sabato 22 novembre 2008

MONACHESIMO/ Lavoro manuale, cultura e fraternità: così pochi uomini hanno creato un'intera civiltà

Il Sussudiario
INT. Giorgio Picasso mercoledì 19 novembre 2008
(Intervista raccolta da Andrea Beneggi)



Più lo si legge e più il discorso di Benedetto XVI al Collegio dei Bernardini di Parigi, lo scorso 12 settembre, rivela aspetti nuovi e possibilità di ulteriori approfondimenti. Il Sussidiario ha chiesto a Giorgio Picasso, già docente di Storia Medievale all'Università Cattolica di Milano e grande studioso del mondo benedettino, di approrfondire alcuni passaggi. Il Papa ha citato il monachesimo occidentale come il luogo in cui veniva formandosi una nuova civiltà, mentre l'Europa viveva gli sconvolgimenti delle migrazioni germaniche e dei nuovi ordinamenti statali. Egli però ha sottolineato che i monaci non si preoccuparono innanzitutto di “creare” una cultura ma, nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: “impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa”. Ci può aiutare a capire come questo impegno si è realizzato e come abbia potuto avere conseguenze materiali tanto fondamentali per la nascita dell'occidente medievale.


Il papa ha detto: «Vorrei parlare delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea». Che ruolo il monachesimo ha svolto nell’origine della teologia occidentale, nella nascita della cultura europea? Il Papa accenna molto bene al problema della dissoluzione del mondo antico. Il mondo antico aveva una cultura elevatissima nel campo letterario (basta ricordare Virgilio tra i latini). Però nel declino dell’impero anche questa scuola è andata in briciole; con l’impero si è sfaldata anche questa cultura, che non era di per sé negativa, era un patrimonio che bisognava salvare, ma che le istituzioni del mondo classico, compresa la scuola, non erano più in grado di sostenere. Ora, il monachesimo, che in san Benedetto ha un modello, che cosa ha fatto? Ha capito che c’erano dei valori in quella cultura, ma che bisognava riviverli. Ecco perché anche dom Leclercq nel suo volume citato dal Santo Padre in quell’occasione - Cultura umanistica e desiderio di Dio - dice che i monaci hanno evangelizzato l’Europa con la grammatica e il Vangelo. Perché la grammatica? Perché l’impianto letterario doveva venire dalla cultura classica, spogliata però di quel contesto, di quelle istituzioni che non avevano più l’antica validità, per essere invece inserito nel Vangelo.

Nella confusione di quei tempi, in cui niente sembrava resistere, i monaci avevano una preoccupazione che non era quella di salvare la cultura classica, bensì la ricerca di Dio, che si ricerca soprattutto nella Parola, nella Bibbia, nel Vangelo. Ora, per accedere a questa conoscenza era necessario conoscere la grammatica, le strutture retoriche necessarie per carpire quello che Dio aveva detto. Quindi l’oggetto non è più il contenuto della cultura classica ma il suo metodo: la grammatica, applicata al Vangelo. Ecco quindi che i monaci, pur avendo scelto come scopo della vita la ricerca di Dio - quaerere Deum (hanno lasciato la famiglia, il mondo per cercare Dio, non per cercare la cultura) - si sono accorti che per arrivare a Dio era utile usare quello strumento. Quindi il patrimonio filosofico, letterario, filologico del mondo antico fu salvato dal monachesimo, che lo ha rivissuto e riproposto alle genti che venivano da un mondo senza cultura.

La cultura classica non era in grado di mantenere la vivacità che aveva ai tempi dell’impero romano. D’altra parte le popolazioni germaniche, che non erano del tutto aliene da una certa cultura (i Goti si erano fatti tradurre la Bibbia nella loro lingua), certamente non erano in grado di riprendere in mano questa tradizione nel suo complesso. Allora il monachesimo salva questi valori e li ripropone con un contenuto cristiano. Sono celebri le opere di questi autori medievali, monaci, che nel monastero hanno imparato che cos’era la storia, hanno imparato a conoscere i generi letterari, hanno imparato una forma di canto, eccetera.

Ora, questi valori sono alla base della civiltà e della civiltà europea. Senza queste basi – il cui riconoscimento a volte rimane un po’ opaco nella cultura contemporanea - non avremmo potuto avere lo sviluppo della civiltà occidentale; essa ha sì contenuto cristiano, però le sue forme espressive sono quelle della cultura classica, applicate al Vangelo. Forme poi sviluppate in termini e concetti che hanno salvato quella stessa cultura, la quale ha rappresentato poi la base della cultura medievale. Ciò ha evidentemente avuto conseguenze notevoli, perché senza cultura non c’è una civiltà.



In un altro passo del suo discorso, Benedetto XVI ha posto l'accento sul lavoro dei monaci. In particolare, ha precisato come il lavoro manuale fosse considerato un aspetto costitutivo della somiglianza degli uomini con Dio, seguendo l'esempio di Cristo: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero». Questa concezione (che costituisce una novità rispetto alla mentalità greco-romana) di un Dio che lavora, disposto cioè a «sporcarsi le mani con la creazione della materia», ha influito enormemente sull'esperienza monastica. Senza questa cultura del lavoro - dice il Papa – «lo sviluppo dell'Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili». In pratica, come si è sviluppato nell'esperienza monastica questo ideale del lavoro? Come gli uomini dei primi secoli del medioevo ne sono stati influenzati?


Dobbiamo ripensare che cos’era il lavoro nel mondo antico. È sempre questo paragone che ci aiuta a capire quello che viene dopo. Ora, nel mondo antico il lavoro era considerato come qualche cosa di negativo, di meno dignitoso, era riservato agli schiavi. Per noi la parola “ozio” è certamente negativa, ma in origine, per il mondo classico, era positiva. Il negativo era il “neg-ozio”, la negazione dell’ozio. Quindi il lavoro di carattere manuale era demandato agli schiavi; agli intellettuali, ai colti era riservata la contemplazione, il riflettere. Il monachesimo si è trovato di fronte a questa concezione e ha dovuto reagire. San Benedetto, con tutti i monaci, ha reagito - nella sua regola - elevando il concetto di lavoro.

In un primo tempo il lavoro era concepito come uno strumento, un mezzo per rimanere più in intimità con Dio. Si dice che i monaci lavorassero con le mani e che poi disfacessero quello che avevano fatto: sono leggende, questo non accadde mai. Ma è vero che a poco a poco, soprattutto attraverso la regola di san Benedetto, si capì che il lavoro aveva un valore positivo: certe ore erano dedicate alla preghiera, certe al lavoro manuale. «I monaci sono veramente tali quando vivono con il lavoro delle loro mani, come hanno fatto i nostri padri e gli apostoli»: è chiarissima l’affermazione di san Benedetto.

Nel suo discorso Benedetto XVI si riferisce in modo particolare al concetto di lavoro che Gesù esprime nel Vangelo: «Il Padre mio opera». Certamente, anche la Creazione è un concetto che implica, come dice bene il Papa, un Dio che viene a lavorare, che quasi si sporca le mani per modellare la sua creatura, che poi diventa sua veramente quando vi ispira il principio spirituale dell’anima. Nelle regole monastiche questo viene espresso con l’idea che tutti devono lavorare, che il lavoro non è riservato solo ad alcuni. Certo, poi c’erano compiti diversi, però nella tradizione monastica il lavoro, come d’altra parte accade ancora oggi nei grandi monasteri, faceva parte dell’impegno di tutti i monaci. Il lavoro della terra, il prosciugare paludi forse è stato un po’ esagerato da una visione romantica del monachesimo, però di fatto, quando era necessario lavorare nei campi, lo si faceva, e andavano tutti i monaci.

San Bernardo - per citare questo grande monaco al quale è intitolato il Collegio dei Bernardini di Parigi - dice che lui ha imparato di più sotto le querce d’estate, nel pieno del solleone, che non sui libri. Cosa vuol dire? Che il lavoro viene nobilitato a strumento utile per la propria elevazione, per la contemplazione di Dio. Questo è molto importante per la costruzione dell’Europa, perché qui, e non prima, troviamo un concetto molto positivo del lavoro; un concetto che, se vogliamo, è anche teologico. Se apriamo la Bibbia, vediamo che Dio ha lavorato sei giorni e il settimo si è riposato. È molto chiaro: ha lavorato sei giorni. Che cosa ha fatto in questi sei giorni? Secondo il racconto biblico ha separato le acque dalla terra, ha creato gli astri, ha creato gli animali, le piante, ha creato l’uomo e ha visto che tutto era cosa buona. E poi il settimo giorno – il sabato - si è riposato. Ha lavorato, la creazione è un lavoro. I monaci che leggevano la Bibbia, che imparavano a vivere del lavoro delle loro mani seguendo questo esempio, evidentemente non potevano non averne che un concetto molto, molto positivo. Che poi ha avuto enormi sviluppi nella cultura moderna e contemporanea. Chi ha inserito il lavoro su questi binari di civiltà sono stati per primi i monaci. Per essi il lavoro non era qualcosa da evitare, ma come da ricercare per maturare, per realizzare veramente se stessi.

Nella regola di san Benedetto ci sono anche altri criteri, altri aspetti del lavoro manuale che vengono sottolineati. Per esempio si dice che il lavoro deve essere “redditizio” e non soltanto per occupare qualche ora. Un lavoro i cui prodotti si possono anche vendere, però – la regola prescrive – ad un prezzo minore di quello con cui sono sul mercato; ma non minore fino al punto di fare concorrenza!



Oltre al lavoro manuale, i monaci hanno fatto anche – come ha ricordato il Papa citando sempre Leclerq - un grande lavoro culturale. Quali erano le caratteristiche di questo lavoro?


Nel discorso parigino si vede proprio la vera cultura di Benedetto XVI. Egli ha una propria visione del monachesimo e cita il libro più classico che la cultura moderna ha prodotto sulla civiltà monastica medievale. Il titolo in italiano è stato tradotto Cultura umanistica e desiderio di Dio che dice sì la sostanza, ma non è bello come l’originale francese: L’amour des lettres (i monaci amano le lettere, gli autori classici, Virgilio) et le desirè de Dieu (perché sono animati dal desiderio di Dio). L’amore delle lettere ed il desiderio di Dio: questa è l’essenza della cultura benedettina e il Papa l’ha assimilata certamente nella sua Baviera, dove ci sono tanti celebri monasteri benedettini che ha imparato a conoscere e ha frequentato. Qui rivela proprio la sua sensibilità monastica: attraverso lo studio e la cultura ha apprezzato altamente il monachesimo medievale. Come, tra l’altro, è successo anche a molti laici, penso per esempio a Giorgio Falco, ebreo, il cui capitolo più bello della sua Santa Romana Repubblica è proprio quello dedicato al monachesimo occidentale. Non sorprende, quindi, il continuo ritorno al testo di Leclercq nel discorso del Papa. Continua a riproporlo e a rivelarne i contenuti. E la sintesi del messaggio di Leclercq è proprio questa: i monaci hanno amato le lettere in funzione di Dio.

I monaci oltre al lavoro manuale hanno fatto anche un grande lavoro culturale? Certamente, ma il lavoro del monaco che copiava un codice - opera di grande valore culturale - era considerato alla stregua di quello del monaco che cucinava o che andava a raccogliere la frutta e la verdura. Nella regola di san Benedetto hanno lo stesso valore. «In monastero siamo tutti uguali – afferma san Benedetto – liberi e servi, goti e latini, perché serviamo all’unico Signore». Sempre san Benedetto, al monaco goto che aveva perduto il falcetto di lavoro, dopo averlo miracolosamente recuperato dal lago, dice: «Ecco, lavora, e non rattristarti!». Ecce labora: i monaci hanno fatto un grande lavoro culturale, ma un lavoro che rientra nel grande disegno di continuare la creazione di Dio. Davanti a Dio, secondo la regola, tutti i lavori – materiali e non – sono egualmente meritori.

Le caratteristiche di questo lavoro – dentro le più diverse circostanze - erano proprio l’uguaglianza di tutti, la necessità di vivere con il lavoro delle proprie mani, la ricerca di Dio. Il monaco è anche e innanzitutto un testimone di fede. Il fatto stesso che ci fosse un monastero era una testimonianza che nel medioevo diventava anche una predicazione. La popolazione delle campagne, vedendo un monastero dove si viveva «in un altro mondo», con altri valori, si trovava davanti ad una specie di predicazione. La chiamavano – può far sorridere – «predicazione muta». Si diceva che i monaci, anche se non parlavano, predicavano, perché offrivano l’esempio di una vita pacificata, in pace con Dio, di fronte a momenti di turbamenti, di guerre, di contrasti, di cui pure il medioevo fu pieno. Il monastero era una visione di pace. In tanti di essi, all’ingresso, c’era scritta – e c’è scritto ancora oggi - la parola pax: un luogo di silenzio, in cui l’uomo si trova riconciliato con Dio. Non una teoria quindi, ma una prassi.

Perchè l'obbedienza è un bene neccessario. Senza l'autorità non si può vivere

di Massimo Camisasca
Superiore generale
della Fraternità Sacerdotale dei Missionari
di San Carlo Borromeo

Il rapporto con l'autorità e, più in generale, l'esperienza dell'obbedienza, sono ritenute oggi da molti impossibili a vivere o addirittura un male da rifuggire. Questo vale non solo nel mondo dell'educazione, della famiglia e del lavoro, ma anche talvolta all'interno della Chiesa.
Non sarebbe più facile vivere senza autorità? Non sarebbe più bello obbedire soltanto a ciò che istintivamente può sembrarci utile e opportuno, di momento in momento? Queste domande non sono domande retoriche. Educare all'autorità vuol dire innanzitutto aiutare la persona a scoprire la necessità di essa non solo per il bene della propria vita, ma per la vita stessa. Perché non si può vivere senza autorità? E quale è l'autorità "vitale" per noi? La vita dell'uomo, di ogni uomo, è costituita dalla tensione fra due poli: uno da cui veniamo, uno verso cui andiamo. Aiutare la persona a vivere tutto ciò nel presente, nel rapporto con le cose e con gli altri, è tutto il segreto dell'educazione.
Il primo passo è aiutarla a uscire da quell'autosufficienza che la rende infelice, malinconica. Don Giussani, in Tracce di esperienza cristiana, parla della solitudine come esperienza originaria. Allo stesso modo si è espresso Giovanni Paolo ii nelle sue catechesi a commento della creazione dell'uomo e della donna. La scoperta della nostra solitudine, della nostra incapacità ad affrontare da soli la vita, ci fa scoprire dipendenti. Dagli altri e poi non solo da essi. C'è una "dipendenza originaria" in ciascuno di noi. L'esperienza della vita apre in noi la domanda: essa è frutto di un caso o invece è mossa da un disegno, da una presenza buona, da un Tu che ci ha voluti e che ci ama? La "scoperta dell'amore come origine della vita" è decisiva nel cammino dell'uomo verso il riconoscimento di un'autorità e verso l'esperienza dell'obbedienza, come esperienza voluta e desiderata.
Nello stesso tempo noi scopriamo continuamente di essere attratti da qualcosa che è fuori di noi e che contemporaneamente è anche nel fondo del nostro essere. I nostri desideri rivelano delle attrattive, mettono in moto un movimento, indicano delle attese. Proprio qui si apre il posto dell'autorità. Di colui che Dio mette a fianco della nostra vita per accompagnarci in una scoperta dei nostri desideri più veri, in una purificazione di essi e in una strada di risposta. È chiaro che in questo contesto nella nostra vita si collocano molte persone. Non tutte hanno la stessa importanza. Si tratta di scoprire all'interno dell'infinito numero di autorità che la realtà ci presenta, quelle o quella più decisiva per noi che ci permette di raccogliere la voce di tutte le cose.

Obbedire a Dio o agli uomini?

Solo Dio può rappresentare in senso vero e pieno questa autorità. Perché egli soltanto è il nostro creatore e salvatore, colui da cui veniamo e che ci attende, colui che ci conosce fino in fondo e che costituisce perciò la felicità del nostro essere. Ma il rischio è grande: come obbedire a un Dio lontano, misterioso, senza cadere nel rischio di obbedire a noi stessi, all'idea che ci facciamo di lui, alla confusione fra nostri desideri e sua volontà? Non dimentichiamo poi che la presenza del peccato, originale e attuale, rende ancora questa ipotesi più realistica. Per salvarci da questo equivoco Dio si è fatto uomo e ha continuato la sua presenza tra noi attraverso degli uomini che lui ha scelto. Il suo metodo di presenza, da lui liberamente voluto, indica la strada fondamentale dell'obbedienza. Durante tutta la storia di Israele e più precisamente ancora durante la vita di Gesù, è stato chiaro che per obbedire a Dio bisognava obbedire a degli uomini. "Chi ascolta voi ascolta me" (cfr. Luca 10, 16).
Dobbiamo allora obbedire a Dio o agli uomini? Anche a questo apparente dilemma risponde la vita della Chiesa. Noi dobbiamo in senso proprio obbedire soltanto a Dio. Nessun uomo sulla terra infatti può arrogarsi il posto di autorità che ha Dio. In questo senso Gesù ha detto che non possiamo chiamare nessuno maestro se non lui (cfr. Matteo 23, 10). Ma nello stesso tempo è anche vero che, se non vogliamo limitarci ad obbedire alla nostra idea di Dio piuttosto che a Dio, di fatto ci troviamo ad obbedire a degli uomini. Potrei sintetizzare così: "dobbiamo obbedire solo a Dio, ma egli per obbedire a lui ci chiede di obbedire a degli uomini che lui sceglie".
L'autorità sono sempre persone scelte da Dio e in relazione con lui. A Dio devono rispondere, a lui devono portare le persone a loro affidate. Nessuna autorità si giustifica di per se stessa, ma sempre e soltanto in relazione al Creatore e al Salvatore. Questo è il significato vero dell'espressione: l'autorità è un servizio. Non quello sociologico che vede l'autorità come un primus inter pares destinato progressivamente a scomparire, ma quello teologico: l'autorità deve servire Dio per poter servire gli uomini.

L'obbedienza è un'attrattiva o una prova?

L'uomo è costantemente dilaniato tra l'esigenza di appartenere e la tentazione dell'autonomia, tra il bene che vede e che approva, come diceva il poeta latino, e il male che finisce per fare. Obbedire è naturale o richiede una rinascita? Come fa l'uomo a discernere quali siano le autorità che lo conducono verso la verità e il bene? Come fa a coniugare le attrattive che riverberano nella sua coscienza e gli inviti che vengono a lui dall'esterno, dalle autorità che lo circondano? Ho voluto qui delineare una serie di antinomie che dominano la problematica di sempre e soprattutto quella attuale nei confronti dell'obbedienza e dell'autorità. È possibile una composizione di esse? E come deve avvenire?
Soltanto colui che ci conosce, che ci ha creati, che ci salva, può aiutarci ad entrare in questo cammino dell'obbedienza, che è stato il suo stesso cammino di uomo ("imparò l'obbedienza da ciò che visse" cfr. Ebrei 5, 8). Dio è la nostra attrattiva perché è la nostra felicità. Egli ha posto dentro di noi la sete di lui, le esigenze di bene, verità, felicità, giustizia. Ha mandato suo figlio come strada per realizzare questa attrattiva. Questa strada coincide con un'aprirsi a dimensioni sempre nuove e sconosciute della vita, a una scoperta sempre più grande di Dio come felicità. Poiché si tratta di un Essere sempre nuovo, incommensurabile, infinito, poiché egli è una via che non coincide con la nostra, nasce in noi l'esigenza di uno strappo, di una prova, di una conversione verso un nuovo essere che è chiamato a dilatarsi lentamente e che implica mortificazione e sacrificio. È questo l'aspetto duro dell'obbedienza e dell'autorità, che possiamo attraversare perfino con letizia, se abbiamo chiara la promessa che ci è stata fatta e la realizzazione di essa nella vita che abbiamo già percorso.
È lo Spirito stesso che ci conduce a vivere con ilarità l'obbedienza, anche quando non capiamo o non capiamo tutto. Lui fa percepire in noi il fascino della felicità che ci attende, fa gustare in noi la voce di chi ci dice "vieni", permette l'esperienza della gioia anche nelle prove - penso a san Paolo quando dice sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni (cfr. 2 Corinzi 7, 4 e 12, 10) e all'esperienza della perfetta letizia in san Francesco.

Autorità e amicizia

Se è vero che l'autorità è scelta da Dio affinché io possa andare verso di lui, come avviene concretamente questo cammino? È l'autorità stessa che è chiamata a mostrare il suo cammino verso Dio e a coinvolgermi in esso. È la realtà dell'amicizia. Chi ha autorità crea connessione con le altre persone innanzitutto mostrandosi nel suo rapporto con il mistero. "Condivide se stesso con gli altri e si mette in ascolto di ciò che gli altri stanno vivendo". Senza perdere di vista il posto che Dio gli ha assegnato, vive un'amicizia che è segno di Dio, della sua infinità e imprevedibilità. Dall'autorità nasce un rapporto continuo, desiderato e pieno di iniziativa. È vero anche il reciproco: bisogna rendere presenti se stessi all'autorità: offrirsi cioè ad essa, attivamente, in un dialogo instancabile di collaborazione. È questa l'esperienza più importante che io ho vissuto negli ultimi venticinque anni della mia vita. Non è detto che essa sia l'unica modalità di rapporto tra educatore ed educando. A me sembra però quella che permette di entrare nelle apparenti antinomie sopra descritte e di superarle senza nessuna negazione delle differenze. In tale amicizia l'autorità resta tale, non abdica alle proprie responsabilità, non scade in un giovanilismo o in una compagneria, ma rischia realmente il proprio volto di fronte all'altro, come ha fatto il figlio di Dio diventando uomo. Si fa presente agli altri cercando un dialogo con loro. Mostra loro le ragioni del suo muoversi e gli itinerari che lo conducono alle sue decisioni. E così facendo li coinvolge nella sua vita. Paolo vi scrisse: "Il nostro tempo ha bisogno di maestri, ma essi sono più credibili se sono testimoni" (Evangelii Nuntiandi, iv, 41). Mi sembra un'espressione che si riconduca a ciò che voglio descrivere. Essere autorità, in altre parole, vuol dire offrire la propria vita, le ragioni del proprio vivere, i criteri delle proprie scelte e vuol dire anche entrare, con somma discrezione e sommo rispetto, nella vita degli altri, sapendo interpellare la loro umanità, offrendo alle attese dell'altro quelle risposte che io sono in grado di dare, in ragione della mia esperienza e della sapienza secolare della Chiesa.
Da questo punto di vista l'autorità da me esercitata è sempre stata, poco o tanto, una condivisione di responsabilità. Gesù ha cominciato a mandare avanti a sé gli apostoli. Per educarli a comprendere chi fosse lui, li ha mandati a parlare di lui. Affidare delle piccole o grandi responsabilità a colui che ci è consegnato da Dio si rivela come la strada più efficace per aiutarlo a vivere un rapporto giusto con l'autorità. Nessuno dà soltanto o soltanto riceve, ma tutti danno e ricevono in una misura decisa da Dio.
Quando Dio ha pensato alla Chiesa, a una compagnia guidata, ha pensato alla necessità costitutiva dell'essere umano di avere un padre e una madre. Sappiamo tutti quanto l'assenza o la latitanza o l'indebita ingerenza delle figure genitoriali creino nella persona insicurezza, paura, resistenza all'essere amati e guidati. Una autorità che guida secondo l'itinerario che ho tracciato può veramente diventare padre e madre e aiutare a scoprire la paternità di Dio e la maternità della Chiesa. Dobbiamo nello stesso tempo affermare con molta chiarezza che non dobbiamo mai permettere nella persona la censura nei confronti dei propri genitori carnali. Essi non devono mai essere dimenticati, né trascurati, ma accolti, amati e forse riscoperti. Rivissuti in un rapporto nuovo che esprima la verginità che si è abbracciata. In questo modo "la persona è portata a riconoscere il valore putativo di ogni paternità nei confronti della paternità di Dio, che è l'unico a cui propriamente può essere attribuito il nome di padre".
Amico e padre (o madre): queste espressioni con cui ho voluto descrivere la mia esperienza dell'autorità dicono anche la delicatezza di questo itinerario. Una paternità e un'amicizia non possono essere imposte, ma soltanto proposte. In una comunità, anche quando ha origine carismatica, "dobbiamo sempre coniugare il valore oggettivo dell'autorità con l'esercizio soggettivo dell'amicizia e della paternità". Dobbiamo sempre essere il segno della alterità di Dio che giunge agli altri attraverso la misericordiosa pazienza di Cristo. "Tutto ciò esige nell'autorità una grande maturità umana e cristiana", una grande discrezione e pazienza, una grande umiltà che sa riconoscere i propri errori. Esige anche il consiglio di tanti collaboratori e fratelli. L'autorità deve essere sempre il segno oggettivo di Cristo, colui che sa essere l'avvocato difensore delle differenze di tutti, colui che ha un rapporto personale con ciascuno e che sa valorizzare l'apporto di ciascuno.

I passi di un metodo

a) Educare significa certamente anche parlare. Un superiore deve sapere che le sue parole hanno un grande peso nella vita delle persone a lui affidate. Per questo occorre sempre prepararsi con cura, cercando di non lasciare nulla al caso, consapevoli che ogni frase può essere significativa in un senso o in un altro. Noto che in questi anni il tempo necessario per preparare i miei interventi e i miei colloqui, anziché diminuire in forza dell'esperienza, è aumentato. D'altronde credo sia esperienza di tutti: quando si è giovani, sui venti o trent'anni, si tende a parlare speditamente, senza pensare troppo a quello che si dice, mentre poi, col passare del tempo, parlare diventa più arduo, perché le cose che si dicono cominciano a pescare a una profondità tale che si preferirebbe tacere e occorre ogni volta rompere la crosta di se stessi. Allora parlare diviene un avvenimento, la ripresa di certe parole permette il riaccadere del loro significato.

b) In seminario ho sempre cercato di "insegnare la tradizione" proprio ripresentando l'insegnamento che io stesso ho ricevuto: il canto, l'apertura alla letteratura e alla poesia, l'apertura ai maestri. Don Giussani è stato un maestro per me. Le sue parole mi hanno sempre aperto ad altri magisteri, mi hanno introdotto a Leopardi, Pascoli, Pavese, Dante, Manzoni... Egli aveva capito che nessun uomo può essere un maestro esclusivo. Anzi, uno è tanto più maestro quanto più è capace di indicarne altri.

c) Per educare una persona non è necessario dire tutto subito, anzi, la fretta di giungere subito alle conclusioni risulta il più delle volte dannosa. Il vero insegnamento, infatti, non è che il dispiegarsi di un avvenimento già accolto, "l'esplicitarsi di un qualcosa che si è precedentemente sperimentato". L'esplicitare troppo anticipatamente uccide. Occorre piuttosto accompagnare le persone a scoprire esse stesse la verità, senza sostituirsi alla loro libertà, senza bruciare le tappe. Gesù non ha cominciato la sua missione dicendo frasi del tipo: "Dio esiste ed è il Padre", ma ha preferito dire: "Guardate gli uccelli del cielo, guardate i fiori della campagna: non tessono e non cuciono, eppure sono più belli di ogni cosa tessuta e cucita dall'uomo" (cfr. Matteo 6, 26-29). In ciascuna delle sue parole, anche se non esplicitata, vibrava la presenza del Padre che crea e governa ogni cosa. Egli riusciva a parlare di Dio parlando delle cose quotidiane, di quello che era sotto gli occhi di tutti, delle esperienze vissute ogni giorno da chi lo ascoltava. Infatti ogni sua parola andava dritto al cuore dell'uomo, come una proposta chiara e affascinante, che urgeva una decisione. "Il fascino di ciò che è implicito è più potente di ciò che è esplicito" ha lasciato scritto Eraclito.
Non farsi prendere dalla fretta di dire tutto subito significa anche porsi di fronte all'altro con grande rispetto, significa ricordarsi che ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio e costituisce perciò un mistero insondabile, irriducibile a qualunque schema o progetto.
In sintesi vorrei dire così: essere autorità per un'altra persona significa conoscere la sua strada, aiutarla a riconoscere, ad affrontare i problemi che questa strada indica. In certi momenti, poiché la libertà dell'uomo è debole, occorre dare dei comandi, così che l'altro possa riconoscere ciò che ancora non gli risulta evidente.

Autorità e governo

L'autorità è una persona che accompagna e assieme una persona che sa decidere. Deve sapere dove portare chi gli è affidato, attraverso quali tappe, deve esercitare con chiarezza il discernimento sull'attitudine della persona alla strada che sta percorrendo. L'eventuale amicizia non deve mai fare velo alla giusta fermezza. Si tratta del bene dell'altro, della sua felicità e di rispondere a Dio dei compiti che ci ha consegnato.

Obbedienza o libertà

Se abbiamo seguito tutto l'itinerario che ho descritto, siamo arrivati a comprendere, al contrario di quello che pensano molti nostri contemporanei, che libertà non è semplicemente rispondere a se stessi. La non obbedienza non è la forma ideale di vita. Al contrario, obbedire solamente a se stessi diventa schiavitù, rende l'uomo facile preda del volere del mondo, lo asservisce alle logiche del mercato e al potere che tutto governa. Basti pensare alla forza invasiva della pubblicità. Chi crede di non dipendere da nulla finisce sempre con l'essere strumentalizzato dal potere della mentalità dominante. Sant'Ambrogio ha scritto: "a quanti signori finiscono per obbedire coloro che rifiutano servire l'unico Signore".

(©L'Osservatore Romano - 22 novembre 2008)

venerdì 21 novembre 2008

La povertà nella luce della felicità

(da Fraternità e Missione, novembre 2008)
di Massimo Camisasca 28/10/2008

Nella seconda lettera ai cristiani di Corinto, san Paolo descrive ai suoi interlocutori, in termini molto vivi e drammatici, la sua realtà di apostolo. In questo modo non fa altro che parlarci dell’uomo nuovo che è nato da Cristo (cfr. 2Cor 6,5-17). Quindi parla di noi. Ciascuno di noi dovrebbe ogni tanto tornare a leggere quelle righe, oppure il capitolo sesto, versetti 3-10: dopo averci raccontato la sua vita, quali sofferenze, quali privazioni, quali pericoli abbia passato, ma anche quali scoperte abbia fatto, quale sia stata la dolcezza della compagnia dello Spirito Santo – conclude con delle definizioni composte da due parole antitetiche. Noi cristiani siamo sconosciuti e ben noti, siamo sempre lì lì per morire eppure viviamo, siamo castigati dal mondo ma non ci lasciamo abbattere, pieni di tristezza e di gioia assieme, e infine – ed è su questa espressione che voglio fermarmi – non abbiamo nulla eppure possediamo tutto. Anzi, possiamo rendere ricchi gli altri.
E' l’esperienza della povertà. Essa non riguarda una categoria di persone particolari, sociologica o spirituale, quelli più sfortunati o quelli che hanno la fissa di andare in giro come straccioni. Riguarda tutti noi, e perciò dobbiamo capirlo bene.
Don Giussani, che ho sentito molte volte ricordare e commentare questa espressione di san Paolo, mi ha anche spiegato lungo gli anni cosa voglia dire «povertà» per un cristiano.
Innanzitutto, come sempre faceva, illuminava tutto alla luce del fine ultimo, la felicità. Siamo chiamati alla felicità, alla beatitudine, e dobbiamo abbracciare tutto ciò che ci aiuta a viverne l’inizio nella vita presente. San Paolo dice: «abbiamo tutto». Questa è la porta per entrare dentro la povertà: l’esperienza di avere tutto in Gesù. In lui abbiamo la vita, il perdono, le parole che illuminano il dolore, la certezza della vita presente e futura. In questo modo siamo aperti a scoprire con gratitudine tutto ciò che non abbiamo fatto noi, eppure ci è donato. Le montagne, il mare, il cielo, il sorriso e gli occhi di un bambino, l’amore della madre o dei figli, la forza di un’amicizia, ma anche la bellezza di un fiore, di un sasso, la gioia che può venire da un libro, da una semplice matita per scrivere, da un dipinto, da una musica. Come si colora questa espressione di san Paolo: possediamo tutto! Scopriamo così che ciò che possediamo veramente è ciò che non abbiamo fatto noi, di cui non possiamo gloriarci, che abbiamo ricevuto. Nasce in questo modo nella vita quella essenzialità che è una delle necessità dell’età matura, e soprattutto della vecchiaia. Vogliamo intorno a noi soltanto quelle cose e quelle presenze che ci richiamano a ciò che resta, che sono strada verso Dio. Impariamo a diventare più essenziali nelle nostre letture, a non voler tanti libri, tante penne, tanti orologi, tanti quadri, ad accontentarci di piccoli spazi, di alcuni viaggi essenziali, di alcuni volti necessari. Impariamo a valutare il peso delle cose, la necessità o meno di talune di esse, la relatività di altre. Come appaiono meschine allora ai nostri occhi tante liti, tante battaglie per l’eredità, tante vite spezzate in nome della lotta per i soldi, per i guadagni, per l’affermazione di sé!
Il cristiano non ha un animo meschino, non sottovaluta i beni della terra e la loro importanza. Sa che ogni creatura è un bene (cfr. 1Tm 11, 19), sa che tutto può essere preso con rendimento di grazie, ma proprio per questo sa quanta insipienza c’è nel voler accumulare a tutti i costi. Chiede perciò a Dio la grazia di essere libero, di non andare con due borse se ne basta una, con due mantelli se uno è sufficiente. La povertà è la scoperta che la nostra felicità dipende dall’avere soltanto ciò che è necessario, cioè Cristo, e ciò che da lui riceviamo e che ci porta a lui, ci fa vivere la nostra vocazione. Nessuno come il cristiano sa godere del mangiare e del bere, sa ridere, sa giocare, ma nessuno come il cristiano sa che è necessario imparare ad usare bene di tutto.
Nella prima lettera ai Corinti, san Paolo usa una espressione che è esattamente il reciproco di ciò che abbiamo sopra ricordato. Quelli che possiedono, vivano come se non possedessero. Le due esperienze si illuminano a vicenda.
La povertà è fonte di comunione. Mentre il possesso desiderato e amato per se stesso mi divide dagli altri, mi fa vedere nelle altre persone dei potenziali nemici, o almeno degli avversari, la povertà matura in noi occhi di benevolenza sulle creature e sugli uomini. Non tiene per sé ma spinge a distribuire, comunicare, donare. Sostiene ogni inizio di comunione vissuta, valorizza tutto ciò che serve a creare legami, a vivere la fraternità nella comune figliolanza a Dio Padre.
Avendo imparato tutto ciò da don Giussani, ho cercato di trasmetterlo ai miei amici della Fraternità san Carlo. Ho detto e dico a loro quasi ogni giorno: non abbiate mai la preoccupazione dei soldi, non mettete mai in testa alle vostre attese la ricerca dei denari. Soprattutto non accumulate mai beni sulla terra. Siate liberi, e questo si trasformerà per voi in letizia, in agilità di vita, in una capacità maggiore di perdonare, di costruire, e in definitiva, di amare. Le vostre case siano belle ma non sfarzose. Portate con voi solo ciò che è veramente necessario, tutto il resto cercate di condividerlo con gli altri. Create una piccola biblioteca nella vostra casa, venite in soccorso con i vostri beni alle necessità degli altri. Soprattutto non legate il vostro cuore a ciò che avete, non aspettatevi da quello la sicurezza per il vostro presente e il vostro futuro. Ringraziate il Cielo del desiderio che Dio mette dentro di voi di semplificare la vostra vita. Amate il silenzio. Quanto al resto, rallegratevi per tutto quello che vi è dato e passa per le vostre mani, ma non trattenete nulla per voi se non ciò che è assolutamente importante per vivere. Dalla povertà viene nella vita un fiume di gioia e di serenità.

mercoledì 19 novembre 2008

La ricetta anticrisi

«Puntare tutto sul capitale umano»
Andrea Tornielli lunedì 17 novembre 2008

La grave crisi che stiamo attraversando non è soltanto una crisi economica e finanziaria, ma ha a che fare col venir meno della coscienza che l’uomo ha di se stesso, con una concezione di lavoro che si è posta come unico orizzonte il profitto fine a se stesso e risultati a breve termine.

Solo costruendo loghi in cui l’uomo venga trattato per quello che è, solo ripartendo dalla persona che lavora, cosciente del significato della sua opera, sarà possibile risalire la china. È il messaggio che arriva dall’assemblea generale della Compagnia delle Opere, che si è svolta ieri pomeriggio al Palasharp di Milano. Alla presenza di migliaia di persone, provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, gli aderenti all’associazione nata per favorire una concezione del mercato rispettoso della persona in ogni suo aspetto e dimensione - la Cdo conta 34.000 imprese associate, la maggioranza delle quali piccole e medie aziende - hanno cercato di capire come uscire dalla gravissima crisi che incombe.
L’assemblea, alla quale hanno preso parte il presidente della Regione Lombardia Formigoni, il presidente della Provincia di Milano Penati e alcuni deputati del Parlamento nazionale ed europeo vicini a Cl, aveva come tema “Il tuo lavoro è un’opera” ed è stata aperta dal presidente di Cdo Bernhard Scholz, cui sono seguiti gli interventi di Don Juliàn Carròn, Presidente Fraternità di Comunione e liberazione, e di Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la sussidiarietà. Don Carrón ha spiegato che per far sì che il lavoro non sia vissuto come una condanna, o come un’esaltazione a seconda delle circostanze, è necessario sia interpretato come rapporto con il mistero e con il proprio destino, come partecipazione all’opera creatrice di Dio. «Dio lavora!», ha ripetuto il sacerdote.
Giorgio Vittadini ha invece analizzato la situazione attuale: «È un intero modello di economia che sta sprofondando - ha detto - quello che ha sottovalutato l’economia reale e ha sopravvalutato la finanza». Vittadini ha criticato l’illusione di una finanza non ancorata alla realtà, che si è trasformata in ideologia e ha attaccato i moderni alchimisti del mercato finanziario, i cui errori saranno ora pagati da tutti, anche da chi non c’entra nulla.
Ma il messaggio che arriva dal Palasharp non è improntato al pessimismo. «La fiducia si ricostruisce con la fede, la libertà e la speranza - ha detto Vittadini-: bisogna ripartire dall’economia reale e locale, dalle reti di sostegno, dai fattori di innovazione, per riproporre su base internazionale il localismo italiano, recuperando un’idea di lavoro e di impresa che è insito nella tradizione italiana e cristiana, che valorizzi la realtà e il capitale umano».
«Occorre ripartire dalla persona che lavora – ha detto nell’intervento conclusivo il presidente della Cdo Scholz – e che nel rapporto con la realtà cerca di rispondere ai suoi desideri, cerca la verità di sé; e sa assumersi una responsabilità verso tutti. La Compagnia delle Opere è la testimonianza che è possibile vivere il lavoro con un significato che riempie di soddisfazione; anche in momenti difficili». Un esempio di questo approccio sarà realizzato nei prossimi giorni, al «Matching», l’evento organizzato da Cdo per favorire le relazioni tra imprenditori, lo scambio di conoscenze e di informazioni, che permettano la costruzione «di una rete di fiducia che mette al centro il bene delle persone».

martedì 18 novembre 2008

Le ragioni della fede - presentazione del libro: Perchè credo

"PERCHE' CREDO": INVITO A UN INCONTRO
Nel recente viaggio apostolico in Francia, parlando al mondo della cultura, il papa Benedetto XVI ha sottolineato ancora una volta il valore fondamentale dell'apologetica, ovvero il rendere ragione della propria fede. Questa è anche la missione del Timone, che raccoglie ancora uan volta questa sfida invitando tutti a un incontro su

LE RAGIONI DELLA FEDE

Presentazione del libro: PERCHE' CREDO
Intervengono gli autori

Vittorio Messori
Andrea Tornielli
Introduce
Gianpaolo Barra

SABATO 22 NOVEMBRE 2008
ore 15.30
salone parrocchia S. Giovanni Evangelista
Via Pavoni, 10 - Milano
MM3 - Maciachini

Il Timone - Via Benigno Crespi, 30/2 - 20159 Milano (MI) - tel. 02.66.82.52.06 / fax 02.6085709
www.iltimone.org

lunedì 17 novembre 2008

Scuola di Comunità su radio Maria

Martedì 18 novembre e martedì 16 dicembre alle ore 12.30 su Radio Maria la lettura del libro di Scuola di Comunità, abitualmente condotta da don Primo, sarà condotta da Giorgio Vittadini e martedì 23 dicembre da Padre Romano Scalfi.

domenica 16 novembre 2008

Il senso religioso,le opere,il potere -L.Giussani - Assago 01.03.87

Il senso religioso, le opere, il potere

Testo dell'intervento all'assemblea della DC lombarda, Assago - 01.03.1987

La politica, in quanto forma più compiuta di cultura, non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l’uomo. Nel Discorso all’Unesco (2 giugno 1980), Giovanni Paolo II ha detto: «La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l’uomo». 1. Ora, la cosa più interessante è che l’uomo è uno nella realtà del suo io. Ancora in quel discorso il Papa dice: «Occorre sempre, nella cultura, considerare l’uomo integrale, l’uomo tutto intero, in tutta la verità della sua soggettività spirituale e corporale. Occorre non sovrapporre alla cultura - sistema autenticamente umano, sintesi splendida dello spirito e del corpo - delle divisioni e delle opposizioni preconcette».Che cosa determina, cioè dà forma a questa unità dell’uomo, dell’io? È quell’elemento dinamico che attraverso le domande, le esigenze fondamentali in cui si esprime, guida l’espressione personale e sociale dell’uomo. Brevemente chiamo senso religioso questo elemento dinamico che, attraverso le domande fondamentali, guida l’espressione personale e sociale dell’uomo; la forma della unità dell’uomo è il senso religioso. Questo fattore fondamentale si esprime nell’uomo attraverso domande, istanze, sollecitazioni personali e sociali. Il XVII capitolo degli Atti degli Apostoli presenta S. Paolo che spiega la grande ed inarrestabile migrazione dei popoli come ricerca del Dio. Il senso religioso appare, così, la radice da cui scaturiscono i valori. Un valore, ultimamente, è quella prospettiva del rapporto tra il contingente e la totalità, l’assoluto. La responsabilità dell’uomo, attraverso tutti i tipi di sollecitazioni che gli provengono dall’impatto con il reale, si impegna nella risposta a quelle domande che il senso religioso (o il «cuore», direbbe la Bibbia) esprime. 2. Nel gioco di questa responsabilità di fronte ai valori, l’uomo ha a che fare con il potere. Intendo per potere quello che nel suo libro - così intitolato - Romano Guardini definiva come delineazione dello scopo comune e organizzazione delle cose per il suo raggiungimento. Ora, o il potere è determinato dalla volontà di servire la creatura di Dio nel suo dinamico evolversi, servire cioè l’uomo, la cultura e la prassi che ne deriva, oppure il potere tende a ridurre la realtà umana al proprio scopo; e così uno Stato sorgenti; di tutti i diritti riconduce l’uomo a pezzo di materia o cittadino anonimo della città terrena, così come ne parla la Gaudium et Spes. 3. Se il potere mira solo al suo scopo, esso deve cercare di governare i desideri dell’uomo. Il desiderio, infatti, è l’emblema della libertà perché apre all’orizzonte della categoria della possibilità; mentre il problema del potere inteso come ho accennato è quello di assicurarsi il massimo di consenso da una massa sempre più determinata nelle sue esigenze. Così i desideri dell’uomo, e quindi i valori, sono essenzialmente ridotti. Una riduzione dei desideri dell’uomo, delle sue esigenze e, quindi, dei valori, viene perseguita sistematicamente. I mass-media e la scolarizzazione diventano strumenti per l’induzione accanita di determinati desideri e per l’obliterazione o l’estromissione di altri. Nell’enciclica Dives in Misericordia, il Papa nota: «Questa è la tragedia del nostro tempo: la perdita della libertà di coscienza da parte di interi popoli ottenuta con l’uso cinico dei mezzi di comunicazione sociale da parte di chi detiene il potere». 4. Il panorama della vita sociale diventa sempre più uniforme, grigio (pensiamo alla «grande omologazione» di cui parlava Pasolini), così che viene da descrivere la situazione con la formula che gioco qualche volta con i giovani: bisogna stare attenti che P (potere) non sia in proporzione diretta con I (impotenza), perché allora il potere diventerebbe pre-potenza di fronte ad un’impotenza perseguita, appunto, con la riduzione sistematica dei desideri, delle esigenze e dei valori. Un brano dell’intervista concessa a L’altra Europa dal grande scrittore Vaclav Belohradskij (scrittore cecoslovacco, attualmente docente all’Università di Genova, autore de Il mondo della vita: un problema politico, ed. Jaca Book) dice: «Tradizione europea significa non poter mai vivere al di là della coscienza riducendola ad un apparato anonimo come la legge o lo Stato. Questa fermezza della coscienza è una eredità della tradizione greca cristiana e borghese. L’irriducibilità della coscienza alle istituzioni è minacciata nell’epoca dei mezzi di comunicazione di massa degli Stati totalitari e della generale computerizzazione della società. Infatti è molto facile per noi riuscire a immaginare istituzioni organizzate così perfettamente da imporre come legittima ogni loro azione (abbiamo avuto tragiche esperienze nella storia italiana degli ultimi dodici anni, ndr.). Basta disporre di una efficiente organizzazione per legittimare qualunque cosa. Così potremmo sintetizzare l’essenza di ciò che ci minaccia: gli stati si programmano i cittadini, le industrie, i consumatori, le case editrici, i lettori, ecc. Tutta la società un po’ alla volta diviene qualcosa che lo Stato si produce».Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio o un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano. 5. Una cultura della responsabilità deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori, il rapporto con l’infinito che rende la persona soggetto vero e attivo della storia. Una cultura della responsabilità non può non partire dal senso religioso. Tale partenza porta gli uomini a mettersi insieme. È impossibile che la partenza dal senso religioso non spinga gli uomini a mettersi insieme. E non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente; a mettersi insieme nella società secondo una interezza e una libertà sorprendenti (la Chiesa ne è il caso più esemplare), così che l’insorgere di movimenti è segno di vivezza, di responsabilità e di cultura, che rendono dinamico tutto l’assetto sociale. Occorre osservare che tali movimenti sono incapaci di rimanere nell’astratto. Nonostante l’inerzia o la mancanza di intelligenza di chi li rappresenta o di chi vi partecipa, i movimenti non riescono a rimanere nell’astratto, ma tendono a mostrare la loro verità attraverso l’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri, immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo opere, «forme di vita nuova per l’uomo», come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, rilanciando la dottrina sociale della Chiesa. Le opere costituiscono vero apporto a una novità del tessuto e del volto sociale. Le caratteristiche di opere generate da una responsabilità autentica devono essere: realismo e prudenza. Il realismo è connesso con l’importanza del fatto che il fondamento della verità è l’adeguazione dell’intelletto alla realtà; mentre la prudenza che nella Summa di San Tommaso è definita come un retto criterio nelle cose che si fanno, si misura sulla verità della cosa prima che sulla moralità, sull’aspetto etico di bontà. L’opera, proprio per questa necessità di realismo e prudenza, diventa segno di immaginazione, di sacrificio e di apertura. Qualche conclusione. Un partito che soffocasse, che non favorisse o non difendesse questa ricca creatività sociale contribuirebbe a creare o a mantenere uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe ad essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere e la responsabilità sarebbe evocata semplicemente per suscitare consenso a cose già programmate; perfino la moralità sarebbe concepita e conclamata in funzione dello status quo. Pasolini diceva amaramente che uno Stato di potere, così come tante volte ne abbiamo oggi, è immodificabile; lascia, al massimo, spazio all’utopia perché non dura o alla nostalgia individuale perché è impotente. Politica vera, al contrario, è quella che difende una novità di vita presente, capace di modificare anche l’assetto del potere. Così concludo dicendo che la politica deve decidere se favorire la società esclusivamente come strumento, manipolazione di uno Stato e del suo potere oppure favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il concetto tomistico di bene comune, ripreso vigorosamente dal grande e dimenticato magistero di Leone XIII. Ho fatto quest’ultima osservazione pur ovvia a tutti per ricordare che è un cammino nient’affatto facile ma duro, come del resto il cammino di ogni verità nella vita. Ma bisogna non aver paura, anche qui, di quello che diceva il Santo Evangelo: chi si tiene strette le sue cose, la sua vita, le perderà e chi darà in nome mio la sua vita la guadagnerà.