martedì 17 novembre 2015

Carrón: «La vita di ciascuno appesa a un filo. Perché vale la pena vivere?»

Don Julián Carrón.




Comunione e Liberazione si unisce alla commozione, al dolore e alla preghiera di Papa Francesco per le vittime degli attacchi di Parigi e per il popolo francese: «Queste cose sono difficili da capire. Non ci sono giustificazioni per queste cose, questo non è umano» (Papa Francesco al telefono con TV2000).

Don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, ha dichiarato: «Davanti ai nostri occhi c’è un’evidenza: la vita di ciascuno è appesa a un filo, potendo essere uccisi in qualsiasi momento e ovunque, al ristorante, allo stadio o durante un concerto. La possibilità di una morte violenta e feroce è divenuta una realtà anche nelle nostre città. Per questo i fatti di Parigi ci mettono davanti alla domanda decisiva: perché vale la pena vivere? È una provocazione che nessuno di noi può evitare. Cercare una risposta adeguata alla domanda sul significato della nostra vita è l’unico antidoto alla paura che ci assale guardando la televisione in queste ore, è il fondamento che nessun terrore può distruggere».

«Chiediamo al Signore di poter affrontare questa terribile sfida con gli stessi sentimenti di Cristo che non si lasciò vincere dalla paura: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (I Pt 2,23). Con questa Presenza negli occhi potremo guardare perfino la morte, a cominciare da quella di coloro che hanno perso la vita a Parigi, offrire ai nostri figli un’ipotesi di significato per stare davanti a queste stragi e a ciascuno di noi una ragione per tornare al lavoro lunedì mattina continuando a costruire un mondo all’altezza della nostra umanità, con la certezza della speranza che è in noi». Con queste parole don Carrón ha invitato tutti gli amici del Movimento ad aderire ai momenti di preghiera che saranno proposti dalle diocesi, in unità con il Papa e con tutta la Chiesa.
l’ufficio stampa di C

"Difenderemo i nostri valori". Già, ma quali valori?

“Difenderemo i nostri valori”. Così Hollande, così Obama, così Cameron. Renzi ha detto che vinceremo di sicuro, tanto questi valori sono buoni e giusti. Ma miei cari presidenti, quali valori? È da quando ho cinque anni e ho cominciato ad andare a scuola che mi dicono che non esistono valori assoluti, che i valori sono solo prospettive, che il peggior crimine è pensare di mettere una maiuscola alla parola Verità, che non bisogna avere certezze ma coltivare dubbi, che le certezze sono sempre ideologie. E adesso, all’improvviso, scopriamo di avere valori assoluti con i quali fare una guerra? Se non avere dei valori è l’unica grande verità (che è assoluta ma si scrive senza maiuscola, chissà perché), non dovremmo convincere tutti? Non dovremmo aver già convinto quelli tra i terroristi che sono nati e cresciuti nelle nostre repubbliche, con tanto di educazione al dubbio?


Più seriamente, un giornalista americano, Gareth Whittaker, ci ha detto che cosa sono questi valori: “godere della vita terrena in mille modi: una tazza di caffè profumato con un croissant imburrato, belle donne in vestiti corti che sorridono liberamente” e poi profumi, vino, “il diritto di non credere a nessuno dio” e di “flirtare, fumare, godere del sesso fuori dal matrimonio, fare vacanze, leggere libri, andare a scuola gratis”, eccetera. Non ha tutti i torti, ma se è così bisogna dirsi con chiarezza che stiamo parlando di difendere l’edonismo di una classe piccolo-medio-alto borghese e stiamo dicendo che questi piaceri sono i valori universali per i quali vivere e morire. Non è un po’ poco? Non c’era stato anche Marx in Europa, a insegnare la cecità delle universalizzazioni che ciascuna classe fa di se stessa? E soprattutto, ancora una volta, non dovremmo allora cercare di convincere questi signori dell’assoluta (sic) convenienza di questi nostri piaceri? Proviamo a riempirne le banlieues parigine, e quelle di tutto il mondo. Ma non ci abbiamo già provato senza molto successo? Non è proprio questo vuoto edonismo che ci rimproverano?

La terza via, signori presidenti, sarebbe forse tornare a pensare quali valori abbiamo davvero, da dove nascono i diritti umani e questa nostra passione per l’estetica e la cultura della vita, con tutti i piaceri inclusi. Forse sarebbe l’ora di riconsiderare davvero le radici dell’Europa di una Costituzione che non abbiamo mai voluto approvare: quelle greche e latine, quelle cristiane incredibilmente taciute e osteggiate, quelle della scienza, e anche quelle della rivoluzione francese. Di tutta questa storia forse occorre però cambiare la lettura scettica. Vi proporrei quella del filosofo americano Peirce che sosteneva che la verità evidentemente c’è, anche se dobbiamo riconoscere che la limitatezza di ciò che conosciamo fa sì che sia parziale. Ma parziale non vuol dire arbitraria – non si possono dare tutte le interpretazioni di qualunque cosa e non sono tutte uguali – e, soprattutto, non vuol dire dubbia. “Non facciamo finta di dubitare in filosofia (e in pedagogia, in arte, in politica) di ciò di cui non dubitiamo nei nostri cuori”, è una frase riassuntiva di Peirce che spinge a rispettare il senso comune di tanta gente normale che in queste ore ha soccorso chi scappava, individuando in fretta che cosa fosse umano e giusto, e che cosa non lo fosse. Forse così non consegneremo l’Europa a vecchi nazionalismi e nuovi populismi. E, contrariamente a quanto dice la bella e infausta Imagine di John Lennon che qualcuno ha suonato nei luoghi dei crimini, troveremo un motivo per valido per vivere e per morire, se necessario. Non si può “difendere” nulla, né “vincere” nulla, senza che ciò per cui ci si deve battere valga la pena effettivamente, come contenuto, come concetti e come piacere. Soprattutto, senza che ciò per cui ci si batte riempia di contenuto pieno di vita le parole altrimenti vuote e retoriche, che dobbiamo presentare come risposta a quei ragazzi appesi dalle finestre del Bataclan.

mercoledì 11 novembre 2015

Papa: a tavola far tacere tv e smartphone non la famiglia -

Papa Francesco all'udienza generale in Piazza San Pietro - AFP
In un tempo segnato “da tante chiusure e da troppi muri” è fondamentale recuperare l’esperienza della “convivialità” tipica della famiglia. Lo ha detto Papa Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro, dedicata a questo tema. La convivialità non si compra né si vende, ha affermato, ma è un atteggiamento di condivisione da coltivare tra genitori e figli, che induce alla generosità verso chi è più debole.
    
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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 11 novembre 2015

Parole all’inizio dell’Udienza generale
In questi giorni la Chiesa italiana sta celebrando il Convegno nazionale a Firenze. I cardinali, i vescovi, i consacrati, i laici, tutti insieme. Vi invito a pregare la Madonna, un’Ave Maria per loro. [Ave Maria]

CATECHESI DEL SANTO PADRE
La Famiglia - 32. Convivialità
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi rifletteremo su una qualità caratteristica della vita familiare che si apprende fin dai primi anni di vita: la convivialità, ossia l’attitudine a condividere i beni della vita e ad essere felici di poterlo fare. Condividere e saper condividere è una virtù preziosa! Il suo simbolo, la sua “icona”, è la famiglia riunita intorno alla mensa domestica. La condivisione del pasto – e dunque, oltre che del cibo, anche degli affetti, dei racconti, degli eventi… – è un’esperienza fondamentale. Quando c’è una festa, un compleanno, un anniversario, ci si ritrova attorno alla tavola. In alcune culture è consuetudine farlo anche per un lutto, per stare vicino a chi è nel dolore per la perdita di un familiare.
La convivialità è un termometro sicuro per misurare la salute dei rapporti: se in famiglia c’è qualcosa che non va, o qualche ferita nascosta, a tavola si capisce subito. Una famiglia che non mangia quasi mai insieme, o in cui a tavola non si parla ma si guarda la televisione, o lo smartphone, è una famiglia “poco famiglia”. Quando i figli a tavola sono attaccati al computer, al telefonino, e non si ascoltano fra loro, questo non è famiglia, è un pensionato.
Il Cristianesimo ha una speciale vocazione alla convivialità, tutti lo sanno. Il Signore Gesù insegnava volentieri a tavola, e rappresentava talvolta il regno di Dio come un convito festoso. Gesù scelse la mensa anche per consegnare ai discepoli il suo testamento spirituale - lo fece a cena - condensato nel gesto memoriale del suo Sacrificio: dono del suo Corpo e del suo Sangue quali Cibo e Bevanda di salvezza, che nutrono l’amore vero e durevole.
In questa prospettiva, possiamo ben dire che la famiglia è “di casa” alla Messa, proprio perché porta all’Eucaristia la propria esperienza di convivialità e la apre alla grazia di una convivialità universale, dell’amore di Dio per il mondo. Partecipando all’Eucaristia, la famiglia viene purificata dalla tentazione di chiudersi in sé stessa, fortificata nell’amore e nella fedeltà, e allarga i confini della propria fraternità secondo il cuore di Cristo.
In questo nostro tempo, segnato da tante chiusure e da troppi muri, la convivialità, generata dalla famiglia e dilatata dall’Eucaristia, diventa un’opportunità cruciale. L’Eucaristia e le famiglie da essa nutrite possono vincere le chiusure e costruire ponti di accoglienza e di carità. Sì, l’Eucaristia di una Chiesa di famiglie, capaci di restituire alla comunità il lievito operoso della convivialità e dell’ospitalità reciproca, è una scuola di inclusione umana che non teme confronti! Non ci sono piccoli, orfani, deboli, indifesi, feriti e delusi, disperati e abbandonati, che la convivialità eucaristica delle famiglie non possa nutrire, rifocillare, proteggere e ospitare.
La memoria delle virtù familiari ci aiuta a capire. Noi stessi abbiamo conosciuto, e ancora conosciamo, quali miracoli possono accadere quando una madre ha sguardo e attenzione, accudimento e cura per i figli altrui, oltre che per i propri. Fino a ieri, bastava una mamma per tutti i bambini del cortile! E ancora: sappiamo bene quale forza acquista un popolo i cui padri sono pronti a muoversi a protezione dei figli di tutti, perché considerano i figli un bene indiviso, che sono felici e orgogliosi di proteggere.
Oggi molti contesti sociali pongono ostacoli alla convivialità familiare. E’ vero, oggi non è facile. Dobbiamo trovare il modo di recuperarla. A tavola si parla, a tavola si ascolta. Niente silenzio, quel silenzio che non è il silenzio delle monache, ma è il silenzio dell’egoismo, dove ognuno fa da sé, o la televisione o il computer… e non si parla. No, niente silenzio. Occorre recuperare quella convivialità familiare pur adattandola ai tempi. La convivialità sembra sia diventata una cosa che si compra e si vende, ma così è un’altra cosa. E il nutrimento non è sempre il simbolo di una giusta condivisione dei beni, capace di raggiungere chi non ha né pane né affetti. Nei Paesi ricchi siamo indotti a spendere per un nutrimento eccessivo, e poi lo siamo di nuovo per rimediare all’eccesso. E questo “affare” insensato distoglie la nostra attenzione dalla fame vera, del corpo e dell’anima. Quando non c’è convivialità c’è egoismo, ognuno pensa a se stesso. Tanto più che la pubblicità l’ha ridotta a un languore di merendine e a una voglia di dolcetti. Mentre tanti, troppi fratelli e sorelle rimangono fuori dalla tavola. E’ un po’ vergognoso!
Guardiamo al mistero del Convito eucaristico. Il Signore spezza il suo Corpo e versa il suo Sangue per tutti. Davvero non c’è divisione che possa resistere a questo Sacrificio di comunione; solo l’atteggiamento di falsità, di complicità con il male può escludere da esso. Ogni altra distanza non può resistere alla potenza indifesa di questo pane spezzato e di questo vino versato, Sacramento dell’unico Corpo del Signore. L’alleanza viva e vitale delle famiglie cristiane, che precede, sostiene e abbraccia nel dinamismo della sua ospitalità le fatiche e le gioie quotidiane, coopera con la grazia dell’Eucaristia, che è in grado di creare comunione sempre nuova con la sua forza che include e che salva.
La famiglia cristiana mostrerà proprio così l’ampiezza del suo vero orizzonte, che è l’orizzonte della Chiesa Madre di tutti gli uomini, di tutti gli abbandonati e gli esclusi, in tutti i popoli. Preghiamo perché questa convivialità familiare possa crescere e maturare nel tempo di grazia del prossimo Giubileo della Misericordia.

Saluti:

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese. Oggi ricorre la festa liturgica di San Martino che ha evangelizzato le campagne di Francia. Saluto anche gli ungheresi, perché lui è nato in Ungheria. Affido alla sua protezione le vostre comunità e le vostre famiglie, affinché, nutriti regolarmente dell’Eucarestia, possano sempre divenire per il mondo delle scuole di cordialità, di accoglienza e di carità.
Che Dio vi benedica.
]

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Ghana, Giappone, Corea e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!]

[Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua tedesca. Saluto specialmente gli studenti della Mädchenrealschule St. Ursula di Donauwörth. Nel mese di novembre ricordiamo in particolare le anime dei defunti e accompagniamole con la nostra preghiera. Il Signore vi benedica tutti.]
Saludo a los peregrinos de lengua española y a todos los grupos provenientes de España y Latinoamérica. Roguemos para que cada familia participando en la Eucaristía, se abra al amor de Dios y del prójimo, especialmente para con quienes carecen de pan y de afecto. Que el próximo Jubileo de la Misericordia nos haga ver la belleza del compartir. Gracias.
Saúdo os peregrinos de língua portuguesa, particularmente os fiéis brasileiros de Aracaju, Divinópolis, Pernambuco e São Paulo. Faço votos que este encontro que, nos faz sentir membros da única família dos filhos de Deus, vos ajude a renovar em vossos lares o desejo de valorizar ainda mais os momentos de convívio junto com as vossas famílias. Que Deus vos abençoe.
[Saluto i pellegrini di lingua portoghese, in particolare i fedeli brasiliani di Aracaju, Divinópolis, Pernambuco e São Paulo. Auspico che questo incontro, che ci fa sentire membri dell'unica famiglia dei figli di Dio, vi aiuti a rinnovare nelle vostre case il desiderio di valorizzare ancora di più i momenti di convivialità insieme alle vostre famiglie. Dio vi benedica.]
أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، مع اقتراب يوبيل الرحمة لنرفع صلاتنا لكي تستقي المشاركة العائليّة على الدوام قوّة وحيويّة من سرّ جسد ودم ربّنا يسوع المسيح فتحمل الإدماج والخلاص للجميع! ليبارككُم الربّ!
[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, con l’avvicinamento del Giubileo della Misericordia preghiamo affinché la convivialità familiare possa attingere sempre di più forza e vitalità dal Sacramento del Corpo e Sangue del Nostro Signore Gesù Cristo così da portare inclusione e salvezza a tutti ! Il Signore vi benedica!]
Witam serdecznie pielgrzymów polskich. Dzisiaj w Polsce obchodzicie Święto Niepodległości. W kontekście tego wydarzenia pragnę wspomnieć to, co powiedział św. Jan Paweł II: „Nie można bez Chrystusa zrozumieć dziejów Polski (Warszawa, 2 VI 1979). Służąc Ojczyźnie, trwajcie w wierności Ewangelii i tradycji Ojców. Niech Bóg błogosławi Polskę i każdego z was. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.
[Do il mio benvenuto ai pellegrini polacchi. In Polonia, oggi si celebra la festa dell’Indipendenza. In questo contesto ricordo ciò che disse San Giovanni Paolo II: “Senza Cristo non è possibile capire la storia della Polonia” (Varsavia, 2 VI 1979). Perseverate nella fedeltà al Vangelo e nella tradizione dei Padri al servizio della vostra Patria. Dio benedica la Polonia e ciascuno di voi. Sia lodato Gesù Cristo!]
S láskou vítam pútnikov zo Slovenska, ktorí sprevádzajú svojich biskupov počas ich návštevy Ad limina Apostolorum, osobitne kňazov, seminaristov, zasvätené osoby i všetkých veriacich.
Drahí bratia a sestry, vaša návšteva Ríma nech posilní povedomie príslušnosti k Cirkvi. Sprevádzajte vašich biskupov intenzívnymi modlitbami a nezabudnite na modlitbu aj za mňa.
Zo srdca žehnám všetkých vás i vašich drahých vo vlasti.
[Saluto con affetto i pellegrini della Slovacchia che accompagnano i loro Vescovi nella visita Ad limina Apostolorum, specialmente i sacerdoti, i seminaristi, le persone consacrate e tutti i fedeli.
Cari fratelli e sorelle, la vostra visita a Roma rafforzi la coscienza della appartenenza alla Chiesa. Accompagnate i vostri vescovi con intense preghiere e non dimenticate di pregare anche per me.
Di cuore benedico tutti voi ed i vostri cari in Patria.
]
* * *
Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana! Saluto il Gruppo ecumenico di Farfa Sabina; i partecipanti all’incontro sulle cure palliative; l’Ordine degli Assistenti Sociali e il Coordinamento delle Libere Associazioni Professionali.
Oggi celebriamo la memoria liturgica di San Martino, Vescovo di Tours, figura popolarissima specialmente in Europa, modello di condivisione con i poveri. L’anno prossimo, in felice coincidenza con il Giubileo della Misericordia, ricorrerà il 17° centenario della sua nascita.
Rivolgo un saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Il Signore vi aiuti, cari giovani, ad essere promotori di misericordia e riconciliazione; sostenga voi, cari ammalati, a non perdere la fiducia, neppure nei momenti di dura prova; e conceda a voi, cari sposi novelli, di trovare nel Vangelo la gioia di accogliere ogni vita umana, soprattutto quella debole e indifesa.

 


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Ringrazio Dio per questo ospedale dove la vita e la morte si sfidano a duello

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Il 2 novembre la Chiesa cattolica commemora il giorno di tutti i defunti, permettendo ai sacerdoti di celebrare tre Messe per le anime del Purgatorio. Non solo, ma in ogni Messa, prima del Padre Nostro, il sacerdote prega per i defunti: «Ricordati Signore dei nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e di tutti coloro che sono morti fra le braccia della tua misericordia; ammettili a contemplare la luce del tuo volto».
Ma perché la Chiesa ogni 2 novembre ci invita a visitare il cimitero concedendo l’indulgenza plenaria per le anime del Purgatorio? È la Chiesa stessa a darci la risposta: «Credo la risurrezione della carne e la vita eterna. Amen». Sono parole che danno ragione al Credo: che senso avrebbe questa preghiera senza la granitica certezza insita nelle ultime parole?
Don Luigi Giussani ci diceva che la filosofia è nata per cercare una risposta al problema della morte, senza riuscirci. Solo nel cristianesimo l’uomo può incontrare la risposta. Il Verbo si è fatto carne, vivendo nella sua carne il dramma di questa verità. Nei trentatré anni, Gesù conobbe il dolore fisico e morale, la ingratitudine, fino a essere crocifisso e sepolto. È davvero commovente avere come compagno di viaggio, di dolore, il figlio di Dio. Mi vengono i brividi quando nella mia carne vivo un po’ del suo dolore. Però la nostra vita, come quella di Gesù, non finisce né sulla Croce, né nella tomba.
San Paolo dice: «Se siamo morti con Lui sulla Croce, risorgeremo con Lui». E aggiunge: «Se Cristo non fosse risorto saremmo i più idioti tra chi popola la terra. Ma Cristo è risorto e anche noi risorgeremo con Lui». La resurrezione di Gesù è la nostra resurrezione. Per questo la ragionevolezza del mio ospedale per pazienti terminali trova nella resurrezione di Gesù il motivo stesso della sua esistenza. Non si tratta di accompagnare a morire i pazienti, ma di accompagnarli a incontrare il dolce volto di Gesù.
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», scriveva Cesare Pavese. Quando da piccolo ho visto Il settimo sigillo di Bergman mi sono spaventato, come pure quando mi portarono al cimitero per vedere il dipinto della danza macabra. Solo da quando la Provvidenza mi ha regalato questo ospedale per ammalati terminali ciò che prima mi faceva paura mi è diventato familiare.
La morte è un passo obbligatorio della vita, che ci permette, se siamo umili, di tornare al Padre. La cultura moderna fa di tutto per censurare la morte, siamo lontani da quella mentalità cristiana che accompagnava il moribondo a morire, recitando il santo Rosario. La morte non si deve vedere perché è un disturbo per i grandi e un trauma per i bambini, dicono gli psicologi. È terribile questo modo di “non vivere”, che censura ciò che di più concreto esiste. Ricordo ciò che mi dicevano due amici di Montecarlo: «Anni fa i funerali nel Principato di Monaco si facevano all’alba perché nessuno vedesse una bara».
Andarsene cristianamente
L’idea di onnipotenza che mangia il cervello dell’uomo di oggi è un miraggio che termina presto. Basta un infarto… e dopo? La saggezza della Chiesa fin da piccoli ci insegnava «memorare novissima tua et in aeternum non peccabis». Nei conventi i frati usavano salutarsi dicendo «memento mori». Nei seminari l’ultima predica dei ritiri spirituali era dedicata ai novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Questa modalità di predicare ci obbligava a prendere sul serio la vita.
Lo dico perché da 11 anni accompagno i miei figli a morire, rendendomi conto della descrizione perfetta che incontriamo nelle litanie della buona morte, quando siamo prossimi a morire.
Ringrazio Dio perché mi ha regalato questo ospedale, dove vita e morte si sfidano a duello, come ricorda il Dies irae. Ma Cristo è resuscitato e la morte è sconfitta. Senza questa certezza la vita non avrebbe senso e ancor meno il dolore. È doloroso vedere come siano in pochi ad accompagnare i pazienti a morire cristianamente. Eppure, per la persona che sta vicino al paziente nelle ultime ore, è una delle opere di carità più meritevoli. Non si tratta di un sacrificio, ma di una gioia che riempie il cuore.
Non esiste un merito più grande che lo stare vicino a un paziente terminale tenendogli la mano o riempiendolo di carezze come fanno alcune delle mie infermiere innamorate di Gesù.
paldo.trento@gmail.com


Aveva ragione Nietzsche, un cristiano si vede dalla faccia

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Mi ha sempre divertito la frase di Nietzsche rivolta ai cristiani: «Crederò nel Salvatore quando vi vedrò con la faccia dei salvati». Mi piace perché mette il dito nella piaga.
Io stimo Gesù ma lo voglio rendere compatibile con i miei piccoli interessi. Non avrò mai la faccia del salvato se non imparo da Gesù a vivere d’amore, il che è possibile solo col Suo aiuto. I santi hanno avuto la faccia dei salvati: gente che era irresistibilmente attraente perché Gesù è venuto a ristabilire il giusto rapporto con Dio e con il prossimo, con l’obbedienza e la carità. Questa è la salvezza.
Abbiamo spesso inteso la sequela autentica di Gesù come un cambiamento di stato di vita: farsi prete, suora, frate o monaco. Scelte meravigliose con cui la Provvidenza ha fatto giungere la fede fino a noi. Ma si può anche vivere d’amore senza cambiare stato.
Chi ha la vocazione matrimoniale e si sente chiamato a vivere in questo mondo non è una mezza cartuccia. Può essere santo, un uomo di Dio. Allora sì i cristiani avranno la faccia dei salvati. Vivranno d’eucarestia e sapranno esprimere nel mondo del lavoro e della famiglia le virtù di cui il nostro mondo ha ardente bisogno. Impegnati nel proprio mestiere con cuore mite e umile, capaci di amare il coniuge fino alla morte.
Gesù in croce è il vero albero della vita da cui scorre il Sangue che può diventare il mio sangue, malgrado le mie resistenze. Allora la Croce diventa il vero asse del mondo portando nel volto dei cristiani la vera immagine dei salvati.
@PippoCorigliano

domenica 8 novembre 2015

Un nuovo inizio, una strada affascinante

La presentazione de ''La bellezza disarmata'' a Roma.
"La bellezza disarmata" di Julián Carrón protagonista della serata di ieri all'auditorium di via della Conciliazione. A dialogare con la guida di CL, il cardinale Jean-Louis Tauran e Luciano Violante

Qual è il contesto in cui viviamo oggi? Dove ci troviamo a vivere la fede? Il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e camerlengo di Santa Romana Chiesa, se l’è chiesto ieri sera aprendo a Roma, all’auditorium di via della Conciliazione, l’incontro dipresentazione de La bellezza disarmata, il primo libro di Julián Carrón, guida del movimento di Comunione e Liberazione. Domande, le sue, decisive oggi. Tutto il libro di Carrón, del resto, ruota attorno a quella che è l’evidenza di un contesto nuovo del quale occorre avere consapevolezza: «In un mondo pluralista, nel quale il cristianesimo, e la concezione dell’uomo e della vita che da esso deriva, è diventato un’opzione fra le altre siamo chiamati a vivere la fede senza privilegi, talvolta perseguitati», ha spiegato Tauran, parafrasando una pagina del volume: «Viviamo in un mondo dove sempre più sovente assume forma legislativa una antropologia del tutto opposta a quella che noi riconosciamo come più umana e che fino a non molto tempo fa era condivisa naturalmente da tutti, anche da quanti non avevano la fede cristiana».

Dieci anni fa moriva don Luigi Giussani e don Carrón assumeva la guida di CL. Il suo libro, ha detto Roberto Fontolan, direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione,avrebbe potuto essere la stesura di un bilancio. Dopo i primi dieci anni, si chiude una pagina della propria vita, si stila un bilancio, e si prova ad aprire un’altra. «Ma Carrón non fa bilanci», ha detto Fontolan. Infatti, «una delle sue parole più frequenti è percorso: procedere, camminare, sempre. Ma verso cosa? Giussani parlava dell’attrazione del fatto cristiano». E allora, ecco il senso di questo libro: continuare, dieci anni dopo, a camminare, ad andare avanti. Nella consapevolezza che il mondo nel quale viviamo oggi è diverso da come era dieci anni fa, o da com’era quando decenni fa nacque CL.

«L’Europa è alla ricerca della sua identità e Carròn utilizza parole convincenti per dire che la sua anima è il cristianesimo», ha detto Tauran: «Un cristianesimo che ha modellato il suo pensiero: un pensiero aperto alla trascendenza e alla ragione. È in Europa che si è sviluppato il concetto di persona, l’umano, ed è proprio oggi che un certo umanesimo sta distruggendo questo umano. Pertanto, assistiamo a una vera crisi del senso che ci obbliga a ritornare alle radici della nostra fede». Quali sono questa radici? Lo dice bene Carrón, nel suo libro, il fatto che il cristianesimo è un avvenimento, non è una dottrina, un’etica, una consuetudine, un rito; il cristianesimo è un avvenimento, un fatto che prima non esisteva, in un momento preciso si è introdotto nella storia. Ma, ha detto ancora Tauran, «noi siamo parte di questo mondo di oggi, il mondo che Dio ama, ma se riconosciamo che Dio opera in ogni uomo, non vuol dire che dobbiamo uniformarci. E mi piace, a tal proposito, citare quanto scrisse anni fa l’arcivescovo emerito di Bruxelles, il cardinale Danneels in un suo libro: “Il cristiano nel mondo è come la trota in un corso di acqua rapido, nuota sempre contro corrente. La trota rimane nell’acqua: vi si appoggia per avanzare verso la fonte del torrente. Prende gli ostacoli come trampolino per avanzare”. Certo, nuotare contro corrente non vuoi dire cercare di farsi notare, ma vuoi dire vivere secondo una scala di valori, secondo le virtù cristiane nella vita quotidiana». E ancora: «Ci troviamo di fronte ad una crisi della cultura. Siamo agli inizi di un nuovo mondo. Di fronte al crollo delle evidenze, alla violenza indicibile e alla disgregazione della famiglia la domanda da porsi non è più che “cosa devo fare”, ma “io chi sono”?».

Anche Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati, è entrato nel cuore delle domande evocate da Tauran. L’ha fatto parlando di un mondo oggi nuovo, un mondo attraversato da «un generale processo di disumanizzazione: nessuno si assume più alcuna responsabilità. Nello stesso tempo si vive come se non vi fossero più limiti. Mentre il limite è connaturato a un consapevole esercizio della natura umana. Vivere senza limiti è l’anticamera dell’autodistruzione, è rinunciare alla propria umanità. Ciò che non ha limite è inconoscibile (Aristotele). Mentre Calvino raccontava come la vita è una continua relazione tra limite e senso del limite. Solo chi è consapevole della propria limitatezza concepisce la vita come tensione fra limitatezza e destino. Purtroppo anche un nuovo costituzionalismo vive di diritti sempre da riconoscere tuttavia fa in totale assenza di doveri. Mentre ciò che tiene insieme la società è la connessione fra diritti de doveri. L’assenza di limite comporta dissipazione, spreco di energie, di tempo, di intelligenze. Siamo di fronte a una disumanizzazione, all’assenza del limite, per riumanizzare la nostra vita bisogna combattere contro il male e quindi schierarci». Violante ha parlato anche di CL. Premettendo di non conoscere a fondo il movimento e di non farne parte, ha detto che esso per lui è uno dei pochissimi soggetti capaci oggi di costruire comunità per i giovani. «E c’è un bisogno enorme di questo», ha detto: «In università, nei licei, si trovano tanto giovani di CL e questa cosa i partiti politici, lo dico con invidia, purtroppo non lo sanno fare».
Anche don Carrón ha parlato del tema della libertà, dicendo che la libertà «senza limiti» può portare a vivere senza responsabilità e può esplodere in forme di violenza: «La libertà è diventata la misura di tutto». Esiste oggi una «libertà senza limiti» che porta a «voler continuamente cambiare». Questo tipo di libertà porta a non avere fiducia in nulla; c’è, non a caso, una «stanchezza dell’Occidente» (Recalcati) e una «stanchezza della politica» (Zagrebelski) che portano a temere qualsiasi responsabilità. «Questo disagio esistenziale a volte esplode», ha detto ancora Carrón, citando gli attentati di Parigi o le storie di sparatorie nei college degli Stati Uniti. Mentre «la prima origine della testimonianza cristiana è l’adesione personale alla fede». «Uno non può dire le cose agli altri solo se è convinto: uno lo può fare un po’ forse, non per dieci anni», ha detto. «Quello della libertà è il tema fondamentale di oggi, la misura di tutte le cose». Perché esiste «un potere che può distruggere o danneggiare ma la bellezza ha un potere disarmato che attrae e salva». E allora la strada è quella di stare in questo mondo, non di fuggire. E starci come ha indicato papa Francesco a CL recentemente: «Papa Francesco chiede a Comunione e Liberazione un nuovo inizio, una strada affascinante», ha concluso Carrón: «Come movimento ci ha richiamato a non ridurci a adorare le ceneri, ma ad uscire dall’autoreferenzialità»..

Carrón: “Non rinunceremo al nostro impegno in politica e nella società”

CARRON/ Buccellati: così Abramo risponde al Nulla
Il leader di Comunione e Liberazione presenta il suo libro La bellezza disarmata e ricorda: “Non c’è rapporto con la verità, se non attraverso la libertà”.
La presentazione de ''La bellezza disarmata'' a Roma.

Un “nuovo inizio” per la civiltà occidentale e cristiana dopo il “crollo delle evidenze”, nel segno della madre di tutte le libertà: la libertà religiosa. Questi e molti altri i temi trattati da Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, nel suo ultimo libro La bellezza disarmata (Rizzoli). Il volume è stato presentato ieri in Vaticano, all’Auditorium della Conciliazione, dall’autore assieme al cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e al presidente emerito della Camera dei Deputati, Luciano Violante. A margine dell’evento, ZENIT ha incontrato Carrón che ha raccontato della sua ultima fatica editoriale, traendo un bilancio dei suoi dieci anni alla guida del movimento e della non facile eredità di don Luigi Giussani. Il 65enne sacerdote spagnolo ha poi chiarito: in Comunione e Liberazione non è in corso alcuna “svolta religiosa” a discapito dell’impegno politico e civile. In realtà, ha spiegato Carrón, il movimento sta vivendo un processo di “personalizzazione della fede” perché questa irrobustisca l’immersione dell’uomo nel reale e nella novità che Cristo introduce nella vita di ognuno.

Luca Marcolivio

Don Carrón, questo saggio può considerarsi una sorta di summa dei suoi dieci anni da presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione?
È così. È un tentativo di condividere la nostra esperienza con tante altre persone che stanno affrontando le stesse nostre sfide. E chissà che questo cammino che abbiamo fatto non possa essere utile per gli altri.
Cosa intende quando, nel primo capitolo, lei parla di “nuovo inizio”?
Intendo un nuovo inizio davanti al crollo di tante evidenze che stanno venendo meno davanti a noi: la crisi economica, l’emergenza educativa, ecc. Davanti alla stanchezza che autorevoli esponenti della cultura riconoscono, è possibile ripartire da questa situazione. Io sono convinto che questo nuovo inizio sia possibile, che sia possibile trovare quello che ci farà ripartire.
Altra espressione chiave del libro è proprio “crollo delle evidenze”…
Si tratta di un’espressione che ho ripreso da un testo di Benedetto XVI, in cui il papa emerito ricordava come nell’epoca dell’illuminismo, dopo le guerre di religione, la grande unità europea fosse andata in pezzi. Si pensava che quei valori condivisi da tutti gli europei, i valori della tradizione cristiana potessero rimanere come fondamento di quel “nuovo inizio” ma fuori dai conflitti religiosi. Si riteneva che così, separandoli dagli elementi religiosi, questi valori potessero durare. Dopo qualche secolo, vediamo che, come ha riconosciuto lo stesso papa Benedetto, questo tentativo di conservare per sempre dei valori condivisi da tutti, è fallito.
Cosa si intende, invece, per “verità nella libertà”?
È un notevole passo avanti nell’autocoscienza della Chiesa. In un suo celebre discorso alla Curia Romana del 2005, Benedetto XVI aveva affrontato alcuni dei nodi fondamentali del Concilio Vaticano II, tra cui quello della libertà religiosa. In quella sede la Chiesa aveva approfondito quale fosse il rapporto tra verità e libertà. La rivendicazione della libertà è una questione molto moderna e la Chiesa non è arrivata alla libertà religiosa semplicemente perché non è stata in grado di convincere le persone della verità del cristianesimo ma perché non c’è alcun rapporto con la verità, se non c’è libertà religiosa. Questo è un aspetto di come noi cristiani possiamo offrire la verità, che è cruciale. Per questo, il titolo del mio libro dà questo suggerimento per un’epoca come la nostra. Solo se l’uomo trova la verità disarmata, senz’altro potere esterno che non sia la verità stessa, l’attrattiva della verità potrà essere adeguata alla sensibilità moderna e all’unico rapporto autentico con la verità che è la libertà.
Che bilancio trae dai suoi dieci anni alla guida di Comunione e Liberazione?
Questi dieci anni sono stati per me un’avventura affascinante ed una grazia per tutti noi, per tutte le sfide che abbiamo dovuto affrontare, che poi sono le sfide di tutti. Per noi è stata la possibilità di verificare quanto quello che abbiamo ricevuto da don Giussani sia prezioso per affrontare queste situazioni e ci dà una capacità di capire i fenomeni che stiamo vivendo, senza soccombere alla confusione, suggerendoci come affrontarli, al punto che noi stessi rimaniamo stupiti.
Quella di don Giussani  è un’eredità pesante?
Per me don Giussani è sempre stato un padre, pur non avendo avuto un’assidua frequentazione con lui, poiché vivevo in Spagna. Tuttavia i suoi scritti sono stati per me decisivi per una modalità di stare nel reale che è stata segnata dal rapporto con lui e con tutto quello che lui ha proposto soprattutto come modo di concepire il cristianesimo, come proposta cristiana, come possibilità di verifica della fede. Tutti aspetti che in un momento come questo sono cruciali.
I media hanno spesso parlato di una presunta “svolta religiosa” del movimento sotto la sua guida, dopo molti anni di impegno politico e sociale. Quanto c’è di vero in questo?
Quando lo scorso 7 marzo siamo andati in udienza da papa Francesco, gli abbiamo posto questa domanda. E abbiamo ricevuto una risposta che è nella stessa linea di ciò che abbiamo sempre cercato di fare. Per la condizione che abbiamo ricevuto, non intendiamo rinunciare al nostro impegno. Il cristianesimo ha a che fare con tutti gli aspetti del reale: dal lavoro, alla famiglia, alla cultura, alla politica. Non abbiamo un’altra modalità di concepire la fede. Come dice San Paolo: “Sia che vegliamo, sia che dormiamo, viviamo insieme a Lui” (1Ts 5,10). Quindi, Dio ha a che vedere con qualsiasi cosa. Non vogliamo rinunciare al nostro impegno nella società. Ma per poterlo fare, ha detto il Papa, occorre essere certi di Cristo, ovvero – per dirlo con parole di don Giussani – occorre la “personalizzazione della fede”. CL, quindi, va verso questa personalizzazione della fede che le consente di stare nel reale con la novità che Cristo introduce nella vita.
In particolare le sfide della famiglia come andrebbero vissute dai cristiani di oggi?
Se la fede è vissuta veramente sul serio, è in grado di venire incontro a tutto il desiderio di pienezza che una persona desidera quando ne incontra un’altra. Se l’amore è in grado di essere qualcosa di più di un inizio esplosivo e brillante, allora quell’amore può durare per sempre. Questo è il contributo che il cristianesimo può dare alla famiglia come a tanti aspetti della vita.