domenica 26 marzo 2017

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO A MILANO INCONTRO CON I SACERDOTI E I CONSACRATI





Papa Francesco in piazza Duomo (LaPresse)

INCONTRO CON I SACERDOTI E I CONSACRATI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Solennità dell'Annunciazione del Signore
Duomo di Milano
Sabato, 25 marzo 2017





Domanda 1 - Don Gabriele Gioia, presbitero
Molte delle energie e del tempo dei preti sono assorbite per continuare le forme tradizionali del ministero, ma avvertiamo le sfide della secolarizzazione e l’irrilevanza della fede dentro l’evoluzione di una società milanese, che è sempre più plurale, multietnica, multireligiosa e multiculturale. Capita anche a noi a volte di sentirci come Pietro gli apostoli dopo avere faticato e non prendere pesci. Le chiediamo: quali purificazioni e quali scelte prioritarie siamo chiamati a compiere per non smarrire la gioia di evangelizzare e di essere popolo di Dio che testimonia il suo amore per ogni uomo? Santità, le vogliamo bene e preghiamo per lei.
Papa Francesco:
Grazie. Grazie.
Le tre domande che voi farete mi sono state inviate. Sempre si fa così. Di solito, io rispondo a braccio, ma questa volta ho pensato, in una giornata con un programma così fitto, che era meglio scrivere qualcosa per rispondere.
Ho ascoltato la tua domanda, don Gabriele. L’avevo letta prima, ma mentre tu parlavi, mi sono venute in mente due cose. Una, “prendere i pesci”. Tu sai che l’evangelizzazione non sempre è sinonimo di “prendere i pesci”: è andare, prendere il largo, dare testimonianza… e poi il Signore, Lui “prende i pesci”. Quando, come e dove, noi non lo sappiamo. E questo è molto importante. E anche partire da quella realtà, che noi siamo strumenti, strumenti inutili. Un’altra cosa che tu hai detto, quella preoccupazione che hai espresso che è la preoccupazione di tutti voi: non perdere la gioia di evangelizzare. Perché evangelizzare è una gioia. Il grande Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi - che è il più grande documento pastorale del dopo-Concilio, che ancora oggi ha attualità - parlava di questa gioia: la gioia della Chiesa è evangelizzare. E noi dobbiamo chiedere la grazia di non perderla. Lui [Paolo VI] ci dice, quasi alla fine [di quel documento]: Conserviamo questa gioia di evangelizzare; non come evangelizzatori tristi, annoiati, questo non va; un evangelizzatore triste è uno che non è convinto che Gesù è gioia, che Gesù ti porta la gioia, e quando ti chiama ti cambia la vita e ti dà la gioia, e ti invia nella gioia, anche in croce, ma nella gioia, per evangelizzare. Grazie di aver sottolineato queste cose che tu hai detto, Gabriele.
E adesso, le cose che ho pensato su questa domanda, a casa, per dire cose più pensate.
a. Una delle prime cose che mi viene in mente è la parola sfida - che tu hai usato: “tante sfide”, hai detto. Ogni epoca storica, fin dai primi tempi del cristianesimo, è stata continuamente sottoposta a molteplici sfide. Sfide all’interno della comunità ecclesiale e nello stesso tempo nel rapporto con la società in cui la fede andava prendendo corpo. Ricordiamo l’episodio di Pietro nella casa di Cornelio a Cesarea (cfr At 10,24-35), o la controversia ad Antiochia e poi a Gerusalemme sulla necessità o meno di circoncidere i pagani (cfr At 15,1-6), e così via. Perciò non dobbiamo temere le sfide, questo sia chiaro. Non dobbiamo temere le sfide. Quante volte si sentono delle lamentele: “Ah, quest’epoca, ci sono tante sfide, e siamo tristi…”. No. Non avere timore. Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, le sfide. E’ bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose, tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve. Questo dobbiamo temere. E si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. Ci sono i pericoli delle ideologie, sempre. Le ideologie crescono, germogliano e crescono quando uno crede di avere la fede completa, e diventa ideologia. Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato. Come ha affermato la Costituzione dogmatica Dei Verbum: «La Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (8b). E in ciò le sfide ci aiutano ad aprirci al mistero rivelato. Questa è una prima cosa, che prendo da quello che tu hai detto.
b. Seconda cosa. Tu ha parlato di una società “multi” – multiculturale, multireligiosa, multietnica –. Io credo che la Chiesa, nell’arco di tutta la sua storia, tante volte – senza che ne siamo consapevoli – ha molto da insegnarci e aiutarci per una cultura della diversità. Dobbiamo imparare. Lo Spirito Santo è il Maestro della diversità. Guardiamo le nostre diocesi, i nostri presbiteri, le nostre comunità. Guardiamo le congregazioni religiose. Tanti carismi, tanti modi di realizzare l’esperienza credente. La Chiesa è Una in un’esperienza multiforme. E’ una, sì. Ma in un’esperienza multiforme. E’ questa la ricchezza della Chiesa. Pur essendo una è multiforme. Il Vangelo è uno nella sua quadruplice forma. Il Vangelo è uno, ma sono quattro e sono diversi, ma quella diversità è una ricchezza. Il Vangelo è uno in una quadruplice forma. Questo dà alle nostre comunità una ricchezza che manifesta l’azione dello Spirito. La Tradizione ecclesiale ha una grande esperienza di come “gestire” il molteplice all’interno della sua storia e della sua vita. Abbiamo visto e vediamo di tutto: abbiamo visto e vediamo molte ricchezze e molti orrori ed errori. E qui abbiamo una buona chiave che ci aiuta a leggere il mondo contemporaneo. Senza condannarlo e senza santificarlo. Riconoscendo gli aspetti luminosi e gli aspetti oscuri. Come pure aiutandoci a discernere gli eccessi di uniformità o di relativismo: due tendenze che cercano di cancellare l’unità delle differenze, l’interdipendenza. La Chiesa è Una nelle differenze. E’ una, e quelle differenze si uniscono in quella unità. Ma chi fa le differenze? Lo Spirito Santo: è il Maestro delle differenze! E chi fa l’unità? Lo Spirito Santo: Lui è anche il Maestro dell’unità! Quel grande Artista, quel grande Maestro dell’unità nelle differenze è lo Spirito Santo. E questo dobbiamo capirlo bene. E poi ne parlerò più avanti, a proposito del discernimento: discernere quando è lo Spirito che fa le differenze e l’unità, e quando non è lo Spirito quello che fa una differenza e una divisione. Quante volte abbiamo confuso unità con uniformità? E non è lo stesso. O quante volte abbiamo confuso pluralità con pluralismo? E non è lo stesso. L’uniformità e il pluralismo non sono dello spirito buono: non vengono dallo Spirito Santo. La pluralità e l’unità invece vengono dallo Spirito Santo. In entrambi i casi ciò che si cerca di fare è ridurre la tensione e cancellare il conflitto o l’ambivalenza a cui siamo sottoposti in quanto esseri umani. Cercare di eliminare uno dei poli della tensione è eliminare il modo in cui Dio ha voluto rivelarsi nell’umanità del suo Figlio. Tutto ciò che non assume il dramma umano può essere una teoria molto chiara e distinta ma non coerente con la Rivelazione e perciò ideologica. La fede per essere cristiana e non illusoria deve configurarsi all’interno dei processi: dei processi umani senza ridursi ad essi. Anche questa è una bella tensione. E’ il compito bello ed esigente che ci ha lasciato nostro Signore, il “già e non ancora” della Salvezza. E questo è molto importante: unità nelle differenze. Questa è una tensione, ma è una tensione che sempre ci fa crescere nella Chiesa.
c. Una terza cosa. C’è una scelta che come pastori non possiamo eludere: formare al discernimento. Discernimento di queste cose che sembrano opposte o che sono opposte per sapere quanto una tensione, una opposizione viene dallo Spirito Santo e quando viene dal Maligno. E per questo, formare al discernimento. Come mi pare di aver capito dalla domanda, la diversità offre uno scenario molto insidioso. La cultura dell’abbondanza a cui siamo sottoposti offre un orizzonte di tante possibilità, presentandole tutte come valide e buone. I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro. In un mondo senza possibilità di scelta, o con meno possibilità, forse le cose sembrerebbero più chiare, non so. Ma oggi i nostri fedeli – e noi stessi – siamo esposti a questa realtà, e perciò sono convinto che come comunità ecclesiale dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento. E questa è una sfida, e richiede la grazia del discernimento, per cercare di imparare ad avere l’abito del discernimento. Questa grazia, dai piccoli agli adulti, tutti. Quando si è bambini è facile che il papà e la mamma ci dicano quello che dobbiamo fare, e va bene - oggi non credo che sia tanto facile; ai miei tempi sì, ma oggi non so, ma comunque è più facile -. Ma via via che cresciamo, in mezzo a una moltitudine di voci dove apparentemente tutte hanno ragione, il discernimento di ciò che ci conduce alla Risurrezione, alla Vita e non a una cultura di morte, è cruciale. Per questo sottolineo tanto questa necessità. E’ uno strumento catechetico, e anche per la vita. Nella catechesi, nella guida spirituale, nelle omelie dobbiamo insegnare al nostro popolo, insegnare ai giovani, insegnare ai bambini, insegnare agli adulti il discernimento. E insegnare loro a chiedere la grazia del discernimento.
Su questo vi rimando a quella parte dell’Esortazione Evangelii gaudium intitolata «La missione che si incarna nei limiti umani»: numeri 40-45 della Evangelii gaudium. E questo è il terzo punto con cui ho risposto a te. Sono piccole cose che forse aiuteranno nella vostra riflessione sulle domande e poi nel dialogo tra voi. Ti ringrazio tanto.
DOMANDA 2 -Roberto Crespi, diacono permanente
Santità, buongiorno. Sono Roberto, diacono permanente. Il diaconato è entrato nel nostro clero nel 1990 e attualmente siamo 143, non è un numero grande ma è un numero significativo. Siamo uomini che vivono pienamente la propria vocazione, quella matrimoniale o quella celibataria ma vivono anche pienamente il mondo del lavoro e della professione e portiamo quindi nel clero del mondo della famiglia e del mondo del lavoro, portiamo tutte quelle dimensioni della bellezza e dell’esperienza ma anche della fatica e qualche volta anche delle ferite. Le chiediamo allora: come diaconi permanenti qual è la nostra parte perché possiamo aiutare a delineare quel volto di Chiesa che è umile, che è disinteressata, che è beata, quella che sentiamo che è nel suo cuore e di cui spesso ci parla? La ringrazio dell’attenzione e le assicuro la nostra preghiera e insieme alla nostra quella delle nostre spose  e delle nostre famiglie.
Papa Francesco:
Grazie. Voi diaconi avete molto da dare, molto da dare. Pensiamo al valore del discernimento. All’interno del presbiterio, voi potete essere una voce autorevole per mostrare la tensione che c’è tra il dovere e il volere, le tensioni che si vivono all’interno della vita familiare – voi avete una suocera, per dire un esempio! –. Come pure le benedizioni che si vivono all’interno della vita familiare.
Ma dobbiamo stare attenti a non vedere i diaconi come mezzi preti e mezzi laici. Questo è un pericolo. Alla fine non stanno né di qua né di là. No, questo non si deve fare, è un pericolo. Guardarli così ci fa male e fa male a loro. Questo modo di considerarli toglie forza al carisma proprio del diaconato. Su questo voglio tornare: il carisma proprio del diaconato. E questo carisma è nella vita della Chiesa. E nemmeno va bene l’immagine del diacono come una specie di intermediario tra i fedeli e i pastori. Né a metà strada fra i preti e i laici, né a metà strada fra i pastori e i fedeli. E ci sono due tentazioni. C’è il pericolo del clericalismo: il diacono che è troppo clericale. No, no, questo non va. Io alcune volte vedo qualcuno quando assiste alla liturgia: sembra quasi di voler prendere il posto del prete. Il clericalismo, guardatevi dal clericalismo. E l’altra tentazione, il funzionalismo: è un aiuto che ha il prete per questo o per quello…; è un ragazzo per svolgere certi compiti e non per altre cose… No. Voi avete un carisma chiaro nella Chiesa e dovete costruirlo.
Il diaconato è una vocazione specifica, una vocazione familiare che richiama il servizio. A me piace tanto quando [negli Atti degli Apostoli] i primi cristiani ellenisti sono andati dagli apostoli a lamentarsi perché le loro vedove e i loro orfani non erano ben assistiti, e hanno fatto quella riunione, quel “sinodo” tra gli apostoli e i discepoli, e hanno “inventato” i diaconi per servire. E questo è molto interessante anche per noi vescovi, perché quelli erano tutti vescovi, quelli che hanno “fatto” i diaconi. E che cosa ci dice? Che i diaconi siano i servitori. Poi hanno capito che, in quel caso, era per assistere le vedove e gli orfani; ma servire. E a noi vescovi: la preghiera e l’annuncio della Parola; e questo ci fa vedere qual è il carisma più importante di un vescovo: pregare. Qual è il compito di un vescovo, il primo compito? La preghiera. Secondo compito: annunciare la Parola. Ma si vede bene la differenza. E a voi [diaconi]: il servizio. Questa parola è la chiave per capire il vostro carisma. Il servizio come uno dei doni caratteristici del popolo di Dio. Il diacono è – per così dire – il custode del servizio nella Chiesa. Ogni parola dev’essere ben misurata. Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa: il servizio alla Parola, il servizio all’Altare, il servizio ai Poveri. E la vostra missione, la missione del diacono, e il suo contributo consistono in questo: nel ricordare a tutti noi che la fede, nelle sue diverse espressioni – la liturgia comunitaria, la preghiera personale, le diverse forme di carità – e nei suoi vari stati di vita – laicale, clericale, familiare – possiede un’essenziale dimensione di servizio. Il servizio a Dio e ai fratelli. E quanta strada c’è da fare in questo senso! Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa.
In ciò consiste il valore dei carismi nella Chiesa, che sono una ricordo e un dono per aiutare tutto il popolo di Dio a non perdere la prospettiva e le ricchezze dell’agire di Dio. Voi non siete mezzi preti e mezzi laici – questo sarebbe “funzionalizzare” il diaconato –, siete sacramento del servizio a Dio e ai fratelli. E da questa parola “servizio” deriva tutto lo sviluppo del vostro lavoro, della vostra vocazione, del vostro essere nella Chiesa. Una vocazione che come tutte le vocazioni non è solamente individuale, ma vissuta all’interno della famiglia e con la famiglia; all’interno del Popolo di Dio e con il Popolo di Dio.
In sintesi:
- non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non si apra al servizio dei poveri, e non c’è servizio dei poveri che non conduca alla liturgia;
- non c’è vocazione ecclesiale che non sia familiare.
Questo ci aiuta a rivalutare il diaconato come vocazione ecclesiale.
Infine, oggi sembra che tutto debba “servirci”, come se tutto fosse finalizzato all’individuo: la preghiera “mi serve”, la comunità “mi serve”, la carità “mi serve”. Questo è un dato della nostra cultura. Voi siete il dono che lo Spirito ci fa per vedere che la strada giusta va al contrario: nella preghiera servo, nella comunità servo, con la solidarietà servo Dio e il prossimo. E che Dio vi doni la grazia di crescere in questo carisma di custodire il servizio nella Chiesa. Grazie per quello che fate.
Domanda 3 – Madre M. Paola Paganoni, osc
Santità, sono Madre Paola delle Orsoline e sono qui a nome di tutta la vita consacrata presente nella Chiesa milanese ma anche di tutta la Lombardia. La ringraziamo per la Sua presenza, ma soprattutto per la testimonianza di vita che Lei ci offre. Da santa Marcellina, sorella di Ambrogio, la vita consacrata nella Chiesa milanese fino ad oggi è stata presenza viva, significativa, con forme antiche – e le ha viste qui – e con forme nuove. Vogliamo chiederLe, Padre, come essere oggi, per l’uomo di oggi, testimoni di profezia, come Lei dice: custodi dello stupore, e testimoniare con la nostra povera vita però una vita che sia obbediente, vergine, povera e fraterna? E poi, date le nostre poche – sembriamo numerose, ma l’età è anziana – date le nostre poche forse, per il futuro, quali periferie esistenziali, quali ambiti scegliere, privilegiare in una consapevolezza ravvivata della nostra minorità – minorità nella società e minorità anche nella Chiesa? Grazie – Le assicuriamo il nostro ricordo quotidiano.
Papa Francesco:
Grazie. Mi piace, a me piace la parola “minorità”. E’ vero che è il carisma dei francescani, ma anche tutti noi dobbiamo essere “minori”: è un atteggiamento spirituale, la minorità, che è come il sigillo del cristiano. Mi piace che Lei abbia usato quella parola. E incomincerò da quest’ultima parola: minorità, la minoranza. Normalmente – ma non dico che sia il Suo caso – è una parola che si accompagna a un sentimento: “Sembriamo tanti, ma tante sono anziane, siamo poche…”. E il sentimento che è sotto qual è? La rassegnazione. Cattivo sentimento. Senza accorgerci, ogni volta che pensiamo o constatiamo che siamo pochi, o in molti casi anziani, che sperimentiamo il peso, la fragilità più che lo splendore, il nostro spirito comincia ad essere corroso dalla rassegnazione. E la rassegnazione conduce poi all’accidia… Mi raccomando, se avete tempo leggete quello che dicono i Padri del deserto sull’accidia: è una cosa che ha tanta attualità, oggi. Credo che qui nasce la prima azione alla quale dobbiamo fare attenzione: pochi sì, in minoranza sì, anziani sì, rassegnati no! Sono fili molto sottili che si riconoscono solo davanti al Signore esaminando la nostra interiorità. Il cardinale, quando ha parlato, ha detto due parole che mi hanno colpito tanto. Parlando della misericordia ha detto che la misericordia “ristora e dà pace”. Un buon rimedio contro la rassegnazione è questa misericordia che ristora e dà pace. Quando noi cadiamo nella rassegnazione, ci allontaniamo dalla misericordia, andiamo subito da qualcuno, da qualcuna, dal Signore a chiedere misericordia, perché ci ristori e ci dia la pace.
Quando ci prende la rassegnazione, viviamo con l’immaginario di un passato glorioso che, lungi dal risvegliare il carisma iniziale, ci avvolge sempre più in una spirale di pesantezza esistenziale. Tutto si fa più pesante e difficile da sollevare. E qui, questa è una cosa che non avevo scritto ma la dirò, perché è un po’ brutto dirla, ma scusatemi, succede, e la dirò. Incominciano a essere pesanti le strutture, vuote, non sappiamo come fare e pensiamo di vendere le strutture per avere i soldi, i soldi per la vecchiaia… Incominciano a essere pesanti i soldi che abbiamo in banca… E la povertà, dove va? Ma il Signore è buono, e quando una congregazione religiosa non va per la strada del voto di povertà, di solito le manda un economo o un’economa cattiva che fa crollare tutto! E questo è una grazia! [ride, applausi] Dicevo che tutto si fa più pesante e difficile da sollevare. E la tentazione sempre è cercare le sicurezze umane. Ho parlato dei soldi, che sono una delle sicurezze più umane che abbiamo vicino. Perciò, fa bene a tutti noi rivisitare le origini, fare un pellegrinaggio alle origini, una memoria che ci salva da qualunque immaginazione gloriosa ma irreale del passato.
«Lo sguardo di fede è capace di riconoscere – dice la Evangelii gaudium – la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania» (n. 84).
I nostri padri e madri fondatori non pensarono mai ad essere una moltitudine, o una gran maggioranza. I nostri fondatori si sentirono mossi dallo Spirito Santo in un momento concreto della storia ad essere presenza gioiosa del Vangelo per i fratelli; a rinnovare ed edificare la Chiesa come lievito nella massa, come sale e luce del mondo. Sto pensando, ho chiara la frase di un fondatore, ma tanti hanno detto lo stesso: “Abbiate paura della moltitudine”. Che non vengano tanti, per la paura di non formarli bene, la paura di non dare il carisma… Uno la chiamava la “turba multa”. No. Loro pensavano semplicemente a portare avanti il Vangelo, il carisma.
Credo che uno dei motivi che ci frenano o ci tolgono la gioia sta in questo aspetto. Le nostre congregazioni non sono nate per essere la massa, ma un po’ di sale e un po’ di lievito, che avrebbe dato il proprio contributo perché la massa crescesse; perché il Popolo di Dio avesse quel “condimento” che gli mancava. Per molti anni abbiamo avuto la tentazione di credere, e in tanti siamo cresciuti con l’idea che le famiglie religiose dovessero occupare spazi più che avviare processi, e questa è una tentazione. Noi dobbiamo avviare processi, non occupare spazi. Io ho paura delle statistiche, perché ci ingannano, tante volte. Ci dicono la verità da una parte, ma dopo subentra l’illusione e ci portano all’inganno. Occupare spazi più che avviare processi: eravamo tentati da questo perché pensavamo che siccome eravamo molti, il conflitto potesse prevalere sull’unità; che le idee (o la nostra impossibilità di cambiare) fossero più importanti della realtà; o che la parte (la nostra piccola parte o visione del mondo) fosse superiore al tutto ecclesiale (cfr ibid.222-237). E’ una tentazione. Ma io non ho mai visto un pizzaiolo che per fare la pizza prenda mezzo chilo di lievito e 100 grammi di farina, no. E’ al contrario. Il lievito, poco, per far crescere la farina.
Oggi la realtà ci interpella, oggi la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale. Ieri sera, nell’Osservatore Romano, che esce alla sera ma con la data di oggi, c’è il congedo delle ultime due Piccole Sorelle di Gesù dall’Afghanistan, tra i musulmani, perché non c’erano più [suore] e ormai dovevano, anziane, tornare. Parlavano l’afghano. Benvolute da tutti: musulmani, cattolici, cristiani… Perché? Perché testimoni. Perché? Perché consacrate a Dio Padre di tutti. E io ho pensato, ho detto al Signore, mentre leggevo questo – cercate questo, oggi, sull’Osservatore Romano, che ci farà pensare a quello su cui Lei ha fatto la domanda –: “Ma Gesù, perché lasci quella gente così?”. E mi è venuto in mente il popolo coreano, che ha avuto all’inizio tre-quattro missionari cinesi – all’inizio – e poi per due secoli il messaggio è stato portato avanti solo dai laici. Le strade del Signore sono come Lui vuole che siano. Ma ci farà bene fare un atto di fiducia: è Lui che conduce la storia! E’ vero. Noi facciamo di tutto per crescere, per essere forti… Ma non la rassegnazione. Avviare processi. Oggi la realtà ci interpella – ripeto – la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale. Potete pensare un pasto con molto sale? Nessuno lo mangerebbe. Oggi, la realtà – per molti fattori che non possiamo ora fermarci ad analizzare – ci chiama ad avviare processi più che occupare spazi, a lottare per l’unità più che attaccarci a conflitti passati, ad ascoltare la realtà, ad aprirci alla “massa”, al santo Popolo fedele di Dio, al tutto ecclesiale. Aprirci al tutto ecclesiale.
Una minoranza benedetta, che è invitata nuovamente a lievitare, lievitare in sintonia con quanto lo Spirito Santo ha ispirato nel cuore dei vostri fondatori e nel cuore di voi stesse. Questo è quello che ci vuole oggi.
Passo a un’ultima cosa. Non oserei dirvi a quali periferie esistenziali deve dirigersi la missione, perché normalmente lo Spirito ha ispirato i carismi per le periferie, per andare nei luoghi, negli angoli solitamente abbandonati. Non credo che il Papa possa dirvi: occupatevi di questa o di quella. Ciò che il Papa può dirvi è questo: siete poche, siete pochi, siete quelli che siete, andate nelle periferie, andate ai confini a incontrarvi col Signore, a rinnovare la missione delle origini, alla Galilea del primo incontro, tornare alla Galilea del primo incontro! E questo farà bene a tutti noi, ci farà crescere, ci farà moltitudine. Mi viene alla mente adesso la confusione che avrà avuto il nostro Padre Abramo: gli hanno fatto guardare il cielo: “Conta le stelle!” - ma non poteva -, così sarà la tua discendenza”. E poi: “Il tuo unico figlio” - l’unico, l’altro se n’era andato già, ma questo aveva la promessa – “fallo salire sul monte e offrimelo in sacrificio”. Da quella moltitudine di stelle, a sacrificare il proprio figlio: la logica di Dio non si capisce. Soltanto, si obbedisce. E questa è la strada su cui dovete andare. Scegliete le periferie, risvegliate processi, accendete la speranza spenta e fiaccata da una società che è diventata insensibile al dolore degli altri. Nella nostra fragilità come congregazioni possiamo farci più attenti a tante fragilità che ci circondano e trasformarle in spazio di benedizione. Sarà il momento che il Signore vi dirà: “Fermati, c’è un capretto, lì. Non sacrificare il tuo unico figlio”. Andate e portate l’“unzione” di Cristo, andate. Non vi sto cacciando via! Soltanto dico: andate a portare la missione di Cristo, il vostro carisma.
E non dimentichiamo che «quando si mette Gesù in mezzo al suo popolo, il popolo trova gioia. Sì, solo questo potrà restituirci la gioia e la speranza, solo questo ci salverà dal vivere in un atteggiamento di sopravvivenza. Per favore no, questa è rassegnazione. Non sopravvivere, vivere! Solo questo renderà feconda la nostra vita e manterrà vivo il nostro cuore. Mettere Gesù là dove deve stare: in mezzo al suo popolo» (Omelia nella S. Messa della Presentazione del Signore, XXI G.M. della vita consacrata, 2 febbraio 2017). E questo è il vostro compito. Grazie, madre. Grazie.
E adesso, preghiamo insieme. Vi darò la benedizione e vi chiedo, per favore, di pregare per me perché ho bisogno di essere sostenuto dalle preghiere del popolo di Dio, dei consacrati e dei sacerdoti. Grazie tante.
Preghiamo. […]




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SALUTO DEL SANTO PADRE AI RESIDENTI DEL QUARTIERE FORLANINI







SALUTO DEL SANTO PADRE AI RESIDENTI
DEL QUARTIERE FORLANINI
Solennità dell'Annunciazione del Signore
Piazzale delle "Case Bianche", Milano
Sabato, 25 marzo 2017




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Vi ringrazio per la vostra accoglienza, tanto calorosa! Grazie, grazie tante! Siete voi che mi accogliete all’ingresso in Milano, e questo è un grande dono per me: entrare nella città incontrando dei volti, delle famiglie, una comunità.
E vi ringrazio per i due doni particolari che mi avete offerto.
Il primo è questa stola [il S. Padre l’ha indossata], un segno tipicamente sacerdotale, che mi tocca in modo speciale perché mi ricorda che io vengo qui in mezzo a voi come sacerdote, entro in Milano come sacerdote. Questa stola non l’avete comprata già fatta, ma è stata creata qui, è stata tessuta da alcuni di voi, in maniera artigianale. Questo la rende molto più preziosa; e ricorda che il sacerdote cristiano è scelto dal popolo e al servizio del popolo; il mio sacerdozio, come quello del vostro parroco e degli altri preti che lavorano qui, è dono di Cristo, ma è “tessuto” da voi, dalla vostra gente, con la sua fede, le sue fatiche, le sue preghiere, le sue lacrime… Questo vedo nel segno della stola. Il sacerdozio è dono di Cristo, ma “tessuto” da voi, e questo vedo in questo segno.
E poi mi avete regalato questa immagine della vostra Madonnina: com’era prima e com’è adesso dopo il restauro [mostra il quadro alla gente]. Grazie! Io so che a Milano mi accoglie la Madonnina, in cima al Duomo; ma grazie al vostro dono la Madonna mi accoglie già da qui, all’ingresso. E questo è importante, perché mi ricorda la premura di Maria, che corre a incontrare Elisabetta. E’ la premura, la sollecitudine della Chiesa, che non rimane nel centro ad aspettare, ma va incontro a tutti, nelle periferie, va incontro anche ai non cristiani, anche ai non credenti…; e porta a tutti Gesù, che è l’amore di Dio fatto carne, che dà senso alla nostra vita e la salva dal male. E la Madonna va incontro non per fare proselitismo, no! Ma per accompagnarci nel cammino della vita; e anche il fatto che sia stata la Madonnina ad aspettarmi alla porta di Milano mi ha fatto ricordare quando da bambini, da ragazzi tornavamo da scuola e c’era la mamma sulla porta ad aspettarci. La Madonna è madre! E sempre arriva prima, va avanti per accoglierci, per aspettarci. Grazie di questo! Ed è anche significativo il fatto del restauro: questa vostra Madonnina è stata restaurata, come la Chiesa ha sempre bisogno di essere “restaurata”, perché è fatta da noi, che siamo peccatori, tutti, siamo peccatori. Lasciamoci restaurare da Dio, dalla sua misericordia. Lasciamoci ripulire nel cuore, specialmente in questo tempo di Quaresima. La Madonna è senza peccato, lei non ha bisogno di restauri, ma la sua statua sì, e così come Madre ci insegna a lasciarci ripulire dalla misericordia di Dio, per testimoniare la santità di Gesù. E parlando fraternamente una buona Confessione ci farà tanto bene, a tutti! Ma anche chiedo ai confessori che siano misericordiosi!
Grazie di cuore per questi doni! E soprattutto grazie per essere stati qui, per la vostra accoglienza e la vostra preghiera, che mi accompagna nell’ingresso a Milano. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga. E per favore non dimenticatevi di pregare per me.
E adesso preghiamo la Madonna.
[Ave Maria e Benedizione]
E arrivederci!



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UMILE E ALTA PIU' CHE CREATURA

UMILE E ALTA PIU' CHE CREATURA

"Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
Umile ed alta più che creatura,
Termine fisso d'eterno consiglio. 

Tu se' colei che l'umana natura
Nobilitasti sì, che il suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura. 

Nel ventre tuo si raccese l'amore
Per lo cui caldo nell'eterna pace
Così è germinato questo fiore. 

Qui se' a noi meridïana face
Di caritate; e giuso, intra i mortali,
Se' di speranza fontana vivace. 

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
Che, qual vuol grazia e a te non ricorre,
Sua disïanza vuol volar senz'ali. 

La tua benignità non pur soccorre
A chi domanda, ma molte fiate
Liberamente al domandar precorre. 

In te misericordia, in te pietate,
In te magnificenza, in te s'aduna
Quantunque in creatura è di bontate! 

(Dante, Paradiso, XXXIII) 


Lettera di don Luigi Giussani alla fraternità di CL

lettera che don Luigi Giussani scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione il 22 giugno 2003, di ritorno da un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Loreto
Cari amici,
dopo il pellegrinaggio a Loreto, la personalità della Madre di Cristo ha giocato un ruolo che ora capisco quanto sia decisivo, chiarificatore per il carisma che la Chiesa ha riconosciuto come origine del nostro cammino.
Vi mando il testo di alcune mie riflessioni chiedendovi umilmente di domandare tutti i giorni allo Spirito che ci doni l’aiuto necessario: come ai primi Apostoli.
Vi assicuro che cercherò di offrire compagnia a qualsiasi interrogativo, dubbio o incertezza perché il nostro cuore rimanga fedele.
Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio.
1) L’inno alla Vergine di Dante coincide con l’esaltazione dell’essere, con l’ultima tensione da parte della coscienza dell’uomo che è alla presenza della “realtà” – che non nasce da se stessa, ma è fatta da un focus ineffabile: la realtà, infatti, è creata -.
È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la era Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
«Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo.

 2) La persona, il tu della persona è il luogo della garantita nobiltà generatrice, nella coscienza continua (sempre superiore a se stessa) della grande promessa, che domina tutta l’azione dello Spirito: Dio crea l’uomo e rappresenta l’invadenza del desiderio, è un desiderio senza fine come è per noi il fuoco di un dinamismo infinito rispetto a una sorgente provvisoria. Dio è la misura dell’invadenza del desiderio, essendo Dio la misura del desiderio. Solo tenendo presente Dio, uno si accorge che quello che ha addosso è una sorgente senza limite.
Questo vuole dire che lo Spirito suscita nell’uomo la parola, il disegno, che lo definisce. E questa parola coincide con un potere missionario, cioè ritorna sui campi della propria terra come provocante sfida.
3) La totalità dell’impegno della persona rende “uno”, un unicum, quello che sarebbe provvisoria luce partecipativa: ultima eterna formula del Mistero amoroso, la vertiginosa drammaticità in cui il tu precipita, dal di dentro di tutte le cose, in un abbraccio cosmico.
4) L’amore è così la formula partecipativa a quello che resterebbe un puro effimero.
Spiritus est Deus, lo Spirito è Dio, ma lo Spirito di Dio è amore: Deus charitas est (l’essenza della Trinità sono i tre che si amano). L’essenza dell’Essere è l’amore, questa è la grande rivelazione. Perciò tutta la legge morale è totalmente definita dal termine carità.
5) La carità riluce, dunque, come unica forma della moralità, che appare come estasi di speranza, inesauribile speranza. «Se’ di speranza fontana vivace».
La speranza passa come luce negli occhi e come ardenza nel cuore di quell’Essere che definisce la ricompensa dell’attesa umana: non è un premio perché l’io sia bravo, ma perché l’io vive l’estasi della speranza.
La speranza è una formula vivace, gioiosa e, nel suo impeto, nella sua purezza di contenuto, detta l’immagine di tutta l’umanità: la carità come forma della moralità.
Come quando Gesù fu di fronte al giovane ricco: «Va’, vendi tutto quello che hai e vieni con me!»; essendo quelle parole la forma della moralità, il ragazzo non aveva molta forza e non Lo seguì.
Tutto quello che accade è grazia, e tutta la grazia è in quel Tu in cui avviene l’adempimento.
6) Nel cuore dell’uomo, dalla misericordia sino al perdono e dalla ricchezza senza fondo, la gioia si addensa come luce senza confine, che assicura l’intensità della bontà creatrice.
7) La “musica” umana è il palco su cui tutto accade: e il Mistero diviene il popolo umano e il “coro” dell’Infinito. Si realizza così un’enfasi di personalità cristiana: ci si alza al mattino per andare a messa, per farsi curare, per andare a lavorare, per i figli… ci si alza per una esplosione in se stessi del fatto di Cristo!
Auguri a voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità.

venerdì 24 febbraio 2017

Omelia di Benedetto XVI al funerale di don Giussani

CELEBRAZIONE DELLE ESEQUIE DI MONS. LUIGI GIUSSANI
OMELIA DEL CARD. JOSEPH RATZINGER
Duomo di Milano
Giovedì, 24 febbraio 2005
  

Cari Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, 
"I discepoli gioirono nel vedere Gesù". Queste parole del Vangelo ora letto ci indicano il centro della personalità e della vita del nostro caro don Giussani.
Don Giussani era cresciuto in una casa - come disse lui stesso - povera di pane, ma ricca di musica; e così, sin dall'inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza; non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia.
Già da ragazzo ha creato con altri giovani una comunità che si chiamava Studium Christi. Il loro programma era: parlare di nient'altro se non di Cristo, perché tutto il resto appariva come perdita di tempo. Naturalmente ha saputo poi superare l'unilateralità, ma la sostanza gli è sempre rimasta. Solo Cristo dà senso a tutto nella nostra vita; sempre, don Giussani, ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il Cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il Cristianesimo è un incontro; una storia d'amore; è un avvenimento.
Questo innamoramento in Cristo, questa storia di amore che è tutta la sua vita era tuttavia lontana da ogni entusiasmo leggero, da ogni romanticismo vago. Vedendo Cristo, realmente, ha saputo che incontrare Cristo vuol dire seguire Cristo. Questo incontro è una strada, un cammino; un cammino che attraversa - come abbiamo sentito nel Salmo - anche la "valle oscura". Nel Vangelo, abbiamo sentito proprio l'ultimo buio della sofferenza di Cristo, della apparente assenza di Dio, dell'eclisse del Sole del mondo. Sapeva che seguire è attraversare una "valle oscura"; andare sulla via della croce, e tuttavia vivere nella vera gioia.
Perché è così? Il Signore stesso ha tradotto questo mistero della croce, che in realtà è il mistero dell'amore, con una formula nella quale si esprime tutta la realtà della nostra vita. Il Signore dice: "Chi cerca la sua vita la perderà e chi perde la propria vita la troverà".
Don Giussani realmente voleva non avere per sé la vita, ma ha dato la vita, e proprio così ha trovato la vita non solo per sé, ma per tanti altri. Ha realizzato quanto abbiamo sentito nel Vangelo: non voleva essere un padrone, voleva servire, era un fedele "servitore del Vangelo", ha distribuito tutta la ricchezza del suo cuore, ha distribuito la ricchezza divina del Vangelo, della quale era penetrato e, servendo così, dando la vita, questa sua vita ha portato un frutto ricco - come vediamo in questo momento - è divenuto realmente padre di molti e, avendo guidato le persone non a sé, ma a Cristo, proprio ha guadagnato i cuori, ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo.
Questa centralità di Cristo nella sua vita gli ha dato anche il dono del discernimento, di decifrare in modo giusto i segni dei tempi in un tempo difficile, pieno di tentazioni e di errori, come sappiamo.
Pensiamo agli anni '68 e seguenti: un primo gruppo dei suoi era andato in Brasile e qui si trovò a confronto con la povertà estrema, con la miseria. Che cosa fare? Come rispondere? E la tentazione fu grande di dire:  adesso dobbiamo, per il momento, prescindere da Cristo, prescindere da Dio, perché ci sono urgenze più pressanti; dobbiamo prima cominciare a cambiare le strutture, le cose esterne, dobbiamo prima migliorare la terra, poi possiamo ritrovare anche il cielo. Era la tentazione grande di quel momento di trasformare il cristianesimo in un moralismo, il moralismo in una politica, di sostituire il credere con il fare. Perché, che cosa comporta il credere? Si può dire:  in questo momento dobbiamo fare qualcosa. E tuttavia, di questo passo, sostituendo la fede col moralismo, il credere con il fare, si cade nei particolarismi, si perdono soprattutto i criteri e gli orientamenti, e alla fine non si costruisce, ma si divide.
Monsignor Giussani, con la sua fede imperterrita e immancabile, ha saputo, che, anche in questa situazione, Cristo e l'incontro con Lui rimane centrale, perché chi non dà Dio, dà troppo poco e chi non dà Dio, chi non fa trovare Dio nel volto di Cristo, non costruisce, ma distrugge, perché fa perdere l'azione umana in dogmatismi ideologici e falsi. Don Giussani ha conservato la centralità di Cristo e proprio così ha aiutato con le opere sociali, con il servizio necessario l'umanità in questo mondo difficile, dove la responsabilità dei cristiani per i poveri nel mondo è grandissima e urgente.
Chi crede deve attraversare anche la "valle oscura", le valli oscure del discernimento, e così anche delle avversità, delle opposizioni, delle contrarietà ideologiche che arrivavano fino alle minacce di eliminare i suoi fisicamente per liberarsi da questa altra voce che non si accontenta del fare, ma porta un messaggio più grande, così anche una luce più grande.
Monsignor Giussani, nella forza della fede, ha attraversato, imperterrito queste valli oscure e naturalmente, con la novità che portava con sé aveva anche difficoltà di collocazione all'interno della Chiesa. Sempre se lo Spirito Santo, secondo i bisogni dei tempi, crea il nuovo, che in realtà è il ritorno alle origini, è difficile orientarsi e trovare l'insieme pacifico della grande comunione della Chiesa universale. L'amore di don Giussani per Cristo era anche amore per la Chiesa, e così sempre è rimasto fedele servitore, fedele al Santo Padre, fedele ai suoi Vescovi.
Con le sue fondazioni ha anche interpretato di nuovo il mistero della Chiesa.
Comunione e Liberazione ci fa subito pensare a questa scoperta propria dell'epoca moderna, la libertà, e ci fa pensare anche alla parola di sant'Ambrogio "Ubi fides est libertas". Il Cardinale Biffi ha attirato la nostra attenzione sulla quasi coincidenza di questa parola di sant'Ambrogio con la fondazione di Comunione e Liberazione. Mettendo in rilievo così la libertà come dono proprio della fede, ci ha anche detto che la libertà, per essere una vera libertà umana, una libertà nella verità, ha bisogno della comunione. Una libertà isolata, una libertà solo per l'Io, sarebbe una menzogna e dovrebbe distruggere la comunione umana. La libertà per essere vera, e quindi per essere anche efficiente, ha bisogno della comunione, e non di qualunque comunione, ma ultimamente della comunione con la verità stessa, con l'amore stesso, con Cristo, col Dio trinitario. Così si costruisce comunità che crea libertà e dona gioia.
L'altra fondazione, i Memores Domini, ci fa pensare di nuovo al secondo Vangelo di oggi:  la memoria che il Signore ci ha dato nella Santa Eucaristia, memoria che non è solo ricordo del passato, ma memoria che crea presente, memoria nella quale Egli stesso si dà nelle nostre mani e nei nostri cuori, e così ci fa vivere.
Attraversare valli oscure. Nella ultima tappa della sua vita don Giussani ha dovuto attraversare la valle oscura della malattia, dell'infermità, del dolore, della sofferenza, ma anche qui, il suo sguardo era fisso su Gesù, e così rimase vero in tutta la sofferenza, vedendo Gesù, poteva gioire, era presente la gioia del Risorto, che anche nella passione è il Risorto e ci dà la vera luce e la gioia e sapeva che - come dice il Salmo - anche attraversando questa valle, "non temo alcun male perché so che Tu sei con me e abiterò nella casa del Padre". Questa era la sua grande forza:  sapere che "Tu sei con me".
Miei cari fedeli, cari giovani soprattutto, prendiamo a cuore questo messaggio, non perdiamo di vista Cristo e non dimentichiamo che senza Dio non si costruisce niente di bene e che Dio rimane enigmatico se non riconosciuto nel volto di Cristo.
Adesso il vostro caro amico don Giussani ha raggiunto la sponda della Vita e siamo convinti che si è aperta la porta della casa del Padre. Siamo convinti che, adesso, pienamente, si realizza questa parola: vedendo Gesù gioirono, gioisce con una gioia che nessuno gli toglie. In questo momento vogliamo ringraziare il Signore per il grande dono di questo sacerdote, di questo fedele servitore del Vangelo, di questo padre. Affidiamo la sua anima alla bontà del suo e del nostro Signore.
Vogliamo in quest'ora pregare anche particolarmente per la salute del nostro Santo Padre, ricoverato di nuovo in ospedale. Il Signore lo accompagni, gli dia forza e salute. E preghiamo perché il Signore ci illumini, ci doni la fede che costruisce il mondo, la fede che ci fa trovare la strada della vita, la vera gioia.
Amen!
    
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mercoledì 21 dicembre 2016

Natale

«Perché Gesù viene? Come può l'uomo di oggi stare davanti a questa notizia? E il Natale, che cos'è? Natale è l'amore di Cristo all'uomo. L'Essere nuovo entra nel mondo. L'Essere nuovo come prima non c'era, nella novità del suo comunicarsi agli uomini. Un Essere nuovo entra nel mondo, il mondo del Dio vero. Un Essere nuovo in tutto il profilo del mondo, in quel luogo, fiorì. Tutto viene da Lui, ma qui la novità di una vita predomina. Una nuova creatura vince l'antica. L'antica creazione alla nuova si oppone, ma col Natale il calore ritorna nel mondo, e tutto riecheggia all'appello divino, al Mistero che c'è. L'impossibile, cioè il Mistero, è immeritato dall'uomo. Eppure qui avviene un fuoco, una affezione che avvolge, un calore che predomina nell'immenso atrio del mondo, nello spazio eterno. Qui è il presentimento di una cosa nuova che infervora, e tutto tende a fare diventare concreto. E proprio per questo suscita una grande devozione».
(Luigi Giussani)

sabato 17 dicembre 2016

La Bellezza

 "L'occhio guarda, per questo è fondamentale. E' l'unico che può accorgersi della bellezza. La visione può essere simmetrica, lineare o parallela in perfetto affiancamento con l'orizzonte. Può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perchè la bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. Dunque la bellezza si vede, perchè è viva e reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Che certe volte si sveli non c'è dubbio.. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l'ordito minimo della realtà. Occhi che non vedono più, che non sono più curiosi, che non s'aspettano che accada più niente. Forse perchè non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade LEI passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio".
P.P. Pasolini