domenica 2 marzo 2014

AFORISMA DI DOMENICA 2 MARZO 2014

Kaliméra di D. Bonhoeffer: "Quando ci coglie la nostalgia per qualcosa che è il passato - il che accade in tempi assolutamente imprevedibili - dobbiamo essere consapevoli che è solo uno dei molti "momenti" che Dio tiene ancora in serbo per noi, e allora dobbiamo rivisitare il passato non da soli, ma in compagnia di Dio".
Havete
Don Carlo
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“Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi.”
Pio XII 

Omelia di don Carlo Venturin Ultima dopo l’Epifania – 02/03/2014



Ultima dopo l’Epifania – 02/03/2014

Osea 1, 9; 2, seguenti:   “Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza”
Salmo                                  “Il Signore è buono e grande nell’amore”
Rm 8, 1-4                            Non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo
Lc 15, 11-32                        La partenza, il ritorno, perduto, ritrovato, l’invidia, il padre misericordioso, la gioia

Ritratto del “Figlio prodigo”,
o del “Padre misericordioso” di Rembrandt 1666 Hermitage


Un’unica parabola in tre atti con variazione sul tema della misericordia-perdono, del perdere e trovare, del dolore e della gioia, dell’invidia e dell’accoglienza.
Mi stacco dallo schema dell’omilia per commentare il capolavoro letterario di Luca attraverso un altro capolavoro pittorico di Rembrandt (1606-1669), dipinto qualche anno prima della sua morte. Il pittore è abbandonato da tutti, è solo, dedito all’alcool, nella povertà estrema, ha perso tutti, amici e parenti. Perciò si immedesima con i personaggi della parabola di Luca, l’Evangelista della misericordia.

Ho contemplato la tela all’Hermitage di San Pietroburgo nel 2001 (2,43 cm x 1,82), quasi in estasi, rapito da ciò che è “non detto”, ma che traspare. Proviamo a immaginare l’immagine e magari visionarla in qualche sito.
Appare a prima vista il volto di un uomo, che nella vita ha vissuto una enorme esperienza di sofferenza e solitudine, al punto che le lacrime versate, l’hanno reso cieco. E’ un ritratto della propria esperienza umana-esistenziale.

Il figlio Giovane inginocchiato: la partenza: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”, non posso aspettare la tua morte per godermi la vita. Parte con baldanza giovanile: è una dichiarazione di morte nei confronti del padre.
a) Il paese lontano. Partire equivale ad ammettere di non avere più una casa e di cercarne un’altra, perché nella propria non ci si sente più figlio. Il non tenere conto dell’educazione ricevuta in famiglia e il rifiuto del suo essere figlio sono la molla che scatta per rimbalzarlo altrove: non più obbedienza, sottomissione, lavoro, dipendenza, ma libere decisioni e scelte estreme.
Il ritorno:
b) Vestito di stracci: è un segno della sua vita, tutta lacerata e strappata. Il colore scelto per la sua tunica (ben diversa dal mantello di suo fratello) è il giallo-marrone segno di modestia e miseria, quella interiore.
c) La testa rasata: oggi va di moda (anche se con la cresta). Nella storia dell’umanità il capo rasato è indice di prigionia (lager), privazione di libertà e nome sostituito da un numero.
d) I piedi rivelano un viaggio lungo e umiliante; quello sinistro è scalzo, e segnato da cicatrici, simbolo di povertà e di lungo cammino. C’è un canto negro-spiritual: “Tutti i figli di Dio hanno le scarpe. Quando andrò in cielo indosserò le mie scarpe, camminerò per tutto il cielo”. Le cicatrici rappresentano le umiliazioni subite: abbandono degli amici, solitudine, essere guardiano di porci, la massima umiliazione per un ebreo. Il piede destro è solo in parte coperto da un sandalo ormai logoro, segno di fatica e indice di lungo cammino.

Luca usa due verbi per indicare il percorso di ritorno: rientrò in se stesso e disse”. Con il primo: capì che la morte sarebbe stata il prossimo passo fatale. Prima era fuori, non era padrone di sé, ora lui stesso si prende per mano. “E disse”. Si ricordò delle proprie origini, della casa, dei famigliari, della porta sbattuta, ma lasciata socchiusa dal padre.
Si incamminò”. Ci vuole tempo e forza dopo la riflessione. “Padre ho peccato”: è il pentimento, si sente responsabile del male compiuto. “Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”, ricupera la sua dignità, sa che per il padre lui è sempre suo figlio. “Trattami come uno dei tuoi servi”: manifesta la propria indegnità, si ricordò di avere un papà.

Il figlio maggiore. Impassibile nel dipinto, estraneo, la luce illumina il volto freddo, glaciale, segno di una distanza abissale. “Io ti servo da tanti anni”: faceva il suo dovere, ma era lontano dallo stile del padre. “Ma ora questo tuo figlio”: è risentito, non lo chiama fratello, orgoglioso. “Tu non mi hai dato un capretto” (a lui il vitello più grasso): è la lamentela invidiosa “e non voleva entrare”; dentro c’è gioia, con la quale il risentimento non va d’accordo, ma il padre ricompone le distanze: per lui non ci sono un figlio buono e uno cattivo, lui non fa confronti, li chiama figli.

Il padre
Il figlio si è ricordato di avere ancora un padre, perché il padre non lo aveva cancellato, lo avrebbe sicuramente accolto, è la speranza fondata sull’amore ritrovato (La vera tentazione-peccato è dimenticarsi di essere figli di Dio).
Caratteristiche del padre (nel dipinto). E’ un vecchio, cieco perché non vede i peccati del figlio e piange teneramente con le mani sulle spalle del figlio, quasi una benedizione. Lo ha lasciato andare (educazione alla libertà). Due mani differenziate: una femminile, l’altra maschile, tenerezza materna e paterna di Dio. Egli va incontro a entrambi i figli (si diventa figli stando in casa, fuori si è altro).
Il mantello rosso. Il padre è sì anziano, ma riccamente vestito (doti interiori), un manto diverso dal figlio maggiore. Le mani sembrano quasi di forzare il figlio a entrare nel grembo della misericordia: la testa è liscia come quella di un bambino piccolo. Il ritorno è una nuova nascita, con una nuova dignità.

Il punto focale della tela è la corrispondenza mani del padre, piedi del figlio. La mano destra delicata, femminile è in corrispondenza del piede scalzo e ferito; è posata dolcemente, esprime delicatezza, rispetto, tatto e fragilità, vuole proteggere il lato più vulnerabile. La mano sinistra del padre e piede destro del figlio. Mano robusta, è una mano che scuote con energia e sorregge, quasi a infondere nel figlio la fiducia per il nuovo cammino, la ripartenza .
Presto facciamo festa; i nuovi vestiti sono segno del nuovo e ritrovato figlio: abito d’onore, anello  dell’eredità, calzature di prestigio: perdonare significa offrire la possibilità del nuovo, come con l’adultera.

Dare il cuore ai miseri, dare un punto di appoggio a chi ha perso la propria dignità ed è rimasto nudo solo con se stesso, schifato con se stesso; il punto di appoggio che molti stanno cercando. E’ nostro compito-missione non farglielo mancare, alcuni saranno come il figlio maggiore, rifiutando e standosene in disparte, puntando solo il dito di accusa, come gli scribi e i farisei di tutti i tempi.

NB: scusate lo sforamento!


Don Carlo


sabato 1 marzo 2014

Come si può «educare alla distinzione di bene e male se si elimina Dio?»

Baby prostitute per una ricarica, allarme all'Aquila
Lettera di padre Piero Gheddo al Corriere sulle “baby prostitute” di Ventimiglia: «Mi chiedo: com’è possibile educare a distinguere tra bene e male, se togliamo Dio dall’orizzonte dell’uomo?»


«Ogni giorno l’informazione riporta i casi estremi dello sfascio morale che è alla base della crisi della nostra Italia: le ragazzine di 14-15 anni si vendono per i piercing e i vestiti alla moda, studenti di liceo si accapigliano e si accoltellano (…). Questo è il nostro cibo quotidiano». Inizia così una lettera inviata oggi alCorriere della Sera da padre Piero Gheddo, missionario del Pime e giornalista, sulle due minorenni che a Ventimiglia, «ispirandosi» alle baby prostitute di Roma, si vendevano per comprarsi vestiti e ricariche del telefono.
SE SI ELIMINA DIO. «La realtà è evidente. Nella cultura italiana e quindi anche nella mentalità comune è svaporata la chiara distinzione tra bene e male e l’educazione di base a scegliere il bene e a fuggire il male», continua padre Gheddo. «Mi chiedo: com’è possibile educare a distinguere tra bene e male, se togliamo Dio dall’orizzonte dell’uomo? Chi, nella società e nella “morale laica” insegna ed educa all’osservanza dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini di Cristo, che sono alla radice della nostra civiltà e cultura occidentale?».
ETICA E VERITÀ. Il missionario del Pime richiama poi il cardinale Martini, che durante l’incontro «In cosa crede chi non crede?» chiedeva: «Quali ragioni dà del suo agire chi intende affermare e professare princìpi morali che possano richiedere anche il sacrificio della vita, ma non riconosce un Dio personale? Dove trova il laico la luce del bene? Non riesco a comprendere quale giustificazione ultima diano del loro operare».
«”L’etica ha bisogno della verità” per avere una fondazione ferma ma sicura – conclude padre Gheddo – che dà speranza anche al di là della morte; e questa può essere solo trascendente, che supera l’uomo limitato, debole, peccatore che tutti conosciamo e tutti siamo».


Ti infiammi mille volte ma quello che cerchi è «l’amore dell’anima mia»

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Caro padre, fin da bambina ho dovuto lottare con pensieri ossessivi che mi portavano a disperare. Mi sentivo la persona più abietta e piena di peccati. Tormentata da queste ossessioni ho iniziato a vivere un rapporto di grande familiarità con Cristo. Al liceo ho incontrato il movimento [di Comunione e Liberazione] e finalmente ho sentito il caldo tocco della compagnia. La mia predisposizione alla solitudine è stata vinta da quelle persone che mi proponevano Cristo in maniera affascinante, una figura sicuramente più forte e virile rispetto a quella che ho sempre avuto in mente e che pian piano rischiava di scivolare nella semplice devozione. In questa vita resa più lieta sono riuscita a prendere le distanze dalle mie ossessioni. Mi ero fatta conoscere come una persona forte, trascinatrice, creativa. Che cosa avrebbero pensato di me se avessi rivelato i miei tarli?
Mi rimaneva un cruccio: desideravo ardentemente avere un moroso, ma questo non arrivava. Ai tempi dell’università ho avuto la mia prima delusione affettiva, seguita da un grossa depressione. Avevo 20 anni. Lo psicoterapeuta mi ha detto: «Non è possibile che lei, pur desiderandola, non abbia una relazione affettiva. Lei ha un blocco psichico, deve fare delle sedute». Costo esorbitante, improponibile. Mi sono curata da sola, con erbe e vitamine.
Un amico prete accortosi del mio stato d’animo, mi ha aiutato e per la seconda volta ho visto cos’era il movimento: una presenza che ti accompagna e che ti aiuta a ritrovare te stesso. Poi sono andata all’estero dove ho conosciuto un ragazzo di cui mi sono innamorata. Ma niente di serio. Comunque sia, l’esperienza dell’università ha dato nuovo impulso e vigore alla mia vita, alla mia fede.
Rimanevano quei tarli ossessivi che speravo si sarebbero risolti incontrando l’uomo della mia vita. Intanto la mia “immaginazione” aveva cominciato a prendere in considerazione un paio di persone. Una di loro si è fatta avanti; una persona affidabile e matura con la quale avevo una grossa intesa intellettuale. Così, dopo un anno di fidanzamento nel quale mi ero accorta di alcuni suoi difetti che credevo che nella vita di coppia si sarebbero smussati, ci siamo sposati.
La vita matrimoniale si è proposta in tutta la sua drammaticità, con le sue contraddizioni a volte anche violente. E se avessi scelto l’altro uomo? Sarebbe stato così difficile e altrettanto deludente? Tanti pensieri che hanno fatto riemergere le mie ossessioni. E mi hanno fatto ricadere nella depressione, questa volta per alcuni anni.
In quegli anni due cose mi hanno aiutata: la psicoterapia e un attaccamento tenace alla scuola di comunità. Ma col passare degli anni mi sono abituata a un certo benessere interiore, avevo cose prioritarie da fare rispetto alla preghiera e alla scuola di comunità. Mi sentivo sicura, salvaguardata dal peccato che identificavo col “male di vivere”. Dopo un paio d’anni di questa “pace” mi sono innamorata di nuovo. Tutti gli amici badavano a dirmi di non scandalizzarmi, che innamorarsi anche alla mia età (avevo oltrepassato i trentacinque) era “sano”, era per un di più…
Ma io, pur vivendo nella purità, non potevo fare a meno di sperimentare il potere destabilizzante di quell’uomo che si era messo tra me e mio marito. La ricaduta nella malattia fu tremenda. Ho trascorso due anni nei quali tutti i giorni la voglia di farla finita era enorme.
Aiutata da mio marito, grande nell’accogliermi e al quale avevo manifestato l’origine del mio male; dalla preghiera; dagli amici; dagli psicofarmaci (che avevo finalmente scoperto) mi sono ripresa. L’infatuazione per quell’uomo è andata scemando nel corso di svariati anni e una maggior solidità si è affermata nel mio cammino di fede.
signora-d-depressione
L’ennesima depressioneTutto sembrava tornato al suo posto, nel giusto equilibrio. Fino a qualche mese fa, quando sono andata in trasferta per motivi di lavoro. E dove ho incontrato un uomo più giovane di me. Durante gli ultimi giorni di permanenza sono scoppiate delle discussioni animate sul senso della vita. Facile rispondere con don Giussani alle spalle. Meno prevedibile che uno che ha una decina d’anni in meno di te, proprio mentre stai partendo, ti faccia capire che si è innamorato di te. Vista la mia psicolabilità il contraccolpo è stato fatale. Ho cercato di gestire la cosa pensando di essere scafata, poi la realtà mi ha investito come un’onda.
All’inizio ci siamo inviati qualche sms dove, pur avendo voglia di intrattenermi con lui, cercavo di ricondurlo a un modo corretto di relazionarsi. Ma quando lui insisteva nel riportare tutto a una conversazione amorosa non ho più retto. Di nuovo: rischio di destabilizzazione, aumento di psicofarmaci, una nuova incombente depressione. Consiglio di preti e psichiatra: non sentirlo più. Ho trascorso giorni di vuoto indicibile. Come sai bene, la depressione nasconde la realtà e toglie il gusto di vivere.
Insomma, possibile che io non possa vivere senza innamorarmi di qualcuno che non sia mio marito? Per quel ragazzo io desidero che possa incontrare quella che è stata la salvezza per me, la gloria umana di Cristo, qui sulla terra. Inoltre mi spaventa la mia fragilità. Ho paura di quei momenti di vuoto e di solitudine che si ripresenteranno.
Perché ti ho scritto? Perché non sei un bacchettone, perché sai cos’è il male di vivere e per la Verità con cui vivi. Se un giorno, con tutte le cose più serie che hai da fare, troverai il tempo di rispondermi, te ne sono grata fin da ora. Un abbraccio e che Dio ti benedica.
Lettera firmata
Ho deciso di pubblicare questa lettera perché non sei l’unica che ultimamente mi confida queste situazioni drammatiche che sfociano poi nella depressione, la bestia che mi ha pesato sulle spalle per più di vent’anni. Comprendo bene ciò che ti sta accadendo perché è lo stesso cammino che ho fatto io fin quando il buon Dio ha deciso, dandomi una buona legnata sulla testa, di rimettermi sull’unico cammino vero.
Quel cammino che don Julián Carrón ha descritto in modo magistrale nella giornata di inizio anno del movimento di Comunione e liberazione, quando ha ricordato la prima lettura della santa Messa nella festa di santa Maria Maddalena. 
A quella donna, prima di incontrare Gesù, non solo piacevano gli uomini ma se li portava pure a letto. Lei era un’adultera mentre tu sei solo come un’adolescente che sogna. «Sul mio letto, lungo la notte ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda della città: avete visto l’amore dell’anima mia?».
Ti chiedo solo una cosa: “mangia” parola su parola di quanto don Carrón ci ha detto, fanne esperienza e ti garantisco che un orizzonte nuovo illuminerà la tua drammatica vita.
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Riempi il tuo cuore di GesùNon dimenticare mai che c’è una cosa ancora più grave del peccato, ed è quella di ridurre Cristo alla tua misura. È quel borghesismo, quel “abituarmi a quel benessere interiore” di cui parli nella lettera. Scriveva Camus: «C’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima cattiva ed è quella di avere un’anima bell’e fatta». È inevitabile che la scontatezza della fede porti a quelle situazioni. Mi diceva don Giussani 25 anni fa: «Vedi padre Aldo, se prendi un bicchiere d’acqua pieno fino all’orlo, è impossibile che entri anche il più piccolo dei moscerini che esistono sulla terra. Ma se nel tuo bicchiere c’è un piccolo spazio vuoto è inevitabile che qualche moscerino prima o poi ponga lì la sua dimora. La stessa cosa è successa a te, il tuo cuore non è ancora traboccante dell’amore per Gesù. Tuttavia è bello quanto ti è accaduto perché questo terremoto affettivo è la possibilità per diventare finalmente un uomo (avevo 42 anni)».
E ricordo bene quante citazioni di san Paolo mi ha recitato a memoria, oltre a indicarmi di leggere il libro L’ombra del padre di Jan Dobraczynski. Don Giussani mi metteva sempre in guardia dal pericolo di quello che tu chiami “benessere spirituale” perché il vero benessere il cuore lo raggiunge solo quando è inquieto, cioè nel suo potente desiderio di riposare in Gesù. Il cuore vuole solo Gesù e Gesù vuole solo il tuo cuore. Questo è il vero e bellissimo dramma della vita.
paldo.trento@gmail.com

 Tempi.it 

L’arrotino, il codista... l’ora di vecchi e nuovi lavori

 

L
o scrivano o lo stagnino; l’impagliatore o, per dirne un altro, il burattinaio. Chi se li ricorda? Quando mai capita oggi di ritrovare traccia di quei mestieri su un’insegna, in una strada, nelle chiacchiere quotidiane o in un cercalavoro? Professioni che solo i meno gio­vani hanno incrociato, poi travolte dal muta­mento di usanze gusti costumi, avvenuto di pari passo con la diffusione di più moderni strumenti professionali.
  Quella dei 'mestieri dimenticati' naturalmente non è novità di questi anni. Anche i padri dei nostri padri avevano memorie di cui s’era per-
 sa traccia, lo stesso era stato per i padri dei lo­ro padri, e così via. Anche se oggi in questa im­placabile catena della memoria abbandonata si intravvede qualche novità. La voglia o la ne­cessità di riscoprire l’uso di cose e abitudini perse. Sarà il duro malessere sociale che com­porta un diverso modo di affrontare la quoti­dianità (pensate al tramonto dell’'usa e get­ta'), sarà un rinato desiderio di forme di più bu­colica convivenza, sarà che spesso purtroppo proprio non c’è alternativa... fatto è che spul­ciando tra le indagini di qualche centro ricer­che si ritrovano segni di un ritorno di profes­sioni ormai lontane. Esempio: un piccolo boom di spazzacamini, oggi ce ne sarebbero circa 350, con un incre­mento del 20 per cento in due anni (certo, pa­recchi di loro sono in realtà piccoli imprendi­tori che si occupano di mille cose, tra le quali la pulizia delle canne fumarie). E poi, riecco lo stagnino e l’arrotino (sì, quello che... «donne, è arrivato l’arrotino»): quasi 400 in tutto il Pae­se, concentrati soprattutto in Lombardia ed E­milia Romagna. E le ricamatrici (qualcuna in più rispetto alle 200 di tempo fa) e le sartorie domestiche (spesso avviate da immigrate).
  Ovvio, minuscoli segnali fatti di minuscole ci­fre. Più o meno le stesse che segnano, all’op­posto, il debutto di mestieri del tutto nuovi, fi­gli di una crisi che spinge la fantasia a inven­tarsi l’impossibile. Prendiamone uno: il 'codi­sta'. Cioè colui che mette in vendita il proprio tempo per sostituirsi ai 'clienti' in una delle più detestate incombenze della vita quotidiana: la coda. Il primo è stato, solo pochi mesi fa, un sa­lernitano trapiantato a Milano, Giovanni Ca­faro, laureato in Scienze della comunicazione. Era direttore marketing di un’importante a­zienda,
 di colpo s’è trovato a spasso causa chiu­sura. «Dovevo inventarmi qualcosa – dice ora – alla fine ho provato ad offrire alla gente la chance di utilizzare al meglio ore di vita». Fa la coda ovunque venga richiesto, dalla banca al­la Posta all’Agenzia delle entrate al municipio. «Non le dico – precisa – nei giorni dell’Imu...». Costa 10 euro l’ora, regolare ricevuta fiscale. Pare che le cose gli vadano bene, il suo obiet­tivo è diventare un autentico imprenditore del­la coda (anche se per ora non vuole sbilanciarsi e dice che è difficile quantificare il guadagno). A Pavia, Napoli e Sanremo altri stanno già per­correndo la stessa strada. Che, a ben pensarci, è la strada di chi rifiuta lo sfascio e con un po’ di fantasia ci mette impegno e coraggio. Fatte le debite proporzioni, potrebbe essere un e­sempio mica male... 

UN ABBRACCIO DI PREGHIERA Un anno fa la rinuncia di papa Benedetto


   
Ricorre oggi, 1° marzo, il primo anniversario della rinuncia di papa Benedetto al pontificato. Nel frattempo quel giro dell’elicottero, che sembrava allontanarsi al tramonto quasi a voler nascondere la mestizia di un distacco, e la grande finestra chiusa a Castel Gandolfo hanno ceduto il passo a una più pacata considerazione sorretta dalla serenità dello stesso Benedetto. Nelle rare comparse in pubblico quanto negli incontri privati egli manifesta una fiducia e una leggerezza che ad alcuni sembra ricordare Cristiano, il protagonista de «Il viaggio del pellegrino» di John Bunyan. Il paragone, solo in parte calzante, è sovrastato dalla realtà, ancora più bella e soprattutto più vera.
  Papa Benedetto è sereno perché era giunto alla consapevolezza di aver portato a compimento il suo ministero, e perché compì la sua rinuncia dopo aver molto pregato. Nel suo percorso teologico, inoltre, egli ha sempre prestato attenzione alla corretta valutazione del diritto all’interno della Chiesa e al momento delle dimissioni seguì scrupolosamente le norme previste dal diritto canonico. Di qui, nella lettera di recente inviata ad Andrea Tornielli, della “Stampa”, la ferma, reiterata affermazione sulla piena validità della sua rinuncia e sul dovere di collaborare lealmente con il suo legittimo successore, papa Francesco, non scelto da lui, ma dai cardinali sotto la guida dello Spirito Santo.
  Anche il carisma del nuovo pontefice che conquista i fedeli e li spinge ad avvicinarsi a Gesù, al suo Vangelo è, per lui, motivo di consolazione e di gioia. Al suo successore, peraltro, lo uniscono legami di stima, affetto e comunione che sono di esempio per la Chiesa e per il mondo.
  La motivazione decisiva per la rinuncia va, tuttavia, ricercata nella spiritualità del Papa emerito, in quella sua vicinanza a sant’Agostino e san Bonaventura, per i quali il tempo è segnato dalla Rivelazione di Dio, è l’estensione della grazia e misericordia che il Figlio ci ha conquistato con l’incarnazione e il mistero pasquale. Il fluire del tempo, perciò, è via e porta che conduce alla salvezza e i sacramenti sono funzionali alla durata e trasmissione della grazia. Il loro esercizio, tuttavia, può ben essere limitato nel tempo senza che questo comporti una perdita tanto per il ministro quanto per coloro cui il sacramento è destinato.
  Diverso è il caso del sigillo o carattere sacramentale in forza del quale il cristiano fa parte del sacerdozio di Cristo secondo stati e funzioni diverse. Il sigillo connota la persona e come tale resiste anche al di là del tempo. Per questo un vescovo emerito resta successore degli apostoli. È questo il senso della partecipazione di papa Benedetto alla Messa per la consegna della berretta ai nuovi cardinali. Ai confratelli nell’episcopato cui nell’omelia papa Francesco ricordava che essi entravano, ora, nella Chiesa di Roma, Benedetto testimoniava che egli stesso si sente ancora incardinato, parte viva della Chiesa santificata dal martirio degli apostoli Pietro e Paolo.
  Il tratto della serenità, peraltro, emerge anche negli incontri personali dove egli si porge con l’antica affabilità, con quella cortesia e delicatezza che da sempre lo hanno contraddistinto. La residenza nel monastero della Madre di Dio sul colle Vaticano dice anche della sua attuale collocazione nella Chiesa. Egli guarda a san Pietro dall’alto e con il suo sguardo e la sua preghiera abbraccia Roma e il mondo, nello stesso tempo sembra già sulla via che porta al Padre. Con i suoi capelli bianchi, quasi un vezzo di tenerezza, egli è anche icona dell’età avanzata. In una società che sembra solo volersi liberare degli anziani, egli è lì a ricordare la loro sapienza, la loro gratuità tanto più preziosa. 

AFORISMA DI SABATO 1 MARZO 2014

Kaliméra di Teilhard de Chardin: "L'esistenza umana è una realtà immensa e disparata, così incoerente come la superficie di un mare agitato. Il maggior problema di ogni generazione è allora questo: la vita è assurda come l'agitarsi delle onde o è divina ed eterna come l'immensità del mare?"
Havete!
Don Carlo

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Figlioli, confidate sempre in Dio che veglia su ciascuno di noi. Lasciamo fare al Signore. Si deve sempre avere fiducia nel tempo. Il tempo aggiusta le cose. C’è del male, c’è della fiacchezza, c’è del turbinio di tentazioni fortissime nel mondo moderno. Ma esiste anche il bene! Io sono ottimista!”
Giovanni Paolo I