venerdì 5 settembre 2014

Aforisma di venerdì 5 settembre 2014

“L’uomo non trionfa mai del tutto ma anche quando la sconfitta è totale quello che importa è lo sforzo per affrontare il destino e soltanto nella misura di questo sforzo si può raggiungere la vittoria nella sconfitta.”

Ernest Hemingway
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ParaluÌs da Voltaire: "Disapprovo quello che dite, ma mi batterò fino alla morte perchè abbiate il diritto di dirlo". Havete!
Don Carlo

"Di che è mancanza questa mancanza, cuore"

Verso le periferie del mondo e dell'esistenza. Il destino non ha lasciat...

Come vivere la fede nel mondo contemporaneo?Attualità della vita di Don ...

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giovedì 4 settembre 2014

Quell'affanno che ci spinge a guardare il Cielo

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La mela evoca immediatamente l’antica discordia dell’Eden, una discordia che si perpetua nel tempo rivestendosi di sempre nuovi pretesti. È il caso abbastanza recente della mela di Apple, a lungo disputata con la Apple Record dei Beatles. Gli antichi Baronetti fecero causa all’intraprendente Steve Jobs a motivo del logo della mela, una causa che si risolse solo nel 2007. Pochi sanno che il tutto ebbe origine da un dipinto di Magritte. Paul McCartney si era appassionato a René Magritte e alla sua pittura stravagante. Un giorno mentre il baronetto era impegnato in prove di registrazione, Magritte gli fece visita e, per non disturbare, lasciò un dipinto con una grande mela e una scritta: Au revoir. Quella mela, tagliata a metà, divenne il logo della casa discografica dei Beatles. 
In una delle molteplici versioni della mela, Magritte confina il frutto dentro una casa. Il titolo: la camera d’ascolto fa riferimento alla proverbiale incapacità di ascoltare dell’uomo. Il primo comandamento biblico: Shemà Israel, resta ancora il principale comando disatteso dall’uomo. Ascoltare è un’arte difficile. La stanza di Magritte è inospitale, tutta piena del pomo dell’origine. Forse il buon René non poteva immaginare quanto drammaticamente noi potessimo essere testimoni di ciò. Cuore e orecchie oggi sono pesantemente segnati dalle pulsioni dei sensi che paiono l’unico criterio di giudizio sulla realtà. Non c’è possibilità di lasciar spazio allo sguardo in una stanza così, impossibile prendere le distanze dalla propria istintività, giacché questa la fa da padrona.

Il pavimento di parquet rende ancora più soffocante l’atmosfera sebbene Magritte lasci, come spesso nei suoi quadri, la via di fuga della speranza. La speranza sta in quell’unica finestra della stanza chiusa. C’è un mondo là fuori, vasto e terso, un mondo che chiama ad allontanare lo sguardo da sé per volgerlo a un reale che ci supera e ci orienta verso l’alto: il Cielo. Magritte ci obbliga a pensare a tanti temi oggi ricorrenti: gli abusi sulle donne; le questioni legate al gender; la disputa sui figli nati in uteri affittati o per uno strano mixer di ovuli e inseminazioni; la pedofilia e la repulsione verso il disabile con la conseguente eutanasia. L’elenco potrebbe continuare, ma non voglio. Chiedo a Magritte (che era più religioso di quanto non si pensi) di darci una mano a cambiare aria, a spalancare finalmente la finestra dell’angusta stanza del terzo millennio e aiutarci a vedere più chiaro dentro e fuori di noi e valutare meglio i punti chiave delle nostre discordie.
 
Un artista contemporaneo, scomparso nel 2002, Vanni Viviani, ha dedicato alla mela tutta la sua vita. La sua villa ottocentesca, Ca di Pom, è diventata una sorta di scrigno dove il frutto dell’Eden è rivisitato in molti modi. Proprio qui, un’opera del Viviani, desta non poco stupore. Riferendosi a Leonardo da Vinci egli rilegge l’ultima Cena alla luce dell’antico frutto proibito. Il cenacolo vede accalcarsi alla tavola non i discepoli gesticolanti del grande genio vinciano, ma pomi di vario tipo: mele intonse, mele tagliate, mele mancanti di una fetta. Solo la mela di Cristo è aperta e scavata all’interno come fosse una coppa. In lui non c’è la polpa del male. Egli è una sorta di alfa e omega come sembra alludere il taglio dei bordi della mela scavata.

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Gli altri hanno in sé il seme del male, mentre Cristo ha davanti a sé due semi. Solo lui è capace di unire i contrari, di fare dei due un popolo solo, di trasformare le nostre discordie in un banchetto di pace. Viviani non era artista religioso, anzi le sue mele rimandano spesso all’aspetto erotico del frutto, eppure qui coglie magicamente un senso profondo, arcaico. Quello di una discordia antica che proprio nel punto culminate della vita del Cristo si svela e inizia la sua caduta. L’ultima cena annienta il veleno dell’antico frutto e ci regala un cibo nuovo che, come la finestra spalancata di Magritte (cui peraltro Viviani faceva esplicito riferimento), invita a volgere lo sguardo altrove, oltre il verdeggiante paesaggio che s’intravvede nel cenacolo vivianesco.  
Gloria Riva

Il Papa: luogo privilegiato per l'incontro con Gesù sono i nostri peccati


La forza della vita cristiana è nell’incontro tra i nostri peccati e Cristo che ci salva. Dove non c’è questo incontro, le chiese sono decadenti e i cristiani tiepidi: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta.Pietro e Paolo ci fanno capire che un cristiano si può vantare di due cose: “dei propri peccati e di Cristo crocifisso”. La forza trasformante della Parola di Dio – spiega il Papa – parte da questa consapevolezza. Così Paolo, nella prima Lettera ai Corinzi, invita chi si crede saggio a “farsi stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio”:
“Paolo ci dice che la forza della Parola di Dio, quella che cambia il cuore, che cambia il mondo, che ci dà speranza, che ci dà vita, non è nella sapienza umana: non è in un bel parlare e un bel dire le cose con intelligenza umana. No. Quella è stoltezza, dice lui. La forza della Parola di Dio viene da un’altra parte. Anche, la forza della Parola di Dio passa per il cuore del predicatore, e per questo dice a quelli che predicano la Parola di Dio: ‘Fatevi stolti’, cioè non mettete la vostra sicurezza nella vostra sapienza, nella sapienza del mondo”.
L’apostolo Paolo non si vantava dei suoi studi – “aveva studiato con i professori più importanti del tempo” - ma “soltanto di due cose”:
“Lui stesso dice: ‘Io soltanto mi vanto dei miei peccati’. Scandalizza, questo. E poi, in un altro brano, dice: ‘Io soltanto mi vanto in Cristo e questo Crocifisso’. La forza della Parola di Dio è in quell’incontro tra i miei peccati e il sangue di Cristo, che mi salva. E quando non c’è quell’incontro, non c’è forza nel cuore. Quando si dimentica quell’incontro che abbiamo avuto nella vita, diventiamo mondani, vogliamo parlare delle cose di Dio con linguaggio umano, e non serve: non dà vita”.
Anche Pietro – nel Vangelo della pesca miracolosa - fa l’esperienza di incontrare Cristo vedendo il proprio peccato: vede la forza di Gesù e vede se stesso. Si getta ai suoi piedi, dicendo: “Signore, allontanati da me perché sono un peccatore”. In questo incontro tra Cristo e i miei peccati c’è la salvezza:
“Il luogo privilegiato per l’incontro con Gesù Cristo sono i propri peccati. Se un cristiano non è capace di sentirsi proprio peccatore e salvato dal sangue di Cristo, questo Crocifisso, è un cristiano a metà cammino, è un cristiano tiepido. E quando noi troviamo Chiese decadenti, quando noi troviamo parrocchie decadenti, istituzioni decadenti, ma sicuramente i cristiani che sono lì mai hanno incontrato Gesù Cristo o si sono dimenticati di quell’incontro con Gesù Cristo. La forza della vita cristiana e la forza della Parola di Dio è proprio in quel momento dove io, peccatore, incontro Gesù Cristo e quell’incontro rovescia la vita, cambia la vita … E ti dà la forza per annunziare la salvezza agli altri”.
Papa Francesco invita a porsi alcune domande: “Ma, io sono capace di dire al Signore: ‘Sono peccatore’”, non in teoria, ma confessando “il peccato concreto?. E sono capace di credere che proprio Lui, con il Suo Sangue, mi ha salvato dal peccato e mi ha dato una vita nuova? Ho fiducia in Cristo?”. Quindi conclude: “Di quali cose si può vantare un cristiano? Due cose: dei propri peccati e di Cristo crocifisso”.