mercoledì 2 aprile 2014

NON RASSEGNARSI ALL’INDIFFERENZA .La libertà cresce senza omologazioni


L
a logica dell’indifferenza, oggi così endemica, sembra infiltrarsi nei settori più sottili della coscienza dell’uomo contemporaneo. Il quale, probabilmente, presume di esercitare una sua piena libertà: quella appunto di attenersi all’indifferenza. E di potersi accomodare, così, in un gaudente cinismo. Che cos’è l’indifferenza se non il modo più economico, anestetico e rassicurante di convivere con l’alterità e la diversità? In realtà, l’umano non si rassegna all’indifferenza; anzi, la sua natura lo spinge a cercare la differenza, l’alterità, l’altrove.
  Se oggi pare accadere il contrario è in quanto la società del cosiddetto benessere ha stravolto l’idea di libertà. Essa si è ripiegata su se stessa fino a diventare autoreferenziale ed esente da responsabilità. La tendenza all’individualismo, all’edonismo, alla creazione di una barriera protezionistica verso il prossimo hanno permesso il trionfo dell’indifferenza.
  Si tratta in effetti di un impoverimento, quasi di una sorta di collasso della soggettività. L’uomo contemporaneo tende a rinunciare a un’idea grande di libertà per garantirsi piccole felicità rassicuranti. Facciamo un esempio, che fa riferimento al fascicolo – 'Educare alla diversità nella scuola' – che il Dipartimento delle Pari opportunità e il Miur propongono agli insegnanti di tutte le scuole. Come
 
 Avvenire
 ha ampiamente riferito, troviamo domande, esercizi, questionari, risposte e suggerimenti intorno alla questione dell’omofobia e della discriminazione. Vi sono alcune domande (retoriche) tra cui questa: «Perché alcuni individui sono attratti da persone dello stesso sesso?».
  Risposta: «Per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto» (p. 23). Sembra l’inizio di una barzelletta, purtroppo non è così. Riuscirà questa risposta a placare la feconda curiosità degli studenti? Non credo proprio. Ma non importa.
  Quel che conta è che l’individuo, finalmente
 libero da pregiudizi, potrà ritenersi esente da ogni omofobia e discriminazione. Il nostro insegnante prosegue la lettura dello stesso fascicolo. Si ferma poi, pensoso, su un’altra frase: «L’età avanzata, la tendenza all’autoritarismo, il grado di religiosità, di ideologia conservatrice, di rigidità mentale costituiscono fattori importanti nel delineare il ritratto di un individuo omofobo» (p. 11). Il nostro si sente attanagliato da frenetici dubbi: quali di queste cinque caratteristiche potrebbe riguardarmi da vicino? Ben presto, per ciascuna delle suddette caratteristiche a rischio di omofobia, trova un rimedio. E pensa: farò più palestra per combattere l’età avanzata, sarò più accondiscendente per smussare la tendenza all’autoritarismo, frequenterò di meno la mia parrocchia per diminuire il grado di religiosità, sarò un po’ più progressista per addolcire la posizione conservatrice, rinuncerò a qualche mio principio morale per attenuare la rigidità mentale. Alla fine, non sarò più omofobo, mai più. Ma appena giunge a simile conclusione gli viene da constatare che, in effetti, non lo è mai stato. Non ha mai spinto nessuno a rinunciare alla propria differenza. E quindi? In lui a questo punto irrompe un barlume di libertà, di quella libertà che cresce sul terreno di verità calpestate: non si precipita a chiudere il fascicolo per passare, impassibile, oltre, ma si prende la libertà di parlarne ad altri, di discuterne, di confrontarsi, di sentire ulteriori pareri.
  Insomma, la libertà che oggi viene proposta sembra davvero una trappola: se la eviti, sei considerato un retrivo; se invece la pratichi assiduamente, puoi compiacerti di fronte al (tuo) modo di essere un uomo illuminato, all’altezza dei tempi. Ma ti inganni. Infatti, come da sempre gli umani sanno, la libertà non è gratuità. Non è 'all inclusive', tutto compreso, e già pronta all’uso. Non è un bene di consumo. Non si lascia consumare perché ogni volta esige una riconquista.
  La libertà è una pratica della differenza.
  di Giancarlo Ricci 

LA PRETESA DEL SILENZIO . INCREDIBILE ATTACCO AI DOCENTI CATTOLICI


I
ncredibile: sull’ultimo numero di una ri­vista scientifica di diritto ecclesiastico e diritto canonico appare l’articolo di un col­lega docente universitario che insinua la tesi per cui i docenti dell’Università Cat­tolica del Sacro Cuore non dovrebbero far par­te, come invece previsto dalla legge, delle com­missioni di concorso pubblico per il recluta­mento della docenza universitaria. La ragione è presto detta: la loro appartenenza religiosa e l’ob­bligo di mantenerla, che qualifica il loro inseri­mento in un Ateneo cattolico, farebbe dubitare della loro imparzialità, principio essenziale nel­l’esercizio di pubblici uffici, in particolare in u­no
 Stato laico. Secondo lo studioso, «non deve […] apparire in­credibile l’ipotesi che essi, contravvenendo ai principi di neutralità e di imparzialità cui do­vrebbero attenersi nello svolgere la funzione di commissari in un concorso pubblico, siano nei giudizi influenzati dalla propria appartenenza»; e aggiunge: «specie nelle materie del diritto ca­nonico e del diritto ecclesiastico, la componen­te militante della loro identità cattolica e la for­za espansiva della stessa identità potrebbero condizionare a tal punto l’esito di un concorso da indurre non solo a bocciare chi è di opinioni diverse ma anche disporre delle idoneità per e­stendere quell’egemonia culturale cui del resto per statuto sono tenuti».
  Da docente e rettore di una Università cattolica, la Lumsa, mi sento profondamente offeso e in­dignato per queste affermazioni, che ignorano elementi storici, filosofici e teologici essenziali, che dimostrano la non conflittualità tra fede e ra­gione. D’altra parte, in più punti lo scritto meri­terebbe una serrata analisi critica: il discorso va­le solo per l’Università Cattolica del Sacro Cuo­re o è più generale? Vale solo per le materie in­dicate o ha in sostanza una portata più ampia? Non corre il rischio l’autore di provare troppo, nel senso che a rigore i professori cattolici, in quan­to tali e a prescindere dalla loro appartenenza a una Università statale o non statale, sarebbero tutti, per il fatto stesso del loro essere cattolici, inevitabilmente sospetti di parzialità? E perché, allora, non anche i professori di altre fedi e cul­ture? Gli interrogativi potrebbero continuare.
  In realtà, sotteso a tutto il precario argomenta­re è l’idea antica:
 sileant catholici in munere a­lieno; in breve: i cattolici stiano zitti nel con­certo delle posizioni che sussistono nella pub­blica agorà . Il che risponde ai più classici sti­lemi di quel laicismo di cui, guarda caso, pro­prio quanti sostengono le posizioni di pensie­ro criticate negano l’esistenza, o addirittura denunciano come una invenzione “clericale” per demonizzare l’avversario.
  A ben vedere si tratta di atteggiamenti o ridi­colmente ingenui o faziosamente intollerabi­li. Ingenui, se si pensa che l’ideologia sia solo in casa cattolica, il che significherebbe che fuo­ri di essa non esisterebbero che cervelli vuoti: di valori, di princìpi, di visioni del mondo e della vita; intollerabili – ed è questa l’ipotesi e­videntemente più realistica – perché davvero contrari a ogni elementare sentire democrati­co, che percepisce la comunità civile e politi­ca
 come la casa di tutti. Certo: l’esercizio di funzioni pubbliche postu­la l’imparzialità; ma questo i cattolici, più che gli altri, lo sanno, dal momento che per loro è un precetto morale vincolante in coscienza – e non solo un dovere civico – «dare a Cesare quel che è di Cesare». Se poi volessimo riguar­dare le bucce dei concorsi universitari, a co­minciare dalle idoneità appena conclusesi, per una valutazione sotto il profilo dell’incidenza dell’ideologia sull’imparzialità del giudicante, forse scopriremmo che quanto è temuto come un possibile pericolo con riferimento a esa­minatori “cattolici”, si è in realtà concretizza­to in più casi in presenza di esaminatori “lai­ci”. Vogliamo poi parlare dell’ostracismo a stu­diosi per il solo fatto di aver pubblicato su ri­viste e per editrici di grande tradizione cultu­rale e scientifica, ma colpevoli solo d’essere punti di riferimento del pensiero cattolico?
  Suvvia, in queste cose occorrerebbe ricordar­si sempre del monito di Talleyrand:
Surtout pas trop de zèle . Soprattutto niente eccessi di zelo.   GIUSEPPE DALLA TORRE 

martedì 1 aprile 2014

LA SPINTA A OPPORRE SCUOLA E FAMIGLIA UNA PRETESA TOTALITARIA


Occorre fare molta attenzione a quanto sta avvenendo nel rap­porto tra scuola e famiglia nel­la nostra società perché si ri­schia di stravolgerne la com­plementarietà. Alcuni Paesi europei hanno conosciuto nella modernità la contrappo­sizione tra 'scuola privata' e 'scuola pub­blica', condotta dai cultori dello statalismo contro il pensiero liberale che nel plurali­smo scolastico vedeva un condizione deci­siva per lo sviluppo di una società aperta e dinamica. Ma, pur con le asprezze proprie d’ogni conflitto, la famiglia è rimasta in ge­nere immune da invadenze e intrusioni di­rette. Oggi sta cambiando qualcosa di profondo, con l’attivazione d’una ideologia pervasiva che punta a spostare il conflitto, indirizzandolo contro la famiglia, in quan­to realtà educativa primaria. È in atto, cioè, una strategia che anche in I­talia non esita a violare Costituzione e Car­te dei diritti umani, per affermare princìpi e pratiche ignote a società che non siano governate da regimi totalitari: si dovrebbe imporre alla famiglia un modello educati­vo preconfezionato, inculcare visioni di­storte del rapporto uomo-donna, condi­zionare i rapporti più intimi che legano ge­nitori e figli con la propagazione degli ste­reotipi del 'gender'. Le leggi interne e in­ternazionali dicono il contrario, che «lo Sta­to deve rispettare il diritto dei genitori a provvedere all’educazione e insegnamento secondo la proprie convinzioni» (Conven­zione europea dei diritti dell’uomo), ma il principio è ora negato per altre finalità.
  Si perseguono obiettivi ambiziosi e gravi: rovesciare il rapporto tra la realtà formati­va naturale dell’essere umano e quella che viene dopo, che introduce bambini e ragazzi nella conoscenza del mondo, nelle branche del sapere e delle scuole di pensiero pro­prie dell’evoluzione umana. Prima che nel­le leggi, il legame che unisce la famiglia al­la scuola è iscritto nella cultura d’ogni epo­ca, da quando Aristotele condanna come violenta ogni pratica che nega o manipola il ruolo sociale della famiglia. Cioè di quel grumo di affetti, di trasmissione dei dati ge­netici, di trasmigrazione d’esperienza vita­le da genitore a figli, che è il patrimonio na­turale di ciascuno di noi, qualcosa d’irripe­tibile e inestimabile che non può essere in­quinato da soggetti estranei. La 'sottrazio­ne', parziale o totale, dei figli ai genitori è stata sempre e comunque fonte di tragedie individuali e collettive, condannata come opera disumana dalle Carte dei diritti scrit­te in opposizione ai totalitarismi di destra e sinistra che si impadronivano dell’educa­zione delle nuove generazioni come tappa per manipolare la collettività.
  Per la pedagogia moderna, d’ogni impron­ta ideale, la scuola svolge un ruolo comple­mentare, offre un servizio decisivo per la formazione dei giovani, proprio in quanto servizio esso non può sostituirsi, o con­trapporsi, alla famiglia, comunità educati­va per eccellenza. Il pensiero liberale, con Alexis de Tocqueville e Guglielmo Hum­boldt, riconosce ai genitori il diritto di sce­gliere il tipo d’insegnamento e educazione per i propri figli; e Jacques Maritain, con­cepisce la formazione scolastica aperta al futuro, priva di indottrinamenti, che segue quella familiare, perché diretta ad accogliere il bambino e il ragazzo per arricchirlo sen­za condizionarlo, potenziarne le doti e le capacità senza indirizzarle a un fine ideo­logico.
 
 È questo il cuore del nuovo e devastante conflitto che si vorrebbe aprire tra i capi­saldi della crescita delle nuove generazioni. Esso smentisce persino i dogmi dell’indivi­dualismo estremo, perché è invadente, im­positivo, vuole smuovere le radici dell’edu­cazione familiare, sostituirle con schemi ar­tificiali che scavano nella psiche, introdu­cono categorie lontane da quelle naturali. 
La scuola diviene un 'mercato' aperto al­le influenze di gruppi e lobby che vogliono oc­cupare gli spazi della formazione, condizio­nare le coscienze con slogan, concetti travisa­bili (per esempio, la non discriminazione), ali­mentare nuovi confor­mismi di facile presa.
  I giovani divengono ca­vie di sperimentazioni di laboratorio legate in questa fase all’ideologia del 'gender', e se la fa­miglia è un argine a que­sto progetto, allora di­venta un ostacolo da ab­battere, anche violando l’autonomia scolastica, messa da parte per far a­gire entità lontane dal mondo della scuola.
  Di recente, nel nostro Paese, s’è assistito a qualche virtuosismo to­talitario
 quando s’è ne­gata (o tentata di nega­re) partecipazione e presenza nella scuola ad associazioni che hanno nella famiglia il cuore della propria identità, e sono quindi naturali in­terlocutori dell’ambien­te dove i propri figli stu­diano, testimoni di quel cordone ombelicale tra famiglia e formazione che è fondamento d’o­gni struttura scolastica. Ma, ripeto, il tentativo in atto più insidioso è quello di voler costruire un muro tra le due realtà, allontanare la fa­miglia dall’ambiente scolastico, come un’en­tità aliena, usando la scuola come terreno di conquista per chi cerca di stravolgere le basi del sistema formativo. Sì, è in gioco qualcosa di de­cisivo per il futuro di tut­ti noi. 
 Carlo Cardia
 

Papa Francesco: accidia e formalismo in tanti cristiani, chiudono la porta alla salvezza

I cristiani anestetizzati non fanno bene alla Chiesa. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa di stamani a Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che non bisogna fermarsi ai formalismi, ma “immischiarsi”, vincere l’accidia spirituale e rischiare in prima persona per annunciare il Vangelo.

Papa Francesco ha svolto la sua omelia soffermandosi sul passo del Vangelo che narra dell’incontro tra Gesù e il paralitico che, ammalato da 38 anni, stava sotto i portici presso la piscina aspettando la guarigione. Quest’uomo si lamentava perché non riusciva a immergersi, era sempre anticipato da qualcun altro. Ma Gesù sposta l’orizzonte e gli ordina di “alzarsi”, di andare. Un miracolo che desta le critiche dei farisei perché era sabato e quel giorno, dicevano, non si poteva. In questo racconto, ha osservato il Papa, troviamo due malattie forti, spirituali. Due malattie su cui, ha detto, “ci farà bene riflettere”. Innanzitutto la rassegnazione del malato, che è amareggiato e si lamenta:

“Io penso a tanti cristiani, tanti cattolici: sì, sono cattolici ma senza entusiasmo, anche amareggiati! 'Sì, è la vita è così, ma la Chiesa… Io vado a Messa tutte le domeniche, ma meglio non immischiarsi, io ho la fede per la mia salute, non sento il bisogno di darla ad un altro…'. Ognuno a casa sua, tranquilli per la vita… Ma, tu fai qualcosa e poi ti rimproverano: 'No, è meglio così, non rischiare…”'. E’ la malattia dell’accidia, dell’accidia dei cristiani. Questo atteggiamento che è paralizzante dello zelo apostolico, che fa dei cristiani persone ferme, tranquille, ma non nel buon senso della parola: che non si preoccupano di uscire per dare l’annuncio del Vangelo! Persone anestetizzate”.

E l’anestesia, ha aggiunto, “è un’esperienza negativa”. Quel non immischiarsi che diventa “accidia spirituale”. E “l’accidia – ha detto – è una tristezza”: questi cristiani sono tristi, “sono persone non luminose, persone negative. E questa è una malattia di noi cristiani”. Andiamo a Messa “tutte le domeniche, ma – diciamo – per favore non disturbare”. Questi cristiani “senza zelo apostolico”, ha avvertito, “non servono, non fanno bene alla Chiesa. E quanti cristiani sono così – ha affermato con rammarico – egoisti, per se stessi”. Questo, ha detto, è “il peccato dell’accidia, che è contro lo zelo apostolico, contro la voglia di dare la novità di Gesù agli altri, quella novità che a me è stata data gratuitamente”. Ma in questo passo del Vangelo, ha detto il Papa, troviamo anche un altro peccato quando vediamo che Gesù viene criticato perché ha guarito il malato di sabato. Il peccato del formalismo. “Cristiani – ha detto – che non lasciano posto alla grazia di Dio. E la vita cristiana, la vita di questa gente è avere tutti i documenti in regola, tutti gli attestati”:

“Cristiani ipocriti, come questi. Soltanto interessavano loro le formalità. Era sabato? No, non si possono fare miracoli il sabato, la grazia di Dio non può lavorare il sabato. Chiudono la porta alla grazia di Dio! Ne abbiamo tanti nella Chiesa: ne abbiamo tanti! E’ un altro peccato. I primi, quelli che hanno il peccato dell’accidia, non sono capaci di andare avanti con il loro zelo apostolico, perché hanno deciso di fermarsi in se stessi, nelle loro tristezze, nei loro risentimenti, tutto quello. Questi non sono capaci di portare la salvezza perché chiudono la porta alla salvezza”. 
Per loro, ha detto, contano “soltanto le formalità”. “Non si può: è la parola che più hanno alla mano”. E questa gente la incontriamo anche noi, ha detto, anche noi “tante volte siamo stati con l’accidia o tante volte siamo stati ipocriti come i farisei”. Queste, ha soggiunto, sono tentazioni che vengono, “ma dobbiamo conoscerle per difenderci”. E davanti a queste due tentazioni, davanti “a quell’ospedale da campo lì, che era simbolo della Chiesa”, davanti a “tanta gente ferita”, Gesù si avvicina e chiede solo: “Vuoi guarire?” e “gli dà la grazia. La grazia fa tutto”. E poi, quando incontra di nuovo il paralitico gli dice di “non peccare più”:

“Le due parole cristiane: vuoi guarire? Non peccare più. Ma prima lo guarisce. Prima lo guarì, poi ‘non peccare più’. Parole dette con tenerezza, con amore. E questa è la strada cristiana, la strada dello zelo apostolico: avvicinarsi a tante persone, ferite in questo ospedale da campo, e anche tante volte ferite da uomini e donne della Chiesa. E’ una parola di fratello e di sorella: vuoi guarire? E poi, quando va avanti, ‘Ah, non peccare più, che non ti fa bene!’. E’ molto meglio questo: le due parole di Gesù sono più belle dell’atteggiamento dell’accidia o dell’atteggiamento dell’ipocrisia”.

 http://it.radiovaticana.va


Papa Francesco nell'omelia: no ad un cristianesimo senza entusiasmo

Papa Francesco nell'omelia: no ad un cristianesimo senza entusiasmo

Aforisma di martedì 1 aprile 2014


"Anche gli dèi amano gli scherzi".
Platone
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Kaliméra di Friedrich Nietzsche: "Anche fare bene le cose più faticose e volgari, cose di cui a malapena si osa parlare, ma che sono utili e necessarie, è da eroi!I Greci non si sono vergognati di porre tra le grandi fatiche di Eracle la pulizia di una stalla".

Havete!

Don Carlo