. 129).
E così don Giussani ci aiuta a capire come noi tante volte operiamo questa riduzione: «Senza una capacità di valutazione infatti l’uomo non può fare alcuna esperienza. [...] L’esperienza coincide, certo, col “provare” qualcosa, ma soprattutto coincide col giudizio dato su quel che si prova» (Il senso religioso, op. cit., p. 7). Perciò questa estate ho detto: «L’incomprensione della parola “esperienza” è resa evidente dal modo in cui siamo soliti opporla a “giudizio” (o “conoscenza”): dove c’è l’una non c’è l’altro, sono alternativi. È il segno più chiaro che si è confusi sull’uno e sull’altro termine. Per questo tante volte, se per noi l’esperienza è ridotta a questa sorta di impatto, di shock meccanico, il giudizio ci sembra qualcosa di intellettuale, quasi appiccicato. E proprio per questo tante volte sentiamo il giudizio come una forzatura, come qualcosa che noi imponiamo al reale, che creiamo noi [...]: ma se dobbiamo giudicare anche le cose belle, le cose intense, questo rovina l’incantesimo di quello che viviamo, in qualche misura “spoetizza” l’esperienza, quasi ce la rovinasse. Perciò quando le cose sono state interessanti, belle, persuasive, che bisogno c’è di giudicarle? Ce la siamo goduta. Perciò tante volte [...] l’istigazione a giudicare che ci rivolgiamo sembra quella del rompiscatole. Insomma, viviamo una cosa bella e dobbiamo anche giudicarla? Cioè, ci sembra di compiere una operazione artificiosa e faticosa» (Esperienza: lo strumento per un cammino umano, Assemblea Internazionale Responsabili di Comunione e Liberazione, La Thuile, agosto 2009, suppl. a Tracce, n. 8/2009, pp. 11-12). Se possiamo risparmiarcela, meglio.
Che cosa ci perdiamo? La risposta a questa domanda ci dice fino a che punto facciamo fatica a capire. Perché il punto cruciale è proprio questo: che - facendo questa esperienza così ridotta, “godendocela” e non sentendo il bisogno di giudicarla - a noi sembra che non ci manchi niente. Il vero guaio è che a noi sembra che non ci manchi niente! È una riduzione dell’umano da far compassione! Tutto diventa formalismo, superficialità, conformismo. Come i nove lebbrosi, che abbiamo citato altre volte: non si domandano niente, non manca loro più niente, non sentono l’urgenza d’altro. Che noi sentiamo estraneo il giudizio vuol dire che a noi non ci manca più niente, e questo dice fino a che punto la riduzione dell’umano è spaventosa! Perché non giudicare è perdere il meglio, è fermarsi prima di arrivare a quello che davvero mi interessa; ma in noi non ne sentiamo la mancanza, ci sembra qualcosa per “intellettuali”.
E allora colpisce che la cosa più nostra (che più dovrebbe essere nostra), cioè il desiderio di pienezza davanti al reale, sia la cosa a noi più estranea. Che separazione da noi stessi! Siamo impopolari a noi stessi, come dice don Giussani nel passaggio che ho citato. Ma che cosa succede quando ci svegliamo dal sogno? Dopo che passa il “godimento” che cosa resta? Noi, soli, con il nostro niente, sempre più smarriti, sempre più scettici. Capite perché la confusione cresce?
Ma che differenza, che differenza con ciò che don Giussani ci ha testimoniato - lo ricordava prima Davide - leggendo Giacomo Leopardi. Perché è impossibile che uno veda quella umanità e non desideri quello sguardo, non desideri partecipare a quella modalità di rapportarsi al reale; perché quello che vediamo in quel video è un uomo, testimone di come si può stare davanti al reale e leggere Leopardi in modo tale da scoprire, da testimoniare quel «Misterio eterno / Dell’esser nostro» («Sopra il ritratto di una bella donna…», in Cara beltà, Bur, Milano 1996, p. 96), cioè quello che noi siamo. E qual è questo mistero? «Natura umana, or come, / Se frale in tutto e vile, / Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?» (Ibidem, p. 97). Tu, essendo così fragile, hai desideri così grandi. Ma questi desideri - diciamo tante volte - non ci sono, è come se tutto venisse meno. Don Giussani - ed è impressionante sentirlo mentre brandisce Leopardi - dice: neanche un po’, no, questo è il pensiero dominante: «Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente» («Il pensiero dominante», in Ibidem, p. 77). Questo grido, questa esigenza di felicità, riemerge dal naufragio universale, perché «l’infinita vanità del tutto» («A se stesso», in Ibidem, p. 84) non riesce a togliere il seme di questo pensiero dominante, di questa sete, di questa passione per la felicità: «Siccome torre / In solitario campo, / Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei» («Il pensiero dominante», in Ibidem, pp. 77-78). Possiamo trovarci in mezzo a questo naufragio universale e a questa confusione totale, ma il pensiero dominante implacabilmente riemerge. Puoi essere confuso quanto vuoi, ma quando qualcuno ti fa una ingiustizia riemerge tutta l’esigenza di giustizia; puoi essere stanco quanto vuoi, ma davanti alla bellezza non puoi evitare che venga fuori tutto lo stupore. E ciò che chiamiamo cuore, questo pensiero dominante, è una realtà «dimenticabile, mistificabile, obiettabile, ma inestirpabile» (Uomini senza patria. 1982-1983, Bur, Milano 2008, p. 256). È di questo che don Giussani è testimone: di questa lealtà con l’esperienza, che trova un compagno in uno come Leopardi. In mezzo al disastro c’è questa realtà inestirpabile che si erge impetuosa, grandiosa. Se qualche volta noi seguissimo questo…
Il testimone è uno che usa la ragione così, che ha questa lealtà con se stesso, che è definito da questo pensiero dominante, e perciò non può entrare in rapporto con alcuna cosa senza che gli venga il desiderio di tutto. E questo è il giudizio. È con questa umanità che occorre paragonare tutto, è questa esigenza che viene fuori nel rapporto con tutto, ma occorre la lealtà che vediamo in Giussani e in Leopardi: solo uno che prende sul serio questo pensiero dominante, questa esigenza che è dentro le viscere di ciascuno di noi, che viene fuori nel rapporto con tutto e che non si accontenta di meno di questa esigenza di tutto, può capire veramente che cosa è l’esperienza.

3. L’IMPLICAZIONE ULTIMA DELL’ESPERIENZA UMANA
«Ciò che caratterizza l’esperienza è il capire una cosa, lo scoprirne il senso. L’esperienza quindi implica intelligenza del senso delle cose» (Il rischio educativo, op. cit., p. 127). E quando le capisco? Quando do ragione di tutti i fattori implicati nell’esperienza. Quando diciamo che giudicare è artificioso, diciamo qualcosa che è contraddetto dalla nostra stessa esperienza. Occorre guardare questa esperienza semplice che facciamo davanti al reale, davanti alle montagne, davanti al canto, per riconoscere come lì appare subito, in contemporanea, il giudizio: «Sono belle». E qualcuno dice che è artificioso... Gli artificiosi siamo noi che non ci rendiamo conto veramente di quello che succede quando facciamo esperienza.
È capitato più volte questa estate durante le gite - mi raccontavano alcuni universitari - che, vedendo ottocento persone salire in silenzio, i turisti chiedessero: «Ma voi chi siete?». In uno di questi episodi, a un certo punto capita una coppia di sposi: «Chi siete?», domandano. «Universitari». «Sì, ma chi siete? Da dove venite?». «Da La Thuile». «D’accordo, ma da dove venite?». «Milano», «Palermo»… «No, no, no: chi siete, da dove venite?». «Siamo di Comunione e Liberazione». «Ah! È una meraviglia vedervi salire». È artificiosa questa insistenza accanita fino all’origine, è un’aggiunta? O sono persone che non arrestano il loro umano davanti alla provocazione del reale, leali con quella provocazione? Tanto è vero che i ragazzi sono rimasti colpiti da questa lealtà: «Anche in noi abbiamo sorpreso questa domanda, una domanda sull’origine ultima di ciò che avevamo di fronte, che sarebbe stato artificioso bloccare prima di giungere a una risposta adeguata».
Altri due amici mi scrivono l’esperienza delle loro vacanze: «Volevamo raccontarti un episodio accaduto l’ultimo giorno delle nostre vacanze, proprio mentre stavamo preparando le valigie. Facciamo una premessa: durante il soggiorno eravamo con amici in un residence in cui ciascuno aveva il proprio monolocale, ma a pranzo e a cena abbiamo sempre mangiato insieme, oltre ovviamente a condividere tutta la giornata. A fianco dei nostri appartamenti c’era quello di due signori, marito e moglie, toscani, sulla sessantina (che spesso vedevano il nostro via-vai da un monolocale all’altro con in braccio il proprio figlio o quello di qualcun altro), il cui tavolino affiancava sempre ogni pranzo e cena la nostra tavolata di otto adulti e tre bambini nel giardino antistante la loro abitazione. Il giorno della nostra partenza il signore toscano si è avvicinato a Ciccio, uno dei nostri amici, e gli ha detto: “Ti faccio una domanda e tu devi darmi una risposta precisa. Vi abbiamo osservato molto in questi giorni, abbiamo visto come mangiate insieme, come pregate, come state con i vostri figli, ma al di là della vostra amicizia (forse siete colleghi di lavoro, ma non mi sembra sufficiente a spiegarlo) qual è il filo conduttore che vi unisce?”. Ciccio gli ha risposto che siamo del movimento, che siamo cristiani e che questo è quello che ha unito le nostre vite e ci ha reso amici. Lui ha risposto: “Lo sapevo!”, e ha spiegato che a Pistoia dove lui abita ha avuto modo di incontrare gente del movimento, e che anche lui è cattolico, e poi ci ha ringraziato per la compagnia che abbiamo fatto a lui e a sua moglie e ci ha detto: “Siete uno spettacolo!”». Non c’è esperienza fin quando non si arriva a capire. Ma per capire occorre non fermarsi fino a quando non si trova una risposta esauriente a quello che si vede: amici insieme in un modo così diverso. E allora scatta la domanda: «Ma qual è il filo conduttore che vi unisce?». È una cosa da uomini, basta un uomo vibrante di umanità. Prosegue la lettera: «Quando Ciccio ci ha raccontato questo dialogo, ci siamo commossi di quella commozione di cui parla la Rose, del vedere il Mistero accadere, operare. Ci ha molto colpito l’uso della ragione di questo uomo che, guardandoci, si è lasciato stupire e soprattutto interrogare; ha osservato il nostro semplice stare insieme (mangiare, discutere a tavola, pregare) e ha visto qualcosa di diverso che l’ha colpito, ma non si è fermato a questo sentimento di stupore, si è posto la domanda: da dove verrà questo modo di essere amici? Quale può essere il filo conduttore che li lega? Ha provato a cercare una spiegazione, e quando si è reso conto che nessun suo tentativo di risposta poteva bastare a rendere pienamente ragione di quella diversità, è venuto direttamente da noi e ha chiesto di avere una risposta precisa».
È semplice: questo è un io impegnato in ciò che prova. Questa esigenza di capire, chi di noi la sente come strana, appiccicata alla bellezza dell’esperienza, che ne rovina l’incantesimo? Domandarsi per capire fa parte dell’esperienza che faccio, altrimenti l’esperienza è incompiuta, non riesco a capire, a cogliere tutto quello che vedo davanti a me! Per questo uno che ha questa umanità non sente il giudizio come artificioso o estraneo.
Facciamo l’esempio che ci ha fatto tante volte don Giussani, elementare nella sua semplicità, per smontare una volta per tutte questa idea che il giudizio sia qualcosa di artificioso: chi sente come artificioso, davanti a un mazzo di fiori, domandarsi chi ce l’ha inviato? Non è che questa domanda rovini alcunché: fa parte, in contemporanea, del contraccolpo dei fiori che trovo a casa il domandare chi me li ha mandati. Qualcuno sente il domandarsi l’origine ultima della presenza di quei fiori come intellettuale? Ciascuno può rispondere per sé. Il “chi” è l’implicazione ultima di quei fiori che ho davanti. Basta soltanto non essere un sasso! Non occorre fare nessun percorso strano: basta semplicemente accusare il contraccolpo, perché nel contraccolpo è già dentro tutta l’implicazione.
Per questo don Giussani ci dice che non c’è esperienza fin quando uno non riconosce «Dio come l’ultima implicazione della umana esperienza, e quindi la religiosità come dimensione inevitabile di autentica, esauriente esperienza» (Ibidem, p. 129). Facciamo il paragone tra quello che noi chiamiamo “esperienza” e questa affermazione, e ci renderemo conto fino a che punto la riduciamo...
È così semplice che ho scelto come titolo del nostro incontro questa frase di Leopardi: «Raggio divino al mio pensiero apparve, / Donna, la tua beltà» («Aspasia», in Cara beltà, op. cit., p. 86). È così semplice che Leopardi non può evitare che nel contraccolpo della bellezza della donna che ama scopra il raggio divino. Questa è l’esperienza nella sua semplicità: la bellezza della donna conduce Leopardi a riconoscervi dentro il raggio divino. È esattamente quel che intendiamo quando diciamo che non c’è vera esperienza che non abbia dentro il Mistero, che non implichi il Mistero come spiegazione esauriente. Ma questo Leopardi lo dice perché deve fare l’intellettuale? Leopardi non poteva vivere la propria esperienza del rapporto con la bellezza della donna senza che questo lo rimandasse al Mistero, gli facesse percepire il raggio divino. Ma occorre un uomo come Leopardi per questo, occorre cioè una lealtà con quel pensiero dominante che riemerge costantemente nel naufragio universale per non fermarsi prima.
Questa immediatezza noi non l’abbiamo, facciamo fatica, perché, come abbiamo spiegato altre volte, sopra le nostre esigenze elementari c’è questa incrostazione, e solo se ci lavoriamo possiamo venirne fuori. Abbiamo visto quanta fatica ci occorre per arrivare a descrivere l’esperienza nella sua totalità (questa estate abbiamo fatto esperienza di questo nei gesti insieme). Ma è quello che don Giussani ci ha sempre detto: che uno che dice “io” con tutta la consapevolezza, con tutta l’autocoscienza di sé, non può evitare di implicare il Tu che lo fa: «Io sono “tu-che-mi-fai”» (Il senso religioso, op. cit., p. 146), questa è la formula dell’esperienza completa. «Allora non dico: “Io sono” consapevolmente, secondo la totalità della mia statura d’uomo, se non identificandolo con “Io sono fatto”» (Ibidem, p. 148). E per capire fino a che punto noi siamo lontani da questo basta rilevare quante volte diciamo: «Io sono» senza questa autocoscienza.
Senza la percezione e il riconoscimento del Mistero come fattore della realtà non c’è esperienza, di qualunque cosa si tratti; e questo ci rende consapevoli dell’handicap che abbiamo, il quale rende arduo, difficile, non scontato il percorso della ragione fino al Tu, a quell’ultima implicazione dell’umana esperienza che si trova già dentro. Non occorre aggiungerLo. Come ci ha insegnato Giussani con l’immagine degli scalatori: siamo «come gli scalatori di cento anni fa che [per salire in vetta] dovevano affrontare la lunga marcia di avvicinamento» (Perché la Chiesa, Rizzoli, Milano 2003, p. 36). Possiamo farcela solamente se sentiamo urgere dentro di noi quell’esigenza di spiegazione totale che solo il Mistero può compiere.

4. TEST DELL’ESPERIENZA: L’ACCORGERSI DI CRESCERE
Ma noi, dopo tanti anni di movimento, vediamo ancora la fatica che facciamo, e questo si rende evidente in tante occasioni. A me è capitato, per esempio, di vederlo clamorosamente durante l’assemblea all’Equipe con gli universitari questa estate, quando cercavamo di capire veramente fino in fondo che cosa sia l’esperienza; almeno in tre occasioni durante l’assemblea hanno dato la risposta giusta, ma quando chiedevo loro di ripetere, non ci riuscivano: lo avevano detto per caso. Ecco perché - e questo è decisivo per noi, perché noi diciamo tante volte cose vere, ma non ce ne accorgiamo - don Giussani insiste: «L’“esperienza” connota perciò il fatto dell’accorgersi di crescere» (Il rischio educativo, op. cit., p. 126). Se noi non ci accorgiamo di questo, anche se tante volte lo diciamo, noi - come diceva prima Davide - ripartiamo sempre da capo. Si vede che non facciamo esperienza perché l’esperienza non ci fa crescere nell’autocoscienza. E allora ritorniamo nella confusione.
Mi stupisce con che chiarezza, con che evidenza don Giussani identifica tutti i fattori dell’esperienza, e ci può adesso accompagnare. Ma tante volte noi ci diciamo: «Ma sì, io lo so», siccome abbiamo sentito tante volte queste cose e le ripetiamo, ci sembrano già sapute. Io lo capisco benissimo, perché è quello che è capitato a me: io pensavo di sapere certe cose, e perciò la decisione più grande della mia vita è stata accettare di incominciare a capire quello che pensavo di sapere, a imparare quello che pensavo di sapere. Non sto rimproverando niente a nessuno, perché lo so benissimo per la mia esperienza qual è il problema, lo so bene: io ripetevo tutte le parole giuste, ma poi nel reale non ci stavo. Invece quello che mi ha fatto fare una strada è proprio accettare di ricominciare. E questo don Giussani l’aveva chiaro. Mi stupisce rileggere quello che lui dice della sua prima ora di lezione: «Fino dalla prima ora di scuola ho sempre detto: “Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò. E le cose che io vi dirò sono un’esperienza che è l’esito di un lungo passato: duemila anni”» (Ibidem, p. 20). Sapeva che non poteva aiutare nessuno se non metteva in moto l’io di quelle persone, che non bastava quello che lui diceva, non bastava nemmeno il suo essere testimone: era consapevole che poteva aiutare soltanto offrendo un metodo perché i suoi studenti potessero giudicare tutte le cose che diceva. Cioè, fin dall’inizio don Giussani sfida il cuore di quelli che il Signore gli mette davanti. È l’esaltazione della persona: tu sei in grado di giudicare perché c’è questo “pensiero dominante”, questa “torre” in mezzo al “naufragio universale” che ti consente di giudicare, di fare una strada per venire fuori dalla confusione. E aggiunge: «Il rispetto di questo metodo ha caratterizzato fin dall’inizio il nostro impegno educativo, indicandone con chiarezza lo scopo: mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita [cioè il desiderio di felicità]. Per la mia formazione in famiglia e in seminario prima, per la mia meditazione dopo, mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente [di ciascuno], confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe [...] in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto» (Ibidem, p. 20). Prima ora di lezione!

5. ESPERIENZA CRISTIANA
Questo che lui descrive dell’esperienza in generale, capita ancora più eminentemente nell’esperienza cristiana. Perché è ancora più facile nell’esperienza cristiana? Ce lo ha detto sempre: perché quanto più è eccezionale la presenza che incontro, più facile è riconoscerla. Quanto più belle sono le montagne, più facile è per noi riconoscerLo, quanto più bella è la donna di cui m’innamoro, più facile è riconoscerLo. L’esigenza viene fuori più facilmente, ti prende di più, ti afferra di più, è talmente imponente che ci stupiamo davanti ai fatti eccezionali. Possiamo essere distratti, ma davanti a certe cose è impossibile non sussultare, non chiedersi Chi le renda possibili. Questo è universale, l’ho presentito andando in Brasile, quando una ragazza metodista, Natalia, in un’assemblea ha detto: «Questo mese la domanda che ci eravamo dati era: incontrare qualcosa che corrisponda al proprio cuore. Io ho incontrato veramente qualcosa che corrispondeva al mio cuore, sono queste persone dell’Associazione di Cleuza e Marcos, perché per quanto possa sembrare incredibile viviamo in un’epoca in cui se voi dite che siete cattolici, gli evangelici si defilano, se ne vanno, se dico che sono evangelica, sono i cattolici a defilarsi. Sono venuta qui e ho detto a che religione appartenevo. Poi, tornando a casa, ho pensato: mi rendo conto di ciò che quel che ho detto provocherà nella mia vita? Ma è successo il contrario di quello che pensavo, perché quando sono arrivata qui tutti mi sorridevano, le persone mi domandavano se andava tutto bene. Non ho capito, ma ho risposto: “Tutto bene”. E poi arrivava un altro e diceva: “Stai bene? Come stai?”. E ho cominciato a capire che cosa è Dio, che cosa è la fede in Dio: in nessun altro luogo mi sono mai sentita tanto accolta, tanto amata come qua. In tanti anni di vita non mi sono mai sentita così rispettata». Per dare ragione dell’esperienza di essere così rispettata e così amata, Natalia deve implicare il divino, tanto è straordinaria.
Solo se accettiamo questa implicazione ultima in ogni esperienza, possiamo vincere la confusione. Il contributo che ci dà don Giussani testimoniandoci che Dio è l’implicazione ultima dell’esperienza è la risposta più adeguata alla domanda. Ma noi tante volte vedendo i fatti eccezionali rimaniamo nella confusione perché blocchiamo quella esigenza che viene fuori, la domanda inevitabile su Chi renda possibile tutta questa bellezza. Guardate come lo descrive, come ce lo testimonia: «L’incontro - da cui parte l’immagine persuasiva di Cristo, in cui si intuisce che Cristo è qualche cosa che è pertinente alla vita, che interessa la vita - è con una compagnia o anche con una sola persona, non in quanto tu capisci che lì c’è dentro Cristo, ma in quanto ti fa dire: “Ma come mai son così questi qui?”. [...] Dunque, tu incominci questa strada trovando un compagno, una compagna, oppure vedendo un gruppetto, che ha qualcosa di interessante e gli vai dietro. E senti questi qui che dicono che quello che d’interessante hanno è perché “C’è il Signore”; e gli vai dietro un po’ incuriosita, ma senza essere definita da quella cosa lì, senza essere determinata da quella cosa lì. A un certo punto, però, questo richiamo ingrossa, [...] sei colpita di più da quell’idea, da quella parola; e sei più colpita dal fatto che la gente ti dice: “Guarda che noi siamo insieme per quello lì [il Signore]”. Questo è un salto qualitativo rispetto all’impressione iniziale; allora tu incominci a prendere sul serio quello lì: [...] più tu segui con continuità questa evoluzione, tanto più Gesù diventa più importante delle facce messe insieme [questo è il nocciolo della questione: che Gesù – Gesù! – diventa più importante delle facce messe insieme]. Anzi, diventa così importante che capisci che senza di quello [Gesù] le facce scomparirebbero e tu ti “stufiresti”! È questo il destino di tantissima gente che passa attraverso noi e poi se ne va. Come ne Il focolare di Pascoli: se ne vanno per il loro destino, perché non hanno preso in considerazione adeguata, non son stati seri con quella cosa che la compagnia che li ha attratti diceva essere il proprio motivo. La compagnia dice: “Siamo insieme per questo qui”; uno non prende sul serio questo e si appaga della compagnia, gli piace la compagnia; non guarda questa motivazione. Dopo un po’, giuro che lascia anche la compagnia [questa è la conseguenza se noi non arriviamo al giudizio, perché una realtà senza motivo adeguato svanisce]! Il motivo adeguato della nostra compagnia è qualcosa d’altro. Ma questo è ciò che dovrebbe tremare nei nostri occhi tutti i giorni, perché tutti i giorni è proprio così» («Tu» (o dell’amicizia), Bur, Milano 1997, pp. 175-177).
Il segno che noi stiamo facendo un cammino - ci dice - è che Gesù diventa più importante delle facce messe insieme, non perché io dimentico le facce messe insieme, ma perché quelle facce non esauriscono tutta l’esigenza di compimento che ho dentro di me; e se io non arrivo fino lì, fino a Gesù, mi stufo e me ne vado. Per questo, se noi non arriviamo fino lì e continuiamo a dire che questo percorso è artificioso (perché quello che è importante è quello che tocco, che vedo, e tutto il resto sono balle), ce ne andremo prima o poi, perché volenti o nolenti non corrisponderà mai all’esigenza che abbiamo dentro, a quel pensiero dominante che rimane, come “torre in solitario campo” in mezzo al “naufragio universale”.
Come non commuoversi davanti a questa testimonianza di Giussani? Gesù «è ciò che dovrebbe tremare nei nostri occhi tutti i giorni» (Ibidem, p. 177). Senza questa esperienza di Cristo c’è solo discorso formale su Cristo, ma smarriti e confusi come tutti, succubi del nichilismo, «questo ospite inquietante del nostro tempo», come lo ha definito il cardinale Angelo Bagnasco. Senza esperienza reale di Cristo noi guardiamo la realtà come tutti. Per capire che questo non è assolutamente scontato basterebbe che ciascuno guardasse come si è mosso nelle vicende che scuotono l’Italia, che è - dice ancora Bagnasco - «ciclicamente attraversata da un malessere tanto tenace quanto misterioso» (A. Bagnasco, Prolusione del Cardinale Presidente, Conferenza Episcopale Italiana, Consiglio Permanente, Roma, 21 settembre 2009). Come le abbiamo giudicate? Con quale criterio? Tanto frastuono sembra avere un solo scopo: evitare di porre l’unica domanda veramente esauriente, corrispondente al cuore, quella posta da Henrik Ibsen nel Brand: «Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza [cioè: può l’uomo con le sue forze compiere un solo atto vero]?» (Brand, Bur, Milano 2005, p. 240). Tutto il resto è un tentativo di nascondere la nostra incapacità di una risposta per il male nostro e altrui.
È un’esperienza che rende possibile anche un gesto come il Meeting, dove ognuno si sente a casa. E, paradossalmente, non nascondendoci, ma mettendo a fuoco quello che siamo, quello che abbiamo di più caro, che è quello che ci rende interessanti a tutti. Senza questa esperienza reale di Cristo non c’è educazione, perché nessuno è in grado di sfidare il cuore.
Per questo colpisce quello che disse don Giussani nel 1980, dopo che a un incontro con gli insegnanti aveva letto la testimonianza di un esponente del Samizdat russo, grato di essere condannato per la sua fede alla reclusione nel lager (durante la lettura della sentenza i suoi amici cantarono l’inno pasquale di Cristo risorto): «E noi in un’epoca in cui c’è questa fede facciamo la nostra comunità! Ma cosa è la vostra comunità? Ma cosa è il vostro gruppo di ragazzi? Sei tu che sei di fronte al mondo, alla scuola, agli insegnanti, sei tu di fronte ai libri, alle idee che circolano, sei tu, non i tuoi ragazzi, non la tua comunità, non il Cle, non Cl. Questo è l’unico modo per far risorgere il Cle e Cl, la tua fede e basta, è questa la questione, è la fede vissuta in prima persona [come esperienza reale]. La questione non è il temperamento che hai, le circostanze dell’ambiente, i ragazzi che hai, l’incapacità che tu hai di fronte ai ragazzi, la classe in cui riesci, e quella in cui non riesci affatto. Se fossi da solo e non avessi un “cane” con te sarebbe lo stesso, più doloroso, ma meno illusorio e più puro. Vi giuro che presto o tardi gli altri verranno! [...] La questione è la fede vissuta in prima persona. Io non mi stancherò mai quando uso la parola fede di ricordare cosa vuol dire, perché non si sa cosa vuol dire, anche se la si definisce teologicamente. La fede è il riconoscimento stupefatto, grato, intimidito e nello stesso tempo esaltante, di una presenza; perché Dio è venuto ed è fra noi. [...] È la cosa bella e presente il contenuto della fede e io non so nient’altro che questo. “Son venuto in mezzo a voi e non ho saputo nient’altro che Cristo e questo Cristo storico, crocefisso”, Dio fatto uomo. Come si fa a essere testimonianza se non per questa fede e non per nostre capacità mentali o scaltrezze particolari o possibilità di tempi» (Archivio di Cl).
Per questo, all’inizio di quest’anno ciascuno di noi è chiamato a decidere se fare tutta la strada così come ce la propone don Giussani, essendo leali con l’esperienza, o bloccandoci ancora. Soltanto se facciamo un’esperienza così, possiamo vedere la convenienza umana della fede. E questo non dobbiamo darlo per scontato, perché tante volte noi confondiamo l’intenzione di seguire con la sequela reale, cioè con quel paragone serrato con il metodo che lui ci propone. Dobbiamo, in parole più esplicite ancora, decidere se vogliamo veramente diventare figli, perché è così che potrà sempre di più esserci padre, generarci a quell’umanità che abbiamo visto in lui (che ha nell’Icaro di Henri Matisse, che abbiamo scelto come immagine per questo nostro incontro, la sua rappresentazione artistica): il sentimento di noi stessi come definito dalla coscienza della presenza del Padre, in modo che ogni nostra espressione sia sempre più compiuta come rapporto con il grande disegno, per il bene nostro e dei nostri fratelli uomini. Questa è la sfida e la scelta che ciascuno deve fare e su cui vogliamo accompagnarci lungo quest’anno.

OMELIA ALLA S. MESSA
Julián Carrón
Tutto il mondo è paese. Il tentativo è sempre in agguato: volere sistemare Dio perché non crei scompiglio… Ma lo Spirito di Dio è “scombussolatore” per natura, scombina sempre. Gesù lo paragona al vento, questo Spirito: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8).
È impressionante come lo Spirito - come ci testimoniano le due Letture (Nm 11,25 e Mc 9,38-43.45.47-48) - ha sempre questa libertà di interloquire in un modo che a noi sembra scombinare i nostri pensieri. Seguendo il Suo metodo, Dio dà la grazia a uno perché attraverso lui arrivi a tutti: da Mosè la elargisce a settanta uomini perché arrivi fino al popolo; Gesù raduna intorno a Sé i discepoli per poi mandarli a tutto il mondo, ai popoli di tutto il mondo. Avrebbe potuto fermarsi lì: aveva già dato lo Spirito ai settanta per il popolo, che bisogno c’era di darlo anche ad altri due fuori del gruppo, Eldad e Medad? Così come volle dare anche ad altri fuori del gruppo dei discepoli il potere di fare miracoli. E coloro che avevano ricevuto il dono per primi, un istante dopo, si ribellano e, dimenticandosi che anche loro hanno ricevuto questa grazia, che quello che hanno ricevuto è dono, vince il tentativo di possesso: Giosuè, davanti a quella mossa dello Spirito in due che non erano del “gruppetto”, chiede a Mosè di impedirglielo; e i discepoli, davanti a quelli che scacciavano demòni, ma che non erano del “gruppetto”, esclamano: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri» (Mc 9,38).
C’è questa apparenza di ragionevolezza nei nostri pensieri: il rischio di sostituirsi a Dio è sempre in agguato. Ma qui viene a galla chi ha veramente a cuore il bene del popolo o il potere. Mosè dice a Giosuè: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!» (Nm 11,29). Quello che Mosè desiderava era che tutti potessero essere riempiti dallo Spirito, secondo la modalità che il Signore avrebbe voluto. Lo stesso vediamo in Gesù: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,39-40).
Queste iniziative dello Spirito tante volte, invece, le sentiamo contro di noi, perché agisce in un modo che ci sconcerta. Ma di fronte a questo Gesù dice parole pesanti: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala» (Mc 9,42-43).
Chiediamo al Signore di accogliere tutte le modalità attraverso cui il Mistero ci sorprende e ci scombina, e di seguire quello che Lui fa in mezzo a noi, al di là del fatto che ci crei scompiglio o meno. Chiediamo che il Signore ci riempia così tanto di quello Spirito che distribuisce a tutti, affinché possiamo anche noi riconoscerLo ovunque Lo troviamo. Perché - come dice san Paolo - noi non siamo i dominatori della fede di alcuno: «Siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24).

giovedì 1 ottobre 2009

Le emozioni più profonde dell’uomo oggi sono travolte dalla fretta e dal cinismo»


L o psichiatra e scrittore Eugenio Borgna dedica il suo ultimo sag­gio alle emozioni. Che sono, scri­ve, «anche portatrici di conoscenza: di una conoscenza che ci trascina nel cuore di esperienze di vita irraggiun­gibili dalla conoscenza razionale». Già questa chiave, di una conoscen­za attingibile al di fuori della pura ra­zionalità, colpisce.
Ma, professore, perché le emozioni di cui lei parla sono «ferite»?
«Perché – spiega Borgna – le emo­zioni più profonde e luminose del­l’uomo oggi rischiano di essere tra­volte dalla fretta e dal cinismo. Fan­no “perdere tempo”, non sono pro­duttive, interrompono quella mac­china micidiale per cui bisogna “rea­lizzare”, senza fermarsi a riflettere. E­mozioni ferite sono spesso quelle dei più giovani, bruciate dal cinismo che colpisce chi voglia uscire dagli argi­ni della razionalità tacitamente im­posti dagli adulti».
Occorre dare voce alle emozioni in­teriori. Lei scrive che le parole tut­tavia possono essere «soglie pietri­ficate » oppure «scialuppe» che sal­vano. Quando e quali parole sono strumento di salvezza? «Ci sono parole che affollano le no­stre giornate, ma esprimono unica­mente le nostre individuali istanze, e diventano solo cascate di rumore. Le parole creative invece sono quelle che nascono in noi dall’urgenza di dire ciò che siamo, dentro a una re­lazione: e dunque parole tese all’al­tro. Parola che salva è solo quella che tende all’altro. Solo questo accento divide le parole terrificate da quelle che liberano. Poi, per fondare una re­lazione autentica, la relazione deve essere il più possibile simmetrica. La asimmetria fra il dolore e la gioia in chi parla e in chi ascolta va resa me­no aspra nel com-patire, nel condi­videre la sofferenza».
Lei parla, nel libro, di silenzio. An­che il silenzio può essere un dialogo?
«Esistono tanti tipi di silenzio. E c’è un silenzio interiore da cui nascono parole che di questo silenzio porta­no il sigillo, inteso come timbro di immediata intuizione, di contem- plazione dell’essenziale. Nel silenzio contemplativo è possibile cogliere ciò che è essenziale dire a chi ci a­scolta ».
Come maestra di silenzio lei cita Etty Hillesum, la giovane ebrea morta ad Auschwitz che ha lasciato le sue in­tense «Lettere» e il «Diario». La Hil­lesum che scriveva, mentre il nazi­smo attorno a lei dilagava: 'In me c’è un silenzio sempre più profon­do. Lo lambiscono parole che stan­cano, perché non riescono a espri­mere nulla”». «Sono stato folgorato da Etty Hille­sum. Ciò che ci ha lasciato rimanda a quell’infinito che possiamo coglie­re solo se sfuggiamo alla ghigliottina della fredda analisi razionale, a quel­l’infinito che possiamo vivere solo se non lo riduciamo a qualcosa di cal­colabile in senso positivistico. È l’in­finito leopardiano, che fa cogliere un’altra immagine della realtà: come se le ragioni del cuore aprissero oriz­zonti più ampi di quelli della ragio­ne calcolante'».
La Hillesum scrive di un «pozzo mol­to profondo» che avverte in sé, a cui attingere, ma che spesso è «coperto da sabbia e sassi». L’infinito abita in noi? «“In interiore homine habitat veri­tas”, dice Agostino. Dentro ciascuno di noi esistono fonti inesauribili di a­more e solidarietà. Fontane sorgen­ti, coperte però dai detriti dell’abitu­dine, della fretta, della incapacità del­la preghiera. Perché la preghiera in cosa consiste se non in parole riem­pite di silenzio, che ci immettono in un dialogo infinito, in sterminati o­rizzonti? Il pozzo è in noi, colmo di acqua freschissima; ma è contami­nato dalla paura di guardare dentro
di noi».
E come si fa, a ritrovare questo poz­zo?
«Se crediamo in certi orizzonti di sen­so, con fatica possiamo cercare di a­deguarci alle nostre perdite, alle no­stre sconfitte, in una prospettiva se si vuole anche mistica: che allarga i­stantaneamente i confini della no­stra capacità di partecipare il senso del vivere e del morire. Occorre dun­que ascoltare fino in fondo noi stes­si, anche nel dolore e nella sconfitta. E ascoltare le parole della grazia – poi­ché tutto è grazia infine, come scri­veva Bernanos».
Etty Hillesum nel lager trova co­munque, prodigiosamente, la gioia. Semplicemente in «uno spicchio di cielo». Che cos’è questa gioia, pro­fessore – vorremmo dire quasi, «che roba» è?
«La gioia di Etty Hillesum è la spe­ranza incarnata. La speranza, in sé, è qualcosa che ancora non c’è, pur già illuminando il futuro. La gioia di cui parliamo invece è speranza già in at­to, che prescinde dalle tre dimensio­ni agostiniane del tempo, passato, presente, futuro. La gioia vive in un presente che Agostino chiama eter­nizzato. Mentre la felicità ha bisogno di presente e di futuro, la gioia nel suo presente eternizzato cancella an­che le impronte della morte».

Don Giussani parlò in un suo libro di «istante consistente».

«Appunto: pur essendo il presente i­nafferrabile, l’istante consistente, il presente della gioia diventa la som­ma misteriosa, ma aperta all’infini­to, di ciò che siamo. Quando mesi fa all’isola di San Giulio ho assistito al “sì” di una giovane benedettina, cui il vescovo chiedeva se era pronta a lasciare tutto, ho colto nei suoi occhi abissi di grazia e di mistero, in una gioia e una apertura all’infinito che le parole non bastano a descrivere».
La gioia come speranza incarnata. Ma, professore, la speranza incar­nata per i cristiani è Gesù Cristo...
«È come se in particolari occasioni, per grazia, potesse essere dato a un essere umano la percezione di que­sta speranza incarnata. La grazia del­la gioia piena: per cui Etty Hillesum in partenza per Auschwitz vede infi­ne squarciarsi le tenebre e la morte».
«La parola, se è vera, è apertura all’altro, un 'com-patire' la felicità o il dolore, ed esiste un silenzio profondo come un pozzo a cui attingere.

INTERVISTA. di Marina Corradi -Avvenire

mercoledì 30 settembre 2009

Bagnasco: il mondo ha bisogno della famiglia



GENOVA. Gli adulti sappiano testimoniare ai giovani la bellezza della famiglia: è il messaggio che l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha voluto consegnare ieri pomeriggio alle oltre settecento coppie di genovesi presenti nella cattedrale di San Lorenzo per l’iniziativa “ 50 anni insieme” organizzata dal Comune del capoluogo ligure.
« La vostra presenza è una testimonianza, un annuncio, un messaggio di fiducia e di incoraggiamento » per « un mondo che si sente sempre più orfano e solo e che avverte, nonostante tutto, il bisogno della famiglia come punto di riferimento certo e stabile » . « Diciamolo ai nostri giovani affinché abbiano il coraggio di affrontare l’avventura della famiglia » , perché capiscano la bellezza di una famiglia « fondata sul matrimonio » e sull’unione « di un uomo e di una donna aperti alla vita dei figli nella provvidenza di Dio » . « Il mondo – ha aggiunto Bagnasco – ha bisogno di famiglia » e « la società rispecchia la bellezza o la fragilità della famiglia » . Infatti, « la storia insegna che laddove la famiglia è unita, stabile, pronta, generosa, la società è decisamente sana, sicura, e rassicurante » ed il mondo, tanto più nella nostra società contemporanea, ha bisogno di « una famiglia dove la vita viene accolta fin dal suo principio con generosità, con fiducia e con spirito di sacrificio, dove la vita viene accompagnata nelle diverse stagioni e viene curata nel momento del bisogno, della malattia, e della morte, preludio della vita eterna » . Infine, il cardinale ha affermato che, « l’amore di un uomo ed una donna che attraversa vittorioso le difficoltà degli anni è sostenuto da Dio ed è un vincolo sacro » .
Adriano Torti - Avvenire - 30/09/09

l’Africa ha bisogno della “pazzia di Dio”


Rose Busingye
mercoledì 30 settembre 2009
Il titolo del Sinodo africano è “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La realizzazione di questo programma dipende tutta dal cuore dell’uomo africano e dalla sua educazione. Cristo è venuto, la questione è accorgersi che questo cambia tutto, cambia il mio modo di trattare me stessa e di comportarmi con gli altri e con le cose. La questione è l’appartenenza a Lui. Appartenenza vuol dire essere stata preferita, vuol dire che Qualcuno mi ha voluto. Questo supera tutti i contrasti che abbiamo fra tribù, politici e altri interessi costituiti. Veramente la pace per l’Africa dipende dall’incontro tra il cuore dell’uomo e Cristo. Perché l’appartenenza a Cristo supera l’appartenenza al gruppo tribale e colloca quest’ultima al giusto posto, col giusto valore. Ma questo avviene solo se la fede penetra gli strati profondi dell’umanità, arriva là dove si formano i criteri di percezione delle cose. Allora l’appartenenza diventa la forza dell’io, e la persona diventa libera e protagonista.
Perché questo avvenga è fondamentale l’educazione. L’uomo africano ha un altissimo senso religioso, ha un fortissimo senso dell’appartenenza, ma essi devono essere educati. Ci si deve educare ad accorgersi che il compimento è già con noi, che la risposta è già presente, e non è una magia o un modo di credere sentimentale che la rendono presente. L’uomo africano possiede un senso religioso veramente alto, non c’è un africano che non sia consapevole di dipendere da Qualche cosa di Altro, che non abbia questo senso di dipendenza da Qualcosa. Lo chiama “Spirito” o con un altro nome, lo cerca nelle magie, ma comunque non può vivere senza avere qualcosa da cui dipendere. Nessun africano mai direbbe, come fanno tanti europei, «sono nato, adesso sto qua e questo è tutto». No: l’africano ha sempre viva la questione dell’origine.
L’incontro che manca
Il problema è che la maggior parte degli africani, e anche dei cristiani, non può testimoniare di un incontro in cui si è sentito dire: «Sono Io che cerchi». Perché troppo spesso Cristo non è stato presentato come qualcosa che è già presente in noi, ma come qualcosa che arriva dal di fuori. Così oggi tanti studiosi africani scrivono che il Dio cristiano è stato importato dai bianchi e che il cristianesimo non è riconciliato con l’identità e la cultura africane. Per me e per tanti amici non è così, perché il modo in cui ci è stato presentato il cristianesimo, attraverso la persona di don Luigi Giussani e di chi lo seguiva, è stato diverso. È come se ci fosse stato detto: «Tutto quello che hai cercato negli spiriti, nelle magie, c’è già, è presente, è quello che ha fatto te, ti ha fatto nascere, ti fa respirare. E io ti dico il suo nome». Invece è come se a tanti africani chi ha presentato il cristianesimo avesse detto: «Metti via tutti gli idoli, tutte le tue cose, io ti ho portato Dio, io ti ho portato Cristo». Come se Cristo fosse una proprietà. Ma Cristo non lo possiede nessuno, viene come vuole Lui, come disegna Lui, viene in ogni uomo di questo mondo.
La magia, gli spiriti e la vita quotidiana

La conseguenza del non presentare Cristo come qualcosa che è in te, ma come qualcosa che viene da fuori, fa sì che alla fine, per molti, c’è un Dio del bianco e un Dio dell’africano. E quando c’è una difficoltà, una malattia, anche i cristiani a volte guardano dalla parte del Dio africano e dicono: «Forse sono gli spiriti». Così vanno da quelli che voi europei chiamate gli “stregoni”. Che riempiono la loro mente di paura. Gli stregoni li terrorizzano, la loro mente si riempie di reazioni che vengono dalla paura: e loro stessi si convincono che per guarire la loro mente dovrà essere torturata e riempirsi di credenze frutto della paura. Anche le sètte che mescolano il cristianesimo con gli spiriti, quelle dei cosiddetti “salvati”, seguono lo stesso metodo degli stregoni: producono agitazione e suggestione nella mente, ti convincono che la presenza di Dio o degli spiriti buoni è legata a una magia, e che tutto nella vita può essere ottenuto in modo magico. È un Dio che ti dice: «Posso farti avere tutto per magia». Ma non è un Dio che entra nella tua vita normale, che la vive con te, che la porta con te. È un Dio della suggestione psicologica: alla fine della preghiera ti senti guarito, ma il giorno dopo stai peggio di prima.
Ma Dio è questa tenerezza che è venuta nel mondo, che ha avuto pietà di noi e ci tocca tutti quanti. È ciò che Benedetto XVI ha espresso nelle sue tre encicliche, soprattutto nella Deus caritas est, dove descrive Dio con questo amore infinito: «la pazzia divina», come ha scritto. La pace e la riconciliazione nascono da questa esperienza di Dio: Dio ha preso me, che ero niente e che sono niente, mi ha preso così come sono, e nella quotidianità. Quel che viene naturale dire è: «Io voglio partecipare a questa pazzia di Dio, a questo essere di Dio». Questa cosa, nel tempo, fa sì che non mi adiro più per i peccati altrui, per le ingiustizie che l’altro ha compiuto nei confronti miei e di altre persone. Nell’esperienza dell’amore divino, non ha più senso che io misuri i peccati miei e degli altri. Nel tempo questo produce serenità e il desiderio che il mio incontro con ogni essere umano sia tenerezza, non uno sforzo o un ripetere parole o un cercare di essere più bravi degli altri.
Qui da me a Kampala arrivano ragazze di tribù ostili alla mia, giovani che hanno combattuto o sono stati bambini soldato. Dovrei averne paura o provare disprezzo per loro. E invece queste cose non mi toccano più: per me sono persone amate e volute da Dio, che hanno continuamente bisogno di essere amate e volute. Se hanno bisogno di mangiare do loro da mangiare, se hanno bisogno delle medicine do loro le medicine. Quando arrivano le accolgo come tutti gli altri bambini, non in base al discrimine se hanno rubato e ucciso oppure no. Appartengono a Cristo, e quindi appartengono anche a me.

domenica 20 settembre 2009

L’educazione si realizza per una sorta di “contagio” di u­na vita.


U na scuola professio­nale d’eccellenza per chi, con la scuola, ha spesso un rapporto difficile. È stata inaugurata ieri matti­na a Como, ai margini del Parco regionale della Spina verde, l’istituto “Oliver Twi­st”, con 250 studenti tra i 14 e i 18 anni che, reduci da per­corsi formativi faticosi, lì hanno la possibilità di segui­re corsi di istruzione e for­mazione professionale per o­peratori della ristorazione e del settore tessile. La scuola, che sorge nel complesso del­la fondazione Cometa – una rete di famiglie impegnate nell’accoglienza dei minori – offre inoltre percorsi educa­tivi sperimentali di recupero della scolarità attraverso il la­voro artigianale e percorsi in­novativi per prevenire e con­trastare la dispersione scola­stica.
La lezione inaugurale è stata tenuta dal presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julián Cár­ron, sul tema “L’educazione è dare il senso della vita, non è una parola, è un’esperien­za”. «Oggi – ha ricordato il successore di don Giussani alla guida del movimento – nessuno rischia e tanti pre­feriscono scaricare su altro la propria responsabilità edu­cativa. Per questa ragione, il problema dell’educazione non è innanzitutto dei ra­gazzi, ma è una questione degli adulti: solo se noi adul­ti ci impegniamo col reale nella sua totalità, possiamo avere la chance per comuni­care un significato». È ciò che si impegnano a fare alla scuo­la “Oliver Twist”, dove i ra­gazzi sono accompagnati in un confronto quotidiano con la realtà, anche quella più im­pegnativa che riguarda il mondo del lavoro.
«L’educazione – ha sottoli­neato Cárron – si realizza per una sorta di “contagio” di u­na vita. Altro che parole e re­gole! Parole e regole hanno valore solo in quanto stru­menti di una vita che c’è: u­na vita che per dirsi ha biso­gno della parola e per svilup­parsi ha bisogno di un alveo, come gli argini per un fiu­me ». Per questo, «educare è co­municare sè stessi», che è poi una «modalità di vivere il proprio rapporto col reale». Ma chi è in grado di educare? Soltanto «chi ha verificato nella propria vita il contenu­to che offre agli altri». Come hanno fatto i promotori del­la Fondazione Cometa quan­do hanno pensato di costi­tuire la scuola “Oliver Twist”. «Se non aveste fatto la verifi­ca personale che la fede met­te nelle condizioni ottimali per vivere nel mondo e per affrontare ogni circostanza – ha concluso Cárron – come potreste guardare in faccia i vostri ragazzi senza dubitare che ciò che proponete loro potrebbe essere solo un so­gno che non risolve il pro­blema della vita? Tutto il vo­stro pur nobile sforzo sareb­be parte del problema e non della soluzione».