giovedì 17 marzo 2016

NON IN NOME DELL'AMORE, PER FAVORE


In breve
Quando sento un capo politico che dice, dopo aver portato a casa un risultato politico, che "ha vinto l'amore" ( Renzi lo ha detto copiando Obama - suvvia un po' di originalità- a proposito della abborracciata legge sulle "unioni civili") mi preoccupo. Mi preoccuperei ovviamente anche se lo si dicesse a seguito di un risultato contrario, cioè se lo dicesse che so Alfano nel caso avesse prevalso in parlamento la sua posizione. Non voglio un parlamento o un politico che legiferi in nome dell'amore o che cerchi di far credere che lo faccia per quello. Non voglio uno Stato che si immischi nell'amore. Si occupi di contratti, di leggi, di salvaguardare diritti, ma lasci stare l'amore. è un bruttissimo segno quando un politico vuole giustificare la sua politica in nome dell'amore. Sta barando. Sta occultando qualcosa. Somiglia terribilmente a quelli che giustificavano le loro scelte ( sappiamo quali) in nome della purezza o della umanità. No, abbiamo il coraggio di dire in nome di che cosa veramente fanno alcune leggi o non ne fanno altre. In nome dell'amore si regalano fiori, si danno baci, si inumidisce la fronte di un malato, si aspetta per ore o per anni qualcuno. Le leggi si fanno - a volte sbagliando, a volte no- in nome di certi diritti che si considerano prevalenti su altri, in nome di convenienze politiche, in nome di benessere economico etc.
Siamo in un'epoca in cui la retorica politica deve cambiare il nome alle cose per coprire i suoi veri interessi. Chiamano "maternità surrogata" quel che è un orrendo commercio del corpo femminile. Chiamano "terroristi" i combattenti di uno stato nuovo che ha l'appoggio aperto di ottanta stati e quello occulto di molti altri. Hanno chiamato integrazione quel che era la condiscendenza a un fenomeno migratorio (voluto) senza regole e che ora sta esplodendo causando infinite sofferenze. Chiamano identità europea una cosa che non c'è e di cui eliminano ogni forno simboli e radici. E sono solo alcuni esempi evidenti. Domina questa retorica. Che odora di falso, di banale, di pericolo. Solo i babbei se ne contentano. Gli altri, quelli che sono attaccati al senso delle parole perché sono attaccati alla realtà, fanno bene ad allarmarsi.
Dr

mercoledì 16 marzo 2016

Pasqua 2016. Il Volantone di Comunione e Liberazione


«La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva, ti inonda di un amore infinito, paziente, indulgente; ti rimette in carreggiata.
Quando si sperimenta l’abbraccio di misericordia, quando ci si lascia abbracciare, quando ci si commuove: allora la vita può cambiare, perché cerchiamo di rispondere a questo dono immenso e imprevisto, che agli occhi umani può apparire perfino “ingiusto”, per quanto è sovrabbondante».
Papa Francesco


«Quando il centurione vide Gesù; quando la samaritana si sentì guardata e descritta in tutto; e quando l’adultera si sentì dire: “Neanch’io ti condanno, va’ e non sbagliare più”; quando Giovanni e Andrea si videro quel volto fissarli e parlargli: fu un immergersi nella sua presenza.
Immergerci nella presenza di Cristo che ci dà la sua giustizia, guardarlo: questa è la conversione che ci cambia alla radice; vale a dire: che ci lascia perdonati. Basta riguardarlo, basta ripensarlo, e siamo perdonati».
Luigi Giussani

domenica 13 marzo 2016

"Non siamo il nostro peccato "


Papa Francesco Angelus
© PHOTO.VA - OSSERVATORE ROMANO
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa Quinta Domenica di Quaresima (cfr Gv8,1-11) è tanto bello, a me piace tanto leggerlo e rileggerlo. Presenta l’episodio della donna adultera, mettendo in luce il tema della misericordia di Dio, che non vuole mai la morte del peccatore, ma che si converta e viva. La scena si svolge nella spianata del tempio. Immaginatela lì, sul sagrato [della Basilica San Pietro]. Gesù sta insegnando alla gente, ed ecco arrivare alcuni scribi e farisei che trascinano davanti a Lui una donna sorpresa in adulterio. Quella donna si trova così in mezzo tra Gesù e la folla (cfr v. 3), tra la misericordia del Figlio di Dio e la violenza, la rabbia dei suoi accusatori. In realtà, essi non sono venuti dal Maestro per chiedere il suo parere – era gente cattiva –, ma per tendergli un tranello. Infatti, se Gesù seguirà la severità della legge, approvando la lapidazione della donna, perderà la sua fama di mitezza e di bontà che tanto affascina il popolo; se invece vorrà essere misericordioso, dovrà andare contro la legge, che Egli stesso ha detto di non voler abolire ma compiere (cfr Mt 5,17). E Gesù è messo in questa situazione.
Questa cattiva intenzione si nasconde sotto la domanda che pongono a Gesù: «Tu che ne dici?» (v. 5). Gesù non risponde, tace e compie un gesto misterioso: «Si chinò e si mise a scrivere con il dito per terra» (v. 7). Forse faceva disegni, alcuni dicono che scriveva i peccati dei farisei… comunque, scriveva, era come da un’altra parte. In questo modo invita tutti alla calma, a non agire sull’onda dell’impulsività, e a cercare la giustizia di Dio. Ma quelli, cattivi, insistono e aspettano da Lui una risposta. Sembrava che avessero sete di sangue. Allora Gesù alza lo sguardo e dice: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7). Questa risposta spiazza gli accusatori, disarmandoli tutti nel vero senso della parola: tutti deposero le “armi”, cioè le pietre pronte ad essere scagliate, sia quelle visibili contro la donna, sia quelle nascoste contro Gesù. E mentre il Signore continua a scrivere per terra, a fare disegni, non so…, gli accusatori se ne vanno uno dopo l’altro, a testa bassa, incominciando dai più anziani, più consapevoli di non essere senza peccato. Quanto bene ci fa essere consapevoli che anche noi siamo peccatori! Quando sparliamo degli altri – tutte cose che conosciamo bene -, quanto bene ci farà avere il coraggio di far cadere a terra le pietre che abbiamo per scagliarle contro gli altri, e pensare un po’ ai nostri peccati!
Rimasero lì solo la donna e Gesù: la miseria e la misericordia, una di fronte all’altra. E questo, quante volte accade a noi quando ci fermiamo davanti al confessionale, con vergogna, per far vedere la nostra miseria e chiedere il perdono! «Donna, dove sono?» (v. 10), le dice Gesù. E basta questa constatazione, e il suo sguardo pieno di misericordia, pieno di amore, per far sentire a quella persona – forse per la prima volta – che ha una dignità, che lei non è il suo peccato, lei ha una dignità di persona; che può cambiare vita, può uscire dalle sue schiavitù e camminare in una strada nuova.
Cari fratelli e sorelle, quella donna rappresenta tutti noi, che siamo peccatori, cioè adulteri davanti a Dio, traditori della sua fedeltà. E la sua esperienza rappresenta la volontà di Dio per ognuno di noi: non la nostra condanna, ma la nostra salvezza attraverso Gesù. Lui è la grazia, che salva dal peccato e dalla morte. Lui ha scritto nella terra, nella polvere di cui è fatto ogni essere umano (cfr Gen 2,7), la sentenza di Dio: “Non voglio che tu muoia, ma che tu viva”. Dio non ci inchioda al nostro peccato, non ci identifica con il male che abbiamo commesso. Abbiamo un nome, e Dio non identifica questo nome con il peccato che abbiamo commesso. Ci vuole liberare, e vuole che anche noi lo vogliamo insieme con Lui. Vuole che la nostra libertà si converta dal male al bene, e questo è possibile – è possibile! – con la sua grazia.
La Vergine Maria ci aiuti ad affidarci completamente alla misericordia di Dio, per diventare creature nuove.
[Dopo l’Angelus:]
Cari fratelli e sorelle,
saluto tutti voi, provenienti da Roma, dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare i pellegrini di Siviglia, Freiburg (Germania), Innsbruck e dell’Ontario (Canada).
Saluto i volontari della Casa “Mater Dei” di Vittorio Veneto. Saluto i numerosi gruppi parrocchiali, tra cui i fedeli di Boiano, Potenza, Calenzano, Zevio e Agropoli. Come pure i giovani di tante parti d’Italia: non posso nominarli tutti, ma ricordo quelli di Compiobbi e Mozzanica, quelli dell’Azione Cattolica della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, i cresimandi di Scandicci e di Milano-Lambrate.
Ed ora vorrei rinnovare il gesto di donarvi un Vangelo tascabile. Si tratta del Vangelo di Luca, che leggiamo nelle domeniche di questo anno liturgico. Il libretto è stato intitolato così: “Il Vangelo della Misericordia di San Luca”; infatti l’evangelista riporta le parole di Gesù: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (6,36), da cui è tratto il tema di questo Anno Giubilare. Vi sarà distribuito gratuitamente dai volontari del Dispensario pediatrico “Santa Marta” in Vaticano, con alcuni anziani e nonni di Roma. Quanto sono meritevoli i nonni e le nonne che trasmettono la fede ai nipotini! Vi invito a prendere questo Vangelo e a leggerlo, un brano ogni giorno; così la misericordia del Padre abiterà nel vostro cuore e potrete portarla a quanti incontrate. E alla fine, nella pagina 123, ci sono le sette opere di misericordia corporale e le sette opere di misericordia spirituali. Sarebbe bello che le imparaste a memoria, così è più facile farle! Vi invito a prendere questo Vangelo, perché la misericordia del Padre si faccia opere in voi. E voi, volontari, nonni e nonne che distribuirete il Vangelo, pensate alla gente che è in Piazza Pio XII – si vede che non è potuta entrare – che anche loro ricevano questo Vangelo.
Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 9 marzo 2016

“Gesù non ci fa la morale, è venuto per liberarci!”


Luca Marcolivio  |  09/03/16
Papa Esercizi Spirituali 2
Gesù non è un “moralista”, semmai siamo noi che abbiamo “moralizzato il Vangelo”. Lo ha sottolineato padre Ermes Ronchi, durante la quinta meditazione in occasione degli esercizi spirituali della Curia Romana nella Casa del Divin Maestro, ad Ariccia.
L’episodio evangelico del perdono di Maria Maddalena (Lc8,2-3), ha fornito a padre Ronchi lo spunto per parlare dei farisei di ogni tempo, della burocratizzazione della fede e della “sclerocardia”, ovvero la durezza di cuore.
Tutti atteggiamenti più che mai estranei a Gesù Cristo che, invitato nella casa di Simone il fariseo, manda in frantumi tutte le convenzioni e si lascia lavare i piedi da una prostituta. Contestualmente la peccatrice viene “perdonata perché ha molto amato”.
“Nella cena a casa di Simone il fariseo – ha commentato il predicatore – va in scena un conflitto sorprendente: il pio e la prostituta; il potente e la senza nome, la legge e il profumo, la regola e l’amore a confronto”.
Mentre lo sguardo di Gesù è “non giudicante” e “misericordioso”, Simone ha fatto del peccato “l’asse portante della religione”, compiendo così “l’errore dei moralisti di ogni epoca, dei farisei di sempre”.
Gesù, al contrario, non mette al centro la morale ma “la persona con lacrime e sorrisi, la sua carne dolente o esultante, e non la legge”, al punto che, ha osservato Ronchi, nel Vangelo è più frequente la parola “povero” che non “peccatore”.
“Adamo è povero prima che peccatore – ha affermato Ronchi -. Siamo fragili e custodi di lacrime, prigionieri di mille limiti, prima che colpevoli”.
Nei secoli, i cristiani hanno “moralizzato il Vangelo”, eppure “in principio non era così”, ha aggiunto il Servo di Maria, citando il suo confratello padre Vannucci, che ricordava: “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione”, che “ci porta fuori dal paradigma del peccato per condurci dentro il paradigma della pienezza, della vita in pienezza”.
Se il fariseo vede in Maria Maddalena soltanto il suo passato di “trasgressioni”, Gesù, pur non fingendo di non sapere chi è, preferisce vedere in lei “il molto amore di oggi e di domani”, quindi la accoglie “con le sue ferite e soprattutto con la sua scintilla di luce, che Lui fa sgorgare”.
Con il suo gesto di perdono, Gesù ha rovesciato la prospettiva di quel momento conviviale: non è più il padrone di casa al centro dell’attenzione, il fariseo, ricco, potente e rispettato ma una donna fragile, ferita, che ha commesso molti errori.
Gesù dà, così, “spazio agli ultimi”, sposta “il punto di vista dal peccato della donna alle mancanze di Simone, lo destruttura, lo mette in difficoltà come farà con gli accusatori dell’adultera nel tempio”. Egli non ragiona mai “per categorie o stereotipi” ed è “sovranamente indifferente al passato di una persona, al sesso di una persona”. Anche lo Spirito Santo, ha aggiunto padre Ronchi, distribuisce i suoi doni “senza guardare al sesso delle persone”.
È significativo, che Gesù, commosso dal gesto della “peccatrice sconosciuta e innamorata”, a sua volta, “laverà i piedi dei suoi discepoli e li asciugherà”. Infatti, “quando ama, l’uomo compie gesti divini, Dio quando ama compie gesti umani, e lo fa con cuore di carne”, ha aggiunto il predicatore.
La meditazione si chiude con un appello ai confessori, perché nei penitenti non vedano la “norma applicata o infranta” ma “le persone, con i loro bisogni e le loro lacrime”. Se, al contrario, si classificano le persone all’interno di una “categoria”, si finisce per alimentare la “durezza del cuore, la sclerocardia, la malattia che Gesù più temeva” e diventare “burocrati delle regole e analfabeti del cuore”, non incontrando “la vita, ma solo il nostro pregiudizio”.
La sesta meditazione, tenutasi stamattina, ha avuto invece ad oggetto due temi di grande attualità per la Chiesa e non solo: la trasparenza dei beni e l’equa distribuzione del cibo.
“Ci sono persone così affamate che, per loro, Dio non può avere che la forma di un pane”, ha esordito padre Ronchi. Vi sono quindi milioni di persone che non chiedono una “definizione religiosa” ma soltanto da mangiare. La risposta della Chiesa a questo dramma sociale è essenzialmente nel Vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14,13-21).
Alla lamentela dei discepoli sulla scarsità di cibo, Gesù, in modo “molto pratico”, domanda loro di “fare il conto” delle pagnotte e dei pesci presenti. Ha dunque proposto loro una operazione di “verifica” e di “trasparenza”, che chiama in causa anche la Chiesa di oggi. “Con la trasparenza si è veri. E quando sei vero sei anche libero”, ha commentato Ronchi. Gesù, ha osservato il Servo di Maria, “non si è fatto comprare da nessuno” e “non è mai entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero”.
Nessun cristiano deve farsi prendere dalla smania di “trattenere” o “gestire” i suoi beni ma, al contrario, sposare la “logica di Gesù”, che è “quella del dono”. Gesù “non bada alla quantità del pane”, vuole, piuttosto, che sia condiviso. “Secondo una misteriosa regola divina: quando il mio pane diventa il nostro pane, allora anche il poco diventa sufficiente”, ha spiegato Ronchi. Al contrario, guardacaso, “la fame comincia quando io tengo stretto il mio pane per me, quando l’Occidente sazio tiene stretto il suo pane, i suoi pesci, i suoi beni per sé”.
Sfamare tutta la terra è quindi possibile, ha proseguito il predicatore, poiché il pane “non occorre moltiplicarlo, basta distribuirlo, a cominciare da noi”, secondo la logica del “date e vi sarà dato”: solo così possiamo “battere il Golia dell’egoismo, dello spreco del cibo e dell’accumulo di pochi”.
“Il miracolo sono i cinque pani e i due pesci che la Chiesa nascente mette nelle mani di Cristo fidandosi, senza calcolare e senza trattenere qualcosa per sé e per la propria cena”, che si presenta come quella “goccia nel mare” che “può dare senso e può dare speranza alla vita”, ha quindi concluso padre Ronchi.

lunedì 7 marzo 2016

Fiat voluntas Tua, sicut in coelo et in terra


"Fiat voluntas Tua, sicut in coelo et in terra"

Cristo non ci fa chiedere che sia fatta la volontà del Padre...potremmo opporci?
Sarebbe  possibile che la Sua volontà non sia fatta? Occorrerebbe la nostra condiscendenza?

Ci fa chiedere, piuttosto, che quella Volontà misteriosa, terribile e provvida, lasciamo che accada con la stessa docilità con cui essa viene affermata "nei cieli".
Insomma gli chiediamo di saperci "arrendere" a Lui. In una consegna senza condizioni.

Una ferita che non si rimarginerà se non in cielo.
Quando sapremo aderirvi con tutta la ragione e di tutto cuore.

Ora mi basti il coraggio di pronunciarla.

mercoledì 24 febbraio 2016

Eco, quelle banalità sul Medioevo e sul Manzoni


Umberto Eco
Quando scompare un personaggio importante, sono sempre preso in prima istanza da un senso di sgomento e di silenzio, simile a quanto descrive Manzoni quando viene a conoscenza della morte di Napoleone, personaggio certamente paragonabile a pochi altri, vero protagonista assoluto della sua epoca. 
Lo scrittore milanese si chiede: «Fu vera gloria?». Dopo averindicato subito che saranno i posteri a decretare il valore del suo operato, in conclusione dell’ode Manzoni specifica che in ogni caso la gloria umana è ben poca cosa di fronte all’eternità e alla salvezza, è quest’ultima quindi da ricercare in ogni modo e da auspicare con la preghiera per chiunque ci ha lasciato. Per questo come ultimo saluto al grande Umberto Eco, scomparso nella sera di venerdì 19 febbraio, voglio pregare per lui, come farei per una persona cara.
Nato nel 1932 ad Alessandria, Eco è stato docente universitario, saggista, giornalista, romanziere,intellettuale molto presente nei dibattiti degli ultimi decenni. Dalla sua prima opera Il problema estetico in San Tommaso (1956) fino alle Riflessioni sul dolore (2014) decine e decine sono stati i saggi che ha scritto su argomenti diversi, mostrando grande curiosità ed interesse. L’anno scorso è uscito il suo ultimo romanzoNumero zero che chiude la teoria dei romanzi, tutti editi da Bompiani, aperta nel 1980 da Il nome della rosa, cui seguirono Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010). Eco si cimentò poi anche nella letteratura per l’infanzia. Negli ultimi mesi insieme ad altri aveva dato vita ad una nuova casa editrice, La nave di Teseo, ad ulteriore comprova dell’instancabile attività culturale che l’ha accompagnato fino all’ultimo.
Al grande pubblico il suo nome è legato soprattutto al suo primo romanzo, Il nome della rosa,pubblicato nel 1980 e tradotto in quarantasette lingue, best seller internazionale che ha venduto trenta milioni di copie. Non posso dimenticare che ero ancora ragazzino quando lessi Il nome della rosa che apprezzai all’epoca per la trama, per gli intrighi e le vicende da giallo. Crescendo e appassionandomi della Commedia, dell’arte e della letteratura medioevali, approfondendo la lettura di storici che riscoprirono quell’età mi resi conto che la visione che il romanziere aveva presentato era molto stereotipata, molto distante dall’epoca che avevo scoperto io, l’epoca delle cattedrali che svettano verso il cielo, della musica gregoriana e polifonica, della Divina commedia, della Cappella degli Scrovegni di Giotto, delle storie di S. Francesco nella Basilica di Assisi, l’epoca di castelli e città turrite.
Chi visitando Siena o S. Gimignano, Todi o Rothenburg o.d.T. o, ancora, le meravigliose città dellaProvenza avrebbe il ben che minimo dubbio a sconfessare la tradizionale definizione di Medioevo come epoca buia ed oscurantista? Studi particolareggiati sui documenti di archivio dimostrano che il fervore del Duecento e del Trecento (secoli che appartengono a pieno titolo al Medioevo) hanno le loro radici nella società e nella cultura che si è sviluppata nei secoli dopo la caduta dell’Impero romano. Si può dire che Umberto Eco abbia contribuito a far conoscere meglio il Medioevo presso il grande pubblico? Senz’altro sì. Ma quale immagine viene trasmessa ai lettori non dico nei suoi saggi, ma nel suo romanzo che ha venduto più di ogni altro scritto? 
Ne Il nome della rosa superstizione, roghi, streghe, ignoranza, Chiesa corrotta ed eresie sono gliingredienti dominanti per un mondo di intrighi che sembra più rispondere a esigenze costruttive di un giallo che ad un’ipotesi di ricostruzione storica veritiera. Così, anche a scuola, la pressoché totalità degli studenti conosce questo Medioevo da Nome della rosa. Eco ha descritto nel romanzo l’inveterato luogo comune, per la verità considerato spesso quasi assunto dogmatico, di un’epoca oscurantista e buia, quella che Voltaire aveva definito epoca di barbarie, superstizione, ignoranza, pregiudizio che la storiografia settecentesca aveva diffuso nella produzione letteraria, pamphlettistica, giornalistica e saggistica del secolo. Nonostante la storiografia più recente, guidata da quella Regine Pernoud che è stata definita la “Signora Medioevo”, abbia sfatato questo mito negativo e molte pubblicazioni hanno iniziato a rendere merito a un’epoca di fioritura economica, tecnologica, scientifica, artistica e letteraria, nella cultura comune, però, l’immagine dei “secoli bui” è ben lungi dal morire. 
Rodney Stark scrive: «Per fortuna, negli ultimi anni queste opinioni sono state completamentescreditate, al punto che anche alcuni dizionari ed enciclopedie hanno cominciato a considerare i Secoli Bui solamente un’invenzione. Sfortunatamente, però, il mito ha pervaso la nostra cultura così a fondo che la maggior parte degli studiosi continuano a dare per scontato che, come afferma Edward Gibbon, dopo la caduta di Roma ci fu «il trionfo della barbarie e della religione». Qualche anno fa mi imbattei nuovamente in un giudizio di Eco che mi lasciava molto perplesso, questa volta riguardava Alessandro Manzoni. Il grande semiologo e romanziere italiano di fama internazionale, cimentandosi nella riscrittura dei Promessi sposi per la serie «Le grandi storie della letteratura raccontate dai grandi scrittori di oggi», commentò: «Il signor Alessandro sembra amare molto i poveretti, ma certo non sa proprio come aiutarli a far valere i loro diritti. E siccome, per l’appunto, era un cristiano assai fervente, tutti hanno detto che la sua morale era che bisogna rassegnarsi e sperare solo nella Provvidenza». 
Devo ammettere che trovai queste riflessioni davvero riduttive e parziali, in profondo contrasto nonsolo con le vicende raccontate ne I promessi sposi, ma anche con il contenuto che Manzoni ha voluto veicolare, espresso così bene ne «Il sugo della storia». Pensai allora che spesso non bastano comunque l’immensa cultura, gli studi e le ricerche, la fede stessa è un fatto culturale. Pensai che davvero la fede è una luce che ci permette di vedere la realtà con occhi diversi, di camminare per una strada e di vedere distintamente i segni e gli indizi, di leggerli e di procedere sul sentiero senza uscire dal tracciato. Ho cara l’immagine che nel canto XXII del Purgatorio Stazio offre di Virgilio, quando spiega che l’autore dell’Eneide fu per lui come un lampadoforo che giovò agli altri illuminando la strada che si trovava dietro a lui. In questo modo Virgilio fu determinante alla conversione di Stazio.
Chiudo allora questo ricordo con un saluto e una preghiera per il grande intellettuale italiano e conl’auspicio che nelle prossime settimane si possano esprimere pareri che non siano solo cieche palinodie della sua opera e dei suoi pensieri, ma che al contrario possano essere finestre aperte sulla sua opera e sulla sua persona, ricche di spunti di riflessione per la crescita della cultura e del sapere. Nella società odierna solo ai defunti si dà solitamente il totale consenso. Quando una persona è viva, provoca dibattiti e riflessioni. Vorrei auspicare, quindi, che la letteratura e le opere di questo intellettuale rimangano vive, suscitando spunti critici e riflessioni.  Giovanni Fighera - http://www.lanuovabq.it/

Così la malattia diventa fonte di vita e amore




Ugo e Silvia
Ha un volto raggiante, incastonato in una chioma bionda e lunga trattenuta dietro le orecchie su cui brillano orecchini di perle. La pelle rosa e rossa, più che giovane, pare senza età. Silvia non smette di sorridere mentre guarda emozionata chi ha davanti, come impaziente di offrire ciò che la rende così lucente dopo aver accudito per sei anni il marito Ugo, malato di Sla e tornato alla casa del Padre il 31 dicembre del 2015, mentre nelle chiese di mezzo mondo si recitava il Te Deum, ringraziando Dio insieme a lei. Ma ringraziando di cosa?
"O sei pazza, o Dio esiste e può tutto", è questa l'alternativa di fronte a cui Silvia e Ugo hanno messo e continuano a mettere chi li incontra. Silvia parla al plurale e al presente, "perché mio marito è qui, in un altro modo ma c'è. Altrimenti non potrei credere che ogni giorno il Pane diventa il corpo di Cristo". Silvia premette che la sua è la storia di una grande preferenza, dove la preferenza non è legata alle circostanze ma al Signore che le visita: "La mia vita è stata segnata da questo incontro con mio marito che ha cambiato tutto in modo inaspettato, insperato ma meraviglioso".
Chioggiotta decisa, e dalla fede solida, Silvia sposa il milanese Ugo nel 2005 dopo aver compreso che "Dio ci aveva destinati l'uno all'altra, fin dalla notte dei tempi, per farci santi". I due si incontrano a Parma durante una gita con amici comuni. "Alla prima impressione non gli avrei dato un soldo: mi pareva un uomo solitario e chiuso e pensai di aiutarlo a trovare degli amici". In realtà, Ugo sa bene cosa vuole e le chiede il numero di telefono: "Seppi poi che lo aveva domandato anche a un'altra ragazza, ma alla fine chiamò me perché eravamo sotto la stessa compagnia telefonica e gli sarebbe costato meno". Silvia ride di quella che definisce la volontà di Dio, "che si svolge anche in piccoli dettagli".

I due cominciano a sentirsi e sebbene Silvia stesse pensando ad altre strade, una sera, mentre è al telefono con Ugo, comprende che sono chiamati a stare insieme per sempre. "Ugo voleva sposarsi immediatamente, ma io rifiutai". Di fronte al no, lui non si scompone: "Sei tu la donna che devo sposare, non c'è problema ti aspetto". Un anno dopo, nel maggio del 2005, sono in Chiesa. "Quel giorno non ero per nulla agitata, ma perfettamente consapevole del passo che stavo facendo. Pronunciammo le formule matrimoniali con consapevolezza: pensai che nemmeno la povertà sarebbe stata un'obiezione, perché Dio c'è ed è buono". Silvia lo presagisce e come profeticamente e durante la celebrazione canta quello che poi si sarebbe fatto carne: "Ora so che il suo amore è grande, che Lui m'amerà e m'amerà per sempre e so che Lui resterà fedele e che poi mi seguirà in ogni strada che io, che io prenderò. E luce ai miei passi, sarà il mio Signor. Lui m'assicura che fatica e dolore non sono senza una, senza una speranza. Per questo io lo seguo e Lui è il mio Signor".
Circa due anni dopo nasce Riccardo: "Era l'11 febbraio, anniversario della apparizioni di Lourdes, a riconfermare una preferenza e una responsabilità". La vita prosegue ordinariamente: "Pensammo a comprare una casa più grande e ad aprire il mutuo, sebbene non navigassimo nell'oro". Poco prima di traslocare, insieme alla notizia della seconda gravidanza, arriva quella della malattia: "Attribuivo la stanchezza di mio marito allo stress lavorativo, ma il neurologo fu lapidario: "Lei ha sicuramente la Sla: non faccia progetti a lungo termine, le restano al massimo cinque anni e se vuole fare una corsa la faccia subito, perché tra poco non correrà più".
Silvia e Ugo con i figli
Eppure, di fronte alla sentenza Ugo è tranquillo: "Si era già fatto la diagnosi da sé e di fronte alla prospettiva della malattia era svenuto in ufficio. Poi però scegliemmo di affidarci e di affrontare tutto giorno per giorno". Il periodo più duro è quello inziale: nel settembre 2009 nasce Letizia e il primo novembre, giorno di tutti i santi, Ugo viene ricoverato per insufficienza respiratoria. "Uscì dall'ospedale, un mese più tardi, sulla sedia a rotelle".

Silvia dopo aver passato 30 giorni fra l'ospedale, l'asilo nido di Riccardo e casa, dove allatta Letizia, si ritrova sola con due bambini e un marito bisognosi di tutto: "Ricordo bene una notte in cui Riccardo piangeva fra le mie braccia, Letizia urlava per la fame e Ugo doveva andare in bagno. Fu sconfortante ma importantissimo per capire che noi, da soli, possiamo anche dare il sangue ma non possiamo fare nulla". Silvia appare docile ma fortissima e si capisce perché: "Ho imparato l'umiltà, cioè a chiedere tutto, anche guardando a mio marito e allo sforzo enorme che faceva, dato il suo carattere, per domandare aiuto in ogni cosa. Doveva essere vestito, imboccato, lavato: sembra disumano, ma non lo è, perché tutti abbiamo bisogno di tutto anche se ci illudiamo del contrario". Lei che si definisce testarda è certa che per stare in piedi le sarebbe servita "una modalità inequivocabile per riconoscere che non posso nulla se non appoggiarmi totalmente a Chi può tutto: compreso e accettato questo, la nostra vita fu un fiorire di meraviglie". 
Silvia spiega cosa significa concretamente appoggiarsi totalmente a Dio: "Chiesi e tutta la comunità parrocchiale rispose: il momento più difficile della giornata era dopo le 18. Il badante se ne andava e io avevo tre persone bisognose da nutrire, lavare e mettere a letto". Così ogni sera dalle due alle quattro persone entrano in casa loro a cucinare: "Buttammo via le chiavi di casa e io restavo meravigliata da questa disponibilità, scoprendo che quanti ci aiutavano lo facevano per egoismo: ci spiegavano della speranza che ricevevano". Da Ugo e Silvia molti giovani vanno a imparare a vivere e ad amare, "ma il sostegno più importante era quello misterioso, che non posso identificare con dei volti precisi, ma che passava da quanti si univano alla catena di preghiere, per cui sapevamo di avere almeno un rosario al giorno solo per noi: non so spiegarmi diversamente il miracolo della letizia con cui affrontavamo una quotidianità così dura".

Nel 2011 Ugo ha una crisi e deve scegliere, o lasciarsi morire o accettare la ventilazione e l'alimentazione artificiali: "Voleva vivere, perciò ci ritrovammo in casa con nuovi macchinari da gestire. Accompagnati affrontammo anche questo". Per spiegare la tenacia della sua famiglia Silvia sceglie un episodio: "A marzo del 2015 si sarebbe svolto l'incontro del movimento di Cl a Roma con il Pontefice. Chiesi a Ugo se voleva andare, mi disse di sì, ma non c'erano più alberghi adatti ad ospitarci. Provai in una struttura, pensando che se anche lì ci avessero respinto significava che dovevamo rimanere a casa. Invece l'albergatore prese la cornetta e mi disse: "Non esiste che per un problema tecnico lei resta a casa. Dovete venire dal Papa".

Due giorni prima dell'udienza i due sposi partono sul furgone, insieme ai figli e due amici: "Fu letteralmente un regalo dietro l'altro di Dio, che si mostrava ancora attraverso i volti dei nostri amici. Io e la mia famiglia fummo investiti nuovamente della Sua preferenza". Infatti, non sono solo Silvia e Ugo ad aver ricevuto "tutto in cambio di piccoli ed enormi sì, che per Dio che non misura sono identici", ma anche i suoi figli: "In casa il padre è mio marito, non mi sono sostituita. Era lui l'autorità ed è a lui che chiedevano il permesso per ogni cosa". Da lui Riccardo ha tratto forza e da sua madre la speranza che il giorno del funerale lo ha portato a dire ad un'amica di non preoccuparsi del ritardo, perché "oggi si festeggia il mio papà, quindi ci hanno tenuto il posto in prima fila".
Qualche mese prima di morire per festeggiare i dieci anni di nozze, Silvia e Ugo scelgono di rinnovare le promesse matrimoniali. "Che Ugo mi abbia detto di sì nuovamente mi ha commossa perché mi amava nonostante i miei tanti sbagli. Avevamo raggiunto un livello d'amore e donazione che non posso che augurare a ogni sposo". C'è una possibilità di annullamento di sé totale, secondo Silvia, "che conduce fino a non aver bisogno nemmeno di uno sguardo per comprendersi: si diventa una cosa sola. Ricordo quando ormai mio marito non poteva nemmeno muovere gli occhi per comunicare con la lavagna elettronica. Ero in cucina e sbuffai: "Sii, ho capito Ugo un attimo". Mia madre mi guardò allibita. Ugo non aveva fatto un cenno ma avevo capito che aveva bisogno di me".

Le complicazioni peggiori, predette dai medici, e che sarebbero potute durare tutti gli anni della malattia, arrivarono solo dopo il 25 dicembre: "Il 30 il medico mi disse di chiamare gli amici che voleva salutare, confessandomi che raramente aveva visto una tenacia simile. E la tenacia fu anche nel sì alla morte". Il 31 dicembre in ospedale si assite a un pellegrinaggio continuo: "La gente se ne andava confortata. Pui quando Ugo spirò pensai: tutto è compiuto, cioè tutto quello che dovevamo fare insieme in questa tappa sulla terra è stato fatto".
Silvia, i cui tratti paiono sempre più trasfigurati, spiega: "Mi sento una privilegiata, perché mi sono sentita come la Madonna quando ha portato Cristo fino alla Croce con dolore ma speranza". E ora? "Con Ugo presente, seppur diversamente, e poggiata alla compagnia di Dio devo solo continuare a dire sì a quello che mi è chiesto dall'alzarmi dal letto, al lavorare, all'occuparmi dei figli, sapendo che è così che il Singore salva me e il mondo. Non ho paura". Perché, come Silvia ha ricantato al funerale dove qualcuno l'ha scambiata per una sposa: "Ora so che il suo amore è grande, che Lui m'amerà e m'amerà per sempre e so che Lui resterà fedele e che poi mi seguirà in ogni strada che io, che io prenderò. E luce ai miei passi, sarà il mio Signor. Lui m'assicura che fatica e dolore non sono senza una speranza. Per questo io lo seguo e Lui è il mio Signor".
 Benedetta Frigerio - http://www.lanuovabq.it/